Mese: agosto 2015

Perchè non accettiamo la realtà: le 5 libertà per vivere consapevolmente

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Tra i vari motivi per cui mettiamo davanti a noi barriere, difese, scuse per non accettare  la realtà , due , sono a parer mio, le più dure a cambiare.

Non accettiamo la realtà perché molto spesso abbiamo imparato che c’era il modo giusto di fare le cose, di vivere, di manifestare la nostra verità.

Perché abbiamo imparato a non vedere quello che è, bensì piuttosto quello che crediamo di dover vedere.

Negli anni settanta una psicoterapeuta assai famosa, antesignana ella terapia famigliare, aveva riassunto magistralmente questa situazione postulando cinque libertà che l’essere umano era necessario imparasse se voleva vivere consapevolmente fino in fondo.

Secondo Virginia Satir la prima libertà consiste nel “vedere e capire ciò che è, anziché ciò che dovrebbe essere, che dovrebbe essere stato e che dovrebbe prodursi”.

Accettare quello che è , come ho già scritto in precedenti post, significa riuscire a prescindere temporaneamente da tutto quello che ci è stato detto riguardo tale realtà, vuol dire essere in grado di entrare in contatto con essa riducendo al minimo filtri e programmazioni mentali.

Vedere e capire ciò che è sembra semplicissimo, ma la nostra interpretazione oppone una strenua resistenza. Vediamo in funzione di quello che crediamo di dover vedere e capiamo in funzione di ciò che crediamo dover capire.

Vedere e capire ciò che è; nessuna soluzione è possibile fino a quando non riusciamo ad accettare ciò che è, fino a quando non ci permettiamo di vedere e di capire ciò che è.

La seconda libertà consiste nell’”avere il coraggio di dire quello che sentiamo e pensiamo”, anziché quello che crediamo di dover sentire e pensare.

Parecchie persone non possiedono questa libertà personale. Quanto dicono pertanto non corrisponde a ciò che è, a ciò che sentono e pensano davvero, bensì è quello che i loro pensieri irrazionali le inducono a credere sia opportuno sentire e pensare.

Molte vite vengono rovinate perché non si ha la libertà di dire quello che si sente e si pensa!

Che si tratti della famiglia, della coppia, della vita professionale o delle relazioni amicali, tante persone hanno imparato a dire soltanto quello che sembra loro adatto alla situazione o alle persone con cui si trovano.

Il tutto ha inizio durante l’educazione del bambino, quando i genitori non riescono né ad ascoltare né a dialogare con lui, oppure si arrabbiano se il figlio dice sinceramente quello che pensa o sente. Si prosegue poi con la vita familiare e sociale, in particolare nelle coppie in cui uno dei partner prende il potere, instaurando una specie di terrorismo emotivo, “costringendo” l’altro a filtrare tutto quello che dice e spesso a esprimere qualcosa di diverso da quanto pensa e sente.

La terza libertà consiste nel “permettersi di provare ciò che  si prova”, anziché quello che si crede di dover provare.

Per esempio, se nella coppia l’amore è scomparso, se uno dei due partner non prova più amore per l’altro, succede che la persona si convinca di dover provare amore e non si permetta di rimanere davvero in contatto con quanto avverte, dando così vita ad un rapporto e ad un discorso fittizi che le impediscono di prendere in considerazione ciò che è e  magari di accettarlo per poter costruire qualcosa di altro.

La quarta libertà è quella di “chiedere con chiarezza ciò che vogliamo”, anziché aspettare che ci venga data una ipotetica possibilità di farlo.

A causa della loro educazione e delle loro credenze, molti sono coloro che vivono in una dolorosa illusione, convinti a torto che questa illusione sia la realtà. Non hanno quello che desiderano, vivono male perché si impediscono di comunicare i loro bisogni e desideri.

Infine, la quinta libertà consiste nel “mettersi in gioco in prima persona” anziché ricercare unicamente la sicurezza e l’immobilità.

A seconda della loro capacità di vedere la realtà e accettarla, le persone si concedono il diritto di intraprendere, di agire, di correre rischi calcolati oppure, al contrario, vivono confinate e mutilate di ogni ambizione.

Sviluppare quindi la capacità di essere davvero in contatto con la realtà, di vivere il momento presente, ci permette poco a poco di accettare quello che è per decidere poi quale strada prendere

Fai pace con te stessa

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Quando i blocchi di dolore, dispiacere, rabbia e disperazione si fanno più forti e più grossi, premono per salire nella coscienza mentale, nel soggiorno a reclamare la nostra attenzione. Essi desiderano emergere, ma noi non li vogliamo, perché ci fanno stare male solo a vederli.

Non avendo nessuna voglia di affrontarli, usiamo riempire il soggiorno con altri ospiti: prendiamo in mano un libro, accendiamo la TV, andiamo a fare un giro in macchina …. Qualunque cosa pur di tenere occupato il soggiorno.

Abbracciare il tuo dolore e il tuo dispiacere con l’energia della presenza mentale è esattamente come massaggiare la coscienza invece che il corpo.

Quando togli l’embargo e i blocchi di dolore affiorano ti tocca soffrire, almeno un po’, non c’è modo di evitarlo.

Occorre imparare ad abbracciare questo dolore. Dopo che avrai abbracciato per qualche tempo i tuoi dolori, essi torneranno in cantina e si ritrasformeranno in semi.

Se invitiamo il seme delle paura ad uscire allo scoperto, simo anche meglio equipaggiati per prenderci cura della rabbia. E’ la paura a generare la rabbia: quando hai paura non sei in pace e questo tuo stato diventa il terreno dove la rabbia può crescere.

La paura si fonda sull’ignoranza, mancanza di chiara comprensione.

Immergi quotidianamente la tua rabbia, la tua disperazione, la tua paura in un bagno di presenza mentale: la pratica di invitare i semi ogni giorno per abbracciarli è molto salutare.

Dopo svariati giorni o settimane di questa pratica, avrai generato una buona circolazione nella tua psiche.

La presenza mentale lavora come un massaggio delle formazioni interne dei tuoi blocchi di sofferenza. Questi devono poter circolare liberamente, dentro di te, possono farlo soltanto se non ne hai paura.

Se impari a non aver paura dei tuoi nodi di sofferenza, puoi imparare anche ad abbracciarli con l’energia della consapevolezza e trasformarli ….

Thich Nhat Hanh – Fare pace con se stessi –

Scegliere la libertà di scegliere i nostri stati mentali

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Nessuno sceglie consapevolmente di essere di cattivo umore; quindi, se a volte lo siamo, ci sarà un motivo indipendente dalle nostre preferenze: come possiamo fare?

I nostri stati mentali sono fenomeni naturali, come noi stessi lo siamo. Tuttavia sono fenomeni diversi da altri, in quanto non sono determinati in modo necessario: lo snodo della libertà di scelta ci rende liberi dall’automatismo cui sottostà il resto della natura.

Il nostro sentirci “in un certo modo” dipende dai giudizi che noi diamo ad ogni cosa, dalle nostre opinioni e credenze, e possiamo osservarlo in quanto fenomeno e osservare anche un livello ulteriore: il nostro continuo avere preferenze intorno al nostro stesso “modo di essere”. Ci arrabbiamo e ci infastidisce essere arrabbiati, ad esempio, dato che preferiremmo essere calmi e distaccati. E preferiremmo anche che questa nostra preferenza fosse già senz’altro realizzata nella pratica della nostra vita.

Notiamo anche come l’”osservazione” stabilisca più livelli di esperienza e di stati mentali, nel nostro stesso vissuto, e come noi stessi ci sentiamo nel ruolo dell’Osservatore.

Ci sentiamo vittime del nostro umore, o ci accorgiamo del nostro potere nei suoi riguardi, di come questo abbia a che fare con il nostro focalizzarci su alcuni aspetti e significati che assegniamo all’esistenza? Ci accorgiamo della nostra libertà di scelta? La usiamo?

E’ davvero possibile cambiare consapevolmente i nostri stati mentali?

Non ci riusciremo di certo dicendoci “non prendertela” sforzandoci di sentire diverso.

Se scegliamo di lavorare sui nostri stati mentali come possiamo rimanere autentici? Un autentico essere umano si occupa della sua crescita personale, riflette sui suoi automatismi, migliora e impara nuovi modi di porsi. Eccentrici a noi stessi come siamo, con le nostre preferenze intorno alle nostre stesse preferenze, possiamo prenderci cura dei nostri stati mentali in modo autentico solamente da tipico essere umano inquieto.

Nell’osservare il nostro modo di essere con noi stessi, proviamo a cambiare la nostra maniera di porci e sentirli: distacchiamoci quanto basta per riuscire a vederli, e nel distaccarci possiamo sentire che, se anche sono parte della nostra attuale esperienza, non è necessario che ci identifichiamo con loro.

Possiamo ad esempio sentirci incerti sul da farsi; possiamo osservare l’esperienza dell’incertezza e osservare che ci innervosiamo, dato che preferiremo non essere incerti, per cui ad un livello ulteriore ci diciamo “dovresti essere meno incerta”. Possiamo, quindi, osservare questi livelli come se non fossero i nostri.

Ci sono stati mentali emozionali che non abbiamo volentieri: rabbia, paura e alcuni che abbiamo volentieri: gioia, soddisfazione, contentezza.

Dal punto di vista evolutivo i primi sono dei salvavita, necessari alla sopravvivenza molto più dei secondi. Nel nostro occuparci dei nostri stati mentali per prima cosa è allora utile riconoscerne il valore.

La nostra mente scandaglia continuamente l’ambiente in cui ci troviamo e segnala ogni minimo indizio di cambiamenti che possano metterci in pericolo. A volte ci sentiamo in difficoltà e non capiamo perché. Stiamo in guardia, la mente ha percepito qualcosa che giudica diverso da quello che le pare adatto per potersi sentire a suo agio. Possiamo allora osservare il nostro bisogno di stare in guardia, renderci conto che è nostro e comportarci di conseguenza, stando dalla nostra parte con distacco.

Nel decidere di fare uso della libertà di scegliere i nostri stati mentali assegneremo altri significati, una volta identificati con l’osservazione distaccata e una volta descritto in maniera non giudicante quello che avviene, come fosse un fenomeno di scienza naturale da studiare in laboratorio.

Che la nostra mente sappia osservare i propri stati mentale e, nel farlo, occuparsene con accettazione e sollecitudine è un fenomeno naturale. Spesso tuttavia lo fa in maniera critica, quando, ad esempio, ci diciamo “non dovrei sentirmi così”.

Questa affermazione che esprime un dovere rispetto ad un modo di sentirci è inutile: l’emozione è un segnale, si tratta di capire come la nostra mente la produce, sulla base di quali bisogni e giudizi. Se ci critichiamo per come ci sentiamo, alla sensazione in sé si aggiunge invariabilmente un senso di impotenza, dato che non è possibile riuscire a “sentirci in un modo x” sulla base del senso del dovere.

Tuttavia se la mente è in grado di stabilire un dialogo interno critico e distruttivo ne può stabilire anche uno costruttivo e amorevole, e quindi accettante di quel che al momento è-come-è. Ed è proprio nell’osservare i nostri stati mentali come un fenomeno che riconosciamo e accettiamo in quanto fenomeno, che possiamo occuparcene esplorandoli.

Così in questo modo attraverso l’osservazione fenomenologica siamo liberi dagli influssi del mondo: le cose che ci accadono non sono la causa di come ci sentiamo, lo sono i significati che noi diamo ad esse.

La mente è libera e vive in un mondo suo, ricco di alternative e significati. Posso allora scegliere la libertà di coltivare “modi di essere” adeguati alle mie preferenze, ad esempio un atteggiamento curioso, interlocutorio e di restare aperta ai segnali emozionali che mi aiutano ad orientarmi nel mondo, accettando anche le emozioni meno piacevoli.

La libertà di scegliere è sempre potenzialmente a disposizione e chi sceglie la libertà di scegliere è tendenzialmente libero dai condizionamenti!

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Liberamente tratto da:

L.Scarpa – “Liberi di scegliere “ – Ed. La Meridiana

Ancora sull’accettazione di quello che è

accettare quello che è

“ per crescere si ha bisogno sia della pioggia che del sole …” P.Pradervand

 

“C’era una volta in un lontano paese, un padre sconsolato che teneva fra le braccia la figlia più piccola. Da vari giorni al bambina non era riuscita a placare la fame e il padre temeva per la sua vita.

Non pioveva da mesi e i maghi non prevedevano alcuna nube per molti mesi ancora. Il padre che nella lingua del suo paese si chiamava “Uomo Retto”, chiamò a raccolta tutti gli uomini validi e ricordò loro che al centro del villaggio c’era un albero immenso il quale per tutto l’anno produceva frutti in abbondanza. Nessuno coglieva questi frutti, perché sin dall’alba dei tempi si sapeva che uno dei ramo centrali dell’albero dava buoni frutti, mentre l’altro ramo dava frutti velenosi che portavano alla morte.

Nel corso dei secoli quale fosse il lato buono era stato dimenticato.

“Uomo Retto” disse agli altri uomini del villaggio: “Mia figlia sta morendo ed io non riesco ad accettarlo. Salirò dunque sull’albero e mangerò un frutto. Se son sul lato buono, vivrò e farò vivere tutto il villaggio, il quale placherà così la fame con i frutti di cui l’albero si copre ogni notte. Se sono sul lao cattivo, morirò e voi saprete di dover cogliere i frutti dell’altro lato. Promettetemi che salverete mia figlia, che la nutrirete.

Così fu deciso. “Uomo Retto” salì sull’albero, colse un frutto, lo mangiò e … visse!

Da quel momento, il villaggio prosperò. Alcuni mesi dopo tornò la pioggia e i campi rifiorirono. Tutto sembrava andare per il meglio.

Ma una notte di luna piena i giovani del villaggio si radunarono. Parlarono del grande albero lamentandosi del fatto che producesse due tipi di frutto. Non riuscivano ad accettare che rimanesse il peri frutti cattivi e così fu fatto. Fieri della loro azione, andarono a dormire.

L’indomani, quale non fu lo spavento dei paesani: l’intero albero era morto e i frutti buoni erano disseminati a terra assieme a quelli cattivi. La straordinaria risorsa del villaggio non esisteva più!

Fu una terribile perdita. Gli anziani del villaggio, tutti rattristati, dicevano: “I giovani non hanno capito che non esiste bene senza male, pace senza guerra, verità senza menzogna e felicità senza sofferenza. La vita è fatta così e la saggezza più profonda consiste nell’accettare ciò che è.”

Fin dal tempi più remoti, gli esseri umani conoscono la sofferenza. Talvolta è stata così intensa da indurli a desiderare la morte. In altri momenti le circostanze esterne erano più favorevoli, ciò nonostante la sofferenza era sempre presente. E anche se non era più provocata da tali circostanze, nasceva dall’insensato desiderio di essere qualcun altro o di possedere qualcosa di diverso da ciò che si aveva.

Le grandi religioni hanno tentato di trovare e di dare risposte a questi innumerevoli insoddisfatti, spesso riuscendoci. Che si trattasse del distacco, dell’accettazione del proprio karma, del paradiso che ci ripaga di quanto non abbiamo avuto quaggiù, il messaggio dominante era: la vostra sofferenza è soltanto temporanea, qualcosa di meglio vi attende. Oggigiorno ritroviamo questa ideologia religiosa anche in tutti i fanatismi.

I grandi sistemi politici hanno poi trasmesso la loro visione delle cose: “lavorate sodo, un roseo futuro vi attende e i vostri figli ne beneficeranno” o un’altra variante: “Diventate i migliori, diventate vincenti: volere è potere!”.

Vi ha poi aderito anche la medicina moderna: “Se vi sentirete tristi e privi di senso, abbiamo la soluzione per voi. Una molecola chimica vi aiuterà, vi sentirete in piena forma e potrete andare per la vostra strada senza porvi troppe domande”.

In certi momenti ricevere un trattamento medico può essere assolutamente appropriato e addirittura necessario. Il pericolo risiede nell’illusione che sia possibile curare la sofferenza così come cureremmo un’infezione, utilizzando l’antibiotico giusto.

Uscire dalla sofferenza significa innanzitutto accettarla, accettare ciò che è!

Dalla nascita alla morte, la vita non ci porta per forza di cose sempre quello che desideriamo. Dobbiamo dunque modificare la vita? Non sta forse a ciascuno di noi accettare quello che è per evolvere? Accettare ciò che è non è qualcosa di definitivo, non significa “essere fatalisti”.

Accettare ciò che è, solo momentaneamente, è l’unico modo per poter cambiare la situazione, per poterla modificare.

Quando una persona, un gruppo, una popolazione diventano capaci di accettare che “quanto è accaduto è accaduto”, la rabbia cessa, la ribellione si placa e la creatività può nuovamente entrare in azione per scoprire nuovi percorsi, strategie e soluzioni ……

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Liberamente tratto da:

R.Poletti – B.Dobbs – “Accettare ciò che è” – Ed. Punto D’Incontro

I migliori sè possibili

obiettivo raggiunto

Uno dei tratti di personalità più studiati dalla moderna psicologia positiva è l’ottimismo, considerato un ingrediente importante di una vita felice. Per gli psicologi positivi, l’ottimismo rappresenta una sorta di combustibile motivazionale in vista dei nostri obiettivi, ci permette di affrontare meglio le avversità della vita e promuove un maggior livello di vitalità e buonumore.

La pioniera degli studi sull’ottimismo è stata Laura King, psicologa americana. L’esperimento che condusse consisteva nel far scrivere ai partecipanti della ricerca una descrizione dei “migliori sé possibili”, cioè di come si immaginavano idealmente in futuro in vari campi della propria vita. L’obiettivo non era quello di fantasticare sul futuro ma di visualizzare se stessi nel momento in cui si sono raggiunti obiettivi ritenuti per noi di grande valore.

L’esercizio aveva un tempo di 20 minuti e veniva ripetuto per 4 giorni di fila.

Come in tutti gli esperimenti la Dottoressa King confrontò i risultati tra il “gruppo sperimentale”, che aveva portato avanti l’esercizio, e il “gruppo di controllo” che invece aveva scritto su altri temi (negli esperimenti il “gruppo sperimentale è il gruppo a cui viene somministrato lo stimolo sperimentale, contrapposto al gruppo di controllo che è un gruppo identico al quale lo stimolo non viene somministrato.  I dati raccolti dal gruppo di controllo vengono confrontati con quelli rilevati dal gruppo sperimentale al fine di rilevare se sussistono le differenze significative tra i due). Il risultato che notò la King fu che i partecipanti che avevano descritto i “migliori sé possibili” riportavano, rispetto agli altri, maggiori livelli di buonumore nell’immediato, maggiore felicità fino ad alcune settimane dopo e persino minori problemi fisici anche per i mesi seguenti.

In studi condotti successivamente si è notato che l’esercizio della King funzionava per almeno due ragioni:

  1. I partecipanti all’esperimento avevano trovato l’esercizio molto motivante e di facile comprensione. Immaginare i “migliori sé possibili” ha aiutato le persone a consapevolizzare che è nelle loro mani il potere di trasformare se stessi oggi in vista della realizzazione di obiettivi futuri facendo emergere in maniera rilevante l’assunzione di responsabilità della propria vita.
  2. L’esercizio ha funzionato così bene anche per lo strumento usato: la scrittura che essendo un tipo di attività strutturata, forza chi scrive a organizzare, analizzare e integrare i propri pensieri in maniera che sarebbe difficile fare a mente.

In sostanza, il compito di visualizzare noi stessi al futuro dopo aver raggiunto i nostri obiettivi più importanti promuove in noi motivazione ed entusiasmo ad agire, il che rende più probabile il successo.

Vediamo quindi, se avete voglia, di mettere in pratica l’esercizio della King.

Per i prossimi 4 giorni, riservatevi 20 minuti di tempo per scrivere “i migliori sé possibili”. Sedetevi in un posto tranquillo e descrivete nel dettaglio come vi aspettate che sarà la vostra vita tra uno, cinque, dieci anni.

Visualizzate un futuro in cui tutto si è realizzato per come desideravate.

Avete fatto del vostro meglio, lavorato duramente e raggiunto i vostri obiettivi. Ora descrivete esattamente cosa immaginate.

Nei giorni e settimane a seguire annotate che effetto ha avuto questo esercizio sulla vostra vita, a livello sia fisico che emotivo e, se lo desiderate, potete condividere nei commenti i vostri risultati …..

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Liberamente tratto da:

G.Falco – “Sceglie di essere felice” – Ed.Le Comete FrancoAngeli

A casa …

fiducia in se stessi

“La magia è credere in se stessi.

Se riusciamo a farlo allora possiamo fare

accadere qualsiasi cosa ..” J.W.Goethe

Troppo spesso ci risulta difficile realizzare ciò che ci sta a cuore e, se per certi aspetti possono esserci degli ostacoli davanti a noi, con altrettanta forza accampiamo scuse per non realizzarlo, per paura.

Certo, non possiamo sapere come andrà a finire, ma se sapessimo già il risultato di ogni nostra azione la vita sarebbe poco emozionante.

L’Universo però ci chiede di metterci in gioco.

Rifiutare la chiamata della vita significa stasi e il ristagno non è salutare.

L’energia potenziale racchiusa in ognuno di noi va realizzata altrimenti, prima o poi, pur di trovare un modo per manifestarsi, esploderà e potrà farci anche molto male.

Molte volte la verità è che non crediamo pienamente che qualcosa funzionerà a nostro favore; siamo dubbiosi, ansiosi e troviamo mille ragioni per essere cauti e non osare.

La parola coraggio viene da “aver cuore”. Ci vuole coraggio per agire. Ci vuol cuore, cuore per ciò che stiamo facendo, cuore per noi che lo facciamo.

E questo si traduce in un’altra parola: fiducia!

Procedere con fiducia nella vita, in ogni nostra giornata, in ogni nostra situazione, in ogni nostro pensiero, ci permetterà di realizzare chiaramente quello che dobbiamo fare, ossia realizzare chi siamo.

La fiducia è qualcosa che si ripone, come un’intenzione chiara e aperta, nelle pieghe dell’esistenza.

La fiducia è consapevolezza di chi siamo, terreno fondamentale e punto di partenza per qualsiasi percorso.

Tutto il tempo impiegato a criticare gli altri, le cose che non ci vanno bene, tutti i dubbi, le possibilità negative, tutto il cinismo sul mondo che ci circonda, tutto questo è tempo sprecato. Se vogliamo realizzare ciò per cui siamo qui, ci serve fiducia.

La fiducia è una disposizione d’animo che non è sinonimo di ingenuità o scarsa capacità di analisi e valutazione; fiducia significa guardare avanti e non distogliere lo sguardo, serbando nel nostro cuore la certezza che ogni cosa andrà esattamente come deve andare.

Non facciamoci distrarre dal caos o, peggio ancora, non utilizziamo come alibi. Proviamo a muoverci in quel caos con leggerezza e determinazione.

Nel flusso della vita la nostra intenzione è la nostra guida e il timone sarà la nostra fiducia, sarà quanta consapevolezza abbiamo nel nostro essere presente a noi stessi nel sapere che ogni cosa, ogni circostanza e ogni incontro hanno un senso preciso.

La fiducia è avere tenacia nel procedere. E’ lei che ci permette di non essere in lotta, ma di seguire il flusso degli eventi. La fiducia guarda avanti!

Perciò proviamo ad essere fiduciosi e lasciare il posto alla possibilità.

Accogliamo l’incertezza, camminiamole affianco, diventiamole amica.

Riconsideriamo i dolori e le sofferenze.

Rivalutiamo le difficoltà e gli ostacoli.

Infondiamo coraggio alle nostre emozioni.

Ci sono momenti in cui bisogna fermarsi, certo. Ci sono situazioni che richiedono passi ponderati e cauti. Ma ricordiamoci sempre di scegliere di alzarci.

Quando è il momento. Quando riusciamo. Ma non dimentichiamolo!

La fiducia saprà sempre prenderci per mano e risollevarci.

Non “dobbiamo” essere fiduciosi; non siamolo per dovere. Non siamolo perché temiamo le conseguenze. Non siamolo perché pensiamo che ci possa rendere più capaci di fare.

Siamo fiduciosi perché vogliamo e scegliamo di crescere, di espandere il nostro essere, la nostra vita, le nostre possibilità.

Siamo fiduciosi per esplorare il nostro posto nell’Universo.

Siamo fiduciosi per poterci conoscere e guardare dentro.

Quando si ha fiducia, si impara ad andare oltre le circostanze, impariamo a trascendere. Se siamo concentrati su questo, la confusione del quotidiano avrà poco effetto su di noi.

Questo non significa essere distaccati o disinteressati, ma significa vedere il mondo da un luogo senza tempo che si trova dentro ciascuno di noi.

Fiducia significa trovare quel luogo e farlo diventare la nostra casa …….

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Liberamente tratto da:

B.Pozzo – la vita che sei – Ed.BUR

Il Giudice silenzioso

ESSERE7

” Voglio arrivare, quanto posso, lontano, attingere la gioia che ho nell’anima, e cambiare i limiti che conosco, e sentirmi crescere la mente e lo spirito. Voglio VIVERE, ESISTERE, ESSERE, e udire le verità che sono dentro di me ” W.Dyer

E’ così difficile dire : “IO SONO!” . E’ così difficile darsi il permesso di ESSERE. Teoricamente siamo convinti che non ce ne sia bisogno , anche solo nel momento in cui lo penso “io sono” , in realtà essere pienamente, coscientemente , emotivamente, fisicamente ESSERE è la cosa più difficile che esista ….. troppe voci nella testa ci impediscono di sentire questa verità.

E allora ……..

Immagina come sarebbe se una mattina mentre sei a letto e ti stai svegliando ti accorgessi all’improvviso che c’è silenzio nella tua testa. Niente avanti e indietro di cosa devi e non devi fare, niente pressione a far progetti ed essere pronta.

La percezione del tuo corpo è diretta e semplice, priva di concetti e giudizi a cui sei abituata.

Ti accorgi anche che senti il corpo non a pezzi ma come un’unità, qualcosa che esiste tutto insieme senza parti … è come se non ci fosse confine tra la tua pelle e il materasso. Porti più attenzione al fianco che è appoggiato sul materasso e noti che senti pressione, calore, un senso di densità ma non trovi un confine, una separazione tra materasso e corpo. Che strano …

Eppure non è la pelle la mia casa? Non è la pelle il confine che delimita ciò che sono io, quello che è dentro, e ciò che non sono io, quello che è fuori? … il pensiero arriva ma scorre via lasciando silenzio .

Senti le gocce di pioggia che cadono sul balcone e la musica della chitarra suonata dal vicino e il tuo respiro che entra ed esce. Tutto è così nitido!

All’improvviso vedi che la nitidezza è data dal fatto che ogni cosa è come immersa ma anche accentuata dal silenzio e dallo spazio che c’è tra un evento e quello successivo.

Qualcosa manca …. Cosa??? Certo, non ci sono giudizi, non ci sono valutazioni!! Tutto compare e scompare nella sua purezza: un pensiero, una sensazione, un’immagine, un respiro, una emozione ….

Ti accorgi anche che le tensioni sono sparite: non dovendo afferrare niente, non volendo definire e inscatolare, non c’è sforzo, non c’è bisogno di sforzarsi.

Semplicemente SEI ….. sei la vita che scorre … la vita non è in tè , la vita E’ TE!   Stai meravigliosamente facendo l’esperienza di te stessa. ….

Quando per la prima volta il nostro Giudice tace è una tale meraviglia ….

Finalmente sei sola, senza papà, senza mamma, senza guardiani, senza grilli parlanti, senza consigli e ammonimenti. Senza pregiudizi da sostenere e difendere…..

Sei sola ma quella mancanza di voci e giudizi ti permette di sentire per la prima volta d’essere finalmente con te stessa, a casa …

Nello spazio lasciato  libero dal Giudice si manifesta un’incredibile creatività, un esplodere continuo di possibilità e un mistero stupefacente.

E finalmente puoi dire … IO SONO !

Cosa è la crescita personale?

crescita personale

Si parla di crescita personale, di percorsi evolutivi, di cammini di consapevolezza, di sviluppo personale … ma cosa vuol dire tutto questo? Provo a dare qualche risposta a queste domande facendomi aiutare da quello che ha scritto Giuseppe Falco nel suo libro “Scegli di essere felice”.

Da sempre l’uomo ha dovuto adattarsi all’ambiente naturale e sociale in cui viveva, risolvere problemi pratici e relazionali e dare un significato alla propria vita. Queste esigenze lo hanno portato spesso ad andare oltre i suoi limiti mentali e materiali per ideare e realizzare tecnologie, stabilire regole di convivenza civile, etc.

Da questo punto di vista, il concetto di crescita personale non è nuovo. Guide alla condotta quotidiana e all’evoluzione spirituale sono vecchie quanto l’uomo, basti pensare a tutta la tradizione religiosa e filosofica che ci accompagna da millenni.

Tuttavia il termine specifico “crescita personale”, in inglese “personal growth”, compare per la prima volta negli Stati Uniti grazie al “movimento per lo sviluppo del potenziale umano”, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta del secolo scorso. Lo scopo del movimento era quello di contribuire allo sviluppo delle potenzialità individuali attraverso vari approcci tra cui i gruppi di incontro o la psicoterapia di tipo umanistico.

Quest’ultima, che diede la base teorica al movimento, ebbe tra i suoi principali teorici Abraham Maslow, Carl Rogers e Fritz Perls.  L’obiettivo del movimento e della psicoterapia umanistica erano:

  • Portare l’attenzione su ciò che è tipicamente umano piuttosto che su ciò che condividiamo con gli animali;
  • Aiutare l’individuo in un processo di crescita aperta, piuttosto che finalizzarla ad un maggior adattamento sociale;
  • Interessarsi al “qui e ora” piuttosto che alla storia passata del soggetto o i suoi supposti conflitti inconsci;
  • Favorire uno sviluppo non solo intellettivo ma integrale del soggetto, per esempio nutrendo il suo lato creativo o spirituale;
  • Occuparsi del funzionamento ottimale dell’uomo, piuttosto che della patologia.

In sintesi lo scopo della psicologia umanistica è quello di aiutare l’individuo a fare pieno uso delle sue capacità personali per giungere all’auto-realizzazione, che richiede l’integrazione di tutte le componenti della propria personalità fisica, emotiva, intellettiva, comportamentale e spirituale.

Le caratteristiche di una persona auto-realizzata sono quindi: maturità, auto-consapevolezza e autenticità.

Dell’approccio umanistico beneficiano non solo persone che hanno ovvi problemi di salute mentale ma chiunque sia interessato alla propria crescita.

Sebbene ancora oggi l’approccio umanistico si utilizzi sia nella terapia che nella formazione, non è più l’unico possibile nel campo dello sviluppo personale. Si assiste anzi ad un proliferare di metodi diversi come: costellazioni familiari, rebirthing, PNL, EFT, Bioenergetica,  etc…

Al di là delle tecniche usate possiamo comunque intendere la crescita personale come un processo di cambiamento del nostro abituale modo di pensare, sentire o agire che ci permette di affrontare meglio le difficoltà quotidiane e vivere una vita più piena, reale e profonda.

Quindi possiamo dire che cresciamo quando cambiamo a livello cognitivo, emotivo o comportamentale o per adattarci meglio alle richieste dell’ambiente oppure per realizzare le nostre potenzialità, aspirazioni e valori più profondi.

Ma come può avvenire questo cambiamento? A partire dal riconoscimento dei nostri schemi o concezioni limitanti.

Se osserviamo una nostra giornata tipo, ci rendiamo conto che alcuni nostri pensieri, emozioni e comportamenti tendono a ripetersi. Sono quelli che chiamiamo schemi. Ora alcuni di questi possono essere molto limitanti : immaginiamo, per esempio, una persona che trova ogni occasione per polemizzare con gli altri. Si tratta di uno schema che limita la sua capacità di vivere relazioni interpersonali, in quanto la imprigiona in un modo rigido di relazionarsi con il mondo.

Possiamo dire che uno schema è limitante quando:

  • Ci causa problemi
  • Ci impedisce di vivere una vita piena, profonda e reale.

Riconoscere che un proprio schema di vita è limitante è quindi il primo passo per avviare un processo di crescita personale.

Di seguito, capire che noi non siamo i nostri schemi limitanti, bensì un campo di possibilità in larga parte irrealizzate. E’ come se dentro di noi esistesse un’orchestra formata da un numero enorme di strumenti e possibili melodie: il nostro compito di crescita personale consiste quindi nel consapevolizzare che i nostri schemi di vita limitanti ci portano a suonare quasi sempre gli stessi strumenti e le stesse melodie . Crescere significa risvegliare queste voci latenti.

Il secondo passo, che potremo chiamare di “apertura”, è confrontarsi con visioni del mondo o pratiche diverse dalle nostre ; in questo caso il confronto dei nostri schemi limitanti  con stili alternativi porta ad una relativizzazione e ad un indebolimento dei nostri schemi e alla loro conseguente perdita di potere.

Il terzo passo è l’azione; a nulla vale infatti conoscere, se poi non mettiamo in pratica nei nostri comportamenti quotidiani quello che abbiamo appreso, se no tutto ciò che scopriamo rischia di galleggiare solo come una foglia morta sul fiume della nostra vita.

Azione quindi che ci fa diventare i veri protagonisti del nostro vivere, abili nell’imprimere la direzione che vogliamo alle nostre azioni . Efficaci nel trovare il “giusto mezzo” , capace di trasformare i nostri modi rigidi di interagire con il mondo che ci circonda in contatti più funzionali ed equilibrati.

Azione che ci fa approdare a nuove idee, nuovi modi di pensare e sentire . Scenari alternativi che alimentano nuovi progetti di vita con prospettive diverse che ci arricchiscono e ci permettono di vivere in un modo più pieno.

La gioia delle piccole cose

PICCOLE COSE 1

Nessuno può essere straordinariamente felice se non sa

essere straordinario nelle cose comuni ….

O.Falworth

La vita è fatta di tanti momenti positivi:

vi sono i Momenti Magici

vi sono i momenti di Grande Contentezza

vi sono i momenti di Media Contentezza

vi sono i momenti di Normale Contentezza.

I momenti Magici si vivono soltanto in situazioni eccezionali. I momenti di Grande Contentezza sono rarissimi. I momenti di Media Contentezza sono rari. I momenti di Normale Contentezza sono frequenti.

Come fare dunque ad aumentare i momenti positivi?

Applicando ogni tanto il FARE CONSAPEVOLE che ci porterà a vivere più momenti di Intima-Lietezza.

I momenti di Intima-Lietezza del fare consapevole sono molto più numerosi dei momenti positivi del fare inconsapevole perchè non sono accoppiati ad alcun guadagno, ad alcun vantaggio.

Li possiamo avvertire ogni giorno, in qualsiasi momento. E’ necessario solo acquisire l’abitudine a soffermarci per qualche minuto su quello che facciamo e notarne le sfumature.

Questi momenti non sono intensi come la contentezza. Non sono rare e scroscianti piogge, sono invece frequenti pioggerelle che vengono giù senza rumore, ma penetrano profondamente all’interno di noi stessi fecondandoci di duratura positività ….

Proviamo a trovare un istante di Intima-Lietezza ogni giorno e la nostra vita sarà più piena …..

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