L’attimo che cambia la vita

ATTIMO

Quando l’infelicità diventa insopportabile, la persona si sente stremata e “non ce la fa più”.

Ma non è l’intensità del dolore, bensì “cosa ne facciamo” di esso, a fare la differenza. Il cambiamento avviene quando si smette di volerlo zittire e si decide di starci dentro, di sentirlo, di lasciarsene invadere senza paura, di dargli un nome. Cercando di capire soprattutto le proprie contraddizioni e le proprie responsabilità, invece che lamentarsi delle circostanze che l’hanno provocato o che lo alimentano.

Dare un nome al dolore “chiama” il cambiamento, è il primo passo perché possa realizzarsi.

Ma il punto di svolta, l’attimo che cambia la vita rimane misterioso, ed è spesso avvertito come relativamente indipendente dalla propria volontà. E’ il “tuo tempo” che batte alla tua porta e tu improvvisamente gli apri.

Appare infatti più “ricevuto” che voluto, più “ad un certo punto è accaduto” che conseguenza di un eroico atto di volontà. La nostra responsabilità sta nell’assecondare o rifiutare il desiderio o il bisogno di cambiare che “ti viene a cercare”.

Scatta qualcosa di misterioso e la volontà può solo assecondare o respingere tale movimento interiore, che vive di vita propria. Molti affermano “qualcosa è successo dentro di me e non potrei più tornare indietro, né essere la persona di prima, anche se lo volessi”.

Da queste parole si percepisce come ciò sia qualcosa di irrinunciabile , che non è possibile perdere se non rinunciando alla propria vita. L’aspetto cosciente del cambiamento è descrivibile come lo scatto di un “click”, la persona sente che qualcosa dentro dice basta, ha voglia di vivere, di far vivere se stessa.

La fatica di vivere e lo sforzo diventato insopportabile, dicono della mancanza di libertà che grida di essere ascoltata.  Libertà di fare quello che sembra giusto e non solo ciò che piace.

Quando il cambiamento diventa visibile, coglie di sorpresa solo chi non ha mai visto oltre la maschera dell’apparente felicità della persona coinvolta. Esso traccia una linea di divisione fra coloro che “capiscono “ e fanno il tipo per la vita rinnovata, e coloro che biasimano il rinnovamento. Ecco quindi che ,a volte, cambiare e diventare quello che si è, rappresenta uno spartiacque che rende necessario rinnovare giro di amici, frequentazioni e ambienti per potersi realizzare compiutamente.

Sentire la vita nelle proprie mani, governarla secondo le proprie convinzioni, sentirsi alla guida degli avvenimenti: queste sono le sensazioni di chi decide di essere se stesso.

Se si vive secondo il proprio desiderio, senza imporsi quello che non si vuole veramente, e secondo le proprie convinzioni su ciò che è giusto o sbagliato, opportuno o sconveniente, si avverte un potere che pone fine al lasciarsi vivere subendo e fingendo. E’ essere se stessi al comando della propria nave. Esaltante!!!!

E’ il momento di scegliere

rosa dei venti

Gli eventi sono solo eventi; è il modo in cui li percepiamo e reagiamo ad essi che stabilisce la loro importanza e il loro esito nella nostra vita.

Quello che determina il modo in cui reagiamo agli avvenimenti è la nostra personale filosofia e questa dipende da noi.

Possiamo definire “filosofia” come un insieme di credenze, comportamenti o idee che guidano l’individuo lungo le strade della vita, oppure come lo studio dei principi e delle leggi che regolano l’universo. In quest’ultima accezione essa si pone domande e riflette sul mondo e sull’uomo, indaga sul senso dell’essere e dell’esistenza umana e si prefigge inoltre il tentativo di studiare e definire la natura, le possibilità e i limiti della conoscenza.

La nostra personale filosofia è ciò che crediamo sia vero del mondo in cui viviamo. E’ essenziale che viviamo secondo una filosofia personale che ci faccia da guida, una Stella Polare che ci aiuterà a superare i momenti difficili; una filosofia che ci darà forza, pazienza e resistenza; una filosofia che metterà in evidenza i momenti belli per trasformarli in momenti eccezionali; una filosofia che cambierà le sensazioni negative in sensazioni di gioia portandoci un sorriso. E quel sorriso sarà molto di più di una maschera da indossare con coraggio di fronte alle difficoltà; sarà il sorriso di chi sa che il mistero dell’avversità si sbroglierà presto, rivelando un “perfetto “ lieto fine che andrà a nostro vantaggio.

Immaginate di aver subito un’esperienza dolorosa che vi ha portato a scoprire una verità che è stata una benedizione per la vostra vita da quel momento in poi. Maledireste ancora quell’”incidente” o lo definireste “buona sorte”?

Di solito ogni avvenimento ci dà due scelte. Solo con la consapevolezza intesa come parte fondamentale della nostra filosofia, saremo in grado di affrontare la vita con scioltezza, sicurezza e successo.

Solo con questa filosofia potremo raggiungere una felicità profonda e duratura. Sarà questa convinzione che ci farà vedere il lato positivo di fatti apparentemente negativi e ci darà quelle capacità intuitive per guardare agli avvenimenti futuri con ottimismo.

Seguire questa filosofia che ,cambiando totalmente la prospettiva, ci mostra come alla fine tutto torna a nostro vantaggio, vuol dire vivere un “qui e ora” molto più piacevole e intensifica la visione di un futuro più luminoso.

Tenendo a mente le conseguenze delle nostre reazioni, saremo noi a creare quei risultati che fanno al felicità.

Inoltre creando una nostra filosofia personale che sia in linea con il concetto che “tutto quello che mi accade è la cosa migliore che poteva capitarmi e che nulla accade per caso” ci salveremo dal cadere nella trappola del sentirci vittime designate .

“ Il mondo è pieno di cose magiche che aspettano

pazientemente che il nostro ingegno si affini”

Bertrand Russel

Fidarsi della propria intuizione

intuizione 6

Una delle ragioni per cui molti di noi non imparano a fidarsi della propria intuizione, e a seguirla, è che ci viene insegnato in tenera età a cercare di conformarci alle persone che ci circondano, a seguire certe regole di condotta, a sopprimere i nostri impulsi spontanei e a fare quello che ci si aspetta da noi. Impariamo anche a rivolgerci a varie autorità esterne per avere risposte e consigli, invece di guardarci dentro e ascoltare noi stessi.

Le autorità esterne possono assumere molte forme diverse. Da bambini, le nostre autorità possono essere i nostri genitori, nonni , fratelli e sorelle più grandi, la scuola, gli insegnanti, i nostri pari, o infine i valori e i costumi della nostra comunità.

Successivamente, divenendo adulti, possiamo anche rivolgerci a nostro/a marito/moglie, al datore di lavoro, al medico, al nostro avvocato o ad altri esperti.

Naturalmente, finchè siamo bambini è necessario e appropriato ricevere una guida e una direzione dai nostri genitori, insegnanti e da altre figure che hanno la responsabilità di aiutarci a crescere e maturare. Anche da adulti ci capita spesso di aver bisogno di informazioni e opinioni da persone che su certe questioni ne sanno più di noi.

Il problema è che impariamo a rivolgerci all’autorità esterna invece di prestare ascolto ai nostri sentimenti e suggerimenti intuitivi (se ti va di approfondire leggi QUI e QUI) Arriviamo persino a credere che le risposte della vita risiedano fuori di noi, e ci abituiamo a dar retta a quel che fanno gli altri. Pensiamo che altre persone possano sapere meglio di noi cosa sia vero per noi. Impariamo a non fidarci di noi stessi e del nostro senso della verità, della nostra autorità interiore.

Una volta che acquistiamo l’abitudine ad ascoltare l’intuizione e a fidarci delle nostre risposte interne, possiamo sviluppare un rapporto molto diverso con insegnanti, medici, e ogni sorta di esperti.

Se abbiamo bisogno di sostegno o di conoscenza, possiamo sentire i nostri sentimenti istintivi, i quali ci dicono da chi andare per avere aiuto o consigli. Possiamo ascoltare con rispetto, e con mente aperta, ciò che ci dice questa persona, confidando nel fatto che, se ci sentiamo attratti, è probabile che essa abbia in sé qualcosa di buono per noi. Dopodichè possiamo riflettere su quello che ci è stato detto, prestando particolare attenzione ai sentimenti intuitivi rispetto a cosa è giusto ( o meno) per noi, e prendere le nostre decisioni autonome su come ci convenga agire.

In altri termini, siamo aperti a imparare e a ricevere una guida dagli altri quando ne abbiamo bisogno, ma non a trasferire agli altri il nostro potere e la nostra autorità su quella che è la nostra vita.

Molto spesso, il modo in cui ci rapportiamo con la nostra famiglia o con i nostri amici rende più difficile prestare ascolto o dare fiducia alla nostra voce intuitiva. Molti di noi hanno la tendenza a essere fin troppo preoccupati di compiacere le persone che amiamo o di corrispondere a ciò che si aspettano da noi. Possiamo far fatica persino a riconoscere i nostri sentimenti intuitivi se temiamo che seguendoli potremmo indispettire o deludere qualcuno a cui vogliamo bene.

Nelle nostre complicate vite moderne, così ricche di opzioni e di decisioni da prendere, l’intuizione può indirizzarci nella direzione verso cui conviene andare in ogni circostanza. Passo dopo passo, può farci vedere cosa dobbiamo fare per soddisfare i desideri del cuore e raggiungere i nostri obiettivi.

Il nostro senso intuitivi può contribuire a proteggerci e ci avverte quando qualcosa può essere dannoso o pericoloso.

L’intuizione ci mostra invariabilmente la strada migliore da prendere. Seguendola possiamo risparmiarci molta confusione, molte scocciature e molte angosce.

La fine di una relazione: sconfitta od opportunità di crescita?

coppia scoppia

Oggi, sempre più coppie si costituiscono e si costruiscono sui … pezzi di una coppia precedente.

Ciascuno dei partner annientato o deluso, scottato o entusiasta, tenta una nuova alleanza, con un desiderio di riuscire secondo le delusioni o le scoperte precedenti.

E’ interessante il fatto che, per potersi legare, ci si sciolga da un attaccamento non soltanto ad una persona, ma anche ad un sistema relazionale. E’ indispensabile essere vigili nei confronti del rischio di ripetizioni o di illusioni che portiamo con noi.

Dalla maggior parte delle persone, un divorzio, una separazione, una rottura sono vissuti per lo più come una sconfitta dolorosa. Inscrivono profondamente il dubbio sul nostro valore, sulla nostra capacità di essere amati, feriscono a volte irrimediabilmente le nostre speranze di impegnarci in una nuova relazione sentimentale.

E questo non soltanto da chi si sente l’oggetto del rifiuto o dell’abbandono, ma anche da parte di chi lascia.

Una verità su cui porre l’attenzione è che non sono i sentimenti che tengono unite due persone, bensì la qualità della relazione che esse si possono reciprocamente offrire.

Al di là dell’incontro basato sull’attrazione, su sentimenti ed emozioni riconosciute o su scelte inconsce, costruire una relazione che duri si dimostra un compito superiore alle possibilità di molti. Perché siamo  troppo spesso degli infermi della relazione.

Bisogna dirlo e a maggior ragione soprattutto in questo periodo urlarlo: a volte esiste un tale terrorismo relazionale, una vera e propria violenza endemica in certe relazioni amorose e di coppia , da indurre (purtroppo ancora troppo spesso non si trova il coraggio …) l’uno o l’altro dei partner a “salvarsi la pelle”, a rinunciare o a fuggire una relazione che lo distrugge o lo divora.

Mi racconta una cliente: “non ne potevo più, diventavo pazza a sopportare tutti i giorni le sue critiche, le sue osservazioni e le sue accuse. Nulla di quello che facevo gli andava bene. Mi aggrappavo alle mie convinzioni, speravo in un miracolo. Ricevevo il più piccolo regalo di non aggressione come un regalo, una carezza, ma quasi subito arrivava la doccia fredda … Era tempo che mi rispettassi ..”

E un’altra: “Non ridevo più, mi sentivo vecchia e logorata, soprattutto logorata. Non si riusciva a trovare un accordo su nulla, desideri, bisogni, progetti, tutto sembrava in opposizione. Avevo la sensazione di passare accanto alla vita. I miei obiettivi erano modesti, non cercavo la felicità, ma soltanto di potermi guardare al mattino senza disperazione …”

Se la decisione è stata presa e non esiste speranza di un possibile accordo, chi chiede la separazione e si mobilita a questo scopo dovrà definirsi chiaramente, impedire all’altro di aprlare su di lui/lei e confermare la sua scelta di fronte ai tentativi di colpevolizzare, di aggredire moralmente, di screditare … da parte dell’altro.

La separazione, le perdite, gli abbandoni, se non si inscrivono nel risentimento, nel rancore o nell’accusa contro l’altro o nella disistima di se stessi, possono permettere ad un uomo e ad una donna di accedere ad un nuovo modo di vita, di essere uomo o donna in modo diverso.

Vedersi di nuovo individui interi. Rinnovare il contatto con la parte migliore di sé. Trovare nuove risorse e una maggiore capacità di stare meglio con se stessi.

Ogni separazione contiene il rischio di una ferita narcisistica, che rovina o distrugge l’immagine che uno ha di se stesso.

Ma possiamo anche comprendere che l’altro ci lasci, la maggior parte delle volte, per se stesso. Chi chiude una relazione lo fa in funzione di quello che è, di quello che è diventato, anche se si dà l’alibi che tutto è successo “a causa dell’altro”.

Possiamo liberarci dall’immaginazione onnipotente (di origine infantile) per cui tutti i comportamenti, i sentimenti o le decisioni di una persona, anche vicina, dipendano da noi.

Ciò che concorre poi a trasformare quella che appare in un primo tempo come una sconfitta, è la capacità che abbiamo o non abbiamo di “prenderci cura” di due elementi, l’uno affettivo, l’altro relazionale, che ci legano alla persona che se ne va.

Prenderci cura dei sentimenti , talvolta profondi, che proviamo ancora per la persona che ci lascia o che noi lasciamo. La relazione in ciò che ha avuto di buono, di stimolante, di vivo prima che si rovinasse.

Dobbiamo riconoscere, in effetti, che siamo incredibilmente abili nel maltrattare e sminuire i sentimenti che continuano ad esistere in noi anche quando non corrispondono più a quelli dell’altro.

Trasformare quello che appare a prima vista una sconfitta in esperienza di vita, è un segno di tenerezza nei confrontii di noi stessi.

Facendo questo, il terreno è a volte sufficientemente libero, lavorato e seminato per accogliere la possibilità di un nuovo incontro, per tentare l’avventura di una coppia, non più soltanto da sognare, ma da costruire in due.

La capacità di osare ….

OSARE 3

Troppo spesso nella vita le persone non riescono a ottenere ciò che vogliono veramente perché si lasciano trascinare dagli eventi e imprigionare dal tempo e dalle pretese che gli altri hanno su di loro.

Non compiono mai il passo di decidere cosa vogliono davvero ottenere dal loro tempo, dal loro lavoro, dalle loro relazioni e soprattutto da se stesse.

Non stabiliscono liberamente e consapevolmente l’obiettivo che si impegnano a raggiungere per vivere in modo completo e gratificante. Al contrario, finiscono col percorrere una qualsiasi strada che la vita offre loro, e che per di più molte volte si rivela deludente.

Come poter invertire questa rotta?

  1. OBIETTIVO: più fai chiarezza su quello che vuoi raggiungere e più facile sarà trovare un modo per riuscirci.

Se viaggi su una barca a vela, se sai esattamente dove stai andando, eventuali cambiamenti repentini  della direzione del vento non ti potranno creare alcun problema: ti basterà posizionare le vele in modo da proseguire la navigazione verso la destinazione che avevi scelto. Invece, chi naviga nel mare della vita senza avere una meta precisa, sarà facilmente portato ad andare “dove tira il vento”, focalizzandosi sull’atto di navigare invece che sul mantenere la rotta: le probabilità che in questo modo arrivi in un porto non gradito sono davvero alte, sempreché non finisca addirittura sugli scogli.

Quindi la prima domanda a cui dobbiamo abituarci a rispondere è: “cosa voglio veramente?” “quale è il mio vero obiettivo?”

  1. LO SCOPO: spesso nella vita sappiamo quello che vorremmo fare, ma non abbiamo sufficienti ragioni che ci entusiasmino, dei “perchè e come” tanto importanti da predisporci a fare qualsiasi cosa necessaria per ottenere quello che vogliamo veramente.

Una persona che ha un motivo valido per andare da qualche parte, in un modo o nell’altro riuscirà ad arrivarci, trovando le risorse sufficienti a superare qualsiasi ostacolo. La nostra motivazione, spesso,  non è legata all’obiettivo in sé, ma a ciò che ci darà raggiungerlo, a come ci farà stare, alle sensazioni che ci farà provare.

Pensa per esempio ad una situazione nella quale sei stata fortemente motivata e la tua determinazione non è venuta meno nel tempo: sicuramente quell’obiettivo per te era davvero importante aveva un significato speciale, ti avrebbe fatto stare incredibilmente bene, cos’ come non raggiungerlo sarebbe stato un dolore insopportabile. In poche parole valeva la pena impegnarsi per quello, c’erano dei validi motivi che ti spingevano all’azione.

Perciò quando sai cosa è che vuoi veramente prova a chiederti: “perché lo voglio? Cosa mi darà? Come mi sentirò dopo aver raggiunto questo risultato? Quale è il mio vero scopo? Perché vale la pena impegnarsi per questo?”

  1. PIANO DI AZIONE: “quali azioni specifiche devo fare per ottenere questo risultato che sono impegnato a raggiungere?”.

Quando il tuo obiettivo è veramente chiaro e le ragioni per cui vuoi raggiungerlo ti danno la spinta emozionale abbastanza forte, scoprire il modo migliore per portare a termine il lavoro diventa qualcosa di ovvio.

Ci sono molto modi per raggiungere un qualsiasi risultato: se una strada  non funziona, ma sei focalizzato sul tuo obiettivo e hai uno scopo sufficientemente importante, allora potrai essere flessibile e ti sarà facile trovarne un’altra.

Quindi, prima di decidere cosa fare, è bene sapere che cosa vogliamo e perché lo vogliamo e solo allora stabilire il nostro piano di azione, come un qualunque viaggiatore che, prima di mettersi in cammino, ha deciso dove andare, per quale motivo vuole andare e che strada percorrere per arrivarci……

 

“Tutti noi abbiamo una mission che perseguiamo senza esserne del tutto consapevoli. Nel momento in cui la portiamo completamente alla coscienza, le nostre vite possono decollare…” James Redfield

Ri-allinearsi sulla traccia della propria Essenza …..

essere 3

Un’immensa fonte di energia e di ispirazione sgorga spontaneamente quando siamo in contatto con la nostra Essenza. Questa Essenza possiamo paragonarla ad un seme, unico nelle sue potenzialità. La vita è paragonabile al percorso che il seme compie, nel suo processo di crescita, fino diventare la pianta di cui porta il codice genetico.

Ri-allinearsi sulla traccia della propria Essenza permette di puntare nella propria direzione, attraverso il labirinto delle tante identità ideali che le persone, l’ambiente e il nostro “Critico interiore” creano per noi.

Una bussola preziosa che può aiutarci a trovare l’orientamento è costituita dall’entusiasmo che un vero desiderio genera.

Un buon esempio di energia creativa spontanea sono i bambini molto piccoli. Inarrestabili nel loro desiderio di giocare, scoprire, muoversi, conoscere, ridere, espandersi. Altro buon esempio è l’innamoramento, sia esso per una persona, un’attività, un’idea o un progetto. All’istante torniamo bambini, dentro di noi scoppia la voglia di occuparci senza limiti di tempo di quello che amiamo, senza condizioni, senza chiedere se sia possibile. Diventiamo il  nostro desiderio!

Non è detto che un desiderio sia sempre realizzabile, giusto o che sia la cosa migliore per noi. Però la qualità dell’energia che da esso erompe è preziosa e, se arriva a parlare al nostro cuore, significa che comunque quel desiderio ci sta allargando, motivando, rimettendo in pista.

Proviamo ora a chiederci: quanto entusiasmo c’è in noi? quanto desiderio di far parlare la nostra Essenza? Cosa interferisce con lo sgorgare libero dell’energia vitale, cosa l’assorbe e la disperde?

Tre principalmente sono i grandi dissipatori di energia:

  1. Vecchi bisogni infantili che non sono stati sufficientemente esauditi
  2. Le immagini ideali che abbiamo costruito per noi
  3. Le convinzioni su noi stessi e il mondo basate su immagini distorte e convinzioni limitanti.

Proviamo a guardarli più da vicino.

Bisogni infantili frustrati.

Il bambino ha un enorme bisogno di tutto: arriva da un mondo più confortevole di quello quotidiano, in cui il calore, il nutrimento, la simbiosi sono realtà in atto. La nascita dà inizio ad un percorso di individuazione faticoso e frastagliato in cui la dipendenza dall’ambiente esterno è , almeno al principio, totale.

Malgrado l’intensità della dedizione che genitori o ambiente possano aver prodigato, qualche bisogno legittimo resta comunque insoddisfatto. Essere curato, accudito, protetto, incoraggiato, ricevere attenzione, apprezzamento per la propria unicità, sono necessità autentiche  che, se disattese a causa della struttura stessa del rapporto con uno o entrambi i genitori, o per condizioni ambientali oggettive, possono generare a livello inconscio un bisogno coatto di ricevere soddisfazione in età adulta, spostando su figure analoghe questa richiesta.

Questo processo è facilmente individuabile in quelle aree della vita in cui ogni sforzo per ottenere qualcosa a cui si aspira finisce prima o poi nel risolversi con una frustrazione.

In questo caso l’energia vitale viene assorbita da imprese che hanno lo scopo di riuscire laddove si è fallito durante l’infanzia, forzando la vita a darci quello che non abbiamo ricevuto. Sostituiamo persone e situazioni originarie con dei surrogati che hanno una matrice simile, o la ricreiamo anche dove non c’è, reinterpretando la realtà a modo nostro. Vincere è impossibile, proprio perché si scelgono e si ricreano le condizioni della sconfitta originaria, da un livello completamente inconsapevole.

Le false identità e l’immagine ideale.

Altro dissipatore energetico che risucchia la nostra energia, simile ad un buco nero che tutto assorbe è l’immagine ideale, una costruzione inconscia formata dalla somma delle definizioni altrui su come dobbiamo e ci è vietato essere, per meritare di vivere e possedere un valore personale.

Cresciamo, in genere, con l’idea di non essere abbastanza buoni da essere amati per ciò che siamo. Ci creiamo, perciò, un’immagine di come dovremmo essere e, disperatamente cerchiamo di esserne all’altezza Per fare questo utilizziamo una massa preponderante della nostra energia indirizzandola spesso in una direzione addirittura opposta alla nostra Essenza.

Le immagini distorte o convinzioni limitanti.

Si tratta di ragionamenti strategici, formatisi nella primissima infanzia in modo istintivo, e poi applicati in maniera inconsapevole ed automatica in situazioni anche molto diverse, ma erroneamente associate alle situazioni originarie.

Esse guidano in modo istintivo il nostro comportamento e diventano lentamente la nostra modalità per estrarre energia dalla vita.

Queste convinzioni diventano come un copione da commedia dell’arte, maschere che l’individuo usa senza averne coscienza. Sono trappole che, in cambio di una modesta sicurezza di ruolo, limitano la visuale, sviando dai veri bisogni.

La soluzione???? Proviamo ad uscire dagli schemi, allarghiamo il nostro “recinto”, da una parte riconoscendo i nostri automatismi a tutti i livelli: fisico, emotivo, mentale; in secondo luogo, imparando ad usare al meglio la nostra energia nella direzione della conoscenza e della realizzazione della nostra Essenza, la nostra parte più vera e profonda …. accettiamoci …. e manifestiamo per quello che siamo! …

” se sei, se veramente sei, allora puoi credere,

se credi fai, e se fai hai …” C.Belotti

meditazione dell’accettazione di sè

viola del pensiero

“Un re andò nel suo giardino e trovò alcuni alberi e delle piante morenti, mentre alcuni fiori erano appassiti.

La quercia disse che stava morendo perché non poteva essere alta come il pino.

Osservando il pino il re lo trovò sofferente perché non poteva portare grappoli come la vite. E la vite stava morendo perché non poteva fiorire come la rosa.

Infine trovò una pianta, la viola, fresca e fiorente come sempre. Alla domanda del re la viola rispose: “Mi è sembrato scontato che quando mi hai piantato ti desiderassi una viola. Se avessi voluto una quercia, un pino, una vite o una rosa, avresti piantato quelle. Allora ho pensato: visto che non posso essere altro che ciò che sono, cercherò di manifestarmi al meglio di me stessa …” OSHO

La meditazione che segue aiuta a ri-conoscere ed accettare tutti gli aspetti di sé: quelli ritenuti positivi, belli, piacevoli ed anche quelli etichettati come negativi, spiacevoli, quegli aspetti che ognuno di noi preferirebbe non avere …..

  • Trova un posto confortevole, attenua l’illuminazione e crea un’atmosfera servendoti di una musica dolce e rilassante.
  • Sdraiati supina tenendo le braccia stese lungo i fianchi con le palme rivolte verso l’alto. Le gambe leggermente divaricate, gli occhi dolcemente chiusi.
  • Lascia che il tuo corpo diventi sempre più pesante e morbido, abbandonalo completamente alla terra.
  • Respira … inspirando ed espirando profondamente …. Osserva il tuo respiro e ad ogni respiro allontana un pensiero, fallo scivolare via come l’acqua dai tetti delle case …
  • Ora immagina seduta vicino a te la parte migliore di te, la parte positiva, luminosa, la parte di te che ami, ciò che vorresti essere. Rimani in sua contemplazione per entrare profondamente in contatto con lei. Osservala senza giudizio …
  • Vedi se ti vuole comunicare qualcosa, se ha un messaggio per te, se ha qualcosa da donarti. Vedi anche se puoi lasciarle qualcosa, se puoi liberarti di ciò che non ti serve, magari un peso, una paura o una tensione.
  • Dopo aver dialogato con lei ringraziala e lasciala andare …
  • Immagina adesso di trovarti a contemplare la parte peggiore di te, quella che non vorresti avere, il tuo lato oscuro, la tua ombra. Osservala senza giudicarla e senza identificarti con lei. Quella che può sembrarti negatività è solo il frutto di un giudizio mentale, dell’abitudine mentale a dividere, a separare, a concepire la realtà in termini di polarità, di opposizione.
  • Ora ad ogni inspirazione immagina che una energia carica di accettazione entri in te e ad ogni espirazione invia questa energia al tuo lato oscuro, alla parte di te che non ti piace e che fatichi ad accettare ….
  • Ringrazia anche questo aspetto di te
  • Senti profondamente che puoi accettare tutto di te, sentiti completa ed integra. Lascia cadere l’abitudine di condannare, di giudicare e utilizza questi momenti per riappropriarti della tua totalità …
  • Quando ritieni che sia arrivato il momento di concludere la pratica torna lentamente a riprendere contatto con il tuo corpo, facendo dapprima dei piccoli movimenti e poi stirandoti come al risveglio da un lungo sonno …
  • Infine sempre impiegando tutto il tempo che ti è necessario, riprenditi ed apri gli occhi portando con te un profondo sentimento di amore per tutti quegli aspetti di te che solitamente non riesci ad accettare ….
  • Ora, se vuoi, puoi scrivere o disegnare tutte le emozioni che hai provato durante questo incontro con te stessa ….

“ Se si chiude la porta a tutti gli errori, anche la verità resterà fuori …” Tagore

Il teatro interiore: rifiuto, accettazione, ascolto …

TEATRO INTERIORE

Il teatro interiore è il luogo dove si svolgono le scene della vita che chiedono di essere viste e sentite, per poter star bene con noi stessi e con gli altri.

Nell’ascolto della “voce interiore” si dona una casa alle nostre cose, si dona il giusto linguaggio al nostro bisogno di espressione per accettarsi e per essere accettati.

E nel teatro interiore a volte c’è molto disordine ed è proprio questo groviglio di sensazioni e di emozioni, di immagini e di suoni, che ci ferma e, indicandoci la fermata, fermata necessaria, non tanto per pensare, vuole dare valore a quel preciso momento della vita, affinchè si possa uscire dai luoghi comuni, da situazioni stagnanti, da proiezioni inutili, per raggiungere così dimensioni più rispettose del nostro modo di essere.

Siamo noi i registri del nostro teatro interiore e con ciò dobbiamo avere chiaro che siamo responsabili dei nostri atti, delle nostre scelte, del nostro modo di vivere, ma ciò presuppone anche il fatto che ogni atto, ogni scelta, ogni modo di vivere, dipendono dalle nostre possibilità e che queste presuppongono dei limiti.

Nel teatro interiore si mettono in scena le nostre identità, le nostre molteplicità, i nostri sentimenti, rendendoci immagini che viviamo come reali e che,ci offrono suggerimenti di senso e tutti chiedono di essere ascoltati.

E nel teatro interiore si mettono in scena, anche, i “sintomi” e i simboli: gli uni e gli altri strettamente intrecciati per indicare il nostro stato interiore attuale e per dare la possibilità di ri-soluzione dei dolori scatenati dai “sintomi” attraverso cui ildolore parla.

Accettazione o rifiuto dipendono quindi dalle nostre possibilità e dai nostri limiti: possibilità e limite ci sono dati non solo come strumenti cognitivi e volontari, ma soprattutto come elementi che dipendono dalla nostra capacità di porci in contatto con lcon la nstra parte più profonda. Allora si anima in noi quella capacità di trasformare radicalmente la visione della vita e la nostra prospettiva esistenziale prenderà nuove forme e nuovi colori.

In questo teatro interiore, con i suoi personaggi e nelle diverse scene, si costruisce l’identità che non è costituita solo dall’Io, ma dal Sé, quell’istanza che è così difficile da definire e da afferrare, ma è quella totalità così misteriosa e grande, così pregnante e inafferrabile, ma così vicina a noi, se sappiamo “vedere” e “sentire”.

Questa totalità è percepibile quando si crea il ponte tra ciò che pè visibile e comprensibile e ciò che non lo è ma vive nelle nostre profondità, quando diventiamo consapevoli delle nostre fatiche e sappiamo ascoltare la nostra vera e intima natura riuscendo a portare avanti percorsi di vita che non sviliscono i nostri progetti e non tradiscono le nostre spinte più interne.

Il senso delle cose si attua e si apre alla vita in diversi rivoli che si preparano per abbracciare le nostre inclinazioni, le nostre attitudini, il nostro sentire: qui sta il senso.

Vivere significa dare senso a ciò che si vive e, per vivere pienamente, ci vuole passione: con questa nascono anche il dolore e la gioia, ma senza la passione viene a mancare la linfa necessaria al dispiegamento della nostra Anima.

E il senso delle cose, a volte, anzi più spesso, si trova nelle piccole luci quotidiane, nei frammenti di vita, nei significati reconditi di sottili gesti, nelle visioni di forme impalpabili.

Certamente la vita è fatta di concretezza, ma luci e suoni, emozioni e sentimenti, sensazioni e intuizioni, possono sembrare poco concreti, invece sono il sale e il sole della vita.

Entrare nella concretezza della vita significa porsi in ascolto di sé e questo è l’unico modo possibile per attuare una vera vita, piena e gratificante che valga veramente la pena di essere vissuta …..

Identità in viaggio ….

valigia viaggio

Le cose migliori della vita ( spesso anche le peggiori) hanno alle spalle un lunghissimo viaggio.

Un viaggio di geni (incroci casuali e imprevisti, selezioni ..) o un viaggio personale (esperienze buone o cattive, traumi, gioie, lutti, nascite ..)

Per questa ragione quando incontriamo qualcuno che ha vissuto e imparato, ci troviamo di fronte a un universo così complesso e insondabile che è necessario creare con esso molti punti e istituire linguaggi appositi.

Anche senza accorgercene, ci apprestiamo allora a “imparare” l’altro, attraverso identificazioni sempre precarie e a rischio di errore. Al tempo stesso, possiamo aspettarci che gli altri facciano altrettanto con noi, che ci “comprendano”, talvolta anche senza dover faticare molto a spiegarci, quasi se fossimo sempre in attesa della ripetizione di quel miracolo della vita che è stata la comprensione materna, quando eravamo troppo piccoli per poter spiegare verbalmente le nostre emozioni.

In questo processo appassionato e mai concluso, ci capita di trovare affinità che ci scaldano il cuore, ci fanno “riconoscere” nell’esperienza, nelle parole e nei gesti della persona con cui siamo in relazione e alimentano la voglia di continuare ad approfondire la conoscenza, di andare avanti rispecchiandoci e potenziando quel senso di unione che talvolta cementa, anche da lontano o virtualmente, le vite degli esseri umani.

Se guardiamo la vita con occhi disincantati, possiamo accorgerci che si vive tutti insieme, ma in mondi diversi e non comunicanti. Se, per esempio, dovessimo fermare la nostra macchina e invitare il nostro vicino di “coda” a raccontarci la sua giornata, le sue aspettative, i suoi problemi, la sua famiglia, i suoi affari e piaceri, le sue speranze e desideri, potremmo anche scoprire un mondo del tutto diverso dal nostro. Così diverso da generare emozioni come l’invidia o il rifiuto, l’indifferenza o l’ammirazione.

Eppure siamo lì, portiera a portiera, nella stessa strada intasata, nella stessa città e forse compreremo il giornale nella stessa edicola, il pane dallo stesso panettiere e il caffè nello stesso bar.

La fatica e lo sconcerto che derivano dal toccare da vicino questi mondi diversi ci colgono talvolta impreparati, perché ci obbligano a vedere cose mai viste, a fare uno sforzo troppo grande per accettare come buono e possibile, sensato e forse augurabile quello che non ci appartiene per nascita, educazione e crescita.

Nonostante ci, in questo sforzo sta il segreto di una delle grandi spinte dell’umanità verso il futuro e di ogni singola persona verso il compimento del suo destino: l’allargamento della visione della vita e della potenza del pensiero e degli affetti.

In qualche modo, possiamo dire di essere predisposti ad allargare la visione, mischiarci con altro da noi, creare una mente sempre più ampia a capace di vedere contesti complessi, perché se così non fosse non avremmo potuto in alcun modo crescere e affrancarci dal piccolo mondo dell’infanzia.

Al tempo stesso, siamo predisposti a conservare quello che abbiamo appreso e renderlo un ingrediente del nostro contesto e delle difese con le quali circondiamo le mura della nostra città.

Potremmo pensare, con molta fantasia, al nostro essere come una sorta di “minestrone” che ha ingredienti base dati dal nostro albero genealogico e dalle esperienze originarie nella famiglia. Questi ingredienti verranno modificati dall’incontro con la vita: si arricchiranno e così si modificheranno anche le loro proporzioni interne.

L’aggiunta di un ingrediente al minestrone non lo cambia radicalmente, ma ne modifica il gusto, a volte in modo sostanziale. I cambiamenti sono variazioni del minestrone, nelle quali ciò che siamo stati si arricchisce di quello che abbiamo imparato ed accettato. Le esperienze traumatiche gravi, se non superate, tendono a fissa in modo stereotipato il gusto, riducendo il dosaggio di molti ingredienti e amplificando quello di pochi, quelle evolutive a renderlo più ricco e raffinato.

Ogni evoluzione del nostro minestrone ci rende più potenti e aperti verso la vita e più in grado di riconoscere gli altri.

Questo diviene possibile un po’ perché troviamo in noi sessi molte tracce dei loro “ingredienti”, un po’ perché siamo meno preoccupati rispetto all’idea che qualcosa di nuovo ci rovesci come un calzino, un po’ perché abbiamo accresciuto la curiosità di sperimentare nuove combinazioni e aumentato di molto la nostra creatività.

liberamente tratto da:

S.Gastaldi – “La terapia degli affetti” – Ed.FrancoAngeli

Interpretazione ottimista versus Interpretazione pessimista.

ottimismo-pessimismo

Come esseri umani, tutti siamo portati a darci una spiegazione di quello che ci succede; è il sistema cognitivo umano che ce lo impone. Naturalmente non esiste un unico modo di spiegare gli eventi e ogni persona ha una sua particolare maniera di attribuire cause e significati a ciò che gli accade.

Per ogni accadimento l’essere umano non può fare a meno di cercare e trovare una spiegazione, attribuendo così alla realtà significati che a loro volta indirizzano le sue scelte e danno forma ai suoi pensieri e alle sue emozioni.

Questo atteggiamento in psicologia è chiamato “stile esplicativo” o “stile interpretativo” ed è il modo in cui solitamente l’individuo spiega a se stesso gli eventi che gli accadono, esso ha pertanto un effetto immediato sulla qualità della vita di ciascuna persona.

Lo “stile esplicativo” si divide poi in ottimista o pessimista. Una prima differenza fra i due consiste nella sensazione che ha l’individuo di esercitare o meno un certo controllo su quanto gli accade.

Generalmente, chi pensa di esercitare un controllo sugli avvenimenti, chi ritiene di poter incanalare la propria vita in una direzione piuttosto che in un’altra, chi è convinto di ptoer raggiungere i propri obiettivi, è un ottimista.

Al contrario è un pessimista chi si lascia trascinare dagli eventi e subisce le relazioni con il prossimo pensando di non avere alcuna influenza sul corso di una esistenza governata capricciosamente dal destino.

Ovviamente non esistono solo due tipologie di stile esplicativo, ma diverse gradazioni che variano dall’ottimismo più estremo, fino al più disperato pessimismo, passando per una zona intermedia, dove si collocano le forme di “ottimismo logico” e di “prudente pessimismo”.

Il concetto di “stile esplicativo” è stato introdotto da Martin Seligman, psicologo statunitense fondatore della psicologia positiva.  Egli ha individuato tre dimensioni fondamentali che caratterizzano lo stile esplicativo:

PERMANENZA => fa riferimento al tempo , la persona può attribuire agli eventi cause durature o permanenti, oppure passeggere e modificabili.

Se l’evento negativo viene spiegato in modo permanente e durevole, in termini di sempre e mai, allora si ha uno stile pessimistico. Le persone con questo stile esplicativo, infatti, sono portate a credere con facilità che la causa dei loro fallimenti sia da ricercarsi in aspetti negativi della loro persona o nella mancanza di abilità che non riusciranno mai ad avere. A partire da questi presupposti è facile capire come questi individui giungano ad arrendersi più facilmente di altri di fronte alle difficoltà. Gli ottimisti, invece, di fronte alle avversità tendono a dare una spiegazione provvisoria e momentanea, interpretano gli eventi negativi come fatti passeggeri e di breve durata, aspettandosi presto tempi migliori. Le persone ottimiste, quelle che persistono nel cercare di raggiungere un obiettivo anche in presenza di errori o fallimenti, sono quelle che da un lato, credono di avere abilità e qualità personali che le porteranno prima o poi a raggiungere il risultato sperato e che, dall’altro, identificano come causa dei loro successi qualità e abilità che appartengono loro.

La situazione si inverte di fronte agli eventi positivi e lo stile di interpretazione è esattamente l’opposto: gli ottimisti pensano che i momenti felici siano dovuti a cause stabili e permanenti; viceversa i pessimisti vedono i fatti positivi come transitori, casuali, assolutamente instabili nel tempo, coscienti che quanto di buono accade loro si dissolverà presto fino ad amareggiarsi anche nei momenti migliori.

PERVASIVITA’ => fa riferimento allo spazio. Un evento può essere considerato circoscritto ad una situazione particolare, legato ad una situazione specifica, oppure generalizzato ad un ampio contesto.

Se la persona interpreta l’avversità come pervasiva, convincendosi che avrà un effetto dannoso in tutta la sua vita, allora il suo stile esplicativo è pessimistico. Proviamo a pensare a quelle persone che danno spiegazioni universali ai propri fallimenti ritenendo che l’insuccesso in un settore si diffonderà a tutte le altre aree della loro esistenza, finendo quindi per arrendersi su tutto e vedendo difficoltà anche dove non ce ne sono.

Chi viceversa riesce a delimitare il problema, a chiuderlo in un cassetto, riesce anche ad andare avanti, continuando ad ottenere soddisfazioni negli altri campi, si può definire un ottimista.

Anche per la pervasività gli stili esplicativi si ribaltano di fronte agli eventi positivi: il pessimista ritiene che siano causati da fattori specifici, mentre l’ottimista crede che essi siano generali e che si manifesteranno in ogni ambito.

PERSONALIZZAZIONE => riguarda come ci si percepisce. Quando si presenta un problema possiamo accusare noi stessi e credere di esserne la causa, oppure accusare altre persone e convincersi che fattori esterni abbiano dato luogo al problema.

Un alto grado di personalizzazione nell’interpretazione degli eventi negativi corrisponde ad un alto livello di pessimismo. Il pessimista considera se stesso una delle cause più importanti, se non la sola causa, dei suoi problemi, si colpevolizza quando le cose vanno male. Questo atteggiamento impedisce di vedere in che modo altri fattori hanno determinato quei problemi e inoltre fa crollare l’autostima.

All’opposto le persone che attribuiscono gli eventi negativi a fattori esterni, a patto che lo facciano con cognizione di causa e senza perdere di vista le proprie responsabilità, non perdono l’autostima e tenderanno ad essere più ottimiste.

Possiamo quindi dire che le origini dell’ottimismo e del pessimismo sono da far risalire ad un particolare modo di interpretare le cause degli eventi che ci accadono: in questo senso gli ottimisti da un lato, tendono ad interpretare gli insuccessi come occasionali, circoscritti e impersonali; dall’altro tendono ad interpretare i successi come personali, cioè dovuti alle loro qualità, generali e permanenti. I pessimisti, invece, fanno esattamente l’opposto.

Tuttavia possiamo anche dire che ottimisti o pessimisti non si nasce, ma lo si diventa . Infattin effetti, secondo Seligman, l’ottimismo può essere appreso e quindi, con sollievo di tutti i pessimisti, anche loro si possono sperare di diventare un giorno ottimisti… a patto che imparino una serie di abilità. Si tratta ta tratta di abilità che consentono alla persona di passare da uno stile esplicativo pessimista ad uno ttimista ottimista attraverso il dialogo con se stessa quando deve affrontare una sconfitta.

La prima è molto semplice: consiste nel distrarsi, nel focalizzare la propria attenzione su pensieri diversi da quelli legati alla propria credenza , cercando per quanto possibile di interrompere i pensieri negativi. In questo senso può essere utile, in presenza di pensieri pessimisti, visualizzare nella propria mente l’immagine di un grosso STOP rosso che contrasti i pensieri negativi.Come è possibile? Ci sono diverse strategie che possono essere utilizzate. Innanzitutto occorre riconoscere che, per spiegarsi un determinato evento negativo, si sta utilizzando uno stile esplicativo pessimista. Dopo aver raggiunto tale consapevolezza, è possibile adottare due strategie per trattare la credenza o spiegazione pessimista.

  • La seconda strategia al contrario, sebbene sia un po’ più difficile, è probabilmente più produttiva a lungo termine: consiste nel cercare di mettere in discussione le proprie credenze pessimiste . In questo caso la prima operazione da compiere è quella di prendere le distanze dalle credenze qualificandole appunto come credenze quindi come assunti che possono corrispondere o meno alla realtà . Per fare un esempio, solo perché si ha paura di non essere adatti ad un determinato impiego, non è detto che sia effettivamente così. In questo senso è opportuno innanzitutto, prendere le distanze da questa credenza, sospendendo il giudizio; in secondo luogo è necessario mettere tale credenza in discussione, così da stabilire se essa sia vera o meno .

Per fare ciò si possono seguire queste 4 modalità:

1.    Raccogliere prove che dimostrino la fondatezza o meno della credenza;

2.    Raccogliere spiegazioni alternative alla credenza. Ad esempio un insuccesso può essere spiegato in molti modi, non necessariamente con la credenza pessimista che abbiamo in mente

3.   Evitare di catastrofizzare. Anche se ci si dovesse accorgere che i fatti non sono sempre dalla nostra parte è importante, come si suol dire, non fare di tutta l’erba un fascio! e quindi circoscrivere l’insuccesso o la credenza ad un determinato ambito;

4.    Imparare dagli errori. In questo senso è importante saper imparare dall’esperienza e quindi utilizzare gli errori commessi come suggerimenti che possano esserci d’aiuto a migliorare la prestazione in futuro.

“Possiamo lamentarci perché i cespugli di rose

hanno le spine, o gioire perché i cespugli

spinosi hanno le rose.”

Abraham Lincoln