Vivere imperfetti

imperfezione

“C’è una crepa in ogni cosa. E’ da lì che entra la luce.” L. Cohen

Eccoci a Lunedì e al nuovo post con una riflessione che è emersa prepotente durante il passato week end di formazione al 1° anno di Counseling Espressivo, la “perfezione” un argomento spinoso che ho trattato varie volte in questo blog e che mi trovo sempre più spesso a lavorare con i miei clienti. Ideali dell’io impensabili per la nostra natura umana, ma sempre più considerati la meta da raggiungere pena la squalifica totale di se stessi.

Mi chiedo quindi, in che modo la sensazione di avere dei limiti e delle manchevolezze può trasformarsi nel dolore di essere imperfetti? E bada bene uso il verbo Essere e non “avere imperfezioni”, perché questo dolore, mi accorgo sempre più spesso, intacca profondamente la nostra essenza mettendo addirittura in dubbio il diritto ad esistere: “cosa ci faccio su questa terra se non riesco ad Essere Perfetto?”.

Questo pensiero è direttamente proporzionale all’altra grande inquietudine di credersi per questo motivo, ossia l’imperfezione, rifiutati e messi da parte.

Molte volte tutto ciò nasce da un errore di valutazione su quello che suscita la stima e quindi l’accettazione da parte degli altri: si pensa che sarà più facile ottenere il riconoscimento se si è perfetti, brillanti e irreprensibili.

Adler, allievo di Freud, fu uno dei primi a portare allo scoperto il senso di inferiorità insito dentro di noi: “essere umani, equivale a sentirsi inferiori”, scriveva. Per lui gran parte della motivazione che ci spinge ad agire per cercare di avere successo sarebbe dovuta al desiderio di superare questo sentimento di inferiorità.

Secondo l’intensità con cui lo viviamo, questo senso di inferiorità può essere una costante del nostro paesaggio mentale oppure presentarsi solo in determinate situazioni in cui si ha la sensazione di rivelare i propri limiti e punti fragili, come:

  • Perdere ad un gioco
  • Non sapere rispondere ad una domanda
  • Fallire in presenza di altri oppure trovarsi in una situazione in cui si potrebbe fallire
  • Avere meno cultura (laurea, diplomi, conoscenze specifiche …) degli altri, soprattutto se si è, o si crede di essere, gli unici in quella precisa situazione

Quello che amplifica il senso di inferiorità in queste situazioni è il fatto di ritenere che in questi casi non sia normale non sapere e se questo fosse recepito dagli altri ne conseguirebbe un istantaneo rifiuto.

Da qui quindi le strategie di dissimulazione che vanno dall’evitamento, tenendosi rigorosamente in disparte, al far finta di sapere e conoscere cercando di essere brillante ad ogni costo, mettendosi al centro della scena, perché non vengano messe in dubbio le nostre qualifiche.

Lo stratagemma del “far finta” ha però dei costi altissimi sia dal punto di vista emozionale che intellettuale portando solamente ad una sempre più grande sensazione di impostura, percezione già frequentemente provata da chi ha problemi di autostima.

Quel senso di essere un bluff, un due di picche di nessun valore, unito al timore, che in alcuni casi arriva al panico, di essere scoperti e messi a nudo per quello che si è: ossia un zero.

L’impostura che si mette in atto in questi casi non ha come obiettivo voler ingannare gli altri è solo cercare di coprire il grande vuoto che ci abita e che ci fa percepire indegni di stare in mezzo agli altri.

Quando si sceglie la menzogna per gestire i propri complessi e le proprie frustrazioni si è scelta solo apparentemente la strada più facile, in realtà questa decisione si fa ad ogni passo più complessa, colpevolizzante, generando ulteriore insicurezza.

La soluzione per liberarci da questo giogo di bugie sfibranti da alimentare e mantenere è l’autoaffermazione negativa, ossia abituarsi a poco a poco a mostrare le proprie debolezze e i propri limiti, le proprie imperfezioni, senza paura che ce ne derivi un rifiuto irrimediabile.

E’ dire IMPERFETTO è BELLO , è umano,è vivo!

“La perfezione è una dea ingessata, noiosa, costosa oltre ogni immaginazione […] Il perfezionismo uccide la creatività, corrode i rapporti interpersonali, distrugge la serenità interiore e scolpisce gli individui in detestabili sagome di cartone […]” *

Impariamo ad accettare le parti di noi inadeguate cercando di allargare lo sguardo, ricordandoci che esse non sono il nostro tutto.

“Il terreno del perfezionismo è quello dei fiori perfetti, uguali, potati regolarmente sempre e comunque allo tesso modo da una mano estranea che si pone come obiettivo solamente la loro morte: raccolti in un bel mazzo avvolto dal cellofan e decorati con un bel fiocco rosso. Il terreno della vita è quello dei fiori spontanei, attaccati alle loro radici, colorati dal sole, dalla luna, dalla pioggia, da vento, dalle forme irregolari ….”*

Affermiamo il diritto di sbagliare, di non sapere; di fermarsi, di cambiare idea, di deludere, di arrivare ad un risultato imperfetto!

 * E.Giusti, O.Caputo – “La Perfetta Imperfezione” – Ed.Sovera

Sveliamo la nostra Potenza

manifestare la potenza

“Ciò che non mi uccide, mi rende più forte”. F.Nietzsche

La nostra Potenza, simile ad un frutto gravido dei suoi semi, trabocca e si mostra in tutta la sua pienezza.

Non confondiamola con il potere. Il potere lo cerchiamo quando non ci sentiamo interi entrando in quel dualismo che ci fa afferrare altrove quello che ci manca.

La Potenza è altro! E’ sentire dentro di noi di avere già tutta la completezza e pienezza, smettendo di avere aspettative nei nostri confronti, né nei confronti degli altri essendo ben sicuri del nostro posto nel mondo.

La nostra Potenza parte dalla nostra interiorità. Il potere ce lo creiamo noi dall’esterno appiccicandoci addosso quello che non abbiamo e quello che non siamo.

Smettiamo di aver paura di VIVERE , entriamo nella nostra pienezza e il resto lasciamolo al mondo duale dove tutto si oppone a tutto, dove tutto è una lotta per dimostrare qualcosa, dove tutto è sfida. Il nemico è solo dentro di noi! Non abbiamo di colmare i nostri vuoti giudicando le vite altrui.

La nostra energia comincerà a traboccare senza nemmeno il bisogno che ci sia un senso preciso, una direzione precisa. Il nostro frutto maturo è così gravido di semi da poterli spargere ovunque. Il nostro germe matura nel nostro essere perché da questo contatto con ogni nostra potenzialità che preme, nascerà la nostra nuova forma nel mondo e nella vita.

Una nuova luce si fa strada dentro di noi per illuminare il tessuto della nostra individualità; lasciamo che questa luce rischiari e ci lasci vedere ciò che è da forgiare, da cesellare, da modellare. Ora finalmente possiamo vedere di cosa siamo fatti, quale è la nostra vera natura.

Non accontentiamoci di una visione panoramica focalizziamo la nostra attenzione in modo analitico, entriamo nel particolare e afferriamolo. Da lì all’interno di quella piccola cosa, potremo più avanti lasciare che l’intera nostra creazione prenda forma.

Prendiamoci cura di noi e di quello che sta per nascere da noi. Portiamo luce nella nostra specificità, non cerchiamo quella di un altro e non cerchiamo neppure di essere quella specificità che abbiamo creduto di desiderare da noi.

Noi non siamo quello che gli altri vorrebbero che fossimo o avrebbero voluto farci diventare. Siamo esattamente quello che siamo in questo momento; ed è da questa materia che dobbiamo partire per scoprire la nostra nuova forma.

Non abbiamo desiderio di diventare chissà che cosa, già siamo quello che siamo ed è da qui che la nuova energia, la nuova Potenza ora si manifesta.

Partiamo esattamente da dove siamo. Il punto in cui siamo è la nostra realtà!

liberamente tratto da:

S.Garavaglia – 365 pensieri per l’anima – Ed.Tecniche Nuove

Sulla possibilità di crescere …

CRESCERE

“…. crescere significa diventare quello che siamo sempre stati, ma non siamo mai riusciti ad essere …”

 Tante persone infelici e insoddisfatte aspettano che la felicità venga portata in dono da una fata o un mago che con la bacchetta magica la fa comparire dinanzi a loro confezionata in una bella scatola con il fiocco rosso.

Da molte altre persone, felici e soddisfatte impariamo  che la felicità nasce da una lotta costante e passionale e soprattutto che la si costruisce attimo per attimo, tassello per tassello.

Il cambiamento che porta alla felicità è una manifestazione di coraggio mentre l’immobilismo, il ristagno è appannaggio di quella parte di noi che non vuole correre il rischio di andare alla scoperta dei molteplici aspetti della vita.

Muoversi e percorrere la propria esistenza costituisce l’espressione gioiosa della curiosità dell’esplorazione, ma significa anche accettare l’inquietudine e la paura che il nuovo possono dare .

Se ci atteniamo sempre a quello che ci fa sentire sicuri, non viviamo l’esperienza della crescita. Se non corriamo dei rischi non possiamo acquistare fiducia in noi stessi.

Questa grandiosa possibilità di reinventare, attraverso le nostre scelte, il corso della propria vita è un privilegio esclusivo della specie umana rispetto a tutti gli altri generi animali.

Anche se il materiale di cui disponiamo è costituito di frammenti non solo luminosi bensì disperati e apparentemente da buttare esiste sempre la possibilità di tessere qualcosa di artisticamente armonico pur nella sua imperfezione.

Come diceva Paul Sartre “un uomo può sempre fare qualcosa di ciò che hanno fatto a lui”.

E’ pure vero che, molto spesso, è difficile buttarsi nel grande mare del cambiamento senza una sorta di salvagente che in qualche modo ci rassicuri che in seguito non rimpiangeremo il gesto fatto; nello stesso tempo sappiamo pure che tutto questo è possibile solo a livello immaginativo perché l’assunzione del rischio costituisce l’inevitabile prezzo di qualsiasi rinnovamento.

Voler modificare una situazione, seppur instabile e disfunzionale, significa comunque, cambiare delle abitudini radicate, mettere in discussione delle certezze , disfarsi di un copione che all’origine della sua messa in atto è servito alla nostra sopravvivenza.

Tutto questo comporta un’avida curiosità di vita e una costante flessibilità di pensieri, progetti ed azioni.

Un elemento che può aiutarci nel nostro cammino di evoluzione è porci un obiettivo, poiché l’essere proiettati verso di esso facilita l’insorgere di momenti di entusiasmo e vitalità.

Una meta importante può essere quella di imparare ad amarsi cessando di sottovalutarci, scoprendo invece tutti i propri lati positivi di cui fruire e godere.

In ogni caso, fissarsi un traguardo valido significa contare le tristezze e pareggiarle con le gioie.

Pensiamo a quante volte diciamo a noi stessi frasi come:

HO BISOGNO DI ESSERE AMATO

DEVO RIUSCIRCI

SONO UN MISERABILE

E’ UN DISASTRO

Ottenendo solo di cadere in un’autocommiserazione senza fine, arrotolati su noi stessi come animali, buoni solo a leccarci le ferite che questo mondo crudele ci infligge ogni giorno.

Proviamo ora a fare un esercizio di ottimismo e autorivalutazione, pronunciando frasi equivalenti ma contrarie:

Posso rischiare di essere anche rifiutata

Faccio del mio meglio, accetto il mio limite

Sono davvero una bravissima persona

E’ una situazione del tutto affrontabile

Vedremo che in tal modo, la morsa della nostra inefficacia si allenta , si viene a creare una doppia polarizzazione: da un lato tutta la più cupa tristezza e dall’altro una sana fiducia. Giocando in mezzo a questi due poli riusciremo a trovare un equilibrio emotivo più realistico che porta con sé una maggiore intenzionalità creativa.

Come ho detto all’inizio, il processo di conquista della piena consapevolezza di sé, che porta alla crescita reale e profonda e di conseguenza alla felicità per essere riusciti a prendere in mano la propria vita, non è facile e spesso ci si trova bloccati lungo la strada colti da una improvvisa nebbia o impantanati in una buca piena di fango.

In questi casi un aiuto può venire da un percorso di Counseling che può fornire quella bussola o quella pala necessarie per uscire dall’impasse.

Il Counselor si prende cura di chi ha davanti, accettandolo incondizionatamente, ascoltandolo attivamente , aiutandolo a riconoscere ed elaborare le sue emozioni avendo come obiettivo quello di tirare fuori “maieuticamente” le potenzialità del cliente che si affida a lei/lui per arrivare a quell’autonomia e capacità di autodeterminazione che fa la differenza tra il vivere e il sopravvivere.

Per attraversare la terra di mezzo e raggiungere il paese del vero sé è necessario mettere i piedi a bagno nelle emozioni , percorrere i sentieri interiori sentendoli sulla pelle . Non si può rimanere seduti al tavolino sfogliando dotti capitoli di un libro teorico, poiché allora sarebbe come leggere attentamente un gran libro di cucina…. senza però mai cucinare né mangiare!

 

Se ti interessa prenotare un colloquio GRATUITO e assolutamente non vincolante per scoprire cosa può fare per te il Counseling, compila il modulo di seguito, ti risponderò al più presto 🙂

Nel bene e nel male è per noi ….

essenza-di-se-1

C’è un’isola di opportunità in mezzo a ogni difficoltà. Anonimo

L’Universo è una perfetta combinazione di ostacoli e benedizioni.

E’ bene sempre tenere a mente, per sviluppare al meglio coraggio e capacità per raggiungere i nostri sogni, che le sfide che ci troviamo davanti sono disegnate perfettamente per noi.

Per quanto sia difficile accettarlo, specialmente nel momento in cui ci troviamo nel mare burrascoso delle difficoltà, non ci vengono mai presentate situazioni che non siano all’altezza delle nostre capacità di superamento.

D’altro canto se camminiamo nella vita con gli occhi chiusi o con lo sguardo troppo per aria è inevitabile, prima o poi, finire in una pozzanghera di fango, ed è altrettanto normale chiedersi come mai si è finiti lì. La differenza sta nella maniera in cui ci poniamo questa domanda.

Un modo è quello di sentirci vittime di quello che ci è accaduto, con la perenne domanda “perché capitano tutte a me?”

Il risultato di questa modalità “vittimistica” è la chiusura totale nel vedere oltre, e ci lascia in uno stato di immobilità ai piedi della vita con davanti a noi una serie infinita di pozze di fango.

Al contrario se intendiamo imparare dalla vita, potremmo aprire gli occhi su un orizzonte più grande; sedendoci sulle radici della vita pronti ad imparare, comprendere e sentire, sviluppando l’intuizione e tirando fuori le capacità creative di adattamento a quello che ci accade.

Per poter fare tutto questo è però fondamentale avere ben presente che qualunque cosa ci accade non sta succedendo a noi ma per noi. Questa è la lampadina di Archimede, il cambio di paradigma che ci trasporta da una visione passiva di noi stessi ad una visione attiva e aperta a tutto ciò che la vita ci pone di fronte.

In tutto quello che troviamo sul nostro cammino c’è sempre un’opportunità da cogliere, un’occasione per comprendere cose che altrimenti non avremmo mai capito, una possibilità di evolvere lasciando dietro di noi quello che non serve più.

Ogni cosa è per noi, nel bene e nel male!

Ci è stato dato il potere incredibile di scegliere, di creare la nostra vita e la responsabilità di queste decisioni è sempre la nostra.

Essere capaci di guardare in faccia ciò che non conosciamo senza paura, affidandoci alla nostra saggezza è quello che la vita ci chiama a fare ogni giorno.

Anche quando ci troviamo in una situazione che inizialmente è fuori dal nostro controllo, la scelta di stare in quella situazione o in quel modello di comportamento è nostra, così come la scelta di cambiare.

Non siamo onnipotenti e non abbiamo il potere di controllo su ogni cosa che ci accade, nello stesso tempo non possiamo sempre scegliere tutto quello che ci capita; siamo però responsabili di come reagiamo a quell’evento. Il libero arbitrio ci da’ la possibilità di utilizzare la consapevolezza e l’intuito per diventare ciò che possiamo diventare. Ecco perchè ogni cosa è per noi e se accade c’è senz’altro un motivo.

Spesso diamo la colpa agli altri, proiettando fuori di noi la nostra paura di cambiare, è infatti senz’altro più facile incolpare qualcun altro piuttosto che assumersi la responsabilità delle circostanze e così affrontare l’ignoto.

Proviamo a cambiare prospettiva e pensare, quando ci troviamo impantanati nella famosa pozza di fango, che ciò che sta accadendo non è a noi ma per noi.

Improvvisamente tutto cambia, i pezzi del disegno trovano la loro giusta collocazione e quello che ci sembrava un dramma o qualcosa di insuperabile diventa un’opportunità di crescita.

L’Universo è in uno stato di costante movimento, sempre in cambiamento, sempre in evoluzione e noi con lui. Allo stesso tempo c’è una cosa che rimane invariata a cui aggrapparci, una bacchetta magica di cui ognuno di noi è detentore: il nostro potenziale.

Si tratta di quella finalità interiore, inscritta in ognuno di noi, che rappresenta la meta finale verso cui tendiamo. La capacità di crescere nel potenziale che abbiamo dentro, la forza vitale che ci guida dipendono solo da noi.

Ricordiamoci che qualunque cosa ci accada non sarà mai in grado di intaccare chi siamo nel profondo!

Quello che Siamo resta invariato nel tempo, magari camuffato dalle maschere che ci mettiamo durante il viaggio, forse etichettato da giudizi e critiche inutili e distruttive, oppure così nascosto da sembrare inesistente.

Ma c’è! Sempre!

Abbiamo la vita a disposizione proprio per questo, realizzare chi siamo. Partiamo da noi stessi, prima di ogni altra cosa, in qualsiasi situazione e contesto.

Se ci sentiamo bloccati in una situazione che pensiamo di subire e dove ci sentiamo impotenti, ricordiamoci che non c’è niente di fermo nel flusso della vita. Le cose cambiano in continuazione.

Spesso la ragione dei nostri blocchi sta nel continuare a pensare gli stessi pensieri, mentre le cose cambiano, in noi si ricreano sempre uguali seguendo gli stessi schemi e questo perché abbiamo difficoltà a cambiare prospettiva.

Proviamo a ribaltare la situazione osservandola da un altro punto di vista che parta dal presupposto che tutto quello che succede è per noi. Anche quando ci pare di non poter fare nulla, possiamo sempre fare qualcosa dentro di noi.

Assumere questo nuovo punto di vista vuol dire cogliere il messaggio racchiuso in quella sfida. Nel fare ciò tracceremo dei segni indelebili dentro di noi che ci condurranno là dove si auspica che ogni essere umano possa arrivare: il punto centrale di noi dove è racchiusa tutta l’essenza della nostra vita.

Nel raggiungerlo apriamo un varco, che ogni volta si farà più ampio cosicchè  diventerà sempre più agevole la nostra manifestazione nel mondo , quel diritto inalienabile ad Essere!

Molto spesso ci lamentiamo del fatto che la vita non ci offre opportunità. Sbagliato! Siamo noi che non riusciamo a vederle. Diego Agostini

 

liberamente tratto da:

B.Pozzo – La vita che sei – Ed.BUR

Lo “Scarabocchio”: immagine in punta di dita

scarabocchio 1

Crediti immagine : Artedo – Padova

Il disegno è l’arte di condurre una linea a fare una passeggiata. Paul Klee

Il segno minimo lasciato sul foglio, come un minuscolo punto o trattino, segna l’inizio di una storia condivisa tra il cliente e il Counselor Espressivo, in cui una manifestazione di sé appare nel mondo esterno e lascia una traccia.

A volte bisogna aspettare del tempo prima che il cliente accetti che il punto tracciato sul foglio abbia una storia. Diversamente dal bambino che scopre attraverso le prime tracce un pezzetto di mondo esterno che è suo perché ne è lui l’artefice, e prova gioia nel lasciare impronte sulla sabbia, o sul vetro appannato di una finestra, alcune persone cercano di scoprire e scoprirsi il meno possibile.

Il punto è solo un punto e può rimanere tale per molto tempo.

In questo caso il compito primario del Counselor è trovare come dialogare con l’altro attraverso il materiale artistico e la composizione nascente: quando un segno sul foglio diventa uno spunto per narrare una storia, il soggetto è pronto a entrare nell’altra dimensione quella della narrazione simbolica.

A volte questo passaggio può essere facilitato da stimoli verbali: “ma se questo punto volesse viaggiare nel foglio, dove andrebbe? Con chi? Che cosa si porterebbe dietro?”. Le domande aperte del Counselor aprono il dialogo e possono riempire il foglio di nuove presenze.

Parafrasando Paul Klee, lo scarabocchio può essere definito come il libero passeggiare di un punto su un foglio

Il gesto si traduce in segno che narra sul foglio emozioni antiche ….

Uno spazio produttivo dove possibili sbocchi, risposte non dette, soluzioni cercate acquistano la liberatoria concretezza di un istante creativo.

Il materiale grezzo si tras-forma diventando sapere del corpo che a partire dal gesto ritrova la consapevolezza delle proprie memorie.

E’ il gesto il punto di partenza, il seme che contiene le potenzialità e le linee direttive della futura possibile pianta.

Lo “scarabocchio” nasce come tecnica con l’uso che ne fa una delle pioniere dell’ArteTerapia Margareth Naumburg che si serviva del disegno libero per avere un accesso più facile all’inconscio, invitando poi i pazienti a fare delle libere associazioni su ciò che vedevano nei loro lavori.  Il suo “metodo dello scarabocchio” tuttavia era, in questo modo,  essenzialmente un trampolino di lancio verso la terapia verbale, senza una particolare attenzione ai materiali e al processo artistico.

Un altro grande della psicologia Donald Winnicott, impiegava lo scarabocchio “squiggle game” nei colloqui con i bambini. Egli applicava questo tipo di intervento specialmente nel primo incontro con i suoi piccoli pazienti, usandolo come strumento diagnostico-terapeutico.

Winnicott lo presentava al bambino semplicemente così: “Io chiudo gli occhi e faccio uno scarabocchio sul foglio; tu ci disegni sopra e lo fai diventare ciò che vuoi. Poi tu fai un tuo scarabocchio su un altro foglio e io lo faccio diventare ciò che voglio”.

È essenziale comprendere che questa non è mai stata considerata da Winnicott una ‘tecnica’, ma solo un modo per entrare in rapporto col piccolo paziente, per creare un colloquio con lui.

Per Winnicott la psicoterapia stessa è qualcosa che ha a che fare con due persone che giocano insieme, e il gioco dello scarabocchio serve, appunto, a creare uno spazio in cui possa esprimersi il potenziale ludico della mente infantile.

Quando ciò avviene, il bambino si apre interamente e crea col terapeuta una relazione densa, piena e fiduciosa che è molto raro poter raggiungere con altri mezzi in un primo contatto.

Ritornando allo “strumento scarabocchio” in un setting di Counseling Espressivo, vediamo le fasi di cui è composto il processo:

  • Libero percorrere del gesto sul foglio esplorandone lo spazio, lasciando dietro di sé linee
  • Dalla traccia alla forma => dallo sfondo con-fuso le linee vengono congiunte, alcune lasciate da parte, fino a quando appare qualcosa di riconoscibile, una forma
  • Dalla forma alla sua definizione => alla forma ora può essere dato un nome entrando così nel mondo reale e quindi condiviso con chi sta osservando.
  • Dalla definizione di una forma alla sua storia => la forma a cui è stato dato un nome, porta ad un’immagine personale o ad una storia che può essere raccontata.

Come abbiamo detto prima nello scarabocchio c’è l’emersione del materiale grezzo depositato nell’inconscio, esistono tuttavia livelli diversi di interazione, a seconda della modalità d’esperienza dominante in cui avviene:

Livello di scarica motoria => quando è dominante l’esperienza corporea. Il gesto è importante quale gesto in sé, prima di vedere ciò che ha prodotto sul foglio. Il movimento del braccio libera energie corporee. In questo caso l’esperienza corporea dominante porta alla “necessità del gesto”.

Qui è bene andare molto cauti e non insistere nella trasformazione delle linee alla ricerca di una forma perché potrebbe rompersi il contatto corporeo del cliente con il materiale e quindi l’entrata in gioco della parte cognitiva che interrompe, a sua volta, il contatto emotivo.

Livello formale => la definizione dell’immagine prodotta non va oltre la cura del particolare, la sua definizione rispetto allo sfondo, la sua costruzione grafica.

Il processo di immaginazione si ferma. Quando domina questa esperienza l’oggetto o gli oggetti vengono colorati, magari inseriti in uno sfondo, fino a diventare disegni completi, ma non sono utilizzati per alcun racconto. Possono essere ammirati dal cliente soddisfatto di essere riuscito nel suo compito di trasformazione di tutte quelle linee.

Livello narrativo => è solo con l’esperienza narrativo-simbolica che le storie emergono, coinvolgono e acquistano una ricchezza emotiva inaspettata.

Il grado di autoconsapevolezza può variare, essere reso esplicito dal cliente stesso oppure rimanere tacitamente metaforico per mantenere quella distanza di sicurezza necessaria per parlare di sé.

L’esecuzione è molto semplice

Materiale

  • Fogli di carta A4
  • Matita grafite
  • Colori (matite colorate, pennarelli, pastelli a cera, pastelli a olio)

Mettete il foglio orizzontalmente oppure verticalmente, come preferite e prendete la matita con la mano non dominante.

Puntate la mina al centro del foglio, chiudete gli occhi fate qualche respiro profondo e lasciate che la mano si muova liberamente sul foglio esplorandone lo spazio. Quando la mano si ferma, il lavoro è finito e potete riaprire gli occhi.

scarabocchio 1

Ora prendete il foglio e iniziate a girarlo da tutte le parti. Osservate il disegno con uno sguardo “a volo d’uccello” senza che vi soffermiate troppo sulle singole linee. Ad un certo punto, vedrete una immagine emergere dallo sfondo confuso di linee. Quest’immagine potrà rappresentare un oggetto, un animale, una persona, …….

scarabocchio 2

Crediti immagine : Artedo – Padova

Ora coloratela con lo strumento e le tinte che desiderate, date un nome al lavoro e poi fate che quell’immagine diventi protagonista di una fiaba che andrete a scrivere su un altro foglio. Questa sarà la modalità con cui l’immagine ti parlerà.

 

Se provate e avete voglia di sapere di più sul vostro lavoro, fissate con me un appuntamento per esplorare il vostro “scarabocchio”

Scrivete a gabriellacosta@ri-trovarsi.com

oppure telefonate o inviatemi un messaggio WhatsApp al 347 1751469

Che cosa frena il processo di cambiamento

trapezista

“Il trapezista  s’immerge sulle funi in volo,  d’equilibrio assorto a governar se stesso, sempre in bilico fra verità ed errore, cercando, volendo il suo giusto ritmo” Ritama

Domenica pomeriggio risistemando la libreria del mio studio, mi è capitato tra le mani un libro comprato qualche anno fa “Il potere di cambiare” di Giovanna D’Alessio, una dei pionieri del Coaching in Italia, ricco di spunti pratici per agevolare il lettore nella consapevolezza di sé provando ad osservarsi in modo nuovo.

Oggi vorrei quindi soffermarmi su un paragrafo che ci parla di ciò che inibisce la nostra trasformazione frenando gli slanci pro-attivi, lasciandoci così nella stagnazione perenne.

Partiamo dal presupposto che tutti noi abbiamo il potere e le capacità per trasformare i nostri pensieri e gestire le nostre emozioni, il problema è che non sempre lo facciamo. E’ molto più facile che questo accada quando nella vita ci capita veramente qualcosa di “grosso”, piuttosto che rimboccarci le maniche nella quotidianità del nostro sopravvivere.

Cambiare, come più volte descritto in questo blog, include una scelta, una de-cisione, lasciare andare qualcosa per rivolgersi ad altro.

Ognuno di noi ha la possibilità di incamminarsi verso la soddisfazione dei propri bisogni di autorealizzazione assumendosi la responsabilità del proprio grado di evoluzione.

Ognuno, infatti, può scegliere se limitarsi ad esistere secondo un programma naturale, costruitosi nel corso di milioni di generazioni, oppure cercare un grado di consapevolezza sempre maggiore per determinare il corso della propria vita evitando di vivere innestando il pilota automatico.

Tra queste due possibilità non è che una è meglio e l’altra è peggio, si tratta essenzialmente di una scelta personale che impatta soprattutto nella vita di chi sceglie.

Chi decide di togliere l’ancora e salpare per terre sconosciute, osando e magari trovando durante la navigazione mari in tempesta che necessitano la sua messa in gioco totale per raggiungere un approdo, non può dirsi migliore o peggiore di chi, invece, sceglie di muoversi solo in territori conosciuti e già esplorati: ad ognuno andrà il frutto delle sue ricerche il cui grado di soddisfazione dipenderà da quello che la persona cercava.

