Colori e affetti

KANDINSKY CERCHI CONCENTRICI

“Lasciami, oh lasciami immergere l’anima nei colori; lasciami ingoiare il tramonto e bere l’arcobaleno.”  Khalil Gibran

[…] Il colore, che in natura è richiamo, messaggio, incanto e seduzione, è “tinta dell’apparenza” fuggevole e inesprimibile, spesso inafferrabile. Eppure il colore è anche rivelatore degli strati più profondi degli affetti. […]

[…] Infatti, la mancanza di colore nel mondo emotivo di una persona è indizio sicuro di un “distanziamento” dall’oggetto, di una difesa dal coinvolgimento emotivo. […]

[…] Il colore è indubbiamente l’aspetto più misterioso e magico della natura, da sempre fonte di meraviglia, giacchè sembra esprimere, all’apparenza, uno scarto rispetto alla nuda necessità e ci appare come lusso e dispendio della natura stessa, che si compiace di un surplus di bellezza, pur rivelandosi, a una più attenta indagine, un messaggio “forte”, denso di significazioni: perciò gli antichi facevano largo uso di sostanze colorate e coloranti, non soltanto in funzione decorativa ed estetica, ma soprattutto secondo un intenzionalità magica tesa a evocare e attualizzare le forze cosmiche naturali. […]

[…] Il colore, quindi, è stato considerato una sorta di “forza sottile”, di anello di congiunzione tra cielo e terra, assumendo un valore magico-sacrala, non soltanto come evocazione, ma proprio anche come attualizzazione, materializzazione delle segrete corrispondenze tra il mondo umano e il cosmo, tra l’esperienza fisica-materica e quella spirituale, attraverso anche un processo attivo di appercezione,un traslare il sé nell’universo della materia e dello spirito, tanto da rivelarsi anche misteriosamente capace di influenzare il nostro “soma”. […]

Matisse diceva che i colori “sono delle forze” e il secondo principale effetto della loro contemplazione consisterebbe nell’azione psichica e nelle emozioni che possono suscitare in noi. […] Così i colori possono essere “acidi” o “dolci”, “succosi” o “aridi”, “morbidi” o “duri” secondo una specie di processo di eco, o di risonanza da una sensazione all’altra; come se il corpo fosse uno strumento musicale le cui “corde” fisiche si espandano a risuonare nella psiche.

I colori possono essere profumati, ma anche sonori, e musicisti (come Schonberg) e artisti (come Kandinskij) hanno tentato partiture cromatiche, “tingendo” di colori i suoni e “musicando” colori. […]

[…] Anche i sogni, che generalmente sono in bianco e nero, secondo un cromatismo arcaico, tuttavia quando si “colorano” indicano tutta una gamma di situazioni affettive, così che il colore diventi ancora una volta “segnale” di qualcosa che deve essere evidenziato, e insieme “simbolo” di qualcosa di più profondo che vuole essere svelato. In questo il colore si rivela anche simbolo, in quanto appunto “significa”, rimanda a qualcosa di nascosto: il “significato”, con una eccedenza di significazione che indica un plusvalore di senso e ne rivela la tonalità affettiva.[…]

[…] Il colore è davvero “metafora di affetti” e ancora di più, il colore tende al ritrovamento dell’oggetto primario, significando un’aspirazione verso la riappropriazione di un significato materno. […]

[…] Infatti, sebbene classicamente la psicoanalisi abbia attribuito alla funzione pittorica contenuti di tipo anale (dipingere come uno sporcare sublimato), ciò si può riferire non tanto al colore in sé, quanto appunto all’atto stesso del dipingere, come manipolazione della materia pittorica […] al colore possiamo dare invece spiccate valenze orali legate ad esperienze di intensa affettività, come un tendere al recupero dell’oggetto primario, in relazione appunto al rapporto con il seno materno, quando il “vedere” era “incorporato”, nutrirsi del volto e dei colori e della voce e del profumo di “lei”. […]

[…] E la musica ha un effetto “incantamento”, come rimanda al ritmo del cuore materno che il feto chiaramente percepiva, possiamo quindi riconoscere l’esperienza del colore come anch’essa fascinazione primaria. Fascinazione che è riflesso di quel perdersi di allora, sguardo nello sguardo.[…]

[…] Goethe riconduceva il colore all’incontro di due fondamentali: blu e giallo, una polarizzazione tra luce e ombra rivelatrice anche di una dialettica fondamentale tra sentimento e ragione . Il suo universo cromatico è ordinato secondo una logica binaria: il colore nasce dalla luce e dall’ombra. Una bipolarità, quella di luce/ombra, che in sé esprime e contiene ogni altra polarizzazione possibile: maschile/femminile; notte/giorno; caldo/freddo.

Ma già prima di Goethe ogni popolo aveva scandito l’esperienza del colore secondo la fondamentale contrapposizione luce-ombra […] inizialmente la terminologia più elementare distingue soltanto tra oscurità e chiarezza e tutti i colori sono classificati secondo questa semplice dicotomia; quando un linguaggio contiene un terzo nome di colore, si tratta sempre del rosso. […]

[…] Questo fa ritenere che agli inizi delle comunicazioni umane l’uomo avesse soltanto due termini per indicare i colori: il bianco e il nero, come luce e ombra, chiaro e scuro, prima di riuscire a distinguere il terzo: il rosso. Non è ce il primitivo avesse una visione “monocromatica”, ma la sua capacità linguistica era ridotta, e, poiché indubbiamente “la visione del colore è parte integrante della nostra esperienza totale e diventa per ciascuno di noi parte della nostra vita, parte di noi … il colore si fonde così con i ricordi, le aspettative, le associazioni e i desideri, per costruire infine un mondo ricco di risonanze e significati per ciascun individuo, possiamo ritenere che proprio l’emergere dei primi nomi dei colori rispecchiasse la loro stretta relazione con le emozioni.[…]

[…] Ora, possiamo immaginare quali potessero essere per il nostro lontano progenitore le esperienze emotive più intense, positive e negative, e certamente una delle esperienze psicologicamente più violente doveva essere il terrore al calar della notte. […] Una disperazione caotica forse lo assaliva, progenitrice archetipa di tutte le immagini angoscianti, e sebbene questo terrore di ogni notte si dissipasse a ogni alba, fu soltanto quando gli fu possibile “narrarsi”, attraverso i miti, che ogni volta che il sole veniva “mangiato” dalle tenebre sarebbe tuttavia risorto, dotato di nuova e indistruttibile vita, che questo suo terrore panico potè calmarsi. […] E possiamo allora supporre che fosse necessario anche nominare quelle prime esperienze fondamentali: luce/tenebra-bianco/nero. Erano nati i primi colori che informeranno di sé ogni altro colore possibile, cancellandoli tutti, il nero tenebra; rivelandoli tutti, il bianco luce.

Quanto al rosso, il terzo necessario, era altrettanto emozionalmente scatenante nelle sue manifestazioni: come fuoco, calorico e benefico ma anche distruttivo e divorante, apportatore di vita come di morte. […]

[…] Emozionato, egli poteva confrontarsi, attraverso i propri colori con il cosmo naturale, essendo il bianco-rosso-nero i colori del corpo e degli umori che esso trasuda e delle sostanze che espelle: latte, sangue, feci,urina, lacrime, pus mentre l’universo materiale gli doveva apparire “fratello” nel nero dei carboni, nel bianco polveroso delle crete o in quello perlaceo della rugiada e della pioggia; nei grumi sanguigni delle terre. […]

[…] E il dialogare di questi colori nell’alterno avvicendarsi in noi degli affetti, sempre che siamo capaci di ascoltare e “vedere”, ci svelerà le alchemiche metamorfosi della vita.

Tratto da:

A.Cresti, Colore e Affetti  in “La Psicologia del colore” di M.Di Rienzo e C.Widman Ed.Magi

____________________________________________________________________________________________

Il “colore” con tutte le sue sfumature sarà uno degli argomenti principe del Corso Triennale in Counseling Espressivo: “Arte e Movimento nella Relazione d’Aiuto” (possibilità di iscriversi entro Marzo) e del Corso Specialistico : Arte e Corporeità nel Counseling (inizio fine Marzo).

Se desideri informazioni più approfondite, compila questo form:

 

 

Perchè l’arte aiuta a ri-trovarsi

ARTE ASTRATTA 1

by Paul Blenkhorn (unsplash.com)

“ L’arte può essere definita – e utilizzata – come la mappa esteriorizzata del nostro se interiore.” Peter London

In un percorso di ArtCounseling la produzione artistica del cliente può aiutarlo a comprendere meglio le sue dinamiche interiori arrivando lì dove il linguaggio non ha ancora parole per esprimersi. Ed è proprio il processo che egli compie per arrivare a quel particolare manufatto la chiave che può aprire la serratura della sua consapevolezza.

Il processo artistico ha quindi, in questo caso, proprietà riparative, trasformative e di auto-esplorazione.

Vediamo ora nello specifico in che modo tutto questo si attua.

Pensiero visivo

Il pensiero visivo è la capacità di organizzare per mezzo di immagini i nostri sentimenti, pensieri e percezioni riguardo il mondo circostante. Usiamo  spesso nella vita quotidiana agganci visivi per riferirci a persone e cose. Tutti conosciamo la frase “un’immagine vale più di mille parole”, o modi di dire sui colori, tipo:”verde d’invidia”, “umor nero” o “visione rosa”.

Definiamo il mondo, per lo più,  mediante descrizioni visive, pensiamo per immagini, usandole spesso per rappresentare idee e sentimenti.

Jung, di cui è noto l’interesse per i simboli visivi nei sogni e nell’arte, sottolineava l’importanza che le immagini rivestono in un “percorso terapeutico”. Osservava che, lasciando che uno stato d’animo si incarni in una immagine onirica o artistica, lo si comprende più chiaramente e in profondità sperimentando le emozioni che vi sono contenute.

In anni recenti si è scoperto che le esperienze traumatiche spesso sono codificate nella mente sotto forma di immagini ed è del tutto naturale che questi ricordi riemergano come immagini visive. L’arte diventa quindi uno strumento unico per esprimere immagini traumatiche, riportandole alla coscienza in maniera meno minacciosa.

Esprimere quello che le parole non possono esprimere.

A tutti noi è capitato di sentire che certe esperienze ed emozioni sono difficili o impossibili da esprimere a parole. In un percorso di Artcounseling le persone sono incoraggiate a esprimere quello che non sanno dire a parole con il disegno, la pittura, il movimento o altre forme artistiche.

Non essendo un processo lineare vincolato dalle regole del linguaggio verbale (sintassi, grammatica, ortografia, logica), l’espressione artistica è in grado di esprimere simultaneamente molti aspetti complessi.

La terapeuta Harriet Wadeson, una delle pioniere nell’uso dell’arte in campo terapeutico’ parla a questo proposito della matrice spaziale dell’arte: la capacità dell’arte di comunicare relazioni usando linee, forme e colori. Per esempio, spiegare le relazioni fra i membri della propria famiglia può essere difficile, ma disegnando o dipingendo è facile illustrare simultaneamente i diversi tempi, luoghi e legami che li coinvolgono. Quello che richiederebbe una prolissa esposizione verbale può essere espresso più rapidamente da un singolo disegno.

Elementi ambigui, enigmatici o perfino contraddittori possono confluire nella stessa immagine perché l’arte, a differenza del linguaggio, non ha regole di struttura e di organizzazione.

Questa capacità dell’arte di abbracciare elementi paradossali è di grande aiuto per integrare e sintetizzare emozioni ed esperienze conflittuali.

Esperienza sensoriale.

L’arte è un’attività manuale: implica costruire, disporre, mescolare, toccare, modellare, incollare, disegnare, spillare, dipingere, forgiare e altre esperienze concrete.

Disegnare, dipingere e scolpire sono anche esperienze psicomotorie, hanno cioè carattere sensoriale in quanto chiamano in causa vista, tatto, cinestesia, udito e altre modalità sensoriali a seconda dei mezzi usati.

Da bambini, quando scarabocchiamo su un foglio, giochiamo con i materiali o facciamo giochi di fantasia, impariamo attraverso i sensi. Queste esperienze, secondo lo psicologo Eugene Gendlin padre del Focusing implicano un “significato sentito”, la consapevolezza corporea di situazioni, eventi o persone.

Oltre al pensiero, il “significato sentito” è un modo di dare senso alle cose, che ci aiuta a capire e valutare il mondo intorno a noi. Le qualità sensoriali del lavoro artistico ci danno modo di accedere alle nostre emozioni e percezioni più facilmente che attraverso le parole.

Liberazione emotiva

In termini psicologici si parla di “catarsi”. Il termine significa letteralmente “purificazione” indicando con questo l’espressione liberatoria di intense emozioni.

Fare un disegno, un dipinto, una scultura può essere catartico, in quanto offre sollievo da emozioni dolorose e disturbanti portandole fuori da sé.

Il processo in sé della produzione artistica può alleviare lo stress e l’ansia anche creando una risposta fisiologica di rilassamento o modificando lo stato d’animo. Sappiamo, per esempio, che l’attività creativa può di fatto aumentare il livello di serotonina nel cervello, combattendo così la depressione.

Inoltre il lavoro artistico è per alcuni una forma di meditazione che genera calma e pace interiore. Il carattere ripetitivo, rasserenante, che ha per alcune persone dipingere, disegnare o modellare la creta può indurre la risposta di rilassamento, con rallentamento del ritmo cardiaco e respiratorio e alleviare così lo stress.

Creare un prodotto tangibile

Nel lavoro artistico diviene di particolare importanza creare con le nostre mani qualcosa di unico e di speciale. Nel corso della storia umana l’arte è stata usata per abbellire e decorare seguendo questa inclinazione a fare qualcosa di unico che è un nostro autentico bisogno.

Alcuni sono in grado di produrre con la pittura o la scultura creazioni straordinarie, altri si limitano a vestirsi in maniera speciale per un’occasione importante o a cucinare piatti elaborati per un evento. Tutti questi modi di fare qualcosa di particolare si collocano sul piano visivo e rispondono tutti ad un aspetto fondamentale del comportamento umano.

Durante un percorso di ArtCounseling si creano prodotti tangibili. L’Artcounseling consente di realizzare qualcosa di duraturo che registra significati, esperienze ed emozioni.

Questa concretezza del prodotto è un vantaggio in quanto, oltre a mettere fuori di sé quello che crea difficoltà interiore,  permette di documentare idee e percezioni e riesaminarle in un secondo momento confrontandole con altre immagini.

Rivedere quello che si è prodotto nell’arco delle settimane consente di seguire lo sviluppo di temi, eventi, emozioni trovando la possibilità di cambiarne gli esiti.

Creare arte arricchisce la vita

La storia ci fa vedere come persone sottoposte a grandi stress abbiano trovato nell’arte il modo di esprimere e trasformare i conflitti interiori. L’opera creativa di Van Gogh e di atri artisti famosi testimonia questo bisogno.

Secondo Maslow, quando sono soddisfatti i bisogni elementari – cibo, alloggio e sicurezza – le persone manifestano un forte impulso all’auto-espressione. Ma anche quando sono privati delle più elementari necessità alcuni si sforzano ugualmente di esprimersi attraverso le arti.

L’arte non solo può aiutarci a rivelare paure, angosce e altre emozioni stressanti, ma tocca anche l’animo umano negli aspetti più spirituali. Se è vero che la famiglia, il lavoro e gli altri aspetti della vita possono appagarci, le esperienze creative dell’arte possono metterci in contatto con parti di noi inaccessibili alle altre attività.

Secondo Rollo May, grazia, armonia e bellezza ed equilibrio rientrano fra le qualità che caratterizzano le arti visive. L’arte può offrire trascendenza, permettendoci di contemplare e immaginare possibilità nuove attraverso l’espressione visiva e di vivere noi stessi in maniera rinnovata. Tale processo creativo offre occasioni di crescita e cambiamento, conducendo all’individuazione, cioè al raggiungimento del proprio completo potenziale.

Infine, l’arte è un’attività piacevole che rianima, riempie di energia e dà godimento. Le persone sono più vivaci e allegre mentre si dedicano a queste attività e più disposte a comunicare con gli altri una volta terminata l’opera.

Si ritiene che il lavoro artistico renda più flessibili, a realizzare se stessi e a sfruttare le proprie risorse e modalità creative nella soluzione dei problemi.

Se è vero che i due aspetti fondamentali dell’ArtCounseling sono il processo creativo e la comunicazione simbolica, ci sono anche altri aspetti che possono essere considerati fonte di ben-essere.

Al livello più semplice è un’attività che favorisce l’autostima, incoraggia a sperimentare e assumersi rischi, insegna nuove abilità e arricchisce la vita.

Chiunque può fare arte

Un pregiudizio diffuso è che per trarre giovamento da un percorso di Artcounseling sia necessario avere talento artistico. Alcuni temono che se non riescono a produrre lavori artisticamente accettabili il percorso non avrà successo.

L’Artcounseling invece non richiede nessuna preparazione specifica. Disegnare, dipingere e altre forme d’arte sono semplici metodi di espressione accessibili a tutti, indipendentemente dall’età o dalle capacità naturali.

In altre parole, chiunque ha la possibilità di essere creativo attraverso l’espressione artistica.

L’arte come modo di conoscere.

Disegnando, dipingendo, facendo un collage o scrivendo una poesia, cominciamo il processo di esplorazione delle nostre credenze profonde. Possiamo scoprire la ragione del dolore o trovare le fonti della gioia e del potenziale creativo. L’arte inevitabilmente racconta la nostra storia personale in tutte le sue dimensioni: emozioni, pensieri, esperienze, valori e convinzioni.

Nel processo per rendere tutto ciò visibile mediante l’arte, ci si offre un modo di conoscere noi stessi da una prospettiva nuova e l’opportunità di trasformare tale prospettiva.

 

 

liberamente tratto da:  C.A. Malchiodi – “Arteterapia. L’arte che cura”

Perchè diventare Counselor: alcune riflessioni

DIVENTARE COUNSELOR

Le persone sono altrettanto meravigliose quanto i tramonti se io li lascio essere ciò che sono. In realtà, la ragione per cui forse possiamo veramente apprezzare un tramonto è che non possiamo controllarlo. Quando osservo un tramonto come facevo l’altra sera non mi capita di dire: “Addolcire un po’ l’arancione sull’angolo destro, mettere un po’ più di rosso porpora alla base, ed usare tinte più rosa per il colore delle nuvole”. Non tento di controllare un tramonto. Ammiro con soggezione il suo dispiegarsi. C.Rogers

 

Viviamo in una società in continua evoluzione per un verso ed involuzione per l’altro, dove la capacità di relazionarsi dal vivo con le altre persone diventa sempre più liquida e fugace.

Il virtuale sostituisce il reale in situazioni spesso paradossali dove si perde di vista l’umano sostituendolo con uno schermo e una tastiera.

La comunicazione ha nuove regole che il più delle volte scavalcano i normali passaggi facendo nascere false intimità in cui l’altro non ha fattezze di “carne” ma solo pixel e lettere che compaiono su uno schermo.

E così si finisce per disimparare a stare con gli altri. La solitudine impera, tanti piccoli universi che “autisticamente” si rinchiudono in realtà fittizie, in viaggi immaginari dove il senso del nostro essere al mondo è difficile da trovare.

Siamo immersi in una complessità che avvolgendoci in una fitta nebbia nasconde i punti di riferimento rendendoci ciechi.

“Il male di vivere ho incontrato”, scriveva Eugenio Montale nel lontano 1925, quello stesso “male di vivere” che sta alla base del mal-essere imperante.

Una crisi esistenziale profonda quella in cui siamo sprofondati, dove non ci sono più certezze e le Istituzioni sono allo sbando, unita ad uno smarrimento progressivo della propria Umanità.

Crisi che porta con sè una perdita di fiducia non solo in ciò che ci circonda ma soprattutto in noi stessi, nelle nostre potenzialità e risorse, privi di motivazione galleggiamo in questo mare di indifferenza ormai arresi a “tirare a campare”.

Evitiamo di ascoltarci, anestetizziamo il nostro sentire che con ancestrale saggezza saprebbe mostrarci la strada.

Cerchiamo disperatamente soluzioni “fuori” per non guardarci dentro, passiamo da un professionista all’altro in cerca di “bacchette magiche”che ci tolgano dai vari impasse che la nostra labirintica vita ci pone dinanzi.

In questa carenza di relazioni umane, in un mondo peraltro assurdamente “globalizzato”, le professioni focalizzate verso l’altro, dal medico all’avvocato – dall’insegnante alla commessa etc., hanno indebolito la loro efficacia per il progressivo deterioramento di quelle capacità come l’Ascolto, il sostegno, l’aiuto nel prendere decisioni o nel gestire momenti difficili, ritenute da sempre skills fondamentali per il loro svolgimento.

L’uomo si è impoverito di “essenza” a beneficio di ciò che è visibile e immediatamente spendibile per apparire.

La confezione a discapito del contenuto!

L’Umanità si sta perdendo e il punto di non ritorno pare assai vicino ……

Cosa c’entra tutta questa premessa con il titolo del post  “Perchè diventare Counselor?”

Il Counselor è prima di tutto un “soggetto umano”  che ha accettato la propria umanità e che, se lo vorrà, potrà accompagnare altre persone a riscoprire la loro.

Accettare la propria umanità vuol dire tornare al cuore del cuore umano abbattendo tutte quelle barriere di protezione che ci siamo alzati attorno per paura di soffrire, di venir rifiutati, di non essere amati.

Accettare la propria umanità significa non negare le proprie ferite coprendole con effimeri “cerotti” o cadendo in quel persecutorio “dolorismo” che ci vede solo vittime di un mondo crudele.

Accettare la propria umanità è anche trovare di nuovo l’unità tra cuore e intelligenza, quella capacità di fare scelte consapevoli pensando che il “fallimento” può essere contemplabile e diventare una nuova opportunità e che i limiti ci appartengono.

Accettare la propria umanità è ancora accogliere la nostra “unicità” mettendoci al centro del nostro microcosmo, così come lo insegneremo al nostro cliente, ascoltando i nostri bisogni, a volte così umani, e così importanti per il nostro ben-essere.

Accettare la propria umanità, infine, è riacquistare il senso del tempo. Vivere l’istante presente per come è; immergendoci nel flusso della nostra storia trovandone il proprio senso.

La formazione in Counseling è un viaggio meraviglioso all’interno di Sè, nello stare, nel farsi Presenza accanto al nostro Essere, nel vedere germogliare quella “ghianda” che porta in sè tutto ciò che siamo per poi diventare, a nostra volta,  testimoni di chi si affiderà a noi; perchè non si può accompagnare qualcuno nei luoghi che noi stessi non abbiamo attraversato.

Diventare Counselor è essere portatori di UMANESIMO. Attraversare il nostro centro ed uscirne per sempre trasformati, pronti ad entrare nella vita reale, nel contatto vero con persone piene di sfumature essendo ora capaci di coglierle e rimandarle a chi si abbandonerà al nostro “prendersi cura”.

Diventare Counselor  è avere fiducia nelle potenzialità e risorse di cui ognuno di noi è provvisto e avendole ritrovate in noi stessi poter agevolare il nostro cliente a scoprire le sue, rispettando i suoi tempi e la sua diversità.

Diventare Counselor è ASCOLTARE con tutti i sensi, vibrare con l’altro rimanendo se stessi, “accogliendo e riconoscendo il fatto ineluttabile che chi è di fronte a noi esiste in tutta la sua complessità in quanto essere umano e persona.”

Diventare Counselor è anche accogliere il silenzio che a volte ci sovrasta, senza averne paura o volerlo riempire. Quel silenzio che annienta e non da speranza, imparando invece ad ascoltarlo, accordando il respiro, facendolo diventare quiete entro cui riposarsi e ricomporsi.

Diventare Counselor non è solo una possibile professione, è diventare prima di tutto noi stessi senza etichette, così da essere capace di accogliere ogni possibile differenza.

Diventare Counselor è imparare il “mestiere di vivere”, riaccendere la scintilla vitale riappropriandosi del sentire, sviluppare l’empatia per tornare a quella Umanità che identifica ognuno di noi, che ci rende unici e simili nello stesso tempo, vicini, uniti. Umani, insomma.

 

©g.costa (2020)

 

 

  • se questo articolo ti ha incuriosito e vuoi saperne di più sulla formazione che la nostra scuola propone, CLICCA QUI
  • Per ogni ulteriore informazione puoi riempire il modulo qui sotto:

Il posto della felicità

HAPPINESS

Di tanto in tanto è bene fare una pausa nella nostra ricerca della felicità ed essere semplicemente felici. Guillame Apollinaire

Dove sta la felicità?

Vive in pianura o abita in collina?

Ha una casa in riva al mare o in cima ad una montagna?

Esce da casa alle prime luci del mattino o attende gli ultimi raggi del sole per avventurarsi nel mondo?

Quali sono le strade che ama percorrere la felicità? Quelle rumorose del centro città o quelle solitarie della periferia?

E quali sono i sentieri che imbocca la felicità quando vuole starsene tranquillamente con se stessa?

Quelli silenziosi dei boschi o quelli misteriosi della fantasia?

La felicità non ha una sola casa, ma infinite. Ella abita ovunque. La terra intera è la sua casa.

La felicità non ha bisogno di particolari momenti dell’alba o del tramonto per intrufolarsi nel mondo. Ella è sempre in giro per il mondo ….

La felicità non ha strade, sentieri, itinerari preferiti. A lei vanno bene tutte le lingue della terra.

Perché tutto questo?

Perché la felicità non è nelle cose fuori di noi, ma dentro di noi …

Le cose fuori di noi possono accrescere la nostra felicità, la possono arricchire con nuove sfumature, renderla più intensa, ma non possono procurarcela come per incanto.

La felicità non vive nel mondo della materia, ma nel mondo dell’Essere.

La felicità abita dove abitiamo noi, vive con noi, respira con noi, va dove andiamo noi.

Non cerchiamola chissà dove …… entriamo in noi e mettiamoci a frugare tra le nostre emozioni, scrutiamo attentamente , cerchiamo la luce …..

E ricordiamo che per trovare la felicità occorre prima fare una cosa importantissima ….. trovare noi stessi …..

Il mio augurio per questo nuovo anno è proprio questo: ri-trovare la parte più profonda di noi , quella più pura e incontaminata , quella che ancora si stupisce e vede il bello anche e soprattutto nelle piccole e comuni cose di tutti i giorni per poter finalmente vivere quella felicità piena e appagante che spesso si va cercando per tutta la vita …..

Buon Anno ……. cuoricino

 

La paura del rifiuto e i suoi slittamenti

paura del rifiuto 2

“Il rifiuto ci turba, l’approvazione ci confonde.”  Nicolás Gómez Dávila

Riflessioni sparse dopo una sessione di Counseling ……

Il bisogno di legami, di appartenenza e di accettazione, è probabilmente uno tra i più importanti per l’essere umano. Forse è un retaggio del nostro passato genetico di primati privi di difese, quando solo unendoci potevamo far fronte ai predatori: essere rifiutati, in questo caso, significava essere condannati.

Di qui l’importanza del legame per la nostra autostima; la necessità di saperlo suscitare e assaporare. E anche la diffidenza che occorre nutrire quando questo bisogno di legame e la relativa capacità di individuare un rifiuto non funzionano più regolarmente,facendo di noi persone ipersensibili a qualsiasi forma di allontanamento.

Quando si lavora sulla propria autostima è essenziale riflettere a fondo sul problema del rifiuto, delle conseguenze che ha su di noi e del modo in cui noi stessi contribuiamo a tali conseguenze attraverso l’eccesso di sensibilità. Quindi è importare prestare attenzione non più soltanto al rifiuto, ma anche al nostro sistema di rilevazione del rifiuto che, se non funziona bene, può farci soffrire molto e metterci in situazioni destinate al fallimento. Infatti sentirsi rifiutati non significa sempre che lo si è veramente. Se in passato siamo stati spesso vittime di autentiche esperienze di rifiuto, a quel punto ereditiamo un sistema di rilevamento del rifiuto che è diventato ipersensibile, anche se l’ambiente che ci circonda al momento ora è più accogliente.

Si tratta di una sorta di allarme guasto. Questo sistema di allarme ci è stato tramandato dall’evoluzione: poiché eravamo animali sociali e potevamo vivere solo al’interno di gruppi solidali, la nostra sopravvivenza dipendeva dalla nostra capacità di mantenere il nostro posto nel gruppo. Ritrovarsi soli equivaleva ad una condanna a morte. Ma quel che si giustifica in una situazione di pericolo oggettivo può sfuggire alla nostra volontà nelle situazioni in cui sappiamo che, in teoria, non esiste un pericolo così grande.

Il timore del giudizio negativo da parte degli altri è di fatto legato alle sue possibili conseguenze negative: essere giudicati, se il giudizio è negativo, equivale a rischiare di essere rifiutati.

Visto che , di solito, se non ci stimiamo, ci giudichiamo negativamente, allora ci immaginiamo che il giudizio altrui sarà impietoso e severo quanto lo è il nostro. A quel punto ci allontaniamo da quello che riteniamo sia un pericolo e, in questo modo, inconsciamente confermiamo la possibilità di tale pericolo. Tale ipersensibilità al giudizio altro non è che la parte emersa della paura del rifiuto.

Tutto allora diventa difficile, perché l’autostima fa fatica a stabilire una differenza tra l’essere realmente rifiutati e pensare di esserlo. Nel dubbio , è più propensa a dar credito all’intuizione: “Se mi senti rifiutato o non amato, è perché lo sono.”

Questo genere di distorsione del ragionamento si riscontra nelle persone in preda ad una forte attivazione emozionale: dal momento che ci sentiamo in difficoltà, siamo convinti di essere in difficoltà. E che tutti ci vedano  che siamo in difficoltà. Non consideriamo più le nostre emozioni come un avvertimento della possibilità di un problema, ma come una certezza della sua realtà e della sua gravità.

La forza di tale convinzione comporta una modificazione del nostro comportamento che andrà nella direzione di quel che temiamo. Occorre pertanto fare molta attenzione a questa tendenza a leggere il pensiero ed auto intossicarsi con le erronee convinzioni del ragionamento emozionale. Uno sguardo, un sorriso, un silenzio, una parola sussurrata all’orecchio di qualcuno mentre stiamo parlando, rischiano di essere interpretati in modo erroneo sotto l’effetto della nostra difficoltà.

Occorre quindi stare attenti alla proiezione dei propri processi mentali: dal momento che dubitiamo di noi e del fatto di essere accettati socialmente, ci sorvegliamo; e pensiamo che gli altri facciano altrettanto; allora abbiamo la sensazione sgradevole, e spesso sbagliata, di essere al centro della loro attenzione.

Ecco quindi alcune strategie per affrontare la paura del rifiuto:

  • Conoscere a fondo le situazioni che danno l’avvio alla nostra ansia si valutazione. In genere esse sono tutte occasioni in cui ci troviamo in una situazione di osservazione, di competizione, di prestazione . Sapere che in momenti del genere tenderemo a sopravvalutare i giudizi rivolti a noi rappresenta una prima tappa. Quando ci troviamo in queste situazioni, tenderemo a sorvegliarci, a bistrattarci, a interessartci di più delle nostre manchevolezze anziché godere dei talenti degli altri, o ridere del loro desiderio di esibirli.
  • Ricordare che anche gli altri pensano soprattutto a se stessi. E sì, non siamo l’ombelico del mondo, come a volte le nostre difficoltà tendono a farci credere. “E se gli altri non ti stessero osservando e giudicando? Gli altri pensano a se stessi, come te …..”
  • Accettare la possibilità di essere giudicati. Piuttosto che voler evitare ad ogni costo questo giudizio, accettiamolo, poi consideriamo con calma come modificarlo, sempre nella visione di un sé globale e non focalizzato sui propri limiti e difetti. Accettare anche l’idea che effettivamente ci sono persone che ci giudicheranno dall’aspetto, la conversazione, le buone maniere o altri stupidi marcatori sociali. E’ vero, esistono. Ma è altrettanto vero che queste persone non sono la maggioranza. Perché quindi dedicare la maggior parte della nostra energia a proteggerci da persone che potrebbero essere critiche, con il risultato di impedirci di godere degli scambi con persone più accoglienti e interessanti?
  • Adottare comportamenti sociali che privilegiano l’azione, vale a dire andare verso la gente. E’ fondamentale non stare ad aspettare che ci vengano rivolti segnali di apertura, non aspettare che siano sempre gli altri a fare il primo passo. So che spesso ci si comporta in questo modo perché ci si dice, come in una specie di test: “Se le persone si avvicinano per parlarmi, vuol dire che ne hanno veramente voglia. Se invece sono io ad avvicinarmi, in qualche modo le costringo”. Così, è più forte la paura del rifiuto, più si sopravvaluta la visibilità dei segnali di apertura e più si aspetta che siano gli altri a percepirli e decodificarli, nella speranza che capiscano il nostro imbarazzo e facciano il primo passo … Ma questi segnali di apertura, che noi pensiamo chiari e manifesti, spesso sono invisibili all’altro. E siccome pensiamo di aver mostrato abbastanza, restiamo lì, speriamo e aspettiamo…..

Un suggerimento per concludere cerchiamo di essere più chiari!!! Bisogna scegliere tra due rischi: quello di un eventuale ed episodico rifiuto, o quello dei rimpianti e vi assicuro che il peso dei rimpianti a volte è molto più difficile da reggere a lungo termine che non quello di un rifiuto …..

Se anche tu ti senti in questa situazione ed hai voglia di fare un po’ di chiarezza, compila questo form, ti contatterò nel più breve tempo possibile per una chiacchierata GRATUITA informativa.

 

L’Artcounseling dal “come se” al “come é”

IMG_0864

Lavoro fatto durante un laboratorio di “pittura dell’Anima”

“ … uscire dallo spazio interno a quello esterno, affermare, estendere in esso la propria forma, è il primo atto di comunicazione involontario che diventa consapevole nella verifica della propria impronta: segno di sé che, nel compiacimento della traccia, si trasforma in segnale comunicativo della propria presenza …” Stefania Guerra Lisi

Riprendendo i vari post sulla creatività e i suoi benefici nel percorso evolutivo di ogni persona, ribadisco che nel momento creativo, in cui interiorità ed ambiente trovano un rinnovato singolare incontro, siamo immersi in uno stato psicofisico ove il pensiero, l’emozione, la corporeità, l’azione fluiscono in modo congruo, infondendo un profondo stato di ben-essere.

Almeno inizialmente è infatti più importante l’atto del produrre un’impronta creativa, che il suo impatto con un esterno (ArtCounselor) che solo poi potrà accompagnare l’utente nella decodifica del suo modo di incontrare e vivere la realtà.

Un percorso di ArtCounseling è rivolto verso la salutogenesi focalizzandosi sugli aspetti personali positivi di chi ci sta di fronte e sull’individuazione delle risorse disponibili, perseguendo il paradosso (e il risanamento da un mal-essere) come un “diventare ciò che si è”, attraversando i propri territori interni sperimentandoli, agendoli metaforicamente, piuttosto che cercando di liberarsene.

Qui emerge il valore che l’azione e l’esperienza diretta rivestono nel percorso di ArtCounseling, in cui la “scoperta” la formulazione e/o la risoluzione di un problema e quindi il cambiamento, derivano dal FARE (in questo caso artistico-espressivo) e da un processo di apprendimento esperienziale.

Il sistema-ambiente di vita in cui siamo inserito ci pone costantemente di fronte alla sfida del tempo e alla transitorietà dei confini, delle convenzioni e convinzioni ideologiche, sociali, culturali e affettive.

Cercare di promuovere il ben-essere e la qualità della vita individuale e collettiva intervenendo direttamente sui fattori coinvolti nella salutogenesi o su quelli legati alla genesi del malessere, in un sistema così fortemente connotato dalla complessità oltre che dalla fugacità delle certezze, o dalla tempestività dei cambiamenti, risulta un’impresa oltremodo faticosa.

La strada più fruttuosa sembra allora quella del potenziamento delle risorse e delle abilità nella soluzione di problemi complessi. In questo la riattivazione dell’espressione globale di sé attraverso il processo creativo può diventare la chiave di volta che consente al potere intrinseco individuale di manifestarsi appieno nella sua efficacia.

La comprensione del mondo e dell’altro passa necessariamente attraverso la conoscenza, la consapevolezza di sé e l’autosvelamento. La costruzione del Sé nel continuo oscillare, fluire, distruggere, trasformare dati esterni e contenuti interni, ritrova ripetutamente il segno della sua presenza, della definizione del suo confine, il compiacimento del suo esserci nella ES-PRESSIONE, nella traccia manifesta, il Sé si rende progressivamente visibile, nello spazio e nel tempo, a se stesso e agli altri.

E’ un diritto naturale quello di produrre, esprimere-imprimere nell’ambiente, il segno esclusivo dell’affermazione “IO SONO!” “IO SONO IN QUESTO MIO MODO!”, è un diritto naturale che però va riconquistato.

La vitale permeabilità dentro-fuori, la costante pulsazione aperto-chiuso, costituiscono il motore dell’esistenza, garantiscono il senso di pienezza e soddisfacimento quando ci si abbandona al movimento naturale impresso dal loro ritmo.

Altrettanto il semplice fluire può essere interrotto, il delicato confine può essere oltraggiato, deformato da ispessimenti difensivi, frammentato da buchi, da angoscia, da vuoti, vanificato dalla confusione tra un dentro che non si distingue più da un fuori, da una dolorosa assenza di collocazione spazio-temporale, o ancora fiaccato dall’estenuante combattimento con una “piccola grande ombra”.

Il processo artistico-espressivo attinge alla fantasia, alla ricchezza dell’analogia che consente di vivere “come se”, dando la possibilità di sperimentare personalmente qualcosa di nuovo, o da un nuovo punto di vista guardare una situazione conosciuta immersi in una dimensione spazio-temporale in cui il “severo guardiano del sé” per un momento chiude gli occhi, sta al gioco e ci consente poi di stupirci di essere stati proprio noi ad aver vissuto l’esperienza.

Questo ci offre l’opportunità di assumere un rischio, senza però dover rischiare troppo, con il vantaggio di poter poi trasferire il risultato dell’esperienza alla vita “come è”.

L’ArtCouseling come spazio del possibile

RED GALLERY GIOVANNA LENTINI

Giovanna Lentini – Red Gallery –

” … tutte le arti che pratichiamo sono un apprendistato di un’arte più grande: la nostra vita …”M.C.Richards

Sono almeno tre le caratteristiche che ci rivelano come il processo e lo sforzo creativo nella produzione artistica possano avere una funzione di “therapeia”, intesa come “cura di sè”:

  •  La creazione di uno spazio di comunicazione flessibile con il proprio ambiente
  • La capacità di saper distinguere tra mondo interno e mondo esterno, cioè tra fantasie, desideri, bisogni e realtà
  • La capacità di regolare e trasformare le proprie emozioni.

Tutti e tre questi fattori sono strettamente interconnessi e riproducono le trasformazioni che caratterizzano la crescita cognitiva ed emotiva di ogni persona, lo sviluppo, quindi dei processi di pensiero, la possibilità di vedere gli oggetti del mondo reale e di elaborarne una rappresentazione mentale.

Nel Counseling Espressivo la presenza di “oggetti” e il ruolo che questi assumono nel processo appaiono di notevole importanza per comprendere la tecnica in quanto tale, lo spazio di comunicazione che si viene a creare tra artcounselor e cliente e i processi di regolazione emozionale.

Quando si parla di “oggetti” ci si può riferire tanto a “oggetti pulsionali” ossia al legame che si crea con l’agevolatore, per cui quest’ultimo diventa la “base sicura” mancata e mancante, tanto a quegli oggetti concreti, come un disegno, suoni, gesti, movimenti, prodotti artistici. Questi ultimi oggetti sono più vicini a quello che la nostra attività percettiva individua come appartenenti al mondo esterno e dotati di specifiche forme e caratteristiche strutturali che diventano però, nell’ambito della creazione artistica, simbolo di un “interno” che è impossibile fare emergere in altro modo, un alter-ego della persona ed in quanto tale a tutti gli effetti ulteriore “soggetto” nel setting.

Simbolo, nel significato etimologico di “mettere insieme” il fantasmatico, che corrisponde alla creazione di un secondo universo esistente solo nella mente di chi lo attua; il cognitivo, per cui l’emergere del simbolo equivale al legare mentalmente determinati eventi del mondo esterno e a fornire così una prima chiave per una comprensione olistica del mondo esterno e l’affettività, che permette all’emergere del simbolo l’elaborazione del dolore della separazione e il controllo delle emozioni.

Nello sviluppo della trasformazione simbolica dei contenuti del mondo esterno secondo la triplice valenza fantasmatica, cognitiva e affettiva si possono individuare i confini dello spazio della creatività individuale. Spazio che diventa “area transizionale” , ciò che è a metà strada tra soggetto e oggetto. Nella misura in cui creano e sostengono il legame affettivo, gli “oggetti transizionali” svolgono un ruolo positivo e offrono una dimensione creativa che permette di superare l’angoscia di separazione e di ritrovare ad un altro livello l’oggetto amato assente.

Lo spazio di creatività suggerito da Winnicott è pertanto uno spazio che si fonda su un uso attivo dell’illusione che spinge l’individuo a vivere, a modulare e regolare le proprie emozioni utilizzando anche strumenti od oggetti che possono appartenere all’esperienza artistica.

Il setting di ArtCounseling diventa, quindi,  uno spazio del possibile in cui nulla è sicuro se non la possibilità stessa di far sì che molteplici eventi trovino un adeguato contenitore.

Il processo creativo si esplica in un vivere pieno di significati, in un adattamento alla realtà attivo. Non è l’espressione artistica che trasforma la realtà o che cambia il mondo, ma può trasformare il linguaggio umano e l’uomo in quanto tale. E’ chiaro, in tal senso, che è l’individuo in quanto “trasformato” dall’”arte” che può poi tentare di trasformare la realtà con la sua vita e con la sua capacità di vivere in maniera attiva a adeguata le proprie emozioni. Il processo creativo non significa semplicemente originalità e libertà, ma porta con sè uno sforzo a trovare nuove oggetti allargando l’ambito dell’esperienza umana.

Attraverso la regolazione delle emozioni è possibile così arrivare a nuove forme espressive che conducono alla realizzazione di opere che stimolano la ricerca di significati che prima era impossibile cogliere.

L’Arte come gesto-emozione di un Io ferito

ARTETERAPIA

“Nella stessa misura in cui non accetta l’altro, l’uomo non riconosce il diritto all’esistenza dell’”altro” che è in lui, e viceversa …. Il confronto appare indubbiamente più complicato quando si dispone soltanto di prodotti figurativi che, per chi li intende, parlano un linguaggio di per sé eloquente, ma a chi non li intende sembrano un linguaggio da sordomuti. Di fronte a queste raffigurazioni l’Io deve prendere l’iniziativa e chiedersi: “Che effetto fa su di me questo segno?” …” C.G.Jung

Molto spesso i lavori che si svolgono durante una sessione di ArtCounseling sono, oltre che parole che non si riescono ad esprimere con la voce, anche gesti trasformati in immagini.

Non sempre tali immagini derivano da atti di consapevolezza e di riflessione, esse sono piuttosto un involto per quei gesti che altrimenti andrebbero sparsi e persi.

Gesti che le immagini arginano e organizzano attraverso iscrizioni simboliche esterne, offrendo di riflesso un perimetro, un contenimento ed una capacità di pensiero ad un Io interno ferito.

Questi lavori diventano quindi narrazione di emozioni che trovano sulla carta la loro possibilità di esistere. Uno spazio produttivo dove possibili sbocchi, risposte non dette, soluzioni cercate acquistano la liberatoria concretezza di un istante creativo. Atti creativi capaci di fornire davvero un sollievo e un sostegno e più ancora un’ampiezza al di là delle angosce.

Infatti, nel superiore “gioco” costituito dal dipingere, la forma ricercata è tradotta in una immagine figurata o astratta che diventa un autentico simbolo. E questa trasmette, diventando concretamente specchio, i gesti, le sensazioni e le emozioni da assimilare sempre più dentro di sé, da introiettare come argine e contorno ben più pensabile e vivibile.

Jung ha scritto “vi sono […] persone […] le cui mani hanno la capacità di esprimere contenuti dell’inconscio” (Jung “La funzione trascendente”); vi è quindi un “sapere” del corpo che a partire dal gesto e dalla sensorialità rinviene la consapevolezza delle proprie memorie e delle eventuali ferite ed è in grado di travasarlo in più complesse e personali strutture di significato.

E’ proprio quanto potenzialmente accade nell’arte del dipingere, così come può accadere in vario grado ed in differenti modi grazie al tramite di qualunque altra attività espressivo-creativa. In questi casi il simbolo conserva dentro di sé il gesto da cui nasce o che può ugualmente nascere, volendo, nella nota musicale, nel passo di una danza, nella recitazione di un attore.

Gesti tesi a diventare consapevoli dell’emozione in essi celata e che quindi a tale scopo inventano un gioco che offre inconsapevolmente all’io ferito, la risposta parziale ma ferma di un momento di incanto.

Il gesto insomma come punto di partenza, il seme che contiene le potenzialità e le linee direttive della futura possibile pianta.

Ecco quindi come in un percorso di ArtCounseling diventa primario il processo , la messa in atto che porta racchiusa in sé sia la ferita che la sua ri-tessitura, per arrivare alla consapevolezza, a quella fonte primaria di dolore e darsi quindi il permesso di poter andare oltre ….

Perchè scegliere Ri-Trovarsi come scuola di Counseling.

RITROVAARSISCUOLA

” Non puoi trasmettere saggezza e visione profonda ad un’altra persona. Quei semi sono già presenti in lei; un buon insegnante li tocca e permette loro di risvegliarsi, di germogliare e di crescere” Thich Nhat Hanh

Ri-trovarsi è un centro formativo nuovo che si inserisce nel vastissimo panorama delle offerte di formazione in Counseling.

In realtà è un “soggetto” che esiste da 10 anni come luogo virtuale di condivisione e confronto legato alle tematiche del ben-essere, dell’arte e del Counseling, che si è trasformato in luogo fisico che eroga servizi per il ben-essere della persona tra cui il corso triennale in Counseling Espressivo.

Fin qui in realtà nulla di nuovo, dunque perchè sceglierci?

Perchè, per prima cosa, la scuola, una piccola struttura che vuole rimanere tale, mette al centro l’allievo, nella sua specifica e unica “umanità”, prendendosene cura in un processo educativo che prima di essere professionalizzante vuole condurre lo studente ad imparare a prendersi cura di sè, delle sue preziose fragilità, agevolandolo nella scoperta delle sue potenzialità e risorse accompagnandolo nella focalizzazione dei suoi punti di forza al fine di creare un proprio personale metodo di fare counseling.

E’ una scuola di counseling gestita e condotta da counselor che ben sanno i principi di questa professione che NON CURA ma SI PRENDE CURA della persona facilitando la ricerca di quel “senso” che si può trovare solo all’interno di se stessi, nella propria umana sostanza, riconoscendo le risorse e la capacità di autodeterminarsi di cui ognuno di noi è provvisto.

Professione, che in questo momento storico così complesso, diventa servizio sociale per ritrovare in se stessi quel punto di riferimento, quella fiducia che fuori si è persa.

E così il Counseling riprende il suo scopo originario di orientamento, una bussola in questo “mare magnum” di incertezze che ci circonda.

Il secondo motivo sono gli strumenti di cui la scuola si serve per raggiungere questo scopo, ossia l’Espressività.

L’Espressione corporea sia essa movimento o gesto grafico che arriva là dove le parole non trovano voce.

ES-PRESSIONE ossia manifestazione della nostra parte più profonda e istintuale, ancora priva di consapevolezza e quindi di un vocabolario semantico, che emerge attraverso  l’Io Corpo, che trattiene le nostre memorie più antiche, sia per mezzo di un gesto, un movimento, una traccia pittorica lasciata su un foglio.

“Oggetto” che diventa, “portato fuori”, alter-ego della persona, pronto per essere esplorato e in caso trasformato e ri-trasformato fino a trovare una “forma” sufficientemente buona.

Oggetto che diventa anche il fio rosso per uscire dal labirinto dei continui autoboicottamenti e ritrovare la strada di casa.

Questo processo si fonda sulla fiducia incondizionata che ognuno di noi possegga quell’ingrediente magico capace di modificare la nostra vita: la CREATIVITA’.

Parola che condivide l’etimologia con il termine indoeuropeo “kerè” che significa “crescita” e la crescita implica sempre una trasformazione.

Quindi Creatività che porta alla trasformazione; in questo processo che dura tutta la vita quello che fa la differenza è come ci poniamo: da soggetti attivi o passivi. Da persone attive e creative che vogliono influire sulla propria realtà, pilotando le proprie scelte, o da persone passive che aderiscono passivamente alle scelte volute da altri perdendosi in recriminazioni e rimorsi.

Il Counseling di Ri-Trovarsi ti insegna, accompagnandoti passo passo, a calarti nella tua creatività, sepolta spesso sotto tonnellate di giudizi e false credenze, spezzando la catena della paura e del controllo, lasciandoti andare al libero fluire dei gesti per riportare in superficie ciò che sei sempre stata/o. Ripartendo poi da quella certezza, da quel Diritto ad Essere ciò che sei per ridare un senso a tutto il tuo esistere.

 

Se tutto ciò non ti basta e hai voglia di saperne ancora di più scrivi a gabriellacosta@ri-trovarsi.com o telefona al 347 1751469 sarò felice di rispondere ad ogni tua domanda.

Intanto dai un’occhiata tra le pagine del sito e al corso Triennale in Counseling Espressivo che proponiamo cliccando QUI 

Riprendi in mano la tua vita

BARCHETTE IN MANO

“Nessuno può tornare indietro e ricominciare da capo, ma chiunque può andare avanti e decidere il finale.” Karl Barth

Quante volte ci troviamo catapultati in situazioni che non volevamo?

Quante volte accade qualcosa che non ci sentiamo pronti ad affrontare?

A tutti capita di sentirsi in balia degli eventi, incapaci di uscire da una spirale di negatività che ci trascina e ci fa sentire impotenti.

Vorremmo riprendere il controllo della nostra vita, cambiare direzione ma spesso travolti al caos non sappiamo da dove iniziare.

Ecco 7 suggerimenti (Fonte: www.blessyou.me) per riscrivere il copione della nostra vita  ed esserne finalmente il protagonista.

  1. ASCOLTATI. Ascolta il dolore, l’ansia lo stress, la stanchezza. Cosa ti stanno comunicando? Quale è l’area della tua vita che sta boccheggiando, desidera aria fresca e ha sete di cambiamento? Accettare e ascoltare le emozioni negative richiede molto coraggio ma è la porta per la vera felicità. Cosa è che ti fa battere il cuore? Smetti di liquidare quel sogno, quel desiderio con la logica della paura che ripete incessantemente che “non si può-non è il momento-non ha senso-sarà troppo difficile-ma se poi…”. Ascolta il tuo istinto, rinnova le aree della tua vita, che non rispondono più ai tuoi desideri più profondi. Osa sognare e permettiti di vivere i tuoi desideri e le tue passioni.
  2. DIVENTA PADRONE DELLA TUA MENTE. Sono i pensieri che attraversano la nostra mente e creano la realtà che ci circonda. Il modo in cui pensi a te stesso plasma l’immagine che hai di te. Quando ti capita di avere pensieri negativi domandati se ti appartengono o sono frutto di condizionamenti del passato e di giudizi esterni a te stesso. Chiediti in che modo possono esserti utili. Se non lo sono, lasciali scivolare via e sostituiscili con altri che arricchiscano la tua vita. I pensieri governano le tue azioni e le tue reazioni ad ogni evento. E’ qui che risiede la chiave di volta. Padroneggia i tuoi pensieri, scegli con cosa nutrire la tua mente e diventerai padrone della tua vita.
  3. IMPARA A LASCIARE ANDARE. Oggi è il primo girono della tua vita. Ieri è già andato e domani, credimi, non arriverà prima di domani. Oggi, ora, adesso è l’unico momento su cui hai potere. Per quanto doloroso sia stato il tuo passato, per quanti sbagli credi di avere commesso, per tutte le cose che sarebbero potute andare diversamene, ormai sono andate. Vuoi cambiare qualcosa? Fai ora, adesso, qualcosa di diverso. Lascia andare il senso di colpa, la rabbia, il dolore, la tristezza e prima di lasciarli andare domanda loro cosa ti hanno voluto insegnare di utile per rendere diverso, migliore il tuo oggi.
  4. ALLENA L’ASSERTIVITA’. Meriti di dire “Sì” quando vuoi dire “sì” e “No” quando senti che quella determinata richiesta non è in linea con te stesso e non è giusta per te in quel momento. Non c’è niente da guadagnare ma tutto da perdere a lasciare che siano gli altri a decidere per te. Essere assertivi significa avere il coraggio di essere ed esprimere se stessi e ti permette di evitare la trappola del “se avessi fatto/detto, se fossi stato diverso…”. Che senso ha cercare di essere diverso da ciò che sei nel profondo?
  5. APPREZZA E GODI DELLE PICCOLE COSE DI OGNI GIORNO. Ormai numerosi studi scientifici hanno ampiamente dimostrato come esprimere gratitudine aumenti stabilmente il nostro livello della felicità. Un modo per riconoscere quelle cose che ci rendono grati della vita è godere del momento che stiamo vivendo ora. Stai mangiando? Gusta ogni boccone, assaporalo. Nota come questo cambi il semplice atto di mangiare. Stai chiacchierando con un amico/amica? Ascoltato apertamente, sospendi il giudizio e fai domande. Goditi la conversazione, le risate, i silenzi.
  6. RIDI, SORRIDI, GIOCA. Diceva Nietzsche “non si può ridere di tutto e tutti ma ci si può provare” Inizia da te stesso, guarda al lato comico dei problemi e delle difficoltà che incontri. Riuscirai a creare il distacco necessario per vederle da altre angolazioni. Ridi delle tue paure è uno dei migliori modi per affrontarle con coraggio. Sorridi. Non per convenzione o convenienza. Sorridi perché non c’è niente di più bello che poterlo fare. Entra in un bar la mattina e senti come cambia il tuo stato d’animo e l’atmosfera intorno a te regalando un sorriso sincero. Gioca. Torna bambino, scherza. Prova ad affrontare un compito noioso come se fosse un gioco divertente. Ti aiuterà a focalizzarti sugli aspetti piacevoli che non avevi minimamente considerato, stimolerà la tua creatività e ti aprirà a nuovi punti di vista.
  7. SCEGLI IL BICCHIERE MEZZO PIENO. La vita è piena di sfide. Affrontarle con sano ottimismo significa rivolgere la propria attenzione alle possibilità racchiuse dentro le difficoltà. Ricordati che dietro ogni vincolo c’è sempre un’opportunità, che ogni crisi può essere un’occasione e che il dolore porta sempre con sé il seme di una meravigliosa rinascita. Tocca a te scegliere se raccoglierlo!

Allora , tu che mi leggi, sei pronto per riappropriarti della tua vita?

E poi arriva il mattino a raccontarci come si fa, ogni volta, a ricominciare. (Cit.)

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: