Quale paura per quale ferita ….. istruzioni per l’uso

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Per un bambino che è impotente, innocente e totalmente dipendente, ogni abuso, ogni intolleranza, ogni mancanza di attenzione è un’esperienza di abbandono. Noi proviamo che lì con noi non c’è nessuno che si prenda cura dei nostri bisogni. Questa sensazione provoca il panico.

Anche se ora siamo adulti e possiamo realisticamente provvedere di persona alle necessità, quando la ferita si apre il nostro bambino interiore riesce soltanto a ricordare una situazione precedente in cui la paura era devastante. Perciò evitiamo di aprire questa ferita.

E’ spesso difficile risalire alle fonti di questa ferita. Per quelli che sono stati di fatto abbandonati da uno o da entrambi i genitori, o per coloro che hanno subito un abuso fisico o sessuale, la causa è più ovvia. Ma può non essere altrettanto chiaro per altri.

Allo scopo di “guarire” il nostro bambino ferito, non è così importante scoprire perché ciò si è verificato. Ma è importante riconoscere che è successo e riconoscere le ramificazioni di questo evento nella nostra vita quotidiana, particolarmente nelle nostre relazioni. Alcuni di noi possono aver trovato sistemi più efficaci per coprire, negare o “compensare” la ferita, ma tutti quanti ce la portiamo addosso.

Sentirla invece che fuggirla richiede un coraggio immenso.

Come, quindi, affrontare la ferita?

  • Riconoscere che le nostre pretese coprono le nostre paure dell’abbandono e della privazione => la nostra reattività e le nostre pretese, le nostre strategie, i nostri sforzi di controllare, dominare, manipolare l’altro, non sono altro che una copertura per la nostra ferita dell’abbandono. In maniera inconscia il nostro bambino interiore spera che troverà, alla fine, qualcuno che soddisfi tutti i bisogni insoddisfatti della sua infanzia. Il nostro adulto può riconoscere razionalmente che ciò non è possibile, ma il nostro bambino non abbandona mai questa speranza. E questa speranza viene quindi proiettata, per lo più inconsciamente, sulla persona che amiamo o sulla vita, in generale. La nostra ferita dell’abbandono viene stuzzicata nel momento in cui cominciamo a sentire che i nostri bisogni non sono soddisfatti. Perciò il primo passo è riconoscere che la ferita dell’abbandono è stata stuzzicata. Per il nostro bambino quello che sta accadendo nel momento presente è un reale abbandono.. Non riesce a distinguere il fattore scatenante dalla fonte originale. Quando l’evento originante si è verificato era troppo devastante da sentire. E ora che il dolore viene provocato, al nostro bambino interiore sembra che abbia la stessa intensità.
  • Accettare la paura e il dolore e dare loro spazio => più siamo disponibili ad affrontare la ferita quando arriva, più facilmente la supereremo. Se usiamo la relazione per evitare di sentire questo vuoto, non funzionerà mai, stiamo usando la relazione per fuggire da noi stessi. La nostra mente non vuole entrare nel vuoto. Per attitudine preferiremmo essere felici. Ma con una tale attitudine non è possibile attraversare il dolore, quando essi si presenta. Questo stato di cose si acuisce nella relazione perché, condizionati dalla convinzione romantica, crediamo, che il nostro partner ci darà ciò che da bambini non abbiamo ricevuto. Quando poi la nostra relazione ha superato il periodo di “luna di miele”, in cui tutto è meraviglioso e il nostro amato incarna tutti i bisogni e desideri più grandi, ci dirigiamo inevitabilmente verso la delusione, è qui che iniziano i problemi. Per un certo periodo possiamo vivere nella negazione dei sentimenti oppure adattarci, ma in realtà stiamo covando del risentimento. Questo risentimento può essere espresso in molti modi indiretti: sarcasmo, atteggiamento di critica e di giudizio etc.. Nel frattempo la relazione si fa sempre più amara e probabilmente alla fine abbandoneremo la relazione, assolutamente convinti che era necessario perché l’altra persona non era in grado di soddisfare i nostri bisogni. Stiamo omettendo di riconoscere che ogni relazione provocherà, in qualche modo, la nostra privazione e il nostro abbandono. Mentre è proprio provando questi dolori con consapevolezza che possiamo lentamente riempire i nostri vuoti. Questo può aiutarci ad accettare il nostro essere soli. Solo quando abbiamo la volontà di affrontare questo processo in maniera completa possiamo cominciare a trovare un po’ di armonia nella nostra vita amorosa e un po’ di grazia nella traversata della nostra vita.
  • Andare in cerca di sostegno => quando la ferita è aperta ci può essere un’ansia tremenda. Talvolta l’oscurità e la solitudine sembrano senza fondo, interminabili e pensiamo di impazzire. Possiamo sentirci profondamente depressi, diventare pesantemente autocritici e una generale negatività e perdita di fiducia oscura tutte le nostre giornate. In queste occasioni il primo passo è rischiare e chiedere aiuto all’esterno, senza aspettarsi che qualcuno faccia sparire il dolore. Molti di noi sopportano questo dolore nell’isolamento, rafforzando la convinzione che dobbiamo affrontare da soli il dolore. Questo è un falso modo di essere soli, basato più sulla contrazione che sull’espansione, sulla diffidenza e la paura piuttosto che sulla fiducia. C’è una voce interiore che dice: “Nessuno può starmi vicino quando mi sento così”, oppure, ” Sono un peso”. Ma la nostra “guarigione” arriva proprio rivolgendoci a qualcuno quando soffriamo. Quando ho trovato il coraggio di rivolgermi a qualcuno, molta della paura è svanita.

 

In conclusione il maggior aiuto per superare la ferita è proprio la VOLONTA’ di sentirla. Una volta che rivolgiamo verso l’interno l’energia e cominciamo ad assumerci le nostre responsabilità per il dolore, le cose sembrano cambiare radicalmente. Quando il dolore è stato stimolato e la rabbia o la delusione si presentano, in quel momento ci stiamo permettendo di sentire la paurae prorpio da quel momento inizia la risalita …..

 

Quando il pensare confonde il sentire …..

