Sentirsi nei luoghi sbagliati

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foto di:  https://bit.ly/2zodjmf

È il punto di vista che FA la cosa.
Ferdinand de Saussure

Nella vita tutti noi abbiamo ricevuto un rifiuto, ci siamo sentiti dire di No rispetto a qualcosa o a qualcuno a cui tenevamo moltissimo.

La cosa importante perché questo “rifiuto” non ci faccia sentire sbagliati è ricordare che siamo noi a dare significato a quello che ci succede, sia nel bene ma anche e soprattutto quando le cose non vanno come vorremmo.

Anche qui l’esercizio è provare a cambiare prospettiva. Pensiamo che ogni momentaneo “No” che ci viene detto dalla vita, non significa rifiuto bensì occasione per qualcosa di altro.

Se proviamo a mettere insieme acqua e olio, l’acqua respinge l’olio quando si separa da esso? Le due estremità positive di un magnete non si respingono a vicenda? No. E’ solo un dato di fatto che non si combinano. Non è niente di personale, semplicemente non si possono adattare l’una all’altra.

E proprio come il magnete o l’olio ci sono situazioni o persone che non si adattano a noi, ma non è qualcosa di personale, semplicemente non siamo compatibili.

La sofferenza del sentirsi sbagliati nasce perché prendiamo tutto come se fosse rivolto contro di noi per punirci, farci male, per ferirci.

In realtà niente e nessuno ci respinge, gli unici siamo noi stessi che vogliamo a tutti i costi che le cose funzionino come pensiamo debbano funzionare.

Per cui se basiamo la nostra storia del non sentirci degni sul fatto che ci hanno detto di “no, in realtà questo è l’unico vero modo per essere respinti.

In fondo sta a noi la scelta e questo bisogna che ce lo ricordiamo bene!

Quando mettiamo sullo stesso piano desiderio ed emozione, quello che scopriamo può essere doloroso ma la sofferenza dipende poi dalla storia che ci raccontiamo.

Spesso il rifiuto, provando sempre a vedere da un’altra prospettiva, può essere una sorta di protezione che ci offre l’Universo. Non siamo rifiutati, bensì messi di nuovo in corsa, perché siamo l’olio e non possiamo mescolarci con l’acqua. Il “No” in realtà è un “Si” a qualcosa di altro, è come se ci fosse mostrata un’altra strada perché quella in cui eravamo non era per noi.

Ognuno di noi ha una mission nella vita e spesso pensiamo di aver imboccato la strada giusta, ma in realtà i “no” e i rifiuti che riceviamo ci stanno dicendo che quel percorso era solo un abbaglio e ci invitano a cambiare direzione.

Per accogliere tutto questo è necessario essere molto onesti con noi stessi, calandoci nella nostra parte più profonda pere ascoltare quella parte saggia che sa.

Relazionarsi al mondo è un viaggio alla scoperta di sé, confidando nella vita stessa come guida nel nostro viaggiare.

Se ci affidiamo un po’ di più alla nostra intuizione possiamo davvero confidare in ciò che la vita ci riserva come una mappa per trovare chi siamo, per trovare chi può procedere al nostro passo, per trovare la condizione che più si addice al nostro evolvere.

La nostra crescita in realtà non può essere fermata da niente, ma solo rimandata e i tempi li decidiamo noi.

E’ un attività che ci occupa ventiquattro ore su ventiquattro, anche quando apparentemente non sembra, è impegnativa, faticosa, ma la più arricchente che si possa fare.

Proviamo quindi a vedere il mondo con occhi nuovi, trovando il punto di equilibrio dentro di noi e ricordandoci del nostro scopo.

A volte, spesso, andiamo alla ricerca di cose giuste nei posti sbagliati; non è la fine del mondo nel momento in cui ce ne rendiamo conto è sempre possibile cambiare strada.

Quello che conta veramente è dentro di noi, ce lo portiamo appresso e possiamo sempre ritornarci; è nel momento in cui cominciamo ad amare veramente noi stessi che possiamo iniziare ad agire. E molte volte dobbiamo passare attraverso l’oscurità per poter trovare la luce all’interno.

Quando siamo distratti da tutte le luci esterne del mondo è facile non essere in grado di vedere la nostra luce.

Ma quando ci troviamo nel luogo più buio, nel luogo sbagliato, quello è il momento in cui siamo costretti ad evolverci, a brillare o spegnerci definitivamente.

Il “no” è un momento di buio. Il sentirsi negare una strada, una possibilità, una richiesta, una relazione spesso spegne la nostra luce.

Ricordiamoci allora che in quel momento siamo al buio non per punizione o perché non siamo meritevoli, siamo al buio in modo che non ci resta altra scelta che cambiare.

Ogni “no” che riceviamo dalla vita è un “si” alla nostra vita!

liberamente tratto da:

B.Pozzo “La vita che sei” Ed.BUR

Ci vuole pazienza ….

AVERE PAZIENZA

“Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.” Pablo Neruda

Una riflessione sulla “pazienza” che non fa mai male in questo mondo governato dalla fretta, dal correre bruciando i secondi, così da vivere “sorvolando le cose” tesi ad un risultato, spesso fumoso,  senza godersi la strada per raggiungerlo ……

La pazienza si sviluppa secondo direttrici misteriose. In sostanza essa è la capacità di saper dedicare tempo e un’attenzione anche prolungata a qualcosa o qualcuno.

Ci sono attività che richiedono molta pazienza: ad esempio coltivare un orto, dipingere ad olio, comporre mosaici, far crescere imprese, insegnare etc ..

Alcune persone sono pazienti per natura, a volte così pazienti da sembrare lente come lumache, incapaci di un guizzo, di una provvidenziale ventata di fretta. Talvolta questa pazienza deriva dalla paura di essere  aggrediti o dalla paura di sbagliare. Le persone pazienti in questo modo tendono ad essere molto tolleranti e a non reagire a comportamenti modificati o aggressivi anche quando potrebbe essere veramente necessario, tendono anche a dedicare molto tempo alle cose che devono fare, indipendentemente dalla loro importanza e a ricontrollarle più volte per essere sicure di non aver sbagliato nulla.

La pazienza che deriva dall’insicurezza funziona bene per evitare e tenere a bada la paura, ma ha un difetto: è piuttosto rigida, poco modificabile, proprio perché nasce dalla necessità  di proteggerai da aggressioni o critiche.

In caso di necessità, quando può servire fare le cose in fretta e non preoccuparsi della loro completa correttezza, questa “pazienza” frena, mette in crisi la persone e non le consente di agire rapidamente  se non a prezzo di un’ansia anche molto elevata.

Ci sono persone invece capaci di una pazienza “di fondo”, che trasmette serenità e sicurezza. Queste persone ci danno sempre  l’idea di muoversi contemporaneamente in due direzioni: sanno stare “ferme”, aspettare,concentrarsi su quello che hanno davanti e nello stesso tempo sembrano indirizzate a un movimento, un futuro, a un obiettivo vitale.

Proprio perché quello che conta in questa pazienza è l’obiettivo di fondo, essa è anche compatibile con altri atteggiamenti, talvolta opposti come il fare le cose in opposti e approssimativamente o anche male, se si valuta che da ciò non derivino problemi strategici o, addirittura, se lo si ritiene necessario, per non ritardare inutilmente la strada.

Anche gli impazienti sono di categorie differenti. Una categoria simpatica (a me) è formata da quelli che sono sempre un passo avanti, pieni di idee, forse un pó affamati di vita, trascinatori ma non arroganti, curiosi di sapere, di vedere, di fare e di pensare altro.

Altri impazienti invece possono essere meno gradevoli, ad esempio gli impazienti “narcisi”, che reagiscono sempre male se qualcuno entra nel loro spazio vitale e ne modifica gli schemi e i ritmi.

Infine c’è una grande quantità di impazienti e ” ansiosi”, che contagiano tutto il mondo con la loro perenne fibrillazione, irrequieti e instabili finchè le cose non vanno come dicono loro.

Pazienza e impazienza non sono per forza caratteristiche stabili, connesse al carattere: esse possono variare anche in relazione al benessere o malessere del momento o del periodo di vita, o al contesto.

Come anche dice l’etimologia – derivano da “pathos” – pazienza e impazienza parlano del nostro “sentire” e ci descrivono al prossimo con minuzia e precisione: ci raccontano e ci tradiscono , anche al di là dei nostri sforzi per mimetizzarci.

liberamente tratto da:

S.Gastaldi – “La terapia degli affetti” – Ed.FrancoAngeli

L’arte di seguire la propria intuizione ….

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Dobbiamo avere il coraggio di seguire il nostro cuore e la nostra intuizione. In qualche modo, essi sanno che cosa vogliamo realmente diventare. Tutto il resto è secondario. Steve Jobs

Riallacciandomi ad un post di qualche tempo fa e ad una sessione di qualche giorno fa con una mia cliente, vorrei aggiungere ancora qualche riflessione sull’intuizione e su come sia importante per il nostro ben-essere ascoltare la saggezza della nostra voce interiore.

Ascoltare, fidarsi e agire in base alla propria guida intuitiva è un’arte e come ogni arte o disciplina richiede un certo impegno. E’ un processo in continuo divenire in cui siamo sempre sfidati a muoverci ad un livello più profondo di fiducia in noi stessi.

Per molti di noi imparare a lasciarsi guidare dall’intuizione significa vivere in modo nuovo, un modo molto diverso da quello che ci hanno insegnato in passato. A volte questo può apparire alquanto disagevole e anche un pochino inquietante.

Se siamo stati abituati  ad accostarci alla vita in maniera del tutto razionale, a seguire certe regole o a fare quello che pensiamo che gli altri vogliono che facciamo, allora cominciare a seguire il nostro interiore sentimento del vero rappresenta una metamorfosi. E’ quindi naturale che tale cambiamento richieda del tempo, e in certi momenti può essere difficile e spiazzante. E’ necessario quindi , in questo percorso, essere molto indulgenti con se stessi.

In certi casi possiamo essere chiaramente consapevoli delle diverse voci in conflitto dentro di noi. Una parte di noi può sentirsi eccitata dai cambiamenti, mentre magari un’altra parte li vede con terrore. Se saremo in grado di riconoscere e rispettare tutte le nostre diverse voci interiori e le diverse emozioni che emergono, la nostra intuizione ci mostrerà il passo adeguato da compiere.

Quanto più ci abituiamo a seguire la nostra intuizione, tanta più fiducia avremo, perché vedremo che funziona davvero. Non solo non sta accadendo nulla di grave (come nelle nostre peggiori paure) ma la nostra vita sta effettivamente migliorando.

Molto probabilmente ,la nostra intuizione ci darà una spinta gentile per farci prendere dei rischi adeguati e farci sperimentare nuovi copioni. Essa potrebbe cercare di mostrarci che abbiamo una nuova direzione da prendere o che in noi c’è un desiderio che sta cercando di affermarsi. Proviamo a concederci il permesso di provarci, seguiamo il nostro impulso intuitivo e stiamo a vedere cosa succede. Potrebbe aprirci una nuova porta. Potrebbe darci la chance di scoprire un nuovo lato di noi che non avevamo imparato ad esprimere fino ad ora.

Mentre apprendiamo a vivere seguendo l’intuizione, potremmo scoprire che anche il processo decisionale cambia, invece di cercare soltanto di figurarci le cose nella mente immaginando come potrebbero cambiare, impariamo a fidarci della nostra “vocina saggia” cominciando ad esplorare le possibilità  che essa ci offre.

Certe persone temono che fidarsi dell’intuizione possa portarli a fare cose da puri egoisti, da irresponsabili o cose che danneggiano gli altri. In realtà è vero il contrario. Siccome l’intuizione è connessa con la nostra parte più autentica essa ci guida sempre verso il nostro bene e di conseguenza verso il maggior bene delle persone coinvolte.

Può accadere, tuttavia, che seguendo la nostra intuizione e comportandoci in modi differenti le altre persone rimangano deluse o turbate. Per esempio, se siamo una persona abituata a compiacere gli altri, la nostra intuizione potrebbe spingerci a imparare a dire “no” quando davvero non vogliamo qualcosa e a porre confini più fermi con le persone. Dapprima questo potrebbe portare scompiglio e delusione ma a lungo andare, tuttavia, il rapporto ne beneficerà proprio in virtù della nostra maggior congruenza tra i nostri bisogni e le nostre azioni.

Mentre imparano a seguire l’intuizione, certe persone attraversano un periodo in cui sembra che la loro vita vada in frantumi. Certi rapporti possono finire o cambiare drammaticamente. Tutto ciò è indizio del fatto che si sta abbandonando certi aspetti della vecchia identità, dei vecchi copioni; se opponiamo resistenza cercando di trattenerli finiremmo per limitare e imprigionare noi stessi.

E’ questione di aver fiducia nel fatto che, anche quando le cose non stanno andando esattamente nella direzione sperata, il percorso ha una sua profonda coerenza. Nuovi rapporti interpersonali, una nuova creatività, un nuovo lavoro possono apparire all’orizzonte riflettendo la nostra maturazione e il nostro sviluppo.

Imparare a seguire l’intuizione può talvolta darci l’impressione di vivere sull’orlo di un precipizio. In un certo senso, significa imparare a vivere senza quel falso sentimento di sicurezza che proviene dal cercare di controllare tutto quello che accade. Gradualmente diventiamo meno timorosi e impariamo a convivere con l’incertezza. Possiamo addirittura imparare a godere del fatto di non sapere molte cose. E’ in effetti una sensazione molto eccitante e rivitalizzante.

Possiamo imparare a muoverci nell’ignoto confidando nel fatto che abbiamo in noi una forza che ci guida e che ci indica la strada.

“Tutto diventa più chiaro se smettiamo di capire e ci affidiamo all’intuizione, a un altro modo modo di vedere il mondo…” Raffaele Morelli

Buchi da riempire e paura del vuoto

VITA VELOCE 1

“Abbiamo un bisogno urgente di rallentare, riprendere fiato, di sbarazzarci dall’angoscia di non arrivare a fare tutto quello che si deve fare nell’arco delle ventiquattro ore che fanno la giornata. Nella ricerca della tranquillità, il primo passo è il divorzio dal mito della velocità” Christoph Baker

A volte mi domando, e in questo momento più che in altri, perché ci intossichiamo di cose da fare entrando in circoli viziosi di movimento che hanno ben poco a che fare con i nostri reali obiettivi, facendoci risucchiare da vortici di attività da cui è difficile poi fermarci. Che cosa c’è dietro a tutta questa frenesia da cui così facilmente ci lasciamo invadere e contagiare?

Quasi sempre il risultato è un progressivo allontanamento da noi stessi che ci porta a perdere il ritmo, il nostro, quello con gli altri e con il mondo che ci circonda, diventando come ballerini che seguono automaticamente il passo della musica proposta senza entrarci davvero dentro.

Tutto gira sempre più veloce e noi affannati a cercare di stare dietro ad ogni cosa, proiettati perennemente nel futuro senza tempo di vivere il presente.

Arriva tuttavia un momento in cui sentiamo un richiamo che giunge dalle sconosciute profondità di noi stessi e ci pone un’imbarazzante domanda “Chi sei?”

Molti di noi cresciuti nell’ambito della cultura attuale che in fondo crede che non ci sia nulla di particolarmente affascinante da scoprire dentro di noi, zittisce subito la voce seguitando indaffarata la propria esistenza tra i mille impegni spesso gestiti da un pilota automatico che segue mappe e priorità tracciate da altri.

Non solo il lavoro, ma gli stessi passatempi odierni tendono a occupare ogni singolo istante, colmando tutti gli spazi senza lasciarci più momenti vuoti di riflessione necessari a riconoscere chi siamo, dove stiamo andando, di cosa abbiamo bisogno e cosa vogliamo.

Queste domande, se ignorate, diventano buchi che premono per essere riempiti, ma visto che il fermarci a rispondere comporterebbe la messa in crisi di tutto quello fatto fino ad ora, l’attenzione viene distolta, portata altrove e i buchi vengono colmati con surrogati che servono a tacitare i nostri veri bisogni.

Videogiochi coinvolgenti, film appassionati, riviste patinate che raccontano le vite romanzate di altri, ci fanno vivere emozioni ed esperienze in prestito, per non occuparci delle nostre. Giochini meccanici e ripetitivi fatti al telefono ci ipnotizzano, distogliendoci da un contatto più profondo con la nostra quotidianità.

Il richiamo da questo spazio interiore troppo spesso ignorato e inesplorato e che, nonostante tutto, continua a lanciare segnali, porta con se attrazione e paura.

Attrazione perché “essere ciò che siamo e divenire ciò che siamo capaci di divenire è l’unico scopo nella vita” (B.Spinoza). Paura, perché la scoperta di chi siamo davvero, come ho detto sopra, potrebbe mettere seriamente in discussione tutto quello che fino ad ora abbiamo creato e creduto; oppure, perché davvero pensiamo che ci sia solo dentro di noi una voragine senza fondo che incute terrore.

Quindi se ci fermiamo siamo obbligati gioco forza a confrontarci con questo ignoto e allora facciamo ben attenzione a tenerci sempre occupati in qualche altra attività meno rischiosa.

In realtà questo spazio profondo non è vuoto ma pieno di tantissime cose che il più delle volte non vogliamo vedere: bisogni ignorati, desideri inconfessati, ambizioni nascoste, risorse dimenticate, emozioni inespresse, ricerca di senso…..

Vuoto in realtà affollato, come un oceano che visto da lontano sembra una piatta e anonima distesa orizzontale di acqua, ma in profondità brulica di vita, di tesori e anche di minacce.

“Certo che quando non si conosce l’esistenza della profondità sotto la superficie di questo oceano, il profilo di un relitto che si intravede sott’acqua, una balena che emerge a crogiolarsi al sole, vulcani sottomarini che occasionalmente si attivano, conglomerati di rifiuti affioranti, possono destare qualche preoccupazione. E quando manca lo spirito di avventura la scelta più facile è girare la testa dall’altra parte e tenersi occupati con qualcosa da fare” (M.Danon – Il potere del riposo).

Quindi la paura del vuoto, in realtà è paura della profondità; calarsi come uno speleologo nelle nostre grotte più interne alla ricerca del senso più intimo della nostra esistenza.

L’antidoto? Fare il “morto a galla” che se può essere utile, come ho scritto nel post precedente, per emergere dalle “sabbie mobili del dolore”, in questo caso diventa strumento per distogliere l’attenzione da se stessi verso un altrove fatto di esperienze “mordi e fuggi”, relazioni “usa e getta” che hanno l’unico scopo di mantenere l’attenzione ben salda in superficie.

Entrare in intimità con noi stessi è oggi merce rara, qualcosa da evitare a tutti i costi; vietato rallentare, vietato respirare, vietato sostare anche solo per un minuto, vietato perfino guardarsi allo specchio se non per controllare che l’outfit del giorno sia quello cool del momento.

Quando invece, osiamo varcare la soglia, permettendoci un momento di sano far nulla in ascolto di quel richiamo verso noi stessi ecco che stiamo facendo un passo in più verso la preziosa consapevolezza di Esserci davvero e “se sei consapevole di esistere, allora esisti”

 

 

liberamente tratto da:

M.Danon – Il potere del riposo – ED Urra feltrinelli

 

Cosa ci fa soffrire?

DOLORE 7

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia riarsa,
era il cavallo stramazzato.
Eugenio Montale

Perché proviamo dolore? Perchè siamo vivi. Il dolore è necessario, ha una chiara funzione adattiva. Tutti gli esseri viventi è necessario che siano capaci a reagire ad uno stimolo nocivo o a una minaccia. Il dolore è un meccanismo essenziale che ci avvisa della presenza di qualcosa che potrebbe ferirci a livello fisico o emotivo.

Il dolore è quindi un meccanismo fisiologico adattivo molto complesso che la natura e l’evoluzione hanno messo a punto e perfezionato per permetterci di vivere. A volte però, nonostante l’eccellenza del dispositivo, possiamo soffrire per cose che non sono mai successe e mai succederanno.

Ma quali sono le cause delle nostre sofferenze? Partendo dal presupposto che non è possibile fare una mappa esaustiva e dettagliata di tutto ciò che può creare sofferenza, anche perché ognuno di noi ha i suoi personali “attivatori”, proviamo a delineare i motivi più generali che potrebbero risvegliare i nostri recettori del dolore.

Il dolore emozionale nella maggior parte dei casi nasce dalle avversità. Ogni giorno affrontiamo centinaia di situazioni contrarie ai nostri interessi. Tutti noi vorremmo condurre una vita tranquilla, ignari del fatto che le difficoltà sono frequenti. Il dolore ben gestito ci permette di crescere. Spesso, invece, soffochiamo il dolore con farmaci e autoinganni, ma questo ci impedisce di affrontare il problema a viso aperto, risolvendolo e diventando così più forti e sicuri. Se riusciamo a trasformare le difficoltà in una sfida potremo perdere la loro negatività.

Altra causa del dolore emozionale sono le frustrazioni che proviamo quando le nostre aspettative non si realizzano. Ma quali sono le nostre aspettative? Come ci immaginiamo la vita? Abbiamo speranza incerte e nebulose. Fissiamo mete che spesso sono irraggiungibili e finiscono per farci soffrire.

Spesso interiorizziamo e facciamo nostre le aspettative degli altri. Ci dicono come dobbiamo essere, quando dobbiamo aspettare o quando possiamo agire e noi ci crediamo. Diamo per certa questa immagine del mondo costruita confondendo il reale con ciò che desideriamo, che poi non sempre si compie, provocandoci una sofferenza gratuita che avremmo potuto evitare.

Il dolore emozionale nasce anche dalla delusione. Spesso, infatti, non vediamo la realtà per come è ma per come la desideriamo. Le persone sono come sono, non come speriamo che siano, e così anche la vita. Ci autoinganniamo: vogliamo credere che le cose andranno bene e che i problemi si risolveranno da soli, come per magia. Ipotechiamo la nostra vita per una felicità apparente e chiudiamo gli occhi davanti alle difficoltà. Quando poi la realtà ci manda i suoi segnali di allarme sotto forma di ansia, inquietudine, malessere, invece di chiederci cosa sta accadendo, cerchiamo di distrarci. Ma la realtà insiste, allora ricominciamo con la nostra menzogna, cercando di costruirci una facciata convincente. Ma l’imbroglio in cui viviamo inizia a sgretolarsi, così dobbiamo mentirci più sfacciatamente e passare al livello successivo. Finchè l’illusione si rompe del tutto e il film che stavamo montando si inceppa, portando con sé enormi dosi di dolore.

Soffriamo anche per il cambiamento. Cambiare ci costa molto, soprattutto perché partiamo da un’idea di base scorretta. Cerchiamo la stabilità credendo che ci darà sicurezza e felicità, mentre la vita è per sua natura instabile e in continuo mutamento. Ci sforziamo di controllare l’incontrollabile, proviamo a costruire parapetti che ci proteggano dal cambiamento, finendo così per perdere le nostre energie. Che l’esistenza si in continua trasformazione è una buona notizia, perché vuol dire che anche la peggiore delle disgrazie avrà una fine, se lavoriamo nella giusta direzione.

La sofferenza può nascere anche dall’immaginazione. Ci assilliamo per catastrofi e problemi che magari non si verificheranno mai, siamo terrorizzati da quello che potrebbe accadere ai nostri figli, la nostra mente prefigura malattie, incidenti, difficoltà, impregnando di paura il futuro. Non solo soffriamo per ciò che è già accaduto, ma ci arrovelliamo su quello che può succedere e che, per quanto spesso irreale, provoca un dolore che è effettivamente percepito dal nostro organismo e finisce per alterarlo e destabilizzarlo proprio come farebbe un dolore reale.

A volte la vita ci fa soffrire, non possiamo evitarlo. Proviamo senza successo a vivere nel mondo delle fate, ma quando muore qualcuno vicino a noi, ci viene diagnosticata una malattia, vediamo soffrire un figlio o piangere un bambino ci troviamo faccia a faccia con il volto più crudele della vita. Tuttavia, possiamo arrivare a controllare parte di questa sofferenza imparando ad analizzare la realtà, a prendere le decisioni giuste e ad automotivarci. Si tratta di attivare le nostre forze emozionali per poter affrontare quello che ci scoraggia perché, se non possiamo cambiarlo, possiamo almeno cercare di gestirlo.

Vi propongo ora un esercizio: analizzate il dolore che sentite e provate ad identificarne l’origine. Prendete carta e penna e riflettete ……

E RICORDIAMOCI:

  • Il dolore ben gestito permette di crescere
  • Correggiamo le aspettative che abbiamo sulla vita
  • Chiediamoci se ci autoinganniamo e, se sì, smettiamo di mentirci
  • Accettiamo il fatto che la vita è un cambiamento continuo
  • Smettiamo di rimuginare e trasformiamo le preoccupazioni in azioni
  • Evitiamo di confondere il possibile con il probabile
  • Teniamo a freno la nostra immaginazione, rendendola costruttiva
  • Evitiamo di anticipare ciò che non è ancora accaduto

Liberamente tratto da:

T.Navarro – “Kintsukuroi” -Ed.Giunti

Le onde sono acqua

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C’è un deposito millenario di acqua fresca nella mia anima. Abdelmajid Benjelloun

Guardando la superficie del mare puoi vedere le onde che salgono e scendono: le puoi descrivere con aggettivi: alta o bassa, grande o piccola, più o meno vigorosa, più o meno bella . Puoi descrivere un’onda in termini di inizio e di fine, di nascita e di morte …..

Osservando in profondità vediamo anche che le onde, allo stesso tempo, sono acqua.

Un’onda potrebbe mettersi a cercare la propria vera natura. Potrebbe soffrire di qualche paura, avere qualche complesso, potrebbe dire: “Non sono grande come le altre onde”, “Sono depressa”, “Non sono bella come le altre onde”. L’onda potrebbe soffrire di tutte queste cose, di queste idee, ma se si china e tocca la sua vera natura si rende conto di essere acqua. Allora tutte le paure e i complessi scompaiono.

L’acqua è libera dalla nascita e morte di un’onda. L’acqua è libera da alto e basso, più bello o meno bello. Puoi parlare in termini di più bello o meno bello, alto o basso, solo se parli di onde; per quel che riguarda l’acqua tutti questi concetti non hanno alcun valore.

Per entrare in contatto con la nostra vera natura non occorre che andiamo da nessuna parte: l’onda non deve mettersi a cercare l’acqua, perché è già acqua.

Tu sei ciò che stai cercando. Sei già quello che vuoi diventare …..

Pratica come un’onda. Datti il tempo di osservare in profondità dentro di te e di riconoscere la tua vera natura; così facendo puoi aprirti un varco verso la libertà e l’assenza di paura …..

Celebra la vita

celebrare la vita

 

In questo giorno così triste, ho perso il papà di mio marito che volutamente non chiamo suocero perchè così non l’ho mai vissuto. Era un persona bellissima con l’animo integro e da fanciullo, anche se la “giovinezza” con lui non era stata certo prodiga di doni, aveva vissuto la guerra e il campo di concentramento, ma la sua vena ironica, l’acutezza nel pensiero e un grande attaccamento alla vita ha sempre accompagnato i suoi passi. Papà di quattro figli e nonno tenero e affettuoso di 8 nipoti la sua vita è stata lunga e piena.

Mi ha accolto in casa sua più di 30 anni fa con una gentilezza di altri tempi e un affetto che nel corso degli anni ho sentito sempre più forte, mai un giudizio ma sempre una comprensione e una presenza delicata.

Nonno Ugo e Nonna Fiorella sono stati e sono  un punto di riferimento stabile in questa mia vita affettivamente “sbandata” ….. mi mancherai molto …..

In tuo onore ho deciso quindi di di postare, attraverso le parole di Osho, una celebrazione alla vita perchè tu l’hai amata molto questa vita e ti ringrazio perchè il tuo amore era contagioso …..

ciao Nonno Ugo vola libero e se incontri il mio papà salutamelo cuoricino

“Continui a ripeterci di celebrare la vita. Che cosa c’è da celebrare?”

“Posso capire. La tua domanda è importante: sembra che non ci sia niente da celebrare. Che cosa c’è da celebrare?….

C’è da celebrare tutto. Ogni momento è così fantastico, così immenso ogni momento porta una tale estasi….. ma tu sei addormentato.

L’estasi arriva, ti volteggia intorno e se ne va….  La brezza arriva, ti danza intorno e se ne va ….. Ma tu continui a dormire.

I fiori sbocciano e la loro fragranza giunge fino a te, ma tu dormi…

Mi chiedi: che cosa c’è da celebrare? Che cosa non c’è per non celebrare? Qui c’è tutto ciò che uno possa immaginare. Qui c’è tutto ciò che uno possa desiderare. C’è più ancora di quanto tu possa immaginare…..

Pensa ad un uomo cieco. Non ha mai visto fiorire una rosa. Che cosa ha perso? Lo sai? Non ha mai visto un arcobaleno. Non ha mai visto un’alba o un tramonto. Non ha mai visto il verde delle foglie sugli alberi. Non ha mai visto i colori….

E tu che hai gli occhi chiedi: che cosa c’è da celebrare?

C’è l’arcobaleno, c’è il tramonto, ci sono gli alberi verdi, c’è un’esistenza così piena di colori …..

Eppure capisco. La tua domanda è importante. Capisco che questa domanda ha una certa rilevanza.

C’è l’arcobaleno, c’è il tramonto, l’oceano, ci sono le nuvole, c’è tutto… ma tu sei addormentato…

Non hai mai guardato una rosa. Ci sei passato accanto, hai visto la rosa, ma non l’hai mai guardata… non le hai mai dedicato un momento della tua attenzione.. non ti sei mai sintonizzato con lei… non ti sei mai messo vicino a lei, non ti sei mai seduto vicino, in comunione. Non le hai mai detto “ciao!”….

La vita scorre e tu sei semplicemente lì , senza partecipazione. Tu non sei in rapporto con la vita: ecco perché la tua domanda è significativa.

Hai gli occhi, eppure non vedi; hai le orecchie, eppure non senti; hai un cuore, eppure non ami… sei profondamente addormentato….”

Osho

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E allora cosa aspetti a svegliarti?…. apri gli occhi, scegli la tua rosa, il tuo filo d’erba, la tua onda del mare, il tuo pezzo di cielo, il tuo raggio di sole, la tua goccia di pioggia e VIVIIIIIIIIII perchè la vita non è scontata ………….

 

Non possiamo mai sapere

compassione

La compassione non è una relazione tra il guaritore ed il ferito. E’ un rapporto tra eguali. Solo quando conosciamo la nostra stessa oscurità possiamo essere presenti nel buio degli altri. La compassione diventa reale quando riconosciamo la nostra comune umanità.
Pema Chödrö

Il mondo, se lo vediamo bene, è un luogo bellissimo.

E’ vero, la vita spesso è molto difficile, l’essere umano è capace di violenza e atrocità, ma il mondo continua ad essere un posto bellissimo anche e nonostante noi.

Per questo vietiamo al dolore di portarci rancore.

Vietiamo all’amarezza di prevalere sulla dolcezza.

Cerchiamo di essere morbidi e accoglienti.

Vietiamo al mondo di indurirci!

Se potessimo veramente vedere nel cuore degli altri, se potessimo per un istante osservare il mondo attraverso i loro occhi, se mettessimo per un attimo veramente i loro panni, cosa vedremmo?

Se fossero visibili a occhio nudo le cicatrici dell’anima, se per strada potessimo vedere i segni che hanno lasciato i fallimenti, le malattie, il dolore, i torti subiti, le prove affrontate, i cuori spezzati, le perdite, le lacrime versate, cosa succederebbe?

Se potessimo vedere quello che vedono gli altri ….

Se potessimo sentire quello che sentono gli altri ….

Se potessimo provare quello che provano gli altri li tratteremmo forse diversamente?

E poi apprezzeremmo forse di più la nostra vita?

Possiamo essere sì diversi, ma i nostri cuori battono nello stesso modo, vibrano negli stessi sogni, nutrono le stesse speranze e piangono per gli stessi dolori.

Forse potremmo smettere di giudicare con facilità. E’ difficile sapere il motivo che si nasconde dietro un comportamento che non ci piace.

C’è un rimedio abbastanza facile per i giudizi affilati che spesso accompagnano il nostro disappunto verso  gli altri e consiste in una semplice frase. “non si sa mai”.

Proviamo ad usarlo prima di saltare alle conclusioni emettendo una sentenza svalutativa e giudicante in presenza di un comportamento che non vorremmo fosse così.

Dietro ad ogni azione c’è una storia.

Quante volte anche noi abbiamo tenuto dentro il nostro dolore nascondendolo pensando Se solo gli altri sapessero…”.

Infatti non si può mai sapere ……

Ecco perché sarebbe buona cosa avere compassione.

Compassione letteralmente significa “soffrire con”, vuol dire partecipazione al sentire degli altri apertura del cuore che accoglie con rispetto e comprensione l’esistenza di qualsiasi essere vivente.

Questo non significa giustificare qualsiasi gesto, né subire le angherie di chi ci sta di fronte o sottomettersi al malo modo di chi troviamo durante il nostro cammino. Se qualcuno ci fa star male è assolutamente “sano” e doveroso proteggersi e rispondere con assertività alle invasioni di campo.

Non si tratta quindi di “buonismo”  parola sfruttata e declinata in tutte quelle forme che vanno dal compiacimento alla piaggeria; molto spesso si tende a criticare ad oltranza a non accettare nulla che non sua gradevole per noi, si tende a sputare sentenze che come unico effetto rendono il nostro cuore spigoloso, la mente chiusa e l’anima bloccata tra le mura dei nostri pregiudizi.

Tutto ciò serve a poco.

Compassione è ricordarsi sempre che “non si sa mai”.

Non possiamo sapere se a quella persona scortese è stata appena fatta una diagnosi che potrebbe mettere a rischio tutto quello che ha.

Non possiamo sapere se quella persona scostante si sveglia ogni mattina pensando di non farcela e crede che chiunque altro al mondo sia migliore di lei.

Non possiamo sapere se il suo spirito bambino è stato spezzato da cose indicibili.

Non possiamo sapere se ha appena perso una persona cara.

Non possiamo sapere se per lei è una giornata particolarmente dura.

Non possiamo sapere se è sempre spaventata e resiste stringendo i denti.

Non possiamo sapere! Possiamo avere compassione!

La compassione è molto diversa dalla pietà.

La pietà è un atteggiamento mentale che provoca il distacco da chi soffre.

La compassione è molto più profonda e nobile della pietà.

La pietà ha le sue radici nella paura e porta in sé un senso di arroganza e condiscendenza, alle volte anche una compiaciuta sensazione del tipo: “Meno male che non è capitato a me”.

 “Quando la tua paura tocca il dolore di qualcuno, diventa pietà; quando è il tuo amore a toccare il dolore di qualcuno, diventa compassione”. Stephen Levine

Praticare la compassione significa essere consapevoli che tutti gli esseri sono uguali e soffrono nello stesso modo, onorare tutti coloro che soffrono e sapere che non siamo né separati da alcuno, né superiori ad alcuno.

Non possiamo sapere che lotta si stia svolgendo laggiù dove lo spirito incontra il corpo nel suo strato più profondo e originario.

Sulla strada della compassione, ognuno fa la sua, di strada.

Ricordandoci che per ognuno di noi ci sono giorni migliori e giorni peggiori.

Sulla strada per la compassione si va incontro alla vita con Amore; la vita che ci è stata data per un motivo ben preciso, perché sia vissuta tutta pienamente.

Una vita in cui non siamo soli. Ci sono altri che hanno cuore e occhi come noi. Che hanno un cuore come noi. E per ciascuno di loro, proprio come per noi, c’è una storia, un dolore, un amore vissuto, un amore perduto, un motivo di gioia, un mare di lacrime da piangere, un sogno da realizzare, una paura che paralizza, una luce che si accende.

Comprendere e non trarre conclusioni è un monumentale atto d’Amore.

“La grande compassione penetra fin nel midollo delle ossa. E’ il sostegno di tutti gli esseri viventi. Come l’amore del genitore per il suo unico figlio, la tenerezza del compassionevole pervade ogni cosa.” Nagarjuna

 

 

liberamente tratto da:

B.Pozzo – La vita che sei – ED.BUR

 

La via della consapevolezza: l’accettazione dei propri limiti per vivere in libertà.

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” Non dovrebbero forse questi dolori antichi diventare finalmente fecondi per noi?” R.M.Rilke

La via della consapevolezza si acquisisce nel tempo e si acquista attraverso un lento e spesso faticoso percorso riflessivo.

L’individuazione di sé è un processo continuo che ci accompagna per tutta la vita perché ogni fase dell’esistenza ha le sue particolarità e le sue necessità, ha bisogno di ricevere ogni volta attenzioni particolari ai diversi eventi della vita, per poter dare risposte maggiormente consapevoli e congruenti con il proprio modo di essere.

Alle diverse tappe evolutive corrispondono diverse modalità espressive e comunicative, in quanto dipendenti anche dalle acquisizioni cognitive ed emotive maturate da ciascuno.

Certamente ogni percorso è individuale e può definirsi unico come unico è ognuno di noi.

Parlando di consapevolezza immediatamente ci viene in mente la parola autostima; perché sono le consapevolezze che possono aiutare a modificare il nostro modo di essere, sono le consapevolezze che consentono di misurare il livello di autostima e di migliorare la qualità dell’essere al mondo.

Secondo il pensiero di Margaret Mahler, già al momento della nascita si è dotati di un bagaglio genetico sul quale si vanno ad innestare poi le coordinate relazionali: da questi incastri si definiscono via via le modalità di essere nel mondo.

Questa autrice, che ha studiato l’interazione madre-bambino e ha osservato i progressi nell’individuazione del piccolo, definisce il primo periodo della vita “fase simbiotica” e quello successivo “processo di separazione-individuazione. Queste tappe sono basilari per una crescita sana: se il bambino può vivere in termini positivi la fase simbiotica, nell’accoglienza totale del suo essere e con le risposte adeguate ai suoi bisogni, potrà approdare alla fase successiva durante la quale egli sentirà il bisogno di allontanarsi dall’oggetto sicuro, cercando la sua via autonoma, ma con la certezza di poter ri-trovare il porto sicuro nel momento in cui sente il bisogno.

Questa alternanza tra la simbiosi e l’individuazione è il solo mezzo per raggiungere la consapevolezza delle proprie capacità e dei propri limiti, ma questa meta presuppone il saper tollerare la frustrazione della mancanza dell’oggetto d’amore, la madre, quando essa è assente e non può accudire il bambino.

Il bambino sa tollerare la frustrazione quando, attraverso il pensiero, riesce ad immaginare l’oggetto d’amore e quindi a renderlo disponibile per se stesso, e nell’immaginario si instaura ciò che si definisce “costanza dell’oggetto”.

La “costanza dell’oggetto”, cioè la capacità di mantenere internamente l’immagine della mamma, consente al bambino l’acquisizione del limite della sua onnipotenza e nello stesso tempo dona al bambino conforto e sostegno. Il radicamento di queste consapevolezze genera una base sicura che consentirà di affrontare le ulteriori fasi della crescita, fasi che verranno affrontate sulla scia delle modalità acquisite nei primi tempi della vita.

E comunque, comunque vada la vita, in ogni caso la sofferenza accompagna il cammino dell’uomo, ma da questa, insieme alla risonanza del dolore è possibile, volendo, cercare di percorrere la via della trasformazione per raggiungere nuovi significati del sé.

La crescita è anche dolore, il cammino non è mai privo di spine, ma la vita è nostra e solo noi possiamo modificare, attraverso l’azione il viaggio.

E per superare il dolore, a volte sopito e sordo, a volte invece evidente ed espresso, legato alla carenza di autostima che ostacola il nostro procedere vitale, è necessario porsi in ascolto delle nostre “disfatte” che impediscono il germogliare della nostra parte creativa.

Portare in figura i nostri blocchi, le nostre difficoltà, consapevolizzare il nostro modo di essere nel mondo significa avere il potere di modificare le situazioni, significa avere in mano il timone e poter scegliere la direzione; il limite è ciò che da spessore alle nostre capacità.

Quando manca la consapevolezza di se stessi inevitabilmente cerchiamo qualunque altra cosa fuori di noi. Abbiamo bisogno di identificarci in qualcosa, ma questo qualcosa può non essere propriamente nostro, quindi sperimentiamo la frustrazione di non poter riuscire, viviamo un fallimento e ci sentiamo “limitati” . Se riuscissimo a fare nostro quello che per Perls è il must di ogni essere umano :” “ogni individuo ogni pianta, ogni animale ha solo uno scopo … realizzarsi per quel che è. Una rosa, è una rosa. La rosa non ha nessuna intenzione di realizzarsi come canguro” , eviteremmo molte frustrazioni e mobiliteremmo, invece, tutte le nostre risorse per diventare quelli che siamo.

Diventare consapevoli significa assumersi la responsabilità della propria vita significa dare a se stessi la possibilità di perdonarsi per la propria imperfezione e, perché no, di gioire, sorridere dei propri difetti ed errori: “amo tutti gli incontri imperfetti di bersaglio e freccia che mancano il centro, a sinistra e a destra, sopra e sotto. Amo tutti i tentativi che falliscono in mille modi diversi…amico non aver paura dei tuoi errori. Gli errori non sono peccati. Gli errori sono modi di fare qualcosa di diverso, forse nuovo in senso creativo. Amico non pentirti dei tuoi errori. Siine fiero. Hai avuto il coraggio di dare qualcosa di te stesso” (Perls, 1969)

Essere consapevoli di ciò che si prova dentro di sé, senza sentirsi sbagliati, è il passo fondamentale per essere padroni di se stessi. Arthur Schopenhauer

 

Vivere imperfetti

imperfezione

“C’è una crepa in ogni cosa. E’ da lì che entra la luce.” Leonard Cohen

Eccoci a Lunedì e al nuovo post con una riflessione che da un po’ di tempo mi gira nella testa, la “perfezione” un argomento spinoso che ho trattato varie volte in questo blog e che mi trovo sempre più spesso a lavorare con i miei clienti. Ideali dell’io impensabili per la nostra natura umana, ma sempre più considerati la meta da raggiungere pena la squalifica totale di se stessi.

Mi chiedo quindi, in che modo la sensazione di avere dei limiti e delle manchevolezze può trasformarsi nel dolore di essere imperfetti? E bada bene uso il verbo Essere e non “avere imperfezioni”, perché questo dolore, mi accorgo sempre più spesso, intacca profondamente la nostra essenza mettendo addirittura in dubbio il diritto ad esistere: “cosa ci faccio su questa terra se non riesco ad Essere Perfetto?”.

Questo pensiero è direttamente proporzionale all’altra grande inquietudine di credersi per questo motivo, ossia l’imperfezione, rifiutati e messi da parte.

Molte volte tutto ciò nasce da un errore di valutazione su quello che suscita la stima e quindi l’accettazione da parte degli altri: si pensa che sarà più facile ottenere il riconoscimento se si è perfetti, brillanti e irreprensibili.

Adler, allievo di Freud, fu uno dei primi a portare allo scoperto il senso di inferiorità insito dentro di noi: “essere umani, equivale a sentirsi inferiori”, scriveva. Per lui gran parte della motivazione che ci spinge ad agire per cercare di avere successo sarebbe dovuta al desiderio di superare questo sentimento di inferiorità.

Secondo l’intensità con cui lo viviamo, questo senso di inferiorità può essere una costante del nostro paesaggio mentale oppure presentarsi solo in determinate situazioni in cui si ha la sensazione di rivelare i propri limiti e punti fragili, come:

  • Perdere ad un gioco
  • Non sapere rispondere ad una domanda
  • Fallire in presenza di altri oppure trovarsi in una situazione in cui si potrebbe fallire
  • Avere meno cultura (laurea, diplomi, conoscenze specifiche …) degli altri, soprattutto se si è, o si crede di essere, gli unici in quella precisa situazione

Quello che amplifica il senso di inferiorità in queste situazioni è il fatto di ritenere che in questi casi non sia normale non sapere e se questo fosse recepito dagli altri ne conseguirebbe un istantaneo rifiuto.

Da qui quindi le strategie di dissimulazione che vanno dall’evitamento, tenendosi rigorosamente in disparte, al far finta di sapere e conoscere cercando di essere brillante ad ogni costo, mettendosi al centro della scena, perché non vengano messe in dubbio le nostre qualifiche.

Lo stratagemma del “far finta” ha però dei costi altissimi sia dal punto di vista emozionale che intellettuale portando solamente ad una sempre più grande sensazione di impostura, percezione già frequentemente provata da chi ha problemi di autostima.

Quel senso di essere un bluff, un due di picche di nessun valore, unito al timore, che in alcuni casi arriva al panico, di essere scoperti e messi a nudo per quello che si è: ossia un zero.

L’impostura che si mette in atto in questi casi non ha come obiettivo voler ingannare gli altri è solo cercare di coprire il grande vuoto che ci abita e che ci fa percepire indegni di stare in mezzo agli altri.

Quando si sceglie la menzogna per gestire i propri complessi e le proprie frustrazioni si è scelta solo apparentemente la strada più facile, in realtà questa decisione si fa ad ogni passo più complessa, colpevolizzante, generando ulteriore insicurezza.

La soluzione per liberarci da questo giogo di bugie sfibranti da alimentare e mantenere è l’autoaffermazione negativa, ossia abituarsi a poco a poco a mostrare le proprie debolezze e i propri limiti, le proprie imperfezioni, senza paura che ce ne derivi un rifiuto irrimediabile.

E’ dire IMPERFETTO è BELLO , è umano è vivo!

“La perfezione è una dea ingessata, noiosa, costosa oltre ogni immaginazione […] Il perfezionismo uccide la creatività, corrode i rapporti interpersonali, distrugge la serenità interiore e scolpisce gli individui in detestabili sagome di cartone […]” *

Impariamo ad accettare le parti di noi inadeguate cercando di allargare lo sguardo, ricordandoci che esse non sono il nostro tutto.

“Il terreno del perfezionismo è quello dei fiori perfetti, uguali, potati regolarmente sempre e comunque allo tesso modo da una mano estranea che si pone come obiettivo solamente la loro morte: raccolti in un bel mazzo avvolto dal cellofan e decorati con un bel fiocco rosso. Il terreno della vita è quello dei fiori spontanei, attaccati alle loro radici, colorati dal sole, dalla luna, dalla pioggia, da vento, dalle forme irregolari ….”*

Affermiamo il diritto di sbagliare, di non sapere; di fermarsi, di cambiare idea, di deludere, di arrivare ad un risultato imperfetto!

 

 * E.Giusti, O.Caputo – “La Perfetta Imperfezione” – Ed.Sovera

 

 

 

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