Sull’osare …. una storia

OSARE 6

 

 

“C’era una volta un uomo che stava scalando una montagna. Stava facendo una salita piuttosto complicata, in un luogo dove c’era stata un’abbondante nevicata.

Aveva passato la notte in un rifugio e, il mattino seguente, la neve aveva coperto tutta la montagna, il che rendeva la scalata ancora più difficile. Ma l’uomo non era voluto tornare indietro, cosicchè, in un modo o nell’atro, con fatica e coraggio, continuò ad arrampicarsi sempre più su, scalando questa altissima montagna.

Finchè, ad un certo punto, forse per un calcolo sbagliato, forse perché la situazione era davvero difficile, un gancio della sua corda di sicurezza cedette. L’alpinista scivolò e cominciò a cadere a picco a lato della montagna, sbattendo selvaggiamente contro le pietre in mezzo ad una valanga di neve.

Tutta la vita gli passò davanti agli occhi e, mentre inerme aspettava il peggio, sentì che una fune gli accarezzava il viso. Senza pensarci vi si aggrappò istintivamente. Forse la fune era rimasta appesa a qualche appiglio … Se era così, era possibile che reggesse e arrestasse la caduta.

Guardò in alto, ma era tutto coperto di neve che, tra l’altro, gli cadeva addosso. Ogni secondo sembrava un secolo in questa discesa accelerata e interminabile. All’improvviso, la corda si fermò con uno strattone e resistette. L’alpinista non riusciva a vedere nulla, ma sapeva che, per il momento era salvo. La neve cadeva intensamente e lui stava lì, inchiodato alla fune, sentendo moltissimo freddo ma appeso a quel pezzo di lino che gli aveva impedito di morire schiantandosi sul fondo della valle tra le montagne.

Cercò di guardarsi intorno, ma non c’era verso, non si vedeva niente. Gridò due o tre volte, ma si rese conto che nessuno poteva sentirlo. La sua possibilità di salvarsi era molto remota: anche se avessero notato la sua assenza, nessuno avrebbe potuto cercarlo prima che avesse smesso di nevicare e, anche allora, come avrebbero fatto a sapere che l’alpinista era appeso in qualche punto del burrone.

Però se non avesse fatto subito qualcosa, sarebbe stata la fine.

Ma che fare?

Pensò di arrampicarsi lungo la corda per cercare di raggiungere il rifugio ma si rese immediatamente conto che era impossibile. All’improvviso sentì la voce. Una voce dentro di sé che gli diceva: “Salta”. Forse era la voce della sua saggezza interiore, forse di qualche spirito maligno, forse un ‘allucinazione … E sentì che la voce insisteva: “Salta … salta ..” .

Pensò che saltare significasse morire sul colpo. Pensò alla tentazione di scegliere la morte per smettere di soffrire.

E per tutta risposta la voce si ostinò con ancora più forza: “Salta, non soffrire più, questo è un dolore inutile, salta!”. E, di nuovo ebbe l’impulso di aggrapparsi ancora più forte, mentre si diceva coscientemente che la voce che lo incitava a saltare, senza dubbio non poteva essere quella che gli aveva salvato la vita.

La lotta continuò per ore, ma l’alpinista rimase aggrappato a quella che pensava fosse la sua unica possibilità.

La leggenda racconta che, il mattino seguente, la pattuglia di ricerca e salvataggio trovò lo scalatore quasi morto. Gli restava appena un soffio di vita. Qualche minuto in più e l’alpinista sarebbe morto congelato, paradossalmente aggrappato alla sua corda ….. a meno di un metro da terra …. “

Jorge Bucay

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A volte dunque non saltare può condurci alla morte. In alcune occasioni la nostra vita è legata a quel salto, al lasciare andare le cose alle quali ci aggrappiamo fortemente, credendo che possederle sia ciò che continuerà a salvarci dalla caduta.

Tutti tendiamo ad aggrapparci alle idee, alle persone, alle esperienze vissute, ai legami, agli spazi fisici, ai luoghi conosciuti senza osare l’ignoto.

Troppo spesso, anche se intuitivamente ci rendiamo conto che aggrapparci non ci porterà a nulla, continuiamo a restare ancorati a quello che non ci serve o non c’è più, fuggendo dalle fantasiose conseguenze che immaginiamo accadranno se ci permettiamo di lasciarlo andare.

Vivere attivamente è permettere che le cose cessino di essere per far posto a cose nuove, è smettere di aggrapparsi al passato per paura dell’ignoto. Diventare adulto implica sempre perdere qualcosa, anche se fosse solo uno spazio immaginario. Crescere implica abbandonare una realtà precedente, anche se ci sembra più sicura, più protetta e quindi più prevedibile.

Continuare a rimanere aggrappati al passato è rimanere centrato su quello che ho perché non ho il coraggio di vivere quello che succede.

