L’Arte come gesto-emozione di un Io ferito

pittura tania

“L’onnipotenza del vortice” T.M –

“ Nella stessa misura in cui non accetta l’altro, l’uomo non riconosce il diritto all’esistenza dell’”altro” che è in lui, e viceversa …. Il confronto appare indubbiamente più complicato quando si dispone soltanto di prodotti figurativi che, per chi li intende, parlano un linguaggio di per sé eloquente, ma a chi non li intende sembrano un linguaggio da sordomuti. Di fronte a queste raffigurazioni l’Io deve prendere l’iniziativa e chiedersi: “Che effetto fa su di me questo segno?” …” C.G.Jung

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Molto spesso i lavori che si svolgono durante una sessione di ArtCounseling sono , oltre che parole che non si riescono ad esprimere con la voce, anche gesti trasformati in immagini.

Non sempre tali immagini derivano da atti di consapevolezza e di riflessione, esse sono piuttosto un involto per quei gesti che altrimenti andrebbero sparsi e persi.

Gesti che le immagini arginano e organizzano attraverso iscrizioni simboliche esterne, offrendo di riflesso un perimetro, un contenimento ed una capacità di pensiero ad un Io interno ferito.

Questi lavori diventano quindi narrazione di emozioni che trovano sulla carta la loro possibilità di esistere. Uno spazio produttivo dove possibili sbocchi, risposte non dette, soluzioni cercate acquistano la liberatoria concretezza di un istante creativo. Atti creativi capaci di fornire davvero un sollievo e un sostegno e più ancora un’ampiezza al di là delle angosce.

Infatti, nel superiore “gioco” costituito dal dipingere, la forma ricercata è tradotta in una immagine figurata o astratta che diventa un autentico simbolo. E questa trasmette, diventando concretamente specchio, i gesti, le sensazioni e le emozioni da assimilare sempre più dentro di sé, da introiettare come argine e contorno ben più pensabile e vivibile.

Jung ha scritto “vi sono […] persone […] le cui mani hanno la capacità di esprimere contenuti dell’inconscio” (Jung “La funzione trascendente”); vi è quindi un “sapere” del corpo che a partire dal gesto e dalla sensorialità rinviene la consapevolezza delle proprie memorie e delle eventuali ferite ed è in grado di travasarlo in più complesse e personali strutture di significato.

E’ proprio quanto potenzialmente accade nell’arte del dipingere, così come può accadere in vario grado ed in differenti modi grazie al tramite di qualunque altra attività estetico-creativa. In questi casi il simbolo conserva dentro di sé il gesto da cui nasce o che può ugualmente nascere, volendo, nella nota musicale, nel passo di una danza, nella recitazione di un attore.

Gesti tesi a diventare consapevoli dell’emozione in essi celata e che quindi a tale scopo inventano un gioco che offre inconsapevolmente all’io ferito, la risposta parziale ma ferma di un momento di incanto.

Il gesto insomma come punto di partenza, il seme che contiene le potenzialità e le linee direttive della futura possibile pianta.

Ecco quindi come in un percorso di ArtCounseling diventa primario il processo , la messa in atto che porta racchiusa in sé sia la ferita che la sua ri-tessitura, per arrivare alla consapevolezza, a quella fonte primaria di dolore e darsi quindi il permesso di poter andare oltre ….

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