Parlando un po’ di autosabotatori …

autosabotatore 2

Nel post precedente ho fatto un po’ il punto su cosa sia autoboicottamento , quanto sia subdolo e insinuante ed in che maniera lo mettiamo in atto. Vediamo ora di porre l’attenzione su quali sono   gli auto sabotatori più frequenti che portiamo e alimentiamo dentro di noi molto spesso senza saperlo.

La banalizzazione e l’ironia =>

Banalizzare una parola, una situazione o le convinzioni di una persona significa volerne ridurre l’impatto o deviare la portata.

L’ironia si distingue dall’umorismo perché chi la impiega lo fa con l’intenzione di sminuire la persona verso cui è diretta. Chi ironizza lo fa riducendo tutto, soprattutto le novità, a un fatto conosciuto (“ho già letto qualcosa in proposito, è risaputo” – “Ci sono un sacco di persone che hanno provato senza mai ottenere risultati”) e negando il valore di una scoperta (“ ma sono cose arcinote, lo può fare chiunque).

Respingendo il possibile invito a cambiare punto di vista, rimaniamo aggrappati alla nostra angolazione, a quello per noi noto e controllabile.

Il sarcasmo può essere usato anche per mostrarsi “al di sopra della massa. L’ironia e la banalizzazione vengono impiegate per sfuggire la necessaria umiltà a riconoscere una realtà diversa e per evitare di toccare con mano l’apparire di un’altra verità la quale può essere espressa soltanto mediante l’abbandono di qualunque giudizio e interpretazione.

In questo caso l’autosabotatore adempie ad una funzione, quella di osservare il controllo sulla persona o sulla situazione: non intende lasciarsi sorprendere né superare.

Riflessione …

C’è sempre da imparare, soprattutto quando non siamo d’accordo. Senza dimenticare che nella ricerca della verità, il difficile viene quando la si trova …

 

Il rifiuto di esprimersi, ripiegandosi sul silenzio =>

Per avere il coraggio di esprimersi è necessario un clima di fiducia e soprattutto la sensazione che chi ci ascolta riceverà e magari ci invierà addirittura una sua eco, ampliando così la nostra comprensione. L’espressione di sé può avvenire su diversi livelli: a livello delle idee, delle percezioni, dei sentimenti, delle emozioni, delle credenze o anche a livello di fatti, dell’immaginario o di risonanza. Questo permette una gamma di possibilità che verranno espresse o taciute secondo le circostanze, le persone presenti e le questioni conscie o inconscie che si agitano in chi ha qualcosa da dire a proposito di se stesso o di un altro.

Il rifiuto di esprimersi e il ripiegarsi su di sé sono talvolta alimentati da un alibi che potremmo enunciare :”A ogni modo, parlare non serve a niente” oppure “Nessuno può capirmi” e ancora: “Ogni volta che ho voluto parlare la cosa si è ritorta contro di me”. Spesso una sorta di autocompiacimento accompagna questo rinchiudersi in se stessi in modo da potersi poi considerare”incompresi”.

Questo auto sabotatore permette inoltre di mantenere le distanze in una bolla protettiva di autocompiacimento, evitando pertanto di rimettersi in discussione. Non offro all’altro nessuna presa per permettergli di penetrare nel mio intimo. Così facendo, non corro nessun rischio di essere influenzato, ma al tempo stesso mi privo di tutto ciò che un cambiamento potrebbe offrirmi.

Riflessione …

Correre il rischio di formulare parole all’indirizzo degli altri può permettermi anche di capirli …

 

Fare un’importante richiesta attraverso un rimprovero diretto o implicito =>

Quando telefoniamo al nostro ragazzo per chiedergli se domenica è libero e subito esordiamo dicendo: “Oggi non mi hai chiamato!” rischiamo di sabotare il rapporto prima di vederlo.

Se scriviamo a qualcuno per chiedergli aiuto e ci organizziamo per muovergli una critica del genere:” lei ha deliberatamente tralasciato di dirmi che poteva aiutarmi” è assai probabile che non otterremo una risposta soddisfacente. La qual cosa ci confermerà che questa persona “non è in grado di aiutarci”.

Ricorrere alla fatalità con un velo di vittimismo che ci spinge a dire “a ogni modo, doveva capitarmi”, significa aprire una porta per ritrovare la strada che ci permetterà di portare avanti il ciclo di insoddisfazioni.

La sensazione di essere in questo mondo per fungere da catalizzatore di tutte le disgrazie dell’universo può essere alimentata da un modo di pensare pseudo altruistico: per lo meno, cadendo su di me il fulmine ha risparmiato qualcun altro!”. Questo fa sì che non abbiamo alcun motivo di cambiare o modificare il modo in cui diamo inizio ad uno scambio …

Riflessione …

Ogni volta che invoco la fatalità mi risparmio di interrogarmi sulla mia responsabilità personale.

 

La repressione immaginaria  =>

L’assidua pratica della repressione immaginaria costituisce un auto sabotatore molto diffuso. Può tuttavia avere conseguenze dolorose che assumono le sembianze di blocchi, inibizioni, precauzioni e prudenze eccessive o di paralizzanti limiti che ci impediscono di esprimerci, osare, chiedere o semplicemente di correre il minimo rischio nei nostri rapporti e nei vari impegni della vita.

La repressione immaginaria si attua a partire da un processo di proiezione che ci induce a immaginare in anticipo ciò che potrebbe capitarci se facciamo o intraprendiamo la tal cosa, se pronunciamo la tal parola, se prendiamo la tal decisione.

La repressione immaginaria ci trattiene alle dipendenze dei nostri stessi diktat. In questo senso è infantilizzante per se stessi e per gli altri. Immaginare, pensare al posto dell’altro, dirsi che non riuscirà a sopportare quello che stiamo per rivelargli, che crollerà se compiamo una determinata azione o se gli diciamo quello che pensiamo equivale in un certo qual modo ad alimentare la dipendenza di questa persona, giacchè la crediamo incapace di far fronte a quello che potremmo dirgli. Metterla in pratica significa usare violenza a se stessi (privazioni e divieti non giustificati dai fatti) e all’altro (decidere al posto suo quello  che va bene o non va bene).

Per alcuni abbandonare la repressione immaginaria significa dover correre il rischio di prendere posizione, fermarsi e rinunciare al bisogno di approvazione che talvolta domina la loro vita.

Questa anticipazione “negativizzante” del pensiero, del giudizio o del comportamento altrui nella maggior parte dei casi ci inibisce e ci induce a non dire o non fare quello che riteniamo auspicabile o valido per noi. Essa uccide la spontaneità, generando ,in chi vi si abbandona, depositi di amarezza, montagne di residui,voragini di rimpianti; alimenta nubi di scorie e agita nella quotidianità tempeste di insoddisfazioni.

La repressione che imponiamo a noi stessi contribuisce inoltre a rafforzare la svalutazione di sé, il disprezzo, il senso di impotenza e il culto del fallimento.

 Riflessioni …

Provare ad evitare di pensare al posto dell’altro, lasciargli al responsabilità di ciò che prova, sente o immagina da sé e non esitare a prendersi cura delle proprie aspirazioni ….

 

Rimani con me … non è ancora finito ….

 

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