Imparare ad elaborare una perdita significa andare verso il nuovo, passare dal conosciuto allo sconosciuto per continuare a crescere …..

“Ciò che non abbiamo osato, abbiamo certamente perduto” Oscar Wilde

Rotta e felicità …. una storia

barca in mare aperto

“Un signore salpa dal porto con la sua piccola barca a vela per navigare un paio di ore. All’improvviso lo sorprende una forte tormenta che lo porta al largo senza alcun controllo. Nel bel mezzo del temporale, l’uomo non vede dove si dirige la barca, intuisce solo che deve ammainare le vele, gettare l’ancora e rifugiarsi nella sua cabina finchè la tormenta non si sarà placata un po’.

Quando il vento si calma, l’uomo esce dal suo rifugio e ispeziona il veliero da prua a poppa. L’imbarcazione è tutta intera: non si è bucata da nessuna parte, il motore si accende, le vele sono intatte, l’acqua potabile non si è rovesciata e il timone funziona come fosse nuovo.

Il marinaio sorride e alza lo sguardo con l’intenzione di iniziare il ritorno verso il porto, ma l’unica cosa che vede da ogni lato è il mare. Si rende conto che la tormenta lo ha portato lontano dalla costa e si è perso.

Senza strumenti per orientarsi né radio per comunicare, si spaventa e , come accade ad alcune persone nelle situazioni disperate si ricorda di essere credente. E allora, mentre piange, si lamenta ad alta voce, dicendo:” Mi sono perso, mi sono perso…. Dio mio, aiutami, mi sono perso …”

In quel momento, anche se sembra inverosimile, accade un miracolo. Il cielo si apre, un cerchio diafano appare fra le nubi, un raggio di sole illumina la barca – come nei film . e si sente una voce profonda (Dio?) che dice: “Che ti succede?”.

L’uomo si inginocchia dinanzi al miracolo e implora: “Mi sono perso, mi sono perso, illuminami, Signore. Dove sono, Signore? Dove sono? …”

In quel momento la voce rispondendo alla disperata preghiera dice: “Sei a trentotto gradi di latitudine sud, ventinove gradi di longitudine est.”

“Grazie, Signore, grazie …” dice l’uomo rivolgendosi al divino. Il cielo comincia a chiudersi.

L’uomo, dopo una pausa di silenzio, si alza e continua il suo lavoro, piangendo di nuovo: “Mi sono perso, mi sono perso …”. Si era appena reso conto che sapere dove ci si trovava non è sufficiente per ritrovare la strada.

Il cielo si apre per la seconda volta: “Che ti succede adesso?”. Domanda la voce.

“Il fatto è che, in realtà, non mi basta sapere dove sono, quello che vorrei sapere è dove devo andare, quale è la mia meta”.

“Bene” risponde la voce “questo è facile, devi tornare a Buenos Aires”.

E mentre il cielo comincia a chiudersi di nuovo, l’uomo protesta: “No, no … Mi sono perso, Dio mio, mi sono perso, sono disperato…!”

Il cielo si apre per la terza volta: “E adesso che succede?!”

“No … E’ che io, anche sapendo dove sono e dove vado, continuo a sentirmi perso come prima, perché in realtà non so dove si trova il luogo che devo raggiungere”.

La voce risponde:” Buenos Aires è a trentotto gradi …”

“No, no, no!” interrompe l’uomo. “Mi sono perso, mi sono perso … Dio mio aiutami … Mi rendo conto che non basta sapere dove sono e dove devo andare. Ciò di cui ho bisogno è sapere quale è la strada per andare da qui a lì … La strada, per favore, Signore, mostrami la strada …”

E continua a piangere. In quel preciso istante, cade dal cielo una pergamena legata con un fiocco. L’uomo scioglie il fiocco e vede che si tratta di una carta geografica. In basso a sinistra un puntino rosso che si accende e si spegne dice: “Voi siete qui”. In basso a destra, su un puntino azzurro si legge: “Buenos Aires”. E la mappa indica la strada con un colore fucsia fluorescente, ovviamente è il percorso da seguire per arrivare a destinazione. L’uomo alla fine si rallegra. Si inginocchia un’altra volta, e dice: “Grazie, Dio mio …”.

Il nostro improvvisato e sfortunato eroe guarda la mappa, accende il motore, alza le vele, guarda all’orizzonte in tutte le direzioni e dopo un po’ dice: “Mi sono perso, mi sono perso!”.

Certo, ha ragione a continuare a sentirsi perso.

Dovunque guardi, vede solo acqua e tutte le informazioni messe insieme non gli servono nulla.

L’uomo è cosciente di dove si trova, sa quale è la meta, conosce la strada che unisce quel luogo al punto finale ma non sa da dove cominciare il viaggio.

Per ritrovare la strada ha bisogno di sapere la direzione. Gli manca di sapere verso dove deve andare….”

Come fanno i marinai a stabilire la rotta? Usano la bussola. Perché senza, anche se si conosce a memoria il viaggio e la strada verso il porto d’arrivo non si sa in che direzione cominciare la marcia. Soprattutto dopo una tormenta, quando scompare ogni possibile riferimento.

In effetti, una cosa è la meta, un’altra il percorso e un’altra ancora la rotta. La prima è il punto d’arrivo, la seconda è la strada che bisogna seguire, la terza è la direzione.

Solo comprendendo la differenza tra la rotta e la meta, ci si può rendere conto dell’importanza della domanda alla quale è bene rispondere: “Verso dove vado???”.

Solo trovando questa risposta possiamo riscoprire la strada da percorrere. Solo con questa certezza possiamo sentirci realizzati, smettere di tremare ed essere felici!!!!

Accettare quello che è accaduto in passato

diamante graffiato

Un principe possedeva un enorme diamante di cui andava fierissimo. Questa pietra preziosa era costruita in una teca protetta.

Un giorno il principe chiese ad un suo servo di portargli il diamante, perché desidera ammirarlo più da vicino. Prendendolo tra le mani, quale non fu il suo stupore nello scoprire un enorme graffio sulla parte del diamante che di solito non vedeva!

Il principe divenne molto infelice; non riusciva a smettere di pensare a quella pietra preziosa e al difetto di cui non era stato consapevole. Decise di radunare il consiglio e di esporre il problema.

Alcuni consiglieri volevano avviare una grande indagine per trovare i colpevoli, quelli che avevano rigato il diamante. Altri intendevano creare una commissione scientifica per cercare di capire cosa potesse essere più duro del diamante e graffiarlo. Altri ancora suggerivano di rimettere il diamante nella teca e cercare di dimenticare che avesse un lato imperfetto.

Il consigliere più anziano e più saggio prese la parola: “Vostra maestà, credo che la soluzione migliore consista nell’utilizzare questo difetto nel diamante per farne qualcosa che ne aumenti il valore”.

Tutti i consiglieri si misero a ridere di questa proposta, che giudicavano stramba. Il principe fece loro segno di tacere e si rivolse all’anziano: “E come pensi si possa fare?”.

“Vostra maestà, conosco un orafo incredibilmente dotato che abita nei dintorni. Potremmo farlo venire”. “E sia – disse il principe – lo si vada a chiamare”.

Si vide allora arrivare un artigiano vestito con semplicità, dallo sguardo caloroso e dal  sicuro. Quando gli fu presentato il problema, rispose che poteva fare qualcosa. Il principe non si sentiva molto rassicurato, ma ripose fiducia nell’orafo.

Tre giorni dopo, l’artigiano andò dal principe reggendo su un vassoio coperto di velluto il diamante, che scintillava di mille luci. Dal graffio l’uomo aveva ricavato lo stelo di una splendida rosa che aveva inciso nel diamante; era riuscito a creare il fiore in modo tale da aumentare la bellezza e lo splendore del diamante.

Il principe era meravigliato. Ricompensò l’orefice e ordinò di riporre nuovamente il diamante nella teca, con il lato inciso in evidenza, per poterlo ammirare. Non c’era più nulla da nascondere, il graffio “della vergogna” era diventato il supporto di una splendida rosa…

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Questa metafora riassume bene quanto può succedere quando accettiamo quello che è stato in passato.

Alcuni, come i consiglieri del principe, vogliono trovare i colpevoli, smascherarli, punirli … farlo tuttavia non cambia ciò che è.

Altri vogliono capire il perché, perché io, da dove deriva? Si arriva a risalire nel tempo, magari per trovare l’origine del problema alcune generazioni prima. Questo non cambia ciò che è.

Infine, come i consiglieri del principe, un gran numero di persone preferisce “dimenticare”: è passato, è finito, non parliamone più. Neanche questo cambia ciò che è. Tutte queste strategie seguitano ad alimentare una sofferenza non accettata.

L’unica via che permette di andare verso la serenità consiste nel confrontarsi con il proprio dolore, i rimpianti, il rancore, l’odio, la paura, accettarne l’esistenza e il fatto che spesso abbiano buoni motivi per esistere,

E’ poi necessario esprimerli, parlandone a qualcuno (un percorso di Counseling può aiutarti a fare questo), mettendoli per iscritto, disegnandoli, dipingendoli, scolpendoli, interpretandoli, cantandoli … insomma, dando loro una forma al di fuori di noi.

Occorre poi guardarli in faccia, considerarli come materiale da costruzione e cercare di capire cosa farne.

Una volta trovato il modo di procedere a questa sublime alchimia che consiste nel trasformare la sofferenza in compassione, il dolore del passato può essere accettato pienamente e la nostra vita essere finalmente vissuta per intero ….

Abbattere i muri …..

abbattere muri

Cominciamo con una metafora …

Immaginate di esservi trovati nel bel mezzo di un campo aperto sul quale splendeva sempre il sole. Era un luogo bellissimo di gran luce ed apertura. Era talmente bello che avete deciso di viverci.

Quindi avete comprato il terreno e avete cominciato a progettare e a costruire la casa dei vostri sogni.

Avete gettato solide fondamenta, avete costruito la casa servendovi di blocchi di cemento per non avere problemi di decadimento ed infiltrazioni.

Avete costruito ampie finestre ed un tetto sporgente. Dopo aver installato le finestre vi siete resi conto che entrava parecchio calore ; quindi avete installato delle persiane di protezione che potevano anche essere chiuse a chiave per motivi di sicurezza.

Si trattava di una casa molto ampia capace di immagazzinare provviste sufficienti a garantire una completa autosufficienza. Avete perfino costruito un’ala separata per una persona tranquilla di vostra conoscenza che avrebbe tenuto in ordine la casa e vi avrebbe lasciato liberi di vivere in solitudine. E di solitudine si sarebbe trattato, poiché la vostra romantica ricerca includeva l’impegno a fare meno del telefono, radio, televisione o connessione Internet.

La vostra casa era finalmente finita e voi eravate molto entusiasti di viverci. Amavate il senso di apertura del campo e tutta la luce e la bellezza della natura. Ma più di ogni latra cosa, eravate innamorati della casa. Avevate riversato tutto il cuore e l’anima in ogni aspetto della sua progettazione , e si vedeva: esprimeva realmente “voi”. Infatti con il passare dei giorni avete finito per passare sempre più tempo in casa.

Poi vi siete resi conto che con le persiane e le porte ben sprangate, la casa aveva cominciato a prendere l’aspetto di una fortezza. E questo non presentava alcun problema per voi … anzi!

Quindi, poco a poco vi siete abituati a vivere in sicurezza all’interno dei confini della casa. Vi siete dedicati felicemente alle vostre attività di lettura e scrittura, tutto quello che avevate sempre voluto. In realtà la vostra vita lì era proprio comoda perché l’ambiente era completamente climatizzato e un moderno sistema di illuminazione vi procurava tanta luce quasi come quella del sole.

Trovavate la vostra casa talmente confortevole, gradevole e sicura che avete smesso del tutto di pensare al mondo esterno. Dopo tutto, l’interno risultava familiare, prevedibile e assolutamente controllabile. L’esterno invece era sconosciuto, imprevedibile e completamente fuori dal vostro controllo.

Tuttavia poiché non spegnevate mai le luci, ad un certo punto le lampadine , sfinite dall’usura, hanno cominciato a fulminarsi. Ed è stato allora che vi siete accorti del problema : nessuno vi aveva lasciato in dotazione delle lampadine di scorta.

Da quel momento in poi la sola luce che avevate a disposizione proveniva dalle poche candele che avevate tenuto per le emergenze. Ma ce n’erano molto poche, quindi le risparmiavate con cura. Poiché per indole amavate la luce, questo vi riusciva molto difficile; ma non abbastanza da costringervi a superare le paure che avevate sviluppato riguardo al lasciare la sicurezza rappresentata dalla vostra casa.

Alla fine, lo stress di vivere in quella oscurità ha finito per ripercuotersi sulla vostra salute fisica e mentale.

Avete cominciato a preoccuparvi molto di tenere la casa illuminata. La sola luce di cui eravate a conoscenza , visto che la memoria del meraviglioso campo di grano inondato di sole ha cominciato via via a svanire dalla vostra mente, era quella che creavate nell’oscurità grazie alle vostre preziose candele. Eravate tagliati fuori da tutto e il solo conforto che avevate era il senso di protezione che vi garantiva la vostra casa.

Poi un giorno la governante, che condivideva con voi il bisogno di restare nell’ambiente sicuro della casa, vi ha chiamati giù in cantina. Siete rimasti senza parole davanti a ciò che avete visto: era stata trovata una intera riserva di torce elettriche, che potevano essere accese semplicemente agitandole.

Vi siete messi all’opera entrambi cercando di creare luce, bellezza e felicità all’interno dei confini della vostra casa. Avete addobbato ogni stanza facendo in modo che la luce continuasse a risplendere finchè non era tempo di andare a dormire.

Avete ricominciato a leggere e a scrivere, tutte attività che nel buio avevate abbandonato e sembrava fosse ritornato il paradiso.

Un giorno vi è capitato di trovare un libro nella vostra biblioteca. Ha suscitato il vostro interesse perché parlava della luce naturale che esiste all’esterno, il cui ricordo era scomparso dalla vostra mente. Parlava perfino di immergersi in quella luce. Ma si riferiva a molta più luce di quanta riusciste mai a immaginare, senza che qualcuno dovesse far nulla per crearla. Questo vi ha confuso. Dopo tutto, la sola luce di cui eravate a conoscenza era quella artificiale, prodotta dalle candele e dalle torce elettriche. Tutta la luce che eravate in grado di sperimentare si limitava a quanta riuscivate a crearne all’interno della casa. Ci avevate talmente a lungo che tutte le vostre speranze, i vostri sogni, la vostra filosofia e le credenze che avevate si fondavano sul fatto di trovarvi all’interno di quella casa buia.

Continuando la lettura di quel libro avete rintracciato la descrizione di una luce autonoma che risplendeva ovunque, che cadeva su tutto con costanza. Sebbene non aveste alcun punto di riferimento per comprenderlo, questo toccava qualcosa di profondo in voi.

Il libro poi affrontava il tema di uscire all’esterno, cioè di andare oltre le pareti del mondo che vi siete creati. In effetti, il libro affermava che, sebbene proviate attaccamento verso il mondo che avete creato per evitare l’oscurità e ne siate invaghiti, non conoscerete mai l’abbondanza della luce naturale che si trova oltre i confini della vostra casa…..

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Come è possibile uscire all’esterno?

L’allegoria sopra descritta di vivere all’interno di questa casa illustra come spesso ci imprigioniamo dentro i nostri pensieri e le nostre emozioni.

La nostra casa sono tutte le nostre esperienze passate, tutti i nostri pensieri, ogni concetto, punto di vista, opinione, credenza, speranza e sogno che abbiamo raccolto intorno a noi.

Abbiamo intessuto tutto questo facendone il mondo concettuale in cui viviamo. Questa struttura mentale blocca completamente qualunque luce naturale . Abbiamo i muri di pensiero tanto spessi e chiusi da far sì che all’interno di quella struttura non ci sia niente altro che buio.

Siamo talmente tanto assorbiti dal prestare attenzione ai nostri pensieri da non superare mai i confini che ci creiamo.

Quando ci avviciniamo alle nostre zone di confine mentale, provando a far fluire l’emozione abbiamo la sensazione di dirigerci verso un abisso, una oscurità profonda.

Tuttavia se proviamo a considerare il muro non come qualcosa che ci protegge ma come qualcosa che impedisce l’ingresso alla luce, vorremo andare lì e toglierlo di mezzo. E’ necessario oltrepassare queste mura per tornare a vedere il sole.

In realtà, se ci pensiamo bene, non è  poi così difficile. Più volte, ogni giorno, il flusso naturale della vita si scontra con le mura che abbiamo eretto e cerca di abbatterle. Ma noi continuiamo a difenderle. Se avviene qualcosa che pone una sfida alle mura della nostra psiche, diventiamo estremamente difensivi.

Abbiamo costruito un concetto di noi stessi, ci siamo calati dentro e ora difendiamo quella dimora con tutto quello che abbiamo a disposizione.

Ma se riflettiamo, cosa crea quella dimora interiore, se non le mura dei nostri pensieri, credenze, rimuginii? Pensieri ed emozioni spesso legate a situazioni che non esistono più; ma persistono al nostro interno e formano le mura entro cui viviamo.

E se qualcosa dall’esterno penetra dentro cercando di aprire una falla , ecco che paura e agitazione si impadroniscono di noi , mettendoci sottosopra poiché sfida l’edificio di pensieri in cui viviamo. Allora, per mettere le cose a posto cominciamo a fare le nostre razionalizzazioni che diventano toppe per quella falla e ritorniamo dietro le nostre barricate.

Proprio come quella persona, nella metafora, che piena di paura si è asserragliata nella casa buia in mezzo ad un campo illuminato dal sole, e che poi ha lottato per creare un po’ di luce, anche noi lavoriamo sodo per costruire entro i confini delle nostre muraglie un mondo migliore del nostro buio interiore. Decoriamo le pareti con i ricordi delle nostre esperienze passate e con i nostri sogni per il futuro. Ma, proprio come l’abitante della casa che era potenzialmente in grado di lasciare il suo mondo, auto-edificato e artificiale per uscire nella bellezza della luce naturale, anche noi possiamo uscire dalla nostra casa di pensieri in un mondo senza limiti.

La nostra consapevolezza si può espandere fino ad inglobare la vastità dello spazio … la vera liberazione si trova semplicemente dall’altro lato delle nostre mura. Possiamo uscire fuori lasciando semplicemente che sia la nostra vita quotidiana a smantellare le mura di cui ci circondiamo. Possiamo farlo anche solo evitando di fornire sostegno, manutenzione e difese alla nostra fortezza.

Immaginiamo che siano le mura a crollare aprendo davanti a noi un paesaggio di luce , dove finalmente ESSERE , lasciando che le emozioni tracimino per poi imparare a scorrere fluide nel loro letto come un fiume che trova da solo la strada verso il mare …..

Identità in viaggio ….

valigia viaggio

Le cose migliori della vita ( spesso anche le peggiori) hanno alle spalle un lunghissimo viaggio.

Un viaggio di geni (incroci casuali e imprevisti, selezioni ..) o un viaggio personale (esperienze buone o cattive, traumi, gioie, lutti, nascite ..)

Per questa ragione quando incontriamo qualcuno che ha vissuto e imparato, ci troviamo di fronte a un universo così complesso e insondabile che è necessario creare con esso molti punti e istituire linguaggi appositi.

Anche senza accorgercene, ci apprestiamo allora a “imparare” l’altro, attraverso identificazioni sempre precarie e a rischio di errore. Al tempo stesso, possiamo aspettarci che gli altri facciano altrettanto con noi, che ci “comprendano”, talvolta anche senza dover faticare molto a spiegarci, quasi se fossimo sempre in attesa della ripetizione di quel miracolo della vita che è stata la comprensione materna, quando eravamo troppo piccoli per poter spiegare verbalmente le nostre emozioni.

In questo processo appassionato e mai concluso, ci capita di trovare affinità che ci scaldano il cuore, ci fanno “riconoscere” nell’esperienza, nelle parole e nei gesti della persona con cui siamo in relazione e alimentano la voglia di continuare ad approfondire la conoscenza, di andare avanti rispecchiandoci e potenziando quel senso di unione che talvolta cementa, anche da lontano o virtualmente, le vite degli esseri umani.

Se guardiamo la vita con occhi disincantati, possiamo accorgerci che si vive tutti insieme, ma in mondi diversi e non comunicanti. Se, per esempio, dovessimo fermare la nostra macchina e invitare il nostro vicino di “coda” a raccontarci la sua giornata, le sue aspettative, i suoi problemi, la sua famiglia, i suoi affari e piaceri, le sue speranze e desideri, potremmo anche scoprire un mondo del tutto diverso dal nostro. Così diverso da generare emozioni come l’invidia o il rifiuto, l’indifferenza o l’ammirazione.

Eppure siamo lì, portiera a portiera, nella stessa strada intasata, nella stessa città e forse compreremo il giornale nella stessa edicola, il pane dallo stesso panettiere e il caffè nello stesso bar.

La fatica e lo sconcerto che derivano dal toccare da vicino questi mondi diversi ci colgono talvolta impreparati, perché ci obbligano a vedere cose mai viste, a fare uno sforzo troppo grande per accettare come buono e possibile, sensato e forse augurabile quello che non ci appartiene per nascita, educazione e crescita.

Nonostante ci, in questo sforzo sta il segreto di una delle grandi spinte dell’umanità verso il futuro e di ogni singola persona verso il compimento del suo destino: l’allargamento della visione della vita e della potenza del pensiero e degli affetti.

In qualche modo, possiamo dire di essere predisposti ad allargare la visione, mischiarci con altro da noi, creare una mente sempre più ampia a capace di vedere contesti complessi, perché se così non fosse non avremmo potuto in alcun modo crescere e affrancarci dal piccolo mondo dell’infanzia.

Al tempo stesso, siamo predisposti a conservare quello che abbiamo appreso e renderlo un ingrediente del nostro contesto e delle difese con le quali circondiamo le mura della nostra città.

Potremmo pensare, con molta fantasia, al nostro essere come una sorta di “minestrone” che ha ingredienti base dati dal nostro albero genealogico e dalle esperienze originarie nella famiglia. Questi ingredienti verranno modificati dall’incontro con la vita: si arricchiranno e così si modificheranno anche le loro proporzioni interne.

L’aggiunta di un ingrediente al minestrone non lo cambia radicalmente, ma ne modifica il gusto, a volte in modo sostanziale. I cambiamenti sono variazioni del minestrone, nelle quali ciò che siamo stati si arricchisce di quello che abbiamo imparato ed accettato. Le esperienze traumatiche gravi, se non superate, tendono a fissa in modo stereotipato il gusto, riducendo il dosaggio di molti ingredienti e amplificando quello di pochi, quelle evolutive a renderlo più ricco e raffinato.

Ogni evoluzione del nostro minestrone ci rende più potenti e aperti verso la vita e più in grado di riconoscere gli altri.

Questo diviene possibile un po’ perché troviamo in noi sessi molte tracce dei loro “ingredienti”, un po’ perché siamo meno preoccupati rispetto all’idea che qualcosa di nuovo ci rovesci come un calzino, un po’ perché abbiamo accresciuto la curiosità di sperimentare nuove combinazioni e aumentato di molto la nostra creatività.

liberamente tratto da:

S.Gastaldi – “La terapia degli affetti” – Ed.FrancoAngeli

Una storia …

SENTIERO

“Metà di ciò che dico è insensato,

ma lo dico perché l’altra metà possa raggiungerti…” (Gibran)

Non possiamo modificare il passato: possiamo invece modificare la valutazione del passato e le emozioni con cui accettiamo, neghiamo o dimentichiamo eventi ormai trascorsi……

Se dunque vogliamo procedere verso una vita ricca e diventare autonomi è necessario vivere l’attimo, traendo da esso tutto ciò che può renderci migliori e liberarci dal peso del passato, per guardare con fiducia al nostro futuro……

Due monaci erano in pellegrinaggio, avevano già camminato molte miglia evitando dove potevano la società; appartenevano ad un ordine particolare di monaci che proibiva di parlare o toccare donne. Non volendo offendere nessuno, si mantenevano fuori mano e vivevano lontani.

Ci fu la stagione delle piogge e stavano attraversando una larga pianura, sperando che il fiume che dovevano attraversare non fosse impraticabile.

Da lontano videro che il fiume aveva rotto gli argini, ciononostante i due monaci speravano che il traghettatore sarebbe stato in grado di portarli al di là del fiume con la sua barca, ma avvicinandosi al punto di attracco non videro segno del traghettatore.

La barca sembrava fosse stata spazzata via dalla corrente e l’uomo del traghetto era restato a casa.

C’era invece una donna vestita con abiti eleganti ed un ombrello, che implorò i monaci di aiutarla a passare poiché aveva una cosa urgente da fare e il fiume, sebbene largo, non era profondo.

Il monaco giovane la ignorò e guardò lontano, il più vecchio non disse niente ma la portò sulle spalle fino all’altra riva.

Per la successiva ora di viaggio, attraverso fitti e intricati boschi, il monaco più giovane ignorò il più anziano condannando la sua azione, accusandolo di tradire l’ordine e le sue regole. Si chiedeva: come ha potuto? Cosa stava pensando? Cosa gli ha dato il diritto di farlo?

In maniera fortuita i monaci entrarono in una spianata, e il monaco anziano si fermò e guardò dritto negli occhi del più giovane, ci fu un lungo momento di silenzio.

Alla fine in tono dolce, con occhi lucidi e gentili, il monaco più vecchio, semplicemente disse:” Fratello mio, io ho messo giù quella donna un ‘ora fa. Tu la stai portando ancora”.

La carrozza … una metafora

carrozza

Squilla il telefono. E’ per me. Attendo qualche istante, poi una voce familiare mi dice:”Ciao, sono. Vieni fuori, ho una sorpresa per te”.

Tutta contenta, mi dirigo verso il marciapiede e subito vedo il mio regalo: è una carrozza  bellissima posteggiata proprio di fronte al portone di casa.

 E’ in legno lucido con le maniglie di bronzo e le lampade di ceramica bianca, è raffinata, elegante, molto chic.

Apro la portiera e salgo. All’interno il grande sedile di velluto a coste bordeaux e le tendine di pizzo bianco le danno un tocco aristocratico.

Mi siedo e mi rendo conto che è stata progettata su misura per me: hanno calcolato la lunghezza delle gambe, l’ampiezza del sedile, l’altezza del tetto… E’ molto comoda, ma c’è posto solamente per una persona.

Guardando fuori dal finestrino ammiro il “paesaggio”: da un lato, la facciata di casa mia; dall’altro la casa del vicino. Poi esclamo:” Che regalo meraviglioso! .. Che bello! … Quanto mi piace! ..” E rimango così a godermi questa piacevole sensazione. Il panorama però è sempre lo stesso e dopo un po’ comincio ad annoiarmi. Allora mi chiedo: “Per quanto tempo si può guardare sempre la stessa cosa?” E inizio a convincermi che il dono che mi hanno fatto non serve proprio a nulla.

Mentre mi lamento a voce alta passa il mio vicino che osserva: “ Non ti sei accorta che a questa carrozza manca qualcosa?” Lo guardo con una faccia interrogativa e controllo i tappetini e la tappezzeria.

“Mancano i cavalli”, dice prima ancora che glielo domandi

Ora capisco perché mi sembrava tutto così noioso…

“Certo” gli rispondo.

Vado alla stalla vicino alla stazione e mi procuro due cavalli giovani, forti e briosi. Li attacco alla carrozza, salgo di nuovo e con tutta me stessa grido: “Iaaaaa!!”.

Il paesaggio è straordinario, cambia e mi sorprende in continuazione.

Dopo un po’ però la carrozza comincia a vibrare e vedo che su un fianco si sta aprendo una crepa.

E’ colpa dei cavalli, non ho nessun controllo su di loro: mi trascinano dove vogliono, mi conducono per strade terribili, prendono tutte le buche, salgono sui marciapiedi e mi porta no in quartieri pericolosi.

All’inizio mi sembra un’avventura divertente, ma adesso capisco di essere in pericolo e, anche se son che non serve a nulla, comincio a spaventarmi.

Ad un tratto vedo passare il mio vicino e gli urlo: “Guarda cosa hai fatto!”.

Mi risponde gridando: “Ti manca il cocchiere!”.

Con grande difficoltà e grazie al suo aiuto, riesco a fermare i cavalli e decido di assumere un vetturino.

Oggi è il mio giorno fortunato, ne incontro subito uno. E’ un signore dall’aria circospetta e formale, dall’espressione seria e molto intelligente e nel giro di pochi giorni prende servizio.

Adesso mi sembra di essere pronta per godermi veramente il regalo che mi è stato fatto.

Salgo, mi accomodo, poi mi affaccio e dico al cocchiere dove voglio andare.

Lui ha la situazione sotto controllo: stabilisce la velocità adeguata e sceglie il percorso migliore.

Io seduta in carrozza… mi godo il viaggio….

Jorge Bucay

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per scoprire l’arcano di questa metafora ….. aspetta il prossimo post

Carote, uova, caffè ….una metafora

carota uova caffè

 

Una figlia si lamentava con suo padre circa la sua vita e di come le cose le risultavano tanto difficili.

Non sapeva come fare per proseguire e credeva di darsi per vinta. Era stanca di lottare.

Sembrava che quando risolveva un problema, ne apparisse un altro.

Suo padre uno chef di cucina,la portò al suo posto di lavoro. Lì, riempì tre pentole con acqua e le pose sul fuoco.

Quando l’acqua nelle tre pentole iniziò a bollire, in una collocò alcune carote, in un’altra collocò delle uova e nell’ultima collocò dei grani di caffè. Lasciò bollire l’acqua senza dire parola.

La figlia aspettò impazientemente, domandandosi cosa stesse facendo il padre….

Dopo venti minuti il padre spense il fuoco. Tirò fuori le carote e le collocò in un piatto.
Tirò fuori le uova e le collocò in un altro piatto. Finalmente, colò il caffè e lo mise in una scodella. Guardando sua figlia le disse: “Cara figlia mia, carote, uova o caffè?”

La fece avvicinare e le chiese che toccasse le carote, ella lo fece e notò che erano soffici; dopo le chiese di prendere un uovo e di romperlo mentre lo tirava fuori dal guscio, osservò l’uovo sodo. Dopo le chiese che provasse a bere il caffè, ella sorrise mentre godeva del suo ricco aroma.

Umilmente la figlia domandò: “Cosa significa questo, padre?”. Egli le spiegò che i tre elementi avevano affrontato la stessa avversità, “l’acqua bollente”, ma avevano reagito in maniera differente.

La carota arrivò all’acqua forte, dura, superba; ma dopo essere passata per l’acqua, bollendo era diventata debole, facile da disfare.

L’uovo era arrivato all’acqua fragile, il suo guscio fine proteggeva il suo interno molle, ma dopo essere stato in acqua, bollendo, il suo interno si era indurito.

Invece, i grani di caffè, erano unici: dopo essere stati in acqua, bollendo, avevano cambiato l’acqua.

“Quale sei tu figlia?” le disse. “Quando l’avversità suona alla tua porta, come rispondi?”.

“Sei una carota che sembra forte ma quando i problemi ed il dolore ti toccano, diventi debole e perdi la tua forza?”.

“Sei un uovo che comincia con un cuore malleabile e buono di spirito, ma che dopo una morte, una separazione, un licenziamento, un ostacolo durante il tragitto, diventa duro e rigido? Esternamente ti vedi uguale, ma dentro sei amareggiata ed aspra con uno spirito ed un cuore indurito?”

“O sei come un grano di caffè? Il caffè cambia l’acqua, l’elemento che gli causa dolore. Quando l’acqua arriva al punto di ebollizione il caffè raggiunge il suo migliore sapore.”

“Se sei come il grano di caffè, quando le cose si mettono peggio, tu reagisci in forma positiva, senza lasciarti vincere, e fai si che le cose che ti succedono migliorino, che esista sempre una luce che, davanti all’avversità, illumini la tua strada e quella della gente che ti circonda”.

Per questo motivo non mancare mai di diffondere con la tua forza e la tua positività il “dolce aroma del caffè”.

 

Barbara Berger

 

La parabola del Ranocchio …

ranocchi

C’era una volta una gara di ranocchi. L’obiettivo era arrivare in cima ad una torre. Si radunò molta gente per vedere e fare il tifo per loro. Cominciò la gara. In realtà, la gente probabilmente non credeva possibile che i ranocchi raggiungessero la cima e tutto quello che si ascoltava erano frasi del tipo “Che pena! Non ce la faranno mai”.

I ranocchi cominciarono a desistere, tranne uno che continuava a cercare di raggiungere la cima. La gente continuava: “Che pena! Non ce la faranno mai!”.

E i ranocchi si stavano dando per vinti tranne il solito ranocchio testardo che continuava ad insistere. Alla fine tutti desistettero tranne quel ranocchio che, solo e con grande sforzo, raggiunse alla fine la cima.

Gli altri volevano sapere come avesse fatto. Uno degli altri ranocchi si avvicinò per chiedergli come avesse fatto a concludere la prova.

E scoprirono che …. era sordo!

Riassumendo: sii sempre sordo quando qualcuno ti dice che non puoi….