Tutti noi facciamo scelte, e anche non scegliere è una scelta, vivendone tutte le conseguenze.

Poco importa da quale terra partiamo, quale sia il nostro sistema di valori, che mappa del mondo abbiamo; qualunque sia il punto di partenza siamo noi che facciamo la differenza e su questo possiamo misurare i kilometri percorsi guardando indietro soddisfatti, trovando ancora nuovi stimoli per continuare il viaggio.

Per intraprendere tutto questo cammino c’è bisogno di coraggio, la virtù che i latini denominavano “fortitudo”, che fa sì che chi ne è dotato non si sbigottisca di fronte ai pericoli, non si abbatta per il dolore e, più in generale, affronti a viso aperto la sofferenza, l’incertezza e l’intimidazione. E tutto ciò significa, impegno e continuo lavoro interiore correndo il rischio di uscir fuori dagli spazi protetti delle nostre sicurezze per incamminarci verso mappe inesplorate.

Molto spesso “uscir fuori dal guscio” è troppo per il nostro coraggio; preferiamo non mettere in discussione i nostri paradigmi preferendo al mondo inesplorato la nostra piccola “zona di confort” dove ci sentiamo al sicuro, capaci di gestire quello che incontriamo. Meglio la monotonia dell’assenza di stimoli piuttosto che l’ignoto brivido dell’esplorazione.

Al di là della zona di confort c’è l’immenso “Nuovo Mondo” che potrebbe aprirci a nuovi modi di essere, spalancandoci finestre di nuove possibilità.

Ma per arrivare al Nuovo Mondo bisogna attraversare il confine, una zona di transizione dove si annidano le nostre paure più profonde, dove, da una parte, non abbiamo più contatto con quel posto in cui ci sentivamo sicuri, e dall’altra non abbiamo ancora raggiunto la destinazione finale.

Siamo come trapezisti che si dondolano attaccati alla propria sbarra e che vedono avvicinarsi davanti a sé un’altra sbarra …. Capiamo che per poterla raggiungere dobbiamo buttarci così da completare l’esercizio e crescere professionalmente. Ma c’è un momento in cui, durante il salto, si apre sotto di noi il vuoto, tra quello che abbiamo lasciato e quello che troveremo. Ed è proprio in quello spazio che avviene la trasformazione e questo richiede tutto il nostro coraggio!

La paura, quindi, è il nostro principale freno! E’ importante riconoscere e accogliere le nostre paure, per poter essere consapevoli che quello che temiamo non è la realtà, ma è solo una storia che ci raccontiamo basata sulla storia emotiva dalla quale proveniamo.

Gettare luce, quindi, su quello che ci impedisce di portare un cambiamento nella nostra vita è molto importante per identificare i modi in cui potremmo sabotare noi stessi e più in generale per apprendere quando e come emerge la nostra paura così da poterla gestire con maggiore efficacia.

 

 

______________________________________________________

Liberamente tratto da:

G.D’Alessio  – Il potere di cambiare – Ed.Rizzoli

 

A casa ….

a-casa

 

Se facessimo tutte le cose di cui siamo capaci, saremmo letteralmente stupiti di noi stessi. Thomas Edison

Riflettendo sulle formazioni che in  questo momento sto portando avanti on line “pillole mandaliche” e “pillole espressive” , sempre più spesso, mi accorgo che il grande malessere che emerge dal lavoro di gran parte dei partecipanti è la mancanza di fiducia in se stessi.

Mancanza di fiducia che innesca un circolo vizioso che, oltre a dare il via ad un perenne auto-boicottamento, nega la creatività.

Di seguito riporto un brano , liberamente tratto da Barbara Pozzo – La vita che sei , che spero possa essere utile a tutti coloro che hanno difficoltà a credere che si va bene così come si è e che molto spesso, come dice Thomas Edison “se facessimo tutte le cose di cui siamo capaci, saremmo letteralmente stupiti di noi stessi” ……..
_____________________________________________________________________________

Troppo spesso ci risulta difficile realizzare ciò che ci sta a cuore e, se per certi aspetti possono esserci degli ostacoli davanti a noi, con altrettanta forza accampiamo scuse per non realizzarlo, per paura.

Certo, non possiamo sapere come andrà a finire, ma se sapessimo già il risultato di ogni nostra azione la vita sarebbe poco emozionante.

L’Universo però ci chiede di metterci in gioco.

Rifiutare la chiamata della vita significa stasi e il ristagno non è salutare.

L’energia potenziale racchiusa in ognuno di noi va realizzata altrimenti, prima o poi, pur di trovare un modo per manifestarsi, esploderà e potrà farci anche molto male.

Molte volte la verità è che non crediamo pienamente che qualcosa funzionerà a nostro favore; siamo dubbiosi, ansiosi e troviamo mille ragioni per essere cauti e non osare.

La parola coraggio viene da “aver cuore”. Ci vuole coraggio per agire. Ci vuol cuore, cuore per ciò che stiamo facendo, cuore per noi che lo facciamo.

E questo si traduce in un’altra parola: fiducia!

Procedere con fiducia nella vita, in ogni nostra giornata, in ogni nostra situazione, in ogni nostro pensiero, ci permetterà di realizzare chiaramente quello che dobbiamo fare, ossia realizzare chi siamo.

La fiducia è qualcosa che si ripone, come un’intenzione chiara e aperta, nelle pieghe dell’esistenza.

La fiducia è consapevolezza di chi siamo, terreno fondamentale e punto di partenza per qualsiasi percorso.

Tutto il tempo impiegato a criticare gli altri, le cose che non ci vanno bene, tutti i dubbi, le possibilità negative, tutto il cinismo sul mondo che ci circonda, tutto questo è tempo sprecato. Se vogliamo realizzare ciò per cui siamo qui, ci serve fiducia.

La fiducia è una disposizione d’animo che non è sinonimo di ingenuità o scarsa capacità di analisi e valutazione; fiducia significa guardare avanti e non distogliere lo sguardo, serbando nel nostro cuore la certezza che ogni cosa andrà esattamente come deve andare.

Non facciamoci distrarre dal caos o, peggio ancora, non utilizziamo come alibi. Proviamo a muoverci in quel caos con leggerezza e determinazione.

Nel flusso della vita la nostra intenzione è la nostra guida e il timone sarà la nostra fiducia, sarà quanta consapevolezza abbiamo nel nostro essere presente a noi stessi nel sapere che ogni cosa, ogni circostanza e ogni incontro hanno un senso preciso.

La fiducia è avere tenacia nel procedere. E’ lei che ci permette di non essere in lotta, ma di seguire il flusso degli eventi. La fiducia guarda avanti!

Perciò proviamo ad essere fiduciosi e lasciare il posto alla possibilità.

Accogliamo l’incertezza, camminiamole affianco, diventiamole amica.

Riconsideriamo i dolori e le sofferenze.

Rivalutiamo le difficoltà e gli ostacoli.

Infondiamo coraggio alle nostre emozioni.

Ci sono momenti in cui bisogna fermarsi, certo. Ci sono situazioni che richiedono passi ponderati e cauti. Ma ricordiamoci sempre di scegliere di alzarci.

Quando è il momento. Quando riusciamo. Ma non dimentichiamolo!

La fiducia saprà sempre prenderci per mano e risollevarci.

Non “dobbiamo” essere fiduciosi; non siamolo per dovere. Non siamolo perché temiamo le conseguenze. Non siamolo perché pensiamo che ci possa rendere più capaci di fare.

Siamo fiduciosi perché vogliamo e scegliamo di crescere, di espandere il nostro essere, la nostra vita, le nostre possibilità.

Siamo fiduciosi per esplorare il nostro posto nell’Universo.

Siamo fiduciosi per poterci conoscere e guardare dentro.

Quando si ha fiducia, si impara ad andare oltre le circostanze, impariamo a trascendere. Se siamo concentrati su questo, la confusione del quotidiano avrà poco effetto su di noi.

Questo non significa essere distaccati o disinteressati, ma significa vedere il mondo da un luogo senza tempo che si trova dentro ciascuno di noi.

Fiducia significa trovare quel luogo e farlo diventare la nostra casa …….

____________________________________

Liberamente tratto da: B.Pozzo – La vita che sei – Ed.BUR

Ricominciare da adesso

ricomincio-da-me

“Nessuno può tornare indietro e creare un nuovo inizio, ma chiunque può ricominciare oggi e creare un nuovo finale” M.Robinson

Riflessioni dopo una sessione di counseling ….

In qualsiasi momento possiamo dare alla nostra vita e ad ogni piccola o grande cosa che ci troviamo ad attraversare un altro significato se solo lo vogliamo.

E in ogni momento possiamo ricominciare da adesso!

Per poter fare questo da cosa si deve liberare il nostro libero arbitrio e diventare davvero libero?

Il confine delle nostre conoscenze ed immaginazioni costituisce il confine della nostra libertà di scelta. Quanto maggiori sono le nostre conoscenze e la nostra immaginazione, tanto più grande è la nostra libertà di scelta, perché così potremmo avere un ventaglio sempre più ampio di possibilità interpretative. Tuttavia, al contrario, l’eccessiva sicurezza del sapere si può trasformare in un ostacolo verso nuove potenzialità.

Proviamo a fare un esempio: immaginiamo una persona che crede di essere chiusa a chiave dentro ad una stanza: vorrebbe uscire ma non ci prova, dato che “sa” di essere rinchiusa.

Forse si sbaglia e la porta non è affatto chiusa a chiave, ma non se ne accorgerà mai, se continua a credere che lo sia. La sua libertà di scelta è ostacolata da quello che pensa sia “vero”.

La realtà misurabile, esiste e non sempre le condizioni del contesto in cui viviamo sono ideali. Oltretutto se così non fosse, non saremo motivati a fare qualcosa per cambiarle. Tuttavia l’auto-boicottamento, la svalutazione e la convinzione di non essere degni di felicità e soddisfazione a prescindere, sono sempre in agguato.

Proviamo a dirci che ricominciare si può, sempre! Nonostante le condizioni avverse, nonostante la fatica, nonostante quello che crediamo sia perdita di tempo, nonostante le forze che ci portano poco a poco ad evitare ogni situazione che riteniamo dannosa, ….. nonostante tutto si può!

Si può ricominciare a prenderci cura smettendoci di danneggiarci, invertendo la rotta con “piccoli atti di gentilezza a caso” questa volta verso di noi, imparando ad osservare la nostra avversione con benevolenza senza identificarci in lei. Accorgendoci soprattutto che non sperimentiamo mai il mondo come è, ma come siamo noi.

Per vivere la nostra scelta di ricominciare sempre da adesso ci possiamo chiedere, concretamente: per che cosa sono disposta a investire il tempo prezioso della mia vita?

Se usiamo un linguaggio giudicante ci allontaniamo dall’esperienza, la rifiutiamo. La confrontiamo alla nostra immaginazione di come “dovrebbe essere invece” e preferiamo questa versione a quello che percepiamo abbandonando il campo ancora prima di iniziare il “gioco”. Inoltre se proviamo avversione per l’idea che ci siamo fatti di noi stessi, ci impediamo di cogliere le risorse che abbiamo e che potrebbero essere il punto di partenza per ricominciare.

Proviamo a dire di sì a quello che ci viene incontro e vuole la nostra cooperazione. Semplicemente. E osserviamo come ci sentiamo con sincerità, senza filtri e proiezioni.

Proviamo a “lasciarci in pace” dai continui sabotaggi che la parte svalutata e svalutante mette continuamente in atto ad ogni nostro tentativo di intraprendenza. Sosteniamo invece quella parte profondamente libera, curiosa e proattiva che vive in ciascuno di noi. Portiamola alla luce, ascoltiamo le sue parole, senza annullarle nel brontolio e rimuginio che fanno da sottofondo costante ai nostri pensieri.

Smettiamo di accusarci e recriminarci, vivendo nel sempiterno rimpianto di qualcosa che poteva essere e facciamo!

Prendiamoci la respons-abilità da persona adulta capace di “rispondere abilmente” agli stimoli che la vita ci offre.

Fidiamoci e affidiamoci a noi stessi cosicchè le frontiere del pensabile si apriranno spalancando davanti a noi nuovi scenari che ci traghetteranno dal “senso del dovere” al “senso del volere”.

Il “senso del dovere” si trasforma in “senso del volere” e “del potere”, quando ci rendiamo conto del valore fondativo della nostra libertà di scelta. E’ quel salto di qualità che segna il cambio di passo portandoci ad essere una persona autonoma che può decidere di ricominciare.

Una persona autonoma che sente tutti i giorni il valore del proprio impegno nel vivere le decisioni restando dalla loro parte “senza se e senza ma” !

 

Sulla Consapevolezza, la Coscienza e il Mandala

CONSAPEVOLMENTE VEDO

 

Quando inizio la formazione per Agevolatori del Metodo Mandala-Evolutivo® la prima parola che scrivo sulla lavagna è Consapevolezza, chiedendo poi cosa intendono i partecipanti per Consapevolezza.

Le risposte sono molteplici.

Essere consapevoli sta alla base del nostro stare al mondo come protagonisti del nostro vivere, capaci di direzionare le nostre emozioni, pensieri e comportamenti verso la piena realizzazione della nostra mission esistenziale.

La Consapevolezza, Con-Sapere, non è un semplice venire a conoscenza di quello che ci succede, è una cognizione che si fa interiore, profonda perfettamente armonizzata con tutta la persona che ne fa esperienza in un uno coerente.

E’ quel tipo di sapere che dà forma alle azioni della nostra vita rendendole autentiche; si potrebbe dire che la Consapevolezza è «la materia prima» dell’essere umano, la sostanza di cui egli dispone per modellare se stesso.

Tutti gli esseri umani hanno la potenzialità di diventare pienamente consapevoli, ma nel genere umano vi sono differenti gradi o livelli di consapevolezza in relazione all’evoluzione di ciascuno.

Proviamo ora ad immaginare la consapevolezza come un paesaggio composto da vari sistemi e diversi abitanti, ognuno dei quali rappresenta un livello della scala evolutiva.

All’inizio troveremo il un piccolo verme che striscia sul terreno, quello che riesce a vedere è limitato, la sua visuale è ridotta, ma potrebbe fare diversamente perché quella è la sua condizione.

I fili d’erba del prato gli sembrano tronchi di una immensa foresta e i sassolini alte montagne. Superarli per lui è difficile e faticoso. Ciò che vede è proporzionato alla realtà di ciò che è lui. La sua evoluzione prevede quelle esperienze e non altre.

Passano i millenni e un bel giorno ti trovi ad aver superato il livello più basso; sei salito un po’, non strisci più hai quattro zampe.

Improvvisamente la tua visuale è cambia.

I fili d’erba sono soffici, li puoi superare agevolmente, non sovrastano più sopra di te. E così anche i sassolini che puoi spostare con più facilità, Ora riesci a vedere una porzione più ampia del paesaggio che ti circonda.

Ora proviamo a fare un salto ulteriore identificandoci con un’aquila: essa vola alta nel cielo ed è in grado di vedere tutto il paesaggio non solo una parte.

Il paesaggio è sempre lo stesso ma la percezione che di esso ha il piccolo verme è diversa da quella di chi ha quattro zampe, che è diversa da quella dell’aquila.

Allo stesso modo succede con la nostra Consapevolezza, più essa è matura, più la nostra visione è ampia: sollevandoci prendiamo la giusta distanza dalle cose, non solo da alcune di esse, ma via via da tutte.

Ognuna di esse è parte del paesaggio, ma nessuna prevale sulle altre oppure ostruisce il nostro campo visivo. Non siamo assorbiti dalle cose. Vediamo con apertura, e allo stesso tempo con profondità: possiamo sia spaziare che penetrare.

Spesso quando si parla di questi meccanismi di autopercezione profonda si usa indifferentemente il termine “consapevolezza” e “autoconoscenza” in realtà non sono la stessa cosa.

“Consapevolezza” è la  capacità di dirigere con intenzione l’attenzione verso ciò che avviene fuori e dentro di noi; “autoconoscenza” è la capacità di collegare correttamente i dati raccolti mediante la consapevolezza.

Perché tutto questo abbia luogo, due sono i requisiti fondamentali:

  • il ”distacco”, ossia, l’atto di percepire come se lo facesse un’altra persona, sviluppando l’Osservatore Interno e la
  • “sospensione del giudizio”, ovvero porsi con mente aperta libera da pregiudizi, condizionamenti e credenze che potrebbero distorcere la nostra prospettiva.

La consapevolezza, così, ci consente di accogliere e accettare spontaneamente senza conflitto ciò che il momento presente ci porta, e poi di lasciarlo andare, per  ritornare a noi stessi arricchiti da una più profonda comprensione.

Il movimento della consapevolezza è dunque un movimento di inclusione, niente viene escluso per reazione.

Tutto trova il suo posto nella consapevolezza, e questo ci rende liberi di scegliere ciò che è meglio per noi, non a scapito di qualcos’altro o di qualcun altro, ma perché di per sé è buono, ed è la nostra strada in quel momento.

L’inclusione è un Si incondizionato, che non è passività o rassegnazione, ma è la capacità di stare a contatto con la propria esperienza senza alterarla o volerla diversa da quella che è.

L’inclusione è ciò che comunemente chiamiamo «accettazione». Solo la consapevolezza può accettare, perché è aldilà di tutte le cose, e sa che non contrapponendovisi può fluire con quello che l’esistenza sta manifestando.

Passiamo ora alla parola “coscienza” usata anche questa spesso come sinonimo di “consapevolezza” …. “avere coscienza” = ”avere consapevolezza”.

Le varie branche del sapere umano hanno cercato di dare una definizione di cosa sia la coscienza, e spesso quello che è fanno è contrapporlo a ciò che non è.

Ad esempio, secondo le neuroscienze, lo stato cosciente è contrapposto con lo stato di coma, in cui la coscienza è in gran parte ridotta.

Nella psicologia si distingue ciò che è cosciente rispetto a ciò che è inconscio come qualcosa di accessibile all’elaborazione consapevole.

Nello studio della morale la coscienza è la capacità di distinguere il bene dal male, contrapposta alla mancanza di coscienza, ovvero all’ignoranza di ciò che è bene e ciò che è male.

Penso che dal punto di vista più pratico la coscienza sia quell’aspetto dell’esperienza umana che ci consente di essere qui, ora, presenti.

Se non si è coscienti non si è presenti, non si è qui, non si è ora.

Potremo tradurre tutto questo, in modo esperienziale, con “io sono”.

“Io sono” non è un’affermazione mentale, ma è una qualità della mia esperienza cosciente.

Ritorniamo alla parola “consapevolezza” che ora si può configurare, a livello soggettivo, come il prendere atto dell’essere coscienti.

La consapevolezza cioè è quell’aspetto dell’esperienza umana che ti consente di sapere di essere qui, ora, presente.

Non solo sei qui, ora, presente (coscienza), ma lo sai, ovvero ne sei consapevole.

Oltre che essere (coscienza), sai di essere (consapevolezza). Lo puoi quindi tradurre con: “io so di essere”.

Quel “io so” è l’elemento fondamentale che contraddistingue la consapevolezza dalla coscienza: il sapere di sapere dell’esistenza di qualcosa.

Puoi essere cosciente, in questo momento, di un’infinità di cose. Ma non tutte queste sono consapevoli. Quando diventano consapevoli, sai di conoscerle.

Puoi essere cosciente senza essere consapevole.

Questo accade quando sei nell’esperienza, senza alcuna consapevolezza di quello che stai facendo, senza alcuna intenzione, senza essere presente a te stesso.

Il contrario non può accadere: per essere consapevole devi essere cosciente.

Detto in un altro modo: non puoi essere consapevole se non tramite l’essere cosciente.

La consapevolezza aggiunge un colore diverso al tuo essere nella vita.

Tramite la consapevolezza puoi:

  • prendere posizione rispetto ad un’esperienza, cioè decidere cosa è giusto per te
  • assumere la responsabilità delle tue azioni
  • attingere alla completezza esistenziale, custodita nella pienezza della consapevolezza di sé.

Perché aumentare la consapevolezza? A cosa ci serve? La risposta sintetica è “a vivere meglio.”

E veniamo al Mandala ….

Perché considerarlo uno strumento di  consapevolezza?

Il Mandala che in sanscrito significa «cerchio» o «contenitore d’essenza» è una struttura rassicurante, il cui simbolismo è profondamente iscritto nel nostro essere.

Esprimersi entro lo spazio circolare permette di creare quella zona «sacra» e contenitiva dove poter depositare tutto ciò che ci crea mal-essere.

Nel cerchio l’uomo ritrova quelle forze che ha smarrito e che non ricorda di possedere.

La forma circolare è il simbolo dal quale tutto è nato e al quale tutto ritorna.

Il diagramma mandalico, contenitore della nostra Essenza più intima e profonda, diventa così l’agevolatore visivo della nostra consapevolezza che attraverso forme e colori diventa autoconoscenza manifesta di tutte quelle forze che ci abitano e che possiamo avvicinare proprio grazie al distanziamento insito nella pratica.

Il Mandala diventa quindi il Testimone del nostro essere al mondo in quella forma, proprio nel momento in cui la creiamo.

Diviene rappresentazione tangibile dei paesaggi che ci abitano, la cui geografia viene svelata dalle forme e dai colori che scaturiscono dalla libera emersione di quella parte piena di saggezza che vede oltre la superficie.

Rendendo visibile ciò che il più delle volte rimane nascosto, il Mandala ci accompagna nell’incontro con noi stessi e come in uno specchio la nostra immagine interna viene riflessa nel diagramma.

Il Mandala è il centro aggregatore del nostro universo psichico che, attraverso la danza ritmica delle sue forme, segna l’avvicinamento o l’allontanamento dalla nostra fonte primigenia: il Sé.

Il Sè:  il seme contenente tutte le nostre potenzialità, oppure citando Hillman, quella “ghianda che porta in sé la quercia”.

Il centro, come l’Io Sono; la crescita diventarne consapevoli (sapere di Essere), calandosi nel nostro Bindu, luogo dove tutto ha origine, centro del nostro microcosmo personale e del macrocosmo in cui siamo inseriti.

La crescita sarà dunque una discesa, calarsi nel nostro Bindu, luogo dove tutto ha origine, punto centrale del nostro microcosmo personale e del macrocosmo in cui siamo inseriti.

Lavorare con e attraverso il Mandala è una pratica estremamente seria che porta colui che la intraprende ad una integrazione armoniosa e consapevole delle proprie parti dove i “più” e i “meno” che ci compongono, causa di eterni conflitti e impasse evolutiva, trovano la loro ragione di esistere.

Il Mandala è soprattutto una esperienza interiore. Spiegarlo non basta, bisogna attraversarlo e farsi attraversare, lasciando che l’attenzione in ogni passaggio veicoli la consapevolezza del nostro cammino portandoci a quell’autoconoscenza che collega tutti i puntini mostrandoci il meraviglioso arazzo della nostra storia

Parlando di Mandala ….

MANDALA DI TARA

Mandala di Tara

“Che lo sguardo di infinita compassione di Tara possa poggiarsi su ogni essere,
Possa la luce essere in tutti noi”

 

In occasione dell’inizio del piccolo corso formativo che Ri-trovarsi propone in modalità FAD, “pillole mandaliche: primi passi nell’Universo Mandala”, vorrei spendere qualche parola su questo strumento sacro e millenario che negli ultimi anni ha incontrato l’interesse di molte persone, più, però ahimè, a fini commerciali che non nel suo significato e utilizzazione originari.

Se proviamo a cercare il termine “Mandala” digitando su google oppure ci mettiamo ad esplorare un vocabolario specialistico, noteremo quanto sia difficile trovare una breve e completa definizione del suo significato.

Nella maggior parte dei casi il Mandala viene descritto come un “cerchio”, un “diagramma simbolico”, “uno schema rituale geometrico” o ancora in modo più semplicistico “un cerchio contenente un quadrato con un simbolo centrale”.

Oltre a questo potremo anche trovare ulteriori presentazioni che descrivono i Mandala come “simboli degli elementi cosmici utilizzati per supporto alla meditazione”, “modelli per particolari visualizzazioni” o ancora “strumenti per la scoperta di se stessi e per la meditazione del trascendente”.

Tutte queste definizioni che ho elencato contengono sì una parte di verità ma non sono sufficientemente esatte.

In linea di massima un Mandala (Kyil-khor) è un diagramma simmetrico, organizzato intorno ad un centro, e generalmente diviso in quattro quadrati uguali, esso è costituito da centri concentrici (Khor) e quadrati che hanno lo stesso centro (Kyil); in effetti una grande quantità di tracciati mandalici sono anche aiuti per la meditazione, la visualizzazione e l’iniziazione.

Il termine Mandala viene dal sanscrito e in tibetano è tradotta con Kyil-khor e letteralmente è una rappresentazione simbolica della “Dimora celeste di una divinità meditativa.”

Una importante fonte tibetana, menziona 4 tipi di mandala:

I Mandala esterni

  • Composti con polvere colorata
  • Dipinti su stoffa (Thangka)

Poi i Mandala prodotti durante la meditazione e infine il corpo inteso come mandala.

Essi sono una manifestazione del Buddhismo Tantrico e rappresentano il processo secondo cui il cosmo si è formato dal suo centro; attraverso un articolato simbolismo consentono una sorta di viaggio iniziatico che permette di crescere interiormente.

Come ausilio visivo alla meditazione, il Mandala viene usato dal discepolo per visualizzare in modo simbolico i diversi piani della realtà e le loro reciproche relazioni durante la cerimonia di iniziazione.

Il fine ultimo di tale cerimonia è la discesa della forza divina nel neofita che così trasfigurato si può aprire all’auto-rivelazione della deità che alberga dentro di lui facendolo diventare non più spettatore, bensì attore dell’eterno e ciclico movimento di emanazione e riassorbimento, espansione e contrazione del cosmo.

Da questo si evince come la sacralità sia elemento imprescindibile del diagramma mandalico. Sacralità che si dispiega nel riflettere, attraverso le sue geometrie, la parte più intima e profonda di noi stessi ove regna la nostra deità.

Affascinato da questa tradizione antichissima fu anche Carl Jung, il grande analista svizzero, che, sull’argomento ha scritto 4 saggi dopo aver studiato i Mandala per oltre venti anni.

“Ogni mattina schizzavo in un taccuino un piccolo disegno circolare, un Mandala che sembrava corrispondere alla mia condizione intima di quel periodo[…] Con l’aiuto di questi disegni potevo di giorno in giorno osservare le mie trasformazioni psichiche. […] Solo un  po’ per volta scoprii che cos’è veramente il Mandala : formazione, trasformazione della mente eterna e questo è il Sè, la personalità nella sua interezza”. C.Jung

Secondo Jung durante i periodi di tensione psichica figure mandaliche possono apparire spontaneamente nei sogni per portare o indicare la possibilità di un ordine interiore.

Il simbolo del Mandala, quindi, per Jung, non è solo un’affascinante forma espressiva ma, agendo a ritroso, esercita anche un’azione su chi lo disegna perché in questo simbolo si nasconde un effetto contenitivo molto potente: l’immagine ha lo scopo di tracciare un “magico” solco intorno al centro, un recinto sacro della personalità più intima, un cerchio protettivo che evita la “dispersione” e tiene lontane le preoccupazioni provocate dall’esterno.

Ecco che il Mandala diventa così il “contenitore dell’essenza” più profonda di chi lo pratica che entro i suoi confini può depositare tutto ciò che crea mal-essere e disordine trasformandone il caos attorno ad un centro aggregatore e unificatore.

Ma c’è di più; oltre ad operare al fine di restaurare un ordinamento precedentemente in vigore, un mandala persegue anche la finalità creativa di dare espressione e forma a qualche cosa che tuttora non esiste, a qualcosa di nuovo e di unico.

La psicologia analitica junghiana considera il Mandala una forma archetipica dell’inconscio, presente in tutte le culture e nella psiche individuale, dove rappresenta l’immagine simbolica del raggiunto equilibrio con il Sé, in una globalità interiore armonica ed equilibrata.

Il Mandala non basta dunque guardarlo e non è sufficiente neppure capirlo. Per essere “compreso”, deve essere praticato. Bisogna attraversarlo e lasciarsi attraversare.

E’ visibile ma rimanda all’invisibile, intessendo un’infinita rete di collegamenti e relazioni tra il manifesto e l’immanifesto, il conscio e l’inconscio, il particolare e l’universale.

Il Mandala è costruzione sintetica e dinamica volta a realizzare la convergenza dei piani dell’essere: dimensione cosmica, umana e divina trovano in esso la loro ricomposizione.

Poiché è l’integrazione dell’uomo nell’universo e dell’universo nell’uomo, psicogramma e cosmogramma che meravigliosamente si uniscono senza confondersi bensì mantenendo la loro unicità in un tutt’uno Indiviso.

_______________________________

Crediti immagine: http://www.suryayoga.it/it/creazione-mandala-tara-prato.html

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: