L’importanza di avere aspettative realistiche

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Foto:  Salvatore Insana

“Prendere quello che c’è e usarlo, senza attendere eternamente invano ciò che è stato prefissato; scavare a fondo nel presente e tirarne fuori qualcosa: questo è indubbiamente il modo giusto di vivere”. Henry James

Il modo più saggio di vivere è quello di godere di ciò che è disponibile al momento. Esercitando la mente si impara a scorgere un mondo di abbondanza senza limiti. Ogni volta che ci fissiamo sull’esito, su un risultato finale che abbiamo anticipato, ci priviamo dell’esperienza della gioia.

Proviamo a scegliere di essere felici per ciò che abbiamo e non per quello che non c’è!

Quando accettiamo la realtà, senza fissarci su come vorremmo fossero le cose, si prova meno dispiacere nei confronti di noi stessi, degli altri e della vita se poi gli avvenimenti prendono una piega diversa da quella che avremmo voluto.

Fare con una certa regolarità un esame realistico per determinare se le circostanze o le aspettative sono conformi realmente a quello che succede è fondamentale per una buona vita.

Quando si affronta serenamente il vero, il concreto, si riesce ad abbandonare il mito e l’utopia che spesso albergano costantemente dentro di noi facendoci perseguire ostinatamente strade senza via d’uscita.

Perché dovremmo aspettarci più di quanto non sia letteralmente possibile? Nessun di noi va incontro all’insuccesso a cuor leggero, ma spesso ci creiamo da soli le condizioni per rimanere delusi quanto pretendiamo o ci aspettiamo più di quanto non sia realistico.

Molti stimati filosofi ritengono che sia importante scoprire e venire a patti con i propri limiti, patrimonio del nostro essere umani.

Siamo tutti bravissimi a fare tantissime cose, ma non possiamo essere bravi in tutto e soprattutto non possiamo aspettarci che le cose siano sempre come vogliamo.

Attendiamoci l’inaspettato senza ansia o paura sempre con un piano “B” in tasca. Tutto ciò che ci accade ci offre una nuova opportunità per schiudere il cuore ad una prospettiva più ampia.

Un gruppo di psicologi americani, Ed Diener, Daniel Kahneman e Norbert Schwarz, hanno portato avanti diversi studi per dimostrare che quando le persone nutrono aspettative non realistiche aumentano proporzionalmente le cause di infelicità e depressione. Essi evidenziano come tutte le nostre esperienze riguardino gli opposti e il contrasto, motivi di quasi tutti i nostri conflitti interiori.

L’uomo comprende la felicità solo perché ha sperimentato l’infelicità, conosce la pace interiore perché ha vissuto l’angoscia.

“Quando una persona si riconcilia pacatamente con tutte le contraddizioni che la vita presenta e riesce a stare a cavallo o a navigare tra le sponde del piacere e del dolore, sperimentandole entrambe ma senza rimanere intrappolata in nessuna delle due, allora quella persona ha raggiunto la libertà” Deepak Chopra

Capire e accettare il significato della coesistenza di valori opposti è la chiave della libertà.

E’ possibile che accadano delle cose terribili per noi,che sfuggono al nostro potere di scelta; in tal caso, la scelta è quella di sfruttare al meglio le circostanze. Abbiamo comunque sempre la facoltà di scegliere il bene più grande in ogni accadimento.

“Concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso mutare e la saggezza di cogliere la differenza” Reinhold Niebhur

Le aspettative poco realistiche sono sempre un’arma a doppio taglio. Un atteggiamento realistico ci rende liberi di lavorare solo per cambiare le cose che possiamo realmente cambiare, proviamo, quindi, ad allenare la nostra mente a desiderare quello che la situazione richiede senza ostinarci a proseguire in un sogno che potrebbe diventare un incubo.

Dimostrare qualcosa, ma perché e a chi?

chi sono

“Il nostro continuo impegno a fare ed agire sembra un modo per impedirci di essere. Se ci si dà abbastanza da fare non si è obbligati ad essere qualcuno. Si può cercare con sempre maggiore impegno, di diventare qualcosa di diverso da quello che si è: sempre migliori, sempre più potenti, sempre più simili a qualcun altro e sempre meno simili a ciò che in passato abbiamo scoperto di essere”. Carl Whitaker

Spesso diventiamo quello che gli altri ci dicono che siamo; anche se dentro di noi sappiamo che siamo ben altro, è un modo triste per depistare gli inseguitori e a volte purtroppo per perdersi e non trovarsi più. Fare finta che tutto va bene, sì per un po’ si può fare, ma poi?  Dimostrare qualcosa che non è risulta ancora più triste e inutile, e poi, perché? Sarebbe come fare il bagno in un luogo bellissimo e poi scoprire che c’è uno scarico fognario. Faresti finta di nulla e continueresti ad immergerti tra colibatteri e residui fecali?

Perché accontentarsi quando puoi scegliere il meglio? Che cosa credi che ti manchi? Te la stai raccontando … non ti manca nulla!!!

Se ti va, prova a fare questo esercizio: prendi carta e penna e scrivi una lista di cose che non hai fatto per paura che sarebbero state criticate dagli altri. E soprattutto decidi e metti a fuoco chi sono questi “altri”.

Una volta che li avrai individuati, visualizzali affidando ad ognuna di queste persone il progetto a cui hai rinunciato per paura di quello che potrebbe aver pensato.

Prendi delle buste, scrivi il nome di ciascuna persona che ti ha apparentemente frenato e inserisci in ogni busta la descrizione dell’episodio avvenuto.

Alla fine dell’esercizio guarda quanto sono gonfie queste buste. Alcune sono sottili, mentre altre sono lì per scoppiare? Almeno due non potrebbero essere neanche chiuse ? Per vivere al meglio e diventare un “vincente” occorre che tu lascia andare quello che non ha funzionato nella tua esistenza. Per farlo occorre “perdonare” tutti quei nomi. Molte di quelle buste riportano nomi che ti sono familiari? Le due più gonfie sono quelle dove c’è scritto il nome di mamma e papà?

Molte persone meravigliose sono state apparentemente poco amate da uno dei genitori o comunque hanno avuto uno o tutti e due i genitori con importanti problemi ad esprimere il loro amore. Così, inconsciamente, essi sono diventati efficaci e potenti nel disperato tentativo di poter proteggere uno dei genitori e contenere o salvare l’altro. Oppure hanno conseguito vittorie al fine di raggiungere risultati tali da rendere impossibile il non riconoscimento da parte loro. Ma spesso questo, anche se è avvenuto, non è arrivato nei tempi necessari per migliorare la qualità della realtà affettiva di tutti.

Ci sono genitori che continuano ad alzare l’asticella su cui i loro figli devono saltare e non basta mai quanto in alto tu sia riuscito ad arrivare.

Evita di sentirti indifeso rispetto al ricordo delle dinamiche intercorse qualora queste non siano state vincenti. Ogni cosa irrisolta con i tuoi genitori si “appiccicherà” nelle tue relazioni e le influenzerà negativamente. Mille volte meglio risolvere e “guarire” quello che hai salvato riguardo a tutto quello che non ha dato buoni risultati, solo così potrai essere veramente libero di realizzare al massimo il tuo potenziale.

Ricordati che ogni volta che non metti tutto l’impegno che puoi esprimere per raggiungere il risultato, sei portato ad accettare compromessi e sarai pronto a diventare quello che rimpiangerà di non essere divenuto qualcuno: a quel punto sarai capace di prenderti la tua responsabilità e di ripartire? O punterai il dito contro tutti coloro che ti avrebbero impedito di arrivare? Sei proprio sicuro che siano stati “loro” a farti scivolare? Quanto sarebbe meglio se tu ti accorgessi che hai fatto invece tutto da solo, sempre, ma specialmente quando le cose non hanno funzionato?

Fermati un attimo a riflettere, è tempo ben speso. Come potrebbe l’immobilità permetterti di arrivare da qualche parte, in quale modo potrebbe mai farti raggiungere qualcosa?

Mentre fino a questo momento ogni “no” ci crocifiggeva , ora è fondamentale riconoscere che sono i modi di pensare che avevamo ieri che ci hanno condotto e accompagnato a quello che siamo oggi, a tutto questo! L’importante è evitare di sentirsi incompresi e spostare le proprie energie su qualcosa di altro a cui teniamo comunque tantissimo in modo da superare l’impasse e riprendere il cammino.

Questo significa capacità di scelta e non ha nulla a che vedere con la rinuncia bensì con una messa a fuoco più produttiva e concreta. E’ necessario semplicemente smettere di avere timore, cambiare pensieri, prestare più attenzione, orientarci verso qualcosa di più adatto ai percorsi che abbiamo in mente e CE LA FAREMO!!!!

Noi sappiamo tutto, occorrerebbe tenerne conto! Talvolta sarebbe molto più utile smettere di spingere il fiume e forse sarebbe proprio lì che ci accorgeremmo che sì, quel risultato lo abbiamo raggiunto!

Crediti: foto e aforisma iniziale da https://psicologoonlinerizzo.wordpress.com/

Lasciare andare o cadere ….

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“E quanto coraggio ci vuole a lasciare andare qualcosa che vorresti a tutti i costi restasse? Non è forte chi trattiene, chi stringe la morsa. E’ davvero forte chi capisce quando è il momento di mollare la presa” (cit)

L’esplorazione del Sé è inestricabilmente legata con l’evolversi dell’esistenza di ciascuno di noi. Gli alti e i bassi che caratterizzano la vita possono generare la crescita personale o creare paura. Quale dei due si riveli poi dominante dipende interamente dal nostro modo di intendere il cambiamento.

Il cambiamento può essere vissuto sia come qualcosa di esaltante che come qualcosa di spaventoso, ma a prescindere da come lo intendiamo, noi tutti dobbiamo affrontare il fatto che il cambiamento rappresenta il tratto distintivo della vita.

Se si prova molta paura il cambiamento non sarà gradito e si farà di tutto per creare intorno a noi un mondo che sia prevedibile, controllabile e definibile.

Con la paura possiamo fare due cose: possiamo riconoscere di averla e metterci all’opera per lasciarla andare, oppure decidere di tenerla cercando di sfuggirle nascondendoci.

Quando abbiamo in noi paura, insicurezza o debolezza e cerchiamo di impedire che vengano innescate, il più delle volte si verificheranno nella nostra vita alcuni cambiamenti o eventi che sfidano i nostri sforzi. E poiché opponiamo resistenza a quei cambiamenti, ci sembra di stare lottando contro la vita.

Quella parte interiore di noi che non sta bene con se stessa non è in grado di fronteggiare l’evolversi naturale della vita, poiché non cade sotto il suo controllo. Se la vita si evolve in modo tale da innescare i nostri problemi interiori, allora per definizione non va bene. Noi definiamo l’intera gamma della nostra esperienza esterna in base ai nostri problemi interiori. Se vogliamo evolvere tutto questo è necessario che cambi.

Durante il nostro cammino ci renderemo conto che i nostri tentativi di proteggerci dai problemi non fanno altro che aumentarne il numero. Nel cercare di sistemare persone, luoghi e cose in modo tale che non ci creino disturbo, cominceremo ad avere l’impressione che la vita sia contro di noi. Sentiremo che l’esistenza è una lotta e che ogni giorno è pesante perché dobbiamo assumere il controllo di tutto e lottare contro tutto. Sentiremo che chiunque, in ogni momento, è in grado di suscitare la nostra inquietudine.

Questo rende la nostra vita una continua minaccia. Ed è per questo che nella nostra mente si svolgono tutti quei dialoghi cercando di immaginare come fare per impedire alle cose di succedere, o cercando di capire cosa fare, visto che ormai sono successe.

L’alternativa è quella di decidere di evitare di lottare realizzando e accettando che la vita non cade sotto il nostro controllo. Poichè la vita è in continuo mutamento, se cerchiamo di controllarla non saremo mai in grado di viverla pienamente. Anziché vivere la vita, vivremo la paura della vita.

Ma una volta che avremo deciso di non combattere con la vita dovremo fronteggiare la paura che ci costringeva a combattere.

Quando c’è paura dentro di noi, gli eventi della vita inevitabilmente la sollecitano. Come un sasso gettato nell’acqua, il mondo con i suoi continui mutamenti crea delle increspature in qualsiasi cosa custodito dentro di noi. Spesso la vita crea situazioni che ci spingono ai nostri limiti proprio per prendere coscienza di quei blocchi che limitano lo scorrere della nostra energia vitale e questo diventa una grande opportunità per liberarci dal nostro fardello di dolore. Ed è allora che ci accorgeremo che , in realtà, la vita, sta solo cercando di darci una mano.

Quindi permettiamo al dolore di venire in superficie nel nostro cuore e di attraversarlo. Se lo facciamo, il dolore transiterà. Questo rappresenta l’inizio e la fine dell’intero sentiero: arrendersi al processo di svuotamento di noi stessi.

Quando il nostro fardello viene colpito, lasciamo andare  proprio in quell’attimo; esplorare o trastullarci con il problema, sperando di mitigarlo, non ci renderà le cose più facili. Se non ci abbandoniamo, smarrendoci nelle sensazioni e nei pensieri di inquietudine che vengono a galla, verremo risucchiati e una volta caduti saremo alla mercè dell’energia che ci agita. Entreremo in un vortice senza fine che ci farà sempre più allontanare dal centro di noi stessi.

Quindi non cadiamo. Lasciamo andare; non importa di cosa si tratta, abbandoniamoci. Più grande è una cosa, maggiore sarà la ricompensa per averla lasciata andare e peggiore sarà la caduta se non lo facciamo. Non c’è alcuna zona grigia nel mezzo: o lasciamo andare , o non lo facciamo.

Permettiamo a tutti i nostri blocchi e malesseri di fare da carburante per il viaggio. Quello che ora ci sta schiacciando può diventare una potente forza per elevarci. Dobbiamo semplicemente essere disposti a compiere l’ascesa……

“To be or not to be …”

to be or not not to be

Vi sono persone che hanno superato lo scoglio! Hanno cambiato vita, aspetto, lavoro. Molte di esse ne escono rifiorite, trasformate, perché il passaggio all’azione era desiderato e pensato come salutare per il loro equilibrio. Queste persone esprimono allora un’allegria e un entusiasmo reali e tangibili.

Il cambiamento può essere vissuto come una formidabile opportunità, poiché è un invito a scoprire quello che siamo e ad esprimerlo. E’ necessario tuttavia che esso sia pensato, riflettuto e maturato prima di passare all’azione; solo in questo modo diviene un gesto di liberazione e realizzazione.

Quindi, potremmo chiederci, dove trovare l’energia necessaria per il cambiamento?

In momenti diversi della nostra vita tracciamo dei bilanci. Compleanno, capodanno, matrimonio … sono altrettante tappe che ci spingono a lasciarci alle spalle un periodo e a situarci in rapporto alle proiezioni del passato. Sono diventata quello che volevo essere? Sono felice? Mi piace vivere in questo modo? La risposta negativa ad una di queste domande dovrebbe stimolare un desiderio di cambiamento, perché ci porterebbe a constatare che il nostro Io non si è affermato ma, al contrario, vive atrofizzato. Eppure, non tutti abbiamo le stesse armi per passare all’azione.

Freud , padre fondatore della psicoanalisi, osservava che le persone  tengono più alle loro “nevrosi”, al loro malessere, che a ciò che sono. Egli identificava nell’essere umano due forza antagoniste: una pulsione di vita (fatta di elementi dinamici, di desideri che stimolano al cambiamento) e una pulsione di morte (che ci mantiene in uno stato di inerzia) alla quale la prima si oppone. Queste due pulsioni sono collegate alla nostra parte più primitiva e noi non abbiamo altra scelta che rifuggire la seconda e instaurare un compromesso tra queste due forze che si scontrano in noi. L’equilibrio raggiunto è più o meno stabile e può generare crisi  di varia intensità, dalla semplice percezione di ansia all’angoscia più nera.

Ovviamente le probabilità di cambiare sono maggiori quando le cose non vanno o, peggio, quando si soffre. Il cambiamento comporta allora una reazione di fronte ad una saturazione, ad un recipiente che ormai ha raggiunto l’orlo e rischia di tracimare.

“To be or not to be …”, “Essere o non essere …” ancora una volta tutto ci riporta a ciò che siamo e a ciò che non siamo. A quello che rinunciamo ad essere o a quello che accettiamo di essere …“A essere o a non essere …”

Essere necessita di un intimo dialogo con se stessi. Questo ci rimanda una volta ancora al nostro “lì e allora”.  Per esistere dobbiamo passare da una posizione di sottomissione, in cui facevamo di tutto per essere amati, ad uno stato d’azione, di affermazione e quindi di cambiamento.

Esistere implica la capacità di proiettarsi nell’avvenire attraverso azioni piacevoli, non costrittive, che apportano soddisfazione e arricchimento interiore, attingendo alle nostre risorse, alla nostra insita capacità di raggiungere ciò che ci fa stare bene.

Essere non è altro che dialogare con la nostra “pulsione di vita”, accompagnarla, mantenerla e ovviamente incanalarla.

Essere significa divenire. La questione è sapere quali sono i nostri specifici desideri, quelli che alimentano la nostra esistenza ….

Non puoi tornare indietro e cambiare l’inizio, ma puoi iniziare dove sei e cambiare il finale. C.S. Lewis

Dall’”odio” all’amore per se stessi ….

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“Non c’è arma più potente di questa per la realizzazione della verità: accettare se stessi….” Swami Prajnanpad

Ho dedicato tanti post all’amore per se stessi, al ripartire da noi per poi andare verso l’altro, liberandoci di tutte quelle proiezioni che diventano schermi dietro i quali nasconderci . Volersi bene nonostante tutto. Come fare praticamente ???? … Provate a seguirmi passo per passo …

In fin dei conti non possiamo sperare di scioglierci dalla stretta del risentimento a meno di non abbandonare il risentimento più distruttivo di tutti, quello che abbiamo verso noi stesse. Il risentimento è sempre un’arma a doppio taglio: ogni rancore provato verso il “cattivo altro” perché non mi ha trattato nella giusta maniera o amato nel modo giusto è accompagnato da un risentimento nei confronti di me stessa per non essere stata all’altezza o meritevole di quell’amore. Il “cattivo altro” e il “cattivo sé” sono due facce della stessa medaglia.

Certamente non ci sarebbe odio per gli altri senza odio per se stessi. Se davvero ci sentissimo bene con noi stesse, non ci interesserebbe perdere preziosa energia vitale provando rancore o attaccando qualcuno. L’urgenza di biasimare gli altri sorge solo dall’aver un sentimento negativo verso noi stesse, il che in origine si è sviluppato dal non sentirsi veramente tenute nella giusta considerazione dalle altre persone.

L’odio verso noi stesse può sembrare ad alcuni una parola troppo forte. “Ho una piccola mancanza di fiducia in me stessa, ma non mi odio”, potreste dire. Tuttavia, se in qualche modo ci mettiamo in dubbio, ci giudichiamo o ci critichiamo, questo sta ad indicare un disgusto o un’avversione verso noi stesse per come siamo.

Sfortunatamente la difficoltà che abbiamo ad amarci e ad accettarci influisce su di noi ancora più profondamente della mancanza di amore di chiunque altro.

Detto ciò non è difficile vedere da dove prende origine il sentimento del “cattivo sé”: dal non corrispondere alle aspettative delle altre persone. Forse eravamo bambine timide e tranquille ma i nostri genitori ci volevano più estroverse. Forse i nostri insegnanti si aspettavano un’eccellenza verbale mentre a noi piaceva di più l’arte, la musica o la danza. O forse la nostra esuberanza fisica spaventava i ragazzi che cercavano qualcuno che non li minacciasse.

Tuttavia il “cattivo sé” è solo un pensiero della nostra mente, niente di più e si sviluppa con il prendersela personalmente quando gli altri non ci considerano o non ci apprezzano.

“Che cosa c’è che non va in me per cui nessuno vede o considera chi sono davvero?” L’origine di questo copione che mi vede sicuramente mancante di qualcosa ha origine nel “lì e allora”: “perché i miei genitori sono così arrabbiati o poco attenti nei miei confronti? Il motivo deve essere che c’è in me qualcosa che non va”. Questo è l’unico modo in cui un bambino può capire il disinteresse di un adulto. Di conseguenza finiamo per disprezzare chi siamo: “se soltanto fossi diversa potrei essere amata e tutto andrebbe a posto”.

In questo modo la vergogna, cioè il sentimento che il nostro io non va bene, si installa nel corpo e nella mente. La vergogna è senza dubbio il sentimento più doloroso, perché nega la verità vitale , che  la nostra natura è intrinsecamente unica e “bella”  così come è.

Facendoci dubitare della nostra “bontà” fondamentale la vergogna è paralizzante, ci fa congelare e chiudere e dal momento che il sentimento del “cattivo sé” è così doloroso, facciamo del nostro meglio per allontanarlo. Così esso cade nell’inconscio, condizionandoci in forme automatiche su cui abbiamo scarso controllo.

Uno dei modi in cui il “cattivo sé” torna indietro a tormentarci è in quella corrente di rimuginazioni negative , ossia la “critica interna”. Tale critica è la voce che ci dice che nulla di quello che facciamo è adeguato. Sta sotto la soglia della coscienza aspettando la minima giustificazione per venire fuori e partire all’attacco.

Se potessimo dare un’occhiata alla mente della maggior parte delle persone troveremmo che i più rimuginano intorno alla stessa preoccupazione: “Vado bene o no?”. Ecco quello che alimenta la fissazione del “mi ama, non mi ama”. Se mi ama, allora forse dopotutto sono una persona di valore, di successo, attraente, piacevole, forte, e posso stare bene con me stessa. Se non mi ama, allora vengo gettata nell’inferno di vedermi come il “cattivo sé”, inadeguata, non attraente, indegna di amore. Quindi mi odio e mi rifiuto.

Così nel fondo della mente si svolge un processo interiore dove noi schieriamo prove per una parte o per l’altra: “la gente oggi ha reagito bene nei miei confronti, quindi sto bene con me stessa”; “la gente oggi non ha reagito bene nei miei confronti, quindi forse dopotutto non vado bene”.

Perché permettiamo alla critica di continuare a vivere dentro di noi con tutte le sue dolorose conseguenze? Nella misura in cui non sappiamo che siamo intrinsecamente degni d’amore non crediamo che l’amore non verrà mai a noi per conto suo; crediamo invece di dover fare qualcosa per renderci accettabili. Così per istigare noi stesse a mettercela tutta ad andare bene, per costringerci a modellarci in una forma, assoldiamo una critica interna per tenere la contabilità di come andiamo. Se possiamo dimostrare di essere meritevoli, forse allora saremo amate.

Purtroppo questo processo interno non ha fine e non porta risultati. Cercare di andare bene non potrà mai portare ad essere sicure del nostro profondo valore perché questo stesso sforzo presuppone il fatto che non andiamo abbastanza bene e quindi rafforza l’odio verso noi stesse.

Non amare noi stesse rende difficile far sì che gli altri ci amino veramente. Questo frustra chi ci sta accanto, facendo sì che si ritragga e se ne vada. Noi di conseguenza usiamo la cosa come ulteriore prova che in noi c’è qualcosa che non va. In tal modo la storia del “cattivo sé” diventa una profezia che si auto avvera.

Esattamente come era frustrante dover essere una brava bambina (o un bravo bambino) per riuscire a venire accettati dai nostri genitori, e quindi non sentirci mai amati per quello che eravamo, così è frustrante provare a conquistare un’approvazione della critica dimostrando che ne siamo degni. L’autoaccettazione che può curare l’odio verso se stessi e il sentimento di vergogna non arriverà mai tramite la conquista di un verdetto favorevole nel processo interiore. Esso può emergere soltanto riconoscendo e apprezzando l’essere che siamo effettivamente, dove conosciamo noi stesse come qualcosa di molto più grande e reale di ogni nozione che abbiamo riguardo al buon sé o al cattivo sé …..

Un personaggio che non sono io

rifiuto me stessa

“Il coraggio di conoscere se stessi è un coraggio raro; e sono molti quelli che che preferiscono incontrare il loro acerrimo nemico in campo aperto, piuttosto che il proprio cuore nell’armadio.” (Anonimo)

Il primo modo di vivere senza se stessi è nascondere la propria identità. Il secondo è nell’imporsi una identità che non è la nostra.

Molte persone si creano una identità inautentica e prigioniera del personaggio che mettono in scena con il risultato di vivere una vita artefatta sempre più lontani da se stessi.

Questa autoimposizione, infatti, rende tutto più difficile e artificioso: le reazioni sono calcolate, lo stile di vita e le relazioni perdono di immediatezza e semplicità. Vivere secondo una falsa identità non è per nulla agevole, implica sforzo e fatica come tutto ciò che è innaturale.

Il “posso essere come mi piace pensarmi” escludendo la nostra vera natura significa riprogrammare il software di noi stessi, ritenuto banale e non speciale, introducendo un “virus” che pensiamo possa essere il “cavallo di troia” per diventare finalmente “di classe A” apprezzati da tutti indiscriminatamente.

Il rifiuto dell’identità scatta, quasi sempre, perché si ritiene di essere sbagliati o di non essere meravigliosi quanto si vorrebbe. Tuttavia inventarsi un’altra identità significa far violenza a  noi stessi, perché non è facile disabilitare le nostre reazioni emotive naturali per indossare la maschera di qualcun altro immaginato o reale che si ritiene migliore di noi. Continuare a fingere a lungo andare diventa pesante e faticoso.

L’identità che racchiude in sé il temperamento, il carattere e la personalità (leggi QUI e QUI) è qualcosa che va scoperta e non inventata arbitrariamente.

Se essa è artificiale, indossata come un abito di scena, non potrà che essere provvisoria. Si potranno recitare più parti a seconda delle circostanze e delle convenienze passando da una all’altra senza il senso della continuità biografica.

Come ho detto sopra inventarsi una identità risponde al bisogno di trovarsi migliori, superiori, straordinari, non comuni, non come gli altri; tutte caratteristiche che fanno parte della costellazione del “narcisismo”.

E’ difficile rinunciare alla segreta pretesa di essere meravigliosi; la cultura del nostro tempo fa finta di non riconoscere il pericolo del virus narcisistico, facendone una bandiera desiderabile. Per molte persone, specialmente quelle giovani, essere “normali” rappresenta un antivalore perché il messaggio imperante è “Distinguiti!”. Ma possiamo solo inventare personaggi non creare identità.

Ricordiamoci però che la costruzione non è irreversibile, la personalità autentica, quella originale è indelebile, sopravvive clandestinamente nell’oscurità di se stessi. Essa attende solo di essere riconosciuta e accettata smantellando la costruzione artificiale che la teneva prigioniera.

“E’ un vincente!” si dice di una persona, oppure “è un perdente!” senza ormai avvertire neppure un brivido per la disumanità che questi termini evocano.

Se il senso del proprio valore si nutre del confronto con l’inferiore, il solo a far prevalere la nostra superiorità, gli aspetti di mancanza non suscitano più vicinanza o compassione, ma sono motivo di denigrazione e derisione. Il limite altrui, i difetti, le incapacità, i fallimenti suscitano disprezzo divenendo anzi l’occasione per considerare l’altro “non come me”, non “uno del mio giro”.

La prevalenza di questa cultura narcisistica attiva dinamiche perverse di esclusione. Sembra quasi scomparso il desiderio di rapporti paritari, come quelli amicali; sono sempre più i bambini che non vogliono avere amici, ma essere adorati, diventare punti di riferimento. Non amici, quindi, bensì ammiratori; c’è chi arriva addirittura a creare “fans club” già alla scuola elementare, con tanto di tessera.

La nostra cultura ha perso il presupposto che fonda il valore di una persona e questo vuoto è stato riempito con l’ebrezza di sentirsi migliori di altri.

Il narcisismo osannato da pubblicità e media anestetizza la sensibilità verso il dolore degli altri, uccide la pietà e rende feroci, sprezzanti soprattutto con i più deboli e meno fortunati. Esso “mostrifica” le persone poiché distrugge il nucleo più profondo della capacità di amare.

Solo rinunciando al sogno narcisistico possiamo accogliere la nostra vera identità scoprendo infine di non essere poi così male.

Imporci una identità ci rende perennemente instabili perché le parti “indesiderate” non sono integrate bensì negate accentuando l’aspetto opposto, ritenuto desiderabile. Il personaggio così creato diventa alla fine una caricatura perché risponde ad uno stereotipo. Ecco quindi che la forza diventa aggressività, la determinazione si trasforma in cocciutaggine, la capacità di decisione in voglia di imporsi e il coraggio diventa avventatezza.

Chi rinuncia alla propria identità ricerca un vantaggio (evitare il giudizio negativo o il rifiuto affettivo, appagare il bisogno di essere considerato speciale) e tale operazione, per quanto non pienamente consapevole, non è al difuori della responsabilità personale.

Ed è proprio a partire dal riconoscimento di questa responsabilità che può iniziare il cammino di rinascita, cercando di riscattare la parte migliore di sé.

Il recupero dell’identità perduta infatti avviene sempre a caro prezzo, ossia, nel correre quei rischi che si era voluti evitare rinunciando a qualcosa che era sembrato vantaggioso e sicuro.

Comportarsi in conformità con il proprio senso di giustizia, esprimere sinceramente il proprio punto di vista, ad esempio, può esporci alla disapprovazione, eventualità che si era accuratamente cercato di evitare indossando un altro abito. Esplicitare un giudizio comporta dover gestire le conseguenze della nostra presa di posizione “senza se e senza ma”.

Nella rinuncia ad essere se stessi si consuma il tradimento del vero per la paura di non reggere al confronto. Si fa diventare il bene ciò che si intuisce possa piacere all’altro per avere in cambio un simulacro di accettazione; scoprendo poi di non avere nemmeno la stima di coloro per i quali ci si è annullati.

Sotto la paura di essere se stessi si nasconde il più delle volte una pretesa infantile che tuttavia non giustifica il fine. Chi è prigioniero delle proprie paure e non fa nulla per superarle, soffre un patimento inutile e distruttivo per evitare una sofferenza giusta e costruttiva. Si entra nella spirale del vittimismo.

Il compatimento e l’autocommiserazione mettono in ombra la responsabilità e senza l’assunzione della propria responsabilità non c’è trasformazione e rinascita.

liberamente tratto da:

O.Poli – “La mia vita senza di me”

Trasformare la paura in energia propulsiva

paura muro

Olio su tela di Orszag Lili – Self-portrait in front of a Wall (Young Girl in front of a Wall) –

La paura è l’emozione più difficile da gestire. Il dolore si piange, la rabbia si urla, ma la paura si aggrappa silenziosamente al cuore. Gregory David Roberts

Stimolata dall’intenso week end di formazione per Agevolatori del Metodo Mandala-Evolutivo® che ho condotto, in cui abbiamo lavorato sui due grandi “mostri” Rabbia e Paura alcune riflessioni sulla paura fonte di molti dolori e “impantanamenti”…….

Tutti abbiamo provato  almeno una volta la sensazione “paludosa” di qualcosa che ci impediva di proseguire spediti nella vita, come se avessimo dei legaci alle caviglie che ci frenavano il passo. Magari all’inizio era una sensazione lieve, che passava quasi inosservata, ma a lungo andare si è trasformata in un peso che affossava e impediva ogni movimento e decisione.

Questa è l’energia della paura che ci sclerotizza, ci blocca, rendendoci statici e stagnanti. Questa è la paura di cui aver paura!!!

Come per ogni cosa, siamo noi a decidere la nostra percezione, che altro non è che un pensiero, ed è nostro, e quindi possiamo scegliere di cambiare, e farlo consapevolmente: decidiamo di trasformare questa energia in qualcosa di propulsivo, in una spinta verso, un impulso trainante a fare invece che a non fare.

La paura, dunque, è una emozione, ed è nostra. Questo implica che, facendo parte di noi, è insopprimibile. Tanto vale cominciare ad accettarla e vederla come un’amica, una consigliera che ci consente di accorgerci che qualcosa non va e che spesso ci protegge dai pericoli.

I muri che abbiamo costruito hanno avuto la loro ragione di essere e inizialmente ci hanno dato l’illusione di essere protetti. Magari abbiamo convissuto per anni con questa realtà parziale, senza renderci conto che non ci permetteva di vivere pienamente, finchè il fastidio si è manifestato prepotentemente, obbligandoci a fare qualcosa, non sopportando più l’esperienza della paura e l’impossibilità di aver fiducia nel mondo e negli altri.

Quando ci troviamo di fronte al muro compatto della paura, lo possiamo sentire, toccare, percepire concretamente. Comunque cerchiamo di aggirarlo, ci ributta indietro, come se fosse di gomma. Se cerchiamo di scalarlo, ci rendiamo conto che è infinitamente troppo alto … ci chiude l’orizzonte, ci soffoca, finchè comprendiamo che l’unico mezzo di superarlo è quello di andarci dentro.

Ma come creare il coraggio per saltarci dentro? Come scrollarsi di dosso anni di timori, di palpitazioni, strati e strati di insicurezze?

Il miracolo siamo coi ed è solo facendo un atto di fiducia verso noi stessi che ci permettiamo di andare oltre la paura. Purtroppo, non esiste la formula magica che va bene per tutti, ognuno è necessario che trovi la propria.

Basta fare il primo passo, entrando nella paura , e spesso ci accorgiamo che in realtà  si tratta di una bolla di sapore causata dalle nostre ansie e preoccupazioni.

Altre volte, invece, è l’espressione di un vecchia ferita che riaffiora e che ci fa regredire a quello stato di bambini inermi facendoci dimenticare che ora il nostro stato è adulto e perfettamente in grado di accogliere, gestire e fronteggiare le nostre fragilità.

Con questo non sto dicendo che affrontare la paura  sia facile, ma solo che è meno difficile di quanto possa apparire.

Ognuno di noi ha avuto e avrà il suo muro e il terrore che rappresenta, ne ha sperimentato la consistenza, il senso di claustrofobia che ad un certo punto diventa insopportabile, .

Ogni muro ha delle colorazioni diverse, paura di amare, paura di non essere amata, paura del rifiuto, paura di fallire … e chi più ne ha più ne metta.

Ma nessuno di questi muri è per sempre!

Basta scegliere qualcosa di diverso, a volte basta porsi ad un’angolazione diversa, oppure indossare un paio di occhiali da sole per smorzare il bagliore accecante che ci impedisce di vedere l’uscita o ancora lasciare che la vista si offuschi per mettere meglio a fuoco il centro del muro e, come per incanto, vedremo sparire il”mostro” ……..

La sofferenza: sabbie mobili della nostra anima. (II parte)

sabbie-mobili

“Il dolore rovescia la vita, ma può determinare il preludio di una rinascita.” E.Breda

Continuiamo la riflessione iniziata nel post precedente con un’altra metafora: immaginiamo di trovare una persona intrappolata nelle sabbie mobili; non ci sono né funi, né rami per cercare di raggiungerla e tirarla fuori.

L’unico modo per aiutarla è parlarle. La persona continua a gridare “Aiutami a uscire” e comincia a fare quello che farebbero tutti quando sono bloccati in qualcosa che li spaventa terribilmente: lottare per uscirne, per scappare.

Quando inciampiamo rimanendo intrappolati in un cespuglio di rovi o in una pozzanghera fangosa, camminare, saltare, tirarsi fuori per allontanarsi sono azioni efficaci.

Questo però non vale per le sabbie mobili. Per uscire fuori da qualcosa che ci incastra è necessario sollevare un piede e muoverlo in avanti, ma quando si è bloccati nelle sabbie mobili questa è una pessima idea. Infatti, alzando un piede, tutto il peso del corpo grava solo su metà della superficie di appoggio, questo significa che la pressione che spinge giù il corpo nella sabbia raddoppia istantaneamente. In più, il vuoto creato dal piede che si alza risucchia ancora più giù il resto del corpo.

L’unico risultato finale di questa azione è quello di sprofondare sempre più nelle sabbie mobili.

Quindi cosa possiamo rispondere alla persona che urla “Aiuto”? Se sappiamo come funzionano le sabbie mobili dovremmo gridarle di smetterla di muoversi per uscire e di provare ad allargare più che può braccia e gambe per massimizzare il contatto con la superficie del pantano, solo in questo modo la persona può non sprofondare e muoversi verso la salvezza, emergendo piano piano dalle sabbie.

Ovviamente poiché la persona sta tentando di liberarsi e di uscire dalle sabbie mobili, è estremamente difficile comprendere che la cosa più saggia e sicura da fare è proprio stare nel fango.

Tutto questo per dire che la vita di ciascuno di noi può essere molto simile a questa situazione con la differenza che spesso sono sabbie mobili antiche che sono state in agguato, sullo sfondo, per anni e che in momenti alterni possono invadere tutto il nostro spazio interiore e più ci muoviamo per risalire in superficie, più sprofondiamo nel viscidume dei nostri circoli viziosi.

Cambiamo prospettiva e facciamo del nostro dolore un alleato, un’opportunità per percorrere il sentiero meno battuto. Smettiamo di dibatterci dentro le sabbie mobili e rimaniamo con loro.

Nella maggior parte dei casi il tentativo di sbarazzarsi del proprio dolore serve solo ad amplificarlo, a intrappolarci ancora di più al suo interno e a trasformarlo in qualcosa di traumatico. Nel frattempo vivere la nostra vita viene messo in secondo piano.

L’alternativa? Accettarlo; che non significa darsi per vinta accettando l’auto-sconfitta, bensì “arrendersi” al flusso della vita con i suoi pieni e i suoi vuoti, le sue zone di luce e quelle in ombra ….

Proviamo a farci queste domande: stiamo vivendo la vita che vorremmo vivere adesso? La nostra vita è focalizzata su quello che per noi ha realmente significato? Il modo in cui viviamo la nostra vita è caratterizzato da vitalità e impegno o dal peso dei nostri problemi?

Quando siamo presi dalla lotta contro la nostra sofferenza interiore, spesso mettiamo la vita in posizione di attesa, di “pausa”, credendo che il nostro dolore debba diminuire prima di poter realmente ri-niziare a vivere ancora.

Ma che cosa accadrebbe se potessimo vivere la vita che veramente vogliamo, adesso, a partire da questo momento?

Entrare in contatto con la vita che vogliamo vivere e imparare a realizzare i nostri sogni nel presente non è semplice, perché la nostra mente, come tutte le menti umane, farà scattare trappola dopo trappola e alzerà barriera dopo barriera.

Nel momento in cui però sappiamo che può esistere un’alternativa, a questo punto la scelta è nostra.

La vita può ferirci e lo farà. Alcune di queste cose non le possiamo scegliere: avvengono malgrado tutto, ma sempre abbiamo la CAPACITA’ di RISPONDERE (Respons-Ability).

Le conseguenze che arrivano nella nostra vita derivano dalle azioni che facciamo. Nessun altri, tranne noi stessi, possiamo intraprendere la strada dell’accettazione o dell’evitamento. L’una ci porterà a dar valore a quello che veramente ci importa, l’altra ci intrappolerà nell’eterno chiacchiericcio della nostra mente, che come le sabbie mobili, non farà altro che portarci sempre più giù.

La vita è una scelta e la scelta non si riferisce a sentire dolore oppure no. Riguarda se vivere o non una vita significativa e di valore.

E quindi, cosa abbiamo da perdere? Non sarebbe stupendo se potessimo uscire dalla mente ed entrare nella nostra vita?

La sofferenza: sabbie mobili della nostra anima. (I parte)

dolore psicologico

Che cos’è la sofferenza? Io non sono sicuro di che cosa sia, ma so che la sofferenza è il nome che diamo all’origine di tutti i sospiri, le urla e i gemiti – piccoli e grandi, rozzi e multiformi – che ci affliggono. È una parola che definisce il nostro sguardo ancor più di ciò che stiamo contemplando. Jonathan Safran Foer

Le persone soffrono. Non si tratta semplicemente della sensazione di dolore, la sofferenza è molto di più.

Noi esseri umani, chi più chi meno, lottiamo costantemente con la sofferenza interiore prodotta dalle nostre emozioni e dai nostri pensieri difficili da tollerare, ricordi spiacevoli, impulsi e sensazioni indesiderate.

Ci rimuginiamo sopra, ci preoccupiamo, proviamo fastidio, li anticipiamo, li temiamo.

Allo stesso tempo dimostriamo un grandissimo coraggio, una profonda compassione e una notevole capacità nell’andare avanti, perfino con storie personali particolarmente difficili.

Pur sapendo di esserne feriti continuiamo con speranza ad amare il prossimo. Anche di fronte all’insensatezza, continuiamo ad abbracciare i nostri ideali.

E qualche volta siamo pienamente VIVI, consapevoli, presenti totalmente a noi stessi, e quando è così vorremmo che non finisse mai.

Poi arriva lo sbarramento, come se il troppo benessere fosse qualcosa che non sta bene vivere per lungo tempo. Lasciamo quindi che il problema del caso ci riempia completamente e iniziamo il rimuginio che come un criceto dentro la gabbia cerca disperatamente la via d’uscita, intrappolandoci, in realtà, sempre più nella sofferenza.

Per dirla chiaramente noi esseri umani giochiamo una partita “truccata” in cui la mente stessa, un meraviglioso strumento per capire e gestire l’ambiente che ci sta intorno, si rivolta contro chi la ospita.

Urge un cambio di prospettiva, una trasformazione nel modo in cui ci rapportiamo con la nostra esperienza personale, cercando di fare nostri questi concetti:

  • Il dolore esistenziale è normale, è importante e accompagna ogni persona;
  • Dolore e sofferenza sono due cose diverse, due stati differenti dell’essere;
  • Non è necessario che ci identifichiamo con la nostra sofferenza;
  • Possiamo vivere una vita di valore, iniziando da adesso, ma per farlo dobbiamo imparare a uscire dalla nostra ed entrare nella nostra vita

Facendomi aiutare da una metafora, la distinzione tra la funzione di una difficoltà, dolore interiore e la forma che assume nella vita di una persona può essere paragonata ad un combattente sul campo di battaglia. La guerra non sta andando bene. La persona combatte sempre più duramente. Perdere è un’opzione devastante e chi combatte pensa che sia impossibile vivere una vita piena che valga la pena di essere vissuta, a meno che non si vinca la guerra. Così la guerra continua.

Questa persona, tuttavia, non sa che esiste la possibilità di abbandonare il campo di battaglia in qualsiasi momento, cominciando a vivere la sua vita da subito.

La guerra magari prosegue ancora, e il campo di battaglia rimane ancora visibile, ma il risultato della guerra non è più così importante e la sequenza apparentemente logica di dover vincere la guerra prima di iniziare davvero a vivere, viene abbandonata.

Questa metafora ci può aiutare a capire meglio la differenza tra l’apparenza delle “difficoltà interiorie” e la loro reale sostanza. In questa metafora, la guerra sembra quasi la stessa, sia che tu la stia combattendo, sia che tu la stia semplicemente osservando. La sua forma esteriore rimane la stessa, ma il suo impatto, la sua effettiva sostanza, è profondamente diversa: combattere per la tua vita non è lo stesso che vivere la tua vita!

Imparare ad affrontare le nostre angosce in un modo diverso può cambiare l’impatto che esse hanno sulla nostra vita. Anche se l’apparenza dei sentimenti o dei pensieri non cambia, cambia il modo in cui entrano a far parte del nostro vivere.

….. ti aspetto la settimana prossima per la seconda parte

Sulla “quantità” …..

DONNA IN ACQUA

La vita non è un avere e un prendere, ma un essere e un diventare. M. Loy

Siamo tutti ossessionati dalla quantità.

Quanto vale, quanto valgo, quanto mi ami, quanto manca, quanto mi manchi, quanto peso, quanto costa, quanto possiedo, quanto piaccio, quanto mi piace …..mescolando fattori emozionali con questioni pratiche, spesso confondendone i piani.

La quantità è diventata un’attrazione fatale da cui fatichiamo a distoglierci. Sarebbe bene quindi fermarsi un attimo a riflettere su come mai la nostra attenzione sia più delle volte catturata dalla quantità.

Le ragioni possono essere molte: la smania di possesso, il bisogno di controllo, la competizione per il potere etc….

Per quanto ci abbiano da più parti ripetutamente messi in guardia rispetto al rischio di confondere l’Essere con l’Avere, ancora facilmente cadiamo nella trappola. E continuiamo a quantificare, per certificare un possesso che, seppur a torto, ci fa sentire più forti, più importanti, decisamente più sicuri.

Abbiamo la convinzione di valere quanto più possiamo contare su benefici, titoli, proprietà ma anche conferme, riconoscimenti, approvazioni. In un accumulo quasi seriale di “averi” che sembrano non dover bastare mai a rassicurarci.

Puntiamo alla conquista di risultati che dovrebbero servire a dimostrare il nostro successo, la nostra realizzazione e in nome di ciò miriamo a quanto c’è di più appariscente e tangibile.

Sacrifichiamo a volte il nostro benessere fisico per raggiungere quelle vette quantitative, le sole capaci, a nostro avviso, di placare la fame di riconoscimento.

“Sono in quanto ho” e questo in un loop infernale che richiede ogni volta prestazioni migliori per ottenere di più.

Il continuo rincorrere una meta che spostiamo sempre più avanti si inghiotte la soddisfazione per ciò che si raggiunge, mandando sullo sfondo il risultato considerato unicamente nella sua valenza di nuovo inizio e non vissuto per la gratificazione che può portare con sé.

In questa folle corsa, destinata a rimanere tale, l’energia vitale si esaurisce l’ambiente ci invade e la nostra “abilità di risposta” viene meno. Risultato? Il nostro progressivo prosciugarci perdendo sempre più di vista quello che siamo e quello che abbiamo raggiunto.

Questo ossessivo bisogno di quantificare vale naturalmente anche per gli stati emotivi e gli affetti in particolare.

Siamo continuamente alla ricerca di attestazioni che ci convincano dell’intensità dei sentimenti che gli altri nutrono nei nostri confronti.

Nelle relazioni di coppia, sottoponiamo spesso il nostro partner ad assillanti prove d’amore e di fedeltà volte a rassicurarci.

Vogliamo essere sicuri, pensare di avere il controllo delle situazioni. Abbiamo bisogno di domandare “quanto?” nella speranza di poterci assicurare un grado di conoscenza più elevato così da poter gestire le diverse variabili in gioco in qualsiasi circostanza.

Pensiamo che il “sapere” e la “conoscenza” ci diano quel vantaggio necessario a prevenire, per quanto possibile, l’accadere degli eventi anche in quei contesti, come i moti del cuore, in cui i dubbi e le incognite regnano sovrane.

Il “quanto mi ami?” diventa il tormentone non solo della pubblicità ma anche di molte vite di coppia, risultando, il più delle volte, un enigma impossibile da risolvere. Nessuna risposta al quesito può essere davvero convincente, e anche se questo lo sappiamo molto bene, tuttavia non rinunciamo al tentativo di misurare l’amore di cui siamo fatti oggetto da parte degli altri.

Forse a questo punto è necessario riappropriarci della nostra Essenza, quella parte che fa di noi l’essere Unico che siamo e che è Valore a prescindere dal “quanto”.

Quella parte il cui riconoscimento non si può deputare all’esterno; che nasce e cresce nell’accettazione costante e amorevole di noi stessi.

Quella parte che c’è e ci sarà sempre e che non ci lascerà mai soli .

L’Essenza dove risiede la nostra divinità, quel luogo sacro e inviolabile da cui parte la nostra espansione e a cui si ritorna in un ciclo continuo di pieni e vuoti.

E allora e solo allora non avremo più bisogno di quantificare e finalmente potremo dire con il cuore:

Io Valgo ….. in quanto Sono!

” io Valgo perchè esisto, perché vivo, perché respiro, perché sento, perché penso …”

Ricordiamolo sempre: NOI VALIAMO …. Anche se non abbiamo realizzato niente di importante, anche se siamo una frana, anche se siamo l’ultima persona sulla terra.

E guai a chi ci dice il contrario , anche noi stessi …

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