Sulla deprivazione

DEPRIVAZIONE

La deprivazione è la sensazione cronica che manchi qualcosa; ed è a partire da questa sensazione di mancanza che proviamo il bisogno impellente di risolvere l’insoddisfazione che ne deriva. L’unica soluzione che pensiamo possibile è tentare di cambiare la situazione o la persona che ci mette nella difficoltà.

L’esperienza della deprivazione può raggiungere la massima intensità quando viene accostata all’esperienza dell’essere nutriti. Può essere estremamente doloroso, addirittura devastante,  quando nel momento in cui ci sentiamo  amati per qualche ragione ci viene tolto quell’amore. In quei momenti di pura sofferenza non riusciamo a collegare quel dolore alla sua origine infantile; non siamo consapevoli di trovarci di fronte ad un malessere esistenziale. Al contrario, nella maggior parte dei casi, riversiamo la rabbia e la frustrazione verso chi ci ha messo in quella situazione.

In ogni relazione intima capiterà di sentirsi deprivati e abbandonati; è difficile da accettare ma fa parte del gioco della vita. Nessuno potrà mai riempire i buchi lasciati da deprivazioni antiche, né potrà mai salvarci dal fatto che fondamentalmente siamo soli e che da soli dobbiamo fare i conti con noi stessi.

Altresì è utile capire che proprio attraversando l’esperienza della deprivazione imparando a contenere la delusione e la frustrazione di non avere quello che vogliamo possiamo crescere interiormente, sviluppando quella salda fiducia in noi stessi. Senza questo passaggio non cresceremo mai, rimarremo sempre bambini che si aspettano che gli altri e il mondo diano loro ciò che vogliono.

Proviamo ora ad andare un po’ più vicino, cercando di penetrare più a fondo a quella che è la deprivazione, parola che viene spesso sostituita e confusa con abbandono.

Solitamente non ci sono dubbi su cosa sia un’esperienza di abbandono. Qualcuno che ci ama ci lascia o muore oppure la persona che amiamo incontra qualcun altro e se ne va.

La deprivazione può essere meno evidente, essa può essere attivata dai modi sottili con cui la persona che vive con noi non soddisfa le nostre aspettative.

Possiamo sentirci deprivati quando questa persona fa o dice qualcosa che ci fa sentire separati da lei; oppure quando un’amica o amico manifestano mancanza di attenzione nei nostri confronti; o ancora quando sentiamo che l’altro è disonesto e manca di integrità o addirittura quando l’altro frequenta amici che non ci piacciono o ama vedere film che non ci piacciono.

La deprivazione e l’abbandono sono due facce di una stessa ferita, ma non si manifestano nella stessa maniera.

Se qualcuno ci lascia o se qualcuno che ci è vicino muore, è probabile che si venga gettati immediatamente nella ferita di abbandono.

Nella deprivazione è invece come ricevere continuamente piccole dosi di abbandono e c’è sempre qualcuno verso cui provare rabbia, frustrazione e delusione tanto che la nostra energia viene distolta dal provare dolore per quello che ci accade focalizzandosi sull’accusare l’altro per la sofferenza che sentiamo.

Veniamo catapultati nello stato bambino che sente che non dovrebbe essere trattato in quel modo, che è brutto e ingiusto che quella persona sia così.

Nascosta dietro alla nostra reazione di accusa, rabbia, rassegnazione e allontanamento che spesso compare quando non otteniamo quello che vogliamo c’è uno spazio di grande paura.

Quello che sentiamo quando veniamo abbandonati è la stessa paura di separazione dall’amore, la paura di non avere mai più quello di cui abbiamo bisogno, la paura di rimanere per sempre soli e senza amore.

La differenza con la deprivazione è che questo avviene in dosi più piccole ma più frequenti. Sono momenti in cui senza averne la piena consapevolezza riviviamo dolorose e intollerabili esperienze antiche. Quello che proviamo sono gli echi di quella profonda ferita che ci è stata inferta nell’infanzia quando ci siamo sentiti abbandonati.

Se guardiamo bene tutti, più o meno, abbiamo subito l’esperienza dell’abbandono, forse perché un genitore se ne è andato via di casa quando eravamo piccoli, o perché era spesso assente fisicamente o emozionalmente, o ancora perché non ci siamo sentiti visti, ascoltati, voluti o perché sentivamo la pressione di pretese e aspettative nei nostri confronti vissute come condizione per essere accettati.

Quella di cui io parlo è la ferita d’abbandono che ha le sue radici nella mancanza di empatia, cura, protezione, nutrimento, attenzione guida.

Nessuno ha avuto un’infanzia perfetta, ma anche se avessimo avuto un “perfetto” nutrimento fisico ed emozionale sentiremmo ugualmente dentro di noi un vuoto. Quel vuoto che è necessario affrontare per diventare adulti, quel vuoto che nasce dalla primaria esperienza di deprivazione e abbandono che abbiamo vissuto: lasciare il grembo materno.

Crescendo, teniamo per lo più sepolti il dolore e la paura di questo abbandono, finchè non ci permettiamo di avvicinarci a qualcuno, allora essi vengono in superficie, minando a volte la relazione che stiamo vivendo.

Molte relazioni naufragano per la mancanza di comprensione del fatto che, in qualsiasi legame, se vogliamo andare in profondità nell’intimità con l’altro, dovremo incontrare spesso la deprivazione.

Capita quindi che se ci troviamo a vivere la frustrazione della deprivazione o il dolore dell’abbandono o minimizziamo le nostre sensazioni reprimendole, oppure sentiamo rabbia e risentimento.

La strada utile, invece, è quella di diventare pienamente consapevoli e sentire i modi in cui, nell’infanzia, abbiamo vissuto l’essere deprivati e abbandonati.

Mentre regrediamo allo stato bambino cerchiamo disperatamente e ossessivamente di scappare dal panico che deriva nel sentirsi deprivato e abbandonato, c’è, invece, una parte del nostro essere che ne è attratta, una parte di noi che sa che imparare a sentire stando in quella paura è un fondamentale rito di passaggio sul cammino verso la riconquista di sé.

Certamente quanto più fummo deprivati nella nostra infanzia tanto più difficile sarà affrontare la deprivazione e l’abbandono, ma la nostra esperienza è che a nessuno vengono risparmiati quella paura e quel dolore. Attraversare queste esperienze vuol dire aprire la porta per connetterci direttamente con l’esistenza, per sviluppare quella fiducia che sorge quando sentiamo che è l’esistenza stessa che ci sostiene e che si prende cura di noi.

liberamente tratto da:

Krishnananda,Amana – “Fiducia e sfiducia” – Ed.Feltrinelli

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