Dall’”odio” all’amore per se stessi ….

amore per sè 3

“Non c’è arma più potente di questa per la realizzazione della verità: accettare se stessi….” Swami Prajnanpad

Ho dedicato tanti post all’amore per se stessi, al ripartire da noi per poi andare verso l’altro, liberandoci di tutte quelle proiezioni che diventano schermi dietro i quali nasconderci . Volersi bene nonostante tutto. Come fare praticamente ???? … Provate a seguirmi passo per passo …

In fin dei conti non possiamo sperare di scioglierci dalla stretta del risentimento a meno di non abbandonare il risentimento più distruttivo di tutti, quello che abbiamo verso noi stesse. Il risentimento è sempre un’arma a doppio taglio: ogni rancore provato verso il “cattivo altro” perché non mi ha trattato nella giusta maniera o amato nel modo giusto è accompagnato da un risentimento nei confronti di me stessa per non essere stata all’altezza o meritevole di quell’amore. Il “cattivo altro” e il “cattivo sé” sono due facce della stessa medaglia.

Certamente non ci sarebbe odio per gli altri senza odio per se stessi. Se davvero ci sentissimo bene con noi stesse, non ci interesserebbe perdere preziosa energia vitale provando rancore o attaccando qualcuno. L’urgenza di biasimare gli altri sorge solo dall’aver un sentimento negativo verso noi stesse, il che in origine si è sviluppato dal non sentirsi veramente tenute nella giusta considerazione dalle altre persone.

L’odio verso noi stesse può sembrare ad alcuni una parola troppo forte. “Ho una piccola mancanza di fiducia in me stessa, ma non mi odio”, potreste dire. Tuttavia, se in qualche modo ci mettiamo in dubbio, ci giudichiamo o ci critichiamo, questo sta ad indicare un disgusto o un’avversione verso noi stesse per come siamo.

Sfortunatamente la difficoltà che abbiamo ad amarci e ad accettarci influisce su di noi ancora più profondamente della mancanza di amore di chiunque altro.

Detto ciò non è difficile vedere da dove prende origine il sentimento del “cattivo sé”: dal non corrispondere alle aspettative delle altre persone. Forse eravamo bambine timide e tranquille ma i nostri genitori ci volevano più estroverse. Forse i nostri insegnanti si aspettavano un’eccellenza verbale mentre a noi piaceva di più l’arte, la musica o la danza. O forse la nostra esuberanza fisica spaventava i ragazzi che cercavano qualcuno che non li minacciasse.

Tuttavia il “cattivo sé” è solo un pensiero della nostra mente, niente di più e si sviluppa con il prendersela personalmente quando gli altri non ci considerano o non ci apprezzano.

“Che cosa c’è che non va in me per cui nessuno vede o considera chi sono davvero?” L’origine di questo copione che mi vede sicuramente mancante di qualcosa ha origine nel “lì e allora”: “perché i miei genitori sono così arrabbiati o poco attenti nei miei confronti? Il motivo deve essere che c’è in me qualcosa che non va”. Questo è l’unico modo in cui un bambino può capire il disinteresse di un adulto. Di conseguenza finiamo per disprezzare chi siamo: “se soltanto fossi diversa potrei essere amata e tutto andrebbe a posto”.

In questo modo la vergogna, cioè il sentimento che il nostro io non va bene, si installa nel corpo e nella mente. La vergogna è senza dubbio il sentimento più doloroso, perché nega la verità vitale , che  la nostra natura è intrinsecamente unica e “bella”  così come è.

Facendoci dubitare della nostra “bontà” fondamentale la vergogna è paralizzante, ci fa congelare e chiudere e dal momento che il sentimento del “cattivo sé” è così doloroso, facciamo del nostro meglio per allontanarlo. Così esso cade nell’inconscio, condizionandoci in forme automatiche su cui abbiamo scarso controllo.

Uno dei modi in cui il “cattivo sé” torna indietro a tormentarci è in quella corrente di rimuginazioni negative , ossia la “critica interna”. Tale critica è la voce che ci dice che nulla di quello che facciamo è adeguato. Sta sotto la soglia della coscienza aspettando la minima giustificazione per venire fuori e partire all’attacco.

Se potessimo dare un’occhiata alla mente della maggior parte delle persone troveremmo che i più rimuginano intorno alla stessa preoccupazione: “Vado bene o no?”. Ecco quello che alimenta la fissazione del “mi ama, non mi ama”. Se mi ama, allora forse dopotutto sono una persona di valore, di successo, attraente, piacevole, forte, e posso stare bene con me stessa. Se non mi ama, allora vengo gettata nell’inferno di vedermi come il “cattivo sé”, inadeguata, non attraente, indegna di amore. Quindi mi odio e mi rifiuto.

Così nel fondo della mente si svolge un processo interiore dove noi schieriamo prove per una parte o per l’altra: “la gente oggi ha reagito bene nei miei confronti, quindi sto bene con me stessa”; “la gente oggi non ha reagito bene nei miei confronti, quindi forse dopotutto non vado bene”.

Perché permettiamo alla critica di continuare a vivere dentro di noi con tutte le sue dolorose conseguenze? Nella misura in cui non sappiamo che siamo intrinsecamente degni d’amore non crediamo che l’amore non verrà mai a noi per conto suo; crediamo invece di dover fare qualcosa per renderci accettabili. Così per istigare noi stesse a mettercela tutta ad andare bene, per costringerci a modellarci in una forma, assoldiamo una critica interna per tenere la contabilità di come andiamo. Se possiamo dimostrare di essere meritevoli, forse allora saremo amate.

Purtroppo questo processo interno non ha fine e non porta risultati. Cercare di andare bene non potrà mai portare ad essere sicure del nostro profondo valore perché questo stesso sforzo presuppone il fatto che non andiamo abbastanza bene e quindi rafforza l’odio verso noi stesse.

Non amare noi stesse rende difficile far sì che gli altri ci amino veramente. Questo frustra chi ci sta accanto, facendo sì che si ritragga e se ne vada. Noi di conseguenza usiamo la cosa come ulteriore prova che in noi c’è qualcosa che non va. In tal modo la storia del “cattivo sé” diventa una profezia che si auto avvera.

Esattamente come era frustrante dover essere una brava bambina (o un bravo bambino) per riuscire a venire accettati dai nostri genitori, e quindi non sentirci mai amati per quello che eravamo, così è frustrante provare a conquistare un’approvazione della critica dimostrando che ne siamo degni. L’autoaccettazione che può curare l’odio verso se stessi e il sentimento di vergogna non arriverà mai tramite la conquista di un verdetto favorevole nel processo interiore. Esso può emergere soltanto riconoscendo e apprezzando l’essere che siamo effettivamente, dove conosciamo noi stesse come qualcosa di molto più grande e reale di ogni nozione che abbiamo riguardo al buon sé o al cattivo sé …..

Un personaggio che non sono io

rifiuto me stessa

“Il coraggio di conoscere se stessi è un coraggio raro; e sono molti quelli che che preferiscono incontrare il loro acerrimo nemico in campo aperto, piuttosto che il proprio cuore nell’armadio.” (Anonimo)

Il primo modo di vivere senza se stessi è nascondere la propria identità. Il secondo è nell’imporsi una identità che non è la nostra.

Molte persone si creano una identità inautentica e prigioniera del personaggio che mettono in scena con il risultato di vivere una vita artefatta sempre più lontani da se stessi.

Questa autoimposizione, infatti, rende tutto più difficile e artificioso: le reazioni sono calcolate, lo stile di vita e le relazioni perdono di immediatezza e semplicità. Vivere secondo una falsa identità non è per nulla agevole, implica sforzo e fatica come tutto ciò che è innaturale.

Il “posso essere come mi piace pensarmi” escludendo la nostra vera natura significa riprogrammare il software di noi stessi, ritenuto banale e non speciale, introducendo un “virus” che pensiamo possa essere il “cavallo di troia” per diventare finalmente “di classe A” apprezzati da tutti indiscriminatamente.

Il rifiuto dell’identità scatta, quasi sempre, perché si ritiene di essere sbagliati o di non essere meravigliosi quanto si vorrebbe. Tuttavia inventarsi un’altra identità significa far violenza a  noi stessi, perché non è facile disabilitare le nostre reazioni emotive naturali per indossare la maschera di qualcun altro immaginato o reale che si ritiene migliore di noi. Continuare a fingere a lungo andare diventa pesante e faticoso.

L’identità che racchiude in sé il temperamento, il carattere e la personalità (leggi QUI e QUI) è qualcosa che va scoperta e non inventata arbitrariamente.

Se essa è artificiale, indossata come un abito di scena, non potrà che essere provvisoria. Si potranno recitare più parti a seconda delle circostanze e delle convenienze passando da una all’altra senza il senso della continuità biografica.

Come ho detto sopra inventarsi una identità risponde al bisogno di trovarsi migliori, superiori, straordinari, non comuni, non come gli altri; tutte caratteristiche che fanno parte della costellazione del “narcisismo”.

E’ difficile rinunciare alla segreta pretesa di essere meravigliosi; la cultura del nostro tempo fa finta di non riconoscere il pericolo del virus narcisistico, facendone una bandiera desiderabile. Per molte persone, specialmente quelle giovani, essere “normali” rappresenta un antivalore perché il messaggio imperante è “Distinguiti!”. Ma possiamo solo inventare personaggi non creare identità.

Ricordiamoci però che la costruzione non è irreversibile, la personalità autentica, quella originale è indelebile, sopravvive clandestinamente nell’oscurità di se stessi. Essa attende solo di essere riconosciuta e accettata smantellando la costruzione artificiale che la teneva prigioniera.

“E’ un vincente!” si dice di una persona, oppure “è un perdente!” senza ormai avvertire neppure un brivido per la disumanità che questi termini evocano.

Se il senso del proprio valore si nutre del confronto con l’inferiore, il solo a far prevalere la nostra superiorità, gli aspetti di mancanza non suscitano più vicinanza o compassione, ma sono motivo di denigrazione e derisione. Il limite altrui, i difetti, le incapacità, i fallimenti suscitano disprezzo divenendo anzi l’occasione per considerare l’altro “non come me”, non “uno del mio giro”.

La prevalenza di questa cultura narcisistica attiva dinamiche perverse di esclusione. Sembra quasi scomparso il desiderio di rapporti paritari, come quelli amicali; sono sempre più i bambini che non vogliono avere amici, ma essere adorati, diventare punti di riferimento. Non amici, quindi, bensì ammiratori; c’è chi arriva addirittura a creare “fans club” già alla scuola elementare, con tanto di tessera.

La nostra cultura ha perso il presupposto che fonda il valore di una persona e questo vuoto è stato riempito con l’ebrezza di sentirsi migliori di altri.

Il narcisismo osannato da pubblicità e media anestetizza la sensibilità verso il dolore degli altri, uccide la pietà e rende feroci, sprezzanti soprattutto con i più deboli e meno fortunati. Esso “mostrifica” le persone poiché distrugge il nucleo più profondo della capacità di amare.

Solo rinunciando al sogno narcisistico possiamo accogliere la nostra vera identità scoprendo infine di non essere poi così male.

Imporci una identità ci rende perennemente instabili perché le parti “indesiderate” non sono integrate bensì negate accentuando l’aspetto opposto, ritenuto desiderabile. Il personaggio così creato diventa alla fine una caricatura perché risponde ad uno stereotipo. Ecco quindi che la forza diventa aggressività, la determinazione si trasforma in cocciutaggine, la capacità di decisione in voglia di imporsi e il coraggio diventa avventatezza.

Chi rinuncia alla propria identità ricerca un vantaggio (evitare il giudizio negativo o il rifiuto affettivo, appagare il bisogno di essere considerato speciale) e tale operazione, per quanto non pienamente consapevole, non è al difuori della responsabilità personale.

Ed è proprio a partire dal riconoscimento di questa responsabilità che può iniziare il cammino di rinascita, cercando di riscattare la parte migliore di sé.

Il recupero dell’identità perduta infatti avviene sempre a caro prezzo, ossia, nel correre quei rischi che si era voluti evitare rinunciando a qualcosa che era sembrato vantaggioso e sicuro.

Comportarsi in conformità con il proprio senso di giustizia, esprimere sinceramente il proprio punto di vista, ad esempio, può esporci alla disapprovazione, eventualità che si era accuratamente cercato di evitare indossando un altro abito. Esplicitare un giudizio comporta dover gestire le conseguenze della nostra presa di posizione “senza se e senza ma”.

Nella rinuncia ad essere se stessi si consuma il tradimento del vero per la paura di non reggere al confronto. Si fa diventare il bene ciò che si intuisce possa piacere all’altro per avere in cambio un simulacro di accettazione; scoprendo poi di non avere nemmeno la stima di coloro per i quali ci si è annullati.

Sotto la paura di essere se stessi si nasconde il più delle volte una pretesa infantile che tuttavia non giustifica il fine. Chi è prigioniero delle proprie paure e non fa nulla per superarle, soffre un patimento inutile e distruttivo per evitare una sofferenza giusta e costruttiva. Si entra nella spirale del vittimismo.

Il compatimento e l’autocommiserazione mettono in ombra la responsabilità e senza l’assunzione della propria responsabilità non c’è trasformazione e rinascita.

liberamente tratto da:

O.Poli – “La mia vita senza di me”

Trasformare la paura in energia propulsiva

paura muro

Olio su tela di Orszag Lili – Self-portrait in front of a Wall (Young Girl in front of a Wall) –

La paura è l’emozione più difficile da gestire. Il dolore si piange, la rabbia si urla, ma la paura si aggrappa silenziosamente al cuore. Gregory David Roberts

Stimolata dall’intenso week end di formazione per Agevolatori del Metodo Mandala-Evolutivo® che ho condotto, in cui abbiamo lavorato sui due grandi “mostri” Rabbia e Paura alcune riflessioni sulla paura fonte di molti dolori e “impantanamenti”…….

Tutti abbiamo provato  almeno una volta la sensazione “paludosa” di qualcosa che ci impediva di proseguire spediti nella vita, come se avessimo dei legaci alle caviglie che ci frenavano il passo. Magari all’inizio era una sensazione lieve, che passava quasi inosservata, ma a lungo andare si è trasformata in un peso che affossava e impediva ogni movimento e decisione.

Questa è l’energia della paura che ci sclerotizza, ci blocca, rendendoci statici e stagnanti. Questa è la paura di cui aver paura!!!

Come per ogni cosa, siamo noi a decidere la nostra percezione, che altro non è che un pensiero, ed è nostro, e quindi possiamo scegliere di cambiare, e farlo consapevolmente: decidiamo di trasformare questa energia in qualcosa di propulsivo, in una spinta verso, un impulso trainante a fare invece che a non fare.

La paura, dunque, è una emozione, ed è nostra. Questo implica che, facendo parte di noi, è insopprimibile. Tanto vale cominciare ad accettarla e vederla come un’amica, una consigliera che ci consente di accorgerci che qualcosa non va e che spesso ci protegge dai pericoli.

I muri che abbiamo costruito hanno avuto la loro ragione di essere e inizialmente ci hanno dato l’illusione di essere protetti. Magari abbiamo convissuto per anni con questa realtà parziale, senza renderci conto che non ci permetteva di vivere pienamente, finchè il fastidio si è manifestato prepotentemente, obbligandoci a fare qualcosa, non sopportando più l’esperienza della paura e l’impossibilità di aver fiducia nel mondo e negli altri.

Quando ci troviamo di fronte al muro compatto della paura, lo possiamo sentire, toccare, percepire concretamente. Comunque cerchiamo di aggirarlo, ci ributta indietro, come se fosse di gomma. Se cerchiamo di scalarlo, ci rendiamo conto che è infinitamente troppo alto … ci chiude l’orizzonte, ci soffoca, finchè comprendiamo che l’unico mezzo di superarlo è quello di andarci dentro.

Ma come creare il coraggio per saltarci dentro? Come scrollarsi di dosso anni di timori, di palpitazioni, strati e strati di insicurezze?

Il miracolo siamo coi ed è solo facendo un atto di fiducia verso noi stessi che ci permettiamo di andare oltre la paura. Purtroppo, non esiste la formula magica che va bene per tutti, ognuno è necessario che trovi la propria.

Basta fare il primo passo, entrando nella paura , e spesso ci accorgiamo che in realtà  si tratta di una bolla di sapore causata dalle nostre ansie e preoccupazioni.

Altre volte, invece, è l’espressione di un vecchia ferita che riaffiora e che ci fa regredire a quello stato di bambini inermi facendoci dimenticare che ora il nostro stato è adulto e perfettamente in grado di accogliere, gestire e fronteggiare le nostre fragilità.

Con questo non sto dicendo che affrontare la paura  sia facile, ma solo che è meno difficile di quanto possa apparire.

Ognuno di noi ha avuto e avrà il suo muro e il terrore che rappresenta, ne ha sperimentato la consistenza, il senso di claustrofobia che ad un certo punto diventa insopportabile, .

Ogni muro ha delle colorazioni diverse, paura di amare, paura di non essere amata, paura del rifiuto, paura di fallire … e chi più ne ha più ne metta.

Ma nessuno di questi muri è per sempre!

Basta scegliere qualcosa di diverso, a volte basta porsi ad un’angolazione diversa, oppure indossare un paio di occhiali da sole per smorzare il bagliore accecante che ci impedisce di vedere l’uscita o ancora lasciare che la vista si offuschi per mettere meglio a fuoco il centro del muro e, come per incanto, vedremo sparire il”mostro” ……..

La sofferenza: sabbie mobili della nostra anima. (II parte)

sabbie-mobili

“Il dolore rovescia la vita, ma può determinare il preludio di una rinascita.” E.Breda

Continuiamo la riflessione iniziata nel post precedente con un’altra metafora: immaginiamo di trovare una persona intrappolata nelle sabbie mobili; non ci sono né funi, né rami per cercare di raggiungerla e tirarla fuori.

L’unico modo per aiutarla è parlarle. La persona continua a gridare “Aiutami a uscire” e comincia a fare quello che farebbero tutti quando sono bloccati in qualcosa che li spaventa terribilmente: lottare per uscirne, per scappare.

Quando inciampiamo rimanendo intrappolati in un cespuglio di rovi o in una pozzanghera fangosa, camminare, saltare, tirarsi fuori per allontanarsi sono azioni efficaci.

Questo però non vale per le sabbie mobili. Per uscire fuori da qualcosa che ci incastra è necessario sollevare un piede e muoverlo in avanti, ma quando si è bloccati nelle sabbie mobili questa è una pessima idea. Infatti, alzando un piede, tutto il peso del corpo grava solo su metà della superficie di appoggio, questo significa che la pressione che spinge giù il corpo nella sabbia raddoppia istantaneamente. In più, il vuoto creato dal piede che si alza risucchia ancora più giù il resto del corpo.

L’unico risultato finale di questa azione è quello di sprofondare sempre più nelle sabbie mobili.

Quindi cosa possiamo rispondere alla persona che urla “Aiuto”? Se sappiamo come funzionano le sabbie mobili dovremmo gridarle di smetterla di muoversi per uscire e di provare ad allargare più che può braccia e gambe per massimizzare il contatto con la superficie del pantano, solo in questo modo la persona può non sprofondare e muoversi verso la salvezza, emergendo piano piano dalle sabbie.

Ovviamente poiché la persona sta tentando di liberarsi e di uscire dalle sabbie mobili, è estremamente difficile comprendere che la cosa più saggia e sicura da fare è proprio stare nel fango.

Tutto questo per dire che la vita di ciascuno di noi può essere molto simile a questa situazione con la differenza che spesso sono sabbie mobili antiche che sono state in agguato, sullo sfondo, per anni e che in momenti alterni possono invadere tutto il nostro spazio interiore e più ci muoviamo per risalire in superficie, più sprofondiamo nel viscidume dei nostri circoli viziosi.

Cambiamo prospettiva e facciamo del nostro dolore un alleato, un’opportunità per percorrere il sentiero meno battuto. Smettiamo di dibatterci dentro le sabbie mobili e rimaniamo con loro.

Nella maggior parte dei casi il tentativo di sbarazzarsi del proprio dolore serve solo ad amplificarlo, a intrappolarci ancora di più al suo interno e a trasformarlo in qualcosa di traumatico. Nel frattempo vivere la nostra vita viene messo in secondo piano.

L’alternativa? Accettarlo; che non significa darsi per vinta accettando l’auto-sconfitta, bensì “arrendersi” al flusso della vita con i suoi pieni e i suoi vuoti, le sue zone di luce e quelle in ombra ….

Proviamo a farci queste domande: stiamo vivendo la vita che vorremmo vivere adesso? La nostra vita è focalizzata su quello che per noi ha realmente significato? Il modo in cui viviamo la nostra vita è caratterizzato da vitalità e impegno o dal peso dei nostri problemi?

Quando siamo presi dalla lotta contro la nostra sofferenza interiore, spesso mettiamo la vita in posizione di attesa, di “pausa”, credendo che il nostro dolore debba diminuire prima di poter realmente ri-niziare a vivere ancora.

Ma che cosa accadrebbe se potessimo vivere la vita che veramente vogliamo, adesso, a partire da questo momento?

Entrare in contatto con la vita che vogliamo vivere e imparare a realizzare i nostri sogni nel presente non è semplice, perché la nostra mente, come tutte le menti umane, farà scattare trappola dopo trappola e alzerà barriera dopo barriera.

Nel momento in cui però sappiamo che può esistere un’alternativa, a questo punto la scelta è nostra.

La vita può ferirci e lo farà. Alcune di queste cose non le possiamo scegliere: avvengono malgrado tutto, ma sempre abbiamo la CAPACITA’ di RISPONDERE (Respons-Ability).

Le conseguenze che arrivano nella nostra vita derivano dalle azioni che facciamo. Nessun altri, tranne noi stessi, possiamo intraprendere la strada dell’accettazione o dell’evitamento. L’una ci porterà a dar valore a quello che veramente ci importa, l’altra ci intrappolerà nell’eterno chiacchiericcio della nostra mente, che come le sabbie mobili, non farà altro che portarci sempre più giù.

La vita è una scelta e la scelta non si riferisce a sentire dolore oppure no. Riguarda se vivere o non una vita significativa e di valore.

E quindi, cosa abbiamo da perdere? Non sarebbe stupendo se potessimo uscire dalla mente ed entrare nella nostra vita?

La sofferenza: sabbie mobili della nostra anima. (I parte)

dolore psicologico

Che cos’è la sofferenza? Io non sono sicuro di che cosa sia, ma so che la sofferenza è il nome che diamo all’origine di tutti i sospiri, le urla e i gemiti – piccoli e grandi, rozzi e multiformi – che ci affliggono. È una parola che definisce il nostro sguardo ancor più di ciò che stiamo contemplando. Jonathan Safran Foer

Le persone soffrono. Non si tratta semplicemente della sensazione di dolore, la sofferenza è molto di più.

Noi esseri umani, chi più chi meno, lottiamo costantemente con la sofferenza interiore prodotta dalle nostre emozioni e dai nostri pensieri difficili da tollerare, ricordi spiacevoli, impulsi e sensazioni indesiderate.

Ci rimuginiamo sopra, ci preoccupiamo, proviamo fastidio, li anticipiamo, li temiamo.

Allo stesso tempo dimostriamo un grandissimo coraggio, una profonda compassione e una notevole capacità nell’andare avanti, perfino con storie personali particolarmente difficili.

Pur sapendo di esserne feriti continuiamo con speranza ad amare il prossimo. Anche di fronte all’insensatezza, continuiamo ad abbracciare i nostri ideali.

E qualche volta siamo pienamente VIVI, consapevoli, presenti totalmente a noi stessi, e quando è così vorremmo che non finisse mai.

Poi arriva lo sbarramento, come se il troppo benessere fosse qualcosa che non sta bene vivere per lungo tempo. Lasciamo quindi che il problema del caso ci riempia completamente e iniziamo il rimuginio che come un criceto dentro la gabbia cerca disperatamente la via d’uscita, intrappolandoci, in realtà, sempre più nella sofferenza.

Per dirla chiaramente noi esseri umani giochiamo una partita “truccata” in cui la mente stessa, un meraviglioso strumento per capire e gestire l’ambiente che ci sta intorno, si rivolta contro chi la ospita.

Urge un cambio di prospettiva, una trasformazione nel modo in cui ci rapportiamo con la nostra esperienza personale, cercando di fare nostri questi concetti:

  • Il dolore esistenziale è normale, è importante e accompagna ogni persona;
  • Dolore e sofferenza sono due cose diverse, due stati differenti dell’essere;
  • Non è necessario che ci identifichiamo con la nostra sofferenza;
  • Possiamo vivere una vita di valore, iniziando da adesso, ma per farlo dobbiamo imparare a uscire dalla nostra ed entrare nella nostra vita

Facendomi aiutare da una metafora, la distinzione tra la funzione di una difficoltà, dolore interiore e la forma che assume nella vita di una persona può essere paragonata ad un combattente sul campo di battaglia. La guerra non sta andando bene. La persona combatte sempre più duramente. Perdere è un’opzione devastante e chi combatte pensa che sia impossibile vivere una vita piena che valga la pena di essere vissuta, a meno che non si vinca la guerra. Così la guerra continua.

Questa persona, tuttavia, non sa che esiste la possibilità di abbandonare il campo di battaglia in qualsiasi momento, cominciando a vivere la sua vita da subito.

La guerra magari prosegue ancora, e il campo di battaglia rimane ancora visibile, ma il risultato della guerra non è più così importante e la sequenza apparentemente logica di dover vincere la guerra prima di iniziare davvero a vivere, viene abbandonata.

Questa metafora ci può aiutare a capire meglio la differenza tra l’apparenza delle “difficoltà interiorie” e la loro reale sostanza. In questa metafora, la guerra sembra quasi la stessa, sia che tu la stia combattendo, sia che tu la stia semplicemente osservando. La sua forma esteriore rimane la stessa, ma il suo impatto, la sua effettiva sostanza, è profondamente diversa: combattere per la tua vita non è lo stesso che vivere la tua vita!

Imparare ad affrontare le nostre angosce in un modo diverso può cambiare l’impatto che esse hanno sulla nostra vita. Anche se l’apparenza dei sentimenti o dei pensieri non cambia, cambia il modo in cui entrano a far parte del nostro vivere.

….. ti aspetto la settimana prossima per la seconda parte

Sulla “quantità” …..

DONNA IN ACQUA

La vita non è un avere e un prendere, ma un essere e un diventare. M. Loy

Siamo tutti ossessionati dalla quantità.

Quanto vale, quanto valgo, quanto mi ami, quanto manca, quanto mi manchi, quanto peso, quanto costa, quanto possiedo, quanto piaccio, quanto mi piace …..mescolando fattori emozionali con questioni pratiche, spesso confondendone i piani.

La quantità è diventata un’attrazione fatale da cui fatichiamo a distoglierci. Sarebbe bene quindi fermarsi un attimo a riflettere su come mai la nostra attenzione sia più delle volte catturata dalla quantità.

Le ragioni possono essere molte: la smania di possesso, il bisogno di controllo, la competizione per il potere etc….

Per quanto ci abbiano da più parti ripetutamente messi in guardia rispetto al rischio di confondere l’Essere con l’Avere, ancora facilmente cadiamo nella trappola. E continuiamo a quantificare, per certificare un possesso che, seppur a torto, ci fa sentire più forti, più importanti, decisamente più sicuri.

Abbiamo la convinzione di valere quanto più possiamo contare su benefici, titoli, proprietà ma anche conferme, riconoscimenti, approvazioni. In un accumulo quasi seriale di “averi” che sembrano non dover bastare mai a rassicurarci.

Puntiamo alla conquista di risultati che dovrebbero servire a dimostrare il nostro successo, la nostra realizzazione e in nome di ciò miriamo a quanto c’è di più appariscente e tangibile.

Sacrifichiamo a volte il nostro benessere fisico per raggiungere quelle vette quantitative, le sole capaci, a nostro avviso, di placare la fame di riconoscimento.

“Sono in quanto ho” e questo in un loop infernale che richiede ogni volta prestazioni migliori per ottenere di più.

Il continuo rincorrere una meta che spostiamo sempre più avanti si inghiotte la soddisfazione per ciò che si raggiunge, mandando sullo sfondo il risultato considerato unicamente nella sua valenza di nuovo inizio e non vissuto per la gratificazione che può portare con sé.

In questa folle corsa, destinata a rimanere tale, l’energia vitale si esaurisce l’ambiente ci invade e la nostra “abilità di risposta” viene meno. Risultato? Il nostro progressivo prosciugarci perdendo sempre più di vista quello che siamo e quello che abbiamo raggiunto.

Questo ossessivo bisogno di quantificare vale naturalmente anche per gli stati emotivi e gli affetti in particolare.

Siamo continuamente alla ricerca di attestazioni che ci convincano dell’intensità dei sentimenti che gli altri nutrono nei nostri confronti.

Nelle relazioni di coppia, sottoponiamo spesso il nostro partner ad assillanti prove d’amore e di fedeltà volte a rassicurarci.

Vogliamo essere sicuri, pensare di avere il controllo delle situazioni. Abbiamo bisogno di domandare “quanto?” nella speranza di poterci assicurare un grado di conoscenza più elevato così da poter gestire le diverse variabili in gioco in qualsiasi circostanza.

Pensiamo che il “sapere” e la “conoscenza” ci diano quel vantaggio necessario a prevenire, per quanto possibile, l’accadere degli eventi anche in quei contesti, come i moti del cuore, in cui i dubbi e le incognite regnano sovrane.

Il “quanto mi ami?” diventa il tormentone non solo della pubblicità ma anche di molte vite di coppia, risultando, il più delle volte, un enigma impossibile da risolvere. Nessuna risposta al quesito può essere davvero convincente, e anche se questo lo sappiamo molto bene, tuttavia non rinunciamo al tentativo di misurare l’amore di cui siamo fatti oggetto da parte degli altri.

Forse a questo punto è necessario riappropriarci della nostra Essenza, quella parte che fa di noi l’essere Unico che siamo e che è Valore a prescindere dal “quanto”.

Quella parte il cui riconoscimento non si può deputare all’esterno; che nasce e cresce nell’accettazione costante e amorevole di noi stessi.

Quella parte che c’è e ci sarà sempre e che non ci lascerà mai soli .

L’Essenza dove risiede la nostra divinità, quel luogo sacro e inviolabile da cui parte la nostra espansione e a cui si ritorna in un ciclo continuo di pieni e vuoti.

E allora e solo allora non avremo più bisogno di quantificare e finalmente potremo dire con il cuore:

Io Valgo ….. in quanto Sono!

” io Valgo perchè esisto, perché vivo, perché respiro, perché sento, perché penso …”

Ricordiamolo sempre: NOI VALIAMO …. Anche se non abbiamo realizzato niente di importante, anche se siamo una frana, anche se siamo l’ultima persona sulla terra.

E guai a chi ci dice il contrario , anche noi stessi …

Linfa nuova per i nostri obiettivi

nuovi-orizzonti-1

Fissare degli obiettivi è il primo passo per trasformare l’invisibile in visibile.
Anthony Robbins

Se non sappiamo dove stiamo andando, non possiamo certo perderci ma è anche evidente che non arriveremo mai.

Non avere uno scopo nella vita significa soprattutto essere incapaci di decidere fra le mille opportunità che ci vengono offerte, finendo per prendere ciò che capita a portata di mano, senza però attribuire un particolare significato alla cosa perché non si riesce ad inserirla in uno schema personale.

In altre parole quello che finiamo per fare non proviene dalla nostra motivazione interna, quel motore che ci spinge ad agire a prescindere dalla meta, che pompa il sangue nelle nostre vene dandoci l’inebriante sensazione di vivere pienamente. Bensì proviene da quella che possiamo chiamare motivazione esterna, ossia la spinta all’azione per raggiungere un determinato obiettivo che ci fa raggiungere un certo risultato che non smuove però la potenza propulsiva del nostro motore interno.

Talvolta poi, specialmente se la nostra motivazione nel raggiungere uno scopo è del secondo tipo, attraversiamo periodi in cui siamo stanchi di tutto quello che facciamo, in cui nulla riesce a catturare il nostro interesse: la professione ci annoia, la vita privata è monotona e ci sembra che il futuro non abbia nulla in serbo per noi.

E’ come se avessimo inserito il pilota automatico, tutto diventa meccanico e cala il gusto per ogni nuova sfida.

Questa difficoltà interiore a muoversi a lungo andare comparirà anche in visibili segni esteriori: ci si lascia andare, ci si preoccupa meno del nostro aspetto, si diventa più stressati nel ripetere costantemente le stesse cose. Tutti questi sono campanelli d’allarme da non sottovalutare, sappiamo quanto può essere pericolosa la china discendente per il nostro benessere psico-fisico…..

E’ ora d’immettere nuova linfa! E’ venuto il momento di reinventare la nostra vita! Occorre trovare nuovi interessi, darsi nuovi obiettivi.

Attorno a noi la vita muta costantemente e, se non andiamo di pari passo con questi mutamenti, un giorno o l’altro, ci troveremo costretti a prendere in fretta decisioni che non avevamo mai vuoto nemmeno considerare.

D’altra parte c’è chi potrebbe obiettare a questa azione di forza per trovare nuovi scopi proponendo l’attesa, invece di prefiggersi degli obiettivi e provocare intenzionalmente un mutamento,  aspettando che il cambiamento maturi spontaneamente.

Certo si può sperare che, cambiando le circostanze, la situazione migliori da sola e su questo non c’è nulla da dire, almeno finchè si è soddisfatti di come vanno le cose.

Se però si continua ad essere scontenti e insoddisfatti, aspettare i cambiamenti invece di provocarli in prima persona è una strategia frustrante e snervante che non porta a nulla se non ad aumentare progressivamente la sfiducia in noi stessi e nelle nostre capacità.

E in ogni caso, fino a quando si può aspettare? Se non ci poniamo una scadenza precisa da rispettare l’attesa può rivelarsi una scusa per l’inattività.

Perseguire nuovi obiettivi, siano essi grandi o piccoli, spesso può essere più semplice di quanto si crede e pure divertente se attiviamo quella parte giocosa e libera sempre pronta a nuove scoperte ed esplorazioni.

Proviamo a scoprire che cosa è che ci rende quella persona unica che siamo e riconsideriamo le priorità che ci siamo posti; cambiamole, generiamo nuove idee e proviamo ad allargare il nostro orizzonte, può anche essere che troviamo il paesaggio dei nostri sogni ….. perché no?

Non sei mai troppo vecchio per fissare un altro obiettivo o per sognare qualcosa di nuovo. C.S. Lewis

Consapevoli di sè

consapevolezza-10

“Non era affatto debole, era straordinariamente fragile e potente come tutte le persone forti e profonde.” M.Mazzantini

Dopo il week end di formazione per Agevolatori nel Metodo Mandala-Evolutivo® in cui abbiamo lavorato ed esplorato la nostra “Ombra” e la nostra “Luce” penso che questa ulteriore riflessione sulla consapevolezza di sé ci stia come “il cacio sui maccheroni”.

Quando una persona assume la piena responsabilità di sé non ha più bisogno di servirsi della proiezione, agisce partendo da sé e dal riconoscimento delle proprie emozioni e bisogni.

Quando si diventa pienamente consapevoli non si è più vittime. Riconoscere di non essere più vittime comporta la perdita dell’illusione di onnipotenza: tutto gira intorno a me e se non gira è perché sono gli altri che non mi vedono. Illusione a cui ci siamo aggrappati per sopravvivere.

Tuttavia, per diventare responsabili di se stessi bisogno accettare la propria solitudine. Se, al contrario, vivremo con la costante paura di essere abbandonati, non vivremo e non potremo essere realmente responsabili di noi stessi. Vivremo, invece, in funzione degli altri, compiacendoli, odiandoli, rifiutandoli e soprattutto, purtroppo, dando loro il potere sule nostre emozioni.

Per riprendere in mano il potere sulle nostre emozioni, occorre riconoscere in noi le nostre parti fragili accettandole per poterle integrare. E’ necessario avere il coraggio di stare davanti a quegli aspetti della nostra personalità che preferiamo non vedere, non riconoscere come nostri. E’ necessario avere il coraggio di stare davanti a quei sentimenti ed emozioni di cui abbiamo paura, che ci procurano sofferenza, che ci creano problemi. L’obiettivo di tutto questo è il riconoscimento dei nostri piani, fisico, emotivo e mentale che solo integrati possono portarci a vivere una vita piena.

Per imparare ad amare, dobbiamo prima imparare a volere bene a noi stessi senza volerci separare da alcuna nostra parte. Il non riconoscere, il non vedere, il non ascoltare, proiettare e separare sono meccanismi che partono dalle nostre antiche ferite e che ripetuti coattivamente non fanno altro che convalidare quell’antico pensiero di non essere degni di amore.

Se non diventiamo consapevoli, ci comporteremo tutta la vita secondo il modo in cui abbiamo interiorizzato il nostro vissuto infantile e questo con il tempo diventa blocco, complesso, paura,tensione che limita la nostra esistenza, che spezza, separa la nostra personalità, impedendo il libero fluire dell’energia, del calore.

Queste parti rifiutate e non amate, poi, nel tempo, si ribellano e si trasformano in draghi.

Tutto quello che dentro e fuori di noi sentiamo come minaccioso è, in realtà, qualcosa che vuole essere riconosciuto e amato.

Essere consapevoli significa anche essere responsabili delle proprie emozioni, di quello che proviamo e non solo di ciò che facciamo.

Siamo abituati ad essere responsabili del lavoro, dei comportamenti pratici, meno per quello che sentiamo; tuttavia diventare responsabili delle proprie emozioni vuol dire diventare liberi, liberi di provare quello che desideriamo, liberi dagli altri.

In questo modo non ci sarà più alcuno a cui dare la colpa dei nostri conflitti. Ognuno di noi deciderà chi essere, che cosa provare, che cosa sentire dentro di sé, che cosa scegliere. Pienamente responsabile, pienamente consapevole.

E se non ci piaceranno le nostre reazioni emotive di fronte ad una determinata persona, in una determinata circostanza, saremo chiamati a far qualcosa per rispetto a noi stessi: scomparirà la paura e saremo liberi di chiedere ciò di cui abbiamo bisogno.

Non gettare sugli altri la tua responsabilità; è questo che ti mantiene infelice. Assumiti la piena responsabilità. Ricorda sempre: “Io sono responsabile della mia vita. Nessun altro è responsabile; pertanto, se sono infelice, devo scrutare nella mia consapevolezza: qualcosa in me non va, ecco perché creo infelicità tutt’intorno a me”. Osho

 

_________________________________________________________

liberamente tratto da: V.Albisetti “I sogni dell’anima”

Manuali per “sopravvivere”

Stacks of books

Da sempre l’uomo si è “scontrato” con la necessità di elaborare le difficoltà che incontra nella vita.

A volte si tratta di difficoltà materiali, gravi a tal punto da minare la sua sopravvivenza fisica; altre volte si tratta di difficoltà emotive che altrettanto gravemente possono minare la sua sopravvivenza interiore.

Per questo motivo, da che mondo è mondo, siamo tutti interessati a conoscere tecniche e strategie per risolvere i problemi del vivere.

Si inizia addirittura da bambini essendo la nostra educazione altamente infarcita da prescrizioni o orientamenti alla sopravvivenza che i nostri genitori ci trasmettono attraverso approvazioni e disapprovazioni, segnali d’allarme e di “via libera” …

Molte strategie che mettiamo in atto per sfuggire agli insidiosi trabocchetti del vivere quotidiano derivano da una rielaborazione soggettive delle conoscenze e competenze acquisite per prove ed errori. Sono queste, nella maggior parte dei casi, tecniche che valgono soprattutto per la persona che le utilizza poiché intimamente legate con la sua storia. Altre volte, invece, queste strategie sono condivisibili perché messe a punto sulla base di molte esperienze di persone diverse e quindi depurate da fattori troppo soggettivi.

Ogni tanto sui giornali o in libreria vengono pubblicati articoli o libri, che a volte diventano casi editoriali, che parlano di persone uscite (o che potrebbero uscire) da situazione altamente problematiche con l’aiuto di rimedi apparentemente un po’ folkloristici.

Ora non ho nulla verso chi trova aiuto in queste tecniche fosse anche solo la consolazione di non essere unico in tali situazioni; mi chiedo, tuttavia, se esiste un modo, quando qualcuno ci propone una strada per la sopravvivenza, per valutare la reale efficacia del suggerimento senza aderire ad occhi chiusi sul “come” e “cosa” fare.

Ad esempio una modalità potrebbe essere quella di non soffermarsi sulle specifiche proposte che ci vengono fatte, cercando invece di capire quali sono i valori che esse contengono e se questi si adattano al nostro vero sentire. In questo modo il “manuale” potrebbe diventare una sorta di guida al proprio mondo interiore per sviluppare quella parte intuitiva di noi che conosce già tutte le risposte e magari scegliere quella proposta con la consapevolezza che è proprio “quella” arrivata al momento giusto.

Pensandoci bene i manuali di sopravvivenza hanno tutti un po’ ragione e il bello sta proprio nell’optare nella “soluzione” che sentiamo più vicino a noi in quel determinato momento. Gli stili di “sopravvivenza” sono tanti possono coesistere e cambiare nel tempo seguendo il flusso della vita personale.

A questo proposito può essere utile e perché no anche divertente questa specie di auto-test. Scegliendo un manuale piuttosto che un altro potremo avere una immagine approssimativa della nostra identità. Possiamo ad esempio scoprire di essere timidi e di aver bisogno di strumenti per stare bene in mezzo agli altri perché scegliamo volentieri manuali della serie “Come aver successo con ..” o “Migliora la tua capacità di …”

Oppure capiamo di essere particolarmente ansiosi perché ci indirizzeremo subito su manuali che ci dicono che senz’altro “si può”.

O ancora ci orienteremo su manuali più prosaici come pubblicazioni di sociologia o psicologia generale che ci inducono a formarci opinioni sulla vita, il suo significato con l’obiettivo di indicarci una strada per trovare il nostro posto nel mondo.

Insomma siamo immersi fino al collo in un mondo di messaggi, consigli, opinioni, suggerimenti di tecniche e strategie per sopravvivere …. Per venirne fuori c’è solo una strada: l’ascolto profondo della nostra parte più intima che ci può indicare la strada giusta, anche scegliendo tra le mille che gli altri hanno pensato per noi.

Dobbiamo avere il coraggio di seguire il nostro cuore e la nostra intuizione. In qualche modo, essi sanno che cosa vogliamo realmente diventare. Tutto il resto è secondario. Steve Jobs

_______________________________________________________

Spunto fornitomi da

S.Gastaldi “La terapia degli affetti” – FrancoAngeli

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: