Sulla deprivazione

DEPRIVAZIONE

Nulla è più facile che illudersi, perché ciò che ogni uomo desidera, crede anche che sia vero. Demostene

La deprivazione è la sensazione cronica che manchi qualcosa; ed è a partire da questa sensazione di mancanza che proviamo il bisogno impellente di risolvere l’insoddisfazione che ne deriva. L’unica soluzione che pensiamo possibile è tentare di cambiare la situazione o la persona che ci mette nella difficoltà.

L’esperienza della deprivazione può raggiungere la massima intensità quando viene accostata all’esperienza dell’essere nutriti. Può essere estremamente doloroso, addirittura devastante,  quando nel momento in cui ci sentiamo  amati per qualche ragione ci viene tolto quell’amore. In quei momenti di pura sofferenza non riusciamo a collegare quel dolore alla sua origine infantile; non siamo consapevoli di trovarci di fronte ad un malessere esistenziale. Al contrario, nella maggior parte dei casi, riversiamo la rabbia e la frustrazione verso chi ci ha messo in quella situazione.

In ogni relazione intima capiterà di sentirsi deprivati e abbandonati; è difficile da accettare ma fa parte del gioco della vita. Nessuno potrà mai riempire i buchi lasciati da deprivazioni antiche, né potrà mai salvarci dal fatto che fondamentalmente siamo soli e che da soli dobbiamo fare i conti con noi stessi.

Altresì è utile capire che proprio attraversando l’esperienza della deprivazione imparando a contenere la delusione e la frustrazione di non avere quello che vogliamo possiamo crescere interiormente, sviluppando quella salda fiducia in noi stessi. Senza questo passaggio non cresceremo mai, rimarremo sempre bambini che si aspettano che gli altri e il mondo diano loro ciò che vogliono.

Proviamo ora ad andare un po’ più vicino, cercando di penetrare più a fondo a quella che è la deprivazione, parola che viene spesso sostituita e confusa con abbandono.

Solitamente non ci sono dubbi su cosa sia un’esperienza di abbandono. Qualcuno che ci ama ci lascia o muore oppure la persona che amiamo incontra qualcun altro e se ne va.

La deprivazione può essere meno evidente, essa può essere attivata dai modi sottili con cui la persona che vive con noi non soddisfa le nostre aspettative.

Possiamo sentirci deprivati quando questa persona fa o dice qualcosa che ci fa sentire separati da lei; oppure quando un’amica o amico manifestano mancanza di attenzione nei nostri confronti; o ancora quando sentiamo che l’altro è disonesto e manca di integrità o addirittura quando l’altro frequenta amici che non ci piacciono o ama vedere film che non ci piacciono.

La deprivazione e l’abbandono sono due facce di una stessa ferita, ma non si manifestano nella stessa maniera.

Se qualcuno ci lascia o se qualcuno che ci è vicino muore, è probabile che si venga gettati immediatamente nella ferita di abbandono.

Nella deprivazione è invece come ricevere continuamente piccole dosi di abbandono e c’è sempre qualcuno verso cui provare rabbia, frustrazione e delusione tanto che la nostra energia viene distolta dal provare dolore per quello che ci accade focalizzandosi sull’accusare l’altro per la sofferenza che sentiamo.

Veniamo catapultati nello stato bambino che sente che non dovrebbe essere trattato in quel modo, che è brutto e ingiusto che quella persona sia così.

Nascosta dietro alla nostra reazione di accusa, rabbia, rassegnazione e allontanamento che spesso compare quando non otteniamo quello che vogliamo c’è uno spazio di grande paura.

Quello che sentiamo quando veniamo abbandonati è la stessa paura di separazione dall’amore, la paura di non avere mai più quello di cui abbiamo bisogno, la paura di rimanere per sempre soli e senza amore.

La differenza con la deprivazione è che questo avviene in dosi più piccole ma più frequenti. Sono momenti in cui senza averne la piena consapevolezza riviviamo dolorose e intollerabili esperienze antiche. Quello che proviamo sono gli echi di quella profonda ferita che ci è stata inferta nell’infanzia quando ci siamo sentiti abbandonati.

Se guardiamo bene tutti, più o meno, abbiamo subito l’esperienza dell’abbandono, forse perché un genitore se ne è andato via di casa quando eravamo piccoli, o perché era spesso assente fisicamente o emozionalmente, o ancora perché non ci siamo sentiti visti, ascoltati, voluti o perché sentivamo la pressione di pretese e aspettative nei nostri confronti vissute come condizione per essere accettati.

Quella di cui io parlo è la ferita d’abbandono che ha le sue radici nella mancanza di empatia, cura, protezione, nutrimento, attenzione guida.

Nessuno ha avuto un’infanzia perfetta, ma anche se avessimo avuto un “perfetto” nutrimento fisico ed emozionale sentiremmo ugualmente dentro di noi un vuoto. Quel vuoto che è necessario affrontare per diventare adulti, quel vuoto che nasce dalla primaria esperienza di deprivazione e abbandono che abbiamo vissuto: lasciare il grembo materno.

Crescendo, teniamo per lo più sepolti il dolore e la paura di questo abbandono, finchè non ci permettiamo di avvicinarci a qualcuno, allora essi vengono in superficie, minando a volte la relazione che stiamo vivendo.

Molte relazioni naufragano per la mancanza di comprensione del fatto che, in qualsiasi legame, se vogliamo andare in profondità nell’intimità con l’altro, dovremo incontrare spesso la deprivazione.

Capita quindi che se ci troviamo a vivere la frustrazione della deprivazione o il dolore dell’abbandono o minimizziamo le nostre sensazioni reprimendole, oppure sentiamo rabbia e risentimento.

La strada utile, invece, è quella di diventare pienamente consapevoli e sentire i modi in cui, nell’infanzia, abbiamo vissuto l’essere deprivati e abbandonati.

Mentre regrediamo allo stato bambino cerchiamo disperatamente e ossessivamente di scappare dal panico che deriva nel sentirsi deprivato e abbandonato, c’è, invece, una parte del nostro essere che ne è attratta, una parte di noi che sa che imparare a sentire stando in quella paura è un fondamentale rito di passaggio sul cammino verso la riconquista di sé.

Certamente quanto più fummo deprivati nella nostra infanzia tanto più difficile sarà affrontare la deprivazione e l’abbandono, ma la nostra esperienza è che a nessuno vengono risparmiati quella paura e quel dolore. Attraversare queste esperienze vuol dire aprire la porta per connetterci direttamente con l’esistenza, per sviluppare quella fiducia che sorge quando sentiamo che è l’esistenza stessa che ci sostiene e che si prende cura di noi.

 

 

liberamente tratto da:

Krishnananda,Amana – “Fiducia e sfiducia” – Ed.Feltrinelli

Recupera ciò che è tuo

RECUPERA CIò CHE è TUO

«Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno che cosa volete realmente diventare. Tutto il resto è secondario». Steve Jobs

…. Vibra nel tuo sentire, ascoltati di più, come una corda tesa, morbidamente tesa… fatti portare dove tu sai in ogni istante, senza tenere in mano nessuna briglia …

Riporta a casa la tua natura, se l’hai venduta puoi ricomprarla, se l’hai affittata portala via da quell’inquilino che vive in te ma che non sei tu ….

Viaggia lontano dall’abitudine, non puoi aiutarti a ri-trovare quello che giace da risvegliare … rompi uno schema … lasciati andare ….

Tutto quello che sei stata e che hai dimenticato, tutte le prove che hai giocato nella vita, interessi abbandonati e talenti sotterrati sono qui per te.

Accogli quello che sei stata, anche se lo hai lasciato chissà dove è ancora te, se tu vuoi.

Non gettare via tutto il passato, lasciati alle spalle tutto quanto ora è scaduto, ma tra i tuoi talenti c’è un filo rosso che puoi ora tirare per scoprire cosa c’è.

Se hai smesso di dipingere, di scrivere o cantare …. Se non danzi più da tempo o non ricordi come si fa una cosa che tu amavi un tempo …. dai … E’ ora di ricordare e di raccogliere quello che ancora ti risuona dentro. Avrà in sé un suono, non chiederti perché, prova a riattivarlo …..

E’ bello sapere che ogni sfumatura è parte di vita.

Hai tagliato tutto quello che non ti serve più … se qualcosa riemerge dal tuo mare e se lo senti che ancora risuonare dentro di te … quello non tagliarlo, non buttarlo via…

E’ bello riscoprire un vecchio album disegnato, una canzone che a lungo avevi ricantato, quella melodia danzata notte e giorno allora ….

La tua forza è in quella musica che ti fa piangere, perché no? In quella canzone che risveglia la tua voglia, la tua sensualità persa da tempo e poi ritrovata, il bisogno spasmodico di afferrare la consistenza di quello che provi. Di tenerla stretta tra le mani e di non lasciarla fuggire.

La tua forza è in queste tue lacrime e nella tua risata che scuote tutto l’universo con te. Mentre piangi, mentre ridi, vivi tutto con intensità. E porti in questo tuo presente le tracce del passato, di quello più vicino ma anche di quello più lontano, non per rifugiarti in una nicchia finta ma per portare qui e ora quello che ancora ti appartiene.

Rimani nel tuo sentire e vivi ogni tuo tormento e ogni tua eccitazione come parti VIVE di te …

Ogni lacrima si porta via strati di ghiaccio, ogni tua risata ti rifrulla tutto e ti riporta in vita oltre il ghiaccio che ancora ti è restato attaccato addosso.

Riprendi la tua forza e rimani nella delicatezza del tuo sentire …..

 

 

Liberamente tratto da:

S.Garavaglia – “365 pensieri per l’anima” – Ed.tecniche nuove

Il bene di vivere

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“Tu crei le tue opportunità dalle stesse materie prime

da cui altre persone creano le proprie sconfitte …” F.Vargas

Una volta trasportavo il mio aratro e camminavo. Eliminavo le tracce di sentieri che avevano una fine, mentre ora apro sentieri lunghi come l’aria e la terra, trasformando i miei passi in amici.

Le macerie non sono più i miei intercessori.

Gli elogi funebri erano i miei modelli, annientavo e attendevo chi mi avrebbe annientato.

Ero dispersa, non c’era  nulla che si univa a me. Dove ero stata? Quale luce piangeva sotto le mie ciglia? Dove ero stata? Come potevo fare vedere la mia anima agli altri?

Avevo bisogno di una scossa fuori dall’ordinaria percezione, un elettroshock dell’anima che aprisse il mio mondo interiore per farmi ritrovare la via di casa.

Ho ripreso in mano il timone: anni di dolore e sofferenza, di cadute e risalite, di luce e impenetrabile buio per arrivare ad essere ME STESSA e non più un animale impaurito ossessionato solo alla sopravvivenza e alla fuga.

Ora cerco ogni giorno la meraviglia, lo stupore, l’incanto, la nascita, la bellezza portata dall’entusiasmo e dalla passione  per il “bene di vivere”.

Ogni giorno mi piace imparare cose nuove , sensi attenti pronti a recepire tutto, sono affamata di vita.

Ascoltare, guardare, andare alla radice delle cose. Semplificare lo sguardo per distillare e pulire i pensieri dalle scorie di antiche fissazioni.

Ho scoperto il lato buono della vita che a volte può anche confondersi con quello più difficile e periglioso.

Mi sono lasciata andare al suo flusso, nuotando non più controcorrente ma seguendo il saggio alternarsi delle maree, abbandonandomi al loro dolce movimento.

E via via tutto si è acquietato, il respiro ampio e regolare ha trasformato il subbuglio del mio cuore in un suono piacevole che ha segnato i miei passi verso nuovi sentieri. L’importanza di arrivare ha lasciato il posto al godere di ogni momento, anche se questo allunga il tempo e rallenta il cammino.

Il mio bene di vivere è l’aver ritrovato la fiducia delle mie capacità di fronteggiare tutto ciò che troverò lungo la mia strada. Curiosa e aperta verso ogni esperienza come un esploratore, entusiasta per ogni nuova scoperta.

Accettare i pieni e ascoltandomi nei vuoti seguendone il ritmo ….

Inspirare profondamente tutto quello che la vita pone sul mio cammino, perle di una collana chiamata esperienza …

Espirare lentamente trasformando le esperienze in capolavori …. I miei capolavori ….

“ la vita non è che la continua meraviglia di esistere ….” R.Tagore

Accettare quello che è …..

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Molto spesso capita di fare a pugni con la realtà, ci incaponiamo a vederla come “dovrebbe essere” nelle nostre fantasie, secondo i nostri miti piuttosto che per quella che è.

Il risultato di tutto questo è una vita alla rincorsa di chimere che vivono solo nella nostra mente …

Negli anni Settanta una psicoterapeuta molto famosa, Virginia Satir, aveva postulato cinque libertà che l’essere umano doveva imparare a permettersi per vivere pienamente fino in fondo.

La prima libertà consiste nel “vedere e capire ciò che è, anziché ciò che dovrebbe essere, che dovrebbe essere stato o che dovrebbe prodursi”.

Accettare ciò che è significa riuscire a prescindere temporaneamente da tutto quello che ci è stato detto riguardo tale realtà, vuol dire essere in grado di entrare in contatto con essa riducendo al minimo filtri e programmazioni mentali.

Vedere e capire ciò che è sembra semplicissimo, ma la nostra interpretazione oppone resistenza. Vediamo in funzione di ciò che crediamo di dover vedere, capiamo in funzione di ciò che crediamo di dover capire. Nessuna soluzione è possibile fino a quando non riusciamo ad accettare ciò che è, fino a quando non ci permettiamo di vedere e di capire ciò che è.

La seconda libertà consiste nell’”aver il coraggio di dire quello che sentiamo e pensiamo”, anziché quello che crediamo di dover sentire e pensare.

Parecchie persone non possiedono questa libertà personale. Quanto dicono spesso non corrisponde a ciò che è, a ciò che sentono e pensano davvero, bensì è quello che le loro “programmazioni” mentali le inducono a credere sia opportuno sentire e pensare. Molte vite vengono rovinate perché uomini e donne di qualunque età o condizione non hanno la libertà di dire quello che sentono e pensano. Che si tratti di famiglia, della coppia, della vita professionale o delle relazioni amicali, tante persone hanno imparato a dire soltanto quello che sembra loro adatto alla situazione e alle persone con cui si trovano.

La terza libertà consiste nel “permettersi di provare ciò che si prova”, anziché ciò che si crede di dover provare. E se è dolore che sia dolore … se è rabbia che sia rabbia …. Se è tristezza che sia tristezza …. Senza sensi di colpa o falsi buonismi, o pensando che “non sta bene” o che è “fuori luogo” ….

La quarta libertà è quella di “chiedere con chiarezza ciò che vogliamo”, anziché aspettare che ci venga data un’ipotetica possibilità di farlo. A causa della loro educazione e delle loro credenze, molti sono coloro che vivono in una dolorosa illusione, convinti a torto che questa illusione sia la realtà. Non hanno ciò che desiderano, vivono male perché si impediscono di comunicare i loro bisogni e desideri.

Infine, la quinta libertà consiste nel “mettersi in gioco in prima persona”, anziché ricercare unicamente la sicurezza e l’immobilità. A secondo della loro capacità di vedere la realtà e accettarla, gli uomini si concedono il diritto di intraprendere, di agire, di correre rischi calcolati oppure, al contrario, vivono confinati e mutilati di ogni ambizione. Sviluppare quindi la capacità di essere davvero in contatto con la realtà, di vivere il momento presente permette poco a poco di accettare quello che è, per decidere poi quale strada prendere.

Privarsi delle cinque libertà vuol dire vivere in un mondo immaginario e doloroso, sentirsi rinchiusi in un certo numero di miti e di credenze errate talmente diffuse da scambiarle per verità assolute.

Significa avere aspettative esigenti, e nella maggior parte dei casi deluse, nei confronti della vita quotidiana, degli altri e di se stessi ….

 

“ Vogliamo sempre qualcosa di diverso da ciò che è. Ci intestardiamo a credere che il senso della vita, come pure quello della felicità, sia altrove, in qualcosa che ricerchiamo alla cieca. A causa di ciò tutto appare senza senso … Il senso però sta nella situazione attuale, che noi respingiamo, rifiutiamo e fuggiamo.” P.Gaboury

 

Sveliamo la nostra Potenza

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“Ciò che non mi uccide, mi rende più forte”. F.Nietzsche

La nostra Potenza, simile ad un frutto gravido dei suoi semi, trabocca e si mostra in tutta la sua pienezza.

Non confondiamola con il potere. Il potere lo cerchiamo quando non ci sentiamo interi entrando in quel dualismo che ci fa afferrare altrove quello che ci manca.

La Potenza è altro! E’ sentire dentro di noi di avere già tutta la completezza e pienezza, smettendo di avere aspettative nei nostri confronti, né nei confronti degli altri essendo ben sicuri del nostro posto nel mondo.

La nostra Potenza parte dalla nostra interiorità. Il potere ce lo creiamo noi dall’esterno appiccicandoci addosso quello che non abbiamo e quello che non siamo.

Smettiamo di aver paura di VIVERE , entriamo nella nostra pienezza e il resto lasciamolo al mondo duale dove tutto si oppone a tutto, dove tutto è una lotta per dimostrare qualcosa, dove tutto è sfida. Il nemico è solo dentro di noi! Non abbiamo di colmare i nostri vuoti giudicando le vite altrui.

La nostra energia comincerà a traboccare senza nemmeno il bisogno che ci sia un senso preciso, una direzione precisa. Il nostro frutto maturo è così gravido di semi da poterli spargere ovunque. Il nostro germe matura nel nostro essere perché da questo contatto con ogni nostra potenzialità che preme, nascerà la nostra nuova forma nel mondo e nella vita.

Una nuova luce si fa strada dentro di noi per illuminare il tessuto della nostra individualità; lasciamo che questa luce rischiari e ci lasci vedere ciò che è da forgiare, da cesellare, da modellare. Ora finalmente possiamo vedere di cosa siamo fatti, quale è la nostra vera natura.

Non accontentiamoci di una visione panoramica focalizziamo la nostra attenzione in modo analitico, entriamo nel particolare e afferriamolo. Da lì all’interno di quella piccola cosa, potremo più avanti lasciare che l’intera nostra creazione prenda forma.

Prendiamoci cura di noi e di quello che sta per nascere da noi. Portiamo luce nella nostra specificità, non cerchiamo quella di un altro e non cerchiamo neppure di essere quella specificità che abbiamo creduto di desiderare da noi.

Noi non siamo quello che gli altri vorrebbero che fossimo o avrebbero voluto farci diventare. Siamo esattamente quello che siamo in questo momento; ed è da questa materia che dobbiamo partire per scoprire la nostra nuova forma.

Non abbiamo desiderio di diventare chissà che cosa, già siamo quello che siamo ed è da qui che la nuova energia, la nuova Potenza ora si manifesta.

Partiamo esattamente da dove siamo. Il punto in cui siamo è la nostra realtà!

 

 

liberamente tratto da:

S.Garavaglia – 365 pensieri per l’anima – Ed.Tecniche Nuove

Il dolore è il prezzo della libertà

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Le nostre ferite sono spesso le aperture nella parte migliore e più bella di noi.
David Richo

Una riflessione sull’onda della bellissima lezione di domenica al corso triennale in counseling di ADYCA 

Uno dei requisiti essenziali per la vera crescita e per una profonda trasformazione personale è rappresentato dal fare pace con il dolore.

Nessuna evoluzione può aver luogo senza cambiamento e i periodi di cambiamento non sempre sono agevoli. Cambiamento significa porre una sfida a ciò che ci è familiare e avere il coraggio di mettere in questione i nostri tradizionali bisogni di sicurezza, comodità e controllo. Questa esperienza viene spesso percepita come dolorosa.

Acquisire familiarità con questo dolore fa parte della nostra crescita. Anche se non possiamo gradire affatto le sensazioni di fastidio interiore, dobbiamo essere in grado di stare tranquillamente all’interno di noi stessi e di fronteggiarle, se vogliamo sapere da dove provengono.

Una volta riusciti a fronteggiare i nostri tormenti ,ci accorgeremo che esiste uno strato di dolore profondamente radicato nel nucleo centrale del nostro cuore. Esso è talmente scomodo e impegnativo da farci trascorrere tutta la vita a evitarlo.

Molto spesso la nostra personalità è costruita intorno a modi di essere, di pensare, di agire e di credere che sono stati sviluppati al fine di evitare questo dolore.

Poiché schivare questo dolore ci impedisce di esplorare quella parte di noi che sta al di là di quello strato, la vera crescita ha luogo quando finalmente decideremo di affrontare il dolore.

Essendo situato nel nucleo centrale del cuore, il dolore si irradia all’esterno e influisce su qualsiasi cosa facciamo. Esso è sempre presente, sotterraneo, nascosto fra le pieghe dei nostri pensieri e delle nostre emozioni.

La  nostra psiche è fatta per evitare questo dolore e di conseguenza, alle sue fondamenta, essa teme il dolore.

Per comprendere meglio ciò facciamo caso al fatto che se per noi l’emozione del rifiuto costituisce un grosso problema, avremo timore di tutte quelle esperienze che possono provocare il rifiuto. Quella paura andrà a costituire la nostra psiche e anche se gli eventi veri e propri che causano il rifiuto sono rari, avremo continuamente a che fare con la paura del rifiuto. E’ così che creiamo un dolore che è sempre presente.

Arriveremo a renderci conto che qualunque schema di comportamento basato sulla fuga dal dolore si trasforma in un vero e proprio portale di ingresso del dolore stesso.

Al fine di evitare il dolore del rifiuto, lavoreremo duramente per mantenere le nostre amicizie. Poiché è possibile essere rifiutati perfino dagli amici, lavoreremo sempre più duramente per evitare che questo accada. Per riuscirci, dovremo fare in modo che tutto ciò che facciamo sia accettabile agli occhi degli altri. Questo determinerà il modo in cui ci vestiamo e il nostro comportamento.

In questo modo non siamo più direttamente focalizzati sul rifiuto; ora la questione si è estesa allontanandoci di uno strato dal nucleo centrale del dolore.

Ecco quindi che partendo dal dolore centrale per cercare di evitarlo si costruiscono a poco a poco strati su strati che ci allontanano sempre più dalla fonte del “problema”, portando tuttavia il potenziale del dolore primigenio in tutte le cose che facciamo.

Passare la vita ad evitare il dolore significa averlo sempre alle spalle.

Vogliamo davvero tenerci dentro tutto questo ed essere obbligati a manipolare il mondo per evitare di sentirlo? Come sarebbe la nostra vita se non fosse governata da quel dolore? Saremo liberi!

E per essere liberi la prima cosa da fare è non aver paura del dolore e del tumulto interiore. Fintanto che temiamo il dolore, cercheremo di proteggerci, la paura ci costringerà a farlo.

Pertanto è necessario guardare dentro di noi e decidere che da ora in poi il dolore non ci crea problema. E’ solo una delle cose che esistono nell’universo. Qualcuno può dirci o farci qualcosa che infiamma il nostro cuore, riaprendo quell’antica ferita, ma poi passa. E’ una esperienza temporanea, accogliamola, osserviamola, stiamoci …..

Quando qualcosa di doloroso viene a contatto con il nostro corpo, tendiamo istintivamente a ritrarci. Anche la nostra psiche fa la stessa cosa: se viene toccata da qualcosa che la disturba tende a ritirarsi. Possiamo sentirne l’effetto sotto forma di una specie di contrazione all’interno del nostro cuore. Se abbocchiamo, il dolore diventerà una parte di noi. Per anni ci resterà dentro e andrà a costruire proprio uno dei mattoni della nostra vita. Darà forma ai nostri pensieri, alle nostre reazioni e preferenze future.

Se la vita fa qualcosa che provoca una sensazione di fastidio all’interno di noi, anziché tirarci indietro lasciamo che ci attraversi come un vento … facciamo l’opposto del contrarci e chiuderci . Rilassiamoci e rilasciamo. Rilassiamo il nostro cuore ferito finchè non arriviamo faccia a faccia proprio con il punto esatto che fa male. Rimaniamo aperti e ricettivi per poter essere presenti là, dove si manifesta la tensione. Dobbiamo essere disposti a restare presenti proprio nel punto in cui proviamo irrigidimento e dolore, poi rilassiamoci per scendere ancora più in profondità.

Quando ci rilasseremo e avvertiremo la resistenza, il cuore vorrà ritrarsi, chiudersi, proteggersi e difendersi. Continuiamo a rilassarci. Rilassiamo le spalle e rilassiamo il cuore. Lasciamo andare e facciamo spazio al  dolore affinchè ci possa attraversare.

Ogni singola volta in cui ci rilassiamo e lasciamo andare, un tassello del nostro dolore ci lascerà per sempre. Ma ogni volta in cui opponiamo resistenza e ci chiudiamo, edifichiamo il dolore all’interno di noi.

Se vogliamo essere liberi, prima dobbiamo accettare che c’è dolore nel nostro cuore. Siamo stati noi a stivarlo lì. E abbiamo fatto tutto il possibile per conservarlo, tenendolo molto in profondità, in modo da non doverlo mai sentire. In noi ci sono anche gioia, bellezza, pace, ma si trovano sull’altra faccia del dolore. Dobbiamo essere disposti ad accettare il dolore per poter attraversare dall’altra parte. Accettiamo semplicemente che c’è e che lo sentiremo. Accettiamo che, se ci rilassiamo, si presenterà per qualche attimo davanti alla nostra consapevolezza, per poi scorrere via.

In verità è il dolore il prezzo della libertà. Non appena saremo disposti a pagare quel prezzo, non avremo più paura. Nell’attimo in cui non temeremo più il dolore, saremo in grado di affrontare senza paura tutte le situazioni della vita e  riusciremo a muoverci nel mondo finalmente totalmente padroni di noi stessi ……

Imparare a volersi bene ….

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“La relazione più importante, difficile ed emozionante è quella che si ha con sé stessi.”

I guaritori e gli sciamani messicani ritengono che qualsiasi percorso intraprendiamo sia uno tra i tanti possibili. Perciò bisogna avere sempre presente che un percorso è un percorso: se senti di non volerlo seguire, non farlo per nessuna ragione, a nessuna condizione. Se per caso lo abbandoni non devi vergognarti, né per te né per gli altri, né sentirti disonorata, se questo è ciò che il tuo cuore ti dice.

Guarda ogni percorso da vicino, con attenzione e domandati: “Questo cammino ha un cuore?”. Se ce l’ha, è buono, altrimenti non serve a nulla. Ogni strada porta da qualche parte: però una ha un cuore, l’altra ne è priva; una ti rende piacevole il viaggio, l’altra ti fa maledire la vita. Una ti fortifica, l’altra ti debilita.

Molte volte seguiamo percorsi che ci fanno maledire la vita per compiacere gli altri, sperando che ci vogliano bene.

Da bambine crediamo che se papà e mamma ci volessero bene come si deve voler bene ai bambini buoni e che si comportano bene, non ci mancherebbe nulla. Però di fatto un bambino “vero” è molto diverso da ciò che ci si aspetta da un bambino e da una bambina buona: corre, grida, si sporca e fa anche i capricci.

Noi tutte siamo state come tutti i bambini e le bambine del mondo. Siamo cresciute credendo di dover fare sempre più sforzi per essere amate di quell’amore assoluto e incondizionato con il quale si dovrebbero amare i bambini buoni. Abbiamo imparato a nascondere i nostri errori, a sentirci in colpa perché ci facevano credere che eravamo cattive o perché non riuscivamo a essere sufficientemente buone.

Abbiamo imparto a ritenerci colpevoli di sentire e godere del nostro corpo, di vivere, di esistere. Tutto ciò perché l’amore incondizionato secondo il nostro bisogno che cercavamo prima dai genitori, poi dai maestri, poi dal partner, poi dai figli semplicemente non esiste. Non esiste perché nessuno sa realmente come ciascuna di noi ha bisogno di essere amata.

Inoltre ciascuno ama come può, come gli viene e non come dovrebbe. L’unica persona che sa esattamente come abbiamo bisogno di essere amate siamo noi stesse.

Solo noi possiamo darci questo affetto assoluto e possiamo farlo adesso!

Se siamo piene d’amore per noi stesse, quando qualcuno arriva in ritardo o non ci presta l’attenzione che avremmo voluto, possiamo più facilmente capire che ciò è quello che può fare.

Ora immagina di vedere te stessa nelle diverse età della tua vita passata, presente e futura ….

Immagina adesso di tenere te stessa appena nata nelle tue braccia …..

Ora , sulle tue gambe, tieni te stessa ad un mese ….

Eccoti ad un anno di età mentre stai imparando a camminare e ad esplorare il mondo …

Vai avanti per ogni età sino a vederti come una donna matura, forte, piena di saggezza, con la piena soddisfazione di aver vissuto come hai vissuto, per tutto ciò che hai superato e maturato.

Presentati a ciascuna delle tue parti in questo modo: “Io sono …… ..e sono tutte voi”. E racconta che sono passati tanti anni da quando cercavi quell’affetto che gli altri non potevano darti, senza sapere che quell’amore che cercavi era dentro di te.

Dì loro che quel periodo è finito, perché adesso sarai tu a dare loro quell’affetto che avevano sempre desiderato.

Leggi a voce alta quanto segue: “ Io ……. Sono tutte voi e vi prometto di volermi bene, incondizionatamente, così come sono, completa, con ciò che mi piace e non mi piace, con le mie qualità e i miei difetti, con i miei successi e con gli sbagli che mi fanno crescere. MI PROMETTO DI VOLERMI BENE, in modo incondizionato, qualsiasi cosa faccia o smetta di fare. Non importa ciò che fanno gli altri, ciò che dicono, ciò che pensano.

IO RICONOSCO DI AVERE FATTO IL MEGLIO! E mi congratulo con me stessa per questo ……

La pioggia sul bagnato

pioggia sul bagnato 1

Banksy- “The rain-girl”

Negli infiniti tiri di dado della Fortuna, nel multiforme variare del Destino può capitare che “piova sul bagnato”, ovvero che vada sempre peggio quando va male e sempre meglio quando va bene; abbiamo allora l’impressione che vi sia un disegno già scritto che guida gli avvenimenti della nostra vita, poiché essi ci appaiono indipendenti dalle nostre azioni o tentativi di modificarne il corso.

Le cose che ci capitano, invece, hanno una loro storia che per molti versi dipende dalle nostre scelte e per altri dal contesto in cui ci troviamo.

In mille occasioni abbiamo costruito i binari su cui procede la nostra vita e per lungo tempo può succedere che lungo questa strada ferrata vada tutto per il meglio. Tuttavia non possiamo avere il controllo delle mille variabili che incontriamo sul nostro cammino. Come in una immaginaria scacchiera di migliaia di caselle, a mano a mano che giochiamo le varie mosse del vivere le prospettive davanti a noi si moltiplicano divenendo imprevedibili e incontrollabili.

E proprio perché sappiamo che è impossibile prevedere l’esito di ogni passo, ci abituiamo fin da piccoli a fidarci un po’ di noi stessi e un po’ del contesto.

La ripetizione di fatti positivi è percepita come una sorta di conferma della nostra capacità di crescere con successo, di essere competenti e di meritare il bene. Al contrario se si ripetono fatti negativi, possiamo provare un senso di esclusione dal bene, quasi come ci “meritassimo”, per qualche misteriosa ragione, una punizione.

Ci sono persone che tendono a a costruire una sorta di “regolarità” utilizzando i fatti positivi della vita e tollerando quelli negativi aspettando un futuro migliore.

Chi invece utilizza i fatti negativi per tracciare una linea di regolarità tende a sottovalutare le cose che funzionano avendo un’idea cupa e triste del vivere.

Lasciarsi andare alla gioia o alla tristezza è un fatto naturale, ma oltre certi limiti non ci aiuta ad entrare nel futuro, perché ci abitua a pensare che le cose che ci accadono siano quasi indipendenti da quello che facciamo. Non vi è, al contrario, alcuna ragione per cui le cose “debbano” per forza andare sempre bene o male indipendentemente dal nostro intervento.

“Aiutati che il Ciel t’aiuta”,come tutti i proverbi voce della saggezza popolare, potrebbe essere un ottimo mantra per ricordarci che possiamo sempre fare qualcosa per guadagnarci il bene evitando di subire il male.

Una sorta di idea di fondo che può far sentire gratitudine e orgoglio per le cose buone della vita, ma anche speranza e desiderio di reagire alle cose negative che accadono o che noi stessi abbiamo determinato.

Quando “piove sul bagnato”, quando il Destino e la Fortuna ci sembrano avversi, possiamo navigare a vista, arginare i danni e riflettere sulla rotta che abbiamo imboccato e sulle sue possibili variazioni.

Ricordiamoci che nulla della vita è veramente incorreggibile, nulla è senza speranza.

 

 

liberamente tratto da:

S.Gastaldi – “La terapia degli affetti” – Ed.FrancoAngeli

Le mille facce del dolore

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Che cosa è veramente il dolore??? Può essere una domanda idiota: chi non lo conosce?? Eppure non è detto che quello che per me è doloroso lo sia anche per gli altri o che lo sia nella stessa misura.

Una mia cliente mi ha recentemente detto che per lei non esistono semplicemente il piacere e il dolore, ma una gamma di sensazioni  ed emozioni continua che va dal piacere al dolore.

Il dolore è allora la serie delle sensazioni che si collocano, per così dire, sul versante negativo del sentire.

Ma c’é un dolore del sèntire e un dolore dell’essere.

Quest’ultimo può essere profondo devastante, quello più temuto, quello cui si riferisce forse una delle preghiere cattoliche più intense quando alla fine recita “liberaci dal male”.

Il dolore, come più volte ho scritto, ha una sua collocazione nella vita, una funzione profonda, esplorata dal pensiero teologico, filosofico, letterario e poetico sin dagli albori dell’umanità.

Il dolore fisico potrebbe essere visto come una naturale capacità di avvertire un pericolo e reagire in vista della sopravvivenza dell’individuo e della specie. Per esempio se non sentissimo il dolore dell’ustione potremmo subire danni fatali prima di poter reagire e metterci in salvo dal fuoco.

La capacità di provare dolore è quindi connessa alla sopravvivenza, al punto tale da poter essere utilizzata in modo perverso dall’umanità contro la stessa sopravvivenza, la pratica della tortura, da sempre utilizzata e ancora oggi ampiamente praticata nel mondo, tende a mettere fortemente in conflitto la sopravvivenza personale con la sopravvivenza degli ideali: le persone torturate possono anche rinnegare i propri valori, tradire gli a ici, confessare ogni sorta di reato, anche immaginaria, tanto è forte il segnale del dolore nella loro mente e tanto puó essere alto e intollerabile l’allarme che esso determina, specie se associato, come avviene sempre, all’idea che il dolore non cesserà se non alla confessione o alla morte.

Il dolore emotivo è anch’esso un segnale, solitamente legato al senso di perdita irrimediabile di un oggetto d’amore, di una parte di noi.

Il dolore depressivo, ad esempio, così duro da vivere e da sopportare, è un’esperienza che trasfigura la vita, le cambia i connotati:scolora le belle giornate e incupisce quelle brutte, rende opaco il futuro  e intollerabile il presente.

Esso ci fa galleggiare in una stanza desolata che può imprigionarci sino a rendere il vivere del tutto insopportabile.

Il dolore, qualunque sia la sua natura, ci mette nelle condizioni di pensare ad un pericolo per la nostra integrità fisica e psichica. Quando però supera la soglia della sopportazione può diventare esso stesso un problema o un pericolo per noi, perchè può indurci a considerare la vita e noi stessi la causa principale del segnale di allarme che ci pervade e ci spinge a fuggire da noi stessi oltre che dagli altri o a colpire noi stessi, oltre che gli altri…

Per questa ragione è necessario accogliere il dolore nelle sue manifestazioni precoci, quando è possibile, deciderne il senso e fare qualcosa per reagire, senza aspettare che esso divenga intollerabile e ci induca quindi ad azioni esasperate.

Accolto precocemente il dolore rivela una dimensione densa di potenzialità positive.

Finchè è tollerabile si presta a farci agire per modificare la situazione, ci induce a riformulare la visione delle cose e a cercare nuove prospettive.

Come tutti segnali di disadattamento ci spinge a muoverci per trovare un adattamento migliore alla vita.

In questa dimensione il dolore non è un problema, è una parte utile della vita che non ci impedisce di sperare, amare e crescere …

“ …Date al dolore la parola;  il dolore che non parla, sussurra al cuore oppresso e gli dice di spezzarsi….” W.Shakespeare

liberamente tratto da:

S.Gastaldi – “La terapia degli affetti” – Ed.FrancoAngeli

Lasciare alle spalle ciò che non c’è più (II parte)

tazza

Lasciare significa: lasciare che per un po’ le cose seguano il loro corso, che si muovano liberamente senza il nostro intervento, finché la direzione del loro movimento non si mostri spontaneamente. Se rinunciamo a tentare di guidare le cose e quelle, muovendosi, si allontanano da noi, lasciamole andare. Molliamo la presa. Se le lasciamo andare per la loro strada, ci rendiamo liberi per qualcos’altro.
Bert Hellinger,

Se sono in grado di accettare tutto quello che comporta una perdita elaborandolo nel modo “giusto” per me “gli addi” non saranno altro che un arricchimento ed una crescita.

Immagina se mi aggrappassi a quegli splendidi momenti dell’infanzia (sempre che ce ne siano stati…) che mi fanno pensare a come era bello essere bambini , o se mi sentissi confortata la ricordo dell’immaginaria sicurezza dell’utero della mia mamma, pensando che quello sia lo stato ideale. Pensa se restassi ferma a un qualche tappa precedente della mia vita e decidessi dio non proseguire. Immagina se stabilissi che alcuni momenti del passato sono talmente belli, certi legami così gratificanti, alcune persone tanto importanti che non voglio perderli, e mi aggrappassi a loro come ad una corda salvatrice, a ciò che non sono più. ….

Nonostante ciò è stato doloroso abbandonare ognuno di questi luoghi, lasciare la mia infanzia, abbandonare l’utero, lasciarsi alle spalle l’adolescenza. Ciascuno di queste azioni ha implicato delle perdite da un lato, e profitti dall’altra ma è grazie a ciò che si diventa ciò che si è.

Non esiste un profitto importante che non implichi, in qualche modo, una rinuncia, un costo emotivo, una perdita, perché questa è la verità che si scopre alla fine: che il dolore è imprescindibile dal nostro processo di sviluppo personale, che le perdite sono necessarie per la nostra maturazione e che quest’ultima, a sua volta, ci aiuta a percorrere il nostro cammino.

Quanto più ci si sgancia, tanto maggiore sarà la crescita. Più si è maturi, minore sarà la disperazione di fronte a ciò che ho perso; meno ci si tormenta per ciò che è stato, meglio si potrà continuare a percorrere il cammino.

Se sai chi sei, sarai in grado anche di abbandonare volontariamente e dolorosamente qualcosa per far posto ai nuovi desideri.

Bisogna svuotarsi per potersi riempire. Una tazza serve solo quando è vuota. Una tazza piena non ha senso perché non la si può riempire con niente. Non può dare nulla perché prima dovrà imparare a svuotarsi.

Non si è solo ciò che si possiede ma anche e soprattutto ciò che si è in grado di dare. E per questo è necessario sperimentare la perdita, il distacco e una certa dose di dolore perché si perde qualcosa anche quando si decide di proprio iniziativa di dare ciò che è nostro.

Per poter rispondere alla domanda “Chi sono?” bisogna accettare anche il vuoto, lo spazio dove, per decisione, per caso o per natura, non c’è più quello che c’era prima.

Questa è la nostra vita: disfarsi del contenuto della tazza per poterla riempire di nuovo. La nostra vita si arricchisce ogni volta che la riempiamo, ma anche ogni volta che la svuotiamo perché, quando lo facciamo, ci stiamo aprendo alla possibilità di riempirla di nuovo.

Personalmente la storia del mio rapporto con la mia crescita e con il mondo è la storia di questo ciclo dell’esperienza: entrare e uscire, riempirsi e svuotarsi, prendere e lasciare. Anche se non sempre è un processo facile. Anche se non sempre è privo di danni ……

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Per saperne di più:

Judith Viorst – Distacchi – Ed. Sperling Paperback