La creatività e i bambini

CREATIVITA BAMBINA

Voglio oggi postare un articolo scritto un po’ di anni fa quando il mio lavoro era rivolto soprattutto ai bambini, cercando di  preservare quella creatività pura e ricca di immaginazione e fantasia attraverso laboratori di libera espressione creativa.

Penso che in questo momento leggere queste righe possa essere d’aiuto a tutti quei genitori che avendo bimbi piccoli “rinchiusi in casa” hanno non poche difficoltà a gestirli.

Ecco lasciare che esprimano attraverso il segno e il colore quello che provano potrebbe essere una delle soluzioni e non solo, potrebbe tenere aperta quella porta creativa senza limiti di tempo ……..

Buona lettura!

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“C’era un bambino che usciva ogni giorno,
e il primo oggetto che osservava, in quello si
trasfondeva,
e quell’oggetto diventava parte di lui per quel giorno o
per parte del giorno
o per molti anni o vasti cicli di anni

I primi lillà divennero parte del bambino
e l’erba e i convolvi bianchi e quelli rossi, e il bianco e
Il rosso trifoglio, e il canto del saltimpalo,
gli agnelli marzolini, la rosea figliata della scrofa, il
vitello e il puledro
la chiassosa nidiata dell’aia o del pantano vicino allo stagno
e i pesci così stranamente sospesi, e il bel liquido strano,
le piante acquatiche dalle graziosi cime piatte: tutto
questo divenne parte di lui.”

Walt Whitman, Foglie d’erba

 

I versi di Whitman colgono gran parte di ciò che sappiamo sui bambini e la creatività: per loro, la vita stessa è una avventura creativa. Le esplorazioni più elementari compiute dal bambino nel suo mondo sono di per se stesse degli esercizi creativi per risolvere dei problemi. Prima dei tre anni il bambino, nel rapporto con l’ambiente che lo circonda realizza in forma di gioco una grande quantità di esperimenti dai quali ricava dati e leggi del mondo di cui fa parte: intraprende un processo di invenzione di se stesso destinato a durare tutta la vita.

Di fronte ai fenomeni ed ai sentimenti l’atteggiamento del bambino è simile a quello dell’artista: anche lui prova meraviglia, incanto, talvolta dolore.

Quando scopre il segno, il bambino, comincia a raccontare con i primi scarabocchi ciò che conosce del suo mondo; questo linguaggio se viene rispettato nella sua libera evoluzione procede parallelamente con lo sviluppo intellettuale.

Prima ancora di poter dare graficamente una forma a determinati contenuti il bambino è infatti capace di esprimere attraverso il colore, sia la sua capacità discriminativi sia la sua emozionalità.

Giochi inizialmente inconsapevoli di linee e macchie traducono la vivacità dei suoi incontri con il foglio bianco e spesso lo stupiscono dando il via ad una ricerca intenzionale di nuove figure: colori che si sovrappongono l’uno sull’altro, dando vita a nuove tinte in un processo di trasformazione in cui ciò che conta è sempre la sorpresa del nuovo cambiamento e non il prodotto finito.

In generale, se hanno libero accesso ai materiali, i bambini tra i tre e i cinque anni scoprono di poter creare, con relativa facilità, forme e figure semplici. Quindi, si mettono alla prova, inventano creature-girini animate e intraprendono volentieri esplorazioni giocose. E’ quasi magico creare sulla pagina bianca, tirar fuori dal nulla creature e oggetti su cui è possibile esercitare un qualche controllo.

La possibilità di tingere e macchiare, lasciando una indelebile traccia di sé, consente al bambino di esprimersi senza doversi subito subordinare alle richieste dell’altro. In questa prospettiva il bambino che non può tingere e macchiare è un bambino costretto da necessità interiori o da restrizioni esterne ad inibire la propria vitalità.

Inoltre ogni attività “creativa” conferisce ai bambini il potere di fare e disfare, di conoscere l’oggetto e se stessi più intimamente. Il loro coinvolgimento nel “fare arte” è in gran parte diretto all’interiorità: disegnare, dipingere, manipolare sono enunciazioni espressive a proposito di ciò che si conosce, si prova e si vuole capire; è un dialogo con se stessi intrinsecamente affettivo. E’ una attività di problem solving molto spesso pervasa di emozioni intense , non meramente una indagine del mezzo espressivo e dell’abilità necessaria per padroneggiarlo.

Da ciò si evince come il termine creatività abbia assunto negli ultimi anni una importanza pressoché assoluta nell’ambito dei sistemi educativi per l’infanzia poiché è diventata opinione comune che, proprio attraverso l’immaginazione e la fantasia, il bambino possa accrescere la consapevolezza di sé e del mondo che lo circonda imparando a conoscere meglio se stesso e gli altri.

E’, infatti, nell’ambito delle attività creative che al bambino viene chiesto di impossessarsi del patrimonio culturale che gli viene offerto interpretandolo e rielaborandolo secondo la propria esperienza personale e le proprie inclinazioni, contribuendo, in questo modo, a reinventarlo.

Partendo da questo presupposto, è facile intuire come lo sviluppo delle doti creative non metta in gioco solo fantasia e immaginazione, ma una vasta gamma di facoltà (senso critico, intuizione, rielaborazione attiva dei dati forniti, capacità di esprimere un giudizio e di prendere le distanze dalla realtà) indispensabili per la crescita “sana” del bambino.

Se, quindi, esiste una educazione alla creatività che va impartita e coltivata giorno dopo giorno, è necessario e fondamentale che essa passi attraverso il gioco e la dimensione ludica, per non trasformarsi in uno dei tanti doveri/obblighi verso cui il bambino viene quotidianamente indirizzato e perdere, così, la sua valenza.

A volte la produzione dei bambini, non soddisfacendo i canoni dell’arte classica, ma rispecchiando i canoni dell’arte infantile, risulta indecifrabile se non addirittura insignificante agli occhi di un adulto troppo preso a capire invece che a condividere. Invece l’esperienza del “macchiare”, in senso concreto, richiede che qualcuno sia lì a vedere, ma solo a vedere senza interferire nel suo lavoro, una sorta di “servitore” (=> vedi la teoria di Arno Stern e il metodo del “Closlieau” – luogo protetto) che riconosce la presenza dell’autore senza conferire significato particolare alla sua opera.

Tutti i bambini del mondo nella loro libera ricerca grafica inventano soluzioni tecniche per ogni problema secondo la loro logica. Faccio un esempio: il bambino sa che la terra è giù e che il cielo è in alto, per cui disegna la striscia di terra giù e la striscia del cielo in alto. In mezzo c’è il vuoto finchè viene il momento in cui la sua ricerca porta il bambino a riempirlo, individuando l’orizzonte, disegnando ciò che è vicino come grande e ciò che è lontano come piccolo, ma non tiene conto delle proporzioni, dei chiaroscuri, della prospettiva; molto spesso i colori naturali sono sbagliati ma usati in funzione emozionale, c’è la scoperta della pittura dei sentimenti, non figurativa, in cui il foglio di carta diventa lo specchio delle sue emozioni.

Perché in quei momenti il colore per il bambino non è ancora legato consapevolmente ad un contenuto da esprimere ma ad una modalità di essere presenti nel mondo.
Dice Rudolf Arnheim “…… le immagini della realtà possono essere valide anche se sono assai discoste da ogni somiglianza realistica….” (Arte e Percezione Visiva ed Feltrinelli).

Molti grandi artisti hanno imparato dai bambini che sono stati: Picasso dopo una vita di ricerca, è tornato a dipingere come faceva da piccolo; Chagall disegnava i sogni e se dovessimo valutarlo criticamente secondo i canoni dell’arte classica non riusciremmo ad apprezzarlo e come lui Mirò, Kandinskji e tutta l’arte moderna che è una rottura degli schemi dell’arte classica.

La capacità di particolari abilità grafiche viene acquisita dai bambini attraverso la ripetizione, ciò significa esercitarsi passo per passo senza preoccupazione di ottenere dei risultati.
La ripetizione non serve solo a perfezionale le abilità, ma permette anche al bambino di sentire l’attività come qualcosa di suo, che gli appartiene, che è parte di lui. Alla lunga al fine della creatività questo può essere più importante della semplice padronanza della tecnica, perché mette il bambino in condizione di innamorarsi di quello che sta facendo.

L’esercizio riuscito sviluppa la fiducia ed aiuta a credere in se stessi, i bambini in cui questa convinzione vacilla sono timidi, hanno poca fiducia nelle proprie capacità di avere successo, sono spaventati dal nuovo e dal rischio.

Al contrario mettere in allerta tutti i suoi sensi, aguzzare la sua attenzione, renderlo partecipe e, soprattutto, artefice delle cose che lo circondano, stimolare giorno dopo giorno la sua naturale propensione all’immaginazione e alla fantasia, porta il bambino ad aver fiducia nel proprio potenziale creativo. Inoltre un bambino fantasioso, in grado di immaginare e progettare ciò che ancora non esiste, di vedere oltre l’apparenza sarà un adulto attento e attivo mentalmente, capace di uscire dagli schemi in qualsiasi momento pur di ricercare la verità più profonda delle cose.

D’altra parte va ricordato che la fiducia in se stessi è alimentata anche dalla sensazione, percepita dal bambino, che gli adulti rispettino la sua abilità. Le critiche costanti o la continua indifferenza verso i risultati conseguiti possono minare, anche nel bambino più capace, la fiducia in se stesso.

La creatività fiorisce quando le cose sono fatte per il piacere di farle. Se i bambini sono impegnati nell’apprendimento di una forma creativa, riuscire a conservare il loro entusiasmo ha la stessa importanza, anzi è forse ancora più importante, del chiarimento degli aspetti tecnici.

Ciò che conta è il piacere non la perfezione!

Nella vita, le pressioni psicologiche che inibiscono la creatività dei bambini non tardano a manifestarsi. La maggior parte dei bambini in età prescolare anche quelli di prima elementare amano andare a scuola, sono entusiasti all’idea di esplorare e imparare; ma quando arrivano alla terza o quarta elementare il loro entusiasmo scema e molti di loro non traggono più alcun piacere dalla loro creatività.
Si sono messi in moto i “killer della creatività” cioè quei meccanismi attuati dagli adulti nel processo educativo e sentiti dai bambini come freno per dar libero sfogo alle proprie emozioni:

  • Sorveglianza è significa incombere sui bambini facendo sentir loro che sono costantemente controllati mentre lavorano. Questa continua osservazione crea nel bambino una stati del suo flusso creativo, una impotenza ad arrischiare qualcosa di nuovo.
  • Valutazione è significa infondere una eccessiva preoccupazione del giudizio altrui. I bambini dovrebbero preoccuparsi principalmente di essere soddisfatti del risultato raggiunto e del piacere che provano durante il processo creativo senza concentrarsi sul modo in cui saranno valutati dagli adulti o dai propri compagni
  • Competizione è significa mettere i bambini in una situazione senza vie di uscita, o si vince o si perde, e solo una persona può arrivare al vertice. Ogni bambino, invece, dovrebbe essere lasciato progredire secondo il proprio ritmo, tenendo conto che ogni bambino è un essere unico.
  • Eccessivo controllo è consiste nel dire ai bambini esattamente come devono fare una determinata cosa, nel campo dell’arte come devono disegnare una determinata immagine e quali colori devono usare. Questo atteggiamento induce i bambini a credere che ogni originalità sia un errore e ogni esplorazione una perdita di tempo

Ed in ultimo ma forse come importanza nell’assopirsi della creatività il primo, il Tempo. Se la motivazione intrinseca è un fattore chiave della creatività di un bambino, l’elemento cruciale per coltivarla è il tempo e uno dei maggiori crimini educativi che i genitori e la scuola commettono contro la creatività dei bambini consiste proprio nel privarli di questo tempo.

Rispetto agli adulti, i bambini entrano più spontaneamente in quello stato creativo per eccellenza chiamato “flusso”, nel quale il totale assorbimento può generare il massimo del piacere e della creatività. Nel processo del dipingere è come se il foglio, il colore, i gesti del bambino e le immagini che ne risultano costituissero una totalità. Nel flusso il tempo non conta: c’è solo un presente atemporale. Esso è uno stato più confortevole per i bambini che per gli adulti, dal momento che questi ultimi sono più consapevoli dello scorrere del tempo.

Promuovere la capacità creativa equivale, quindi,  promuovere nel bambino la consapevolezza del suo modo di essere.”

Ogni costruzione della nostra mente è possibile solo a partire dalla nostra esperienza passata e quanto più questa è stata ricca di stimoli, tanto più feconda sarà la nostra capacità presente di immaginare. Il cerchio si chiude quando, sulla base di questi stimoli forniti dalla realtà, siamo capaci di creare qualcosa di nuovo, che si concretizza in una produzione, sia essa di carattere letterario o artistico, come pure di carattere tecnico o scientifico.

Da qui l’importanza di fornire al bambino, fin dalla più tenera età, stimoli di diversa natura, per arricchire di elementi la sua esperienza e offrirgli, in tal modo, maggiori possibilità di crescita.

Educare alla creatività significa, educare i bambini ad aver fiducia nelle proprie capacità personali, aiutandoli a rafforzare la fiducia in se stessi e a rifuggire da soluzioni povere e rigide. Significa, inoltre, educarli a “pensare con la propria testa”, per creare individui liberi e autonomi.

E’ così l’educazione alla creatività diventa anche e soprattutto educazione alla libertà.

 

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Per approfondire:

Claire Golomb   –  L’arte dei bambini – Ed. Raffaello Cortina

Aa Vv – Creativi a scuola. Oltre l’apprendimento inerte – Ed.FrancoAngeli

Singer D. Singer J. – Nel regno del possibile, Il gioco infantile, creatività e sviluppo dell’immaginazione. Ed. Giunti

G.Rodari – La grammatica della fantasia – Ed. Einaudi

A.Carotenuto – La strategia di Peter Pan – Ed. Bompiani

Lawrence  E.Shapiro – Il linguaggio segreto dei bambini – Ed.Fabbri

M.Di Renzo, I.E.Nastasi – Il movimento disegna – Ed. Magi

M.G.Cocconi, L.Salzillo, A.Zanolli – Il bambino creatore – Ed. FrancoAngeli

B.Munari – Fantasia – Ed. Laterza

Immaginazione e Pensiero Creativo come alleati nel ri-trovarsi

PENSIERO CREATIVO 1

“Nella vita ci sono sempre nuovi inizi in cui è possibile acquisire altre e più profonde conferme della propria esistenza” Verena Kast

Ogni individuo è unione di inconscio e conscio, luce e ombra, istinto e ragione; in ognuno di noi convivono tanti opposti e per giungere alla propria pienezza è necessario che ciascuno percorra i meandri della propria interiorità.

Durante questo viaggio, il viaggio dell’Eroe alla ricerca del suo Tesoro, potremmo salire sulle vette o scendere negli abissi l’importante è riuscire sempre a sentire e riflettere,vedere e ascoltare, creando e mantenendo i ponti che si vanno costituendo nel cammino. Saranno proprio questi ponti che ci consentiranno di raggiungere le cose più belle, spesso le più nascoste o quelle che non riusciamo o vogliamo vedere.

Durante questo cammino il più delle volte arduo e faticoso si raggiungono diverse tappe e quindi diverse consapevolezze; l’incontro con le emozioni nelle diverse età evolutive, siano esse di gioia o di sofferenza, ci schiude al mondo delle immagini e l’immaginazione ci consente di entrare in quello spazio che offre la possibilità al sé di dispiegarsi.

Aprire la porta al mondo dell’immaginazione vuol dire darsi la possibilità di esperire nuovi anfratti, nuove intuizioni, per ri-comporre nuovi paesaggi e darsi altro tempo offrendo una nuova luce e un nuovo respiro ai nostri vissuti.

Scrive Francesco Montecchi, neuropsichiatra e psicanalista junghiano infantile membro dell’International Association for “Sand Play Therapy”, “la psiche con l’aiuto delle immagini si orienta nel mondo e si adatta ad esso e così è in grado di vivere e di svilupparsi. Così l’immagine esterna non è solo proiezione dell’immagine corrispondente interna, ma entrambe sono parti tra loro corrispondenti di una unica immagine originaria e simbolica che si è scissa…”

Ed è proprio dalle esperienze più sofferte che possiamo alzare le vele verso nuovi lidi che, attraverso la sensibilità e l’accoglienza, portino nuova energia.

Jung utilizzava con i suoi pazienti l’immaginazione attiva, osservazione del flusso delle immagini interne, senza che venga imposto alcun tema.

Si comincia fissando l’attenzione su di un’immagine che giunge spontanea, e si continua osservando le trasformazioni che questa immagina subisce, come si arricchisce di dettagli, si sviluppa e si evolve.

In questo modo la persona non è immobile, racchiusa dentro la sua fantasia,  bensì avviene un dialogo interno dove conscio e inconscio concorrono insieme, non più nemici ma alleati e parte dello stesso contesto, ed affrontano INSIEME la vita.

Possiamo quindi affermare che l’immaginazione è già parte dell’azione operando all’interno di un “quasi reale” che ha in sé tutte le potenzialità per trasformarsi in attività.  Le immagini che creiamo ci permettono di vivere gli eventi prima di agirli nella realtà; il “come se” immaginativo ci conduce in una sorta di spazio transazionale in cui è possibile sperimentare il cambiamento.

Attraverso l’immagine diventiamo attivi e con l’azione prendiamo parte all’evento evocato e nel gioco recuperiamo la fiducia predisponendoci così al cambiamento. L’immaginazione ci permette di sondare creativamente le possibili soluzioni ad una situazione mettendole a confronto con il nostro bagaglio di conoscenze, la cui ampiezza contribuisce ad aumentare le possibilità di cogliere relazioni , e quindi, di immaginare soluzioni.

Alla luce di tutto ciò l’immaginazione diventa un modo per recuperare energia e forza per uscire dal tunnel dell’autosvalutazione scoprendo di riuscire a trovare in sé capacità sconosciute e recuperare potenzialità perse.

Ciò che si attiva ha un grandissimo valore: si entra in contatto con il nostro mondo interiore; in questa connessione tra l’Io e l’inconscio si crea quello che Hillman chiama “fare anima”, dove gli eventi si trasformano in immagini, dando luogo a quel processo di creazione e illuminazione che permette di potersi prendere cura dell’anima, “questo cavernoso deposito di passioni”, la parte di noi più intima e profonda centrale nel nostro ri-trovarsi.

Importante diviene, quindi, la continua ricerca di Sé e nel momento in cui ci si pone in ascolto delle proprie emozioni e delle proprie immagini interiori il “fare creativo” inteso come espressione grafico-pittorica del nostro mondo interiore diviene un ulteriore possibile via per esternare la propria anima e superare le difficoltà.

Attraverso l’arte, manifestazione visibile del nostro inconscio , è così possibile uscire dai ristagni e dai blocchi che impediscono il contatto con i nostri bisogni e liberare energia che consente di modificare la direzione dei disagi e creare nuove vie dove diventa più facile ri-trovarsi diventando autonomie liberi di vivere pienamente.

 

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Colori e affetti

KANDINSKY CERCHI CONCENTRICI

“Lasciami, oh lasciami immergere l’anima nei colori; lasciami ingoiare il tramonto e bere l’arcobaleno.”  Khalil Gibran

[…] Il colore, che in natura è richiamo, messaggio, incanto e seduzione, è “tinta dell’apparenza” fuggevole e inesprimibile, spesso inafferrabile. Eppure il colore è anche rivelatore degli strati più profondi degli affetti. […]

[…] Infatti, la mancanza di colore nel mondo emotivo di una persona è indizio sicuro di un “distanziamento” dall’oggetto, di una difesa dal coinvolgimento emotivo. […]

[…] Il colore è indubbiamente l’aspetto più misterioso e magico della natura, da sempre fonte di meraviglia, giacchè sembra esprimere, all’apparenza, uno scarto rispetto alla nuda necessità e ci appare come lusso e dispendio della natura stessa, che si compiace di un surplus di bellezza, pur rivelandosi, a una più attenta indagine, un messaggio “forte”, denso di significazioni: perciò gli antichi facevano largo uso di sostanze colorate e coloranti, non soltanto in funzione decorativa ed estetica, ma soprattutto secondo un intenzionalità magica tesa a evocare e attualizzare le forze cosmiche naturali. […]

[…] Il colore, quindi, è stato considerato una sorta di “forza sottile”, di anello di congiunzione tra cielo e terra, assumendo un valore magico-sacrala, non soltanto come evocazione, ma proprio anche come attualizzazione, materializzazione delle segrete corrispondenze tra il mondo umano e il cosmo, tra l’esperienza fisica-materica e quella spirituale, attraverso anche un processo attivo di appercezione,un traslare il sé nell’universo della materia e dello spirito, tanto da rivelarsi anche misteriosamente capace di influenzare il nostro “soma”. […]

Matisse diceva che i colori “sono delle forze” e il secondo principale effetto della loro contemplazione consisterebbe nell’azione psichica e nelle emozioni che possono suscitare in noi. […] Così i colori possono essere “acidi” o “dolci”, “succosi” o “aridi”, “morbidi” o “duri” secondo una specie di processo di eco, o di risonanza da una sensazione all’altra; come se il corpo fosse uno strumento musicale le cui “corde” fisiche si espandano a risuonare nella psiche.

I colori possono essere profumati, ma anche sonori, e musicisti (come Schonberg) e artisti (come Kandinskij) hanno tentato partiture cromatiche, “tingendo” di colori i suoni e “musicando” colori. […]

[…] Anche i sogni, che generalmente sono in bianco e nero, secondo un cromatismo arcaico, tuttavia quando si “colorano” indicano tutta una gamma di situazioni affettive, così che il colore diventi ancora una volta “segnale” di qualcosa che deve essere evidenziato, e insieme “simbolo” di qualcosa di più profondo che vuole essere svelato. In questo il colore si rivela anche simbolo, in quanto appunto “significa”, rimanda a qualcosa di nascosto: il “significato”, con una eccedenza di significazione che indica un plusvalore di senso e ne rivela la tonalità affettiva.[…]

[…] Il colore è davvero “metafora di affetti” e ancora di più, il colore tende al ritrovamento dell’oggetto primario, significando un’aspirazione verso la riappropriazione di un significato materno. […]

[…] Infatti, sebbene classicamente la psicoanalisi abbia attribuito alla funzione pittorica contenuti di tipo anale (dipingere come uno sporcare sublimato), ciò si può riferire non tanto al colore in sé, quanto appunto all’atto stesso del dipingere, come manipolazione della materia pittorica […] al colore possiamo dare invece spiccate valenze orali legate ad esperienze di intensa affettività, come un tendere al recupero dell’oggetto primario, in relazione appunto al rapporto con il seno materno, quando il “vedere” era “incorporato”, nutrirsi del volto e dei colori e della voce e del profumo di “lei”. […]

[…] E la musica ha un effetto “incantamento”, come rimanda al ritmo del cuore materno che il feto chiaramente percepiva, possiamo quindi riconoscere l’esperienza del colore come anch’essa fascinazione primaria. Fascinazione che è riflesso di quel perdersi di allora, sguardo nello sguardo.[…]

[…] Goethe riconduceva il colore all’incontro di due fondamentali: blu e giallo, una polarizzazione tra luce e ombra rivelatrice anche di una dialettica fondamentale tra sentimento e ragione . Il suo universo cromatico è ordinato secondo una logica binaria: il colore nasce dalla luce e dall’ombra. Una bipolarità, quella di luce/ombra, che in sé esprime e contiene ogni altra polarizzazione possibile: maschile/femminile; notte/giorno; caldo/freddo.

