Sveliamo la nostra Potenza

manifestare la potenza

“Ciò che non mi uccide, mi rende più forte”. F.Nietzsche

La nostra Potenza, simile ad un frutto gravido dei suoi semi, trabocca e si mostra in tutta la sua pienezza.

Non confondiamola con il potere. Il potere lo cerchiamo quando non ci sentiamo interi entrando in quel dualismo che ci fa afferrare altrove quello che ci manca.

La Potenza è altro! E’ sentire dentro di noi di avere già tutta la completezza e pienezza, smettendo di avere aspettative nei nostri confronti, né nei confronti degli altri essendo ben sicuri del nostro posto nel mondo.

La nostra Potenza parte dalla nostra interiorità. Il potere ce lo creiamo noi dall’esterno appiccicandoci addosso quello che non abbiamo e quello che non siamo.

Smettiamo di aver paura di VIVERE , entriamo nella nostra pienezza e il resto lasciamolo al mondo duale dove tutto si oppone a tutto, dove tutto è una lotta per dimostrare qualcosa, dove tutto è sfida. Il nemico è solo dentro di noi! Non abbiamo di colmare i nostri vuoti giudicando le vite altrui.

La nostra energia comincerà a traboccare senza nemmeno il bisogno che ci sia un senso preciso, una direzione precisa. Il nostro frutto maturo è così gravido di semi da poterli spargere ovunque. Il nostro germe matura nel nostro essere perché da questo contatto con ogni nostra potenzialità che preme, nascerà la nostra nuova forma nel mondo e nella vita.

Una nuova luce si fa strada dentro di noi per illuminare il tessuto della nostra individualità; lasciamo che questa luce rischiari e ci lasci vedere ciò che è da forgiare, da cesellare, da modellare. Ora finalmente possiamo vedere di cosa siamo fatti, quale è la nostra vera natura.

Non accontentiamoci di una visione panoramica focalizziamo la nostra attenzione in modo analitico, entriamo nel particolare e afferriamolo. Da lì all’interno di quella piccola cosa, potremo più avanti lasciare che l’intera nostra creazione prenda forma.

Prendiamoci cura di noi e di quello che sta per nascere da noi. Portiamo luce nella nostra specificità, non cerchiamo quella di un altro e non cerchiamo neppure di essere quella specificità che abbiamo creduto di desiderare da noi.

Noi non siamo quello che gli altri vorrebbero che fossimo o avrebbero voluto farci diventare. Siamo esattamente quello che siamo in questo momento; ed è da questa materia che dobbiamo partire per scoprire la nostra nuova forma.

Non abbiamo desiderio di diventare chissà che cosa, già siamo quello che siamo ed è da qui che la nuova energia, la nuova Potenza ora si manifesta.

Partiamo esattamente da dove siamo. Il punto in cui siamo è la nostra realtà!

 

 

liberamente tratto da:

S.Garavaglia – 365 pensieri per l’anima – Ed.Tecniche Nuove

Il dolore è il prezzo della libertà

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Le nostre ferite sono spesso le aperture nella parte migliore e più bella di noi.
David Richo

Una riflessione sull’onda della bellissima lezione di domenica al corso triennale in counseling di ADYCA 

Uno dei requisiti essenziali per la vera crescita e per una profonda trasformazione personale è rappresentato dal fare pace con il dolore.

Nessuna evoluzione può aver luogo senza cambiamento e i periodi di cambiamento non sempre sono agevoli. Cambiamento significa porre una sfida a ciò che ci è familiare e avere il coraggio di mettere in questione i nostri tradizionali bisogni di sicurezza, comodità e controllo. Questa esperienza viene spesso percepita come dolorosa.

Acquisire familiarità con questo dolore fa parte della nostra crescita. Anche se non possiamo gradire affatto le sensazioni di fastidio interiore, dobbiamo essere in grado di stare tranquillamente all’interno di noi stessi e di fronteggiarle, se vogliamo sapere da dove provengono.

Una volta riusciti a fronteggiare i nostri tormenti ,ci accorgeremo che esiste uno strato di dolore profondamente radicato nel nucleo centrale del nostro cuore. Esso è talmente scomodo e impegnativo da farci trascorrere tutta la vita a evitarlo.

Molto spesso la nostra personalità è costruita intorno a modi di essere, di pensare, di agire e di credere che sono stati sviluppati al fine di evitare questo dolore.

Poiché schivare questo dolore ci impedisce di esplorare quella parte di noi che sta al di là di quello strato, la vera crescita ha luogo quando finalmente decideremo di affrontare il dolore.

Essendo situato nel nucleo centrale del cuore, il dolore si irradia all’esterno e influisce su qualsiasi cosa facciamo. Esso è sempre presente, sotterraneo, nascosto fra le pieghe dei nostri pensieri e delle nostre emozioni.

La  nostra psiche è fatta per evitare questo dolore e di conseguenza, alle sue fondamenta, essa teme il dolore.

Per comprendere meglio ciò facciamo caso al fatto che se per noi l’emozione del rifiuto costituisce un grosso problema, avremo timore di tutte quelle esperienze che possono provocare il rifiuto. Quella paura andrà a costituire la nostra psiche e anche se gli eventi veri e propri che causano il rifiuto sono rari, avremo continuamente a che fare con la paura del rifiuto. E’ così che creiamo un dolore che è sempre presente.

Arriveremo a renderci conto che qualunque schema di comportamento basato sulla fuga dal dolore si trasforma in un vero e proprio portale di ingresso del dolore stesso.

Al fine di evitare il dolore del rifiuto, lavoreremo duramente per mantenere le nostre amicizie. Poiché è possibile essere rifiutati perfino dagli amici, lavoreremo sempre più duramente per evitare che questo accada. Per riuscirci, dovremo fare in modo che tutto ciò che facciamo sia accettabile agli occhi degli altri. Questo determinerà il modo in cui ci vestiamo e il nostro comportamento.

In questo modo non siamo più direttamente focalizzati sul rifiuto; ora la questione si è estesa allontanandoci di uno strato dal nucleo centrale del dolore.

Ecco quindi che partendo dal dolore centrale per cercare di evitarlo si costruiscono a poco a poco strati su strati che ci allontanano sempre più dalla fonte del “problema”, portando tuttavia il potenziale del dolore primigenio in tutte le cose che facciamo.

Passare la vita ad evitare il dolore significa averlo sempre alle spalle.

Vogliamo davvero tenerci dentro tutto questo ed essere obbligati a manipolare il mondo per evitare di sentirlo? Come sarebbe la nostra vita se non fosse governata da quel dolore? Saremo liberi!

E per essere liberi la prima cosa da fare è non aver paura del dolore e del tumulto interiore. Fintanto che temiamo il dolore, cercheremo di proteggerci, la paura ci costringerà a farlo.

Pertanto è necessario guardare dentro di noi e decidere che da ora in poi il dolore non ci crea problema. E’ solo una delle cose che esistono nell’universo. Qualcuno può dirci o farci qualcosa che infiamma il nostro cuore, riaprendo quell’antica ferita, ma poi passa. E’ una esperienza temporanea, accogliamola, osserviamola, stiamoci …..

Quando qualcosa di doloroso viene a contatto con il nostro corpo, tendiamo istintivamente a ritrarci. Anche la nostra psiche fa la stessa cosa: se viene toccata da qualcosa che la disturba tende a ritirarsi. Possiamo sentirne l’effetto sotto forma di una specie di contrazione all’interno del nostro cuore. Se abbocchiamo, il dolore diventerà una parte di noi. Per anni ci resterà dentro e andrà a costruire proprio uno dei mattoni della nostra vita. Darà forma ai nostri pensieri, alle nostre reazioni e preferenze future.

Se la vita fa qualcosa che provoca una sensazione di fastidio all’interno di noi, anziché tirarci indietro lasciamo che ci attraversi come un vento … facciamo l’opposto del contrarci e chiuderci . Rilassiamoci e rilasciamo. Rilassiamo il nostro cuore ferito finchè non arriviamo faccia a faccia proprio con il punto esatto che fa male. Rimaniamo aperti e ricettivi per poter essere presenti là, dove si manifesta la tensione. Dobbiamo essere disposti a restare presenti proprio nel punto in cui proviamo irrigidimento e dolore, poi rilassiamoci per scendere ancora più in profondità.

Quando ci rilasseremo e avvertiremo la resistenza, il cuore vorrà ritrarsi, chiudersi, proteggersi e difendersi. Continuiamo a rilassarci. Rilassiamo le spalle e rilassiamo il cuore. Lasciamo andare e facciamo spazio al  dolore affinchè ci possa attraversare.

Ogni singola volta in cui ci rilassiamo e lasciamo andare, un tassello del nostro dolore ci lascerà per sempre. Ma ogni volta in cui opponiamo resistenza e ci chiudiamo, edifichiamo il dolore all’interno di noi.

Se vogliamo essere liberi, prima dobbiamo accettare che c’è dolore nel nostro cuore. Siamo stati noi a stivarlo lì. E abbiamo fatto tutto il possibile per conservarlo, tenendolo molto in profondità, in modo da non doverlo mai sentire. In noi ci sono anche gioia, bellezza, pace, ma si trovano sull’altra faccia del dolore. Dobbiamo essere disposti ad accettare il dolore per poter attraversare dall’altra parte. Accettiamo semplicemente che c’è e che lo sentiremo. Accettiamo che, se ci rilassiamo, si presenterà per qualche attimo davanti alla nostra consapevolezza, per poi scorrere via.

In verità è il dolore il prezzo della libertà. Non appena saremo disposti a pagare quel prezzo, non avremo più paura. Nell’attimo in cui non temeremo più il dolore, saremo in grado di affrontare senza paura tutte le situazioni della vita e  riusciremo a muoverci nel mondo finalmente totalmente padroni di noi stessi ……

Imparare a volersi bene ….

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“La relazione più importante, difficile ed emozionante è quella che si ha con sé stessi.”

I guaritori e gli sciamani messicani ritengono che qualsiasi percorso intraprendiamo sia uno tra i tanti possibili. Perciò bisogna avere sempre presente che un percorso è un percorso: se senti di non volerlo seguire, non farlo per nessuna ragione, a nessuna condizione. Se per caso lo abbandoni non devi vergognarti, né per te né per gli altri, né sentirti disonorata, se questo è ciò che il tuo cuore ti dice.

Guarda ogni percorso da vicino, con attenzione e domandati: “Questo cammino ha un cuore?”. Se ce l’ha, è buono, altrimenti non serve a nulla. Ogni strada porta da qualche parte: però una ha un cuore, l’altra ne è priva; una ti rende piacevole il viaggio, l’altra ti fa maledire la vita. Una ti fortifica, l’altra ti debilita.

Molte volte seguiamo percorsi che ci fanno maledire la vita per compiacere gli altri, sperando che ci vogliano bene.

Da bambine crediamo che se papà e mamma ci volessero bene come si deve voler bene ai bambini buoni e che si comportano bene, non ci mancherebbe nulla. Però di fatto un bambino “vero” è molto diverso da ciò che ci si aspetta da un bambino e da una bambina buona: corre, grida, si sporca e fa anche i capricci.

Noi tutte siamo state come tutti i bambini e le bambine del mondo. Siamo cresciute credendo di dover fare sempre più sforzi per essere amate di quell’amore assoluto e incondizionato con il quale si dovrebbero amare i bambini buoni. Abbiamo imparato a nascondere i nostri errori, a sentirci in colpa perché ci facevano credere che eravamo cattive o perché non riuscivamo a essere sufficientemente buone.

Abbiamo imparto a ritenerci colpevoli di sentire e godere del nostro corpo, di vivere, di esistere. Tutto ciò perché l’amore incondizionato secondo il nostro bisogno che cercavamo prima dai genitori, poi dai maestri, poi dal partner, poi dai figli semplicemente non esiste. Non esiste perché nessuno sa realmente come ciascuna di noi ha bisogno di essere amata.

Inoltre ciascuno ama come può, come gli viene e non come dovrebbe. L’unica persona che sa esattamente come abbiamo bisogno di essere amate siamo noi stesse.

Solo noi possiamo darci questo affetto assoluto e possiamo farlo adesso!

Se siamo piene d’amore per noi stesse, quando qualcuno arriva in ritardo o non ci presta l’attenzione che avremmo voluto, possiamo più facilmente capire che ciò è quello che può fare.

Ora immagina di vedere te stessa nelle diverse età della tua vita passata, presente e futura ….

Immagina adesso di tenere te stessa appena nata nelle tue braccia …..

Ora , sulle tue gambe, tieni te stessa ad un mese ….

Eccoti ad un anno di età mentre stai imparando a camminare e ad esplorare il mondo …

Vai avanti per ogni età sino a vederti come una donna matura, forte, piena di saggezza, con la piena soddisfazione di aver vissuto come hai vissuto, per tutto ciò che hai superato e maturato.

Presentati a ciascuna delle tue parti in questo modo: “Io sono …… ..e sono tutte voi”. E racconta che sono passati tanti anni da quando cercavi quell’affetto che gli altri non potevano darti, senza sapere che quell’amore che cercavi era dentro di te.

Dì loro che quel periodo è finito, perché adesso sarai tu a dare loro quell’affetto che avevano sempre desiderato.

Leggi a voce alta quanto segue: “ Io ……. Sono tutte voi e vi prometto di volermi bene, incondizionatamente, così come sono, completa, con ciò che mi piace e non mi piace, con le mie qualità e i miei difetti, con i miei successi e con gli sbagli che mi fanno crescere. MI PROMETTO DI VOLERMI BENE, in modo incondizionato, qualsiasi cosa faccia o smetta di fare. Non importa ciò che fanno gli altri, ciò che dicono, ciò che pensano.

IO RICONOSCO DI AVERE FATTO IL MEGLIO! E mi congratulo con me stessa per questo ……

La pioggia sul bagnato

pioggia sul bagnato 1

Banksy- “The rain-girl”

Negli infiniti tiri di dado della Fortuna, nel multiforme variare del Destino può capitare che “piova sul bagnato”, ovvero che vada sempre peggio quando va male e sempre meglio quando va bene; abbiamo allora l’impressione che vi sia un disegno già scritto che guida gli avvenimenti della nostra vita, poiché essi ci appaiono indipendenti dalle nostre azioni o tentativi di modificarne il corso.

Le cose che ci capitano, invece, hanno una loro storia che per molti versi dipende dalle nostre scelte e per altri dal contesto in cui ci troviamo.

In mille occasioni abbiamo costruito i binari su cui procede la nostra vita e per lungo tempo può succedere che lungo questa strada ferrata vada tutto per il meglio. Tuttavia non possiamo avere il controllo delle mille variabili che incontriamo sul nostro cammino. Come in una immaginaria scacchiera di migliaia di caselle, a mano a mano che giochiamo le varie mosse del vivere le prospettive davanti a noi si moltiplicano divenendo imprevedibili e incontrollabili.

E proprio perché sappiamo che è impossibile prevedere l’esito di ogni passo, ci abituiamo fin da piccoli a fidarci un po’ di noi stessi e un po’ del contesto.

La ripetizione di fatti positivi è percepita come una sorta di conferma della nostra capacità di crescere con successo, di essere competenti e di meritare il bene. Al contrario se si ripetono fatti negativi, possiamo provare un senso di esclusione dal bene, quasi come ci “meritassimo”, per qualche misteriosa ragione, una punizione.

Ci sono persone che tendono a a costruire una sorta di “regolarità” utilizzando i fatti positivi della vita e tollerando quelli negativi aspettando un futuro migliore.

Chi invece utilizza i fatti negativi per tracciare una linea di regolarità tende a sottovalutare le cose che funzionano avendo un’idea cupa e triste del vivere.

Lasciarsi andare alla gioia o alla tristezza è un fatto naturale, ma oltre certi limiti non ci aiuta ad entrare nel futuro, perché ci abitua a pensare che le cose che ci accadono siano quasi indipendenti da quello che facciamo. Non vi è, al contrario, alcuna ragione per cui le cose “debbano” per forza andare sempre bene o male indipendentemente dal nostro intervento.

“Aiutati che il Ciel t’aiuta”,come tutti i proverbi voce della saggezza popolare, potrebbe essere un ottimo mantra per ricordarci che possiamo sempre fare qualcosa per guadagnarci il bene evitando di subire il male.

Una sorta di idea di fondo che può far sentire gratitudine e orgoglio per le cose buone della vita, ma anche speranza e desiderio di reagire alle cose negative che accadono o che noi stessi abbiamo determinato.

Quando “piove sul bagnato”, quando il Destino e la Fortuna ci sembrano avversi, possiamo navigare a vista, arginare i danni e riflettere sulla rotta che abbiamo imboccato e sulle sue possibili variazioni.

Ricordiamoci che nulla della vita è veramente incorreggibile, nulla è senza speranza.

 

 

liberamente tratto da:

S.Gastaldi – “La terapia degli affetti” – Ed.FrancoAngeli

Le mille facce del dolore

DOLORE 1

Che cosa è veramente il dolore??? Può essere una domanda idiota: chi non lo conosce?? Eppure non è detto che quello che per me è doloroso lo sia anche per gli altri o che lo sia nella stessa misura.

Una mia cliente mi ha recentemente detto che per lei non esistono semplicemente il piacere e il dolore, ma una gamma di sensazioni  ed emozioni continua che va dal piacere al dolore.

Il dolore è allora la serie delle sensazioni che si collocano, per così dire, sul versante negativo del sentire.

Ma c’é un dolore del sèntire e un dolore dell’essere.

Quest’ultimo può essere profondo devastante, quello più temuto, quello cui si riferisce forse una delle preghiere cattoliche più intense quando alla fine recita “liberaci dal male”.

Il dolore, come più volte ho scritto, ha una sua collocazione nella vita, una funzione profonda, esplorata dal pensiero teologico, filosofico, letterario e poetico sin dagli albori dell’umanità.

Il dolore fisico potrebbe essere visto come una naturale capacità di avvertire un pericolo e reagire in vista della sopravvivenza dell’individuo e della specie. Per esempio se non sentissimo il dolore dell’ustione potremmo subire danni fatali prima di poter reagire e metterci in salvo dal fuoco.

La capacità di provare dolore è quindi connessa alla sopravvivenza, al punto tale da poter essere utilizzata in modo perverso dall’umanità contro la stessa sopravvivenza, la pratica della tortura, da sempre utilizzata e ancora oggi ampiamente praticata nel mondo, tende a mettere fortemente in conflitto la sopravvivenza personale con la sopravvivenza degli ideali: le persone torturate possono anche rinnegare i propri valori, tradire gli a ici, confessare ogni sorta di reato, anche immaginaria, tanto è forte il segnale del dolore nella loro mente e tanto puó essere alto e intollerabile l’allarme che esso determina, specie se associato, come avviene sempre, all’idea che il dolore non cesserà se non alla confessione o alla morte.

Il dolore emotivo è anch’esso un segnale, solitamente legato al senso di perdita irrimediabile di un oggetto d’amore, di una parte di noi.

Il dolore depressivo, ad esempio, così duro da vivere e da sopportare, è un’esperienza che trasfigura la vita, le cambia i connotati:scolora le belle giornate e incupisce quelle brutte, rende opaco il futuro  e intollerabile il presente.

Esso ci fa galleggiare in una stanza desolata che può imprigionarci sino a rendere il vivere del tutto insopportabile.

Il dolore, qualunque sia la sua natura, ci mette nelle condizioni di pensare ad un pericolo per la nostra integrità fisica e psichica. Quando però supera la soglia della sopportazione può diventare esso stesso un problema o un pericolo per noi, perchè può indurci a considerare la vita e noi stessi la causa principale del segnale di allarme che ci pervade e ci spinge a fuggire da noi stessi oltre che dagli altri o a colpire noi stessi, oltre che gli altri…

Per questa ragione è necessario accogliere il dolore nelle sue manifestazioni precoci, quando è possibile, deciderne il senso e fare qualcosa per reagire, senza aspettare che esso divenga intollerabile e ci induca quindi ad azioni esasperate.

Accolto precocemente il dolore rivela una dimensione densa di potenzialità positive.

Finchè è tollerabile si presta a farci agire per modificare la situazione, ci induce a riformulare la visione delle cose e a cercare nuove prospettive.

Come tutti segnali di disadattamento ci spinge a muoverci per trovare un adattamento migliore alla vita.

In questa dimensione il dolore non è un problema, è una parte utile della vita che non ci impedisce di sperare, amare e crescere …

“ …Date al dolore la parola;  il dolore che non parla, sussurra al cuore oppresso e gli dice di spezzarsi….” W.Shakespeare

liberamente tratto da:

S.Gastaldi – “La terapia degli affetti” – Ed.FrancoAngeli

Lasciare alle spalle ciò che non c’è più (II parte)

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Lasciare significa: lasciare che per un po’ le cose seguano il loro corso, che si muovano liberamente senza il nostro intervento, finché la direzione del loro movimento non si mostri spontaneamente. Se rinunciamo a tentare di guidare le cose e quelle, muovendosi, si allontanano da noi, lasciamole andare. Molliamo la presa. Se le lasciamo andare per la loro strada, ci rendiamo liberi per qualcos’altro.
Bert Hellinger,

Se sono in grado di accettare tutto quello che comporta una perdita elaborandolo nel modo “giusto” per me “gli addi” non saranno altro che un arricchimento ed una crescita.

Immagina se mi aggrappassi a quegli splendidi momenti dell’infanzia (sempre che ce ne siano stati…) che mi fanno pensare a come era bello essere bambini , o se mi sentissi confortata la ricordo dell’immaginaria sicurezza dell’utero della mia mamma, pensando che quello sia lo stato ideale. Pensa se restassi ferma a un qualche tappa precedente della mia vita e decidessi dio non proseguire. Immagina se stabilissi che alcuni momenti del passato sono talmente belli, certi legami così gratificanti, alcune persone tanto importanti che non voglio perderli, e mi aggrappassi a loro come ad una corda salvatrice, a ciò che non sono più. ….

Nonostante ciò è stato doloroso abbandonare ognuno di questi luoghi, lasciare la mia infanzia, abbandonare l’utero, lasciarsi alle spalle l’adolescenza. Ciascuno di queste azioni ha implicato delle perdite da un lato, e profitti dall’altra ma è grazie a ciò che si diventa ciò che si è.

Non esiste un profitto importante che non implichi, in qualche modo, una rinuncia, un costo emotivo, una perdita, perché questa è la verità che si scopre alla fine: che il dolore è imprescindibile dal nostro processo di sviluppo personale, che le perdite sono necessarie per la nostra maturazione e che quest’ultima, a sua volta, ci aiuta a percorrere il nostro cammino.

Quanto più ci si sgancia, tanto maggiore sarà la crescita. Più si è maturi, minore sarà la disperazione di fronte a ciò che ho perso; meno ci si tormenta per ciò che è stato, meglio si potrà continuare a percorrere il cammino.

Se sai chi sei, sarai in grado anche di abbandonare volontariamente e dolorosamente qualcosa per far posto ai nuovi desideri.

Bisogna svuotarsi per potersi riempire. Una tazza serve solo quando è vuota. Una tazza piena non ha senso perché non la si può riempire con niente. Non può dare nulla perché prima dovrà imparare a svuotarsi.

Non si è solo ciò che si possiede ma anche e soprattutto ciò che si è in grado di dare. E per questo è necessario sperimentare la perdita, il distacco e una certa dose di dolore perché si perde qualcosa anche quando si decide di proprio iniziativa di dare ciò che è nostro.

Per poter rispondere alla domanda “Chi sono?” bisogna accettare anche il vuoto, lo spazio dove, per decisione, per caso o per natura, non c’è più quello che c’era prima.

Questa è la nostra vita: disfarsi del contenuto della tazza per poterla riempire di nuovo. La nostra vita si arricchisce ogni volta che la riempiamo, ma anche ogni volta che la svuotiamo perché, quando lo facciamo, ci stiamo aprendo alla possibilità di riempirla di nuovo.

Personalmente la storia del mio rapporto con la mia crescita e con il mondo è la storia di questo ciclo dell’esperienza: entrare e uscire, riempirsi e svuotarsi, prendere e lasciare. Anche se non sempre è un processo facile. Anche se non sempre è privo di danni ……

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Per saperne di più:

Judith Viorst – Distacchi – Ed. Sperling Paperback

Lasciarsi alle spalle ciò che non c’è più (I parte)

distacchi

Alcune persone pensano che aggrapparsi alle cose le renda più forti, ma a volte si necessita di più forza per lasciare andare che per trattenere – Hermann Hesse

In alcuni momenti di questo viaggio per ri-trovare se stessi, cercando risposte, può accadere di confrontarsi con la scoperta che il “chi sono” non si sovrappone necessariamente al “chi ero” e a volte il mio “io” di oggi è completamente diverso dal mio “io” di ieri nonostante sia eredità di quest’ultimo. Questo significa che non sono colei che ero e anche che non ho accanto né le stesse cose, né le stesse persone di allora. E questo può fare male …….

Il dolore è un evento imprescindibile e fa parte della nostra crescita. Tutte le sensazioni associate alla tristezza sono normali, nessuna esperienza costituisce di per sé una malattia, nessuna è minaccia della nostra integrità.

Può darsi che in un determinato momento, di fronte ad una specifica situazione, una persona reagisca attraversando un processo di grande sofferenza. Ma è anche possibile che la stessa persona, o un’altra, in un momento diverso ma comunque simile, attraversi un altro tipo di dolore, molto più grande e intenso.

E’ giusto così: il vissuto di ciascuno di fronte ad un dolore è una questione unica e personale.

Prendiamo alcune migliaia di persone e tingiamo i loro pollici con la vernice nera. Chiediamo poi loro di lasciare le impronte sulla parete. Ciascuna sarà diversa, non ce ne saranno due uguali, perché non esistono due persone con le stesse impronte digitali.

Tuttavia, hanno tutte caratteristiche simili che ci permettono di studiarle e sapere di più sul loro conto. Ognuno dei nostri dolori, al pari delle impronte, è unico e ogni modo di affrontarlo è irripetibile.

Nonostante ciò, ogni dolore somiglia, in alcuni punti, a tutti gli altri dolori e questi tratti comuni ci consentono di capirli maggiormente. Di fatto “aiutare” qualcuno in un momento di dolore significa lasciar libero chi soffre di esprimere le proprie emozioni, qualunque esse siano, a suo modo e con i tempi di cui necessita. Noi counselors, insieme a psicologi e psicoterapeuti concordiamo sul fatto che la possibilità di trovare una forma d’espressione del vissuto interiore aiuta ad alleviare il dolore di coloro che stanno attraversando questo cammino.

Potremmo chiederci perché mai una persona dovrebbe pensare che si separerà dalle cose? Ci sono molte cose che una persona tiene con sé per tutta la vita. A quelle potremmo aggrapparci tranquillamente, sapendo che staranno al nostro fianco fino all’ultimo minuto. Sarebbe bello se non fosse per il fatto che è impossibile.

Questo è il primo insegnamento dell’essere adulti! E se non vogliamo accettare questo ci illuderemo fingendo finte eternità possibili. Inoltre, quanto si può godere di qualcosa per la quale si ha l’estrema paura di  perderla????

Poniamo il caso che ci sia un oggetto sulla mia scrivania fatto di un materiale caldo e splendido al tatto. Supponiamo che lo tenga saldamente tra le mani per paura che qualcuno me lo voglia rubare ; che succederebbe se il pericolo (anche se immaginario) continuasse a incombere ed io continuassi a tenere strettamente l’oggetto fra le mie mani?

In primo luogo mi renderei conto che non c’è più nessuna possibilità di godere al tatto di ciò che stringo (provaci adesso, metti qualcosa con forza tra le mani e stringi. Guarda se riesci a percepire come è al tatto. Non puoi. L’unica cosa che puoi sentire è che lo stai afferrando, che stai cercando di evitare che si perda).

La seconda cosa che potrebbe accadere, tenendolo strettamente fra le mani, è sentire dolore (continua ad afferrare l’oggetto con forza in modo che nessuno possa portartelo via e osserva cosa succede).

Ho ottenuto ciò che volevo però lungo la strada ho rinunciato a tutta la felicità che veniva dalla  relazione con l’oggetto in sé.

Questo è quello che succede insistendo con la stupida necessità di possedere quello che non ci appartiene più: che sia una qualunque idea ritenuta baluardo o una qualsivoglia relazione, inclusi i legami più stretti, con i genitori, figli o partner.

Di fatto ciò che fa sì che i miei vincoli transitino attraverso spazi godibili è, continuando nella metafora, potere aprire la mano. Imparare a non vincolarmi nell’odiosa maniera di conquistare, controllare o stringere ma piuttosto lasciarsi andare ad una situazione di vero incontro con l’altro senza timore di provare in seguito dolore.

Il modo per non soffrire “di più” non è amare “di meno”, cercando di non compromettersi affettivamente con niente e con nessuno, ma imparare a non rimanere legati a ciò che non c’è più.

Impegnarsi a godere di quello che si ha in ogni momento e fare il possibile perché sia meraviglioso finchè dura. Non vivere oggi pensando a quanto è stato bello ieri, ma sforzandosi di rendere entusiasmante quello che avviene ora.

Restare ancorati a ciò che accade in ogni momento presente, non a ciò che è stato. Restare legati a ieri significa vivere schiavo del passato, coltivando ciò che non è più.

Che succede se una persona trae vigore dal riscoprire ogni giorno la sua relazione con l’altro? Che succede se ci obblighiamo a rinnovare l’impegno con l’altro quotidianamente piuttosto che una volta per sempre? Per molti, timorosi, insicuri e intransigenti, la relazione diventerà un vincolo poco impegnato, per me è esattamente il contrario: non bisogna attaccarsi ad una persona, situazione o relazione, come una cozza su uno scoglio, e se domani ciò che dà tanto piacere finisce, essere in grado di prendere la decisione di lasciarlo andare, ma finchè non arriva quel momento ( e non è detto che deve arrivare per forza) cercare di impegnarsi completamente.

Essere chi sono è correre il rischio di percorrere senza paura questo cammino “bagnato di lacrime” perché oltre alle persone che uno perde ci sono situazioni che si trasformano, legami che cambiano, tappe della propria vita che si superano, momenti che finiscono e ognuno di essi rappresenta una perdita da elaborare …..

…… continua nel prossimo post

Sulla costante ricerca di approvazione

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Photo by Joe Pizzio on Unsplash

Bisogna abbracciare se stessi.Perché spesso è la nostra approvazione che ci manca. La più difficile da ottenere, ma anche la più importante. (Cit.)

Ben ritrovati, eccoci al consueto appuntamento del lunedì con il nuovo post.

Come vi avevo scritto alla fine dell’articolo precedente vorrei ancora soffermarmi sulle riflessioni che Katie Byron fa nel suo libro “Ho bisogno del tuo amore -è vero?”, occupandoci oggi della continua ricerca di approvazione che molto spesso segna le nostre vite distogliendoci dal viverle appieno.

Katie inizia il capitolo con un esempio, a mio parere, perfetto ….. leggiamolo insieme ….

[…] Una bambina è felicemente assorbita nei suoi giochi al parco. All’improvviso ha un brivido facendo una capriola. I bambini attorno a lei, che non aveva quasi notato, stanno ridendo e applaudendo. Ripete la capriola per vedere se applaudono ancora. In tutto il parco giochi i bambini fanno “Guardami! Guardami!”, felici quando ricevono la risposta che vogliono e delusi quando non la ricevono. La prima bambina non sa bene cosa abbia scoperto, ma è entusiasmante! Pensa che forse ha trovato la chiave per essere accolta. Prova a fare una nuova capriola con una motivazione che prima non aveva. Non gioca più per divertirsi. La sua concentrazione si è spostata sulla risposta che vuole dagli altri, e con ciò arriva l’ansia di non averla […]

Ecco qui l’inizio della perdita della gioia di fare per il semplice entusiasmo nel fare, sostituita dall’ansia di fare ed essere per ricevere. E come quella bambina molti di noi iniziano a fare capriole per cercare di ottenere l’approvazione, il riconoscimento, spostando irrimediabilmente lo sguardo dal dentro al fuori, finchè cercare approvazione diventa una parte così importante della nostra vita da diventare automatico.

Il primo passo per cercare di piacere è fare una buona impressione; questo, come il termine stesso ricorda, significa forzare l’immagine che vorremmo si imprimesse nella mente dell’altro. E’ come se andassimo dagli altri con un grande timbro in mano cercando di stampare nella loro mente la migliore immagine di noi stessi. La convinzione che ci muove è che se riusciamo a fissare bene quell’immagine la relazione inizierà con i migliori auspici.

Ma è realmente vero? Riflettiamo …..

Proviamo a metterci dall’altra parte cercando di ricordare come ci sentiamo quando qualcuno cerca di impressionarci. Cosa vediamo quando qualcuno cerca di avvicinarci portando con sé un grande timbro? Da questa nuovo prospettiva è quasi come se il timbro ci dicesse “ho tanto bisogno di piacerti” o “voglio qualcosa da te”. La nostra reazione? Forse un passo indietro, oppure vari tentativi per aggirare il metodo “io ti impressiono così ti piaccio per forza” arrivando così a scoprire chi abbiamo veramente davanti a noi.

Chiediamoci se i tentativi che fanno le persone per impressionarci ci piacciono davvero e ritornando nei nostri panni proviamo a notare quante volte noi facciamo la stessa cosa.

Mettiamoci in ascolto dei nostri pensieri quando parliamo con gli altri: osserviamo quando cerchiamo di manipolare con spiegazioni, puntualizzazioni o giustificazioni, oppure quando raccontiamo degli aneddoti nella speranza che la gente pensi certe cose di noi, potremo avere delle rivelazioni imbarazzanti. Ancora, consideriamo come cerchiamo di manipolare con il viso, la voce, gli occhi, il linguaggio corporeo, la risata …. Potremo addirittura accorgerci che tutti i nostri sforzi sono impegnati a piacere perdendo il vero ascolto nei confronti dell’altro.

L’Ascolto diventa così vago interesse proiettato solo all’acquisizione di “punti” per ottenere il premio finale del “più simpatico”. Focalizzarsi ansiosamente sull’altra persona, verificandone costantemente l’approvazione o la disapprovazione non fa che amplificare a dismisura quel senso di inadeguatezza tagliandoci totalmente fuori dalla fonte della vera soddisfazione. La continua attenzione verso l’esterno ci distoglie anche da quel pensiero inevitabile e doloroso che sta alla base di questa affannosa ricerca di approvazione, la convinzione che se è necessario trasformarci per ottenere riconoscimento e amore ci deve essere sicuramente qualcosa di sbagliato nel modo in cui siamo.

La maggior parte degli sforzi che facciamo per conquistare amore e ammirazione non sono calcolati a freddo o fatti di proposito, il più delle volte nemmeno lo avvertiamo; è come se ci trovassimo in uno spazio sognante in cui si alternano speranza e timore. Un momento pensiamo che potremmo essere rifiutati e il momento dopo diventiamo entusiasti per il successo.

E per evitare di perdere quella sensazione di appagamento totale che l’approvazione dell’altro porta con se, troppo spesso modifichiamo i nostri gusti, le nostre decisioni, le nostre priorità. Ci ritroviamo a dire “Si” quando volevamo dire “No”; diciamo “Grazie” senza in realtà provare vera gratitudine; appariamo gentili e cortesi senza esserlo veramente nel profondo del cuore.

La ricerca di approvazione a tempo pieno significa che invece di vivere semplicemente la nostra vita, dobbiamo recitarla.

Quando diciamo o facciamo qualcosa per piacere, ottenere, influenzare qualcuno, la paura è la causa e il dolore è il risultato. Tradire la nostra essenza per ottenere quanti più “like” possibile, crea separazione. Non è il contatto che cerchiamo, ma solo l’accensione di una lampadina che poi nella maggior parte dei casi rimane spenta.

In quel momento un’altra persona potrebbe amarci totalmente per quello che siamo e noi non potremmo rendercene conto.

Se agiamo guidati dalla paura sarà molto difficile ricevere amore perché rimaniamo intrappolati nello sforzo su quello che dobbiamo fare per ottenere amore. Il cuore e il sentire si chiudono in favore di un pensiero fisso volto a trovare l’escamotage migliore per arrivare a piacere.

Ma se ci spostiamo un attimo dal ripiegamento ossessivo, scopriremo che non è necessario fare nulla per ottenere amore.

Quando vogliamo far colpo sulle persone e conquistare la loro approvazione siamo come bambini che dicono: “Guardami! Guardami!”, ci riduciamo a bambini bisognosi e quando riusciamo prima di tutto noi ad amare quel bambino e ad abbracciarlo rassicurandolo, la ricerca finisce …..

 

 

 

liberamente tratto da:

K.Byron – Ho bisogno del tuo amore? – E’ vero? – Ed Punto di incontro

Pensieri e sentimenti nella ricerca d’amore

amore e stress

Ieri sistemando la mia zeppa libreria in continua crescita vista la mia compulsiva voracità di mangiatrice di libri, ho ritrovato un testo molto interessante di Katie Byron ideatrice di “The Work” una metodologia per identificare e indagare i pensieri che causano la sofferenza che impedisce alle nostre vite di decollare.

Il testo in questione è “Ho bisogno del tuo amore. È vero?” Riflessioni ed esercizi su come smettere di cercare amore e approvazione e cominciare invece a trovarli.

Visto che in questo periodo il mio lavoro di counselor è soprattutto incentrato ad agevolare le persone ad esplorare il loro mondo di coppia cercando di ripercorrere pensieri ed emozioni che possono causare difficoltà ed impasse nella relazione, mi sembra interessante, questa mattina, postare una riflessione tratta liberamente da questo testo.

All’inizio, dice Katie Byron, può sembrare strano vedere l’infelicità in amore in termini di pensieri. Tuttavia se diamo un’occhiata più profonda ci accorgeremo che esiste sempre un pensiero particolare che innesca qualsiasi situazione che provoca stress.

L’ansia relativa all’amore è il risultato di pensieri semplici e per lo più infantili “Ho bisogno del tuo amore” “Senza di te mi sento persa”; pensieri, questi che pretendono di guidarci verso il vero,amore ma che se non esplorati nella loro dinamica rischiano di diventare grosso ostacoli.

Molto spesso le persone immerse in questo stato di ansia e turbamento non riescono a individuare il pensiero che lo provoca, riescono solo a sentirne il flusso emotivo.

Immaginiamo, ad esempio di aprire il nostro cuore al nostro “lui” e che “lui” non solo non risponda ma anche che si alzi e lasci la stanza. Noi, rimaniamo sulla sedia con la sensazione che il mondo sia finito. Il primo pensiero potrebbe esser “Non gli interesso” che potrebbe diventare “perché mi preoccupo? A nessuno importa veramente di me”.

Proviamo ora a ricordare una sensazione passata in cui questa sensazione di turbamento era molto forte, in silenzio lasciamo emergere questa sensazione. Se non riusciamo a trovare il pensiero che sta dietro l’emozione, cerchiamo di penetrare più in profondità verso il luogo dove la sensazione è più intensa. Questo significa immergerci completamente nella sensazione fisica legata a quell’emozione cercando di ascoltare il corpo, dandogli contemporaneamente voce. Se l’emozione potesse parlare, cosa direbbe e a chi?

Prendiamoci il nostro tempo, senza fretta. Cerchiamo di essere più precisi possibile, altrimenti potremmo dire qualcosa di saggio e amorevole, dando voce a quello che pensiamo “dover” pensare, invece di quello che pensiamo e ci fa star male.

Molto spesso nel momento del dolore, ci sono pensieri che abbiamo avuto per così tanto tempo che non ci rendiamo nemmeno conto di averli lì stretti a noi.

Il secondo passo del “Lavoro” che ci insegna Katie Byron è, dopo aver trovato il pensiero, sotteso all’emozione dolorosa, chiederci se è vero. Questo vuol dire tornare nuovamente dentro noi stessi per vedere se il pensiero che provoca turbamento è realmente in accordo con la realtà che stiamo vivendo; molto spesso ci accorgeremo che non è così.

Nel nostro viaggio attraverso la vita i pensieri sono come spari nel buio, tentativi imprecisi per cercare di comprendere cosa accade dentro e fuori di noi. Quando cerchiamo amore, approvazione e riconoscimento, molto pensieri che facciamo hanno il compito di decifrare il comportamento delle persone che ci interessano e soprattutto fare ipotesi su quello che sta succedendo nelle loro teste, come se avessimo il potere di leggervi dentro.

Come bambini ci focalizziamo sull’aspetto allarmante; tornando all’esempio di prima: lui non mi risponde, si alza e se ne va ….. non gli interessa nulla di quello che dico, non mi vede! E poi reagiamo di conseguenza, come se il pensiero fosse un fatto. Soffriamo: ci rinchiudiamo in noi stessi o attacchiamo, invece di rispondere alla domanda che il pensiero, come tutti i pensieri, implica “è questo quello che è successo veramente?”.

Ogni sensazione di stress e malessere è un allarme che ci fa sapere che stiamo credendo ad un pensiero non vero.

In questo passaggio, ci dice sempre la Byron, cerchiamo di analizzare cosa provoca quel pensiero nella nostra vita fisica ed emozionale. Quando siamo intrappolati dentro a quel pensiero, chiediamoci “come ci influenza?” “ come trattiamo noi stessi e gli altri, quando crediamo a quel pensiero?” “ ci compatiamo?” “ ci sentiamo feriti e arrabbiati?” “ è qui che diventiamo vittime?”

Dopo di che facciamo un salto con la fantasia e immaginiamo cosa sarebbe la nostra vita senza quel pensiero, se non gli credessimo e se addirittura fossimo incapaci a pensarlo. Evitiamo di preoccuparci se sia vero o no, lo scopo di questo passaggio è sperimentare come sarebbe la nostra vita se non crediamo a quel pensiero. Durante il processo immaginativo, guardiamo il nostro “lui” senza il pensiero “ non gli importa nulla di me”  provando a rimanere un po’ in quell’esperienza.

Lo scopo di questo esercizio è quello di farci notare le conseguenze del credere ad un pensiero e poi provare un assaggio di vita senza pensiero.

Il terzo e ultimo passo dell’indagine sul pensiero è “rigirare” il pensiero.

Come uno specchio la mente ha un modo di comprendere le cose correttamente ma capovolte.

Quindi riprendiamo il nostro pensiero e rigiriamolo, ossia letteralmente invertiamolo in tutti i modi possibili. Poi chiediamoci se queste versioni invertite sembrano altrettanto vere o perfino più vere del pensiero originario.

Facciamo sempre l’esempio di prima e proviamo:

  • Sono io in realtà che non ho riconosciuto e che non mi importa di lui, quando mi sento ferita, mi rinchiudo o mi arrabbio, saltando subito alle conclusioni, giudicandolo duramente.
  • Non mi importa di me stessa, ho trasformato un’azione probabilmente innocente in rifiuto. Sono io che ho creato il disconoscimento  nella mia mente e i miei pensieri arrabbiati mi hanno fatto sentire piccola e inutile.
  • Lui non mi ha rifiutata, gli importa di me, forse stava pensando a qualcosa di altro. Non posso davvero sapere quale fosse la sua intenzione.

Quando la mente vuole provare che ha ragione, può cadere in un solco, come una macchina che si è impantanata. Provare dei rigiri e considerare se possono essere veritieri è come spingere avanti e indietro la nostra macchina per liberarla dal fango.

Quindi ogni volta che abbiamo un pensiero stressante, Katie Byron ci lascia quattro domande da farci che possono guidarci verso una nuova valutazione di ciò che provoca il nostro malessere :

  1. È vero?
  2. Possiamo sapere con assoluta certezza che è vero?
  3. Come reagiamo, cosa avviene quando crediamo a quel pensiero?
  4. Cosa saremmo senza il pensiero?

Se l’articolo vi è stato utile seguitemi nei prossimi post per altri interessanti spunti di riflessione sull’argomento ….

“Io non controllo i pensieri, sono loro che controllano me, fino a quando non li indago” Katie Byron

liberamente tratto da: K.Byron – Ho bisogno del tuo amore, è vero? – ed. Il punto d’incontro

 

 

 

 

 

Mi dò l’opportunità ….

io

 

Io mi dò l’opportunità di ricominciare da capo.

Io mi dò l’opportunità di guardarmi gentilmente e apprezzarmi per quella che sono.

Io mi dò l’opportunità di circondarmi di persone che mi apprezzano e che valorizzano la mia vita.

Io mi dono il tempo per cambiare ciò che è bene che cambi, per chiedere aiuto se ho bisogno, per mostrarmi come sono, invece che adattarmi alla visione degli altri.

Io mi dono la possibilità di fare quello che non credo di saper fare, perchè non ho ancora la visione di ciò che posso o non posso fare.

Io mi dò l’opportunità di fare errori, ma anche di accettare il successo con semplicità e gratitudine.

Io mi dò la possibilità di dire le parole semplici che sono però importanti nella mia vita: “No”, “Sì”, “NOn voglio”, “Non posso”, “Ho bisogno” …..

Io mi dò l’opportunità di conoscere me stessa, poichè sono nata con me e morirò con me: se io non sono mia amica, mi sentirò sempre sola.

E come faccio a sentirmi sola se una parte del Tutto abita in me?

Per questo sono nata: perchè non basta nascere per essere, io mi dò l’opportunità di rinascere…..

Virginia Gawel