Prendersi cura di sè

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Prendersi cura di sé è una strada sicura verso la gioia di vivere.

Più solennemente affermo che il modo in cui una persona si prende cura di sé testimonia la stima che ha nei confronti di se stessa.

Certe persone credono che prendersi cura di sé soprattutto significhi fare un bagno caldo con una bella musica ed una candela profumata.

Effettivamente è piacevole , quando si amano la musica soft e le candele e se si preferisce il bagno alla doccia. Ma a mio avviso prendersi cura di sé significa prendersi cura di tutto il proprio essere.

L’essere è composto da tre dimensioni più una tutte ugualmente importanti (almeno sicuramente le prime tre, la quarta a volte per molti può essere un optional….) => la Testa, il Corpo, il Cuore e l’Anima. In quale ordine di importanza, si chiederanno alcuni? Diciamo che è un po’ come la teoria dei vasi comunicanti, tutte sono strettamente interconnesse fra loro.

Mi spiego:

  • Se non ci prendiamo cura del Corpo, rischiamo di ammalarci o di esaurirci fisicamente
  • Se non ci prendiamo cura della Testa, presto o tardi faremo le peggiori sciocchezze che avremmo potuto evitare con un minimo di buonsenso e di distacco e potrebbe andarci di mezzo il Corpo
  • Se non ascoltiamo il Cuore, rischiamo l’esaurimento affettivo con conseguente sofferenza di Testa e di Corpo
  • E infine se non ascoltiamo l’Anima l’esistenza ci sembrerà vuota e priva di senso con il risultato di mettere in crisi tutte le altre parti.

Non è facile, direte voi? E’ una questione di pratica e di abitudine. La tecnica consiste nell’interrogare ogni giorno queste dimensioni e verificare la loro rispettiva soddisfazione,.

Se ascoltiamo il corpo, ci dirà se ha l’energia per continuare o se ha bisogno di riposo, di stimoli o di altre cose.

Se ascoltiamo il cuore, ci dirà se è contento e valuterà il nostro grado di piacere.

Se ascoltiamo la testa, ci indicherà, come un radar, il grado di coesione della nostra vita nel suo insieme.

Se ascoltiamo l’anima, ci dirà se soffre o se si sente realizzata.

Spetta a noi tener conto di questi messaggi e reagire in modo adeguato. In fondo, cosa c’è di più importante nella vita che rispondere alle esigenze del propri essere? E ATTENZIONE , niente paura a diventare egoisti; paradossalmente, più ci prenderemo cura di noi, più saremo aperti verso gli altri, verso le loro esigenze, e più saremo capaci di contribuire alla creazione del resto del mondo.

Accade spesso che le persone non facciano niente per prendersi cura di sé, perché non sanno come fare. Usano ripetutamente sistemi non efficaci per risolvere il loro problema; in questo modo finiscono per sentirsi scoraggiati e buttano la spugna seguendo la corrente della sopravvivenza.

Prendersi cura di sé è un concetto molto ampio che include prendersi cura della propria identità, della propria integrità, della propria intimità, del proprio mondo emotivo, affettivo, intellettuale, del proprio ambiente fisico e di tutti gli aspetti che compongono la propria vita ed esprimono la persona che si è.

Mangiare ciò che ci fa bene, concedersi le ore di sonno di cui si ha bisogno, indossare i vestiti in cui ci si sente a proprio agio, prendersi cura del proprio corpo, significa soddisfare le proprie esigenze di igiene di vita e di equilibrio. Sono tutti mezzi per prendersi cura di sé.

Concedersi il diritto di essere se stessi, soddisfare i propri bisogni affettivi, fare un lavoro che offra piacere, motivazione, valorizzazione, sono tutti modi per prendersi cura di sé.

Uscire da una relazione in cui ci si sente giudicati, dire a qualcuno che i suoi atteggiamenti ci feriscono, allontanarsi da certe persone, sono tutti modi per prendersi cura di sé.

Prendersi cura di sé non significa seguire i propri impulsi sconsideratamente, significa riflettere, riconoscere le proprie esigenze, i propri bisogni e soddisfarli adeguatamente.

Dopo avere stabilito un tale rapporto con se stessi, vedrete che non sarà mai stato così bello farsi un bagno !!!

Non ci si può prendere veramente cura di sé quando si ha poca autostima. Più un individuo ha stima di sé, più saprà prendersi cura di se stesso, e più darà valore ai propri sentimenti, ai propri giudizi e al proprio modo di vedere la vita. La mancanza di autostima rappresenta la morte della propria identità, una morte che si infligge ad una parte di sé.

Lo sviluppo dell’autostima passa attraverso lo sguardo che gli altri hanno posato su di noi. Essere amati, considerati, riconosciuti e coccolati da bambini sembra essere una condizione inevitabile per una buona autostima.

Eppure molti bambini hanno ricevuto la misura cosiddetta “normale” di ciò che genitori “normali” potevano dare loro in termini di amore, e si sono ritrovati senza autostima. Altri bambini sono stati abbandonati, rifiutati, abusati e tuttavia si sono ritrovati in età adulta con una forte autostima, acquisita a forza di lottare per la sopravvivenza.

Ecco perché, che da bambini siate stati amati o no, desiderati o no, riconosciuti o no, evitate di stare con lo sguardo sempre rivolto al passato. Impegnatevi a sviluppare la vostra autostima con la piena coscienza di voi stessi come siete oggi, ascoltando i bisogni che cercate di soddisfare in questo momento.

Soddisfare i bisogni del proprio corpo, del proprio cuore, della propria testa e della propria anima sono tutti segni di una grande autostima.

Ricordate, solo noi possiamo fare il meglio per noi stessi!!!

Il controllo: efficacia e pericolosità

controllo di sè

Il tema del controllo si può declinare in vari modi. Innanzitutto distinguendo tra controllo su noi stessi e controllo sugli altri. Argomenti ambedue da maneggiare con cura perché possibili fonti di guai.

Se ci riferiamo al rapporto con noi stesse, dobbiamo parlare di “autocontrollo”. Ossia la facoltà di fare la cosa giusta nel momento opportuno, tenendo conto del “principio di realtà” contenendo quindi gli impulsi sconvenienti e procrastinando la soddisfazione dei bisogni in attesa della condizione favorevole.

Questa attesa adulta e controllata è possibile solo quando esiste la piena consapevolezza dei nostri bisogni e delle opportunità concrete per soddisfarli, in caso contrario rischiamo l’infelicità e l’emarginazione.

Sin dall’infanzia veniamo sollecitati a non essere tropo rumorosi, a non piangere, a trattenere la rabbia. In generale i bambini maggiormente apprezzati dagli adulti sono quelli capaci di controllarsi. Il problema è riuscire a distinguere un essenziale addestramento al controllo dei propri impulsi da un metodo coercitivo che può portare all’inibizione di una sana istintività rivolta a soddisfare legittime esigenze personali.

Per quanta riguarda l’educazione e il delicato apprendimento alla gestione delle proprie emozioni, il fattore decisivo è la capacità di distinguere tra un contesto e l’altro. E’ necessario imparare a riconoscere i vari contesti e, di conseguenza, a modulare azioni e parole affinchè non risultino “di troppo” nei diversi ambienti e nelle diverse circostanze, imparando a considerare che c’è un tempo per ogni cosa.

Il rispetto di vincoli e confini, propri e degli altri, è un requisito fondamentale per il benessere e l’equilibrio di ciascun individuo.

Molto spesso non si tiene abbastanza in considerazione dei possibili effetti deleteri che la nostra incapacità di usare, al bisogno, i provvidenziali freni inibitori, può causare.

I bambini si spaventano molto quando non si sentono contenuti dagli adulti. La furia incontrollata di molto bambini o ragazzi deriva più spesso dalla paura che da cattive inclinazioni; non si sentono abbastanza sicuri, in balia di adulti che non sono in grado di proteggerli fraintendendo le loro tacite richieste di aiuto.

Il controllo di sé, a meno che non sia esasperato e ossessivo, non ha nulla a che vedere con l’annullamento della spontaneità e la privazione di un gratificante appagamento delle esigenze personali, laddove non vengano lesi i diritti degli altri. E’ quel famoso comportamento “assertivo” che in modo adulto, non contaminato dal bambino che vuole tutto subito, consiste nell’”affermazione di sé” avendo la capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni senza tuttavia offendere né aggredire l’interlocutore.

Autocontrollo, quindi, come gestione di quelle valvole che regolano il flusso di scambio affettivo fra noi e gli altri, fra il nostro mondo interiore e gli stimoli esterni, in base ai nostri bisogni e secondo il nostro discernimento.

Autocontrollo come capacità che mi da’ la possibilità di decidere dove, quando, come e con chi manifestare in maniera appropriata i diversi stati d’animo che emergono dal mio sentire.

Inteso in questa maniera, ne consegue che quanto più siamo liberi e padroni di noi stessi, tanto meno avremo bisogno di esercitare un controllo sugli altri, specialmente su quelli che amiamo. Tendenza retaggio dell’insicurezza e della paura di perdere potere nella relazione.

Autocontrollo e controllo sugli altri difficilmente vanno insieme; l’esperienza ci insegna che le persone più accanite nell’esercizio del controllo sugli altri sono in genere quelli che maggiormente difettano di autocontrollo. Grandi sostenitore del rispetto di regole e confini, sono soliti riservare a se stessi un’indulgenza che li assolve da ogni sopruso, mentre non transigono sui torti e sulle debolezze altrui.

Legato al tema del controllo nella sua accezione, per me “inutile” e persa in partenza c’è l’arrogante pretesa di voler controllare ogni aspetto, accadimento o situazione della vita che in molti casi ha un andamento imperscrutabile e misterioso; dimenticandoci che il fattore accidentale è sempre in agguato e spesso spazza via progetti, intenzioni insieme alla nostra sicurezza.

E allora ci prende l’angoscia di essere in balia degli “elementi” con tutte le ansie e i conseguenti arroccamenti e chiusure che ne derivano.

Ricordiamoci, però, che per ogni battaglia persa, c’è una nuova opportunità da cogliere. La paura della sconfitta, del “destino” dietro l’angolo, non ci deve distogliere dal piacere di accettare una sfida ulteriore. Perché mai nulla è completamente perduto finchè avremo una testa per immaginare nuovi scenari ed elaborare nuovi progetti e soprattutto finchè avremo braccia e mani che si uniscono le une con le altre per creare una rete e abbastanza cuore per cullare i nostri sogni cercando di realizzarli.

Liberamente tratto da: I.Castoldi “Se bastasse una sola parola” Ed.Feltrinelli

Forte e fragile come la vita

mandorlo in fiore

Vincent Van Gogh – Mandorlo in fiore –

“Mi sono alzato di notte e ho guardato il paesaggio.   Mai, mai la natura mi è parsa così commovente, così delicata…”  Vincent Van Gogh

 Uno slancio verso l’azzurro. Fiori di mandorlo si protendono verso il cielo. Niente altro che il bianco dei  petali e il blu del cielo. Quasi una incarnazione della felicità: forte e fragile come la vita.

Van Gogh, esausto per via del caos interiore e della sua lotta contro la malattia psichica, si concentra sull’essenziale: lo slancio della vita verso l’alto, la trascendenza, il cielo. Sembra aver dipinto il quadro con la testa in alto, senza vedere nulla intorno a sé. Ha allontanato ogni forma di paesaggio per concentrarsi sull’unione tra i fiori e il cielo, il blu e il bianco, il terreno e il celeste…

Nello stesso modo ha tenuto lontano le sue sofferenze per trasmetterci per sempre la sua felicità di fronte ai fiori del mandorlo.

 ….. la natura procura un’armonia per connessione e appartenenza: niente altro che sentirsi vivi in mezzo a tutte le forme della vita, e capire che è una fortuna. Assaporare la gioia elementare di esistere……

“Segui la natura” i filosofi dell’Antichità avevano capito che esiste un legame organico tra la felicità e la natura, capace di portare un soffio vitale anche nelle menti più oscure….

La natura ci aiuta a capire e ad avvicinare la felicità in molti modi. Ci consente un attaccamento sereno e ancestrale al mondo che ci circonda: continuità del ritorno delle stagioni, quasi immutabilità dei paesaggi che amiamo, dei legami armoniosi tra piante e animali. Ci insegna a non aspettare niente di preciso: semplicemente esserci e goderne.

Per gli psicologi evoluzionisti, molti dei nostri comportamenti e dei nostri gusti sono le vestigia dei nostri bisogni animali ancestrali: se gli esseri umani sono così sensibili allo spettacolo di una bella natura è perché vi vedono la promessa di risorse per la loro sopravvivenza, di che mangiare, riposarsi, ripararsi…. Eppure, al di là del piacere che proviamo, si risveglia anche una profonda sensazione di appartenenza a un ordine che ci ingloba e va oltre noi stessi.

Per questa ragione noi non ci limitiamo ad osservare la natura, noi entriamo in connivenza con lei, ci avviciniamo alla nostra realtà più elementare: quella di esseri viventi. Non facciamo altro che immergerci nella natura, tornare a lei. Quando contempliamo un albero in fiore. Quando restiamo assorti a osservare il moto delle onde o delle nuvole…

 ….. tutta la felicità si origina in simili istanti di grazia. Fermarsi, tacere. Vedere, ascoltare, respirare. Ammirare. Accogliere le gioie nascenti. Esercitarsi lentamente a percepirle dovunque esse si trovino……

La paura del rifiuto e i suoi slittamenti

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“Il rifiuto ci turba, l’approvazione ci confonde.”  Nicolás Gómez Dávila

Riflessioni sparse dopo una sessione di Counseling ……

Il bisogno di legami, di appartenenza e di accettazione, è probabilmente uno tra i più importanti per l’essere umano. Forse è un retaggio del nostro passato genetico di primati privi di difese, quando solo unendoci potevamo far fronte ai predatori: essere rifiutati, in questo caso, significava essere condannati.

Di qui l’importanza del legame per la nostra autostima; la necessità di saperlo suscitare e assaporare. E anche la diffidenza che occorre nutrire quando questo bisogno di legame e la relativa capacità di individuare un rifiuto non funzionano più regolarmente,facendo di noi persone ipersensibili a qualsiasi forma di allontanamento.

Quando si lavora sulla propria autostima è essenziale riflettere a fondo sul problema del rifiuto, delle conseguenze che ha su di noi e del modo in cui noi stessi contribuiamo a tali conseguenze attraverso l’eccesso di sensibilità. Quindi è importare prestare attenzione non più soltanto al rifiuto, ma anche al nostro sistema di rilevazione del rifiuto che, se non funziona bene, può farci soffrire molto e metterci in situazioni destinate al fallimento. Infatti sentirsi rifiutati non significa sempre che lo si è veramente. Se in passato siamo stati spesso vittime di autentiche esperienze di rifiuto, a quel punto ereditiamo un sistema di rilevamento del rifiuto che è diventato ipersensibile, anche se l’ambiente che ci circonda al momento ora è più accogliente.

Si tratta di una sorta di allarme guasto. Questo sistema di allarme ci è stato tramandato dall’evoluzione: poiché eravamo animali sociali e potevamo vivere solo al’interno di gruppi solidali, la nostra sopravvivenza dipendeva dalla nostra capacità di mantenere il nostro posto nel gruppo. Ritrovarsi soli equivaleva ad una condanna a morte. Ma quel che si giustifica in una situazione di pericolo oggettivo può sfuggire alla nostra volontà nelle situazioni in cui sappiamo che, in teoria, non esiste un pericolo così grande.

Il timore del giudizio negativo da parte degli altri è di fatto legato alle sue possibili conseguenze negative: essere giudicati, se il giudizio è negativo, equivale a rischiare di essere rifiutati.

Visto che , di solito, se non ci stimiamo, ci giudichiamo negativamente, allora ci immaginiamo che il giudizio altrui sarà impietoso e severo quanto lo è il nostro. A quel punto ci allontaniamo da quello che riteniamo sia un pericolo e, in questo modo, inconsciamente confermiamo la possibilità di tale pericolo. Tale ipersensibilità al giudizio altro non è che la parte emersa della paura del rifiuto.

Tutto allora diventa difficile, perché l’autostima fa fatica a stabilire una differenza tra l’essere realmente rifiutati e pensare di esserlo. Nel dubbio , è più propensa a dar credito all’intuizione: “Se mi senti rifiutato o non amato, è perché lo sono.”

Questo genere di distorsione del ragionamento si riscontra nelle persone in preda ad una forte attivazione emozionale: dal momento che ci sentiamo a disagioin difficoltà, siamo convinti di essere in difficoltà. E che tutti ci vedano  che siamo in difficoltà. Non consideriamo più le nostre emozioni come un avvertimento della possibilità di un problema, ma come una certezza della sua realtà e della sua gravità.

La forza di tale convinzione comporta una modificazione del nostro comportamento che andrà nella direzione di quel che temiamo. Occorre pertanto fare molta attenzione a questa tendenza a leggere il pensiero ed auto intossicarsi con le erronee convinzioni del ragionamento emozionale. Uno sguardo, un sorriso, un silenzio, una parola sussurrata all’orecchio di qualcuno mentre stiamo parlando, rischiano di essere interpretati in modo erroneo sotto l’effetto della nostra difficoltà.

Occorre quindi stare attenti alla proiezione dei propri processi mentali: dal momento che dubitiamo di noi e del fatto di essere accettati socialmente, ci sorvegliamo; e pensiamo che gli altri facciano altrettanto; allora abbiamo la sensazione sgradevole, e spesso sbagliata, di essere al centro della loro attenzione.