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Il sentire è la cosa più nostra che abbiamo. Il pensare invece non è tutto nostro, poiché è costituito da credenze e idee per lo più ereditate culturalmente.

Il pensare, inoltre, è facilmente manipolabile, infatti mediante le molte forme di condizionamento sociale si possono portare gli individui a ritenere vere, giuste e naturali cose che non lo sono affatto e viceversa a considerare false o inesistenti cose reali.

Il sentire invece non è manipolabile: non si può spacciare una sensazione spiacevole per piacevole, lo si può far credere con le parole ma alla prova dei fatti il bluff salta fuori.

Ad esempio qualcuno può convincevi che la cioccolata è cattiva, ma se avete il coraggio di sottoporre a verifica tale affermazione, assaggiandola, non potrete fare a meno di provare una sensazione dolce e piacevole (almeno per i più …) che smentirà ogni tentativo di farvi credere il contrario.

Una delle sfere della vita in cui il sentire dovrebbe essere predominante è quella dei rapporti sentimentali. I sentimenti appartengono al sentire, non tanto fisico quanto emozionale.

Perché dunque tante persone sono incerte riguardo ai loro sentimenti e non sanno ad esempio se amano oppure no? Uno dei motivi può essere che la loro capacità di sentire è atrofizzata, quindi il segnale arriva troppo debole per essere riconosciuto come amore.

Altro motivo, più complesso, è l’interferenza tra pensare e sentire: il cuore avverte una sensazione di amore, mentre la mente dice che quella non è la persona giusta oppure non è giusto amarla.

La confusione nasce dal non essere consapevoli della complessità che c’è in noi, del fatto cioè che una parte di noi può pensare in un modo e un’altra sentire in modo opposto.

In entrambi i casi è necessario schiarire le nostre percezioni e imparare a distinguere tra pensiero e sensazione/emozione.

Quando il sentire è nitido non c’è alcun dubbio; se c’è un dubbio vuol dire che il sentire è debole e si confonde con il pensare.

Il pensare non è tuttavia qualcosa di negativo , lungi da me farvi credere questo, il problema è che è stato così enfatizzato da aver monopolizzato anche la sfera del sentire. Diciamo che invece di occuparsi delle cose di sua pertinenza è andato a impicciarsi anche di quelle che non gli appartengono, creando, a volte, situazioni davvero ingarbugliate.

Oltre al problema di riconoscere i sentimenti nel loro vero significato, la disarmonia tra pensare e sentire produce anche altri effetti negativi, tra cui l’incapacità ad aprirsi, a lasciarsi andare all’affettività e all’intimità, che porta molte persone a ricorrere a mezzi esterni quali ad esempio l’alcol o l’ecstasy, che fungono da inibitori della mente onnipresente, ma hanno non pochi effetti collaterali.

Se da bambini fossimo stati addestrati a sviluppare la consapevolezza emozionale ( è da anni che mi batto per introdurre dei percorsi di “alfabetizzazione emotiva” nelle scuole) e a distinguere i sentimenti dai pensieri non avremmo difficoltà di questo genere nella vita ….. ma purtroppo troppo spesso le cose sono andate diversamente …

Copioni esistenziali…cambiamento e.. ArtCounseling

MASCHERA 2

Tutto il mondo è un palcoscenico
e tutti gli uomini non sono che attori,
essi entrano ed escono;
ed ogni uomo, nel suo tempo, recita molte parti.
(W.Shakespeare).

Quante volte nella nostra vita di bambini siamo stati attaccati da frasi killer del tipo: ” stai fermo, muoviti, fai piano, sbrigati, non toccare, stai attento, mangia tutto, lavati i denti, non ti sporcare, stai zitto, chiedi scusa, saluta, non disturbare, non correre, non stai mai attento, non sei capace, sei troppo piccolo, ormai sei grande, vai a letto, ho da fare, gioca per conto tuo,  non si parla con la bocca piena”; quante volte invece avremmo voluto sentirci dire: “ti amo, sono felice di averti, troviamo un po’ di tempo per noi, come ti senti, sei triste, hai paura, raccontami, che cosa hai provato, mi piace quando ridi, puoi piangere se vuoi, che cosa ti ha fatto arrabbiare,  ho fiducia in te, ho voglia di parlarti, ho voglia di ascoltarti,  mi piaci come sei, è bello stare insieme, dimmi se ho sbagliato”
Ecco che le fondamenta della nostra autostima vengono minate, e proprio all’inizio della costruzione di sè. Il lungo viaggio verso l’autonomia, l’autorealizzazione e quindi il ben-essere non è uno stato che si raggiunge una volta per tutte, ma piuttosto un obiettivo verso il quale tendere e che coinvolge sempre l’individuo insieme  con l’ambiente di cui esso fa parte. Il “non sentirsi OK” proprio all’inizio del percorso porta all’introiezione di un copione disfunzionale di malessere cronico e fallimento che castra la crescita verso l’autonomia rendendoci depressi, passivi, continuamente richiedenti e bisognosi di un costante appoggio e di conseguenza rafforzando la nostra percezione di “non essere OK” e quindi non volersi bene, non accettarsi sono tutti sentimenti che provocano una profonda ambivalenza nelle relazioni con l’ambiente tra paura dell’esposizione e desiderio dell’accettazione generando comportamenti e poi stati di solitudine cronica.
Il copione esistenziale è stato definito da Berne, padre dell’Analisi Transazionale , “un piano di vita inconscio che si basa su di una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori (attraverso messaggi verbali e non verbali) , giustificata dagli avvenimenti successivi, e che culmina in una scelta decisiva”.
Ciascuno di noi recita sul palcoscenico della vita un dramma che ha un inizio, un punto di mezzo ed una fine. All’età di circa quattro anni, le parti essenziali della trama sono già decise. A sette anni la storia è completata nei dettagli principali. Nella pre-adolescenza si dà qualche ritocco e si aggiusta qualche particolare. Durante l’adolescenza si rivede il copione e lo si aggiorna con aderenza alla realtà del momento.
Le nostre prime decisioni sono quelle più profonde ed immutabili e determinano in maniera fondamentale l’assunzione del ruolo con cui ognuno di noi poi recita la sua parte sulla scena del mondo.
Come in ogni recita c’è chi fa il buono e chi il cattivo; come nei film western c’è chi vince e chi perde. Così nella vita ci sono i principi e i ranocchi come nelle fiabe. Ci sono gli scudieri che ce la mettono tutta, non per vincere, ma con la speranza di restare in pareggio. Con i copioni si assumono ruoli e comportamenti che ci distinguono come: La Buona Madre di Famiglia, La Brava Moglie; La Maestra; La Strega; L’Infermiera; L’Ape Regina; Il Bravo Papà; Il Play Boy; Il Povero Me; ecc.
“Il nostro copione è dunque quell’unico modo di esprimerci con cui tendiamo a recitare la nostra vita e anche se tale modalità non è necessariamente negativa, sarà comunque, per ogni individuo, un impoverimento rispetto alle sue potenzialità inutilizzate. Ogni uomo, inteso nella realizzazione più piena, è infatti portato ad evolversi nell’arco della propria vita, e perciò ogni limitazione o ripetitività non è altro che ostacolo e gabbia che blocca e distorce il suo intrinseco bisogno di crescita” (Isabella Piombo, Artiterapie 1995)
Quando le decisioni di copione permettono di affrontare bene la realtà, si ha un copione costruttivo detto vincente, cioè un piano di vita che prevede un tornaconto appagante e consente alla persona di ottenere gli scopi che dichiara. Quando, invece, le decisioni di copione non aiutano a gestire efficacemente la realtà il copione diventa perdente, cioè un piano di vita che prevede un tornaconto doloroso e comporta per la persona l’impossibilità di realizzare gli scopi che dichiara, restringendo le sue possibilità di scelta in comportamenti autolimitanti e improduttivi.
E’ necessario sapere, però, che ognuno può cambiare il suo copione, esso non è una condanna a vita senza possibilità di indulto, basta VOLERLO! E’ la consapevolezza dei bisogni unita alla “tendenza attualizzante”, connaturata ad ogni individuo e suo inalienabile patrimonio personale che ci permette di esplorare in maniera creativa nuove possibilità di esistenza . Bisogna attivare le spinte vitali seguendo il principio di preferenzialità, da opporre alle introiezioni ambientali, senza però cadere nella trappola illusoria dell’Essere Perfetto: il limite umano esiste e non vi è altra possibilità che conoscerlo ed accettarlo. Il grande paradosso del cambiamento è diventare quello che si è! Essere calati in un continuum di consapevolezza nel “qui e ora” e responsabili delle proprie azioni si traduce nel vivere l’esperienza attimo dopo attimo, nella sua interezza, senza evitamenti e distrazioni che da un lato ci proteggono da dolori e paure e dall’altro ci allontanano dal nostro stesso essere.
Gli esistenzialisti ritengono che noi siamo ciò che stiamo diventando; sebbene siamo largamente il prodotto delle esperienze passate, che hanno contribuito in maniera così massiccia al formarsi del nostro copione di vita, non siamo prodotti finiti, abbiamo una piccola e preziosa area di libero arbitrio: POSSIAMO FARE SCELTE!
Restando in pieno contatto con pensieri, emozioni e sensazioni si scopre che è impossibile trattenerli: la vita è un continuo fluire di immagini che richiamano la nostra attenzione e si staccano dallo sfondo chiedendo soddisfazione a determinati bisogni e desideri che, se ascoltati, si dissolvono da soli e dal vuoto che resta emergono nuove esperienze e nuove possibilità.
È ovvio quindi che quando la consapevolezza scorre in maniera fluida i nodi si sciolgono: non c’è patologia. Se invece il processo si interrompe e subentra la fissazione ad alcune limitate esperienze, oppure gli stimoli si affollano nella coscienza e si confondono l’uno nell’altro senza trovare uno spazio di esistenza propria, allora si formano impasse paralizzanti. Viviamo stati di malessere ed entriamo nella patologia. La saggezza naturale si interrompe e la salute mentale, che appare e prende forma proprio in quel libero fluire, viene sostituita da fissazioni a stati emozionali e a nuclei cognitivi che si ripropongono in maniera stereotipata e ripetitiva, strutture rigide, sempre uguali a sé stesse, nelle quali ci identifichiamo. Ecco quindi l’importanza dell’attenzione costante al nostro sentire per interrompere i copioni comportamentali usati e ripetitivi. Non appena, infatti, l’attenzione viene diretta verso la consapevolezza dell’azione, del pensiero, delle intenzioni e dei desideri , le persone recuperano la loro “presenza nel mondo” che rende di nuovo possibile assunzione di responsabilità e scelte personali.
Il disagio esistenziale che un copione disfunzionale porta con sé, interrompe un progetto di vita, deviandolo, sconvolgendolo. Il malessere interiore, il turbamento psichico può ridisegnare una condizione di progettualità esistenziale, ponendo l’individuo in una situazione di crisi, quale occasione di evoluzione, di cambiamento, di nuova e diversa ritrascrizione esistenziale.
In questi momenti di inquietudine in cui si comincia ad avere consapevolezza della necessità di un cambiamento ma non si sa “che pesci pigliare”, un valido aiuto può essere dato dall’intraprendere un percorso di Counseling Espressivo una modalità di intervento che integra le abilità  proprie del Counseling con le tecniche  artistico – espressive, fornendo uno strumento operativo per il raggiungimento e lo sviluppo di un Ben-Essere fisico, psichico e sociale.
Trattandosi di una esperienza che coinvolge la globalità della persona a livello sensoriale, emotivo, cognitivo permette la costruzione di nuove strutture psichiche e la sperimentazione di nuove modalità procedurali, simboliche e relazionali atte a favorire il cambiamento.
Esso, inoltre,  può rappresentare un  “contenitore emotivo”  dove trovano spazio le emozioni che causano disagio, tensione, disorientameto, passività o aggressività. Nelle molteplici forme dell’ArtCounseling sussiste una grande potenzialità nell’esprimere emotività nel far trapelare sentimenti che spesso non si vogliono esternare verbalmente. Immergendoci nel nostro atto creativo abbassiamo le resistenze e le censure di quella parte cosciente di noi che ci “critica” e ci “giudica”, facilitando il contatto con il nostro sé più intimo.
Il percorso di Counseling Espressivo è, insieme, libertà di esprimere contenuti personali, di costruire o realizzare qualcosa di esteticamente bello in un itinerario finalizzato al piacere dell’espressione creativa. I processi creativi sono una fonte di benessere e di salute per ogni singolo individuo, attraverso un’attivazione dei propri processi di conoscenza e di creatività. Dall’elaborazione creativa scaturisce il prodotto artistico che determina un processo di cambiamento in ogni persona che immagina, che scrive, che suona, che danza. Le polimorfe sfaccettature creative ci consentono infine di evidenziare il proprio presente esperienziale, riflettendo nella propria vita quel ritmo del rituale catartico implicito nelle fasi della creazione: dalla creatività, alla creazione… per ritornare finalmente “al punto di partenza, e per la prima volta conoscere quel luogo”.

Ammettere l’esistenza delle proprie ferite per poterle superare….

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Non riuscire a staccarsi da una sofferenza fisica o emotiva può innescare un processo circolare.

La reazione più comune ad un dolore fisico è la contrazione muscolare: invece di “abbandonarci” al dolore opponiamo una resistenza che accresce il dolore. E quando il dolore aumenta, anche la contrazione si intensifica: si crea così il circolo vizioso dolore-contrazione-dolore.

Con il dolore psichico succede la stessa cosa. Quando siamo feriti la nostra prima reazione è di chiuderci in noi stessi; e più ci chiudiamo in noi stessi più ci sentiamo soli e isolati, più ci sentiamo feriti.

E’ possibile che abbiamo fatto di tutto per negare la nostra sofferenza: soffocarla, annegarla in alcol o droghe, zittirla con il lavoro; ma non è scomparsa. Le nostre emozioni (tristezza, paura, rabbia, senso di colpa, vergogna) non sono svaniti solo perché lo desideravamo.

Alla fine ci siamo adattati alla nostra sofferenza e ci siamo talmente abituati che la mancanza di serenità è diventata il nostro stato d’animo normale.

E’ arrivato il momento, per ri-prendere in mano il timone della propria vita, di diventare consapevoli: è tempo di riconoscere e accettare che siamo stati feriti. E’ naturale opporre resistenza a quello che ci sembra doloroso e difficile. Chiuderci in noi stessi può esserci sembrato un sollievo. Oppure siamo fuggiti. Fuggire lontano dalle nostre ferite era il tentativo di fuggire dai mostri interiori che ci davano la caccia. Ma non ci sono posti dove andare… “dovunque tu vada, là sei anche tu …”

Sentirsi parte del proprio sé ferito, permettere che il nostro sé percepisca tutta questa tristezza, tutto questo sconforto non è una cosa facile. Permettere a noi stessi di esplorare fino in fondo la lesione della nostra anima è una cosa dolorosa verso cui si è naturalmente riluttanti. Ma affrontare faccia a faccia i nostri demoni è l’unico modo per liberarsi di loro e dai contratti che li hanno accompagnati o generati.

Se ci ascolteremo, impareremo qualcosa di essenziale: avremo la possibilità di migliorare radicalmente in consapevolezza. Se arriviamo a dire: “sto permettendo a me stessa di sentire dolore” significa riconoscere consapevolmente che queste ferite esistono.

Una volta riconosciuto che esistono potremo scoprire come e perché hanno influenzato il nostro rapporto con noi stessi e gli altri. Può darsi che nel farlo sentiamo un profondo disagio, ma concedere a noi stessi di vedere quello che non abbiamo potuto, o voluto, vedere prima è una grande occasione di crescita.

Quando smettiamo di combattere con le nostre ferite succede qualcosa di straordinario: ci rendiamo conto che non dobbiamo più permettere che controllino la nostra vita, che non dobbiamo più esserne vittime.

Proviamo a domandarci: “mi serve a qualcosa tenermi le mie ferite?”, “voglio continuare a stare aggrappata alle mie ferite”. La risposta più probabile è “No”.

Scegliere di liberarsi dalle proprie ferite porterà a identificare e risolvere i contatti negativi che da loro discendono. Liberarci dai nostri contratti negativi e disfunzionali ci libererà anche dai limiti che ci siamo imposti. Basta tenerci attaccati a qualcosa che ci impedisce di essere quello che siamo!

Per riuscire a dare una svolta significativa alla nostra vita è necessario concederci l’autorizzazione a farlo: essere consapevoli e pronti ad accettare il cambiamento.

Finchè non ci saremo dati il permesso di cambiare vivremo ancora in simbiosi con i pensieri, emozioni, idee limitanti e riduttive. Non avremo la libertà interiore necessaria per assimilare e integrare una più profonda comprensione di noi stessi. Continueremo ad ostacolare ciò che vogliamo o desideriamo solo perché non riusciamo ad abbandonare vecchi schemi mentali continuando così a rimanere nel conflitto tra quello che pensiamo di volere e la nostra capacità di ammettere quello che vorremmo essere.

Siamo davvero pronti a darci il permesso di rinunciare alle nostre ferite???

Rimanere all’interno della sofferenza non fa crescere; sciogliere i legami con le ferite dà invece un nuovo slancio alla crescita interiore.

Non tutte le ferite guariranno: gli stimoli dolorosi faranno sempre parte della nostra vita. Questo non significa, però, che essi continueranno ad agire condizionando la nostra vita.

Se la vita ci ha così profondamente segnati, ci saranno momenti in cui ci sentiremo più esposti e vulnerabili, in cui saremo momentaneamente trasportati indietro.

Ma quando questo avverrà, è importante capire quello che sta avvenendo e aver fiducia nella capacità di saper prenderci cura di noi stessi …..

La parabola del Ranocchio …

ranocchi

C’era una volta una gara di ranocchi. L’obiettivo era arrivare in cima ad una torre. Si radunò molta gente per vedere e fare il tifo per loro. Cominciò la gara. In realtà, la gente probabilmente non credeva possibile che i ranocchi raggiungessero la cima e tutto quello che si ascoltava erano frasi del tipo “Che pena! Non ce la faranno mai”.

I ranocchi cominciarono a desistere, tranne uno che continuava a cercare di raggiungere la cima. La gente continuava: “Che pena! Non ce la faranno mai!”.

E i ranocchi si stavano dando per vinti tranne il solito ranocchio testardo che continuava ad insistere. Alla fine tutti desistettero tranne quel ranocchio che, solo e con grande sforzo, raggiunse alla fine la cima.

Gli altri volevano sapere come avesse fatto. Uno degli altri ranocchi si avvicinò per chiedergli come avesse fatto a concludere la prova.

E scoprirono che …. era sordo!

Riassumendo: sii sempre sordo quando qualcuno ti dice che non puoi….

Come affrontare un obiettivo: una strategia vincente

strategie vincenti

Spesso ci è difficile capire che cosa vogliamo veramente, e come vogliamo cambiare la nostra vita. Allora è bene individuare in modo chiaro i nostri obiettivi.

Un obiettivo è un sogno che vuole diventare concreto: per essere raggiunto richiede motivazione,azione, fiducia in se stessi, perseveranza e precisione. La nostra mente ha le capacità per portarci dove desideriamo ed è al nostro servizio, ma se vogliamo che lavori per noi dobbiamo darle degli obiettivi precisi, istruzioni dettagliate.

Per fare questo un’ottima tecnica è quella mutuata dal giornalismo. Vi ricordate (?), ogni buon giornalista prima di scrivere una notizia è necessario che risponda alle famose domande: WHO (Chi) – WHAT (Cosa) – WHEN (Quando) – WHERE (Dove) – WHY (Perché); esse valgono anche per la vita quotidiana.

Per ogni cosa che si vuole fare bisogna avere ben chiaro:

CHI sono…..

COSA voglio fare, posso fare….

QUANDO lo faccio, lo posso fare…

DOVE lo posso fare, lo faccio, in quale contesto….

PERCHE’ lo faccio e lo posso fare….

e noi ci aggiungiamo anche

COME lo faccio e lo posso fare……

 

Avere un obiettivo, una meta è quello che ci permette di vivere bene. Stiamo bene solo se riconosciamo un senso in quello che facciamo. Pensare o sentire di essere in balia del caso, di circostanze, della volontà altrui, non ci basta, ci fa star male.

Prendendo in prestito un acronimo del Marketing, perché sia più facilmente raggiungibile un obiettivo è bene che sia => S.M.A.R.T.

Specifico =>  dovrà essere chiaro cosa, dove, quando e come la situazione verrà cambiata. Quando ti poni degli obiettivi stai dando delle istruzioni alla tua mente. Così come quando diamo indicazioni a qualcuno sulla strada per raggiungere un posto tanto più saremo precisi tanto più facile sarà per lui/lei raggiungere la destinazione allo stesso modo un obiettivo chiaro e specifico sarà molto più facile da raggiungere. Quindi, chiediti, cosa vuoi esattamente? Descrivi l’obiettivo in termini positivi e immagina come ti sentirai quando lo avrai raggiunto, creati un’immagine chiara e vivida del tuo obiettivo già realizzato.

Misurabile => dovrà essere possibile quantificarne il traguardo e i benefici. Come farai a sapere di aver raggiunto il tuo obiettivo? cosa deve accadere? quali indicatori ti permettono di stabilire a che punto sei rispetto al tuo traguardo?

Accessibile => dovrà essere possibile raggiungerlo, conoscendo le capacità e le risorse a tua disposizione.

Realistico => Tutto è possibile a condizione che si faccia quanto serve perché avvenga, ricordando che abbiamo dei limiti fisici e umani. Obbiettivi troppo lontani dalla realtà rischiano di non essere mai presi realmente in considerazione.

Legato al Tempo => Stabilisci una data entro cui raggiungere l’obiettivo. E’ bene definire quando si comincia: “da ora” e dare un termine: “il giorno tale…”, proprio come quando si da un appuntamento e si definisce un piano di lavoro.  E’ importante che tu stabilisca un giorno preciso, questo aggiunge pressione positiva, la data di scadenza si avvicina inesorabilmente, giorno dopo giorno, spingendoti verso il tuo obiettivo.

 

Proviamo ora a mettere in pratica tutte queste belle parole, che se lasciate sullo schermo rischiano di diventare solo un post tra tanti che “si, mi potrebbero servire un giorno….”

Allora concentrati e dal caos informe  (sfondo) delle cose che “vorresti fare” prova a far emergere “la Cosa” che in questo momento ti sta più a cuore (figura)… prendi carta e penna e seguendo il metodo SMART metti nero su bianco un piano di azione.

Ti potrebbe capitare di renderti conto di non sapere cosa vuoi davvero, dove vuoi andare, che senso ha quello che stai facendo … non ti scoraggiare. E’ un momento di limpidezza e trasparenza interiori.

Quando ci si sente vuoti e senza meta si può decidere di cambiare rotta. Ovviamente prima bisogna tracciarla. E solo tu puoi decidere da quale parte del bivio avviarti…..

Sovraposizionarsi: alta autostima fragile

alta autostima

Continuando l’articolo di ieri, parliamo oggi di quelle persone che apparentemente sembrano dotate di una grande autostima; queste persone presentano in realtà le stesse fragilità di quegli individui descritti nel post precedente. Tuttavia il loro modo di lottare con i propri dubbi è diverso.

Di qui un’aggiunta di altre caratteristiche più sfavillanti: tentativi di brillare, dominare, farsi amare e ammirare, caratteristiche che si accatastano sopra le inquietudini dell’autostima. Ma, purtroppo, il tutto sfocia in una costruzione sbilenca, che spesso crolla miseramente.

In queste persone, gli sforzi per mantenere l’autostima ad un livello elevato fungono da meccanismo di difesa per non rendersi troppo conto dei propri limiti o per non doverli accettare.

I confronti sociali sono, anche in questo caso, costanti: verso l’altro si diventa gelosi; a volte, per ridurre lo scarto si sminuisce, non innalzando se stessi, ma abbassando l’altro.

Come comprendere e definire queste forme di alta autostima fragile? A seconda dei ricercatori vengono denominate in modi diversi: instabili, insicure, difensive, false …  Tuttavia studiare queste persone non è semplice. Prima di tutto evitano accuratamente ogni tipo di percorso di crescita o psicoterapeutico , in secondo luogo non sanno mai chiaramente loro stesse come funzionano.

Convinti che in materia di giudizio sociale la miglior difesa sia l’attacco, questi soggetti dedicano maggiori sforzi alla promozione della propria autostima che non ad una solida costruzione di essa. Si lanciano volentieri nell’azione, per via delle loro notevoli esigenze di gratificazione, ma soffrono di una forte intolleranza agli insuccessi, s di una complessiva difficoltà a mettersi in discussione: troppo costoso, troppo rischioso.

Di fronte ad un dubbio, cercano di preservare il loro rango ad ogni costo, di assumere la posa, di adottare la postura della dominanza.

Questa sopravvalutazione di sé esprime il tentativo di costruire un “io eccezionale”, personaggio sociale che protegge la persona sottostante, assai più fragile.

Questo “io eccezionale” ha un gran bisogno di riconoscimento distinguendosi dal gruppo : “Se mi accontento di essere normale sprofonderò. Devo mettermi in vista, al di sopra degli altri. Così sarò protetto, e non mi potranno avvicinare troppo, sarò troppo in alto o troppo impressionante. Si vedrà solo la mia immagine, il mio personaggio, che tengo sotto controllo”.

Imporsi per proteggersi ….. Vi è quindi piuttosto spesso nelle forme di alta autostima fragile, un disagio di fronte ad ogni forma di avvicinamento : dal momento che si cerca di costruire un’immagine forte e dominante, la vicinanza e l’intimità rappresentano dei pericoli.

Ovviamente queste strategie generano stress e hanno un costo emozionale molto elevato. L’ossessione di riconoscimento e di prestazione rappresenta un eccesso di investimenti in termini di energia interiore. Di qui  un’usura e un infragilimento, oltre a frequenti manifestazioni ansiose, in concomitanza con le aspirazioni dell’autostima verso l’alto: per paura di non arrivarci o di essere smascherati.

Ma anche un rischio depressivo, in concomitanza con le brusche prese di coscienza della fragilità della propria autostima o in occasione di forti affaticamenti legati alla difesa permanente del proprio personaggio.

Questa forma di alta autostima fragile e il loro logorante sovra posizionamento rappresentano per il soggetto una situazione senza via d’uscita che è addirittura peggiore di quella determinata dalle forme di bassa autostima. Una volta che si è protetti da un simile gioco di ruolo, come si può uscire dal proprio personaggio? Come diventare sinceri ed avanzare a viso scoperto? Dopo che ci si è nascosti per tanti anni e la cosa ha funzionato. E, d’altra parte, perché assumersi un rischio del genere? Che cosa ci si guadagnerebbe???

La figura estrema di questa categoria è il “narcisista” che gli psichiatri definiscono una forma di ipertrofia dell’autostima.

Queste persone sono convinte di essere superiori agli altri , e di meritarsi il meglio: trattamenti migliori, posti migliori. Convinti altresì di dover beneficiare di diritti superiori, dal momento che sono superiori.

Del loro successo non traggono fierezza ma serve solo a gonfiare oltre misura il loro ego. Essi compiono molti sforzi per dimostrare di non essere persone qualsiasi, e cercare di catturare sistematicamente l’attenzione, cosa che peraltro riesce loro spesso, con un certo talento.

Preoccupate di ottenere molto in termini di rispetto e di attenzione, le personalità narcisistiche in compenso non si curano troppo delle nozioni di reciprocità, ascolto ed empatia. L’altro esiste soltanto some spalla, come avversario, come ostacolo.

Il massimo della cecità dell’autonomia. Nessuna via d’uscita, né per resistere né per progredire ….

Autostime vulnerabili: quelle basse e quelle false

autostima alta bassa

Immagine: Simon Howden / FreeDigitalPhotos.net

“Lo spirito del dubbio sospeso

sopra la mia testa, veniva a instillarmi

nelle vene una goccia di veleno..”

A.de Musset

Molti di noi soffrono di una forte sensazione di vulnerabilità. In questo caso ci sentiamo minacciati dal semplice svolgersi della vita quotidiana e delle sue vicissitudini: i piccoli rischi ai quali ci si espone (sbagliare, fallire, avere torto, trovarsi coinvolti in una situazione competitiva ..) evocheranno per noi altrettante minacce.

Questa sensazione di fragilità può portarci a compiere mille errori: il primo è quello di porre l’immagine e l’autostima al centro delle nostre preoccupazioni e dei nostri sforzi, dal quale deriva la segreta ossessione di sé. Il secondo risiede nella tentazione di difendere a ogni costo la propria autostima e di ricorrere in modo sistematico ad un atteggiamento offensivo (per promuoverla) oppure difensivo (per proteggerla).

Queste due strategie differiscono esteriormente, ma in realtà poggiano sulle stesse basi: una sensazione di vulnerabilità, consapevole nel primo caso, che è quella delle forme di basa autostima, e meno consapevole, se non addirittura totalmente inconscia, nell’altro caso, che è quello delle forme di alta autostima fragile.

Che siano autostime alte e fragili o basse, questi due profili di autostima sono così vicini che a volte si può assistere ad un passaggio dall’uno alla’altro a seconda dei periodi della vita.

D’altro canto questi due profili possono anche coesistere nello stesso momento nella medesima persona secondo le situazioni: ci si può comportare in base alle regole di un’autostima con i familiari (vantarsi, sputare sentenze, pavoneggiarsi) ma adottare i riflessi di una bassa autostima con gli sconosciuti o con persone che incutono soggezione.

Un esempio di questa mescolanza talvolta stupefacente: i timidi, nei quali comportamenti i bassa autostima in un contesto sociale possono coesistere con un’alta autostima nelle fantasticherie. A volte presentano anche dei soprassalti di rivolta o di incoscienza, soprassalti che alla fine lo spingono ad osare, dotati come sono di quella leggendaria “audacia dei timidi”, che purtroppo per loro è rara e imprevedibile.

Uno dei comportamenti più comuni di chi è dotato di poca autostima è l’arte di “sottrarsi”: lo sminuirsi.

Mi diceva E. all’inizio del suo percorso:

“Sono assolutamente convinta di valere meno degli altri. In tutti i campi fisico e psicologico. E’ semplice: se qualcuno mi fa dei complimenti, in me si scatena un disagio fisico. Un desiderio di fuggire o di mettermi a piangere. Se qualcuno si interessa a me, mi dico che è per sbaglio, perché la persona in questione non sa ancora chi sono in realtà. E passato il primo momento di riconoscenza vengo sopraffatta dall’angoscia: che cosa farò di quella stima che sembra tributarmi?Quanto tempo ci vorrà perché la deluda e ricada quindi nell’anonimato?”

Quanto espresso è un esempio esemplificativo di come le persone con una bassa autostima  sono cieche a tutto quello che di buono e di bello e degno di stima vi è in loro. Non si tratta di un delirio, non si inventano i propri difetti, non li creano di sana pianta: sono proprio lì tutte quelle manchevolezze e limitazioni. Ma sono quelle di tutti, più o meno. Solo che nelle persone con bassa autostima, manca la capacità di relativizzare, nessuna distanza, nessuna clemenza nei confronti di queste incrinature.

E gli altri vengono osservati e sorvegliati, ma non per vedere come facciano a vivere bene con i loro difetti. Li si sorveglia perché ci si dedica costantemente al gioco malsano dei confronti sociali: non solo malsano, ma anche obliquo, perché si guarda e si vede negli altri solo il meglio. Di conseguenza il confronto è più doloroso.

In che modo vivere dunque? Innanzitutto è necessario evitare i rischi. Unica parola d’ordine: la protezione dell’autostima. Se si osa cercare un qualche riconoscimento del proprio valore, lo si fa con prudenza, evitando qualsiasi rischio di fallire. Si agisce con cautela, senza assumersi il minimo rischio. Si cerca l’accettazione ad ogni costo, si cerca di farsi accogliere e apprezzare, piuttosto che dimostrarsi combattivi o intraprendenti. Si evitano i conflitti, e tutto quello che potrebbe provocare un rifiuto: esprimere il proprio parere, chiedere qualcosa che potrebbe disturbare. Insomma si dipende molto dalla benevolenza altrui e a forza di pensare a che cosa pensano gli altri di noi, ci si dimentica di pensare a se stessi.

La bassa autostima è una forma di alienazione: non c’è da stupirsi se alla fine si ha la sensazione di essere vuoti e noiosi. In fondo si passa la vita a forza di impedirsi di esistere, obbedendo alla logica del “soprattutto non farmi notare né rifiutare”.

La loro scelta è quella della “rinuncia”, sottrarsi e posizionarsi al di sotto delle loro capacità è il loro pane quotidiano. Queste persone hanno sviluppato una vera e propria arte di evitare il rischio del giudizio sociale: quello che conta è restare incollati al gruppo, non cercare di smarcarsi, o di farsi sganciare. La loro mancanza di fiducia consiste in questo:agire il meno possibile, per paura non solo di fallire, ma anche delle conseguenze sociali del fallimento.

A forza di evitare i fallimenti, però, si evita di agire. E in questo modo si evita anche il successo con una conseguente reale svalutazione, lave a dire non solo una sensazione, ma una vita oggettivamente meno ricca e intensa.

Un altro rischio precipitare nella frustrazione e nell’amarezza, a forza di rinunce, a forza di vedere che gli altri, non migliori di noi, ci superano, ce la fanno, riescono, assaporano ed esibiscono il loro successo ……

 

…. Seguimi nel prossimo post parleremo del sovra posizionamento delle persone con un alta (apparente) autostima ….

 

L’umorismo e l’arte di sdrammatizzare

clown

Il senso d’ironia è una grande garanzia di libertà.
Maurice Barrès

La capacità di ridere di se stessi presuppone che si sappia in genere su cosa si possa ridere.

Ridiamo spesso volentieri delle disavventure degli altri soprattutto quando ne sono i diretti responsabili. Si parla di “terzo che gode” riferendosi ad una persona estranea alla situazione, che osserva una lite e ne ride proprio perché non ne è coinvolta. Il provare gioia per il male altrui è una forma aggressiva di umorismo.

Nella comicità, nell’ironia e quindi nell’autoironia, c’è bisogno di distanza, ma anche di compassione, bisogna vedere l’altro non come uno stupido che commette degli errori che noi non faremmo mai, bensì come una persona cui è capitato di sbagliare come potrebbe succedere a chiunque. Dovremmo sentirci partecipi della situazione dolorosa che l’altro sta vivendo, e allo stesso tempo, non essendo direttamente coinvolti, riconoscere le circostanze che lo hanno portato all’errore.

Per sviluppare un vero senso dell’umorismo, ci si deve conoscere bene ed essere disposti a prendersi in giro esattamente come faremmo con gli altri.

Una dimostrazione a questo riguardo è proprio la capacità di esagerare i nostri errori abituali ridendoci su, uno stratagemma che nella vita di tutti i giorni può aiutarci a tollerare meglio i nostri insuccessi. Forse in questo modo capiremo che siamo proprio noi a fare in modo che ci capitino sempre le stesse disavventure, acquisiremo più controllo e potere decisionale sulla nostra vita, ci rilasseremo diventando più tolleranti verso noi stessi.

La comicità e l’improvvisazione si influenzano a vicenda, e allo stesso tempo offrono possibilità e suggerimenti per la vita di tutti i giorni che ci avvicinano all’umorismo, sollevandoci dall’inerzia.

Se interrompiamo le nostre abitudini, la vita può cambiare e la gioia aumentare. A questo proposito perché non utilizzare alcune strategie proprie dell’arte comica inserendole nella vita quotidiana?

L’esagerazione è la base della comicità dalla quale discendono la maggior parte delle altre tecniche

Partendo ad esempio dal fare la caricatura di alcuni rituali personali o comportamenti ricorrenti, fino a sdrammatizzare le situazioni stressanti e cogliendo solo l’aspetto comico degli eventi.

Possiamo scoprire tante possibilità comiche in noi stessi. Proprio quando qualcosa va storto, possiamo provare a celebrare la sconfitta trovando forze creative che ci diano energia. Se siamo in grado di accettare i fallimenti e le disavventure che incontriamo nella nostra vita, finiamo con il temerle meno e col liberarci così da paure inutili.

Autoironia come sdrammatizzazione del proprio ruolo e leggero umorismo diretto alla propria persona significa quindi conoscenza dei propri limiti. Quando si riesce a ridere per qualcosa, nel nostro organismo si verifica una scarica di tensioni accumulate che nella mente producono il benefico effetto di sdrammatizzare quello che appariva come un groppo difficile da digerire. Dunque ridere è come versare del lubrificante negli ingranaggi. Tutto tende a divenire meno complicato e più alla portata di qualche soluzione positiva. Avere il dono dell’umorismo è come essere fornito di un passaporto che ci fa superare facilmente molte frontiere senza pagare prezzi esorbitanti.

L’umorismo aiutandoci a scaricare le tensioni ci insegna a relazionarci meno drammaticamente con il mondo e ad avere anche un rapporto migliore con noi stessi. L’autoironia è un segno di equilibrio, di maturità e di saggezza. Chi sa ridere di sé si presenta nel modo migliore agli occhi degli altri e facilità le relazioni smussando i contrasti.

Accettarsi e riuscire a prendersi in giro significa amare se stessi così come si è: riuscire a farlo è indice di una personalità che sa giocare con se stessa e con gli altri.

L’umorismo è una forma particolare di autorappresentazione di sé che ci costringe a guardarci da angolature sempre diverse e che ci permette di riprendere la nostra vera essenza umana, scrostandola da tutte quelle false facciate che adottiamo per vivere in società.

Lavorare sul proprio umorismo, quindi, vuol dire rimettersi in gioco continuamente, e questo non significa affatto dimenticarci del nostro ruolo nella vita ordinaria, ma semplicemente non viverlo in modo totalizzante e annullante. Se riusciamo a fare questo, riusciamo anche a guardare il resto del mondo che ci circonda con un occhio diverso, leggero e divertito, impariamo a comunicare e condividere con gli altri questa nostra particolare visione, migliorando le nostre relazioni e di conseguenza il nostro Ben-Essere.

 

 

Accettare quello che è accaduto in passato

dolore ter

Un principe possedeva un enorme diamante di cui andava fierissimo. Questa pietra preziosa era costruita in una teca protetta.

Un giorno il principe chiese ad un suo servo di portargli il diamante, perché desidera ammirarlo più da vicino. Prendendolo tra le mani, quale non fu il suo stupore nello scoprire un enorme graffio sulla parte del diamante che di solito non vedeva!

Il principe divenne molto infelice; non riusciva a smettere di pensare a quella pietra preziosa e al difetto di cui non era stato consapevole. Decise di radunare il consiglio e di esporre il problema.

Alcuni consiglieri volevano avviare una grande indagine per trovare i colpevoli, quelli che avevano rigato il diamante. Altri intendevano creare una commissione scientifica per cercare di capire cosa potesse essere più duro del diamante e graffiarlo. Altri ancora suggerivano di rimettere il diamante nella teca e cercare di dimenticare che avesse un lato imperfetto.

Il consigliere più anziano e più saggio prese la parola: “Vostra maestà, credo che la soluzione migliore consista nell’utilizzare questo difetto nel diamante per farne qualcosa che ne aumenti il valore”.

Tutti i consiglieri si misero a ridere di questa proposta, che giudicavano stramba. Il principe fece loro segno di tacere e si rivolse all’anziano: “E come pensi si possa fare?”.

“Vostra maestà, conosco un orafo incredibilmente dotato che abita nei dintorni. Potremmo farlo venire”. “E sia – disse il principe – lo si vada a chiamare”.

Si vide allora arrivare un artigiano vestito con semplicità, dallo sguardo caloroso e dal  sicuro. Quando gli fu presentato il problema, rispose che poteva fare qualcosa. Il principe non si sentiva molto rassicurato, ma ripose fiducia nell’orafo.

Tre giorni dopo, l’artigiano andò dal principe reggendo su un vassoio coperto di velluto il diamante, che scintillava di mille luci. Dal graffio l’uomo aveva ricavato lo stelo di una splendida rosa che aveva inciso nel diamante; era riuscito a creare il fiore in modo tale da aumentare la bellezza e lo splendore del diamante.

Il principe era meravigliato. Ricompensò l’orefice e ordinò di riporre nuovamente il diamante nella teca, con il lato inciso in evidenza, per poterlo ammirare. Non c’era più nulla da nascondere, il graffio “della vergogna” era diventato il supporto di una splendida rosa…

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Questa metafora riassume bene quanto può succedere quando accettiamo quello che è stato in passato.

Alcuni, come i consiglieri del principe, vogliono trovare i colpevoli, smascherarli, punirli … farlo tuttavia non cambia ciò che è.

Altri vogliono capire il perché, perché io, da dove deriva? Si arriva a risalire nel tempo, magari per trovare l’origine del problema alcune generazioni prima. Questo non cambia ciò che è.

Infine, come i consiglieri del principe, un gran numero di persone preferisce “dimenticare”: è passato, è finito, non parliamone più. Neanche questo cambia ciò che è. Tutte queste strategie seguitano ad alimentare una sofferenza non accettata.

L’unica via che permette di andare verso la serenità consiste nel confrontarsi con il proprio dolore, i rimpianti, il rancore, l’odio, la paura, accettarne l’esistenza e il fatto che spesso abbiano buoni motivi per esistere,

E’ poi necessario esprimerli, parlandone a qualcuno (un percorso di Counseling può aiutarti a fare questo), mettendoli per iscritto, disegnandoli, dipingendoli, scolpendoli, interpretandoli, cantandoli … insomma, dando loro una forma al di fuori di noi.

Occorre poi guardarli in faccia, considerarli come materiale da costruzione e cercare di capire cosa farne.

Una volta trovato il modo di procedere a questa sublime alchimia che consiste nel trasformare la sofferenza in compassione, il dolore del passato può essere accettato pienamente e la nostra vita essere finalmente vissuta per intero ….

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