Perchè scegliere Ri-Trovarsi come scuola di Counseling.

RITROVAARSISCUOLA

” Non puoi trasmettere saggezza e visione profonda ad un’altra persona. Quei semi sono già presenti in lei; un buon insegnante li tocca e permette loro di risvegliarsi, di germogliare e di crescere” Thich Nhat Hanh

Ri-trovarsi è un centro formativo nuovo che si inserisce nel vastissimo panorama delle offerte di formazione in Counseling.

In realtà è un “soggetto” che esiste da 10 anni come luogo virtuale di condivisione e confronto legato alle tematiche del ben-essere, dell’arte e del Counseling, che si è trasformato in luogo fisico che eroga servizi per il ben-essere della persona tra cui il corso triennale in Counseling Espressivo.

Fin qui in realtà nulla di nuovo, dunque perchè sceglierci?

Perchè, per prima cosa, la scuola, una piccola struttura che vuole rimanere tale, mette al centro l’allievo, nella sua specifica e unica “umanità”, prendendosene cura in un processo educativo che prima di essere professionalizzante vuole condurre lo studente ad imparare a prendersi cura di sè, delle sue preziose fragilità, agevolandolo nella scoperta delle sue potenzialità e risorse accompagnandolo nella focalizzazione dei suoi punti di forza al fine di creare un proprio personale metodo di fare counseling.

E’ una scuola di counseling gestita e condotta da counselor che ben sanno i principi di questa professione che NON CURA ma SI PRENDE CURA della persona facilitando la ricerca di quel “senso” che si può trovare solo all’interno di se stessi, nella propria umana sostanza, riconoscendo le risorse e la capacità di autodeterminarsi di cui ognuno di noi è provvisto.

Professione, che in questo momento storico così complesso, diventa servizio sociale per ritrovare in se stessi quel punto di riferimento, quella fiducia che fuori si è persa.

E così il Counseling riprende il suo scopo originario di orientamento, una bussola in questo “mare magnum” di incertezze che ci circonda.

Il secondo motivo sono gli strumenti di cui la scuola si serve per raggiungere questo scopo, ossia l’Espressività.

L’Espressione corporea sia essa movimento o gesto grafico che arriva là dove le parole non trovano voce.

ES-PRESSIONE ossia manifestazione della nostra parte più profonda e istintuale, ancora priva di consapevolezza e quindi di un vocabolario semantico, che emerge attraverso  l’Io Corpo, che trattiene le nostre memorie più antiche, sia per mezzo di un gesto, un movimento, una traccia pittorica lasciata su un foglio.

“Oggetto” che diventa, “portato fuori”, alter-ego della persona, pronto per essere esplorato e in caso trasformato e ri-trasformato fino a trovare una “forma” sufficientemente buona.

Oggetto che diventa anche il fio rosso per uscire dal labirinto dei continui autoboicottamenti e ritrovare la strada di casa.

Questo processo si fonda sulla fiducia incondizionata che ognuno di noi possegga quell’ingrediente magico capace di modificare la nostra vita: la CREATIVITA’.

Parola che condivide l’etimologia con il termine indoeuropeo “kerè” che significa “crescita” e la crescita implica sempre una trasformazione.

Quindi Creatività che porta alla trasformazione; in questo processo che dura tutta la vita quello che fa la differenza è come ci poniamo: da soggetti attivi o passivi. Da persone attive e creative che vogliono influire sulla propria realtà, pilotando le proprie scelte, o da persone passive che aderiscono passivamente alle scelte volute da altri perdendosi in recriminazioni e rimorsi.

Il Counseling di Ri-Trovarsi ti insegna, accompagnandoti passo passo, a calarti nella tua creatività, sepolta spesso sotto tonnellate di giudizi e false credenze, spezzando la catena della paura e del controllo, lasciandoti andare al libero fluire dei gesti per riportare in superficie ciò che sei sempre stata/o. Ripartendo poi da quella certezza, da quel Diritto ad Essere ciò che sei per ridare un senso a tutto il tuo esistere.

 

Se tutto ciò non ti basta e hai voglia di saperne ancora di più scrivi a gabriellacosta@ri-trovarsi.com o telefona al 347 1751469 sarò felice di rispondere ad ogni tua domanda.

Intanto dai un’occhiata tra le pagine del sito e al corso Triennale in Counseling Espressivo che proponiamo cliccando QUI 

Riprendi in mano la tua vita

BARCHETTE IN MANO

“Nessuno può tornare indietro e ricominciare da capo, ma chiunque può andare avanti e decidere il finale.” Karl Barth

Quante volte ci troviamo catapultati in situazioni che non volevamo?

Quante volte accade qualcosa che non ci sentiamo pronti ad affrontare?

A tutti capita di sentirsi in balia degli eventi, incapaci di uscire da una spirale di negatività che ci trascina e ci fa sentire impotenti.

Vorremmo riprendere il controllo della nostra vita, cambiare direzione ma spesso travolti al caos non sappiamo da dove iniziare.

Ecco 7 suggerimenti (Fonte: www.blessyou.me) per riscrivere il copione della nostra vita  ed esserne finalmente il protagonista.

  1. ASCOLTATI. Ascolta il dolore, l’ansia lo stress, la stanchezza. Cosa ti stanno comunicando? Quale è l’area della tua vita che sta boccheggiando, desidera aria fresca e ha sete di cambiamento? Accettare e ascoltare le emozioni negative richiede molto coraggio ma è la porta per la vera felicità. Cosa è che ti fa battere il cuore? Smetti di liquidare quel sogno, quel desiderio con la logica della paura che ripete incessantemente che “non si può-non è il momento-non ha senso-sarà troppo difficile-ma se poi…”. Ascolta il tuo istinto, rinnova le aree della tua vita, che non rispondono più ai tuoi desideri più profondi. Osa sognare e permettiti di vivere i tuoi desideri e le tue passioni.
  2. DIVENTA PADRONE DELLA TUA MENTE. Sono i pensieri che attraversano la nostra mente e creano la realtà che ci circonda. Il modo in cui pensi a te stesso plasma l’immagine che hai di te. Quando ti capita di avere pensieri negativi domandati se ti appartengono o sono frutto di condizionamenti del passato e di giudizi esterni a te stesso. Chiediti in che modo possono esserti utili. Se non lo sono, lasciali scivolare via e sostituiscili con altri che arricchiscano la tua vita. I pensieri governano le tue azioni e le tue reazioni ad ogni evento. E’ qui che risiede la chiave di volta. Padroneggia i tuoi pensieri, scegli con cosa nutrire la tua mente e diventerai padrone della tua vita.
  3. IMPARA A LASCIARE ANDARE. Oggi è il primo girono della tua vita. Ieri è già andato e domani, credimi, non arriverà prima di domani. Oggi, ora, adesso è l’unico momento su cui hai potere. Per quanto doloroso sia stato il tuo passato, per quanti sbagli credi di avere commesso, per tutte le cose che sarebbero potute andare diversamene, ormai sono andate. Vuoi cambiare qualcosa? Fai ora, adesso, qualcosa di diverso. Lascia andare il senso di colpa, la rabbia, il dolore, la tristezza e prima di lasciarli andare domanda loro cosa ti hanno voluto insegnare di utile per rendere diverso, migliore il tuo oggi.
  4. ALLENA L’ASSERTIVITA’. Meriti di dire “Sì” quando vuoi dire “sì” e “No” quando senti che quella determinata richiesta non è in linea con te stesso e non è giusta per te in quel momento. Non c’è niente da guadagnare ma tutto da perdere a lasciare che siano gli altri a decidere per te. Essere assertivi significa avere il coraggio di essere ed esprimere se stessi e ti permette di evitare la trappola del “se avessi fatto/detto, se fossi stato diverso…”. Che senso ha cercare di essere diverso da ciò che sei nel profondo?
  5. APPREZZA E GODI DELLE PICCOLE COSE DI OGNI GIORNO. Ormai numerosi studi scientifici hanno ampiamente dimostrato come esprimere gratitudine aumenti stabilmente il nostro livello della felicità. Un modo per riconoscere quelle cose che ci rendono grati della vita è godere del momento che stiamo vivendo ora. Stai mangiando? Gusta ogni boccone, assaporalo. Nota come questo cambi il semplice atto di mangiare. Stai chiacchierando con un amico/amica? Ascoltato apertamente, sospendi il giudizio e fai domande. Goditi la conversazione, le risate, i silenzi.
  6. RIDI, SORRIDI, GIOCA. Diceva Nietzsche “non si può ridere di tutto e tutti ma ci si può provare” Inizia da te stesso, guarda al lato comico dei problemi e delle difficoltà che incontri. Riuscirai a creare il distacco necessario per vederle da altre angolazioni. Ridi delle tue paure è uno dei migliori modi per affrontarle con coraggio. Sorridi. Non per convenzione o convenienza. Sorridi perché non c’è niente di più bello che poterlo fare. Entra in un bar la mattina e senti come cambia il tuo stato d’animo e l’atmosfera intorno a te regalando un sorriso sincero. Gioca. Torna bambino, scherza. Prova ad affrontare un compito noioso come se fosse un gioco divertente. Ti aiuterà a focalizzarti sugli aspetti piacevoli che non avevi minimamente considerato, stimolerà la tua creatività e ti aprirà a nuovi punti di vista.
  7. SCEGLI IL BICCHIERE MEZZO PIENO. La vita è piena di sfide. Affrontarle con sano ottimismo significa rivolgere la propria attenzione alle possibilità racchiuse dentro le difficoltà. Ricordati che dietro ogni vincolo c’è sempre un’opportunità, che ogni crisi può essere un’occasione e che il dolore porta sempre con sé il seme di una meravigliosa rinascita. Tocca a te scegliere se raccoglierlo!

Allora , tu che mi leggi, sei pronto per riappropriarti della tua vita?

E poi arriva il mattino a raccontarci come si fa, ogni volta, a ricominciare. (Cit.)

 

La pioggia sul bagnato

pioggia sul bagnato 1

Banksy- “The rain-girl”

“Alzi il tuo corpo verso le nuvole di pioggia, il tuo respiro si riempie d’acqua. Guardi la forma delle gocce, te stesso, riflesso come un’immagine.” T. Lehikoinen

Negli infiniti tiri di dado della Fortuna, nel multiforme variare del Destino può capitare che “piova sul bagnato”, ovvero che vada sempre peggio quando va male e sempre meglio quando va bene; abbiamo allora l’impressione che vi sia un disegno già scritto che guida gli avvenimenti della nostra vita, poiché essi ci appaiono indipendenti dalle nostre azioni o tentativi di modificarne il corso.

Le cose che ci capitano, invece, hanno una loro storia che per molti versi dipende dalle nostre scelte e per altri dal contesto in cui ci troviamo.

In mille occasioni abbiamo costruito i binari su cui procede la nostra vita e per lungo tempo può succedere che lungo questa strada ferrata vada tutto per il meglio. Tuttavia non possiamo avere il controllo delle mille variabili che incontriamo sul nostro cammino. Come in una immaginaria scacchiera di migliaia di caselle, a mano a mano che giochiamo le varie mosse del vivere le prospettive davanti a noi si moltiplicano divenendo imprevedibili e incontrollabili.

E proprio perché sappiamo che è impossibile prevedere l’esito di ogni passo, ci abituiamo fin da piccoli a fidarci un po’ di noi stessi e un po’ del contesto.

La ripetizione di fatti positivi è percepita come una sorta di conferma della nostra capacità di crescere con successo, di essere competenti e di meritare il bene. Al contrario se si ripetono fatti negativi, possiamo provare un senso di esclusione dal bene, quasi come ci “meritassimo”, per qualche misteriosa ragione, una punizione.

Ci sono persone che tendono a a costruire una sorta di “regolarità” utilizzando i fatti positivi della vita e tollerando quelli negativi aspettando un futuro migliore.

Chi invece utilizza i fatti negativi per tracciare una linea di regolarità tende a sottovalutare le cose che funzionano avendo un’idea cupa e triste del vivere.

Lasciarsi andare alla gioia o alla tristezza è un fatto naturale, ma oltre certi limiti non ci aiuta ad entrare nel futuro, perché ci abitua a pensare che le cose che ci accadono siano quasi indipendenti da quello che facciamo. Non vi è, al contrario, alcuna ragione per cui le cose “debbano” per forza andare sempre bene o male indipendentemente dal nostro intervento.

“Aiutati che il Ciel t’aiuta”,come tutti i proverbi voce della saggezza popolare, potrebbe essere un ottimo mantra per ricordarci che possiamo sempre fare qualcosa per guadagnarci il bene evitando di subire il male.

Una sorta di idea di fondo che può far sentire gratitudine e orgoglio per le cose buone della vita, ma anche speranza e desiderio di reagire alle cose negative che accadono o che noi stessi abbiamo determinato.

Quando “piove sul bagnato”, quando il Destino e la Fortuna ci sembrano avversi, possiamo navigare a vista, arginare i danni e riflettere sulla rotta che abbiamo imboccato e sulle sue possibili variazioni.

Ricordiamoci che nulla della vita è veramente incorreggibile, nulla è senza speranza.

 

 

liberamente tratto da:

S.Gastaldi – “La terapia degli affetti” – Ed.FrancoAngeli

Che cosa voglio?

 

COSAVOGLIO

Sarebbe da stupidi, non credi? Passare una vita intera a desiderare qualcosa senza mai agire. (Dal film Blow)

In molti post di questo blog c’è il rimando a questa amletica domanda “Che cosa voglio?” che è il punto di partenza da cui iniziare per poi raggiungere quei famosi obiettivi nati proprio dall’ascolto dei nostri bisogni. Mai però ho dedicato un intero post alla domanda in questione, sollecitata dal week end di formazione che ho condotto,  vediamo un po’ dove mi porta la riflessione ….

Per molte persone è difficile rispondere a questa domanda. Questo è dovuto al fatto che , oltre non tenere in considerazione la nostra voce interiore, viviamo anche in tempi in cui abbiamo a disposizione una scelta pressoché sterminata di modalità di configurare la nostra vita.

Esiste una massima buddista che dice che i problemi dell’uomo dipendono in gran parte da tre tipologie di difficoltà che hanno tutte a che fare con la volontà:

  1. L’uomo vuole cose che non può ottenere
  2. L’uomo ottiene cose che non vuole avere
  3. L’uomo spesso non sa neppure di preciso che cosa vuole o non vuole avere!

Per risolvere questi problemi è consigliabile liberarsi di molte illusioni a cui ci siamo affezionati o di cui non ci siamo resi conto fino ad oggi.

Il famoso primo passo consiste nel rivolgere uno sguardo spassionato e realistico alla realtà della nostra vita, che viene quasi sempre alterata da quattro situazioni: desideri non ponderati, sogni irrealistici, aspettative inadeguate, traumi del passato irrisolti.

Spesso mi capita di sentire dai miei clienti: “Sento che nella mia vita dovrei cambiare qualcosa , ma non so esattamente che cosa. Tutto sommato sto bene e ho tutto quello di cui ho bisogno. Ma in realtà non è ciò che voglio veramente!”

Questa situazione porta di regola ad uno stato di confusione interiore che può rapidamente crescere e trasformarsi in una sorta di disperazione. Il che genera poi insicurezze ancora maggiori e delusioni riguardo all’”ingiustizia della vita”. Se si osservano queste dinamiche da una prospettiva interiore ci si rende facilmente conto di quanta energia la singola persona disperda in un simile processo. Un’energia di cui di fatto avrebbe bisogno per imboccare un cammino costruttivo.

La chiave per risolvere questa situazione consiste nella capacità di distinguere nettamente la propria realtà interiore dal quella prestabilita dall’esterno. Solo nel momento in cui si riconosce la modalità con cui i propri progetti interiori si distinguono dalle direttive provenienti dalla famiglia o dalla società può avere inizio il cambiamento.

Senza dubbio questo potrebbe significare anche liberarsi dall’idea che: se tutti lo fanno, sarà pure giusto. Non necessariamente!!! E’ vero che può essere giusto per alcuni o addirittura per molti, ma magari non per me! E se così fosse proviamo a domandarci: avremo il coraggio di opporci ad una travolgente maggioranza di familiari, amici, colleghi??? Ricordiamoci che è in gioco nientemeno che la NOSTRA VITA!!!!

Ecco un esercizio: cominciamo ad esaminare quelle concezioni o attività che possedete o avete eseguito da sempre. Scrivetele su un foglio e integratele con un commento: “va bene per me” o “non va bene per me”. Potete anche scegliere la formula: “è frutto di una mia convinzione” oppure “è solo l’opinione di …. ma non la mia”.

Di sicuro in una società sovrabbondante di stimoli non è sempre facile percepire la flebile “voce interiore” che parla alla propri anima. Quindi sarebbe assolutamente necessario concedersi ogni giorno alcuni minuti di silenzio. Per farlo, poi sarebbe utili trovare un posto adatto, tutto nostro. Fermare tutto …. Respirare …. e Ascoltare …. In modo da poter distinguere nel caos informe delle voci di sottofondo, la voce solista che piano piano affiora.

Chi si abitua ad ascoltare la sua voce interiore verrà a conoscenza di quello che vuole veramente. Acquisirà una chiarezza che avrà effetti positivi in due direzioni: in primo luogo eliminerà ogni dubbio sulle proprie intenzioni e secondo trasmetterà una forza che permetterà di attuare in maniera mirata quanto riconosciuto come personale verità……

 

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati. Martha Medeiros

Il controllo: efficacia e pericolosità

controllo di sè

Ci sono momenti nella vita in cui l’unica alternativa possibile è perdere il controllo.
Paulo Coelho

Il tema del controllo si può declinare in vari modi. Innanzitutto distinguendo tra controllo su noi stessi e controllo sugli altri. Argomenti ambedue da maneggiare con cura perché possibili fonti di guai.

Se ci riferiamo al rapporto con noi stesse, dobbiamo parlare di “autocontrollo”. Ossia la facoltà di fare la cosa giusta nel momento opportuno, tenendo conto del “principio di realtà” contenendo quindi gli impulsi sconvenienti e procrastinando la soddisfazione dei bisogni in attesa della condizione favorevole.

Questa attesa adulta e controllata è possibile solo quando esiste la piena consapevolezza dei nostri bisogni e delle opportunità concrete per soddisfarli, in caso contrario rischiamo l’infelicità e l’emarginazione.

Sin dall’infanzia veniamo sollecitati a non essere tropo rumorosi, a non piangere, a trattenere la rabbia. In generale i bambini maggiormente apprezzati dagli adulti sono quelli capaci di controllarsi. Il problema è riuscire a distinguere un essenziale addestramento al controllo dei propri impulsi da un metodo coercitivo che può portare all’inibizione di una sana istintività rivolta a soddisfare legittime esigenze personali.

Per quanta riguarda l’educazione e il delicato apprendimento alla gestione delle proprie emozioni, il fattore decisivo è la capacità di distinguere tra un contesto e l’altro. E’ necessario imparare a riconoscere i vari contesti e, di conseguenza, a modulare azioni e parole affinchè non risultino “di troppo” nei diversi ambienti e nelle diverse circostanze, imparando a considerare che c’è un tempo per ogni cosa.

Il rispetto di vincoli e confini, propri e degli altri, è un requisito fondamentale per il benessere e l’equilibrio di ciascun individuo.

Molto spesso non si tiene abbastanza in considerazione dei possibili effetti deleteri che la nostra incapacità di usare, al bisogno, i provvidenziali freni inibitori, può causare.

I bambini si spaventano molto quando non si sentono contenuti dagli adulti. La furia incontrollata di molto bambini o ragazzi deriva più spesso dalla paura che da cattive inclinazioni; non si sentono abbastanza sicuri, in balia di adulti che non sono in grado di proteggerli fraintendendo le loro tacite richieste di aiuto.

Il controllo di sé, a meno che non sia esasperato e ossessivo, non ha nulla a che vedere con l’annullamento della spontaneità e la privazione di un gratificante appagamento delle esigenze personali, laddove non vengano lesi i diritti degli altri. E’ quel famoso comportamento “assertivo” che in modo adulto, non contaminato dal bambino che vuole tutto subito, consiste nell’”affermazione di sé” avendo la capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni senza tuttavia offendere né aggredire l’interlocutore.

Autocontrollo, quindi, come gestione di quelle valvole che regolano il flusso di scambio affettivo fra noi e gli altri, fra il nostro mondo interiore e gli stimoli esterni, in base ai nostri bisogni e secondo il nostro discernimento.

Autocontrollo come capacità che mi da’ la possibilità di decidere dove, quando, come e con chi manifestare in maniera appropriata i diversi stati d’animo che emergono dal mio sentire.

Inteso in questa maniera, ne consegue che quanto più siamo liberi e padroni di noi stessi, tanto meno avremo bisogno di esercitare un controllo sugli altri, specialmente su quelli che amiamo. Tendenza retaggio dell’insicurezza e della paura di perdere potere nella relazione.

Autocontrollo e controllo sugli altri difficilmente vanno insieme; l’esperienza ci insegna che le persone più accanite nell’esercizio del controllo sugli altri sono in genere quelli che maggiormente difettano di autocontrollo. Grandi sostenitore del rispetto di regole e confini, sono soliti riservare a se stessi un’indulgenza che li assolve da ogni sopruso, mentre non transigono sui torti e sulle debolezze altrui.

Legato al tema del controllo nella sua accezione, per me “inutile” e persa in partenza c’è l’arrogante pretesa di voler controllare ogni aspetto, accadimento o situazione della vita che in molti casi ha un andamento imperscrutabile e misterioso; dimenticandoci che il fattore accidentale è sempre in agguato e spesso spazza via progetti, intenzioni insieme alla nostra sicurezza.

E allora ci prende l’angoscia di essere in balia degli “elementi” con tutte le ansie e i conseguenti arroccamenti e chiusure che ne derivano.

Ricordiamoci, però, che per ogni battaglia persa, c’è una nuova opportunità da cogliere. La paura della sconfitta, del “destino” dietro l’angolo, non ci deve distogliere dal piacere di accettare una sfida ulteriore. Perché mai nulla è completamente perduto finchè avremo una testa per immaginare nuovi scenari ed elaborare nuovi progetti e soprattutto finchè avremo braccia e mani che si uniscono le une con le altre per creare una rete e abbastanza cuore per cullare i nostri sogni cercando di realizzarli.

Il grande segreto della felicità è accordarsi con la vita, non controllarla. J. Vitale

Liberamente tratto da: I.Castoldi “Se bastasse una sola parola” Ed.Feltrinelli

L’importanza di avere aspettative realistiche

illusione-e-realta

Foto:  Salvatore Insana

“Prendere quello che c’è e usarlo, senza attendere eternamente invano ciò che è stato prefissato; scavare a fondo nel presente e tirarne fuori qualcosa: questo è indubbiamente il modo giusto di vivere”. Henry James

Il modo più saggio di vivere è quello di godere di ciò che è disponibile al momento. Esercitando la mente si impara a scorgere un mondo di abbondanza senza limiti. Ogni volta che ci fissiamo sull’esito, su un risultato finale che abbiamo anticipato, ci priviamo dell’esperienza della gioia.

Proviamo a scegliere di essere felici per ciò che abbiamo e non per quello che non c’è!

Quando accettiamo la realtà, senza fissarci su come vorremmo fossero le cose, si prova meno dispiacere nei confronti di noi stessi, degli altri e della vita se poi gli avvenimenti prendono una piega diversa da quella che avremmo voluto.

Fare con una certa regolarità un esame realistico per determinare se le circostanze o le aspettative sono conformi realmente a quello che succede è fondamentale per una buona vita.

Quando si affronta serenamente il vero, il concreto, si riesce ad abbandonare il mito e l’utopia che spesso albergano costantemente dentro di noi facendoci perseguire ostinatamente strade senza via d’uscita.

Perché dovremmo aspettarci più di quanto non sia letteralmente possibile? Nessun di noi va incontro all’insuccesso a cuor leggero, ma spesso ci creiamo da soli le condizioni per rimanere delusi quanto pretendiamo o ci aspettiamo più di quanto non sia realistico.

Molti stimati filosofi ritengono che sia importante scoprire e venire a patti con i propri limiti, patrimonio del nostro essere umani.

Siamo tutti bravissimi a fare tantissime cose, ma non possiamo essere bravi in tutto e soprattutto non possiamo aspettarci che le cose siano sempre come vogliamo.

Attendiamoci l’inaspettato senza ansia o paura sempre con un piano “B” in tasca. Tutto ciò che ci accade ci offre una nuova opportunità per schiudere il cuore ad una prospettiva più ampia.

Un gruppo di psicologi americani, Ed Diener, Daniel Kahneman e Norbert Schwarz, hanno portato avanti diversi studi per dimostrare che quando le persone nutrono aspettative non realistiche aumentano proporzionalmente le cause di infelicità e depressione. Essi evidenziano come tutte le nostre esperienze riguardino gli opposti e il contrasto, motivi di quasi tutti i nostri conflitti interiori.

L’uomo comprende la felicità solo perché ha sperimentato l’infelicità, conosce la pace interiore perché ha vissuto l’angoscia.

“Quando una persona si riconcilia pacatamente con tutte le contraddizioni che la vita presenta e riesce a stare a cavallo o a navigare tra le sponde del piacere e del dolore, sperimentandole entrambe ma senza rimanere intrappolata in nessuna delle due, allora quella persona ha raggiunto la libertà” Deepak Chopra

Capire e accettare il significato della coesistenza di valori opposti è la chiave della libertà.

E’ possibile che accadano delle cose terribili per noi,che sfuggono al nostro potere di scelta; in tal caso, la scelta è quella di sfruttare al meglio le circostanze. Abbiamo comunque sempre la facoltà di scegliere il bene più grande in ogni accadimento.

“Concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso mutare e la saggezza di cogliere la differenza” Reinhold Niebhur

Le aspettative poco realistiche sono sempre un’arma a doppio taglio. Un atteggiamento realistico ci rende liberi di lavorare solo per cambiare le cose che possiamo realmente cambiare, proviamo, quindi, ad allenare la nostra mente a desiderare quello che la situazione richiede senza ostinarci a proseguire in un sogno che potrebbe diventare un incubo.

Dimostrare qualcosa, ma perché e a chi?

chi sono

“Il nostro continuo impegno a fare ed agire sembra un modo per impedirci di essere. Se ci si dà abbastanza da fare non si è obbligati ad essere qualcuno. Si può cercare con sempre maggiore impegno, di diventare qualcosa di diverso da quello che si è: sempre migliori, sempre più potenti, sempre più simili a qualcun altro e sempre meno simili a ciò che in passato abbiamo scoperto di essere”. Carl Whitaker

Spesso diventiamo quello che gli altri ci dicono che siamo; anche se dentro di noi sappiamo che siamo ben altro, è un modo triste per depistare gli inseguitori e a volte purtroppo per perdersi e non trovarsi più. Fare finta che tutto va bene, sì per un po’ si può fare, ma poi?  Dimostrare qualcosa che non è risulta ancora più triste e inutile, e poi, perché? Sarebbe come fare il bagno in un luogo bellissimo e poi scoprire che c’è uno scarico fognario. Faresti finta di nulla e continueresti ad immergerti tra colibatteri e residui fecali?

Perché accontentarsi quando puoi scegliere il meglio? Che cosa credi che ti manchi? Te la stai raccontando … non ti manca nulla!!!

Se ti va, prova a fare questo esercizio: prendi carta e penna e scrivi una lista di cose che non hai fatto per paura che sarebbero state criticate dagli altri. E soprattutto decidi e metti a fuoco chi sono questi “altri”.

Una volta che li avrai individuati, visualizzali affidando ad ognuna di queste persone il progetto a cui hai rinunciato per paura di quello che potrebbe aver pensato.

Prendi delle buste, scrivi il nome di ciascuna persona che ti ha apparentemente frenato e inserisci in ogni busta la descrizione dell’episodio avvenuto.

Alla fine dell’esercizio guarda quanto sono gonfie queste buste. Alcune sono sottili, mentre altre sono lì per scoppiare? Almeno due non potrebbero essere neanche chiuse ? Per vivere al meglio e diventare un “vincente” occorre che tu lascia andare quello che non ha funzionato nella tua esistenza. Per farlo occorre “perdonare” tutti quei nomi. Molte di quelle buste riportano nomi che ti sono familiari? Le due più gonfie sono quelle dove c’è scritto il nome di mamma e papà?

Molte persone meravigliose sono state apparentemente poco amate da uno dei genitori o comunque hanno avuto uno o tutti e due i genitori con importanti problemi ad esprimere il loro amore. Così, inconsciamente, essi sono diventati efficaci e potenti nel disperato tentativo di poter proteggere uno dei genitori e contenere o salvare l’altro. Oppure hanno conseguito vittorie al fine di raggiungere risultati tali da rendere impossibile il non riconoscimento da parte loro. Ma spesso questo, anche se è avvenuto, non è arrivato nei tempi necessari per migliorare la qualità della realtà affettiva di tutti.

Ci sono genitori che continuano ad alzare l’asticella su cui i loro figli devono saltare e non basta mai quanto in alto tu sia riuscito ad arrivare.

Evita di sentirti indifeso rispetto al ricordo delle dinamiche intercorse qualora queste non siano state vincenti. Ogni cosa irrisolta con i tuoi genitori si “appiccicherà” nelle tue relazioni e le influenzerà negativamente. Mille volte meglio risolvere e “guarire” quello che hai salvato riguardo a tutto quello che non ha dato buoni risultati, solo così potrai essere veramente libero di realizzare al massimo il tuo potenziale.

Ricordati che ogni volta che non metti tutto l’impegno che puoi esprimere per raggiungere il risultato, sei portato ad accettare compromessi e sarai pronto a diventare quello che rimpiangerà di non essere divenuto qualcuno: a quel punto sarai capace di prenderti la tua responsabilità e di ripartire? O punterai il dito contro tutti coloro che ti avrebbero impedito di arrivare? Sei proprio sicuro che siano stati “loro” a farti scivolare? Quanto sarebbe meglio se tu ti accorgessi che hai fatto invece tutto da solo, sempre, ma specialmente quando le cose non hanno funzionato?

Fermati un attimo a riflettere, è tempo ben speso. Come potrebbe l’immobilità permetterti di arrivare da qualche parte, in quale modo potrebbe mai farti raggiungere qualcosa?

Mentre fino a questo momento ogni “no” ci crocifiggeva , ora è fondamentale riconoscere che sono i modi di pensare che avevamo ieri che ci hanno condotto e accompagnato a quello che siamo oggi, a tutto questo! L’importante è evitare di sentirsi incompresi e spostare le proprie energie su qualcosa di altro a cui teniamo comunque tantissimo in modo da superare l’impasse e riprendere il cammino.

Questo significa capacità di scelta e non ha nulla a che vedere con la rinuncia bensì con una messa a fuoco più produttiva e concreta. E’ necessario semplicemente smettere di avere timore, cambiare pensieri, prestare più attenzione, orientarci verso qualcosa di più adatto ai percorsi che abbiamo in mente e CE LA FAREMO!!!!

Noi sappiamo tutto, occorrerebbe tenerne conto! Talvolta sarebbe molto più utile smettere di spingere il fiume e forse sarebbe proprio lì che ci accorgeremmo che sì, quel risultato lo abbiamo raggiunto!

Crediti: foto e aforisma iniziale da https://psicologoonlinerizzo.wordpress.com/

Lasciare andare o cadere ….

goccia acqua 1

“E quanto coraggio ci vuole a lasciare andare qualcosa che vorresti a tutti i costi restasse? Non è forte chi trattiene, chi stringe la morsa. E’ davvero forte chi capisce quando è il momento di mollare la presa” (cit)

L’esplorazione del Sé è inestricabilmente legata con l’evolversi dell’esistenza di ciascuno di noi. Gli alti e i bassi che caratterizzano la vita possono generare la crescita personale o creare paura. Quale dei due si riveli poi dominante dipende interamente dal nostro modo di intendere il cambiamento.

Il cambiamento può essere vissuto sia come qualcosa di esaltante che come qualcosa di spaventoso, ma a prescindere da come lo intendiamo, noi tutti dobbiamo affrontare il fatto che il cambiamento rappresenta il tratto distintivo della vita.

Se si prova molta paura il cambiamento non sarà gradito e si farà di tutto per creare intorno a noi un mondo che sia prevedibile, controllabile e definibile.

Con la paura possiamo fare due cose: possiamo riconoscere di averla e metterci all’opera per lasciarla andare, oppure decidere di tenerla cercando di sfuggirle nascondendoci.

Quando abbiamo in noi paura, insicurezza o debolezza e cerchiamo di impedire che vengano innescate, il più delle volte si verificheranno nella nostra vita alcuni cambiamenti o eventi che sfidano i nostri sforzi. E poiché opponiamo resistenza a quei cambiamenti, ci sembra di stare lottando contro la vita.

Quella parte interiore di noi che non sta bene con se stessa non è in grado di fronteggiare l’evolversi naturale della vita, poiché non cade sotto il suo controllo. Se la vita si evolve in modo tale da innescare i nostri problemi interiori, allora per definizione non va bene. Noi definiamo l’intera gamma della nostra esperienza esterna in base ai nostri problemi interiori. Se vogliamo evolvere tutto questo è necessario che cambi.

Durante il nostro cammino ci renderemo conto che i nostri tentativi di proteggerci dai problemi non fanno altro che aumentarne il numero. Nel cercare di sistemare persone, luoghi e cose in modo tale che non ci creino disturbo, cominceremo ad avere l’impressione che la vita sia contro di noi. Sentiremo che l’esistenza è una lotta e che ogni giorno è pesante perché dobbiamo assumere il controllo di tutto e lottare contro tutto. Sentiremo che chiunque, in ogni momento, è in grado di suscitare la nostra inquietudine.

Questo rende la nostra vita una continua minaccia. Ed è per questo che nella nostra mente si svolgono tutti quei dialoghi cercando di immaginare come fare per impedire alle cose di succedere, o cercando di capire cosa fare, visto che ormai sono successe.

L’alternativa è quella di decidere di evitare di lottare realizzando e accettando che la vita non cade sotto il nostro controllo. Poichè la vita è in continuo mutamento, se cerchiamo di controllarla non saremo mai in grado di viverla pienamente. Anziché vivere la vita, vivremo la paura della vita.

Ma una volta che avremo deciso di non combattere con la vita dovremo fronteggiare la paura che ci costringeva a combattere.

Quando c’è paura dentro di noi, gli eventi della vita inevitabilmente la sollecitano. Come un sasso gettato nell’acqua, il mondo con i suoi continui mutamenti crea delle increspature in qualsiasi cosa custodito dentro di noi. Spesso la vita crea situazioni che ci spingono ai nostri limiti proprio per prendere coscienza di quei blocchi che limitano lo scorrere della nostra energia vitale e questo diventa una grande opportunità per liberarci dal nostro fardello di dolore. Ed è allora che ci accorgeremo che , in realtà, la vita, sta solo cercando di darci una mano.

Quindi permettiamo al dolore di venire in superficie nel nostro cuore e di attraversarlo. Se lo facciamo, il dolore transiterà. Questo rappresenta l’inizio e la fine dell’intero sentiero: arrendersi al processo di svuotamento di noi stessi.

Quando il nostro fardello viene colpito, lasciamo andare  proprio in quell’attimo; esplorare o trastullarci con il problema, sperando di mitigarlo, non ci renderà le cose più facili. Se non ci abbandoniamo, smarrendoci nelle sensazioni e nei pensieri di inquietudine che vengono a galla, verremo risucchiati e una volta caduti saremo alla mercè dell’energia che ci agita. Entreremo in un vortice senza fine che ci farà sempre più allontanare dal centro di noi stessi.

Quindi non cadiamo. Lasciamo andare; non importa di cosa si tratta, abbandoniamoci. Più grande è una cosa, maggiore sarà la ricompensa per averla lasciata andare e peggiore sarà la caduta se non lo facciamo. Non c’è alcuna zona grigia nel mezzo: o lasciamo andare , o non lo facciamo.

Permettiamo a tutti i nostri blocchi e malesseri di fare da carburante per il viaggio. Quello che ora ci sta schiacciando può diventare una potente forza per elevarci. Dobbiamo semplicemente essere disposti a compiere l’ascesa……

“To be or not to be …”

to be or not not to be

Vi sono persone che hanno superato lo scoglio! Hanno cambiato vita, aspetto, lavoro. Molte di esse ne escono rifiorite, trasformate, perché il passaggio all’azione era desiderato e pensato come salutare per il loro equilibrio. Queste persone esprimono allora un’allegria e un entusiasmo reali e tangibili.

Il cambiamento può essere vissuto come una formidabile opportunità, poiché è un invito a scoprire quello che siamo e ad esprimerlo. E’ necessario tuttavia che esso sia pensato, riflettuto e maturato prima di passare all’azione; solo in questo modo diviene un gesto di liberazione e realizzazione.

Quindi, potremmo chiederci, dove trovare l’energia necessaria per il cambiamento?

In momenti diversi della nostra vita tracciamo dei bilanci. Compleanno, capodanno, matrimonio … sono altrettante tappe che ci spingono a lasciarci alle spalle un periodo e a situarci in rapporto alle proiezioni del passato. Sono diventata quello che volevo essere? Sono felice? Mi piace vivere in questo modo? La risposta negativa ad una di queste domande dovrebbe stimolare un desiderio di cambiamento, perché ci porterebbe a constatare che il nostro Io non si è affermato ma, al contrario, vive atrofizzato. Eppure, non tutti abbiamo le stesse armi per passare all’azione.

Freud , padre fondatore della psicoanalisi, osservava che le persone  tengono più alle loro “nevrosi”, al loro malessere, che a ciò che sono. Egli identificava nell’essere umano due forza antagoniste: una pulsione di vita (fatta di elementi dinamici, di desideri che stimolano al cambiamento) e una pulsione di morte (che ci mantiene in uno stato di inerzia) alla quale la prima si oppone. Queste due pulsioni sono collegate alla nostra parte più primitiva e noi non abbiamo altra scelta che rifuggire la seconda e instaurare un compromesso tra queste due forze che si scontrano in noi. L’equilibrio raggiunto è più o meno stabile e può generare crisi  di varia intensità, dalla semplice percezione di ansia all’angoscia più nera.

Ovviamente le probabilità di cambiare sono maggiori quando le cose non vanno o, peggio, quando si soffre. Il cambiamento comporta allora una reazione di fronte ad una saturazione, ad un recipiente che ormai ha raggiunto l’orlo e rischia di tracimare.

“To be or not to be …”, “Essere o non essere …” ancora una volta tutto ci riporta a ciò che siamo e a ciò che non siamo. A quello che rinunciamo ad essere o a quello che accettiamo di essere …“A essere o a non essere …”

Essere necessita di un intimo dialogo con se stessi. Questo ci rimanda una volta ancora al nostro “lì e allora”.  Per esistere dobbiamo passare da una posizione di sottomissione, in cui facevamo di tutto per essere amati, ad uno stato d’azione, di affermazione e quindi di cambiamento.

Esistere implica la capacità di proiettarsi nell’avvenire attraverso azioni piacevoli, non costrittive, che apportano soddisfazione e arricchimento interiore, attingendo alle nostre risorse, alla nostra insita capacità di raggiungere ciò che ci fa stare bene.

Essere non è altro che dialogare con la nostra “pulsione di vita”, accompagnarla, mantenerla e ovviamente incanalarla.

Essere significa divenire. La questione è sapere quali sono i nostri specifici desideri, quelli che alimentano la nostra esistenza ….

Non puoi tornare indietro e cambiare l’inizio, ma puoi iniziare dove sei e cambiare il finale. C.S. Lewis

Dall’”odio” all’amore per se stessi ….

amore per sè 3

“Non c’è arma più potente di questa per la realizzazione della verità: accettare se stessi….” Swami Prajnanpad

Ho dedicato tanti post all’amore per se stessi, al ripartire da noi per poi andare verso l’altro, liberandoci di tutte quelle proiezioni che diventano schermi dietro i quali nasconderci . Volersi bene nonostante tutto. Come fare praticamente ???? … Provate a seguirmi passo per passo …

In fin dei conti non possiamo sperare di scioglierci dalla stretta del risentimento a meno di non abbandonare il risentimento più distruttivo di tutti, quello che abbiamo verso noi stesse. Il risentimento è sempre un’arma a doppio taglio: ogni rancore provato verso il “cattivo altro” perché non mi ha trattato nella giusta maniera o amato nel modo giusto è accompagnato da un risentimento nei confronti di me stessa per non essere stata all’altezza o meritevole di quell’amore. Il “cattivo altro” e il “cattivo sé” sono due facce della stessa medaglia.

Certamente non ci sarebbe odio per gli altri senza odio per se stessi. Se davvero ci sentissimo bene con noi stesse, non ci interesserebbe perdere preziosa energia vitale provando rancore o attaccando qualcuno. L’urgenza di biasimare gli altri sorge solo dall’aver un sentimento negativo verso noi stesse, il che in origine si è sviluppato dal non sentirsi veramente tenute nella giusta considerazione dalle altre persone.

L’odio verso noi stesse può sembrare ad alcuni una parola troppo forte. “Ho una piccola mancanza di fiducia in me stessa, ma non mi odio”, potreste dire. Tuttavia, se in qualche modo ci mettiamo in dubbio, ci giudichiamo o ci critichiamo, questo sta ad indicare un disgusto o un’avversione verso noi stesse per come siamo.

Sfortunatamente la difficoltà che abbiamo ad amarci e ad accettarci influisce su di noi ancora più profondamente della mancanza di amore di chiunque altro.

Detto ciò non è difficile vedere da dove prende origine il sentimento del “cattivo sé”: dal non corrispondere alle aspettative delle altre persone. Forse eravamo bambine timide e tranquille ma i nostri genitori ci volevano più estroverse. Forse i nostri insegnanti si aspettavano un’eccellenza verbale mentre a noi piaceva di più l’arte, la musica o la danza. O forse la nostra esuberanza fisica spaventava i ragazzi che cercavano qualcuno che non li minacciasse.

Tuttavia il “cattivo sé” è solo un pensiero della nostra mente, niente di più e si sviluppa con il prendersela personalmente quando gli altri non ci considerano o non ci apprezzano.

“Che cosa c’è che non va in me per cui nessuno vede o considera chi sono davvero?” L’origine di questo copione che mi vede sicuramente mancante di qualcosa ha origine nel “lì e allora”: “perché i miei genitori sono così arrabbiati o poco attenti nei miei confronti? Il motivo deve essere che c’è in me qualcosa che non va”. Questo è l’unico modo in cui un bambino può capire il disinteresse di un adulto. Di conseguenza finiamo per disprezzare chi siamo: “se soltanto fossi diversa potrei essere amata e tutto andrebbe a posto”.

In questo modo la vergogna, cioè il sentimento che il nostro io non va bene, si installa nel corpo e nella mente. La vergogna è senza dubbio il sentimento più doloroso, perché nega la verità vitale , che  la nostra natura è intrinsecamente unica e “bella”  così come è.

Facendoci dubitare della nostra “bontà” fondamentale la vergogna è paralizzante, ci fa congelare e chiudere e dal momento che il sentimento del “cattivo sé” è così doloroso, facciamo del nostro meglio per allontanarlo. Così esso cade nell’inconscio, condizionandoci in forme automatiche su cui abbiamo scarso controllo.

Uno dei modi in cui il “cattivo sé” torna indietro a tormentarci è in quella corrente di rimuginazioni negative , ossia la “critica interna”. Tale critica è la voce che ci dice che nulla di quello che facciamo è adeguato. Sta sotto la soglia della coscienza aspettando la minima giustificazione per venire fuori e partire all’attacco.

Se potessimo dare un’occhiata alla mente della maggior parte delle persone troveremmo che i più rimuginano intorno alla stessa preoccupazione: “Vado bene o no?”. Ecco quello che alimenta la fissazione del “mi ama, non mi ama”. Se mi ama, allora forse dopotutto sono una persona di valore, di successo, attraente, piacevole, forte, e posso stare bene con me stessa. Se non mi ama, allora vengo gettata nell’inferno di vedermi come il “cattivo sé”, inadeguata, non attraente, indegna di amore. Quindi mi odio e mi rifiuto.

Così nel fondo della mente si svolge un processo interiore dove noi schieriamo prove per una parte o per l’altra: “la gente oggi ha reagito bene nei miei confronti, quindi sto bene con me stessa”; “la gente oggi non ha reagito bene nei miei confronti, quindi forse dopotutto non vado bene”.

Perché permettiamo alla critica di continuare a vivere dentro di noi con tutte le sue dolorose conseguenze? Nella misura in cui non sappiamo che siamo intrinsecamente degni d’amore non crediamo che l’amore non verrà mai a noi per conto suo; crediamo invece di dover fare qualcosa per renderci accettabili. Così per istigare noi stesse a mettercela tutta ad andare bene, per costringerci a modellarci in una forma, assoldiamo una critica interna per tenere la contabilità di come andiamo. Se possiamo dimostrare di essere meritevoli, forse allora saremo amate.

Purtroppo questo processo interno non ha fine e non porta risultati. Cercare di andare bene non potrà mai portare ad essere sicure del nostro profondo valore perché questo stesso sforzo presuppone il fatto che non andiamo abbastanza bene e quindi rafforza l’odio verso noi stesse.

Non amare noi stesse rende difficile far sì che gli altri ci amino veramente. Questo frustra chi ci sta accanto, facendo sì che si ritragga e se ne vada. Noi di conseguenza usiamo la cosa come ulteriore prova che in noi c’è qualcosa che non va. In tal modo la storia del “cattivo sé” diventa una profezia che si auto avvera.

Esattamente come era frustrante dover essere una brava bambina (o un bravo bambino) per riuscire a venire accettati dai nostri genitori, e quindi non sentirci mai amati per quello che eravamo, così è frustrante provare a conquistare un’approvazione della critica dimostrando che ne siamo degni. L’autoaccettazione che può curare l’odio verso se stessi e il sentimento di vergogna non arriverà mai tramite la conquista di un verdetto favorevole nel processo interiore. Esso può emergere soltanto riconoscendo e apprezzando l’essere che siamo effettivamente, dove conosciamo noi stesse come qualcosa di molto più grande e reale di ogni nozione che abbiamo riguardo al buon sé o al cattivo sé …..

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