Tristezza

TRISTEZZA 6

 

Era un genio della tristezza, si immergeva in essa, separava i suoi numerosi filamenti, apprezzava le sue sfumature sottili. Creava un prisma attraverso cui la tristezza poteva essere divisa in uno spettro infinito. Jonathan Safran Foer

Quarto appuntamento con “L’atlante delle emozioni umane” di Tiffany Watt Smith, oggi ci dedichiamo alla “Tristezza” e all’ interessante interpretazione che ne dà in chiave culturale

[…] Qualcuno vi prende per mano e vi dice: “E’ successa una cosa terribile”. Dopo lo shock arriva un’altra sensazione: vi sentite come sopraffatti, esausti. La vostra mende affonda. Braccia e gambe non vi reggono più. Non avete più bisogno di energia: è finito il momento in cui potevate essere arrabbiati, o provare a cambiare la situazione.

La tristezza ci può portare al silenzio – cos’altro ci resta da dire? – oppure possiamo cercare una forma di consolazione nelle parole e nelle lacrime. In qualsiasi modo compaia nelle nostre vite, la tristezza è una delle emozioni che si avvicinano di più alla rassegnazione e all’accettazione. Proviamo tristezza davanti a tutto ciò che è irreversibile: quando perdiamo qualcuno, o qualcosa, e non possiamo fare nulla per riaverli indietro. […]

[…] C’è una correlazione tra tristezza e pesantezza, qualcosa che si ritrova risalendo all’etimologia del termine italiano, dal latino “troistis2: un aggettivo che abbraccia una vasta gamma di significati negativi e pesanti, da “infelice” ad “austero”, da “funesto” a ”cupo”, fino a “torbido”. Questa correlazione è ben più evidente in inglese: “sadness” viene dall’inglese arcaico “saed” (sazio). La tristezza inglese si associa quindi direttamente alla sensazione di riempimento. […]

[…] da questo punto di vista, si credeva che la tristezza non fosse uno stato legato a una condizione di scarsa emotività o a una depressione, ma una forma di eccesso che si avvicina alla “noia”. […]

[…] La “tristezza” era un argomento di discussione molto popolare durante il Rinascimento, tanto quanto oggi lo è la “felicità”. I medici e i filosofi di quel periodo erano affascinati soprattutto dal possibile legame tra “tristezza” e il peso. I medici sostenevano che l’emozione fosse causata da un eccesso della sostanza densa conosciuta come bile nera, e che il corpo umano ne risultasse appesantito: per questo le persone addolorate erano anche goffe, i loro volti cadenti, la loro andatura lenta. Ma si credeva che la pesantezza fisica rendesse più consistente il carattere di un uomo – allora la tristezza era associata ad una maggior sobrietà nel comportamento, ad una maggior tenacia e risolutezza. […]

[…] Una certa familiarità con lo sconforto, inoltre, veniva vissuta come una sorta di allenamento emotivo, una lezione di resistenza.[…]

[…] Nel suo libro del 1539, The Castle of Health, un trattato di medicina che svolgeva anche la funzione di manuale di auto-aiuto, l’avvocato inglese Thomas Elyot invitava i lettori a prendere contatto con il dolore degli altri per meglio sopportare il proprio. Elyot offriva lunghe descrizioni delle varie cause della tristezza. Per lui familiarizzare con la tristezza era considerato un fattore protettivo rispetto alle più gravi manifestazioni di quell’emozione: la malattia nota come “melancolia o la disperazione che poteva portare al suicidio. […]

[…] l’idea per cui si dovrebbe imparare l’arte della tristezza, prendendo contatto con le sue sfumature e arrivando a sopportarla – ha una sua valenza anche oggi. In molti credono che stiamo dimenticando come si fa ad essere tristi; tra loro ci sono gli psichiatri Allan Horwitz e Jerome Wakefield, autori del saggio “La perdita della tristezza”. Nel loro libro discutono a lungo su quella che oggi viene ampiamente considerata come una epidemia di depressione. Rifiutano l’idea per cui alla base ci sarebbe lo stress della vita moderna. Sostengono, invece, che l’aumento stratosferico del numero di persone diagnosticate come depresse sia legato ad un grave eccesso nella diagnosi. […]

[…]Horwitz e Wakefieldnon dicono che la depressione non esiste: esiste eccome, e ha davvero un effetto debilitante, nelle sue forme che vanno dalla fiacchezza dell’apatia alla disperazione cieca e distruttiva. Ma secondo loro alcune persone vengono diagnosticate come “depresse” quando in realtà sono solo tristi, e questo eccesso di diagnosi è l’unica cosa che può spiegare il sorprendente aumento dei casi. […]

[…] Là dove aumenta sempre più la possibilità di autodiagnosticarsi una malattica (Cybercondria) e i nostri medici di base sono spesso a corto di tempo, il desiderio di arrivare ad una diagnosi di tipo clinico sembra crescere a dismisura. E dalla necessità di offrire risposte o soluzioni, deriva l’incapacità di accettare la tristezza come una delle conseguenze naturali dello stare al mondo. […]

[…] concepire la tristezza come un problema che va risolto a colpi di medicine può lasciarci assai poco in grado di gestire la nostra vita futura. […]

[…] Secondo la psicoterapeuta Susie Orbach, prescrivere troppi farmaci ha un effetto deleterio sulle persone, perché manda un messaggio secondo cui il “dolore non può essere sostenuto, attraversato e sopportato”, e perché ci priva della capacità di riconoscere la sofferenza come una parte della vita, qualcosa che può perfino arricchire. Orbach scrive “sono le nostre reazioni alle circostanze avverse che ci rendono umani, e la nostra capacità di sopravvivere a queste emozioni, di crescere con e attraverso di loro, fa parte di quello che chiamiamo maturità” […]

[…] Con la sua sensazione di sazietà e accettazione, la sua tranquillità e anche la sua apatia, la “tristezza” e non la depressione, è una parte importante della nostra vita. E’ il percorso durante il quale raduniamo le forze per adattarci a una nuova versione di noi stessi, dopo che abbiamo subito una perdita o una delusione. Ci protegge mentre riposiamo, e ci dà forza. Al contrario, come era ben noto ne Cinquecento, se vediamo la tristezza come una strana, ignota creatura, diventiamo meno resistenti – e resilienti – al suo effetto; e quindi molto più vulnerabili alle sue forme più gravi […]

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Tiffany Watt Smith – “L’atlante delle emozioni umane”  – Ed. UTET