“To be or not to be …”

to be or not not to be

Vi sono persone che hanno superato lo scoglio! Hanno cambiato vita, aspetto, lavoro. Molte di esse ne escono rifiorite, trasformate, perché il passaggio all’azione era desiderato e pensato come salutare per il loro equilibrio. Queste persone esprimono allora un’allegria e un entusiasmo reali e tangibili.

Il cambiamento può essere vissuto come una formidabile opportunità, poiché è un invito a scoprire quello che siamo e ad esprimerlo. E’ necessario tuttavia che esso sia pensato, riflettuto e maturato prima di passare all’azione; solo in questo modo diviene un gesto di liberazione e realizzazione.

Quindi, potremmo chiederci, dove trovare l’energia necessaria per il cambiamento?

In momenti diversi della nostra vita tracciamo dei bilanci. Compleanno, capodanno, matrimonio … sono altrettante tappe che ci spingono a lasciarci alle spalle un periodo e a situarci in rapporto alle proiezioni del passato. Sono diventata quello che volevo essere? Sono felice? Mi piace vivere in questo modo? La risposta negativa ad una di queste domande dovrebbe stimolare un desiderio di cambiamento, perché ci porterebbe a constatare che il nostro Io non si è affermato ma, al contrario, vive atrofizzato. Eppure, non tutti abbiamo le stesse armi per passare all’azione.

Freud , padre fondatore della psicoanalisi, osservava che le persone  tengono più alle loro “nevrosi”, al loro malessere, che a ciò che sono. Egli identificava nell’essere umano due forza antagoniste: una pulsione di vita (fatta di elementi dinamici, di desideri che stimolano al cambiamento) e una pulsione di morte (che ci mantiene in uno stato di inerzia) alla quale la prima si oppone. Queste due pulsioni sono collegate alla nostra parte più primitiva e noi non abbiamo altra scelta che rifuggire la seconda e instaurare un compromesso tra queste due forze che si scontrano in noi. L’equilibrio raggiunto è più o meno stabile e può generare crisi  di varia intensità, dalla semplice percezione di ansia all’angoscia più nera.

Ovviamente le probabilità di cambiare sono maggiori quando le cose non vanno o, peggio, quando si soffre. Il cambiamento comporta allora una reazione di fronte ad una saturazione, ad un recipiente che ormai ha raggiunto l’orlo e rischia di tracimare.

“To be or not to be …”, “Essere o non essere …” ancora una volta tutto ci riporta a ciò che siamo e a ciò che non siamo. A quello che rinunciamo ad essere o a quello che accettiamo di essere …“A essere o a non essere …”

Essere necessita di un intimo dialogo con se stessi. Questo ci rimanda una volta ancora al nostro “lì e allora”.  Per esistere dobbiamo passare da una posizione di sottomissione, in cui facevamo di tutto per essere amati, ad uno stato d’azione, di affermazione e quindi di cambiamento.

Esistere implica la capacità di proiettarsi nell’avvenire attraverso azioni piacevoli, non costrittive, che apportano soddisfazione e arricchimento interiore, attingendo alle nostre risorse, alla nostra insita capacità di raggiungere ciò che ci fa stare bene.

Essere non è altro che dialogare con la nostra “pulsione di vita”, accompagnarla, mantenerla e ovviamente incanalarla.

Essere significa divenire. La questione è sapere quali sono i nostri specifici desideri, quelli che alimentano la nostra esistenza ….

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