Risentimento

RISENTIMENTO

Eccoci a Venerdì e ad un nuovo capitolo dell’Atlante delle Emozioni Umane di Tiffany Watt Smith, oggi ci inoltreremo, come vi ho annunciato la scorsa settimana nel “risentimento” quel persistente e fastidioso sentimento che si sostituisce alla rabbia quando questa non viene espressa in modo funzionale.

[…] una forma di rabbia che si ripete all’infinito. E’ l’odio che teniamo represso quando ci viene impedito di parlare apertamente del modo in cui siamo stati feriti, umiliati o frustrati, una ferita provocata dalla nostra dipendenza dagli altri. Con il passare del tempo la nostra rabbia diventa qualcosa di compatto, affonda nei recessi profondi della nostra anima e ne affiora soltanto un occasionale barlume, concentrato in piccole ripicche, scatti di stizza, provocazioni, punzecchiature.[…]

[…] Il risentimento è una delle emozioni più silenziose e peggiori che possiamo provare. […]

[…] L’idea che il risentimento sia un sentimento privo di voce è molto antica. Il suo progenitore medioevale il “rancore”, veniva considerato una forma di amarezza, una “brama di vendetta” inappagata. Portava con sé il deperimento legato all’inerzia, il formarsi di cancri velenosi e di cattivi odori (dalla medesima radice latina di rancore deriva l’aggettivo “rancido”). […]

[…] il rancoroso era pallido e magro, la sua rabbia trattenuta andava a creare “un’ulcera all’anima”, e sulla sua pelle apparivano pustole piene di veleni contagiosi. […]

[…] Al giorno d’oggi abbiamo ancora paura che il risentimento lasci tracce sui nostri corpi. La scuola di medicina psicosomatica, che venne alla ribalta negli Stati Uniti durante gli anni cinquanta, metteva il risentimento in relazione ai disturbi della digestione e alle ulcere gastriche. I medici che seguivano questa corrente sostenevano che l’unico modo per porre rimedio ai disastrosi effetti del risentimento fosse lo scatenare la furia repressa all’interno di un rapporto terapeutico “sicuro”; e le loro idee sono durate nel tempo, fino ad arrivare a noi. […]

[…] Quello che oggi rende tanto poco desiderabile il risentimento, però non è solo il timore che possa avere sintomi fisici. Ha cominciato a sembrarci una cosa amara, misera. […]

[…] Un atteggiamento coltivato da quelli che guardano o ascoltano dal buco della serratura, individui di solito non abbastanza coraggiosi da mostrare apertamente i propri sentimenti ma che provano una sorta di piacere perverso nel sentirsi scontenti e maltrattati, senza mai dire agli altri quale sia il problema (altrimenti rischierebbe di venire risolto) […]

[…] Questa visione del risentimento come qualcosa di meschino e angusto venne espressa con la massima chiarezza nell’opera del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche. Egli parlava di risentimento, “ressentiment”, per dare una spiegazione a tutto quanto vi fosse di futile e represso nella vita moderna. Sosteneva che le origini della civiltà europea andassero cercate in un’epoca d’oro, eroica, dove si onoravano la rabbia nobile e la vendetta eseguita rapidamente (lui la chiamava “la morale dei signori”). Ad un certo momento, durante l’impero romano, Nietzsche credeva che questa “morale dei signori” avesse incominciato a indebolirsi fino a scomparire, e che al suo posto avesse preso piede un diverso genere di atteggiamento, “la morale del gregge”. Gli schiavi dell’impero romano soffrivano per il trattamento sprezzante che riservavano loro i padroni, ma non avevano la possibilità di esprimere la propria indignazione per paura di venire puniti duramente. Di conseguenza, reprimevano l’impulso di vendicarsi, e al massimo si limitavano a tirarlo fuori in piccoli atti di stizza e dispetto.  […]

[…] Stando a Nietzsche, era questo insieme di rabbia repressa e negazione a caratterizzare il “ressentiment”, ed erano stati gli insegnamenti religiosi dell’ebraismo e del cristianesimo a propagarlo, con la loro visione di una paziente sopportazione della vita sula Terra per poi ricevere un risarcimento nell’aldilà. […]

[…] Se vogliamo prenderla come un’affermazione a carattere storico, non ce n’è alcuna prova. Ma in quanto descrizione di un’emozione che appare interessata unicamente a un risarcimento invece che a spingerci verso un’azione concreta, ha esercitato un forte ascendente su vari pensatori. […]

[…] Sul lungo periodo il risentimento può diventare qualcosa di contorto e malsano, ma reprimere la propria rabbia nel momento in cui la si prova può talvolta rappresentare la decisione migliore. […]

[…] Esistono culture con una lunga storia di oppressione in cui una rappresaglia aperta poteva avere conseguenze disastrose: quelle culture riconoscono e analizzano il risentimento covato a lungo e gli effetti che può avere quando è una parte precisa della vita emotiva delle persone (*)

[…] e quei lunghi, pazienti anni passati a soffrire e a fantasticare su una possibile vendetta, sperando in qualche forma di risarcimento e restando invariabilmente delusi, lasciano segni indelebili nel nostro paesaggio interiore.

(*) ad esempio, ci dice Tiffany, l’emozione chiamata “HAN”, parte profonda della psiche coreana; attribuita al fatto che il paese sia stato una colonia per molto tempo. La descrive come l’accettazione collettiva della sofferenza, unita ad un silenzioso desiderio che le cose cambino – e ad una risoluta determinazione ad aspettare quel momento; una sorta di tristezza e speranza unite insieme.

Oppure, continua sempre Tiffany; l’emozione chiamata LITOST, parola cecoslovacca di difficile traduzione, usata per descrivere quel “vortice di Vergogna, Risentimento e furia che ci solleva da terra quando ci accorgiamo che qualcun altro ci ha reso infelici. A differenza dell’odio prolungato che può provocare rancore, o dell’immobilità del dolore, la LITOST è un sentimento attivo.

Tiffany Watt Smith – “Atlante delle Emozioni Umane” – Ed.UTET

Mie Note “sul risentimento”

Il risentimento è una rabbia che lotta per venire allo scoperto. E’ una spina nel cuore che ci impedisce di andare avanti, facendoci rifiutare situazioni del presente, per colpa del ricordo del dolore di una determinata situazione, per cui saremo sempre incapaci di goderci il momento attuale. E’ un’ostilità costante verso tutto e tutti che blocca ogni slancio vitale nell’attesa di poter restituire quel dolore che non ci permette di vivere.

“Quando odiamo qualcuno, odiamo nella loro immagine qualcosa che è dentro i noi”. Hermann Hesse

Per sradicare il risentimento il primo passo è perdonare e prima di tutto perdonare noi stessi, poi verrà il dialogo. Bisogna analizzare con attenzione perché è accaduto tutto ciò e comprendere, sentendo, fino a che punto il problema è frutto di nostre proiezioni. Riflettere, quindi, per trovare una soluzione, anche se parziale, che migliori la situazione e prendere le decisioni necessarie con obiettività.

Stare troppo sui “perché” assumendo su di sé il ruolo di vittima è inutile per sciogliere il risentimento. La cosa migliore da fare è partire dal “salvabile”, o persino da zero, e da lì ricostruire ciò che si può, un po’ come se fosse “un punto e a capo”. Tutto ciò accade però solo se si vuole, solo se siamo noi a prendere in mano il cappio che ci lega per tagliare il nodo che ci tiene bloccati