Ecco quindi alcune strategie per affrontare la paura del rifiuto:

  • Conoscere a fondo le situazioni che danno l’avvio alla nostra ansia si valutazione. In genere esse sono tutte occasioni in cui ci troviamo in una situazione di osservazione, di competizione, di prestazione . Sapere che in momenti del genere tenderemo a sopravvalutare i giudizi rivolti a noi rappresenta una prima tappa. Quando ci troviamo in queste situazioni, tenderemo a sorvegliarci, a bistrattarci, a interessartci di più delle nostre manchevolezze anziché godere dei talenti degli altri, o ridere del loro desiderio di esibirli.
  • Ricordare che anche gli altri pensano soprattutto a se stessi. E sì, non siamo l’ombelico del mondo, come a volte le nostre difficoltà tendono a farci credere. “E se gli altri non ti stessero osservando e giudicando? Gli altri pensano a se stessi, come te …..”
  • Accettare la possibilità di essere giudicati. Piuttosto che voler evitare ad ogni costo questo giudizio, accettiamolo, poi consideriamo con calma come modificarlo, sempre nella visione di un sé globale e non focalizzato sui propri limiti e difetti. Accettare anche l’idea che effettivamente ci sono persone che ci giudicheranno dall’aspetto, la conversazione, le buone maniere o altri stupidi marcatori sociali. E’ vero, esistono. Ma è altrettanto vero che queste persone non sono la maggioranza. Perché quindi dedicare la maggior parte della nostra energia a proteggerci da persone che potrebbero essere critiche, con il risultato di impedirci di godere degli scambi con persone più accoglienti e interessanti?
  • Adottare comportamenti sociali che privilegiano l’azione, vale a dire andare verso la gente. E’ fondamentale non stare ad aspettare che ci vengano rivolti segnali di apertura, non aspettare che siano sempre gli altri a fare il primo passo. So che spesso ci si comporta in questo modo perché ci si dice, come in una specie di test: “Se le persone si avvicinano per parlarmi, vuol dire che ne hanno veramente voglia. Se invece sono io ad avvicinarmi, in qualche modo le costringo”. Così, è più forte la paura del rifiuto, più si sopravvaluta la visibilità dei segnali di apertura e più si aspetta che siano gli altri a percepirli e decodificarli, nella speranza che capiscano il nostro imbarazzo e facciano il primo passo … Ma questi segnali di apertura, che noi pensiamo chiari e manifesti, spesso sono invisibili all’altro. E siccome pensiamo di aver mostrato abbastanza, restiamo lì, speriamo e aspettiamo…..

Un suggerimento per concludere cerchiamo di essere più chiari!!! Bisogna scegliere tra due rischi: quello di un eventuale ed episodico rifiuto, o quello dei rimpianti e vi assicuro che il peso dei rimpianti a volte è molto più difficile da reggere a lungo termine che non quello di un rifiuto …..

Flessibilità e adattamento

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Una delle migliori definizioni dell’intelligenza è proprio “flessibilità”: cioè la capacità di trovare le soluzioni giuste non marciando diritti per la propria strada, ma cercando altri percorsi più fruttuosi. P.Angela

Oggi vorrei nuovamente riflettere sul concetto di flessibilità, già trattato in questo post , soffermandomi, questa volta, sulla “morbidezza” e “fluidità” che la parola flessibilità porta con sé.

Tutto cambia. Cambia il nostro corpo e cambiano le nostre idee, cambia il nostro umore e quello delle persone con cui abbiamo una relazione, cambiano le nostre finanze e i nostri progetti, cambia quello che ci fa soffrire e quello che ci rende felici, cambia la situazione politica, cambia la moda e cambia il tempo, cambiano le nostre amicizie e i nostri amori. Cambia perfino il cambiamento.

In un mondo in cui nulla rimane uguale a se stesso è difficile trovare appigli e certezze e la tecnica per sopravvivere consiste nell’arte di adattarsi ad eventi che di continuo ci sorprendono. Chi si adatta creativamente ha la meglio e sopravvive, chi invece risponde in modo rigido e uguale a condizioni che mutano si estingue.

Basta guarda alla storia dell’evoluzione dove ogni più piccolo particolare del mondo vivente è un inno all’adattabilità.

La flessibilità è una forma di saggezza pratica, un intelligenza che vive nel “qui e ora”, che sa leggere ogni minimo segnale di mutamento, e che, una volta capito quello che sta succedendo, ha la disponibilità e la fluidità necessarie per adattarsi il più velocemente possibile alla nuove condizioni.

Questa saggezza ci aiuta a capire che non possiamo controllare tutto, il controllo totale della nostra vita è un miraggio: ci sono troppi elementi imprevedibili. A voler controllare ogni cosa si diventa matti e si rischia di ottenere l’opposto di quello che si vuole. Spesso è più saggio lasciarsi andare al flusso degli eventi ammorbidendo quelle spigolosità che partono in quarta “lancia in resta “contro quei mulini a vento che ogni tanto troviamo sul nostro cammino. Don Chisciotte “duri e puri” che fanno dell’inflessibilità la loro bandiera.

La flessibilità non è solo una strategia vincente ma una qualità sublime, perché essere flessibili significa essere fluidi adattandosi al divenire anche quando questo ci rema contro. Fluidità intesa secondo il concetto Taoista che ci suggerisce di essere adattabili come l’acqua, che è fluida e si modella alla roccia scorrendovi sopra. Perché questo atteggiamento diventi un modo di vita è necessario che porti con sé la capacità di staccarsi dai vecchi modelli, di vivere pienamente il momento presente insieme all’umiltà di saper ricominciare sempre da capo.

Se siamo in grado di abbandonare le convinzioni cui siamo più affezionati, le idee che tutti condividono, i modelli di pensiero cui dobbiamo la nostra posizione sociale, le abitudini mentali che ci rendono la vita più facile ma ci impigriscono togliendoci vitalità, allora ci possiamo aprire al nuovo, al paradosso, all’assurdo. Questa è la creatività!

Adattarsi alla realtà presente significa anche accettare le frustrazioni senza lasciarsi abbattere, provando invece a considerarle come punti di partenza per nuovi percorsi, sperimentandoci creativamente a trovare nuove forme che possano collocarsi nella situazione che ci troviamo a vivere. Perché “creare – come dice bene la dott.ssa Pamela D’Alisa – non significa solo dar forma a qualcosa di completamente nuovo ma, spesso e volentieri, implica piuttosto un rimaneggiare quello che già c’è o possediamo dandogli un nuovo utilizzo, una nuova collocazione o una nuova impostazione. È questo il principio alla base dell’invito a reinventare se stessi.” (www.giardinaggiointeriore.net )

La capacità di essere flessibili, poi, ha molte ripercussioni sulle nostre relazioni. Per quanta buona volontà, per quanto calore possiamo avere, se troviamo difficoltà ad adattarci al nuovo saremo impegnati con il nostro stress, saremo, quindi, di cattivo umore, seccati, ostili, o travolti da situazioni che non ci aspettavamo con il solo risultato di mancare di quell’energia necessaria per essere al meglio in una relazione. Chi è flessibile riesce a stare con quello che c’è, poco o molto che sia senza aspettative che diventano bisogni esigenti che pretendono di essere soddisfatti.

La flessibiltà passa per la rottura degli schemi di routine che viviamo ogni giorno, significa spogliarsi dalle rigide corazze che apparentemente ci proteggono dalle folate di vento per diventare come le canne del bambù che danzano con il vento. Fuor di metafora vuol dire accantonare quella rigidità di pensiero e comportamento che crediamo ci difenda dall’inatteso, per accogliere il nuovo che avanza con serenità e fiducia in se stessi.

La flessibilità è apertura non solo verso gli altri o le situazioni che ci capitano, ma anche verso se stessi, è aprire la porta all’imprevedibile che vive in noi lasciando che trovi il suo spazio.

Flessibilità, infine, non vuol dire arrendersi bensì omaggiare l’intelligenza della nostra pulsione di vita che saprà sempre come trovare nuovi modi per esprimersi.

“Gli esseri umani sono morbidi e flessibili quando nascono, duri e rigidi quando muoiono. Gli alberi e le piante sono teneri e flessibili quando sono in vita, secchi e rigidi quando sono morti. Perciò il duro e il rigido sono compagni della morte, il morbido e il flessibile sono compagni della vita. Un combattente che non sa arretrare non può vincere; un albero incapace di piegarsi si spezza. La rigidità e la forza sono inferiori, la flessibilità e la morbidezza superiori”. Lao Tzu

In parte liberamente tratto da: P.Ferrucci – La forza della gentilezza – Ed.Mondadori

Danzare sul filo del rasoio …

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Riflessioni dopo una sessione di counseling …..

Il grande paradosso dell’amore è che ci stimola ad essere pienamente noi stessi e a rispettare la nostra verità individuale, e al tempo stesso anche ad abbandonarci senza riserve. Se ci allontaniamo troppo da noi stessi avvicinandoci al partner, cominciamo a perderci, se però ci tratteniamo e rimaniamo troppo autosufficienti, non è possibile un contatto profondo.

Se una relazione vogliamo che vada avanti non è possibile restare aggrappati ad una posizione unilaterale. Momento per momento è necessario essere capaci di mantenere le nostre posizioni, ma anche di lasciarci andare e modificare la nostra prospettiva se cambia la situazione. Non possiamo aggrapparci a nessuna delle situazioni sicure e abituali, sia di separatezza che di fusione, sia di dipendenza che di indipendenza, sia di attaccamento che di distacco.

Ecco perché vivere in genuina presenza e intimità con un’altra persona ci costringe a vivere sul margine dell’ignoto.

Un confine o un margine, come punto di incontro di due mondi differenti, è un luogo di enorme potere. Sulla riva, dove si incontrano mare e terra, si sprigionano energie poderose e tumultuose. La nostra pelle è elettrica, perché in essa si riconciliano l’interno e l’esterno, il sentimento e il mondo.

L’essenza di una relazione è di riunire gli opposti, pertanto ci fornisce continuamente l’opportunità di passare dall’una all’altra parte di noi: maschile e femminile, noto e ignoto, amore e paura, condizionato e incondizionato, cielo e terra. L’alchimia dell’amore fiorisce in questo gioco, perché il calore e il contrasto delle differenze fra due persone spingono ad esplorare nuovi modi di essere. Tuttavia, la nostra paura dell’ignoto, spesso, ci induce a chiuderci e tirarci indietro dal margine vibrante dove i nostri opposti si incontrano e a volte si scontrano.

Così, se ci teniamo a usare le grandi occasioni che le relazioni ci offrono, dobbiamo imparare a restare vigili e aperti rispetto alla paura, alla tensione e all’ambiguità che esse fanno nascere.

Il confine dove gli opposti si incontrano è affilato come il filo del rasoio, poiché incide attraverso la serie di abitudini e routine comode e familiari che identifichiamo con “me”, “come sono io”. Riconosciamo questo filo sensibile ogniqualvolta sentiamo l’acutezza del contatto, l’intensità dell’essere toccati, colpiti e trafitti da un altro.

Nell’aprirci all’altro incontriamo l’ignoto; ci sentiamo vulnerabili, incerti sul da fare. Aprirci? Proteggerci? Un po’ di ciascuna cosa? Che ne sarà di noi se non ci aggrappiamo alle vecchie strategie? Dove ci porterà? Che fare? … Ci gira la testa ….

Nessuna di queste domande può portarci ad una soluzione soddisfacente ma solo a distoglierci dal filo del rasoi dove ci sentiamo trafitti dal nostro amore e dalla nostra vulnerabilità. Perché sentiamo il bisogno di essere trafitti in questo modo, ci sentiamo più pienamente svegli e vivi.

Qui sul filo del rasoio, scopriamo l’essenziale precarietà dell’amore. Qui possiamo anche imparare a danzare con il flusso e l’incertezza che si presentano continuamente in una relazione. Un acrobata non mantiene la sua posizione su una corda tesa tentando di tenersi in perfetto equilibrio. Piuttosto lascia che il suo equilibrio lo faccia muovere avanti e indietro, trovando così nuovi equilibri.

Aprirsi a un altro, inevitabilmente, mette alla prova anche il nostro equilibrio interiore, smuovendo parti di noi da cui ci siamo da tempo distaccati. Perciò, in una relazione, ogni momento di incertezza indica diversi lati di noi stessi o quei lati che cercano di raggiungere un nuovo equilibrio tra di loro. Possiamo scoprire come procedere, in questi momenti, soltanto osando sentire e riconoscere entrambi i lati e vedere dove ci portano.

Così, invece di attenerci a un qualche stato di ideale armonia, possiamo imparare a far uso dell’azione stessa di cadere da un estremo all’altro per risvegliarci e vedere dove siamo e, nel risveglio, trovare un nuovo equilibrio.

Naturalmente può fare abbastanza paura mantenersi in equilibrio sul filo del rasoi, esplorando cosa significa essere presenti rispetto ad un’altra persona, senza contare più sulle vecchie strategie e formule. In questo caso la paura è un richiamo perché ci stiamo muovendo da un territorio noto ad uno ignoto e più vasto che sta davanti e intorno a noi. Ci mette in guardia dal non dare nulla per scontato restando svegli rispetto a quanto ci sta succedendo e rispetto a quello che la situazione richiede.

La paura e la vulnerabilità che sentiamo, quando non abbiamo niente di concreto in mano, ci indica che stiamo evolvendo. Così, sebbene qualcuno abbia detto “l’amore è abbandonare la paura”, questa visione appare semplicistica e visto che la paura è la compagna dell’intimità, potremmo piuttosto dire che “l’amore è fare amicizia con la paura “ ….

MIO: possesso o identità?

IO SONO MIA

Darò subito una mia personale preferenza, mi piace l’uso del termine se riferito all’identità personale, piuttosto che all’appartenenza. Dunque “mio” non nel senso del possesso, ma dell’identificazione.

Nell’accezione più comune del possesso, l’aggettivo è costantemente, e spesso a ragione, bistrattato e censurato. Non sta bene rimarcare il possesso e questo lo impariamo fin da bambini. E’ quasi sempre considerato dagli adulti un segno di egoismo, di prepotenza e di mancanza di considerazione per gli altri.

Tuttavia non è bene eccedere con le colpevolizzazioni associando al termine solo aspetti egoistici di prevaricazione. Infatti non possiamo dimenticare che, nel corso dello sviluppo evolutivo, l’uso del “mio” risponde soprattutto al bisogno di affermare la propria identità che piano piano emerge nel suo costituirsi come entità autonoma.

E’ quindi, a mio parere, necessario che gli educatori, anche per trasmettere ai bambini dei sani principi di autotutela, insegnino loro a confrontarsi con gli altri arrivando anche a battersi per rivendicare i propri diritti. Ovviamente tutto questo senza che venga meno il reciproco rispetto. Diciamo che potrebbe essere un’educazione all’assertività, caratteristica comunicativa fondamentale per il buon vivere nel pieno riguardo dei propri e altrui bisogni.

Questo perché se noi trasmettiamo ai bambini, riguardo all’uso del “mio”, solo una sorta di avversione che contrasta con il loro naturale istinto di autoaffermazione, faremo crescere individui inibiti e timorosi che faticheranno a riconoscere la loro potenzialità e a trovare uno spazio di libera espressione.

Se andiamo un po’ più a fondo, staccandoci dal mero significato di possesso di cose tangibili, l’uso del “mio” porta con sé una importante familiarità con la propria intimità.

Dentro ciascuno di noi c’è un mondo prezioso da scoprire e vivere, al quale solo noi abbiamo accesso, in cui è tutto rigorosamente “mio”.

E’ uno spazio che va preservato perché è lì che nasce e cresce la nostra autonomia.

L’uso del possessivo, poi, entra prepotentemente di “diritto” nelle relazioni amorose. E questa è una consuetudine che dovrebbe inquietarci, perché rimanda ad una modalità poco sana di intendere i legami.

A mio parere non esiste un’espressione più avvilente di una dichiarazione d’amore che assume la forma di un atto di proprietà: “sei Mio”, “sei Mia”.

Sarebbe bene ribellarci a queste parole, invece di pensare che esse rappresentino l’aspetto più alto di un sentimento d’amore: “per te esisto solo io, per me esisti solo tu”. Senza considerare che in realtà esse esprimono la presa di possesso della nostra individualità, uno scippo ingiustificato a prescindere da ogni sentimento possa esserci sotto.

Ammettiamo pure che, nelle relazioni sentimentali, non sempre il desiderio di “possedere” l’altro sottenda necessariamente ad una logica di potere; a volte a più a che fare con un bisogno di fusione totale, almeno all’inizio. Credo comunque sia importante prestare maggiore attenzione al linguaggio e alle sue implicazioni, per non venire meno al rispetto dell’identità dell’altro.

Al contrario, nell’accezione che preferisco, come ho detto all’inizio, l’aggettivo “mio” contiene un preciso richiamo all’identità e alla responsabilità personale.

In questo caso “Mio” mi identifica, parla di me, mi caratterizza come persona unica. Ha la funzione di delimitare il mio confine, indispensabile per evitare di disperdermi, di confondermi o farmi invadere dall’ambiente circostante così da poter conservare i tratti propri della mia personalità.

“Mio” potrà quindi voler dire: “So chi sono, mi riconosco, mi tengo in considerazione perché conosco il mio valore e la mia unicità”.

Il sottotitolo di tutto questo diventa quindi “abbasso l’omologazione”. Conosciamo tutti l’intensità delle pressioni a cui veniamo sottoposti costantemente dai vari mezzi di comunicazione che dettano precise tendenze e propongono continuamente modelli a cui conformarci per sentirci integrati e “uguali”.

Con questo presupposto, “mio” allora potrà assumere il significato di “non convenzionale”, maggiormente “unico”, proprio di una persona che ha una propensione a differenziarsi per affermare la propria inconfondibile Essenza.

Perciò rivendichiamo pure “mio e di nessun altro”, nel senso migliore del termine!

liberamente tratto da: I.Castoldi “Se bastasse una sola parola” ed. Urra

Sulla “quantità” …..

DONNA IN ACQUA

Siamo tutti ossessionati dalla quantità.

Quanto vale, quanto valgo, quanto mi ami, quanto manca, quanto mi manchi, quanto peso, quanto costa, quanto possiedo, quanto piaccio, quanto mi piace …..mescolando fattori emozionali con questioni pratiche, spesso confondendone i piani.

La quantità è diventata un’attrazione fatale da cui fatichiamo a distoglierci. Sarebbe bene quindi fermarsi un attimo a riflettere su come mai la nostra attenzione sia più delle volte catturata dalla quantità.

Le ragioni possono essere molte: la smania di possesso, il bisogno di controllo, la competizione per il potere etc….

Per quanto ci abbiano da più parti ripetutamente messi in guardia rispetto al rischio di confondere l’Essere con l’Avere, ancora facilmente cadiamo nella trappola. E continuiamo a quantificare, per certificare un possesso che, seppur a torto, ci fa sentire più forti, più importanti, decisamente più sicuri.

Abbiamo la convinzione di valere quanto più possiamo contare su benefici, titoli, proprietà ma anche conferme, riconoscimenti, approvazioni. In un accumulo quasi seriale di “averi” che sembrano non dover bastare mai a rassicurarci.

Puntiamo alla conquista di risultati che dovrebbero servire a dimostrare il nostro successo, la nostra realizzazione e in nome di ciò miriamo a quanto c’è di più appariscente e tangibile.

Sacrifichiamo a volte il nostro benessere fisico per raggiungere quelle vette quantitative, le sole capaci, a nostro avviso, di placare la fame di riconoscimento.

“Sono in quanto ho” e questo in un loop infernale che richiede ogni volta prestazioni migliori per ottenere di più.

Il continuo rincorrere una meta che spostiamo sempre più avanti si inghiotte la soddisfazione per ciò che si raggiunge, mandando sullo sfondo il risultato considerato unicamente nella sua valenza di nuovo inizio e non vissuto per la gratificazione che può portare con sé.

In questa folle corsa, destinata a rimanere tale, l’energia vitale si esaurisce l’ambiente ci invade e la nostra “abilità di risposta” viene meno. Risultato? Il nostro progressivo prosciugarci perdendo sempre più di vista quello che siamo e quello che abbiamo raggiunto.

Questo ossessivo bisogno di quantificare vale naturalmente anche per gli stati emotivi e gli affetti in particolare.

Siamo continuamente alla ricerca di attestazioni che ci convincano dell’intensità dei sentimenti che gli altri nutrono nei nostri confronti.

Nelle relazioni di coppia, sottoponiamo spesso il nostro partner ad assillanti prove d’amore e di fedeltà volte a rassicurarci.

Vogliamo essere sicuri, pensare di avere il controllo delle situazioni. Abbiamo bisogno di domandare “quanto?” nella speranza di poterci assicurare un grado di conoscenza più elevato così da poter gestire le diverse variabili in gioco in qualsiasi circostanza.

Pensiamo che il “sapere” e la “conoscenza” ci diano quel vantaggio necessario a prevenire, per quanto possibile, l’accadere degli eventi anche in quei contesti, come i moti del cuore, in cui i dubbi e le incognite regnano sovrane.

Il “quanto mi ami?” diventa il tormentone non solo della pubblicità ma anche di molte vite di coppia, risultando, il più delle volte, un enigma impossibile da risolvere. Nessuna risposta al quesito può essere davvero convincente, e anche se questo lo sappiamo molto bene, tuttavia non rinunciamo al tentativo di misurare l’amore di cui siamo fatti oggetto da parte degli altri.

Forse a questo punto è necessario riappropriarci della nostra Essenza, quella parte che fa di noi l’essere Unico che siamo e che è Valore a prescindere dal “quanto”.

Quella parte il cui riconoscimento non si può deputare all’esterno; che nasce e cresce nell’accettazione costante e amorevole di noi stessi.

Quella parte che c’è e ci sarà sempre e che non ci lascerà mai soli .

L’Essenza dove risiede la nostra divinità, quel luogo sacro e inviolabile da cui parte la nostra espansione e a cui si ritorna in un ciclo continuo di pieni e vuoti.

E allora e solo allora non avremo più bisogno di quantificare e finalmente potremo dire con il cuore:

Io Valgo ….. in quanto Sono!

” io Valgo perchè esisto, perché vivo, perché respiro, perché sento, perché penso …”

Ricordiamolo sempre: NOI VALIAMO …. Anche se non abbiamo realizzato niente di importante, anche se siamo una frana, anche se siamo l’ultima persona sulla terra.

E guai a chi ci dice il contrario , anche noi stessi …

Essenza e apparenza

rosa tra le mani

Ogni oggetto o essere vivente possiede una natura intrinseca e una manifestazione estrinseca, un’essenza e un’apparenza.

Se prendiamo ad esempio un’automobile, possiamo considerare aspetti della sua interiorità il motore, il telaio, le sospensioni e come aspetti della sua esteriorità la carrozzeria, la linea, il colore.

La linea è importante, ha una sua funzione, però sappiamo che essa incide poco sulle prestazioni della vettura, dipendenti soprattutto da ciò che si trova al suo interno: potenza del motore, qualità delle sospensioni etc.. Non bastano linea aggressiva e vernice rossa per trasformare un’auto qualsiasi in un’auto sportiva; viceversa ci sono auto che dietro un’apparenza da berlina per famiglie nascondono alte prestazioni.

Questo esempio ci dice che l’apparenza è una cosa, l’essenza un’altra.

In un fiore, invece, essenza e apparenza sono coerenti: esso non è diverso da quello che sembra (salvo che nelle piante carnivore) e il suo aspetto esteriore è semplicemente un’espressione della sua natura profonda. Non ha la possibilità di fiorire diversamente da quello che è.

Pensiamo ad una rosa: inizialmente è tutta avviluppata in se stessa e piano, piano si pare, mostrando sempre più forma, colore e profumo, e in questo esprime esattamente la sua natura, che è quella di attirare e accogliere gli insetti, essere fecondata e produrre il frutto e quindi i semi. Non fa niente che non sia già previsto nella sua funzione vitale. In questo caso l’esteriorità è al servizio dell’essenza ed insieme concorrono alla realizzazione del fiore.

“Una rosa è una rosa, è una rosa…” e in effetti non può essere nient’altro che questo; un essere umano invece può apparire in maniera molto diversa da ciò che è dentro.

Un bugiardo può mostrarsi sincero, un ignorante può atteggiarsi a sapiente, un timido può sembrare spavaldo. Insomma, ciò che l’uomo può esprimere all’esterno non corrisponde necessariamente alla sua realtà interiore.

L’essere umano non è l’unica creatura vivente in grado di alterare profondamente il rapporto tra essenza e apparenza: anche alcune piante ed animali lo fanno; egli tuttavia è l’unico che finisce per ingannare se stesso.

Un camaleonte sa benissimo, in ogni momento, chi è: anche quando si trasforma e sembra una pietra, sa di essere un camaleonte, e lo stesso vale per la pianta carnivora; l’uomo invece, a forza di mentire agli altri, finisce per ingannare se stesso e scordarsi chi è, identificandosi con il personaggio che si è costruito.

Siamo talmente abituati a recitare che non ci sembra più nemmeno di farlo e diciamo a noi stessi:” Questa sono io”; mentre invece dovremmo dire: “Questa è la maschera che indosso da così tanto tempo da identificarmi con essa”.

Il problema del falso sé non è di natura etica, e non va stigmatizzato il fatto che si menta ad altre persone, che si indossino maschere volte a ingannarle sulla nostra reale natura.

In un ambiente rigido, autoritario, aggressivo, mentire è lecito, specie per un bambino che non ha il potere e le competenze per contestare le regole stabilite dagli adulti. Nello stesso modo è funzionale indossare maschere e corazze per proteggersi dall’aggressività e insensibilità altrui.

Il vero problema sta nel fatto che a forza di indossare queste maschere ci dimentichiamo chi siamo veramente, illudendoci di essere quel personaggio, o quella compagnia di personaggi, che ci siamo creati nell’infanzia o nell’adolescenza, finendo quindi per ingannare persino noi stessi.

Anche se al giorno d’oggi l’autenticità, la spontaneità e la sincerità sono considerate da molti valori di grande rilevanza da ricercare sopra tutto, la cultura dominante è stata fino a poco tempo fa di ben altro avviso.

Non dobbiamo dimenticare infatti che proveniamo da una tradizione essenzialmente patriarcale e autoritaria, che preferiva l’uniformità all’autenticità, l’obbedienza alla spontaneità, l’ipocrisia alla sincerità; importava molto di più “che cosa eri” piuttosto che “chi eri”. Le persone comunicavano quasi esclusivamente da ruolo a ruolo, da maschera a maschera senza nulla esprimere della propria essenza. Si istruivano i bambini fin da piccoli a comportarsi secondo determinati clichè, a dissimulare, a recitare parti e copioni perfino nei rapporti più intimi: genitori-figli, mogli-mariti  …

E anche se questo sistema di convenzioni comunicative basate sull’ipocrisia e l’apparenza è stato via, via messo in discussione e poi in parte scardinato; tuttavia si è creato un sistema sostitutivo e al vecchio conformismo ha fatto seguito un nuovo conformismo di cui la globalizzazione forse ne è l’emblema.

Siamo usciti da un sistema prestabilito di convenzioni per entrare in un sistema di nuovi simboli, forse più creativi ma altrettanto prestabiliti e vacui.

Questo perché è stato messo in discussione il meccanismo sociale esteriore che promuoveva il mascheramento, ma non sono state scalfite le motivazioni interiori cha portano a mascherarsi perdendo il contatto con le nostre più intime aspirazioni, con quel nucleo dell’essere che ci contraddistingue da tutti gli altri esseri viventi rendendoci unici.

Non è facile liberarsi di abitudini sociali vecchie di secoli, anche perché la tendenza a mascherarsi non dipende solo dal perpetuarsi di certi modelli culturali, ma deriva anche dalla naturale tendenza a ricercare il piacere e sfuggire il dolore, che in termini di interazione sociale significa ricercare l’amore e l’approvazione degli altri ed evitarne la riprovazione e l’aggressione. La motivazione psicologica che ci spinge, fin dall’infanzia, a comunicare in modo controllato, artefatto è proprio quella di ottenere considerazione e accettazione da parte degli altri, proteggendo al contempo la nostra vulnerabilità.

Fare Pulizia …..

semi 1

“Come il contadino passa al setaccio i semi per togliere le impurità, noi dobbiamo imparare a passare al setaccio la nostra vita, cosìfacendo spesso pulizia, manteniamo la chiarezza che ci serve per attirare nuove esperienze”

Risonanze del week-end …..

Siamo esseri che adorano riempire ogni cosa con i propri ricordi, con i propri cimeli di famiglia; ogni spazio a disposizione continene tantissime coseche sono appartenute ad un passato lontano, che non servono più, ma di cui non riusciamo a disfarci.

Conclusione? Esse occupano spazio, uno spazio che, se liberato e pulito, potrebbe contenere cose nuove.

Quante volte ci lamentiamo perchè la vita tradisce le nostre aspettative? Tantissime.

Tuttavia non possiamo permettere che le novità entrino nella nostra vita, se prima non prepariamo per loro lo spazio necessario per collocarsi.

Ora è arrivato il momento!

Liberiamoci dai tanti fardelli che ci portiamo dietro da chissà quanle passato, da chissà quale persona o storia, da chissà quale paura …. il passato è andato!

Noi e il mondo intorno a noi sta cambiando, tutto cambia costntemente, in noi  e fuori di noi, ad ogni nostro respiro, ad ogni nostro battito di cuore.

Prendiamoci il tempo di svuotare tutti gli armadi, di mettere da una parte quello che serve e di lasciare andare quello che non serve più.

E se prima pensavamo di non avere abbastanza spazio, ora, dopo aver fatto pulizia, ci stupiremo quanto vuoto sia rimasto in quegli stessi armadi.

La chiarezzza arriva sempre eliminando ciò che non va o che non serve.Ogni scelta, ogni decisione è necessario che nasca dalla chiarezza, altrimenti il rischio sarà di prendere ancora una volta cose che non ci servono, o peggio ancora, ci fanno male …..