A casa ….

a-casa

 

Se facessimo tutte le cose di cui siamo capaci, saremmo letteralmente stupiti di noi stessi. Thomas Edison

Riflettendo sulle formazioni che in  questo momento sto portando avanti on line “pillole mandaliche” e “pillole espressive” , sempre più spesso, mi accorgo che il grande malessere che emerge dal lavoro di gran parte dei partecipanti è la mancanza di fiducia in se stessi.

Mancanza di fiducia che innesca un circolo vizioso che, oltre a dare il via ad un perenne auto-boicottamento, nega la creatività.

Di seguito riporto un brano , liberamente tratto da Barbara Pozzo – La vita che sei , che spero possa essere utile a tutti coloro che hanno difficoltà a credere che si va bene così come si è e che molto spesso, come dice Thomas Edison “se facessimo tutte le cose di cui siamo capaci, saremmo letteralmente stupiti di noi stessi” ……..
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Troppo spesso ci risulta difficile realizzare ciò che ci sta a cuore e, se per certi aspetti possono esserci degli ostacoli davanti a noi, con altrettanta forza accampiamo scuse per non realizzarlo, per paura.

Certo, non possiamo sapere come andrà a finire, ma se sapessimo già il risultato di ogni nostra azione la vita sarebbe poco emozionante.

L’Universo però ci chiede di metterci in gioco.

Rifiutare la chiamata della vita significa stasi e il ristagno non è salutare.

L’energia potenziale racchiusa in ognuno di noi va realizzata altrimenti, prima o poi, pur di trovare un modo per manifestarsi, esploderà e potrà farci anche molto male.

Molte volte la verità è che non crediamo pienamente che qualcosa funzionerà a nostro favore; siamo dubbiosi, ansiosi e troviamo mille ragioni per essere cauti e non osare.

La parola coraggio viene da “aver cuore”. Ci vuole coraggio per agire. Ci vuol cuore, cuore per ciò che stiamo facendo, cuore per noi che lo facciamo.

E questo si traduce in un’altra parola: fiducia!

Procedere con fiducia nella vita, in ogni nostra giornata, in ogni nostra situazione, in ogni nostro pensiero, ci permetterà di realizzare chiaramente quello che dobbiamo fare, ossia realizzare chi siamo.

La fiducia è qualcosa che si ripone, come un’intenzione chiara e aperta, nelle pieghe dell’esistenza.

La fiducia è consapevolezza di chi siamo, terreno fondamentale e punto di partenza per qualsiasi percorso.

Tutto il tempo impiegato a criticare gli altri, le cose che non ci vanno bene, tutti i dubbi, le possibilità negative, tutto il cinismo sul mondo che ci circonda, tutto questo è tempo sprecato. Se vogliamo realizzare ciò per cui siamo qui, ci serve fiducia.

La fiducia è una disposizione d’animo che non è sinonimo di ingenuità o scarsa capacità di analisi e valutazione; fiducia significa guardare avanti e non distogliere lo sguardo, serbando nel nostro cuore la certezza che ogni cosa andrà esattamente come deve andare.

Non facciamoci distrarre dal caos o, peggio ancora, non utilizziamo come alibi. Proviamo a muoverci in quel caos con leggerezza e determinazione.

Nel flusso della vita la nostra intenzione è la nostra guida e il timone sarà la nostra fiducia, sarà quanta consapevolezza abbiamo nel nostro essere presente a noi stessi nel sapere che ogni cosa, ogni circostanza e ogni incontro hanno un senso preciso.

La fiducia è avere tenacia nel procedere. E’ lei che ci permette di non essere in lotta, ma di seguire il flusso degli eventi. La fiducia guarda avanti!

Perciò proviamo ad essere fiduciosi e lasciare il posto alla possibilità.

Accogliamo l’incertezza, camminiamole affianco, diventiamole amica.

Riconsideriamo i dolori e le sofferenze.

Rivalutiamo le difficoltà e gli ostacoli.

Infondiamo coraggio alle nostre emozioni.

Ci sono momenti in cui bisogna fermarsi, certo. Ci sono situazioni che richiedono passi ponderati e cauti. Ma ricordiamoci sempre di scegliere di alzarci.

Quando è il momento. Quando riusciamo. Ma non dimentichiamolo!

La fiducia saprà sempre prenderci per mano e risollevarci.

Non “dobbiamo” essere fiduciosi; non siamolo per dovere. Non siamolo perché temiamo le conseguenze. Non siamolo perché pensiamo che ci possa rendere più capaci di fare.

Siamo fiduciosi perché vogliamo e scegliamo di crescere, di espandere il nostro essere, la nostra vita, le nostre possibilità.

Siamo fiduciosi per esplorare il nostro posto nell’Universo.

Siamo fiduciosi per poterci conoscere e guardare dentro.

Quando si ha fiducia, si impara ad andare oltre le circostanze, impariamo a trascendere. Se siamo concentrati su questo, la confusione del quotidiano avrà poco effetto su di noi.

Questo non significa essere distaccati o disinteressati, ma significa vedere il mondo da un luogo senza tempo che si trova dentro ciascuno di noi.

Fiducia significa trovare quel luogo e farlo diventare la nostra casa …….

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Liberamente tratto da: B.Pozzo – La vita che sei – Ed.BUR

Ricominciare da adesso

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“Nessuno può tornare indietro e creare un nuovo inizio, ma chiunque può ricominciare oggi e creare un nuovo finale” M.Robinson

Riflessioni dopo una sessione di counseling ….

In qualsiasi momento possiamo dare alla nostra vita e ad ogni piccola o grande cosa che ci troviamo ad attraversare un altro significato se solo lo vogliamo.

E in ogni momento possiamo ricominciare da adesso!

Per poter fare questo da cosa si deve liberare il nostro libero arbitrio e diventare davvero libero?

Il confine delle nostre conoscenze ed immaginazioni costituisce il confine della nostra libertà di scelta. Quanto maggiori sono le nostre conoscenze e la nostra immaginazione, tanto più grande è la nostra libertà di scelta, perché così potremmo avere un ventaglio sempre più ampio di possibilità interpretative. Tuttavia, al contrario, l’eccessiva sicurezza del sapere si può trasformare in un ostacolo verso nuove potenzialità.

Proviamo a fare un esempio: immaginiamo una persona che crede di essere chiusa a chiave dentro ad una stanza: vorrebbe uscire ma non ci prova, dato che “sa” di essere rinchiusa.

Forse si sbaglia e la porta non è affatto chiusa a chiave, ma non se ne accorgerà mai, se continua a credere che lo sia. La sua libertà di scelta è ostacolata da quello che pensa sia “vero”.

La realtà misurabile, esiste e non sempre le condizioni del contesto in cui viviamo sono ideali. Oltretutto se così non fosse, non saremo motivati a fare qualcosa per cambiarle. Tuttavia l’auto-boicottamento, la svalutazione e la convinzione di non essere degni di felicità e soddisfazione a prescindere, sono sempre in agguato.

Proviamo a dirci che ricominciare si può, sempre! Nonostante le condizioni avverse, nonostante la fatica, nonostante quello che crediamo sia perdita di tempo, nonostante le forze che ci portano poco a poco ad evitare ogni situazione che riteniamo dannosa, ….. nonostante tutto si può!

Si può ricominciare a prenderci cura smettendoci di danneggiarci, invertendo la rotta con “piccoli atti di gentilezza a caso” questa volta verso di noi, imparando ad osservare la nostra avversione con benevolenza senza identificarci in lei. Accorgendoci soprattutto che non sperimentiamo mai il mondo come è, ma come siamo noi.

Per vivere la nostra scelta di ricominciare sempre da adesso ci possiamo chiedere, concretamente: per che cosa sono disposta a investire il tempo prezioso della mia vita?

Se usiamo un linguaggio giudicante ci allontaniamo dall’esperienza, la rifiutiamo. La confrontiamo alla nostra immaginazione di come “dovrebbe essere invece” e preferiamo questa versione a quello che percepiamo abbandonando il campo ancora prima di iniziare il “gioco”. Inoltre se proviamo avversione per l’idea che ci siamo fatti di noi stessi, ci impediamo di cogliere le risorse che abbiamo e che potrebbero essere il punto di partenza per ricominciare.

Proviamo a dire di sì a quello che ci viene incontro e vuole la nostra cooperazione. Semplicemente. E osserviamo come ci sentiamo con sincerità, senza filtri e proiezioni.

Proviamo a “lasciarci in pace” dai continui sabotaggi che la parte svalutata e svalutante mette continuamente in atto ad ogni nostro tentativo di intraprendenza. Sosteniamo invece quella parte profondamente libera, curiosa e proattiva che vive in ciascuno di noi. Portiamola alla luce, ascoltiamo le sue parole, senza annullarle nel brontolio e rimuginio che fanno da sottofondo costante ai nostri pensieri.

Smettiamo di accusarci e recriminarci, vivendo nel sempiterno rimpianto di qualcosa che poteva essere e facciamo!

Prendiamoci la respons-abilità da persona adulta capace di “rispondere abilmente” agli stimoli che la vita ci offre.

Fidiamoci e affidiamoci a noi stessi cosicchè le frontiere del pensabile si apriranno spalancando davanti a noi nuovi scenari che ci traghetteranno dal “senso del dovere” al “senso del volere”.

Il “senso del dovere” si trasforma in “senso del volere” e “del potere”, quando ci rendiamo conto del valore fondativo della nostra libertà di scelta. E’ quel salto di qualità che segna il cambio di passo portandoci ad essere una persona autonoma che può decidere di ricominciare.

Una persona autonoma che sente tutti i giorni il valore del proprio impegno nel vivere le decisioni restando dalla loro parte “senza se e senza ma” !

 

Sulla Consapevolezza, la Coscienza e il Mandala

CONSAPEVOLMENTE VEDO

 

Quando inizio la formazione per Agevolatori del Metodo Mandala-Evolutivo® la prima parola che scrivo sulla lavagna è Consapevolezza, chiedendo poi cosa intendono i partecipanti per Consapevolezza.

Le risposte sono molteplici.

Essere consapevoli sta alla base del nostro stare al mondo come protagonisti del nostro vivere, capaci di direzionare le nostre emozioni, pensieri e comportamenti verso la piena realizzazione della nostra mission esistenziale.

La Consapevolezza, Con-Sapere, non è un semplice venire a conoscenza di quello che ci succede, è una cognizione che si fa interiore, profonda perfettamente armonizzata con tutta la persona che ne fa esperienza in un uno coerente.

E’ quel tipo di sapere che dà forma alle azioni della nostra vita rendendole autentiche; si potrebbe dire che la Consapevolezza è «la materia prima» dell’essere umano, la sostanza di cui egli dispone per modellare se stesso.

Tutti gli esseri umani hanno la potenzialità di diventare pienamente consapevoli, ma nel genere umano vi sono differenti gradi o livelli di consapevolezza in relazione all’evoluzione di ciascuno.

Proviamo ora ad immaginare la consapevolezza come un paesaggio composto da vari sistemi e diversi abitanti, ognuno dei quali rappresenta un livello della scala evolutiva.

All’inizio troveremo il un piccolo verme che striscia sul terreno, quello che riesce a vedere è limitato, la sua visuale è ridotta, ma potrebbe fare diversamente perché quella è la sua condizione.

I fili d’erba del prato gli sembrano tronchi di una immensa foresta e i sassolini alte montagne. Superarli per lui è difficile e faticoso. Ciò che vede è proporzionato alla realtà di ciò che è lui. La sua evoluzione prevede quelle esperienze e non altre.

Passano i millenni e un bel giorno ti trovi ad aver superato il livello più basso; sei salito un po’, non strisci più hai quattro zampe.

Improvvisamente la tua visuale è cambia.

I fili d’erba sono soffici, li puoi superare agevolmente, non sovrastano più sopra di te. E così anche i sassolini che puoi spostare con più facilità, Ora riesci a vedere una porzione più ampia del paesaggio che ti circonda.

Ora proviamo a fare un salto ulteriore identificandoci con un’aquila: essa vola alta nel cielo ed è in grado di vedere tutto il paesaggio non solo una parte.

Il paesaggio è sempre lo stesso ma la percezione che di esso ha il piccolo verme è diversa da quella di chi ha quattro zampe, che è diversa da quella dell’aquila.

Allo stesso modo succede con la nostra Consapevolezza, più essa è matura, più la nostra visione è ampia: sollevandoci prendiamo la giusta distanza dalle cose, non solo da alcune di esse, ma via via da tutte.

Ognuna di esse è parte del paesaggio, ma nessuna prevale sulle altre oppure ostruisce il nostro campo visivo. Non siamo assorbiti dalle cose. Vediamo con apertura, e allo stesso tempo con profondità: possiamo sia spaziare che penetrare.

Spesso quando si parla di questi meccanismi di autopercezione profonda si usa indifferentemente il termine “consapevolezza” e “autoconoscenza” in realtà non sono la stessa cosa.

“Consapevolezza” è la  capacità di dirigere con intenzione l’attenzione verso ciò che avviene fuori e dentro di noi; “autoconoscenza” è la capacità di collegare correttamente i dati raccolti mediante la consapevolezza.

Perché tutto questo abbia luogo, due sono i requisiti fondamentali:

  • il ”distacco”, ossia, l’atto di percepire come se lo facesse un’altra persona, sviluppando l’Osservatore Interno e la
  • “sospensione del giudizio”, ovvero porsi con mente aperta libera da pregiudizi, condizionamenti e credenze che potrebbero distorcere la nostra prospettiva.

La consapevolezza, così, ci consente di accogliere e accettare spontaneamente senza conflitto ciò che il momento presente ci porta, e poi di lasciarlo andare, per  ritornare a noi stessi arricchiti da una più profonda comprensione.

Il movimento della consapevolezza è dunque un movimento di inclusione, niente viene escluso per reazione.

Tutto trova il suo posto nella consapevolezza, e questo ci rende liberi di scegliere ciò che è meglio per noi, non a scapito di qualcos’altro o di qualcun altro, ma perché di per sé è buono, ed è la nostra strada in quel momento.

L’inclusione è un Si incondizionato, che non è passività o rassegnazione, ma è la capacità di stare a contatto con la propria esperienza senza alterarla o volerla diversa da quella che è.

L’inclusione è ciò che comunemente chiamiamo «accettazione». Solo la consapevolezza può accettare, perché è aldilà di tutte le cose, e sa che non contrapponendovisi può fluire con quello che l’esistenza sta manifestando.

Passiamo ora alla parola “coscienza” usata anche questa spesso come sinonimo di “consapevolezza” …. “avere coscienza” = ”avere consapevolezza”.

Le varie branche del sapere umano hanno cercato di dare una definizione di cosa sia la coscienza, e spesso quello che è fanno è contrapporlo a ciò che non è.

Ad esempio, secondo le neuroscienze, lo stato cosciente è contrapposto con lo stato di coma, in cui la coscienza è in gran parte ridotta.

Nella psicologia si distingue ciò che è cosciente rispetto a ciò che è inconscio come qualcosa di accessibile all’elaborazione consapevole.

Nello studio della morale la coscienza è la capacità di distinguere il bene dal male, contrapposta alla mancanza di coscienza, ovvero all’ignoranza di ciò che è bene e ciò che è male.

Penso che dal punto di vista più pratico la coscienza sia quell’aspetto dell’esperienza umana che ci consente di essere qui, ora, presenti.

Se non si è coscienti non si è presenti, non si è qui, non si è ora.

Potremo tradurre tutto questo, in modo esperienziale, con “io sono”.

“Io sono” non è un’affermazione mentale, ma è una qualità della mia esperienza cosciente.

Ritorniamo alla parola “consapevolezza” che ora si può configurare, a livello soggettivo, come il prendere atto dell’essere coscienti.

La consapevolezza cioè è quell’aspetto dell’esperienza umana che ti consente di sapere di essere qui, ora, presente.

Non solo sei qui, ora, presente (coscienza), ma lo sai, ovvero ne sei consapevole.

Oltre che essere (coscienza), sai di essere (consapevolezza). Lo puoi quindi tradurre con: “io so di essere”.

Quel “io so” è l’elemento fondamentale che contraddistingue la consapevolezza dalla coscienza: il sapere di sapere dell’esistenza di qualcosa.

Puoi essere cosciente, in questo momento, di un’infinità di cose. Ma non tutte queste sono consapevoli. Quando diventano consapevoli, sai di conoscerle.

Puoi essere cosciente senza essere consapevole.

Questo accade quando sei nell’esperienza, senza alcuna consapevolezza di quello che stai facendo, senza alcuna intenzione, senza essere presente a te stesso.

Il contrario non può accadere: per essere consapevole devi essere cosciente.

Detto in un altro modo: non puoi essere consapevole se non tramite l’essere cosciente.

La consapevolezza aggiunge un colore diverso al tuo essere nella vita.

Tramite la consapevolezza puoi:

  • prendere posizione rispetto ad un’esperienza, cioè decidere cosa è giusto per te
  • assumere la responsabilità delle tue azioni
  • attingere alla completezza esistenziale, custodita nella pienezza della consapevolezza di sé.

Perché aumentare la consapevolezza? A cosa ci serve? La risposta sintetica è “a vivere meglio.”

E veniamo al Mandala ….

Perché considerarlo uno strumento di  consapevolezza?

Il Mandala che in sanscrito significa «cerchio» o «contenitore d’essenza» è una struttura rassicurante, il cui simbolismo è profondamente iscritto nel nostro essere.

Esprimersi entro lo spazio circolare permette di creare quella zona «sacra» e contenitiva dove poter depositare tutto ciò che ci crea mal-essere.

Nel cerchio l’uomo ritrova quelle forze che ha smarrito e che non ricorda di possedere.

La forma circolare è il simbolo dal quale tutto è nato e al quale tutto ritorna.

Il diagramma mandalico, contenitore della nostra Essenza più intima e profonda, diventa così l’agevolatore visivo della nostra consapevolezza che attraverso forme e colori diventa autoconoscenza manifesta di tutte quelle forze che ci abitano e che possiamo avvicinare proprio grazie al distanziamento insito nella pratica.

Il Mandala diventa quindi il Testimone del nostro essere al mondo in quella forma, proprio nel momento in cui la creiamo.

Diviene rappresentazione tangibile dei paesaggi che ci abitano, la cui geografia viene svelata dalle forme e dai colori che scaturiscono dalla libera emersione di quella parte piena di saggezza che vede oltre la superficie.

Rendendo visibile ciò che il più delle volte rimane nascosto, il Mandala ci accompagna nell’incontro con noi stessi e come in uno specchio la nostra immagine interna viene riflessa nel diagramma.

Il Mandala è il centro aggregatore del nostro universo psichico che, attraverso la danza ritmica delle sue forme, segna l’avvicinamento o l’allontanamento dalla nostra fonte primigenia: il Sé.

Il Sè:  il seme contenente tutte le nostre potenzialità, oppure citando Hillman, quella “ghianda che porta in sé la quercia”.

Il centro, come l’Io Sono; la crescita diventarne consapevoli (sapere di Essere), calandosi nel nostro Bindu, luogo dove tutto ha origine, centro del nostro microcosmo personale e del macrocosmo in cui siamo inseriti.

La crescita sarà dunque una discesa, calarsi nel nostro Bindu, luogo dove tutto ha origine, punto centrale del nostro microcosmo personale e del macrocosmo in cui siamo inseriti.

Lavorare con e attraverso il Mandala è una pratica estremamente seria che porta colui che la intraprende ad una integrazione armoniosa e consapevole delle proprie parti dove i “più” e i “meno” che ci compongono, causa di eterni conflitti e impasse evolutiva, trovano la loro ragione di esistere.

Il Mandala è soprattutto una esperienza interiore. Spiegarlo non basta, bisogna attraversarlo e farsi attraversare, lasciando che l’attenzione in ogni passaggio veicoli la consapevolezza del nostro cammino portandoci a quell’autoconoscenza che collega tutti i puntini mostrandoci il meraviglioso arazzo della nostra storia

Parlando di Mandala ….

MANDALA DI TARA

Mandala di Tara

“Che lo sguardo di infinita compassione di Tara possa poggiarsi su ogni essere,
Possa la luce essere in tutti noi”

 

In occasione dell’inizio del piccolo corso formativo che Ri-trovarsi propone in modalità FAD, “pillole mandaliche: primi passi nell’Universo Mandala”, vorrei spendere qualche parola su questo strumento sacro e millenario che negli ultimi anni ha incontrato l’interesse di molte persone, più, però ahimè, a fini commerciali che non nel suo significato e utilizzazione originari.

Se proviamo a cercare il termine “Mandala” digitando su google oppure ci mettiamo ad esplorare un vocabolario specialistico, noteremo quanto sia difficile trovare una breve e completa definizione del suo significato.

Nella maggior parte dei casi il Mandala viene descritto come un “cerchio”, un “diagramma simbolico”, “uno schema rituale geometrico” o ancora in modo più semplicistico “un cerchio contenente un quadrato con un simbolo centrale”.

Oltre a questo potremo anche trovare ulteriori presentazioni che descrivono i Mandala come “simboli degli elementi cosmici utilizzati per supporto alla meditazione”, “modelli per particolari visualizzazioni” o ancora “strumenti per la scoperta di se stessi e per la meditazione del trascendente”.

Tutte queste definizioni che ho elencato contengono sì una parte di verità ma non sono sufficientemente esatte.

In linea di massima un Mandala (Kyil-khor) è un diagramma simmetrico, organizzato intorno ad un centro, e generalmente diviso in quattro quadrati uguali, esso è costituito da centri concentrici (Khor) e quadrati che hanno lo stesso centro (Kyil); in effetti una grande quantità di tracciati mandalici sono anche aiuti per la meditazione, la visualizzazione e l’iniziazione.

Il termine Mandala viene dal sanscrito e in tibetano è tradotta con Kyil-khor e letteralmente è una rappresentazione simbolica della “Dimora celeste di una divinità meditativa.”

Una importante fonte tibetana, menziona 4 tipi di mandala:

I Mandala esterni

  • Composti con polvere colorata
  • Dipinti su stoffa (Thangka)

Poi i Mandala prodotti durante la meditazione e infine il corpo inteso come mandala.

Essi sono una manifestazione del Buddhismo Tantrico e rappresentano il processo secondo cui il cosmo si è formato dal suo centro; attraverso un articolato simbolismo consentono una sorta di viaggio iniziatico che permette di crescere interiormente.

Come ausilio visivo alla meditazione, il Mandala viene usato dal discepolo per visualizzare in modo simbolico i diversi piani della realtà e le loro reciproche relazioni durante la cerimonia di iniziazione.

Il fine ultimo di tale cerimonia è la discesa della forza divina nel neofita che così trasfigurato si può aprire all’auto-rivelazione della deità che alberga dentro di lui facendolo diventare non più spettatore, bensì attore dell’eterno e ciclico movimento di emanazione e riassorbimento, espansione e contrazione del cosmo.

Da questo si evince come la sacralità sia elemento imprescindibile del diagramma mandalico. Sacralità che si dispiega nel riflettere, attraverso le sue geometrie, la parte più intima e profonda di noi stessi ove regna la nostra deità.

Affascinato da questa tradizione antichissima fu anche Carl Jung, il grande analista svizzero, che, sull’argomento ha scritto 4 saggi dopo aver studiato i Mandala per oltre venti anni.

“Ogni mattina schizzavo in un taccuino un piccolo disegno circolare, un Mandala che sembrava corrispondere alla mia condizione intima di quel periodo[…] Con l’aiuto di questi disegni potevo di giorno in giorno osservare le mie trasformazioni psichiche. […] Solo un  po’ per volta scoprii che cos’è veramente il Mandala : formazione, trasformazione della mente eterna e questo è il Sè, la personalità nella sua interezza”. C.Jung

Secondo Jung durante i periodi di tensione psichica figure mandaliche possono apparire spontaneamente nei sogni per portare o indicare la possibilità di un ordine interiore.

Il simbolo del Mandala, quindi, per Jung, non è solo un’affascinante forma espressiva ma, agendo a ritroso, esercita anche un’azione su chi lo disegna perché in questo simbolo si nasconde un effetto contenitivo molto potente: l’immagine ha lo scopo di tracciare un “magico” solco intorno al centro, un recinto sacro della personalità più intima, un cerchio protettivo che evita la “dispersione” e tiene lontane le preoccupazioni provocate dall’esterno.

Ecco che il Mandala diventa così il “contenitore dell’essenza” più profonda di chi lo pratica che entro i suoi confini può depositare tutto ciò che crea mal-essere e disordine trasformandone il caos attorno ad un centro aggregatore e unificatore.

Ma c’è di più; oltre ad operare al fine di restaurare un ordinamento precedentemente in vigore, un mandala persegue anche la finalità creativa di dare espressione e forma a qualche cosa che tuttora non esiste, a qualcosa di nuovo e di unico.

La psicologia analitica junghiana considera il Mandala una forma archetipica dell’inconscio, presente in tutte le culture e nella psiche individuale, dove rappresenta l’immagine simbolica del raggiunto equilibrio con il Sé, in una globalità interiore armonica ed equilibrata.

Il Mandala non basta dunque guardarlo e non è sufficiente neppure capirlo. Per essere “compreso”, deve essere praticato. Bisogna attraversarlo e lasciarsi attraversare.

E’ visibile ma rimanda all’invisibile, intessendo un’infinita rete di collegamenti e relazioni tra il manifesto e l’immanifesto, il conscio e l’inconscio, il particolare e l’universale.

Il Mandala è costruzione sintetica e dinamica volta a realizzare la convergenza dei piani dell’essere: dimensione cosmica, umana e divina trovano in esso la loro ricomposizione.

Poiché è l’integrazione dell’uomo nell’universo e dell’universo nell’uomo, psicogramma e cosmogramma che meravigliosamente si uniscono senza confondersi bensì mantenendo la loro unicità in un tutt’uno Indiviso.

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Crediti immagine: http://www.suryayoga.it/it/creazione-mandala-tara-prato.html

Materiali d’arte, elementi di vita.

PITTURA MANI

“Nella materia sono i grandi germi della vita e i germi delle opere d’arte” G.Bachelard

In latino il termine “materia” rimanda a “mater” cioè alle origini, a quello o al luogo da cui si deriva. Il termine “materiali” allora, proprio perché derivante da materia, è maggiormente legato ad un oggetto o ad un’opera e ne indica la materialità fisica, la struttura e anche il “significante” che veicola significati.

I materiali, infatti, non sono presenze prive di significato: essi hanno un’importanza fondamentale nella realizzazione di un’opera ed in quello che esprime. I materiali non sono elementi neutri, muti, fanno parte dell’oggetto ed entrano in un rapporto empatico con ciascuno di noi: quante volte, ad esempio, ci succede di cambiare sedia perché quella di plastica non ci piace.

Cambiando i materiali cambiano i sistemi percettivi ed emotivi e si attua una diversa comunicazione ed un diverso scambio simbolico.

“Nella materia sono i grandi germi della vita e i germi delle opere d’arte”, scrive Bachelard (http://it.wikipedia.org/wiki/Gaston_Bachelard ), e ciò è vero nella misura in cui ciascuno di noi porta dentro di sé un sentire cosmico, un universo fatto prioritariamente di materia, il corpo, e di elementi, quelli della natura, che rimandano ad un immaginario in perenne trasformazione, così come lo è la vita di ogni singola persona.

L’integrazione dell’Io nel tempo e nello spazio (noi siamo spazio, lo spazio del corpo e tempo, i ritmi e i bisogni del corpo), dipende dal modo in cui la madre “tiene” il neonato; la personalizzazione dell’Io dipende dal modo in cui il bambino viene “manipolato” e l’instaurazione della relazione d’oggetto da parte dell’Io dipende dalla presentazione degli oggetti (seno, biberon ..) grazie ai quali il bambino può trovare la soddisfazione ai suoi bisogni che sono prioritariamente fisici.

L’Io quindi è basato su un Io corporeo e, quando tutto va bene, cioè quando vi è un ambiente sufficientemente buono, il bambino comincia a legarsi al corpo ed alle funzioni corporee e la pelle ne diviene la membrana limitante.

Didier Anzieu (http://it.wikipedia.org/wiki/Didier_Anzieu ), nel suo libro “l’Io pelle”, sottolinea al’importanza che per il bambino ha la superficie dell’insieme del proprio corpo e di quello della madre, superficie che diventa oggetto di esperienze molto importanti per le qualità emozionali, per la stimolazione della fiducia, del piacere e del pensiero.

Non solo la pelle assume una funzione fondamentale costitutiva dell’Io, ma tutti i sensi partecipano a questa incredibile realizzazione dell’opera “persona”, creazione che, proprio a partire dalla sua fisicità, può assumere un posto nel mondo ed interagire con esso e con se stessa.

Il corpo rappresenta quindi il nostro primo materiale, quello con cui ciascun individuo crea, trasforma, realizza se stesso: esso è il medium con cui costruiamo e modifichiamo il mondo e da esso siamo costruiti.

Non solo attraverso i sensi noi entriamo in contatto con il mondo ed al contempo espandiamo l’area, la superficie, lo spazio di esplorazione del nostro corpo, di noi: ci impossessiamo anche di quello che ci circonda.

Noi possediamo e siamo posseduti attraverso i sensi, attraverso di essi il mondo entra dentro di noi, ci pervade a volte contro il nostro volere, evocando sensazioni e vissuti: è il mondo dei colori, delle forme, degli odori, dei suoni, dei sapori, del duro e del morbido, del liscio e del ruvido, del freddo e del caldo. E l’esperienza prima di ogni essere umano quella che viene evocata dai sensi attraverso l’esperienza con i materiali d’arte.

L’esperienza sensoriale rappresenta quindi il punto di partenza di ogni relazione con l’altro da sé e con l’ambiente che circonda ogni persona con la sua storia e i suoi vissuti.

Ed è proprio attraverso un’esperienza sensoriale che ogni soggetto può tornare ai propri vissuti ed elaborarli.

Questo è ciò che succede attraverso la pratica con i materiali d’arte: la possibilità di ritorno ad un livello affettivo e di trasformazione di quello che è avvenuto in funzione di un cambiamento di sé, anche nel mondo reale.

I materiali artistici inseriscono il cliente in un mondo dominato da processi corporei (toccare – accarezzare – manipolare – etc…) e proprio perché essi evocano un’esperienza particolare connessa al sentire psicocorporeo, ogni materiale genera una diversa reazione, istintiva e, a volte, inconsapevole, di piacere o disgusto, di desiderio o di paura a seconda che questa vada a toccare antiche risonanze e la maniera in cui queste sono state integrate nella vita adulta.

Ogni volta che i nostri sensi entrano in contatto con una spugna intrisa di colore, con un gessetto che si sbriciola, con l’angolo duro di una tela, con la brillantezza di un colore, con il rumore della matita su di una superficie ruvida o con l’odore della creta o della plastilina, siamo ricondotti ad esperienze sensoriali che evocano memorie corporee primitive.

Un materiale risulta adeguato quando evoca qualità sensoriali buone, quando può diventare sostituto di una relazione rassicurante, quando può colmare una mancanza e infine quando funge da attivatore del desiderio di sperimentazione e di conoscenza.

Ma le esperienze sensoriali possono anche essere collegate a situazioni negative da cui la persona cerca di tenersi lontana.

Se nella vita quotidiana la consapevolezza di quello che succede al suo corpo viene ignorata, nell’incontrarsi con il materiale artistico il cliente può far emergere la paura di sporcarsi, che diventa esprimibile e, a poco a poco, affrontabile.

A volte è compito dell’ARTcounselor trovare un modo attraverso cui le persone possono avvicinarsi piano piano ai materiali che temono.

Il materiale proposto, quindi, terrà conto delle necessità del cliente accogliendole e dando loro la possibilità di emergere, essere espresse e comunicate.

I materiali provvedono una giusta distanza dall’esperienza corporea stessa ma allo stesso tempo la veicolano; attraverso di essi ci si può avvicinare o allontanare da quello che preoccupa.

L’obiettivo è trovare un materiale che contenga il bisogno di esprimere anche la paura di ciò con cui si viene a contatto.

Ecco perché è così importante conoscere quale processo si attiva quando proponiamo l’uso di un certo materiale.

La seguente successione di eventi può favorire qualche spunto di riflessione:

  • Esperienza sensoriale del “qui e ora” => provocata dalle varie caratteristiche oggettive di ogni materiale.
  • Evocazione di esperienze sensoriali del “lì e allora” => collegate al mondo dei sensi e al vissuto infantile
  • Reazioni affettive-emotive, di cui la più basilare è “mi piace/non mi piace”
  • Evocazione di ricordi => che possono essere positivi o negativi.

La possibilità di passaggio da un’esperienza all’altra della sequenza è attivata dall’uso delle tre modalità di approccio del cliente al materiale artistico:

  • Modalità corporea => dove prevale il coinvolgimento dei sensi portando così la persona ad una esplorazione prettamente sensoriale.
  • Modalità formale => dove avviene un distanziamento da ogni esperienza sensoriale e in seguito simbolica. In questa modalità il cliente tratta il lavoro come se fosse un oggetto a sé son i suoi propri bisogni. L’obiettivo della persona in questa modalità è quella di dare una buona forma al suo prodotto.
  • Modalità narrativa-simbolica => in cui il cliente finalmente può raccontare il suo prodotto dandogli una valenza simbolica, qualcosa che va oltre la semplice forma, collegando i vari passaggi del processo con il malessere o l’empasse che stra provando in quel momento.

Può succedere che durante il lavoro il nostro cliente non riesca ad andare più in là della “modalità corporea”, sarà quindi il Counselor che cercherà, solo se sarà il caso e con molta delicatezza, di stimolare il passaggio alla modalità “formale” e/o narrativa-simbolica, per raggiungere i diversi livelli di esperienza del cliente in un tentativo di integrazione e confronto tra tutti e tre.

Lavorare quindi con i materiali rappresenta, quindi, un importante dialogo e scambio tra mondo interiore ed esteriore nonché la possibilità di testimoniare a sé e al mondo quello che è avvenuto andando a creare una narrazione materica della propria storia.

Attraverso l’opera creata si compongono, così, i frammenti della realtà percepita con la possibilità di intervenire su di essi per elaborarli.

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Liberamente tratto da:
M.G.Cocconi, L.Salzillo, A.Zanolli – Il bambino Creatore – Ed. FrancoAngeli
M.Della Cagnoletta – Arteterapia – Ed.Carocci

 

La creatività e i bambini

CREATIVITA BAMBINA

Voglio oggi postare un articolo scritto un po’ di anni fa quando il mio lavoro era rivolto soprattutto ai bambini, cercando di  preservare quella creatività pura e ricca di immaginazione e fantasia attraverso laboratori di libera espressione creativa.

Penso che in questo momento leggere queste righe possa essere d’aiuto a tutti quei genitori che avendo bimbi piccoli “rinchiusi in casa” hanno non poche difficoltà a gestirli.

Ecco lasciare che esprimano attraverso il segno e il colore quello che provano potrebbe essere una delle soluzioni e non solo, potrebbe tenere aperta quella porta creativa senza limiti di tempo ……..

Buona lettura!

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“C’era un bambino che usciva ogni giorno,
e il primo oggetto che osservava, in quello si
trasfondeva,
e quell’oggetto diventava parte di lui per quel giorno o
per parte del giorno
o per molti anni o vasti cicli di anni

I primi lillà divennero parte del bambino
e l’erba e i convolvi bianchi e quelli rossi, e il bianco e
Il rosso trifoglio, e il canto del saltimpalo,
gli agnelli marzolini, la rosea figliata della scrofa, il
vitello e il puledro
la chiassosa nidiata dell’aia o del pantano vicino allo stagno
e i pesci così stranamente sospesi, e il bel liquido strano,
le piante acquatiche dalle graziosi cime piatte: tutto
questo divenne parte di lui.”

Walt Whitman, Foglie d’erba

 

I versi di Whitman colgono gran parte di ciò che sappiamo sui bambini e la creatività: per loro, la vita stessa è una avventura creativa. Le esplorazioni più elementari compiute dal bambino nel suo mondo sono di per se stesse degli esercizi creativi per risolvere dei problemi. Prima dei tre anni il bambino, nel rapporto con l’ambiente che lo circonda realizza in forma di gioco una grande quantità di esperimenti dai quali ricava dati e leggi del mondo di cui fa parte: intraprende un processo di invenzione di se stesso destinato a durare tutta la vita.

Di fronte ai fenomeni ed ai sentimenti l’atteggiamento del bambino è simile a quello dell’artista: anche lui prova meraviglia, incanto, talvolta dolore.

Quando scopre il segno, il bambino, comincia a raccontare con i primi scarabocchi ciò che conosce del suo mondo; questo linguaggio se viene rispettato nella sua libera evoluzione procede parallelamente con lo sviluppo intellettuale.

Prima ancora di poter dare graficamente una forma a determinati contenuti il bambino è infatti capace di esprimere attraverso il colore, sia la sua capacità discriminativi sia la sua emozionalità.

Giochi inizialmente inconsapevoli di linee e macchie traducono la vivacità dei suoi incontri con il foglio bianco e spesso lo stupiscono dando il via ad una ricerca intenzionale di nuove figure: colori che si sovrappongono l’uno sull’altro, dando vita a nuove tinte in un processo di trasformazione in cui ciò che conta è sempre la sorpresa del nuovo cambiamento e non il prodotto finito.

In generale, se hanno libero accesso ai materiali, i bambini tra i tre e i cinque anni scoprono di poter creare, con relativa facilità, forme e figure semplici. Quindi, si mettono alla prova, inventano creature-girini animate e intraprendono volentieri esplorazioni giocose. E’ quasi magico creare sulla pagina bianca, tirar fuori dal nulla creature e oggetti su cui è possibile esercitare un qualche controllo.

La possibilità di tingere e macchiare, lasciando una indelebile traccia di sé, consente al bambino di esprimersi senza doversi subito subordinare alle richieste dell’altro. In questa prospettiva il bambino che non può tingere e macchiare è un bambino costretto da necessità interiori o da restrizioni esterne ad inibire la propria vitalità.

Inoltre ogni attività “creativa” conferisce ai bambini il potere di fare e disfare, di conoscere l’oggetto e se stessi più intimamente. Il loro coinvolgimento nel “fare arte” è in gran parte diretto all’interiorità: disegnare, dipingere, manipolare sono enunciazioni espressive a proposito di ciò che si conosce, si prova e si vuole capire; è un dialogo con se stessi intrinsecamente affettivo. E’ una attività di problem solving molto spesso pervasa di emozioni intense , non meramente una indagine del mezzo espressivo e dell’abilità necessaria per padroneggiarlo.

Da ciò si evince come il termine creatività abbia assunto negli ultimi anni una importanza pressoché assoluta nell’ambito dei sistemi educativi per l’infanzia poiché è diventata opinione comune che, proprio attraverso l’immaginazione e la fantasia, il bambino possa accrescere la consapevolezza di sé e del mondo che lo circonda imparando a conoscere meglio se stesso e gli altri.

E’, infatti, nell’ambito delle attività creative che al bambino viene chiesto di impossessarsi del patrimonio culturale che gli viene offerto interpretandolo e rielaborandolo secondo la propria esperienza personale e le proprie inclinazioni, contribuendo, in questo modo, a reinventarlo.

Partendo da questo presupposto, è facile intuire come lo sviluppo delle doti creative non metta in gioco solo fantasia e immaginazione, ma una vasta gamma di facoltà (senso critico, intuizione, rielaborazione attiva dei dati forniti, capacità di esprimere un giudizio e di prendere le distanze dalla realtà) indispensabili per la crescita “sana” del bambino.

Se, quindi, esiste una educazione alla creatività che va impartita e coltivata giorno dopo giorno, è necessario e fondamentale che essa passi attraverso il gioco e la dimensione ludica, per non trasformarsi in uno dei tanti doveri/obblighi verso cui il bambino viene quotidianamente indirizzato e perdere, così, la sua valenza.

A volte la produzione dei bambini, non soddisfacendo i canoni dell’arte classica, ma rispecchiando i canoni dell’arte infantile, risulta indecifrabile se non addirittura insignificante agli occhi di un adulto troppo preso a capire invece che a condividere. Invece l’esperienza del “macchiare”, in senso concreto, richiede che qualcuno sia lì a vedere, ma solo a vedere senza interferire nel suo lavoro, una sorta di “servitore” (=> vedi la teoria di Arno Stern e il metodo del “Closlieau” – luogo protetto) che riconosce la presenza dell’autore senza conferire significato particolare alla sua opera.

Tutti i bambini del mondo nella loro libera ricerca grafica inventano soluzioni tecniche per ogni problema secondo la loro logica. Faccio un esempio: il bambino sa che la terra è giù e che il cielo è in alto, per cui disegna la striscia di terra giù e la striscia del cielo in alto. In mezzo c’è il vuoto finchè viene il momento in cui la sua ricerca porta il bambino a riempirlo, individuando l’orizzonte, disegnando ciò che è vicino come grande e ciò che è lontano come piccolo, ma non tiene conto delle proporzioni, dei chiaroscuri, della prospettiva; molto spesso i colori naturali sono sbagliati ma usati in funzione emozionale, c’è la scoperta della pittura dei sentimenti, non figurativa, in cui il foglio di carta diventa lo specchio delle sue emozioni.

Perché in quei momenti il colore per il bambino non è ancora legato consapevolmente ad un contenuto da esprimere ma ad una modalità di essere presenti nel mondo.
Dice Rudolf Arnheim “…… le immagini della realtà possono essere valide anche se sono assai discoste da ogni somiglianza realistica….” (Arte e Percezione Visiva ed Feltrinelli).

Molti grandi artisti hanno imparato dai bambini che sono stati: Picasso dopo una vita di ricerca, è tornato a dipingere come faceva da piccolo; Chagall disegnava i sogni e se dovessimo valutarlo criticamente secondo i canoni dell’arte classica non riusciremmo ad apprezzarlo e come lui Mirò, Kandinskji e tutta l’arte moderna che è una rottura degli schemi dell’arte classica.

La capacità di particolari abilità grafiche viene acquisita dai bambini attraverso la ripetizione, ciò significa esercitarsi passo per passo senza preoccupazione di ottenere dei risultati.
La ripetizione non serve solo a perfezionale le abilità, ma permette anche al bambino di sentire l’attività come qualcosa di suo, che gli appartiene, che è parte di lui. Alla lunga al fine della creatività questo può essere più importante della semplice padronanza della tecnica, perché mette il bambino in condizione di innamorarsi di quello che sta facendo.

L’esercizio riuscito sviluppa la fiducia ed aiuta a credere in se stessi, i bambini in cui questa convinzione vacilla sono timidi, hanno poca fiducia nelle proprie capacità di avere successo, sono spaventati dal nuovo e dal rischio.

Al contrario mettere in allerta tutti i suoi sensi, aguzzare la sua attenzione, renderlo partecipe e, soprattutto, artefice delle cose che lo circondano, stimolare giorno dopo giorno la sua naturale propensione all’immaginazione e alla fantasia, porta il bambino ad aver fiducia nel proprio potenziale creativo. Inoltre un bambino fantasioso, in grado di immaginare e progettare ciò che ancora non esiste, di vedere oltre l’apparenza sarà un adulto attento e attivo mentalmente, capace di uscire dagli schemi in qualsiasi momento pur di ricercare la verità più profonda delle cose.

D’altra parte va ricordato che la fiducia in se stessi è alimentata anche dalla sensazione, percepita dal bambino, che gli adulti rispettino la sua abilità. Le critiche costanti o la continua indifferenza verso i risultati conseguiti possono minare, anche nel bambino più capace, la fiducia in se stesso.

La creatività fiorisce quando le cose sono fatte per il piacere di farle. Se i bambini sono impegnati nell’apprendimento di una forma creativa, riuscire a conservare il loro entusiasmo ha la stessa importanza, anzi è forse ancora più importante, del chiarimento degli aspetti tecnici.

Ciò che conta è il piacere non la perfezione!

Nella vita, le pressioni psicologiche che inibiscono la creatività dei bambini non tardano a manifestarsi. La maggior parte dei bambini in età prescolare anche quelli di prima elementare amano andare a scuola, sono entusiasti all’idea di esplorare e imparare; ma quando arrivano alla terza o quarta elementare il loro entusiasmo scema e molti di loro non traggono più alcun piacere dalla loro creatività.
Si sono messi in moto i “killer della creatività” cioè quei meccanismi attuati dagli adulti nel processo educativo e sentiti dai bambini come freno per dar libero sfogo alle proprie emozioni:

  • Sorveglianza è significa incombere sui bambini facendo sentir loro che sono costantemente controllati mentre lavorano. Questa continua osservazione crea nel bambino una stati del suo flusso creativo, una impotenza ad arrischiare qualcosa di nuovo.
  • Valutazione è significa infondere una eccessiva preoccupazione del giudizio altrui. I bambini dovrebbero preoccuparsi principalmente di essere soddisfatti del risultato raggiunto e del piacere che provano durante il processo creativo senza concentrarsi sul modo in cui saranno valutati dagli adulti o dai propri compagni
  • Competizione è significa mettere i bambini in una situazione senza vie di uscita, o si vince o si perde, e solo una persona può arrivare al vertice. Ogni bambino, invece, dovrebbe essere lasciato progredire secondo il proprio ritmo, tenendo conto che ogni bambino è un essere unico.
  • Eccessivo controllo è consiste nel dire ai bambini esattamente come devono fare una determinata cosa, nel campo dell’arte come devono disegnare una determinata immagine e quali colori devono usare. Questo atteggiamento induce i bambini a credere che ogni originalità sia un errore e ogni esplorazione una perdita di tempo

Ed in ultimo ma forse come importanza nell’assopirsi della creatività il primo, il Tempo. Se la motivazione intrinseca è un fattore chiave della creatività di un bambino, l’elemento cruciale per coltivarla è il tempo e uno dei maggiori crimini educativi che i genitori e la scuola commettono contro la creatività dei bambini consiste proprio nel privarli di questo tempo.

Rispetto agli adulti, i bambini entrano più spontaneamente in quello stato creativo per eccellenza chiamato “flusso”, nel quale il totale assorbimento può generare il massimo del piacere e della creatività. Nel processo del dipingere è come se il foglio, il colore, i gesti del bambino e le immagini che ne risultano costituissero una totalità. Nel flusso il tempo non conta: c’è solo un presente atemporale. Esso è uno stato più confortevole per i bambini che per gli adulti, dal momento che questi ultimi sono più consapevoli dello scorrere del tempo.

Promuovere la capacità creativa equivale, quindi,  promuovere nel bambino la consapevolezza del suo modo di essere.”

Ogni costruzione della nostra mente è possibile solo a partire dalla nostra esperienza passata e quanto più questa è stata ricca di stimoli, tanto più feconda sarà la nostra capacità presente di immaginare. Il cerchio si chiude quando, sulla base di questi stimoli forniti dalla realtà, siamo capaci di creare qualcosa di nuovo, che si concretizza in una produzione, sia essa di carattere letterario o artistico, come pure di carattere tecnico o scientifico.

Da qui l’importanza di fornire al bambino, fin dalla più tenera età, stimoli di diversa natura, per arricchire di elementi la sua esperienza e offrirgli, in tal modo, maggiori possibilità di crescita.

Educare alla creatività significa, educare i bambini ad aver fiducia nelle proprie capacità personali, aiutandoli a rafforzare la fiducia in se stessi e a rifuggire da soluzioni povere e rigide. Significa, inoltre, educarli a “pensare con la propria testa”, per creare individui liberi e autonomi.

E’ così l’educazione alla creatività diventa anche e soprattutto educazione alla libertà.

 

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Per approfondire:

Claire Golomb   –  L’arte dei bambini – Ed. Raffaello Cortina

Aa Vv – Creativi a scuola. Oltre l’apprendimento inerte – Ed.FrancoAngeli

Singer D. Singer J. – Nel regno del possibile, Il gioco infantile, creatività e sviluppo dell’immaginazione. Ed. Giunti

G.Rodari – La grammatica della fantasia – Ed. Einaudi

A.Carotenuto – La strategia di Peter Pan – Ed. Bompiani

Lawrence  E.Shapiro – Il linguaggio segreto dei bambini – Ed.Fabbri

M.Di Renzo, I.E.Nastasi – Il movimento disegna – Ed. Magi

M.G.Cocconi, L.Salzillo, A.Zanolli – Il bambino creatore – Ed. FrancoAngeli

B.Munari – Fantasia – Ed. Laterza

Immaginazione e Pensiero Creativo come alleati nel ri-trovarsi

PENSIERO CREATIVO 1

“Nella vita ci sono sempre nuovi inizi in cui è possibile acquisire altre e più profonde conferme della propria esistenza” Verena Kast

Ogni individuo è unione di inconscio e conscio, luce e ombra, istinto e ragione; in ognuno di noi convivono tanti opposti e per giungere alla propria pienezza è necessario che ciascuno percorra i meandri della propria interiorità.

Durante questo viaggio, il viaggio dell’Eroe alla ricerca del suo Tesoro, potremmo salire sulle vette o scendere negli abissi l’importante è riuscire sempre a sentire e riflettere,vedere e ascoltare, creando e mantenendo i ponti che si vanno costituendo nel cammino. Saranno proprio questi ponti che ci consentiranno di raggiungere le cose più belle, spesso le più nascoste o quelle che non riusciamo o vogliamo vedere.

Durante questo cammino il più delle volte arduo e faticoso si raggiungono diverse tappe e quindi diverse consapevolezze; l’incontro con le emozioni nelle diverse età evolutive, siano esse di gioia o di sofferenza, ci schiude al mondo delle immagini e l’immaginazione ci consente di entrare in quello spazio che offre la possibilità al sé di dispiegarsi.

Aprire la porta al mondo dell’immaginazione vuol dire darsi la possibilità di esperire nuovi anfratti, nuove intuizioni, per ri-comporre nuovi paesaggi e darsi altro tempo offrendo una nuova luce e un nuovo respiro ai nostri vissuti.

Scrive Francesco Montecchi, neuropsichiatra e psicanalista junghiano infantile membro dell’International Association for “Sand Play Therapy”, “la psiche con l’aiuto delle immagini si orienta nel mondo e si adatta ad esso e così è in grado di vivere e di svilupparsi. Così l’immagine esterna non è solo proiezione dell’immagine corrispondente interna, ma entrambe sono parti tra loro corrispondenti di una unica immagine originaria e simbolica che si è scissa…”

Ed è proprio dalle esperienze più sofferte che possiamo alzare le vele verso nuovi lidi che, attraverso la sensibilità e l’accoglienza, portino nuova energia.

Jung utilizzava con i suoi pazienti l’immaginazione attiva, osservazione del flusso delle immagini interne, senza che venga imposto alcun tema.

Si comincia fissando l’attenzione su di un’immagine che giunge spontanea, e si continua osservando le trasformazioni che questa immagina subisce, come si arricchisce di dettagli, si sviluppa e si evolve.

In questo modo la persona non è immobile, racchiusa dentro la sua fantasia,  bensì avviene un dialogo interno dove conscio e inconscio concorrono insieme, non più nemici ma alleati e parte dello stesso contesto, ed affrontano INSIEME la vita.

Possiamo quindi affermare che l’immaginazione è già parte dell’azione operando all’interno di un “quasi reale” che ha in sé tutte le potenzialità per trasformarsi in attività.  Le immagini che creiamo ci permettono di vivere gli eventi prima di agirli nella realtà; il “come se” immaginativo ci conduce in una sorta di spazio transazionale in cui è possibile sperimentare il cambiamento.

Attraverso l’immagine diventiamo attivi e con l’azione prendiamo parte all’evento evocato e nel gioco recuperiamo la fiducia predisponendoci così al cambiamento. L’immaginazione ci permette di sondare creativamente le possibili soluzioni ad una situazione mettendole a confronto con il nostro bagaglio di conoscenze, la cui ampiezza contribuisce ad aumentare le possibilità di cogliere relazioni , e quindi, di immaginare soluzioni.

Alla luce di tutto ciò l’immaginazione diventa un modo per recuperare energia e forza per uscire dal tunnel dell’autosvalutazione scoprendo di riuscire a trovare in sé capacità sconosciute e recuperare potenzialità perse.

Ciò che si attiva ha un grandissimo valore: si entra in contatto con il nostro mondo interiore; in questa connessione tra l’Io e l’inconscio si crea quello che Hillman chiama “fare anima”, dove gli eventi si trasformano in immagini, dando luogo a quel processo di creazione e illuminazione che permette di potersi prendere cura dell’anima, “questo cavernoso deposito di passioni”, la parte di noi più intima e profonda centrale nel nostro ri-trovarsi.

Importante diviene, quindi, la continua ricerca di Sé e nel momento in cui ci si pone in ascolto delle proprie emozioni e delle proprie immagini interiori il “fare creativo” inteso come espressione grafico-pittorica del nostro mondo interiore diviene un ulteriore possibile via per esternare la propria anima e superare le difficoltà.

Attraverso l’arte, manifestazione visibile del nostro inconscio , è così possibile uscire dai ristagni e dai blocchi che impediscono il contatto con i nostri bisogni e liberare energia che consente di modificare la direzione dei disagi e creare nuove vie dove diventa più facile ri-trovarsi diventando autonomie liberi di vivere pienamente.

 

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Colori e affetti

KANDINSKY CERCHI CONCENTRICI

“Lasciami, oh lasciami immergere l’anima nei colori; lasciami ingoiare il tramonto e bere l’arcobaleno.”  Khalil Gibran

[…] Il colore, che in natura è richiamo, messaggio, incanto e seduzione, è “tinta dell’apparenza” fuggevole e inesprimibile, spesso inafferrabile. Eppure il colore è anche rivelatore degli strati più profondi degli affetti. […]

[…] Infatti, la mancanza di colore nel mondo emotivo di una persona è indizio sicuro di un “distanziamento” dall’oggetto, di una difesa dal coinvolgimento emotivo. […]

[…] Il colore è indubbiamente l’aspetto più misterioso e magico della natura, da sempre fonte di meraviglia, giacchè sembra esprimere, all’apparenza, uno scarto rispetto alla nuda necessità e ci appare come lusso e dispendio della natura stessa, che si compiace di un surplus di bellezza, pur rivelandosi, a una più attenta indagine, un messaggio “forte”, denso di significazioni: perciò gli antichi facevano largo uso di sostanze colorate e coloranti, non soltanto in funzione decorativa ed estetica, ma soprattutto secondo un intenzionalità magica tesa a evocare e attualizzare le forze cosmiche naturali. […]

[…] Il colore, quindi, è stato considerato una sorta di “forza sottile”, di anello di congiunzione tra cielo e terra, assumendo un valore magico-sacrala, non soltanto come evocazione, ma proprio anche come attualizzazione, materializzazione delle segrete corrispondenze tra il mondo umano e il cosmo, tra l’esperienza fisica-materica e quella spirituale, attraverso anche un processo attivo di appercezione,un traslare il sé nell’universo della materia e dello spirito, tanto da rivelarsi anche misteriosamente capace di influenzare il nostro “soma”. […]

Matisse diceva che i colori “sono delle forze” e il secondo principale effetto della loro contemplazione consisterebbe nell’azione psichica e nelle emozioni che possono suscitare in noi. […] Così i colori possono essere “acidi” o “dolci”, “succosi” o “aridi”, “morbidi” o “duri” secondo una specie di processo di eco, o di risonanza da una sensazione all’altra; come se il corpo fosse uno strumento musicale le cui “corde” fisiche si espandano a risuonare nella psiche.

I colori possono essere profumati, ma anche sonori, e musicisti (come Schonberg) e artisti (come Kandinskij) hanno tentato partiture cromatiche, “tingendo” di colori i suoni e “musicando” colori. […]

[…] Anche i sogni, che generalmente sono in bianco e nero, secondo un cromatismo arcaico, tuttavia quando si “colorano” indicano tutta una gamma di situazioni affettive, così che il colore diventi ancora una volta “segnale” di qualcosa che deve essere evidenziato, e insieme “simbolo” di qualcosa di più profondo che vuole essere svelato. In questo il colore si rivela anche simbolo, in quanto appunto “significa”, rimanda a qualcosa di nascosto: il “significato”, con una eccedenza di significazione che indica un plusvalore di senso e ne rivela la tonalità affettiva.[…]

[…] Il colore è davvero “metafora di affetti” e ancora di più, il colore tende al ritrovamento dell’oggetto primario, significando un’aspirazione verso la riappropriazione di un significato materno. […]

[…] Infatti, sebbene classicamente la psicoanalisi abbia attribuito alla funzione pittorica contenuti di tipo anale (dipingere come uno sporcare sublimato), ciò si può riferire non tanto al colore in sé, quanto appunto all’atto stesso del dipingere, come manipolazione della materia pittorica […] al colore possiamo dare invece spiccate valenze orali legate ad esperienze di intensa affettività, come un tendere al recupero dell’oggetto primario, in relazione appunto al rapporto con il seno materno, quando il “vedere” era “incorporato”, nutrirsi del volto e dei colori e della voce e del profumo di “lei”. […]

[…] E la musica ha un effetto “incantamento”, come rimanda al ritmo del cuore materno che il feto chiaramente percepiva, possiamo quindi riconoscere l’esperienza del colore come anch’essa fascinazione primaria. Fascinazione che è riflesso di quel perdersi di allora, sguardo nello sguardo.[…]

[…] Goethe riconduceva il colore all’incontro di due fondamentali: blu e giallo, una polarizzazione tra luce e ombra rivelatrice anche di una dialettica fondamentale tra sentimento e ragione . Il suo universo cromatico è ordinato secondo una logica binaria: il colore nasce dalla luce e dall’ombra. Una bipolarità, quella di luce/ombra, che in sé esprime e contiene ogni altra polarizzazione possibile: maschile/femminile; notte/giorno; caldo/freddo.

Ma già prima di Goethe ogni popolo aveva scandito l’esperienza del colore secondo la fondamentale contrapposizione luce-ombra […] inizialmente la terminologia più elementare distingue soltanto tra oscurità e chiarezza e tutti i colori sono classificati secondo questa semplice dicotomia; quando un linguaggio contiene un terzo nome di colore, si tratta sempre del rosso. […]

[…] Questo fa ritenere che agli inizi delle comunicazioni umane l’uomo avesse soltanto due termini per indicare i colori: il bianco e il nero, come luce e ombra, chiaro e scuro, prima di riuscire a distinguere il terzo: il rosso. Non è ce il primitivo avesse una visione “monocromatica”, ma la sua capacità linguistica era ridotta, e, poiché indubbiamente “la visione del colore è parte integrante della nostra esperienza totale e diventa per ciascuno di noi parte della nostra vita, parte di noi … il colore si fonde così con i ricordi, le aspettative, le associazioni e i desideri, per costruire infine un mondo ricco di risonanze e significati per ciascun individuo, possiamo ritenere che proprio l’emergere dei primi nomi dei colori rispecchiasse la loro stretta relazione con le emozioni.[…]

[…] Ora, possiamo immaginare quali potessero essere per il nostro lontano progenitore le esperienze emotive più intense, positive e negative, e certamente una delle esperienze psicologicamente più violente doveva essere il terrore al calar della notte. […] Una disperazione caotica forse lo assaliva, progenitrice archetipa di tutte le immagini angoscianti, e sebbene questo terrore di ogni notte si dissipasse a ogni alba, fu soltanto quando gli fu possibile “narrarsi”, attraverso i miti, che ogni volta che il sole veniva “mangiato” dalle tenebre sarebbe tuttavia risorto, dotato di nuova e indistruttibile vita, che questo suo terrore panico potè calmarsi. […] E possiamo allora supporre che fosse necessario anche nominare quelle prime esperienze fondamentali: luce/tenebra-bianco/nero. Erano nati i primi colori che informeranno di sé ogni altro colore possibile, cancellandoli tutti, il nero tenebra; rivelandoli tutti, il bianco luce.

Quanto al rosso, il terzo necessario, era altrettanto emozionalmente scatenante nelle sue manifestazioni: come fuoco, calorico e benefico ma anche distruttivo e divorante, apportatore di vita come di morte. […]

[…] Emozionato, egli poteva confrontarsi, attraverso i propri colori con il cosmo naturale, essendo il bianco-rosso-nero i colori del corpo e degli umori che esso trasuda e delle sostanze che espelle: latte, sangue, feci,urina, lacrime, pus mentre l’universo materiale gli doveva apparire “fratello” nel nero dei carboni, nel bianco polveroso delle crete o in quello perlaceo della rugiada e della pioggia; nei grumi sanguigni delle terre. […]

[…] E il dialogare di questi colori nell’alterno avvicendarsi in noi degli affetti, sempre che siamo capaci di ascoltare e “vedere”, ci svelerà le alchemiche metamorfosi della vita.

Tratto da:

A.Cresti, Colore e Affetti  in “La Psicologia del colore” di M.Di Rienzo e C.Widman Ed.Magi

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Il “colore” con tutte le sue sfumature sarà uno degli argomenti principe del Corso Triennale in Counseling Espressivo: “Arte e Movimento nella Relazione d’Aiuto” (possibilità ancora di iscriversi) e del Corso Specialistico : Arte e Corporeità nel Counseling.

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Perchè l’arte aiuta a ri-trovarsi

ARTE ASTRATTA 1

by Paul Blenkhorn (unsplash.com)

“ L’arte può essere definita – e utilizzata – come la mappa esteriorizzata del nostro se interiore.” Peter London

In un percorso di ArtCounseling la produzione artistica del cliente può aiutarlo a comprendere meglio le sue dinamiche interiori arrivando lì dove il linguaggio non ha ancora parole per esprimersi. Ed è proprio il processo che egli compie per arrivare a quel particolare manufatto la chiave che può aprire la serratura della sua consapevolezza.

Il processo artistico ha quindi, in questo caso, proprietà riparative, trasformative e di auto-esplorazione.

Vediamo ora nello specifico in che modo tutto questo si attua.

Pensiero visivo

Il pensiero visivo è la capacità di organizzare per mezzo di immagini i nostri sentimenti, pensieri e percezioni riguardo il mondo circostante. Usiamo  spesso nella vita quotidiana agganci visivi per riferirci a persone e cose. Tutti conosciamo la frase “un’immagine vale più di mille parole”, o modi di dire sui colori, tipo:”verde d’invidia”, “umor nero” o “visione rosa”.

Definiamo il mondo, per lo più,  mediante descrizioni visive, pensiamo per immagini, usandole spesso per rappresentare idee e sentimenti.

Jung, di cui è noto l’interesse per i simboli visivi nei sogni e nell’arte, sottolineava l’importanza che le immagini rivestono in un “percorso terapeutico”. Osservava che, lasciando che uno stato d’animo si incarni in una immagine onirica o artistica, lo si comprende più chiaramente e in profondità sperimentando le emozioni che vi sono contenute.

In anni recenti si è scoperto che le esperienze traumatiche spesso sono codificate nella mente sotto forma di immagini ed è del tutto naturale che questi ricordi riemergano come immagini visive. L’arte diventa quindi uno strumento unico per esprimere immagini traumatiche, riportandole alla coscienza in maniera meno minacciosa.

Esprimere quello che le parole non possono esprimere.

A tutti noi è capitato di sentire che certe esperienze ed emozioni sono difficili o impossibili da esprimere a parole. In un percorso di Artcounseling le persone sono incoraggiate a esprimere quello che non sanno dire a parole con il disegno, la pittura, il movimento o altre forme artistiche.

Non essendo un processo lineare vincolato dalle regole del linguaggio verbale (sintassi, grammatica, ortografia, logica), l’espressione artistica è in grado di esprimere simultaneamente molti aspetti complessi.

La terapeuta Harriet Wadeson, una delle pioniere nell’uso dell’arte in campo terapeutico’ parla a questo proposito della matrice spaziale dell’arte: la capacità dell’arte di comunicare relazioni usando linee, forme e colori. Per esempio, spiegare le relazioni fra i membri della propria famiglia può essere difficile, ma disegnando o dipingendo è facile illustrare simultaneamente i diversi tempi, luoghi e legami che li coinvolgono. Quello che richiederebbe una prolissa esposizione verbale può essere espresso più rapidamente da un singolo disegno.

Elementi ambigui, enigmatici o perfino contraddittori possono confluire nella stessa immagine perché l’arte, a differenza del linguaggio, non ha regole di struttura e di organizzazione.

Questa capacità dell’arte di abbracciare elementi paradossali è di grande aiuto per integrare e sintetizzare emozioni ed esperienze conflittuali.

Esperienza sensoriale.

L’arte è un’attività manuale: implica costruire, disporre, mescolare, toccare, modellare, incollare, disegnare, spillare, dipingere, forgiare e altre esperienze concrete.

Disegnare, dipingere e scolpire sono anche esperienze psicomotorie, hanno cioè carattere sensoriale in quanto chiamano in causa vista, tatto, cinestesia, udito e altre modalità sensoriali a seconda dei mezzi usati.

Da bambini, quando scarabocchiamo su un foglio, giochiamo con i materiali o facciamo giochi di fantasia, impariamo attraverso i sensi. Queste esperienze, secondo lo psicologo Eugene Gendlin padre del Focusing implicano un “significato sentito”, la consapevolezza corporea di situazioni, eventi o persone.

Oltre al pensiero, il “significato sentito” è un modo di dare senso alle cose, che ci aiuta a capire e valutare il mondo intorno a noi. Le qualità sensoriali del lavoro artistico ci danno modo di accedere alle nostre emozioni e percezioni più facilmente che attraverso le parole.

Liberazione emotiva

In termini psicologici si parla di “catarsi”. Il termine significa letteralmente “purificazione” indicando con questo l’espressione liberatoria di intense emozioni.

Fare un disegno, un dipinto, una scultura può essere catartico, in quanto offre sollievo da emozioni dolorose e disturbanti portandole fuori da sé.

Il processo in sé della produzione artistica può alleviare lo stress e l’ansia anche creando una risposta fisiologica di rilassamento o modificando lo stato d’animo. Sappiamo, per esempio, che l’attività creativa può di fatto aumentare il livello di serotonina nel cervello, combattendo così la depressione.

Inoltre il lavoro artistico è per alcuni una forma di meditazione che genera calma e pace interiore. Il carattere ripetitivo, rasserenante, che ha per alcune persone dipingere, disegnare o modellare la creta può indurre la risposta di rilassamento, con rallentamento del ritmo cardiaco e respiratorio e alleviare così lo stress.

Creare un prodotto tangibile

Nel lavoro artistico diviene di particolare importanza creare con le nostre mani qualcosa di unico e di speciale. Nel corso della storia umana l’arte è stata usata per abbellire e decorare seguendo questa inclinazione a fare qualcosa di unico che è un nostro autentico bisogno.

Alcuni sono in grado di produrre con la pittura o la scultura creazioni straordinarie, altri si limitano a vestirsi in maniera speciale per un’occasione importante o a cucinare piatti elaborati per un evento. Tutti questi modi di fare qualcosa di particolare si collocano sul piano visivo e rispondono tutti ad un aspetto fondamentale del comportamento umano.

Durante un percorso di ArtCounseling si creano prodotti tangibili. L’Artcounseling consente di realizzare qualcosa di duraturo che registra significati, esperienze ed emozioni.

Questa concretezza del prodotto è un vantaggio in quanto, oltre a mettere fuori di sé quello che crea difficoltà interiore,  permette di documentare idee e percezioni e riesaminarle in un secondo momento confrontandole con altre immagini.

Rivedere quello che si è prodotto nell’arco delle settimane consente di seguire lo sviluppo di temi, eventi, emozioni trovando la possibilità di cambiarne gli esiti.

Creare arte arricchisce la vita

La storia ci fa vedere come persone sottoposte a grandi stress abbiano trovato nell’arte il modo di esprimere e trasformare i conflitti interiori. L’opera creativa di Van Gogh e di atri artisti famosi testimonia questo bisogno.

Secondo Maslow, quando sono soddisfatti i bisogni elementari – cibo, alloggio e sicurezza – le persone manifestano un forte impulso all’auto-espressione. Ma anche quando sono privati delle più elementari necessità alcuni si sforzano ugualmente di esprimersi attraverso le arti.

L’arte non solo può aiutarci a rivelare paure, angosce e altre emozioni stressanti, ma tocca anche l’animo umano negli aspetti più spirituali. Se è vero che la famiglia, il lavoro e gli altri aspetti della vita possono appagarci, le esperienze creative dell’arte possono metterci in contatto con parti di noi inaccessibili alle altre attività.

Secondo Rollo May, grazia, armonia e bellezza ed equilibrio rientrano fra le qualità che caratterizzano le arti visive. L’arte può offrire trascendenza, permettendoci di contemplare e immaginare possibilità nuove attraverso l’espressione visiva e di vivere noi stessi in maniera rinnovata. Tale processo creativo offre occasioni di crescita e cambiamento, conducendo all’individuazione, cioè al raggiungimento del proprio completo potenziale.

Infine, l’arte è un’attività piacevole che rianima, riempie di energia e dà godimento. Le persone sono più vivaci e allegre mentre si dedicano a queste attività e più disposte a comunicare con gli altri una volta terminata l’opera.

Si ritiene che il lavoro artistico renda più flessibili, a realizzare se stessi e a sfruttare le proprie risorse e modalità creative nella soluzione dei problemi.

Se è vero che i due aspetti fondamentali dell’ArtCounseling sono il processo creativo e la comunicazione simbolica, ci sono anche altri aspetti che possono essere considerati fonte di ben-essere.

Al livello più semplice è un’attività che favorisce l’autostima, incoraggia a sperimentare e assumersi rischi, insegna nuove abilità e arricchisce la vita.

Chiunque può fare arte

Un pregiudizio diffuso è che per trarre giovamento da un percorso di Artcounseling sia necessario avere talento artistico. Alcuni temono che se non riescono a produrre lavori artisticamente accettabili il percorso non avrà successo.

L’Artcounseling invece non richiede nessuna preparazione specifica. Disegnare, dipingere e altre forme d’arte sono semplici metodi di espressione accessibili a tutti, indipendentemente dall’età o dalle capacità naturali.

In altre parole, chiunque ha la possibilità di essere creativo attraverso l’espressione artistica.

L’arte come modo di conoscere.

Disegnando, dipingendo, facendo un collage o scrivendo una poesia, cominciamo il processo di esplorazione delle nostre credenze profonde. Possiamo scoprire la ragione del dolore o trovare le fonti della gioia e del potenziale creativo. L’arte inevitabilmente racconta la nostra storia personale in tutte le sue dimensioni: emozioni, pensieri, esperienze, valori e convinzioni.

Nel processo per rendere tutto ciò visibile mediante l’arte, ci si offre un modo di conoscere noi stessi da una prospettiva nuova e l’opportunità di trasformare tale prospettiva.

 

 

liberamente tratto da:  C.A. Malchiodi – “Arteterapia. L’arte che cura”

Perchè diventare Counselor: alcune riflessioni

DIVENTARE COUNSELOR

Le persone sono altrettanto meravigliose quanto i tramonti se io li lascio essere ciò che sono. In realtà, la ragione per cui forse possiamo veramente apprezzare un tramonto è che non possiamo controllarlo. Quando osservo un tramonto come facevo l’altra sera non mi capita di dire: “Addolcire un po’ l’arancione sull’angolo destro, mettere un po’ più di rosso porpora alla base, ed usare tinte più rosa per il colore delle nuvole”. Non tento di controllare un tramonto. Ammiro con soggezione il suo dispiegarsi. C.Rogers

 

Viviamo in una società in continua evoluzione per un verso ed involuzione per l’altro, dove la capacità di relazionarsi dal vivo con le altre persone diventa sempre più liquida e fugace.

Il virtuale sostituisce il reale in situazioni spesso paradossali dove si perde di vista l’umano sostituendolo con uno schermo e una tastiera.

La comunicazione ha nuove regole che il più delle volte scavalcano i normali passaggi facendo nascere false intimità in cui l’altro non ha fattezze di “carne” ma solo pixel e lettere che compaiono su uno schermo.

E così si finisce per disimparare a stare con gli altri. La solitudine impera, tanti piccoli universi che “autisticamente” si rinchiudono in realtà fittizie, in viaggi immaginari dove il senso del nostro essere al mondo è difficile da trovare.

Siamo immersi in una complessità che avvolgendoci in una fitta nebbia nasconde i punti di riferimento rendendoci ciechi.

“Il male di vivere ho incontrato”, scriveva Eugenio Montale nel lontano 1925, quello stesso “male di vivere” che sta alla base del mal-essere imperante.

Una crisi esistenziale profonda quella in cui siamo sprofondati, dove non ci sono più certezze e le Istituzioni sono allo sbando, unita ad uno smarrimento progressivo della propria Umanità.

Crisi che porta con sè una perdita di fiducia non solo in ciò che ci circonda ma soprattutto in noi stessi, nelle nostre potenzialità e risorse, privi di motivazione galleggiamo in questo mare di indifferenza ormai arresi a “tirare a campare”.

Evitiamo di ascoltarci, anestetizziamo il nostro sentire che con ancestrale saggezza saprebbe mostrarci la strada.

Cerchiamo disperatamente soluzioni “fuori” per non guardarci dentro, passiamo da un professionista all’altro in cerca di “bacchette magiche”che ci tolgano dai vari impasse che la nostra labirintica vita ci pone dinanzi.

In questa carenza di relazioni umane, in un mondo peraltro assurdamente “globalizzato”, le professioni focalizzate verso l’altro, dal medico all’avvocato – dall’insegnante alla commessa etc., hanno indebolito la loro efficacia per il progressivo deterioramento di quelle capacità come l’Ascolto, il sostegno, l’aiuto nel prendere decisioni o nel gestire momenti difficili, ritenute da sempre skills fondamentali per il loro svolgimento.

L’uomo si è impoverito di “essenza” a beneficio di ciò che è visibile e immediatamente spendibile per apparire.

La confezione a discapito del contenuto!

L’Umanità si sta perdendo e il punto di non ritorno pare assai vicino ……

Cosa c’entra tutta questa premessa con il titolo del post  “Perchè diventare Counselor?”

Il Counselor è prima di tutto un “soggetto umano”  che ha accettato la propria umanità e che, se lo vorrà, potrà accompagnare altre persone a riscoprire la loro.

Accettare la propria umanità vuol dire tornare al cuore del cuore umano abbattendo tutte quelle barriere di protezione che ci siamo alzati attorno per paura di soffrire, di venir rifiutati, di non essere amati.

Accettare la propria umanità significa non negare le proprie ferite coprendole con effimeri “cerotti” o cadendo in quel persecutorio “dolorismo” che ci vede solo vittime di un mondo crudele.

Accettare la propria umanità è anche trovare di nuovo l’unità tra cuore e intelligenza, quella capacità di fare scelte consapevoli pensando che il “fallimento” può essere contemplabile e diventare una nuova opportunità e che i limiti ci appartengono.

Accettare la propria umanità è ancora accogliere la nostra “unicità” mettendoci al centro del nostro microcosmo, così come lo insegneremo al nostro cliente, ascoltando i nostri bisogni, a volte così umani, e così importanti per il nostro ben-essere.

Accettare la propria umanità, infine, è riacquistare il senso del tempo. Vivere l’istante presente per come è; immergendoci nel flusso della nostra storia trovandone il proprio senso.

La formazione in Counseling è un viaggio meraviglioso all’interno di Sè, nello stare, nel farsi Presenza accanto al nostro Essere, nel vedere germogliare quella “ghianda” che porta in sè tutto ciò che siamo per poi diventare, a nostra volta,  testimoni di chi si affiderà a noi; perchè non si può accompagnare qualcuno nei luoghi che noi stessi non abbiamo attraversato.

Diventare Counselor è essere portatori di UMANESIMO. Attraversare il nostro centro ed uscirne per sempre trasformati, pronti ad entrare nella vita reale, nel contatto vero con persone piene di sfumature essendo ora capaci di coglierle e rimandarle a chi si abbandonerà al nostro “prendersi cura”.

Diventare Counselor  è avere fiducia nelle potenzialità e risorse di cui ognuno di noi è provvisto e avendole ritrovate in noi stessi poter agevolare il nostro cliente a scoprire le sue, rispettando i suoi tempi e la sua diversità.

Diventare Counselor è ASCOLTARE con tutti i sensi, vibrare con l’altro rimanendo se stessi, “accogliendo e riconoscendo il fatto ineluttabile che chi è di fronte a noi esiste in tutta la sua complessità in quanto essere umano e persona.”

Diventare Counselor è anche accogliere il silenzio che a volte ci sovrasta, senza averne paura o volerlo riempire. Quel silenzio che annienta e non da speranza, imparando invece ad ascoltarlo, accordando il respiro, facendolo diventare quiete entro cui riposarsi e ricomporsi.

Diventare Counselor non è solo una possibile professione, è diventare prima di tutto noi stessi senza etichette, così da essere capace di accogliere ogni possibile differenza.

Diventare Counselor è imparare il “mestiere di vivere”, riaccendere la scintilla vitale riappropriandosi del sentire, sviluppare l’empatia per tornare a quella Umanità che identifica ognuno di noi, che ci rende unici e simili nello stesso tempo, vicini, uniti. Umani, insomma.

 

©g.costa (2020)

 

 

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