Ma già prima di Goethe ogni popolo aveva scandito l’esperienza del colore secondo la fondamentale contrapposizione luce-ombra […] inizialmente la terminologia più elementare distingue soltanto tra oscurità e chiarezza e tutti i colori sono classificati secondo questa semplice dicotomia; quando un linguaggio contiene un terzo nome di colore, si tratta sempre del rosso. […]

[…] Questo fa ritenere che agli inizi delle comunicazioni umane l’uomo avesse soltanto due termini per indicare i colori: il bianco e il nero, come luce e ombra, chiaro e scuro, prima di riuscire a distinguere il terzo: il rosso. Non è ce il primitivo avesse una visione “monocromatica”, ma la sua capacità linguistica era ridotta, e, poiché indubbiamente “la visione del colore è parte integrante della nostra esperienza totale e diventa per ciascuno di noi parte della nostra vita, parte di noi … il colore si fonde così con i ricordi, le aspettative, le associazioni e i desideri, per costruire infine un mondo ricco di risonanze e significati per ciascun individuo, possiamo ritenere che proprio l’emergere dei primi nomi dei colori rispecchiasse la loro stretta relazione con le emozioni.[…]

[…] Ora, possiamo immaginare quali potessero essere per il nostro lontano progenitore le esperienze emotive più intense, positive e negative, e certamente una delle esperienze psicologicamente più violente doveva essere il terrore al calar della notte. […] Una disperazione caotica forse lo assaliva, progenitrice archetipa di tutte le immagini angoscianti, e sebbene questo terrore di ogni notte si dissipasse a ogni alba, fu soltanto quando gli fu possibile “narrarsi”, attraverso i miti, che ogni volta che il sole veniva “mangiato” dalle tenebre sarebbe tuttavia risorto, dotato di nuova e indistruttibile vita, che questo suo terrore panico potè calmarsi. […] E possiamo allora supporre che fosse necessario anche nominare quelle prime esperienze fondamentali: luce/tenebra-bianco/nero. Erano nati i primi colori che informeranno di sé ogni altro colore possibile, cancellandoli tutti, il nero tenebra; rivelandoli tutti, il bianco luce.

Quanto al rosso, il terzo necessario, era altrettanto emozionalmente scatenante nelle sue manifestazioni: come fuoco, calorico e benefico ma anche distruttivo e divorante, apportatore di vita come di morte. […]

[…] Emozionato, egli poteva confrontarsi, attraverso i propri colori con il cosmo naturale, essendo il bianco-rosso-nero i colori del corpo e degli umori che esso trasuda e delle sostanze che espelle: latte, sangue, feci,urina, lacrime, pus mentre l’universo materiale gli doveva apparire “fratello” nel nero dei carboni, nel bianco polveroso delle crete o in quello perlaceo della rugiada e della pioggia; nei grumi sanguigni delle terre. […]

[…] E il dialogare di questi colori nell’alterno avvicendarsi in noi degli affetti, sempre che siamo capaci di ascoltare e “vedere”, ci svelerà le alchemiche metamorfosi della vita.

Tratto da:

A.Cresti, Colore e Affetti  in “La Psicologia del colore” di M.Di Rienzo e C.Widman Ed.Magi

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Il “colore” con tutte le sue sfumature sarà uno degli argomenti principe del Corso Triennale in Counseling Espressivo: “Arte e Movimento nella Relazione d’Aiuto” (possibilità ancora di iscriversi) e del Corso Specialistico : Arte e Corporeità nel Counseling.

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Perchè l’arte aiuta a ri-trovarsi

ARTE ASTRATTA 1

by Paul Blenkhorn (unsplash.com)

“ L’arte può essere definita – e utilizzata – come la mappa esteriorizzata del nostro se interiore.” Peter London

In un percorso di ArtCounseling la produzione artistica del cliente può aiutarlo a comprendere meglio le sue dinamiche interiori arrivando lì dove il linguaggio non ha ancora parole per esprimersi. Ed è proprio il processo che egli compie per arrivare a quel particolare manufatto la chiave che può aprire la serratura della sua consapevolezza.

Il processo artistico ha quindi, in questo caso, proprietà riparative, trasformative e di auto-esplorazione.

Vediamo ora nello specifico in che modo tutto questo si attua.

Pensiero visivo

Il pensiero visivo è la capacità di organizzare per mezzo di immagini i nostri sentimenti, pensieri e percezioni riguardo il mondo circostante. Usiamo  spesso nella vita quotidiana agganci visivi per riferirci a persone e cose. Tutti conosciamo la frase “un’immagine vale più di mille parole”, o modi di dire sui colori, tipo:”verde d’invidia”, “umor nero” o “visione rosa”.

Definiamo il mondo, per lo più,  mediante descrizioni visive, pensiamo per immagini, usandole spesso per rappresentare idee e sentimenti.

Jung, di cui è noto l’interesse per i simboli visivi nei sogni e nell’arte, sottolineava l’importanza che le immagini rivestono in un “percorso terapeutico”. Osservava che, lasciando che uno stato d’animo si incarni in una immagine onirica o artistica, lo si comprende più chiaramente e in profondità sperimentando le emozioni che vi sono contenute.

In anni recenti si è scoperto che le esperienze traumatiche spesso sono codificate nella mente sotto forma di immagini ed è del tutto naturale che questi ricordi riemergano come immagini visive. L’arte diventa quindi uno strumento unico per esprimere immagini traumatiche, riportandole alla coscienza in maniera meno minacciosa.

Esprimere quello che le parole non possono esprimere.

A tutti noi è capitato di sentire che certe esperienze ed emozioni sono difficili o impossibili da esprimere a parole. In un percorso di Artcounseling le persone sono incoraggiate a esprimere quello che non sanno dire a parole con il disegno, la pittura, il movimento o altre forme artistiche.

Non essendo un processo lineare vincolato dalle regole del linguaggio verbale (sintassi, grammatica, ortografia, logica), l’espressione artistica è in grado di esprimere simultaneamente molti aspetti complessi.

La terapeuta Harriet Wadeson, una delle pioniere nell’uso dell’arte in campo terapeutico’ parla a questo proposito della matrice spaziale dell’arte: la capacità dell’arte di comunicare relazioni usando linee, forme e colori. Per esempio, spiegare le relazioni fra i membri della propria famiglia può essere difficile, ma disegnando o dipingendo è facile illustrare simultaneamente i diversi tempi, luoghi e legami che li coinvolgono. Quello che richiederebbe una prolissa esposizione verbale può essere espresso più rapidamente da un singolo disegno.

Elementi ambigui, enigmatici o perfino contraddittori possono confluire nella stessa immagine perché l’arte, a differenza del linguaggio, non ha regole di struttura e di organizzazione.

Questa capacità dell’arte di abbracciare elementi paradossali è di grande aiuto per integrare e sintetizzare emozioni ed esperienze conflittuali.

Esperienza sensoriale.

L’arte è un’attività manuale: implica costruire, disporre, mescolare, toccare, modellare, incollare, disegnare, spillare, dipingere, forgiare e altre esperienze concrete.

Disegnare, dipingere e scolpire sono anche esperienze psicomotorie, hanno cioè carattere sensoriale in quanto chiamano in causa vista, tatto, cinestesia, udito e altre modalità sensoriali a seconda dei mezzi usati.

Da bambini, quando scarabocchiamo su un foglio, giochiamo con i materiali o facciamo giochi di fantasia, impariamo attraverso i sensi. Queste esperienze, secondo lo psicologo Eugene Gendlin padre del Focusing implicano un “significato sentito”, la consapevolezza corporea di situazioni, eventi o persone.

Oltre al pensiero, il “significato sentito” è un modo di dare senso alle cose, che ci aiuta a capire e valutare il mondo intorno a noi. Le qualità sensoriali del lavoro artistico ci danno modo di accedere alle nostre emozioni e percezioni più facilmente che attraverso le parole.

Liberazione emotiva

In termini psicologici si parla di “catarsi”. Il termine significa letteralmente “purificazione” indicando con questo l’espressione liberatoria di intense emozioni.

Fare un disegno, un dipinto, una scultura può essere catartico, in quanto offre sollievo da emozioni dolorose e disturbanti portandole fuori da sé.

Il processo in sé della produzione artistica può alleviare lo stress e l’ansia anche creando una risposta fisiologica di rilassamento o modificando lo stato d’animo. Sappiamo, per esempio, che l’attività creativa può di fatto aumentare il livello di serotonina nel cervello, combattendo così la depressione.

Inoltre il lavoro artistico è per alcuni una forma di meditazione che genera calma e pace interiore. Il carattere ripetitivo, rasserenante, che ha per alcune persone dipingere, disegnare o modellare la creta può indurre la risposta di rilassamento, con rallentamento del ritmo cardiaco e respiratorio e alleviare così lo stress.

Creare un prodotto tangibile

Nel lavoro artistico diviene di particolare importanza creare con le nostre mani qualcosa di unico e di speciale. Nel corso della storia umana l’arte è stata usata per abbellire e decorare seguendo questa inclinazione a fare qualcosa di unico che è un nostro autentico bisogno.

Alcuni sono in grado di produrre con la pittura o la scultura creazioni straordinarie, altri si limitano a vestirsi in maniera speciale per un’occasione importante o a cucinare piatti elaborati per un evento. Tutti questi modi di fare qualcosa di particolare si collocano sul piano visivo e rispondono tutti ad un aspetto fondamentale del comportamento umano.

Durante un percorso di ArtCounseling si creano prodotti tangibili. L’Artcounseling consente di realizzare qualcosa di duraturo che registra significati, esperienze ed emozioni.

Questa concretezza del prodotto è un vantaggio in quanto, oltre a mettere fuori di sé quello che crea difficoltà interiore,  permette di documentare idee e percezioni e riesaminarle in un secondo momento confrontandole con altre immagini.

Rivedere quello che si è prodotto nell’arco delle settimane consente di seguire lo sviluppo di temi, eventi, emozioni trovando la possibilità di cambiarne gli esiti.

Creare arte arricchisce la vita

La storia ci fa vedere come persone sottoposte a grandi stress abbiano trovato nell’arte il modo di esprimere e trasformare i conflitti interiori. L’opera creativa di Van Gogh e di atri artisti famosi testimonia questo bisogno.

Secondo Maslow, quando sono soddisfatti i bisogni elementari – cibo, alloggio e sicurezza – le persone manifestano un forte impulso all’auto-espressione. Ma anche quando sono privati delle più elementari necessità alcuni si sforzano ugualmente di esprimersi attraverso le arti.

L’arte non solo può aiutarci a rivelare paure, angosce e altre emozioni stressanti, ma tocca anche l’animo umano negli aspetti più spirituali. Se è vero che la famiglia, il lavoro e gli altri aspetti della vita possono appagarci, le esperienze creative dell’arte possono metterci in contatto con parti di noi inaccessibili alle altre attività.

Secondo Rollo May, grazia, armonia e bellezza ed equilibrio rientrano fra le qualità che caratterizzano le arti visive. L’arte può offrire trascendenza, permettendoci di contemplare e immaginare possibilità nuove attraverso l’espressione visiva e di vivere noi stessi in maniera rinnovata. Tale processo creativo offre occasioni di crescita e cambiamento, conducendo all’individuazione, cioè al raggiungimento del proprio completo potenziale.

Infine, l’arte è un’attività piacevole che rianima, riempie di energia e dà godimento. Le persone sono più vivaci e allegre mentre si dedicano a queste attività e più disposte a comunicare con gli altri una volta terminata l’opera.

Si ritiene che il lavoro artistico renda più flessibili, a realizzare se stessi e a sfruttare le proprie risorse e modalità creative nella soluzione dei problemi.

Se è vero che i due aspetti fondamentali dell’ArtCounseling sono il processo creativo e la comunicazione simbolica, ci sono anche altri aspetti che possono essere considerati fonte di ben-essere.

Al livello più semplice è un’attività che favorisce l’autostima, incoraggia a sperimentare e assumersi rischi, insegna nuove abilità e arricchisce la vita.

Chiunque può fare arte

Un pregiudizio diffuso è che per trarre giovamento da un percorso di Artcounseling sia necessario avere talento artistico. Alcuni temono che se non riescono a produrre lavori artisticamente accettabili il percorso non avrà successo.

L’Artcounseling invece non richiede nessuna preparazione specifica. Disegnare, dipingere e altre forme d’arte sono semplici metodi di espressione accessibili a tutti, indipendentemente dall’età o dalle capacità naturali.

In altre parole, chiunque ha la possibilità di essere creativo attraverso l’espressione artistica.

L’arte come modo di conoscere.

Disegnando, dipingendo, facendo un collage o scrivendo una poesia, cominciamo il processo di esplorazione delle nostre credenze profonde. Possiamo scoprire la ragione del dolore o trovare le fonti della gioia e del potenziale creativo. L’arte inevitabilmente racconta la nostra storia personale in tutte le sue dimensioni: emozioni, pensieri, esperienze, valori e convinzioni.

Nel processo per rendere tutto ciò visibile mediante l’arte, ci si offre un modo di conoscere noi stessi da una prospettiva nuova e l’opportunità di trasformare tale prospettiva.

 

 

liberamente tratto da:  C.A. Malchiodi – “Arteterapia. L’arte che cura”

Perchè diventare Counselor: alcune riflessioni

DIVENTARE COUNSELOR

Le persone sono altrettanto meravigliose quanto i tramonti se io li lascio essere ciò che sono. In realtà, la ragione per cui forse possiamo veramente apprezzare un tramonto è che non possiamo controllarlo. Quando osservo un tramonto come facevo l’altra sera non mi capita di dire: “Addolcire un po’ l’arancione sull’angolo destro, mettere un po’ più di rosso porpora alla base, ed usare tinte più rosa per il colore delle nuvole”. Non tento di controllare un tramonto. Ammiro con soggezione il suo dispiegarsi. C.Rogers

 

Viviamo in una società in continua evoluzione per un verso ed involuzione per l’altro, dove la capacità di relazionarsi dal vivo con le altre persone diventa sempre più liquida e fugace.

Il virtuale sostituisce il reale in situazioni spesso paradossali dove si perde di vista l’umano sostituendolo con uno schermo e una tastiera.

La comunicazione ha nuove regole che il più delle volte scavalcano i normali passaggi facendo nascere false intimità in cui l’altro non ha fattezze di “carne” ma solo pixel e lettere che compaiono su uno schermo.

E così si finisce per disimparare a stare con gli altri. La solitudine impera, tanti piccoli universi che “autisticamente” si rinchiudono in realtà fittizie, in viaggi immaginari dove il senso del nostro essere al mondo è difficile da trovare.

Siamo immersi in una complessità che avvolgendoci in una fitta nebbia nasconde i punti di riferimento rendendoci ciechi.

“Il male di vivere ho incontrato”, scriveva Eugenio Montale nel lontano 1925, quello stesso “male di vivere” che sta alla base del mal-essere imperante.

Una crisi esistenziale profonda quella in cui siamo sprofondati, dove non ci sono più certezze e le Istituzioni sono allo sbando, unita ad uno smarrimento progressivo della propria Umanità.

Crisi che porta con sè una perdita di fiducia non solo in ciò che ci circonda ma soprattutto in noi stessi, nelle nostre potenzialità e risorse, privi di motivazione galleggiamo in questo mare di indifferenza ormai arresi a “tirare a campare”.

Evitiamo di ascoltarci, anestetizziamo il nostro sentire che con ancestrale saggezza saprebbe mostrarci la strada.

Cerchiamo disperatamente soluzioni “fuori” per non guardarci dentro, passiamo da un professionista all’altro in cerca di “bacchette magiche”che ci tolgano dai vari impasse che la nostra labirintica vita ci pone dinanzi.

In questa carenza di relazioni umane, in un mondo peraltro assurdamente “globalizzato”, le professioni focalizzate verso l’altro, dal medico all’avvocato – dall’insegnante alla commessa etc., hanno indebolito la loro efficacia per il progressivo deterioramento di quelle capacità come l’Ascolto, il sostegno, l’aiuto nel prendere decisioni o nel gestire momenti difficili, ritenute da sempre skills fondamentali per il loro svolgimento.

L’uomo si è impoverito di “essenza” a beneficio di ciò che è visibile e immediatamente spendibile per apparire.

La confezione a discapito del contenuto!

L’Umanità si sta perdendo e il punto di non ritorno pare assai vicino ……

Cosa c’entra tutta questa premessa con il titolo del post  “Perchè diventare Counselor?”

Il Counselor è prima di tutto un “soggetto umano”  che ha accettato la propria umanità e che, se lo vorrà, potrà accompagnare altre persone a riscoprire la loro.

Accettare la propria umanità vuol dire tornare al cuore del cuore umano abbattendo tutte quelle barriere di protezione che ci siamo alzati attorno per paura di soffrire, di venir rifiutati, di non essere amati.

Accettare la propria umanità significa non negare le proprie ferite coprendole con effimeri “cerotti” o cadendo in quel persecutorio “dolorismo” che ci vede solo vittime di un mondo crudele.

Accettare la propria umanità è anche trovare di nuovo l’unità tra cuore e intelligenza, quella capacità di fare scelte consapevoli pensando che il “fallimento” può essere contemplabile e diventare una nuova opportunità e che i limiti ci appartengono.

Accettare la propria umanità è ancora accogliere la nostra “unicità” mettendoci al centro del nostro microcosmo, così come lo insegneremo al nostro cliente, ascoltando i nostri bisogni, a volte così umani, e così importanti per il nostro ben-essere.

Accettare la propria umanità, infine, è riacquistare il senso del tempo. Vivere l’istante presente per come è; immergendoci nel flusso della nostra storia trovandone il proprio senso.

La formazione in Counseling è un viaggio meraviglioso all’interno di Sè, nello stare, nel farsi Presenza accanto al nostro Essere, nel vedere germogliare quella “ghianda” che porta in sè tutto ciò che siamo per poi diventare, a nostra volta,  testimoni di chi si affiderà a noi; perchè non si può accompagnare qualcuno nei luoghi che noi stessi non abbiamo attraversato.

Diventare Counselor è essere portatori di UMANESIMO. Attraversare il nostro centro ed uscirne per sempre trasformati, pronti ad entrare nella vita reale, nel contatto vero con persone piene di sfumature essendo ora capaci di coglierle e rimandarle a chi si abbandonerà al nostro “prendersi cura”.

Diventare Counselor  è avere fiducia nelle potenzialità e risorse di cui ognuno di noi è provvisto e avendole ritrovate in noi stessi poter agevolare il nostro cliente a scoprire le sue, rispettando i suoi tempi e la sua diversità.

Diventare Counselor è ASCOLTARE con tutti i sensi, vibrare con l’altro rimanendo se stessi, “accogliendo e riconoscendo il fatto ineluttabile che chi è di fronte a noi esiste in tutta la sua complessità in quanto essere umano e persona.”

Diventare Counselor è anche accogliere il silenzio che a volte ci sovrasta, senza averne paura o volerlo riempire. Quel silenzio che annienta e non da speranza, imparando invece ad ascoltarlo, accordando il respiro, facendolo diventare quiete entro cui riposarsi e ricomporsi.

Diventare Counselor non è solo una possibile professione, è diventare prima di tutto noi stessi senza etichette, così da essere capace di accogliere ogni possibile differenza.

Diventare Counselor è imparare il “mestiere di vivere”, riaccendere la scintilla vitale riappropriandosi del sentire, sviluppare l’empatia per tornare a quella Umanità che identifica ognuno di noi, che ci rende unici e simili nello stesso tempo, vicini, uniti. Umani, insomma.

 

©g.costa (2020)

 

 

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Il posto della felicità

HAPPINESS

Di tanto in tanto è bene fare una pausa nella nostra ricerca della felicità ed essere semplicemente felici. Guillame Apollinaire

Dove sta la felicità?

Vive in pianura o abita in collina?

Ha una casa in riva al mare o in cima ad una montagna?

Esce da casa alle prime luci del mattino o attende gli ultimi raggi del sole per avventurarsi nel mondo?

Quali sono le strade che ama percorrere la felicità? Quelle rumorose del centro città o quelle solitarie della periferia?

E quali sono i sentieri che imbocca la felicità quando vuole starsene tranquillamente con se stessa?

Quelli silenziosi dei boschi o quelli misteriosi della fantasia?

La felicità non ha una sola casa, ma infinite. Ella abita ovunque. La terra intera è la sua casa.

La felicità non ha bisogno di particolari momenti dell’alba o del tramonto per intrufolarsi nel mondo. Ella è sempre in giro per il mondo ….

La felicità non ha strade, sentieri, itinerari preferiti. A lei vanno bene tutte le lingue della terra.

Perché tutto questo?

Perché la felicità non è nelle cose fuori di noi, ma dentro di noi …

Le cose fuori di noi possono accrescere la nostra felicità, la possono arricchire con nuove sfumature, renderla più intensa, ma non possono procurarcela come per incanto.

La felicità non vive nel mondo della materia, ma nel mondo dell’Essere.

La felicità abita dove abitiamo noi, vive con noi, respira con noi, va dove andiamo noi.

Non cerchiamola chissà dove …… entriamo in noi e mettiamoci a frugare tra le nostre emozioni, scrutiamo attentamente , cerchiamo la luce …..

E ricordiamo che per trovare la felicità occorre prima fare una cosa importantissima ….. trovare noi stessi …..

Il mio augurio per questo nuovo anno è proprio questo: ri-trovare la parte più profonda di noi , quella più pura e incontaminata , quella che ancora si stupisce e vede il bello anche e soprattutto nelle piccole e comuni cose di tutti i giorni per poter finalmente vivere quella felicità piena e appagante che spesso si va cercando per tutta la vita …..

Buon Anno ……. cuoricino

 

La paura del rifiuto e i suoi slittamenti

paura del rifiuto 2

“Il rifiuto ci turba, l’approvazione ci confonde.”  Nicolás Gómez Dávila

Riflessioni sparse dopo una sessione di Counseling ……

Il bisogno di legami, di appartenenza e di accettazione, è probabilmente uno tra i più importanti per l’essere umano. Forse è un retaggio del nostro passato genetico di primati privi di difese, quando solo unendoci potevamo far fronte ai predatori: essere rifiutati, in questo caso, significava essere condannati.

Di qui l’importanza del legame per la nostra autostima; la necessità di saperlo suscitare e assaporare. E anche la diffidenza che occorre nutrire quando questo bisogno di legame e la relativa capacità di individuare un rifiuto non funzionano più regolarmente,facendo di noi persone ipersensibili a qualsiasi forma di allontanamento.

Quando si lavora sulla propria autostima è essenziale riflettere a fondo sul problema del rifiuto, delle conseguenze che ha su di noi e del modo in cui noi stessi contribuiamo a tali conseguenze attraverso l’eccesso di sensibilità. Quindi è importare prestare attenzione non più soltanto al rifiuto, ma anche al nostro sistema di rilevazione del rifiuto che, se non funziona bene, può farci soffrire molto e metterci in situazioni destinate al fallimento. Infatti sentirsi rifiutati non significa sempre che lo si è veramente. Se in passato siamo stati spesso vittime di autentiche esperienze di rifiuto, a quel punto ereditiamo un sistema di rilevamento del rifiuto che è diventato ipersensibile, anche se l’ambiente che ci circonda al momento ora è più accogliente.

Si tratta di una sorta di allarme guasto. Questo sistema di allarme ci è stato tramandato dall’evoluzione: poiché eravamo animali sociali e potevamo vivere solo al’interno di gruppi solidali, la nostra sopravvivenza dipendeva dalla nostra capacità di mantenere il nostro posto nel gruppo. Ritrovarsi soli equivaleva ad una condanna a morte. Ma quel che si giustifica in una situazione di pericolo oggettivo può sfuggire alla nostra volontà nelle situazioni in cui sappiamo che, in teoria, non esiste un pericolo così grande.

Il timore del giudizio negativo da parte degli altri è di fatto legato alle sue possibili conseguenze negative: essere giudicati, se il giudizio è negativo, equivale a rischiare di essere rifiutati.

Visto che , di solito, se non ci stimiamo, ci giudichiamo negativamente, allora ci immaginiamo che il giudizio altrui sarà impietoso e severo quanto lo è il nostro. A quel punto ci allontaniamo da quello che riteniamo sia un pericolo e, in questo modo, inconsciamente confermiamo la possibilità di tale pericolo. Tale ipersensibilità al giudizio altro non è che la parte emersa della paura del rifiuto.

Tutto allora diventa difficile, perché l’autostima fa fatica a stabilire una differenza tra l’essere realmente rifiutati e pensare di esserlo. Nel dubbio , è più propensa a dar credito all’intuizione: “Se mi senti rifiutato o non amato, è perché lo sono.”

Questo genere di distorsione del ragionamento si riscontra nelle persone in preda ad una forte attivazione emozionale: dal momento che ci sentiamo in difficoltà, siamo convinti di essere in difficoltà. E che tutti ci vedano  che siamo in difficoltà. Non consideriamo più le nostre emozioni come un avvertimento della possibilità di un problema, ma come una certezza della sua realtà e della sua gravità.

La forza di tale convinzione comporta una modificazione del nostro comportamento che andrà nella direzione di quel che temiamo. Occorre pertanto fare molta attenzione a questa tendenza a leggere il pensiero ed auto intossicarsi con le erronee convinzioni del ragionamento emozionale. Uno sguardo, un sorriso, un silenzio, una parola sussurrata all’orecchio di qualcuno mentre stiamo parlando, rischiano di essere interpretati in modo erroneo sotto l’effetto della nostra difficoltà.

Occorre quindi stare attenti alla proiezione dei propri processi mentali: dal momento che dubitiamo di noi e del fatto di essere accettati socialmente, ci sorvegliamo; e pensiamo che gli altri facciano altrettanto; allora abbiamo la sensazione sgradevole, e spesso sbagliata, di essere al centro della loro attenzione.

Ecco quindi alcune strategie per affrontare la paura del rifiuto:

  • Conoscere a fondo le situazioni che danno l’avvio alla nostra ansia si valutazione. In genere esse sono tutte occasioni in cui ci troviamo in una situazione di osservazione, di competizione, di prestazione . Sapere che in momenti del genere tenderemo a sopravvalutare i giudizi rivolti a noi rappresenta una prima tappa. Quando ci troviamo in queste situazioni, tenderemo a sorvegliarci, a bistrattarci, a interessartci di più delle nostre manchevolezze anziché godere dei talenti degli altri, o ridere del loro desiderio di esibirli.
  • Ricordare che anche gli altri pensano soprattutto a se stessi. E sì, non siamo l’ombelico del mondo, come a volte le nostre difficoltà tendono a farci credere. “E se gli altri non ti stessero osservando e giudicando? Gli altri pensano a se stessi, come te …..”
  • Accettare la possibilità di essere giudicati. Piuttosto che voler evitare ad ogni costo questo giudizio, accettiamolo, poi consideriamo con calma come modificarlo, sempre nella visione di un sé globale e non focalizzato sui propri limiti e difetti. Accettare anche l’idea che effettivamente ci sono persone che ci giudicheranno dall’aspetto, la conversazione, le buone maniere o altri stupidi marcatori sociali. E’ vero, esistono. Ma è altrettanto vero che queste persone non sono la maggioranza. Perché quindi dedicare la maggior parte della nostra energia a proteggerci da persone che potrebbero essere critiche, con il risultato di impedirci di godere degli scambi con persone più accoglienti e interessanti?
  • Adottare comportamenti sociali che privilegiano l’azione, vale a dire andare verso la gente. E’ fondamentale non stare ad aspettare che ci vengano rivolti segnali di apertura, non aspettare che siano sempre gli altri a fare il primo passo. So che spesso ci si comporta in questo modo perché ci si dice, come in una specie di test: “Se le persone si avvicinano per parlarmi, vuol dire che ne hanno veramente voglia. Se invece sono io ad avvicinarmi, in qualche modo le costringo”. Così, è più forte la paura del rifiuto, più si sopravvaluta la visibilità dei segnali di apertura e più si aspetta che siano gli altri a percepirli e decodificarli, nella speranza che capiscano il nostro imbarazzo e facciano il primo passo … Ma questi segnali di apertura, che noi pensiamo chiari e manifesti, spesso sono invisibili all’altro. E siccome pensiamo di aver mostrato abbastanza, restiamo lì, speriamo e aspettiamo…..

Un suggerimento per concludere cerchiamo di essere più chiari!!! Bisogna scegliere tra due rischi: quello di un eventuale ed episodico rifiuto, o quello dei rimpianti e vi assicuro che il peso dei rimpianti a volte è molto più difficile da reggere a lungo termine che non quello di un rifiuto …..

Se anche tu ti senti in questa situazione ed hai voglia di fare un po’ di chiarezza, compila questo form, ti contatterò nel più breve tempo possibile per una chiacchierata GRATUITA informativa.

 

L’Artcounseling dal “come se” al “come é”

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Lavoro fatto durante un laboratorio di “pittura dell’Anima”

“ … uscire dallo spazio interno a quello esterno, affermare, estendere in esso la propria forma, è il primo atto di comunicazione involontario che diventa consapevole nella verifica della propria impronta: segno di sé che, nel compiacimento della traccia, si trasforma in segnale comunicativo della propria presenza …” Stefania Guerra Lisi

Riprendendo i vari post sulla creatività e i suoi benefici nel percorso evolutivo di ogni persona, ribadisco che nel momento creativo, in cui interiorità ed ambiente trovano un rinnovato singolare incontro, siamo immersi in uno stato psicofisico ove il pensiero, l’emozione, la corporeità, l’azione fluiscono in modo congruo, infondendo un profondo stato di ben-essere.

Almeno inizialmente è infatti più importante l’atto del produrre un’impronta creativa, che il suo impatto con un esterno (ArtCounselor) che solo poi potrà accompagnare l’utente nella decodifica del suo modo di incontrare e vivere la realtà.

Un percorso di ArtCounseling è rivolto verso la salutogenesi focalizzandosi sugli aspetti personali positivi di chi ci sta di fronte e sull’individuazione delle risorse disponibili, perseguendo il paradosso (e il risanamento da un mal-essere) come un “diventare ciò che si è”, attraversando i propri territori interni sperimentandoli, agendoli metaforicamente, piuttosto che cercando di liberarsene.

Qui emerge il valore che l’azione e l’esperienza diretta rivestono nel percorso di ArtCounseling, in cui la “scoperta” la formulazione e/o la risoluzione di un problema e quindi il cambiamento, derivano dal FARE (in questo caso artistico-espressivo) e da un processo di apprendimento esperienziale.

Il sistema-ambiente di vita in cui siamo inserito ci pone costantemente di fronte alla sfida del tempo e alla transitorietà dei confini, delle convenzioni e convinzioni ideologiche, sociali, culturali e affettive.

Cercare di promuovere il ben-essere e la qualità della vita individuale e collettiva intervenendo direttamente sui fattori coinvolti nella salutogenesi o su quelli legati alla genesi del malessere, in un sistema così fortemente connotato dalla complessità oltre che dalla fugacità delle certezze, o dalla tempestività dei cambiamenti, risulta un’impresa oltremodo faticosa.

La strada più fruttuosa sembra allora quella del potenziamento delle risorse e delle abilità nella soluzione di problemi complessi. In questo la riattivazione dell’espressione globale di sé attraverso il processo creativo può diventare la chiave di volta che consente al potere intrinseco individuale di manifestarsi appieno nella sua efficacia.

La comprensione del mondo e dell’altro passa necessariamente attraverso la conoscenza, la consapevolezza di sé e l’autosvelamento. La costruzione del Sé nel continuo oscillare, fluire, distruggere, trasformare dati esterni e contenuti interni, ritrova ripetutamente il segno della sua presenza, della definizione del suo confine, il compiacimento del suo esserci nella ES-PRESSIONE, nella traccia manifesta, il Sé si rende progressivamente visibile, nello spazio e nel tempo, a se stesso e agli altri.

E’ un diritto naturale quello di produrre, esprimere-imprimere nell’ambiente, il segno esclusivo dell’affermazione “IO SONO!” “IO SONO IN QUESTO MIO MODO!”, è un diritto naturale che però va riconquistato.

La vitale permeabilità dentro-fuori, la costante pulsazione aperto-chiuso, costituiscono il motore dell’esistenza, garantiscono il senso di pienezza e soddisfacimento quando ci si abbandona al movimento naturale impresso dal loro ritmo.

Altrettanto il semplice fluire può essere interrotto, il delicato confine può essere oltraggiato, deformato da ispessimenti difensivi, frammentato da buchi, da angoscia, da vuoti, vanificato dalla confusione tra un dentro che non si distingue più da un fuori, da una dolorosa assenza di collocazione spazio-temporale, o ancora fiaccato dall’estenuante combattimento con una “piccola grande ombra”.

Il processo artistico-espressivo attinge alla fantasia, alla ricchezza dell’analogia che consente di vivere “come se”, dando la possibilità di sperimentare personalmente qualcosa di nuovo, o da un nuovo punto di vista guardare una situazione conosciuta immersi in una dimensione spazio-temporale in cui il “severo guardiano del sé” per un momento chiude gli occhi, sta al gioco e ci consente poi di stupirci di essere stati proprio noi ad aver vissuto l’esperienza.

Questo ci offre l’opportunità di assumere un rischio, senza però dover rischiare troppo, con il vantaggio di poter poi trasferire il risultato dell’esperienza alla vita “come è”.

L’ArtCouseling come spazio del possibile

RED GALLERY GIOVANNA LENTINI

Giovanna Lentini – Red Gallery –

” … tutte le arti che pratichiamo sono un apprendistato di un’arte più grande: la nostra vita …”M.C.Richards

Sono almeno tre le caratteristiche che ci rivelano come il processo e lo sforzo creativo nella produzione artistica possano avere una funzione di “therapeia”, intesa come “cura di sè”:

  •  La creazione di uno spazio di comunicazione flessibile con il proprio ambiente
  • La capacità di saper distinguere tra mondo interno e mondo esterno, cioè tra fantasie, desideri, bisogni e realtà
  • La capacità di regolare e trasformare le proprie emozioni.

Tutti e tre questi fattori sono strettamente interconnessi e riproducono le trasformazioni che caratterizzano la crescita cognitiva ed emotiva di ogni persona, lo sviluppo, quindi dei processi di pensiero, la possibilità di vedere gli oggetti del mondo reale e di elaborarne una rappresentazione mentale.

Nel Counseling Espressivo la presenza di “oggetti” e il ruolo che questi assumono nel processo appaiono di notevole importanza per comprendere la tecnica in quanto tale, lo spazio di comunicazione che si viene a creare tra artcounselor e cliente e i processi di regolazione emozionale.

Quando si parla di “oggetti” ci si può riferire tanto a “oggetti pulsionali” ossia al legame che si crea con l’agevolatore, per cui quest’ultimo diventa la “base sicura” mancata e mancante, tanto a quegli oggetti concreti, come un disegno, suoni, gesti, movimenti, prodotti artistici. Questi ultimi oggetti sono più vicini a quello che la nostra attività percettiva individua come appartenenti al mondo esterno e dotati di specifiche forme e caratteristiche strutturali che diventano però, nell’ambito della creazione artistica, simbolo di un “interno” che è impossibile fare emergere in altro modo, un alter-ego della persona ed in quanto tale a tutti gli effetti ulteriore “soggetto” nel setting.

Simbolo, nel significato etimologico di “mettere insieme” il fantasmatico, che corrisponde alla creazione di un secondo universo esistente solo nella mente di chi lo attua; il cognitivo, per cui l’emergere del simbolo equivale al legare mentalmente determinati eventi del mondo esterno e a fornire così una prima chiave per una comprensione olistica del mondo esterno e l’affettività, che permette all’emergere del simbolo l’elaborazione del dolore della separazione e il controllo delle emozioni.

Nello sviluppo della trasformazione simbolica dei contenuti del mondo esterno secondo la triplice valenza fantasmatica, cognitiva e affettiva si possono individuare i confini dello spazio della creatività individuale. Spazio che diventa “area transizionale” , ciò che è a metà strada tra soggetto e oggetto. Nella misura in cui creano e sostengono il legame affettivo, gli “oggetti transizionali” svolgono un ruolo positivo e offrono una dimensione creativa che permette di superare l’angoscia di separazione e di ritrovare ad un altro livello l’oggetto amato assente.

Lo spazio di creatività suggerito da Winnicott è pertanto uno spazio che si fonda su un uso attivo dell’illusione che spinge l’individuo a vivere, a modulare e regolare le proprie emozioni utilizzando anche strumenti od oggetti che possono appartenere all’esperienza artistica.

Il setting di ArtCounseling diventa, quindi,  uno spazio del possibile in cui nulla è sicuro se non la possibilità stessa di far sì che molteplici eventi trovino un adeguato contenitore.

Il processo creativo si esplica in un vivere pieno di significati, in un adattamento alla realtà attivo. Non è l’espressione artistica che trasforma la realtà o che cambia il mondo, ma può trasformare il linguaggio umano e l’uomo in quanto tale. E’ chiaro, in tal senso, che è l’individuo in quanto “trasformato” dall’”arte” che può poi tentare di trasformare la realtà con la sua vita e con la sua capacità di vivere in maniera attiva a adeguata le proprie emozioni. Il processo creativo non significa semplicemente originalità e libertà, ma porta con sè uno sforzo a trovare nuove oggetti allargando l’ambito dell’esperienza umana.

Attraverso la regolazione delle emozioni è possibile così arrivare a nuove forme espressive che conducono alla realizzazione di opere che stimolano la ricerca di significati che prima era impossibile cogliere.

L’Arte come gesto-emozione di un Io ferito

ARTETERAPIA

“Nella stessa misura in cui non accetta l’altro, l’uomo non riconosce il diritto all’esistenza dell’”altro” che è in lui, e viceversa …. Il confronto appare indubbiamente più complicato quando si dispone soltanto di prodotti figurativi che, per chi li intende, parlano un linguaggio di per sé eloquente, ma a chi non li intende sembrano un linguaggio da sordomuti. Di fronte a queste raffigurazioni l’Io deve prendere l’iniziativa e chiedersi: “Che effetto fa su di me questo segno?” …” C.G.Jung

Molto spesso i lavori che si svolgono durante una sessione di ArtCounseling sono, oltre che parole che non si riescono ad esprimere con la voce, anche gesti trasformati in immagini.

Non sempre tali immagini derivano da atti di consapevolezza e di riflessione, esse sono piuttosto un involto per quei gesti che altrimenti andrebbero sparsi e persi.

Gesti che le immagini arginano e organizzano attraverso iscrizioni simboliche esterne, offrendo di riflesso un perimetro, un contenimento ed una capacità di pensiero ad un Io interno ferito.

Questi lavori diventano quindi narrazione di emozioni che trovano sulla carta la loro possibilità di esistere. Uno spazio produttivo dove possibili sbocchi, risposte non dette, soluzioni cercate acquistano la liberatoria concretezza di un istante creativo. Atti creativi capaci di fornire davvero un sollievo e un sostegno e più ancora un’ampiezza al di là delle angosce.

Infatti, nel superiore “gioco” costituito dal dipingere, la forma ricercata è tradotta in una immagine figurata o astratta che diventa un autentico simbolo. E questa trasmette, diventando concretamente specchio, i gesti, le sensazioni e le emozioni da assimilare sempre più dentro di sé, da introiettare come argine e contorno ben più pensabile e vivibile.

Jung ha scritto “vi sono […] persone […] le cui mani hanno la capacità di esprimere contenuti dell’inconscio” (Jung “La funzione trascendente”); vi è quindi un “sapere” del corpo che a partire dal gesto e dalla sensorialità rinviene la consapevolezza delle proprie memorie e delle eventuali ferite ed è in grado di travasarlo in più complesse e personali strutture di significato.

E’ proprio quanto potenzialmente accade nell’arte del dipingere, così come può accadere in vario grado ed in differenti modi grazie al tramite di qualunque altra attività espressivo-creativa. In questi casi il simbolo conserva dentro di sé il gesto da cui nasce o che può ugualmente nascere, volendo, nella nota musicale, nel passo di una danza, nella recitazione di un attore.

Gesti tesi a diventare consapevoli dell’emozione in essi celata e che quindi a tale scopo inventano un gioco che offre inconsapevolmente all’io ferito, la risposta parziale ma ferma di un momento di incanto.

Il gesto insomma come punto di partenza, il seme che contiene le potenzialità e le linee direttive della futura possibile pianta.

Ecco quindi come in un percorso di ArtCounseling diventa primario il processo , la messa in atto che porta racchiusa in sé sia la ferita che la sua ri-tessitura, per arrivare alla consapevolezza, a quella fonte primaria di dolore e darsi quindi il permesso di poter andare oltre ….

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