Mese: gennaio 2016

Lo sviluppo come processo continuo

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Quando si parla di sviluppo, spesso si pensa allo sviluppo fisico, per esempio al peso che un bambino acquista col trascorrere del tempo, alla crescita dei suoi primi dentini e poi alla perdita dell’aspetto infantile …

Tuttavia, lo sviluppo riguarda anche l’aspetto mentale. Di questo siamo ben consapevoli durante le fasi iniziali dell’infanzia quando il bambino impara a camminare e a parlare, quando il ragazzino apprende a leggere e a scrivere e poi lo studente si specializza in una particolare disciplina all’università, o quando l’apprendista acquisisce nuove abilità nel suo lavoro.

Quello che però tendiamo a notare di meno è la crescita a livello sociale, come per esempio l’apprendimento delle convenienze in pubblico, la capacità di stringere nuove amicizie, l’abilità nel rivestire diversi ruoli e posizioni, per esempio passare dal ruolo di marito a quello di padre, e la capacità di risolvere vari problemi, come vincere lo stress, sopportare le malattie, far fronte alle preoccupazioni finanziarie o ai turbamenti nella vita di relazione.

Di solito diamo più o meno per scontati tutti i gradi di sviluppo riguardanti la sfera educativa perché essi sono patrimonio comune alla maggior parte delle persone. Nel momento in cui finiamo la scuola o l’università abbiamo passato dai dieci ai quindici anni nel tentativo di migliorare le nostre conoscenze e di ottenere una qualifica per il futuro lavoro, magari per scoprire, quando si tratta di mettere in pratica ciò che abbiamo imparato, che le nozioni teoriche apprese non si traducono immediatamente in abilità concrete.

Il processo di apprendimento deve continuare, e questa volta si dovrà basare sull’esperienza quotidiana. Alla fine, però, raggiungiamo il punto in cui possediamo completamente il nostro lavoro e siamo in grado di far fronte agli imprevisti e di risolvere i problemi piuttosto bene, in cui possiamo permetterci di rilassarci e goderci la realtà di avercela fatta professionalmente, un sentimento veramente appagante.

Purtroppo, è a questo punto che spesso si arresta il processo di apprendimento e quindi lo sviluppo. Dopo alcuni anni si instaura la routine e cominciamo a perdere la capacità e perfino la voglia di esplorare nuovi spazi. La vita sarà allora piena di giornate in cui si lavora dalle nove alle cinque e poi si cena davanti alla televisione, oppure di giornate composte di quattordici ore di lavoro a badare ai figli, per appisolarsi poi davanti alla TV.

Ci siamo “sistemati”, la vita comincia a correre su un certo binario e quando ci troviamo davanti a uno svincolo scegliamo la via più comoda. Non affrontiamo più nuove sfide. Di conseguenza diventiamo rigidi e meno capaci di risolvere i problemi, e più evitiamo nuove e forse difficili situazioni meno facciamo esperienza nell’affrontarle e sempre meno fiducia avremo per avventurarci in nuovi tentativi. A prima vista, evitare di farsi coinvolgere in nuove situazioni potrebbe sembrare la scelta più sicura, ma alla lunga si perdono i vantaggi derivanti da situazioni divertenti ed eccitanti.

Stessa cosa per quanto riguarda i possibili traumi subiti per precoci mancanza affettive; è vero che questi eventi soprattutto se vissuti nella prima infanzia producono effetti profondi su un individuo, ma questo non vuol dire che un trauma debba condizionare tutta la vita. Se quando eravamno piccoli non abbiamo avuto amore e affetto, questo non significa che non possiamo assicurarceli per la nostra vita adulta; se da bambini siamo stati tristi e scontenti, non è detto che non possiamo diventare adulti felici.

Superare eventi traumatici può essere difficile e in certi casi è necessario un aiuto esterno, ma è comunque possibile farcela. I mezzi per l’autorealizzazione e per il successo personale sono nelle nostre mani.

Ci vuole coraggio per lavorare per la propria felicità, perché questo significa assumersi i rischi insiti nella ricerca di nuove strade e imparare nuove cose su se stessi e sulla propria vita affettiva, e occorre tenacia per proseguire su una strada nuova senza rinunciare di fronte al primo ostacolo.

Di solito, i mutamenti non avvengono mai all’improvviso, per cui abbiamo abbastanza tempo per adattarci gradualmente mentre si presentano.

Attorno a noi tutto cambia continuamente e siamo noi a doverci adattare creativamente, quindi perché non apportare quei mutamenti che andranno a nostro beneficio? Possiamo definire i nostri obiettivi personali e impegnarci per raggiungerli: questo ci garantirà la crescita progressiva e uno sviluppo continuo, al di là di ogni scadenza biologica….

Litania della vittima

VITTIMA

Puoi smettere di fare la vittima in qualunque momento. Dipende solo da te. Dunque datti una mossa . E tanto per cominciare leggi questo post ….. (dalla quarta di copertina di “come smettere di fare la vittima e non diventare carnefice” di Giulio Cesare Giacobbe).

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Non è giusto, ogni volta è la stessa cosa!

Non possono farlo!

E’ sempre così, non cambierà mai, è sicuro!

E comunque non è colpa mia, ce l’ho messa tutta!

E’ così!

E’ stata colpa di mamma, di papà, di mio marito o dei miei figli … ora è colpa degli altri … presto sarà colpa del governo, dell’inquinamento, del buco dell’ozono!

Sono la vittima assoluta, generale, ed ho paura, ho paura!

Oh sì, ho paura:

  • paura di stare da sola, paura di essere respinta dagli altri;
  • paura di amare, paura di non essere amata;
  • paura di amare troppo, paura di non amare abbastanza;
  • paura di parlare, paura di tacere;
  • paura di agire, paura di non fare nulla;
  • paura di dire di sì, paura di dire di no;
  • paura di avanzare, paura di indietreggiare, paura di restare ferma;
  • paura di ballare, cantare, ridere;
  • paura di piangere, paura di arrabbiarmi;
  • paura di prendere il mio spazio, paura di non prenderlo;
  • paura che l’altro si prenda il suo spazio, paura che l’altro non lo prenda;
  • paura di morire, paura di vivere ….

Ma nascondo bene la mia paura: mi fa troppa paura!

In fondo, credo di aver soprattutto paura di avere paura.

Per provare ad evitarla proverò a meditare, a ritirarmi, a diventare zen ….

Oppure posso contrattare, posso impuntarmi sulle parole, per non guardare in faccia la mia paura. Sono una maestra con le parole, le uso come fossero sentimenti, così mi permettono di dare agli altri la colpa di quello che vivo: “Mi sento manipolata, abbandonata, sfruttata, tradita, rifiutata, esclusa, attaccata, ignorata, disprezzata…”

Così aspetto che gli altri cambino per fare andare meglio e cose.

Quando gli altri, tutto gli altri, saranno cambiati, finalmente le cose andranno meglio.

Sì, ho paura della mia paura e se ci entro dentro rischio di uscirne. E se esco, perdo in un colpo solo, la mia comoda sofferenza e il mio ruolo preferito: il mio potere di monopolizzare l’attenzione di tutti, il mio potere di far girare tutto intorno a me, tutto questo è stato fino ad ora il modo di ritagliarmi il  mio spazio.

E’ questo che mi blocca: ho paura di non aver paura perché fino ad ora questo mi ha fornito una identità e un modo di essere!!!! …..

Meditazione

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Occorre consapevolezza, non condanna: attraverso la consapevolezza la trasformazione è spontanea. Se diventi consapevole della tua rabbia, quella comprensione penetra in te.

Osserva semplicemente, senza giudicare, senza dire che è buona o cattiva, osserva il tuo cielo interiore. È presente la rabbia, ribolli, il tuo sistema nervoso è in subbuglio e il corpo è preso da fremiti: è un istante bellissimo;
infatti, quando la tua energia è in movimento, puoi osservare più facilmente.

Chiudi gli occhi e medita su ciò che accade. Non lottare, osserva solo ciò che accade: il cielo è carico di elettricità, tuoni e fulmini… uno splendore! Sdraiati per terra e osserva quel cielo interiore.

Qualcuno ti ha insultato, qualcuno ti ha deriso, qualcuno ha detto di te questo e quest’altro… un’infinità di nuvole, nuvole oscure si addensano nel tuo cielo interiore e scoppiano tuoni e fulmini!

Osserva!

È una scena meravigliosa… ed è anche terribile, ma solo perché non comprendi.

È qualcosa di misterioso, e se il mistero non è compreso, diventa terribile, ne hai paura. E ogni volta che il mistero viene compreso, diventa una grazia, un dono, perché ora possiedi delle chiavi  e con in mano quelle chiavi, tu sei il padrone!!

Osho

Sulla fiducia

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Ci saranno sempre dei sassi sul tuo cammino dipende da te se farne dei muri o dei ponti ….

La fiducia, argomento senza fine che apre la porta per riversare litri di inchiostro cercando di delinearne i contorni. Al suo opposto il tradimento ferita indelebile dell’anima da cui parte il doloroso cammino di risalita verso l’amore per se stessi. Amore indispensabile per trasformare quell’antica ferita che ha messo a dura prova il nostro sentirci degni, in fiducia in sé.

A questo proposito vorrei in questo post riportare una parte dell’introduzione del libro di Krishnananda-Amana “Fiducia e sfiducia” che delinea come la “sfiducia” e la paura di essere traditi e abbandonati può essere curata ri-connettendoci  con noi stessi e la nostra integrità, imparando ad ascoltare la voce profonda della nostra saggezza interiore.

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[…] sembra che nella vita non ci sia tema più grande della fiducia. Abbiamo ricevuto e continuiamo a ricevere lezioni sulla fiducia, ed è proprio la nostra fiducia ad essere messa alla prova quando attraversiamo un momento difficile.[…]

[…] La qualità della nostra fiducia è misurata dallo stato della nostra vita: dall’amore che abbiamo per noi stessi, dalla profondità dell’intimità delle nostre relazioni più importanti, dalla gioia con cui affrontiamo la vita. Sviluppare una fiducia matura è il tesoro al termine dell’arcobaleno del lavoro interiore. […]

[…] Molto spesso, quando veniamo feriti (o traditi – ndr), abbiamo la tendenza a chiudere con la persona che ci ha feriti, ma in questo modo ci chiudiamo anche a noi stessi. Questa chiusura è molto dolorosa, anche se a volte non ne sentiamo il dolore, ed è alla base di molti disturbi fisici e psicologici.

Quando ci chiudiamo, ci ritiriamo in uno spazio di profonda sfiducia e guardiamo al mondo e alla gente da questo spazio. Siamo come animali feriti che spiano il mondo con sospetto dalla loro tana. Da questo spazio è praticamente impossibile vedere con chiarezza gli altri, per questo così spesso reagiamo o li allontaniamo per non essere di nuovo feriti.

Quando ci troviamo in questo stato di animali feriti rintanati nella propria sfiducia tendiamo a riciclare in continuazione gli stessi pensieri e le stesse credenze, finendo magari per abituarci ad una vita di isolamento. Viviamo allora in una situazione dolorosa in cui speriamo di essere trattati in un modo che ci faccia sentire sicuri di poterci esporre, ma appena le nostre aspettative vengono deluse, cosa che accade inevitabilmente, ci ritiriamo nella nostra tana pienamente convinti della verità della nostra sfiducia. Ci rassegniamo alla solitudine inventandoci ogni genere di ragione per non incontrare gli altri.

Sentendoci soli e non nutriti nella nostra tana facciamo allora un nuovo tentativo per uscire, sperando che questa volta la vita e gli altri non saranno un pericolo.

Non solo ci basiamo su come veniamo trattati dall’esterno per rinnovare la nostra fiducia, ma ci abituiamo anche a credere che il nostro nutrimento nella vita dipenda da eventi esterni e da come gli altri si comportano verso di noi. Questo atteggiamento verso noi stessi e verso la vita crea rancore e rabbia e non ci aiuta ad imparare ad espandere la fiducia.

Abbiamo bisogno di una comprensione che ci aiuti a riconoscere il valore delle delusioni e degli abbandoni, così che ci possano dare forza, anziché indebolire o distruggere la nostra fiducia nella vita.

Se vediamo il significato emozionale dei nostri momenti difficili, allora possiamo contenere il dolore. Le delusioni e gli abbandoni ci sfidano a scoprire una fiducia reale. Altrimenti le nostre ferite possono diventare terribili e insopportabili.

Forse diamo per scontato che non è possibile avere fiducia o, se abbiamo esperienze di apertura e fiducia, succede poi qualcosa che ci fa chiudere. Magari alterniamo momenti di estatica fiducia in una persona, o nella vita in generale, a momenti in cui sentiamo separati e isolati.

Sembrerà strano, ma la caratteristica di una genuina fiducia è di non dipendere dagli altri, né da qualcosa di esterno. E’ una profonda esperienza interiore di connessione con il nostro essere e con l’esistenza. […]

[…] Non siano così impotenti come potrebbe sembrare quando arriva il momento di aprire il nostro cuore alla vita, agli altri, e in definitiva, a noi stessi. Perché, fondamentalmente, non è negli altri che dobbiamo imparare ad avere di nuovo fiducia, ma in noi stessi. […]

[…] Per lo più non viviamo nella fiducia in noi stessi, e se sperimentiamo un sentimento di fiducia è in realtà ciò che chiamiamo “fiducia fantasticata”, non una fiducia reale.

La fiducia fantasticata è costruita a partire dalle aspettative e opinioni su come l’esistenza (o Dio) e gli altri dovrebbero trattarci. Naturalmente, quando quelle esperienze non vengono soddisfatte entriamo nella sfiducia, provando collera, risentimento e rassegnazione. Inoltre, possiamo facilmente sentirci vittime di come gli altri o la vita ci trattano.

C’è una parte dentro di noi che vive nella fiducia fantasticata e forse vivrà sempre così. E’ uno spazio interiore infantile e ferito che ha bisogno della nostra comprensione e del nostro amore. […]

[…] C’è un altro aspetto della nostra coscienza più profondo e più saggio. Quest’altra parte ci può aiutare a passare gradualmente dalle aspettative, dalle accuse e dalla negatività ad una più profonda responsabilità. Ci può insegnare ad accogliere le delusioni e le frustrazioni come opportunità per andare più in profondità, per crescere e maturare. Può guidarci e mostrarci che la vita è in realtà amorevole e si prende cura di noi. In questo modo vedremo e sentiremo la bellezza reale nella vita e nelle persone che ci sono vicine, in coloro che amiamo, nei nostri amici e nei nostri genitori.

 

Krishnananda – Amana “Fiducia e sfiducia” Ed. Economica Feltrinelli

Se non decidi tu, decidono gli altri per te

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“la vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare …” L.Cherubini

Un altro post sulla capacità di scelta … la facoltà che più di ogni altra ci permetta di vivere al meglio e da veri protagonisti la nostra vita. Quindi portate pazienza e se vi va continuate nella lettura …..

Quello che a volte sembra essere il caso sono le decisioni prese dagli altri. Un risultato che scatta quando ci rifiutiamo di compiere delle scelte nostre, quando scegliamo di non prendere decisioni che vadano nella direzione della nostra realizzazione e del nostro bene e anche di quello di coloro che amiamo.

Un buon esercizio per sperimentare come siamo capaci ad “aggrovigliare” la nostra vita  è questo: puoi farlo con il tuo partner, la tua famiglia o magari i tuoi collaboratori di lavoro.

Con la mano destra prendi la mano sinistra del tuo partner e con la mano sinistra prendi la sua mano destra, se siete più persone prendete le mani degli altri e poi avvicinatevi e “legatevi” senza lasciare le mani che stringete, girate su voi stessi, passando nei modi più infiniti sotto le braccia degli altri, affinchè le vostre braccia diventino una specie di catena, fino a creare un vero groviglio che impedisca di fatto ogni movimento.

Simbolicamente, mentre visualizzi questa scena dal di fuori puoi vedere chiaramente le difficoltà che creiamo noi. La capacità di rendere difficili situazioni che altro non chiederebbero se non di celebrare il grande privilegio che avremmo se vivessimo la nostra esistenza esprimendola al massimo potenziale delle nostre possibilità.

Ritornando all’esercizio, dal groviglio creato si cerca la soluzione, senza mai lasciare le mani che teniamo strette. Movimento dopo movimento, intrecciandosi, abbassandosi, passando sotto le braccia degli altri,proviamo a sciogliere i “nodi” creati in precedenza fino a ritrovarci in cerchio in un girotondo gioioso dove le nostre parti intatte e giocose saranno pronte a dare il meglio e a prendersi il meglio da noi stessi e dagli altri. Ora il gruppo è diventato un insieme omogeneo , libero e forte, come accade nei vasi comunicanti; ora la coppia è diventata un insieme di forze e possibilità non fuse bensì complementari dove nessuno ha bisogno di appoggiarsi all’altro.

Un ulteriore scopo di questo esercizio è riconoscere che crescendo ed espandendoti non sei mai stato in pericolo ma divieni quello che avevi sempre sognato di poter diventare e questo avviene in complementarietà con gli altri e non in opposizione. Quindi, forse, tutto si era bloccato nella nostra esistenza perché aspettavamo autorizzazioni da fuori. Se è così ora possiamo smetterla di aspettare semafori verdi dall’esterno, al punto di dare loro la valenza di approvazione a continuare o no, SCEGLIAMO NOI!

Se una persona viene da me e mi dice : “Io voglio essere felice!”, è come se mi comunicasse il risultato di quello che scoprendo gli addendi giusti potrà ottenere. Lì, allora, comincia la sfida e la ricerca.

Una volta identificato quello che potrebbe condurre al risultato, individuiamo come arrivare a far sì che le situazioni che concorrono all’obiettivo vengano raggiunte; così, sommando gli addendi scelti, si arriverà al risultato chiesto.

Se, per te che leggi, oggi quel risultato è la tua realizzazione, occorre chiarificare gli elementi che hai a tua disposizione e ottimizzarli.

Se senti di non farcela da solo fatti aiutare, vai da un Counselor, da uno Psicoterapeuta, da un Coach, farlo significa essere consapevoli delle proprie possibilità e delle proprie fragilità rispetto a una determinata situazione. Forse un tempo creavamo problemi per essere riconosciuti. A volte abbiamo fatto finta di non essere in casa, non c’eravamo per nessuno, ancora oggi, talvolta non ci siamo neanche per noi stessi. Ora siamo stanchi di nascondere il nostro valore!

Senti il bisogno di cambiare? E allora cambia! Evitare di decidere e attendere è una decisione, anche e soprattutto rinunciare lo è. Se eviti di decidere tu decideranno gli altri anche per te e poi dovrai tener conto di quello che loro avranno scelto per te. INSOPPORTABILE!!!!

E ricorda che quello che loro sceglieranno sarà sempre e soltanto il meglio per loro e quindi non necessariamente per te. A questo proposito ci si abitua in fretta a rassegnarsi e a un certo punto siamo così abituati a rinunciare e a non realizzarci che a volte, al fine di raggiungere quel risultato, può sembrare proprio più giusto fare la cosa sbagliata.

Tutto questo si potrebbe riassumere in “tanto è inutile, io non riesco a decidere!” E poiché ti sembrerà inutile ogni tentativo per riprenderti il potere della tua vita, troverai la motivazione per stancarti, per non avere voglia, per lasciare tutto così come si trova, insoddisfazione compresa.

Forse a questo punto ti farà piacere pensare che per tutti è così, non è possibile soltanto prendere decisioni giuste per la nostra vita; forse, se anche ci riuscissimo, se non dovessimo rimediare ai nostri errori … magari a quaranta anni nessuno apprezzerebbe più nulla.

C’è una bellissima metafora in una canzone che secondo me esprime molto bene quello che la paura di sbagliare può incutere in una persona; dice: “la vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare …” (L.Cherubini). Trovo che questa descrizione valga per ogni incertezza. Talvolta le indecisioni nascono proprio dalla consapevolezza dell’occasione di poter fare di più e allora è come se la sensazione fosse quella di voler portare a casa il massimo e non sapere come fare.

Gli scienziati dicono che noi contattiamo fino a 500.000 pensieri al giorno, analizziamo una cosa, la scegliamo e la approfondiamo o la scartiamo e passiamo ad un altro pensiero. Lo facciamo continuamente, questo non è decidere? Prova a ritenerti capace di scegliere come se fosse possibile. Ecco un nuovo gioco, Evita di avere dubbi, evita di alimentarne. Fai cose nuove sul palcoscenico della tua esistenza preparati a interpretare il ruolo di essere qualcuno che decide con facilità.

Cambia tutto quello che puoi intorno a te. Se prima facevi il bagno ora prova a fare la doccia, cambia la marca dei saponi, del bagnoschiuma, di quello che mangi a colazione, a pranzo, cambia mezzi, atteggiamenti, posture, ecco che, se lo farai per un po’, potresti con sorpresa accorgerti di essere diventato una persona che sa prendere decisioni con maggiore facilità. ……

Il tempo del dolore

IL DOLORE MARIO TESSARI

Mario Tessari – “Il Dolore” – olio su tavola

“Incominciai anche a capire che i dolori, le delusioni e la malinconia non sono fatti per renderci scontenti e toglierci valore e dignità, ma per maturarci.” Hermann Hesse

L’esperienza del dolore fa parte della nostra vita, non è immaginabile una vita che non conosca il dolore: sia pure con modalità diverse e con diverse tonalità emozionali.

Certo il dolore è una esperienza soggettiva e solo chi lo prova può valutarne l’entità, l’intensità e la soglia di tolleranza, che cambiano di persone in persone, e di situazione in situazione.

Ogni discorso sul dolore, sull’esperienza soggettiva del dolore, si confronta con gli orizzonti sconfinati dell’indicibile e dell’inesprimibile. Del dolore del corpo e dell’anima non si dovrebbero occupare solo i medici, o gli addetti stretti ai lavori,ma anche, sia pure in modi diversi, quanti fra noi partecipano al mistero di vivere e del morire, e del dolore nel quale si riflettono l’un l’altro; e alla “cura”, che è una sfera più ampia che non quella della terapia, siamo chiamati tutti.

Il dolore ci conduce ad una situazione limite in cui la vita ci appare improvvisamente fragile e vulnerabile. Ma la speranza , quella che àncora l’anima che non deve essere confusa con le precarie speranze della vita, non muore se il dolore viene vissuto come uno degli elementi che fa parte della vita.

Il dolore, dice Hans Gadamer, filosofo tedesco allievo di Heidegger, nel suo libro “Il dolore. Valutazioni da un punto di vista medico, filosofico e terapeutico”, ci fa capire la vera dimensione della vita, ne fa riemergere il lato soggettivo, il lato esistenziale e ci confronta con la situazione emotiva originaria della vita: quella dell’angoscia, l’angoscia della morte, nascosta in ogni esperienza dolorosa che la dilata e l’accresce nelle sue infinite espressioni emozionali.

Il dolore, quindi, può essere distruttivo o produttivo: questi due momenti non possono essere separati; e in ogni caso è distruttivo nella misura in cui nel dolore il mondo scompare nel nulla, nel nulla dell’angoscia e nel nulla del timore della morte; mentre è produttivo nella misura in cui l’immaginazione, stimolata dalla sofferenza, crea qualcosa di nuovo.

Non per niente alcune teorie della cultura e dell’arte e della “ θεραπεία therapeía” artistica riconducono la nascita dell’oggetto artistico all’esperienza del dolore. Dolore “portato fuori” e fatto presenza viva da vedere, esplorare e trasformare.

Ognuno è solo, disperatamente solo di fronte al proprio dolore. Cambia anche il nostro modo di essere al mondo: cambiamo noi, e cambiano le attese e le speranze che sono in noi. Ci si sente sradicati, fuori dal tempo che cambia la sua naturalezza. Siamo in bilico tra il tempo dell’orologio e il tempo dell’io , fra kronos e kairos, che a volte fugge con la velocità del suono quasi non consentendoci alcuna riflessione e a volte si muove con lentezza esasperante immergendoci in vortici di pensieri immobili e pietrificati. Spesso il dolore ci isola dal passato e dal futuro, ci immerge nei luoghi del silenzio e della solitudine che ci rendono senza vita come pietre. Nel dolore si rispecchia il tempo infinito della disperazione. Non ogni dolore porta a questa desertificazione del tempo, a questa sua glaciazione, ma quando questo avviene è come se ci estraniassimo da noi stessi e naufragassimo negli abissi del nulla.

Il dolore non è solo un problema ma un mistero con il quale ci si confronta in modi radicalmente diversi a seconda lo consideriamo come cosa completamente senza senso o invece come segno, ambivalente e straziante, di una esperienza di vita che rimane dotata di senso.

Non esiste una sola esperienza di dolore; sulle prime quando si parla di dolore si pensa immediatamente al dolore fisico, al dolore che nasce dalle malattie del corpo, cercando di rimuovere dalla mente un dolore, a volte anche più straziante perché apparentemente senza sintomi visibili che è quello dell’anima. Il dolore del corpo lo si vede, lo si riconosce subito, lo si cura con medicine adeguate, e quando è scomparso lo si dimentica facilmente: non lascia traccia né nel cuore, né nella memoria.

Diverse sono le cose quando siamo sommersi, o siamo anche solo sfiorati, dal dolore dell’anima. Non lo si riconosce facilmente, tende a nascondersi, ad assumere maschere.

Il dolore dell’anima grida spesso solo nel silenzio.

Si parla molto nei giornali e nelle trasmissioni televisive del dolore del corpo, delle forme in cui si manifesta, ma si parla molto meno del dolore dell’anima, di quel dolore subdolo e insinuante che a volte porta a compiere atti sconsiderati verso di sé o verso altri. Questa è una sfida continua alla nostra coscienza e alla nostra responsabilità.

Sì il dolore dell’anima, come ho detto sopra, quello che vive nel silenzio del cuore di tante persone a cui molto spesso passiamo di fianco indifferenti, pieni di affanno per le cose talora banali della nostra vita.

Il dolore dell’anima in noi, in noi e negli altri, riconduce nell’interiorità l’esteriorità della nostra esperienza delle cose; e allora è necessaria educarci a riconoscerne le tracce in situazioni di vita dal dolore apparentemente lontane. Guardiamoci intorno e accogliamo la sofferenza, spesso silenziosa, di chi vive vicino a noi con il corpo ma tanto lontano dal cuore.

Non c’è bisogno di fare molto, basta Esserci come una sorta di “zattera” relazionale che raccolga e accolga le pietre scheggiate dal dolore.

Non tutti siamo educati o incoraggiati a seguire il cammino che porta agli abissi della nostra interiorità, ma tutti sperimentiamo durante la vita le ombre e le angosce del dolore. Solo conoscendo, o almeno cercando di conoscere, quello che avviene nei crepacci della nostra interiorità ci è possibile avvicinarci ad alcuni dei modi in cui il dolore e il tempo si uniscono consentendoci di restringere le distanze che separano il nostro destino dal destino degli altri.

“Il dolore è il gran maestro degli uomini. Sotto il suo soffio si sviluppano le anime.” M. von Ebner-Eschenbach

Il bello di perdersi … è di poter ritrovare la strada …

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Ti sei mai perso? …

Tutti noi ci perdiamo lungo il cammino della vita. E’ sicuramente un sentiero lungo, a volte duro, a volte meno, altre volte triste e doloroso, oppure felice e sereno.

Tuttavia perdersi è necessario. Non saresti dove sei adesso se non avessi mai smarrito la strada.

Perdersi è come venir bendati; ci si immerge nel buio e nell’ombra, dimenticando i colori e le forme di quello che ci sta intorno.

Però quella benda non è eterna, devi semplicemente trovare il coraggio di toglierla, ed è una decisione soltanto tua.

Tu decidi: hai deciso quando metterla e devi decidere se toglierla. Quando finalmente inizi a renderti conto che una scelta sbagliata non ti sta portando in alcun luogo, allora diventa fondamentale decidere, e la tua decisione porterà un grande cambiamento.,

Spesso ci chiediamo che senso abbia il caos nella nostra vita. Anche nel caos c’è logica. La sua logica è quella di farsi comprendere permettendoci di pianificare le nostre scelte e decisioni: il caos serve a portare in noi la consapevolezza necessaria per uscirne e cambiare.

Hai mai provato a osservare il disegno di un arazzo guardandolo a rovescio mentre viene creato?

E’ indecifrabile, ed è a dir poco improbabile che tu riesca a vederne il disegno. Quando siamo immersi nel caos, quando ci perdiamo, stiamo semplicemente guardando da un punto di osservazione sbagliato.

Ed è come se i nostri occhi non riuscissero a vedere, perché offuscati da una prospettiva errata.

La bellezza di ritrovare la strada, di recuperare la giusta prospettiva è direttamente proporzionale a quanto tempo abbiamo trascorso nel caos e nelle difficoltà di un sentiero sbagliato.

Apprezzerai molto di più la rosa solo dopo aver percorso il suo gambo spinoso. Così come sarà più intenso e appagante il sapore del miele, dopo che per tanto tempo ti sarai nutrito di radici amare.

Per ogni uomo è una benedizione ritrovare la strada, come pure perderla, se da quell’errore può nascere un giorno una grande scoperta: un tesoro personale fatto di saggezza e di una più elevata consapevolezza …

“ Le persone sono come le bustine del tè. Non conoscono la loro forza finche non vengono immerse nell’acqua bollente ..” D.Mc Kinnon

Resistenza al cambiamento

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L’inizio di un’abitudine è come un filo invisibile, ma ogni volta che ripetiamo l’azione rinforziamo quel filo, vi aggiungiamo un filamento, finchè esso non diventa una grossa fune che ci lega definitivamente, pensiero e azione …” O.S.Marden

Nel cammino per ri-trovarsi incontreremo un nemico fortissimo: la resistenza al cambiamento.

Da molti studi sulla materia si evince che più dell’80% del nostro comportamento è basato su abitudini, impressionante ma vero. Parlare, scrivere, vestirsi, guidare, cucinare, utilizzare il pc, molta parte del nostro lavoro sono comportamenti che abbiamo ripetuto così tante volte da farli inconsciamente. E spesso mentre agiamo in questa maniera automatica, possiamo anche permetterci di fare altro.

La mente cosciente ha bisogno di presidiare come un genitore iperprotettivo alle prese con il suo unico figlio quattordicenne, tutte quelle attività che non si conoscono  o che si compiono per le prime volte. E questo richiede impegno, attenzione, sforzo, commisurati alla difficoltà del compito.

Perciò amiamo crogiolarci in quella che si definisce “zona di confort”: quell’immenso luogo in cui ci sentiamo completamente a nostro agio, sicuri e rilassati. Una sorta di divano su cui ci adagiamo ogni volta che percorriamo la stessa strada per andare in ufficio; quando ci fermiamo al “nostro” bar per fare colazione; quando svolgiamo le solite attività; quando a occhi chiusi ci vestiamo.

Insomma, siamo abituati a fare nello stesso modo le stesse cose e questo ci preserva da ansia, stress e incertezza. Ed è cosa buona e giusta. Ma questo, d’altra parte, ci impedisce anche di metterci in gioco, di rischiare, di capire se quello che facciamo da una vita ci piace ancora o meno.

Costa fatica apprendere nuove abitudini, costa impegno e attenzione. E’ un po’ come dopo anni di guida al volante di macchine “normali”, con frizione, cambio, tre o cinque porte, ti chiedessero di guidare una monoposto di Formula 1. Sì bello, ma … difficile, ci vuole concentrazione, è faticoso: sul volante ci sono le marce … Aiuto!!!

Ci sono rapporti di coppia o di amicizia finiti da tempo ma che continuiamo a trascinare avanti per abitudine e per paura del cambiamento; o lavori che non sopportiamo più ma che ormai abbiamo iniziato e pur di non affrontare il nuovo preferiamo spegnerci, professionalmente parlando; o ancora ci sono modi di trattare le persone che fino ad oggi magari ci hanno aiutato, ma sono ormai diventati un ostacolo che continuiamo a non voler modificare.

Con questo non sto invitando a prendere tutte le tue abitudini e stravolgere con ingratitudine, dall’oggi al domani: non avrebbe alcun senso.

Le abitudini ci aiutano , ci rendono liberi di dirigere la nostra attenzione cosciente dove vogliamo, mentre il nostro inconscio e il nostro corpo si occupano di altro. Se ogni volta che saliamo in macchina dovessimo rivivere la nostra prima guida, saremmo fregati.

Sto solo invitandoti ad indossare le lenti della consapevolezza affinchè tu riesca a scorgere la tua “zona di confort”, ad avvertire consapevolmente  la tua resistenza al cambiamento e a discernere quelle abitudini potenzianti,utile, che ti sostengono e quelle che, invece, ti hanno preso in ostaggio già da qualche tempo, allontanandoti dalla persona che vuoi essere e dalla vita che vuoi vivere.

C’è da dire che spesso le persone arrivano a sfidare la propria resistenza al cambiamento solo in extremis, quando il dolore causato da “non fare” diventa più forte di quello legato al “fare”. Grande potenza ha la leva motivazionale del dolore, come molla per spingere a cambiare, a fare qualcosa di diverso.

Solo se le conseguenze negative dell’azione a lungo rimandata superano (persino) la fatica e il disagio del farla, allora alcuni si decidono a modificare una vecchia abitudine. E’ il classico esempio di chi da anni sa di dover smettere di fumare e perdere peso ma …. Fino a che il cuore non lo minaccia con un infarto, sigarette e cibo a volontà (e anche dopo, a volte).

In certe occasioni “mollare la presa” è la cosa migliore, ma bisogna essere bravi a capire quando.

E’ lontano dal mio pensiero il “non mollare mai”, tipica espressione usata spesso nel campo motivazionale. Piuttosto, non mollare qualcosa che ti porta un gran beneficio (piacere) a lungo termine  solo perché ti infastidisce il dolore del presente 8stress, impegno a pianificare,resistenza nell’imparare nuove abitudini ..). Mollare in queste occasioni è quello che fa la maggior parte della gente. Sono tutti bravi  a fare qualcosa finchè non diventa impegnativa. La differenza evidentemente non la possono fare coloro che mollano alle prime difficoltà ma coloro che vanno avanti nonostante le difficoltà.

Appurato questo, a volte è il caso di mollare.

Il primo caso in cui farlo: tra le varie attività che svolgi, quella che non ti fa imparare molto e che non promette grandi benefici (per te significativi) a lungo termine, probabilmente è da mollare. Chiudere questi cicli ti permette di avere il tempo da dedicare ad altri obiettivi realmente importanti.

Il secondo caso in cui mollare la presa è quando sai già che non vorrai pagare il prezzo del tuo tempo, del tuo impegno, del tuo coraggio. In questo caso meglio mollare il prima possibile, anzi meglio evitare di iniziare.

Forse ti stai chiedendo quanto costa fare tutto questo, tutto questo impegno, tutta questa costanza. Domanda sbagliata: chiedi piuttosto quanto costa non farlo!

Quanto ti è costato fino ad oggi non fare quelle cose che hai sempre voluto fare? E quanto ancora ti costerà in futuro? E quanto invece ti è costato iniziare a non portare a termine quelle attività che più e più volte hai iniziato e interrotto molto prima di arrivare a metà strada?

Chiediti quanto ti è costato fino ad oggi in termini relazionali, fisici, emotivi, professionali non pagare il prezzo di quello che vuoi ottenere e nasconderti dietro le scuse del “non ho tempo” o del “è difficile”.

Tutto è difficile finchè non abbiamo una buona motivazione per spezzettarlo in piccoli passi facili ….

“ il successo è sequenziale; risulta da una serie di piccole discipline. Come un treno che accellera piano piano fino a raggiungere le velocità ..” A.Robbins

Abbattere i muri …..

abbattere muri

Cominciamo con una metafora …

Immaginate di esservi trovati nel bel mezzo di un campo aperto sul quale splendeva sempre il sole. Era un luogo bellissimo di gran luce ed apertura. Era talmente bello che avete deciso di viverci.

Quindi avete comprato il terreno e avete cominciato a progettare e a costruire la casa dei vostri sogni.

Avete gettato solide fondamenta, avete costruito la casa servendovi di blocchi di cemento per non avere problemi di decadimento ed infiltrazioni.

Avete costruito ampie finestre ed un tetto sporgente. Dopo aver installato le finestre vi siete resi conto che entrava parecchio calore ; quindi avete installato delle persiane di protezione che potevano anche essere chiuse a chiave per motivi di sicurezza.

Si trattava di una casa molto ampia capace di immagazzinare provviste sufficienti a garantire una completa autosufficienza. Avete perfino costruito un’ala separata per una persona tranquilla di vostra conoscenza che avrebbe tenuto in ordine la casa e vi avrebbe lasciato liberi di vivere in solitudine. E di solitudine si sarebbe trattato, poiché la vostra romantica ricerca includeva l’impegno a fare meno del telefono, radio, televisione o connessione Internet.

La vostra casa era finalmente finita e voi eravate molto entusiasti di viverci. Amavate il senso di apertura del campo e tutta la luce e la bellezza della natura. Ma più di ogni latra cosa, eravate innamorati della casa. Avevate riversato tutto il cuore e l’anima in ogni aspetto della sua progettazione , e si vedeva: esprimeva realmente “voi”. Infatti con il passare dei giorni avete finito per passare sempre più tempo in casa.

Poi vi siete resi conto che con le persiane e le porte ben sprangate, la casa aveva cominciato a prendere l’aspetto di una fortezza. E questo non presentava alcun problema per voi … anzi!

Quindi, poco a poco vi siete abituati a vivere in sicurezza all’interno dei confini della casa. Vi siete dedicati felicemente alle vostre attività di lettura e scrittura, tutto quello che avevate sempre voluto. In realtà la vostra vita lì era proprio comoda perché l’ambiente era completamente climatizzato e un moderno sistema di illuminazione vi procurava tanta luce quasi come quella del sole.

Trovavate la vostra casa talmente confortevole, gradevole e sicura che avete smesso del tutto di pensare al mondo esterno. Dopo tutto, l’interno risultava familiare, prevedibile e assolutamente controllabile. L’esterno invece era sconosciuto, imprevedibile e completamente fuori dal vostro controllo.

Tuttavia poiché non spegnevate mai le luci, ad un certo punto le lampadine , sfinite dall’usura, hanno cominciato a fulminarsi. Ed è stato allora che vi siete accorti del problema : nessuno vi aveva lasciato in dotazione delle lampadine di scorta.

Da quel momento in poi la sola luce che avevate a disposizione proveniva dalle poche candele che avevate tenuto per le emergenze. Ma ce n’erano molto poche, quindi le risparmiavate con cura. Poiché per indole amavate la luce, questo vi riusciva molto difficile; ma non abbastanza da costringervi a superare le paure che avevate sviluppato riguardo al lasciare la sicurezza rappresentata dalla vostra casa.

Alla fine, lo stress di vivere in quella oscurità ha finito per ripercuotersi sulla vostra salute fisica e mentale.

Avete cominciato a preoccuparvi molto di tenere la casa illuminata. La sola luce di cui eravate a conoscenza , visto che la memoria del meraviglioso campo di grano inondato di sole ha cominciato via via a svanire dalla vostra mente, era quella che creavate nell’oscurità grazie alle vostre preziose candele. Eravate tagliati fuori da tutto e il solo conforto che avevate era il senso di protezione che vi garantiva la vostra casa.

Poi un giorno la governante, che condivideva con voi il bisogno di restare nell’ambiente sicuro della casa, vi ha chiamati giù in cantina. Siete rimasti senza parole davanti a ciò che avete visto: era stata trovata una intera riserva di torce elettriche, che potevano essere accese semplicemente agitandole.

Vi siete messi all’opera entrambi cercando di creare luce, bellezza e felicità all’interno dei confini della vostra casa. Avete addobbato ogni stanza facendo in modo che la luce continuasse a risplendere finchè non era tempo di andare a dormire.

Avete ricominciato a leggere e a scrivere, tutte attività che nel buio avevate abbandonato e sembrava fosse ritornato il paradiso.

Un giorno vi è capitato di trovare un libro nella vostra biblioteca. Ha suscitato il vostro interesse perché parlava della luce naturale che esiste all’esterno, il cui ricordo era scomparso dalla vostra mente. Parlava perfino di immergersi in quella luce. Ma si riferiva a molta più luce di quanta riusciste mai a immaginare, senza che qualcuno dovesse far nulla per crearla. Questo vi ha confuso. Dopo tutto, la sola luce di cui eravate a conoscenza era quella artificiale, prodotta dalle candele e dalle torce elettriche. Tutta la luce che eravate in grado di sperimentare si limitava a quanta riuscivate a crearne all’interno della casa. Ci avevate talmente a lungo che tutte le vostre speranze, i vostri sogni, la vostra filosofia e le credenze che avevate si fondavano sul fatto di trovarvi all’interno di quella casa buia.

Continuando la lettura di quel libro avete rintracciato la descrizione di una luce autonoma che risplendeva ovunque, che cadeva su tutto con costanza. Sebbene non aveste alcun punto di riferimento per comprenderlo, questo toccava qualcosa di profondo in voi.

Il libro poi affrontava il tema di uscire all’esterno, cioè di andare oltre le pareti del mondo che vi siete creati. In effetti, il libro affermava che, sebbene proviate attaccamento verso il mondo che avete creato per evitare l’oscurità e ne siate invaghiti, non conoscerete mai l’abbondanza della luce naturale che si trova oltre i confini della vostra casa…..

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Come è possibile uscire all’esterno?

L’allegoria sopra descritta di vivere all’interno di questa casa illustra come spesso ci imprigioniamo dentro i nostri pensieri e le nostre emozioni.

La nostra casa sono tutte le nostre esperienze passate, tutti i nostri pensieri, ogni concetto, punto di vista, opinione, credenza, speranza e sogno che abbiamo raccolto intorno a noi.

Abbiamo intessuto tutto questo facendone il mondo concettuale in cui viviamo. Questa struttura mentale blocca completamente qualunque luce naturale . Abbiamo i muri di pensiero tanto spessi e chiusi da far sì che all’interno di quella struttura non ci sia niente altro che buio.

Siamo talmente tanto assorbiti dal prestare attenzione ai nostri pensieri da non superare mai i confini che ci creiamo.

Quando ci avviciniamo alle nostre zone di confine mentale, provando a far fluire l’emozione abbiamo la sensazione di dirigerci verso un abisso, una oscurità profonda.

Tuttavia se proviamo a considerare il muro non come qualcosa che ci protegge ma come qualcosa che impedisce l’ingresso alla luce, vorremo andare lì e toglierlo di mezzo. E’ necessario oltrepassare queste mura per tornare a vedere il sole.

In realtà, se ci pensiamo bene, non è  poi così difficile. Più volte, ogni giorno, il flusso naturale della vita si scontra con le mura che abbiamo eretto e cerca di abbatterle. Ma noi continuiamo a difenderle. Se avviene qualcosa che pone una sfida alle mura della nostra psiche, diventiamo estremamente difensivi.

Abbiamo costruito un concetto di noi stessi, ci siamo calati dentro e ora difendiamo quella dimora con tutto quello che abbiamo a disposizione.

Ma se riflettiamo, cosa crea quella dimora interiore, se non le mura dei nostri pensieri, credenze, rimuginii? Pensieri ed emozioni spesso legate a situazioni che non esistono più; ma persistono al nostro interno e formano le mura entro cui viviamo.

E se qualcosa dall’esterno penetra dentro cercando di aprire una falla , ecco che paura e agitazione si impadroniscono di noi , mettendoci sottosopra poiché sfida l’edificio di pensieri in cui viviamo. Allora, per mettere le cose a posto cominciamo a fare le nostre razionalizzazioni che diventano toppe per quella falla e ritorniamo dietro le nostre barricate.

Proprio come quella persona, nella metafora, che piena di paura si è asserragliata nella casa buia in mezzo ad un campo illuminato dal sole, e che poi ha lottato per creare un po’ di luce, anche noi lavoriamo sodo per costruire entro i confini delle nostre muraglie un mondo migliore del nostro buio interiore. Decoriamo le pareti con i ricordi delle nostre esperienze passate e con i nostri sogni per il futuro. Ma, proprio come l’abitante della casa che era potenzialmente in grado di lasciare il suo mondo, auto-edificato e artificiale per uscire nella bellezza della luce naturale, anche noi possiamo uscire dalla nostra casa di pensieri in un mondo senza limiti.

La nostra consapevolezza si può espandere fino ad inglobare la vastità dello spazio … la vera liberazione si trova semplicemente dall’altro lato delle nostre mura. Possiamo uscire fuori lasciando semplicemente che sia la nostra vita quotidiana a smantellare le mura di cui ci circondiamo. Possiamo farlo anche solo evitando di fornire sostegno, manutenzione e difese alla nostra fortezza.

Immaginiamo che siano le mura a crollare aprendo davanti a noi un paesaggio di luce , dove finalmente ESSERE , lasciando che le emozioni tracimino per poi imparare a scorrere fluide nel loro letto come un fiume che trova da solo la strada verso il mare …..

Osservati senza giudicare

fiore nelle mani

Cresciamo in un mondo in cui, se non ti dai da fare, se non appari vincente, se non punti alla realizzazione, sei un fallito. Introiettiamo queste idee, e per attuarle ci rivolgiamo a modelli esterni. Pensiamo di doverci cambiare, trasformare, diventare migliori…. E nello sforzo di diventare qualcosa che abbiamo in mente, diventiamo artificiali, tradiamo l’essenza che ci abita.

Occuparsi di sé significa “soltanto” guardare se stessi. Qualsiasi cosa si faccia occorre osservarsi senza esprimere alcun giudizio…

Mi vengono brutti pensieri? Io non li mando via li osservo dolcemente…

Non mi piace il lavoro che faccio? Ebbene, osservo me stessa che fa fatica….

Sto semplicemente nel presente a guardare le mie azioni.

Piano, piano mi accorgerò di esistere nel puro silenzio dell’osservazione e vedrò che lo spazio dell’osservazione si allargherà.

Via via che sarò diventata un “puro osservatore” mi accorgerò che la mia coscienza diventa sempre più nitida e svaniranno una dopo l’altra credenze, certezze, sicurezze, definizioni, rimpianti, rancori che sono il frutto delle nostre identificazioni e che ci rendono la vita impossibile.

Quando diciamo che in noi ci sono delle parti “brutte”, stiamo giudicando, non conoscendo. Crediamo che siano parti sbagliate, emozioni negative ed inaccettabili.

Allora la sofferenza e la disperazione ci invadono. Ma soffrire per un proprio modo d’essere significa che qualcosa sta lottando in noi per venire alla luce. Qualcosa spesso di molto prezioso, che nascondiamo anche a noi stessi. E che si riaffaccia in modi strani, incontrollabili e inopportuni, almeno finchè non sapremo accoglierlo, non gli apriremo le porte, lasciandogli spazio.

Guardiamo dolcemente quello che chiamiamo la “bruttezza” …. e saremo sorpresi.

Solo se accetto ciò che c’è dentro di me, tutto il “brutto” che mi appare, solo allora posso diventare ciò che sono. Accettarsi non è piacersi…e, in questa chiave, è molto più importante che volersi bene.

Un grande osservatore scopre, che è diventato se stesso, è fiorito col “suo” fiore. Non è più una fotocopia.

Ognuno di noi è l’originale, l’utopia è voler essere a tutti i costi la fotocopia…..

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