La fame dell’altro

mani unite 2

“Là siamo stati,

ma non so dire dove..”

Thomas S.Eliot

Continuando il viaggio nella terra dell’innamoramento arriviamo alla tappa dell’esaltante incontro tra i corpi.

Quando si ama si patisce la fame. La fame è fame dell’altro, è desiderio, passione pura. La fame degli inizi è devastante, atavica, è una fame primordiale, che si fa sentire violentemente e chiede continuamente di essere saziata :”ti mangio di baci”. Si dice:”sentire i morsi del desiderio”, così come “sentire i morsi della fame”. Si parla di sesso e d’amore come si parla di cibo. Si vuole magiare l’altro, sempre.

Mangiare e fare l’amore sono parenti stretti, per molti motivi. Condividere il pasto, mangiare insieme, è un atto molto intimo. Quando si mangia con una persona la si sta accogliendo, si crea una comunicabilità particolare.

Quelli che si amano si divorano, sono l’uno il pasto dell’altro. Si mangiano per mischiarsi, per fondersi, per legarsi definitivamente (“voglio diventare te e voglio che tu diventi me, almeno per un momento”). Il sesso è la via. Da lì si passa per forza: nell’incontro amoroso ci si va a sciogliere l’uno nell’altro, si perde, temporaneamente, il proprio confine.

Divorare l’altro e farsi divorare. E’ qui che si gioca la partita: la pelle non mente. E’ qui che si ri-conosce reciprocamente un’altra volta, una volta per tutte.

E’ in questa fame che il segreto, l’enigma custodito dall’altro, quel qualcosa che sempre ci sfugge, si costituisce come una continua sfida. Vuoi andare continuamente a vedere, vuoi afferrare l’inafferrabile, vuoi frugare oltre il confine della pelle, vuoi scovare il vero dove il corpo non può mentire.

Il sesso è banchetto gioioso, è una festa. Il tempo degli inizi è tempo di grandi scorpacciate. Non sei mai stanco, scopri energie insospettate. Scopri anche un sottile patimento: mangi, mangi ma non sei mai sazio.

C’è una tensione continua nel desiderio. Uno stare sulla corda che fa patire. Si soffre l’altro. Perché tanto più gli andiamo vicino, tanto più sentiamo che non potremo mai, davvero, afferrarlo.

“Trovare”, scrive Aldo Carotenuto, “significa poter perdere”. Aver paura della perdita, sperimentare continuamente l’angoscia del distacco sono il corredo inevitabile del desiderio, della passione.

Sempre, anche quando l’altro c’è, è lì per noi, anche negli amori felici che durano una vita. Il fantasma del distacco ci tocca in dote, fa parte del pacchetto tutto compreso. D’altronde la posta in gioco è altissima; sul piatto c’è il nostro stesso esistere.

Nell’amore, ha detto qualcuno, “siamo fatti vivi da un’altra persona”. Nell’amore noi esistiamo perché siamo visti, perché l’altro ci vede, perché ci crea con il suo sguardo.

Nell’incontro fisico, poi, il corpo di chi amiamo ci fa incontrare e trovare il nostro stesso corpo, ci rivela che abbiamo carne, sangue e cuore.

La passione ci concede felicità, ci fa scorazzare liberi in un giardino di delizie, ma ci fa anche affacciare sull’orlo di un abisso. Necessariamente. E’ il suo risvolto, il corollario inevitabile.

Nessuno, a questo punto della storia, ci dice che faremmo meglio a godere di questa perenne inarrivabilità, di questo appetito mai sazio. Nessuno ce lo dice, e anche se ce lo dicessero, siamo sinceri, non servirebbe a molto.

Su quell’attimo perfetto, per alcuni è inevitabile, ci si vorrà ad un certo punto costruire sopra la vita intera. Si sentirà la forza sconsiderata di scommetterci, di cercare di annullare completamente la distanza che ci separa dall’altro, di chiudere il cerchio e saziare la fame.

Molto probabilmente si andrà dritti a schiantarsi contro le cose del mondo, poi. Quando lontano è questo poi dipende da molte, moltissime cose …..

Le farfalle nello stomaco

farfalle nello stomaco

 “ insieme a te

camminando sul filo

la vertigine “

Haiku (G.Costa)

Il corredo della furibonda vertigine, propria dell’innamoramento di cui parlavo nel post dell’altro giorno, prevede le farfalle nello stomaco, le ginocchia che tremano, il cuore che fa il matto, le guance che si arrossano. Succede e, ovviamente, si ha paura. Amore e paura vanno sempre insieme. Felicità assoluta e paura, pure.

All’inizio nulla è dato. La vertigine del tutto è possibile, quella che fa sbarellare di euforia, è anche la causa del terrore che si prova, delle insicurezza improvvise.

Sta nella legge inevitabile degli inizi, tutto si deve continuamente ricreare, ritessere, ricominciare, ogni volta, ad ogni incontro. Ci si stanca, ma stare sulla corda, stare in tensione fa parte del gioco. Tiene svegli, tiene terribilmente vivi. E’ bello. Talmente bello che alcune persone non sanno spendere la loro esistenza che così, in un continuo esercizio di equilibrismo: funamboli, cercheranno sempre e solo inizi, passeranno da una storia all’altra, cercando e ricercando lo stesso tipo di piacere.

Camminare sul filo è la prassi, all’inizio, le vertigini sono all’ordine del giorno, del minuto. La condizione dell’innamorato è quella di chi sta sempre in bilico su un crinale pericoloso, dove l’altro e le mille congiunture esterne hanno il potere completo sulla nostra felicità.

Una delle caratteristiche più evidenti della stagione degli inizi sono le continue oscillazioni dell’umore e dello stato d’animo alle quali si è sottoposti.

Tutti, suppongo,  sanno di cosa sto parlando. Di un bisogno continuo di conferme, di rassicurazioni, di dati tranquillizzanti e, nello stesso tempo, di un continuo terrore di essere disattesi.

Piccole cose, dettagli: un telefono che suona a vuoto, una frase pronunciata in un certo modo, l’ombra che sembra passare sul viso della persona amata, tutto può bastare a dare conferme certe o a trasformarsi in un segnale negativo. Dettagli: hanno un’importanza capitale, ci puoi fare sopra una malattia. Sono i dettagli ad innescare le tipiche incomprensioni di quando ancora non ci si conosce, gli equivoci, il non capirsi.

Uno nota cose impercettibili, e bastano per andare al manicomio. Le incomprensioni anche banali di questo periodo sono vissute come tragedie irrevocabili ( “ecco, lo sapevo, non poteva andare…”). Due minuti dopo, altrettanto facilmente, vengono accantonate e giudicate, in virtù dello sguardo indulgente, dell’odore dell’altro e delle farfalle che sbattono impazzite le ali nel nostro stomaco.

E’ così. Più l’altro ci piace, più sta parlando precisamente a qualcosa di nostro, più le oscillazioni, gli alti e bassi saranno evidenti. Staremo in uno stato di intermittenza continua, non fosse altro perché sentiremo di esistere davvero solo quando l’altro, l’unico, il solo, è davanti a noi.

Vivremo aspettando, nella sola condizione prevista dallo stato dell’innamoramento nascente. L’Attesa. Aspettiamo, perché viviamo solo per il momento nel quale vedremo, sentiremo, toccheremo, mangeremo l’altro.

Questa condizione ci sballotta in un su e giù umorale continuo. Su: sei qui, ti vedo, ti tocco. Giù: non hai ancora chiamato. Come se fossimo chiusi in una stanza e qualcuno continuasse a spegnere e accendere la luce, a tradimento.

Roland Barthes (“Frammenti di un discorso amoroso”) ha scritto che l’attesa è un incantesimo, si sta lì, come stregati e si aspetta.

Si fanno molte cose strane nel tempo degli inizi, moltissime delle quali, Dopo, verranno giudicate molto stupide. Dipende sempre comunque da come la si guarda. Chi ama aspetta, e gode infinitamente anche di questo sottile tormento, pieno di incerte promesse.

“L’intensità di un amore si potrebbe misurare dall’impazienza o dall’estrema pazienza di aspettare. In ciò che arriva o non arriva, io so che il più bello è il tempo dell’attesa, uno spazio teso come un telo tra un albero e un pilastro malfermo e lontano che uno intravede senza veramente distinguerlo..” (T.B.Jelloun)

Toglieteci questo aspettare, buttateci nel supermercato virtuale delle passioni usa e getta, diteci che possiamo avere tutto subito, e avrete ucciso la cosa di cui gran parte è fatto, ancora e nonostante tutto, l’Amore.

L’anima gemella …..

androgino platone

 “Per duemila anni, ho camminato verso di te

Per entrare in questa stanza, e restare vicino a te”

Sainko Namtchylak

Vorrei proseguire in questa terra dell’amore postando qualche altra riflessione ….

L’incontro con l’altro porta con sé un’indicibile nostalgia di qualcosa che non si conosce. Uno struggimento, dolcissimo, di ciò che nemmeno si sa. L’altro ci mancava già prima, ancora di conoscerlo. Questa sensazione sottile appartiene intimamente all’innamoramento.

Di solito, infatti, si sente proprio quello, un nitido, preciso senso di appartenenza profonda che va oltre la ragionevolezza della situazione. Qualcosa che trascende il momento reale, che si avvicina all’idea di un destino, di una chiamata inevitabile, di una necessità: un appuntamento.

Dovevamo incontrarci. Dovevamo incontrarci perché era scritto, perché prima eravamo uniti e poi ci hanno divisi e adesso finalmente ci siamo ritrovati.

E voilà, ci siamo, ecco il buon vecchio mito platonico dell’androgino, quello che sta alla base di tutta la storia , romantica e struggente, dell’anima gemella.

Il mito è noto. Platone, nel Simposio, lo racconta più o meno così.

All’inizio non c’era distinzione tra i sessi. Eravamo Uno, l’androgino perfetto. Bruttarello in verità. Con quattro braccia, quattro gambe, due volti su un’unica testa e due organi genitali. Poi un giorno l’androgino, per superbia e ambizione, si ribella agli dei e tenta addirittura di dare l’assalto al cielo. Zeus lo punisce duramente: lo divide a metà, costringendo da quel momento gli uomini – nati da questo taglio – a vagare perennemente in cerca della propria metà perduta. Il desiderio sta esattamente lì nella separazione. E’ perché siamo separati che ci cerchiamo e ci cerchiamo continuamente.

Bisogna ammetterlo, la storia dell’anima gemella è una bella fregatura. Perché pone almeno un paio di problemini. Primo: se è uno, e solo uno, il nostro perfetto corrispettivo, che facciamo se putacaso non riusciamo a trovarlo? Che ne facciamo, eventualmente, di tutti i surrogati che ci si parano davanti? Secondo: posto che l’abbiamo trovato, il nostro corrispettivo originario, dove andiamo a sbattere la testa se per caso – ed è un caso quanto mai probabile – lo dovessimo perdere?

I più pragmatici diranno che se l’abbiamo perduta, allora non era davvero la nostra metà, perché altrimenti saremmo rimasti uniti, come una cosa sola. Si sa, però, che queste considerazioni razionali a poco valgono: la sensazione di aver perduto l’Unico amore è qualcosa di davvero sconvolgente, uno strazio che non ha uguali.

Il mito dell’anima gemella è una trappola romantica di prima grandezza. E’ una trappola infida perché succede proprio così: di fronte ad un certo paio di occhi, un certo giorno, con quella certa luce, in quel certo posto non possiamo eludere l’idea fantastica che proprio quegli occhi abbiano a che fare, in modo misterioso ed inspiegabile, con noi. Che ci sia qualcosa che ci riguarda, lì dentro. E che vogliamo andare a vedere a tutti i costi cosa è.

Freud, è noto, dice che in amore noi amiamo un oggetto perduto. Che nell’amore adulto ricerchiamo, inconsciamente, l’oggetto d’amore dell’infanzia. La madre.

Anche per i neuroscienziati la memoria richiamata dall’altro è memoria dei primi mesi di vita. Le emozioni impresse durante la primissima infanzia dal rapporto con le persone che si sono prese cura di noi sono così potenti da influenzare tutta la nostra vita emotiva successiva, le nostre reazioni e le nostre scelte.

Gli occhi dell’altro,allora, ci parlano forse lo stesso linguaggio senza parole che abbiamo usato da neonati, nella culla, scambiando segnali con gli occhi di nostra madre.

L’altro arriva e riattiva il fantasma del nostro passato: il ruolo della memoria nell’attrazione è fondamentale. C’è effettivamente un “prima e altrove” e sta nella nostra infanzia.

“Nasciamo da una separazione da cui non ci riprendiamo più, e da allora facciamo di tutto, disponiamo ogni cosa, pensiamo, respiriamo, immaginiamo, corriamo dei rischi, amiamo, portandoci sempre dietro l’assurdità di essere nati e di essere soli, di essere stati due e di essere uno solo” (A.Dufourmantelle)

Non ce la ricordiamo più, l’abbiamo rimossa, ma è questa separazione originaria, una specie di perdita iniziale che va ben oltre la madre, a produrre forse la realtà più intima del desiderio e dell’amore.

Amiamo, inseguiamo qualcosa che è sempre stato perduto, ed sempre stato desiderato come tale. Bellissimo. Struggente ….

Una vertigine furibonda ….

innamorati

“… sei come sangue al cuore, sei come respirare

sei vita che non si cancella mai…..”

Anonimo

Poche felicità sono dirompenti, esaltanti e smisurate come la felicità provata nell’aver trovato e ri-conosciuto l’altro.

Poche felicità riempiono così tanto quanto quella che appartiene all’inizio di una storia. La felicità degli inizi non assomiglia a nessun’altra.

E’ assoluta, invasiva, non lascia spazio a niente e a nessuno. E’ una sferzata di energia purissima. Una vertigine furibonda. Una tavola sontuosamente imbandita, dove potersi servire a piene mani.

Gli inizi sono dolci. Gli inizi hanno uno splendore abbagliante: c’è tutto e ce n’è di più e ancora di più, in abbondanza. Ogni cosa è nuova, tirata a lucido, e risplende. La vita trabocca. Quasi non ci si sta dentro.

Descrivere la felicità è difficile. E’ molto più facile raccontare la disperazione. A pensarci, esistono una quantità spropositata di canzoni, film, romanzi e poesie che parlano delle pene amorose e, a confronto, molto poche che descrivono l’estasi magica dell’amore allo stato nascente.

Forse è che la felicità non impone  la riflessione, non induce a fermarsi. Essa è spinta, movimento, non chiede altro che di essere vissuta.

La felicità non si può dire. Però lo stesso si può provare a fare qualche riflessione.

Gran parte dell’esaltazione provata in questo momento iniziale è dovuta al piacere di avere aperte davanti a noi una serie infinita di possibilità. Tutto è ancora da farsi, tutto deve ancora succedere. Si tratta di un’eccitazione che ricorda quella del bambino di fronte ad una promessa di imminente soddisfazione e gratificazione.

Si diventa, da innamorati, come ragazzini al primo giorno di vacanze estive, perché l’amore, negli inizi, racchiude e porta un’enorme promessa di felicità.

Il nuovo che sta lì davanti, l’altro e ciò che accadrà con e grazie a lui, è esaltante. Fa luccicare l’aria tutto intorno. Vibra e tiene tesi come un arco pronto a scoccare la freccia.

Amore è generoso, e all’inizio fa molti regali vistosi. Prima fra tutti la sensazione di essere aumentati, di vivere una vita che è più vita. Il riverbero di ciò che proviamo investe ogni cosa: siamo molto più buoni, più ottimisti, più disponibili. Il mondo è un posto più bello. E noi possiamo fare tutto.

Amore regala euforia (sono tutto), ingordigia (voglio tutto), delirio di onnipotenza (posso tutto). A piene mani. Rende infinitamente indulgenti: ogni cosa è meravigliosa. E l’altro è perfetto!

L’incanto, poi, si benedice di continuo: trovato e ri-conosciuto l’altro, ogni giorno e ogni istante si ringrazia infinitamente la sorte. Perché l’inizio dell’amore è questo: è colmo di un meraviglioso senso di sollievo.

Ripetutamente torna e torna una domanda: come ho fatto fino a oggi? Come ho fatto senza tutto questo? Come diavolo ho fatto fin qui senza questa persona?

La sensazione degli inizi è di cominciare a respirare veramente, mentre prima stavamo come in apnea. Quando hai riconosciuto l’altro pensi di essere un reduce, di aver scampato un pericolo, una terribile catastrofe.

Dici, con terrore: “Mio Dio, se non ti avessi mai incontrato…..!”

Attaccamento e relazioni di coppia

COPPIA3

Quando ci si ritrova ripetutamente nelle stesse situazioni sul lavoro o nelle relazioni, bisogna guardarsi dentro e chiedersi:” quale è il mio contributo nel creare queste situazioni che si reiterano?”.

La Teoria dell’Attaccamento, di cui ho parlato nei post precedenti, offre una spiegazione semplice. Il modo in cui i nostri genitori ci hanno amato e la qualità della loro relazione con noi nella nostra infanzia sono diventati il modello delle successive relazioni sentimentali.

Da bambine, infatti dipendiamo da chi si occupa di noi per darci amore, cure e sopravvivenza. Questo legame permette di sentirci felici e complete. I bisogni non soddisfatti, invece, portano paura e dolore. E, nella nostra ignoranza e ingenuità infantile, non abbiamo nessuna idea di come rimediare al sentimento di insicurezza. Come risposta, allora, adottiamo meccanismi di gestione primitivi, che vanno dal piangere per ottenere attenzione, al ritirarci o al negare persino di avere certi bisogni.

Durante l’infanzia chi si occupa di noi ci insegna ad adattarci alla società. Noi, osservatrici e malleabili, apprendiamo cosa fare per ricevere amore e accettazione.

Impariamo a reprimere e a non rispettare quelle parti che la società trova inaccettabile non degne di amore. Tutte noi siamo state ferite durante l’infanzia, chi più chi meno, e alcune parti della nostra vera natura sono state soppresse nella nostra mente inconscia.

Il legame emotivo che abbiamo avuto con chi si è occupato di noi è un modello per la qualità delle nostre relazioni sentimentali successive: l’abilità di aprirsi agli altri, gestire lo stress, di sviluppare l’autostima, di allevare i bambini e così via.

Il tipo di attaccamento che abbiamo vissuto ha un notevole impatto che dura tutta la vita: diventiamo adulte, abbiamo un lavoro e delle responsabilità e ci sono ancora alcune parti che sono rimaste bambine e devono crescere.

Per vivere una vita piena dobbiamo sviluppare noi stesse, con amore e non spinte dalla paura e dall’ansia.

Ci sono tre stili di attaccamento: sicuro, insicuro evitante, insicuro ambivalente resistente. Ognuno di essi produce forme diverse di relazioni intime, modi diversi di impegnarsi, di individuarsi e di diventare se stessi nella relazione con l’altro.

Attaccamento sicuro => l’amore sicuro: le persone che lo hanno vissuto trovano relativamente facile avvicinarsi agli altri. Sono a loro agio quando si occupano di altri e anche quando altri si occupano di loro. Diventano adulti sicuri che non si preoccupano troppo né di essere abbandonati né temono di creare intimità con la persona che amano. La persona con attaccamento sicuro si orienterà verso persone per lo più sicure, che dimostrino palesemente i propri sentimenti, e con cui poter condividere in maniera comunicativa i momenti tristi e quelli felici della propria esistenza, in modo da confermare la propria percezione di persona degna di essere amata e curata.

Attaccamento insicuro evitante => l’amore freddo/distaccato: provano disagio nello stare vicino agli altri, hanno difficoltà a fidarsi e trovano difficile permettersi di dipendere da qualcun altro. Questi sfortunati individui, al contrario dei soggetti sicuri, non sviluppano la loro personalità a partire dalla sicurezza di una base sicura cui far riferimento: non godono, cioè, in alcun modo di sicurezza affettiva. Ne consegue la formazione di “…Un modello mentale del sé come di persona non degna di essere amata, che deve contare solo su di sé, e un modello mentale della madre come di persona cattiva dalla quale non aspettarsi alcunché” Essi si sentono nervosi quando qualcuno si avvicina troppo la loro vita sarà improntata tutta sul desiderio di conquista di un’autonomia e autosufficienza personale che escludano, in caso di necessità, il ricorso agli altri, considerati individui inaffidabili e su cui contar poco. Questa vera e propria strategia di vita, in realtà, non è altro che una misura di prevenzione contro il rischio di ulteriori delusioni, dovute ad esperienze di eventuali rifiuti.

Attaccamento insicuro ambivalente resistente => l’amore ossessivo: In campo amoroso,tale soggetto sarà più volte trascinato dal vortice della passione, pensando di aver trovato la persona giusta. In realtà, andrà incontro ad idealizzazioni eccessive di persone che presentano, al contrario, proprio quei tratti caratteriali che egli stesso odia. Solo successivamente, si renderà conto di aver commesso uno sbaglio nella scelta, e a quel punto, soffrirà irrimediabilmente. Abbiamo, inoltre, sostenuto che il bambino che sperimenta una relazione con una madre imprevedibile, sviluppa dei modelli del sé, come di una persona da amare in maniera discontinua, ad intermittenza. Da quanto scritto, ne consegue che, all’interno di una relazione amorosa adulta, quando a prevalere saranno i modelli positivi del sé, come persona degna di amore, allora penserà di essere amato profondamente e rispettato dal partner, ma quando prenderanno il sopravvento i modelli negativi del sé, come persona vulnerabile e non degna di amore, allora sarà facilmente trascinato nel tunnel della gelosia più estrema, dando vita ad una relazione ossessiva, possessiva.

Vediamo ora dove siamo arrivate nella terra dell’attaccamento, prendetevi tutto il tempo necessario, non c’è fretta, e provate a rispondere a queste domande….. siate sincere e forse imparerete qualcosa di più su voi stesse … un passo in più nel cammino per ri-trovarsi ….

  • Pensa alle persone che ti hanno accudito o influenzato quando eri bambina. Chi sono? ….
  • Scegline cinque o sei e pensa alle tue interazioni con loro. Scrivi i loro tratti positivi e quelli negativi. Cosa ti piaceva quando stavi con loro? … Cosa non ti piaceva? …
  • Infine per ogni persona, indica qualcosa che avresti voluto ma non hai mai avuto. Non esitare a mostrare la tua rabbia, le tue ferite, il tuo dispiacere.
  • Quali somiglianze noti tra queste e il tuo partner attuale? …
  • Quali tratti hanno in comune? …

Sull’attaccamento …. (3° parte)

mamma e bambino 2

Klimt – particolare di “le tre età” –

Oggi parliamo di Modelli Operativi Interni.

Il Modello Operativo Interno (IWM= Internal Working Models o in italiano M.O.I.)) e’ un concetto chiave della teoria di Bowlby. Nel corso della crescita e dell’interazione continua con il proprio ambiente,il bambino si costruisce delle rappresentazioni interne complementari che comprendono il Se’ e le figure di attaccamento, rappresentazioni che scaturiscono dai modelli relazionali tra il bambino e le figure di attaccamento. Questi “assunti di base” formano dei modelli relativamente fissi che il bambino usa per predire il mondo e mettersi in relazione con esso; un bambino con un attaccamento sicuro avra’ un Modello Operativo Interno di una persona che si prende cura di lui, sensibile, amorosa, affidabile e di un Se’ che e’ meritevole di amore e attenzione e questo andra’ ad influire su tutte le altre relazioni, al contrario, un bambino dall’attaccamento insicuro puo’ vedere il mondo come un posto pericoloso nel quale le altre persone devono essere trattate con grande precauzione e si considerera’ come incapace e non meritevole di amore.

Il concetto di Modello Operativo Interno e’ importante per spiegare il perscorso nello sviluppo della personalita’ che per Bowlby, a differenza delle teorie psicoanalitiche tradizionali, non e’ il passaggio attraverso una serie di stadi bensi’ e’ l’avere davanti una serie di possibili percorsi e “quello su cui si procedera’ verra’ determinato in ogni istante dall’interazione dell’individuo, come’e’ in quel momento, con l’ambiente in cui gli capita di essere”

I Modelli Operativi Interni consentono, quindi, all’individuo di valutare e analizzare le diverse alternative della realtà, scegliersi quella ritenuta migliore, reagire alle situazioni future prima che queste si presentino, utilizzare la conoscenza degli avvenimenti passati per affrontare quelli presenti, scegliendo un’azione ottimale in relazione agli eventi stessi.

Per valutare i Modelli Operativi Interni dell’adulto fu messa a punto da Mary Main una procedura chiamata Adult Attachment Interview. un’ intervista semi-strutturata, con domande dirette, relative alle relazioni del genitore durante l’infanzia con la figura di attaccamento e sull’influenza esercitata da queste prime relazioni sul suo successivo sviluppo, e si è rilevato che:

Genitore del bambino sicuro.

Classificato come  stile Sicuro tende a dare valore alle esigenze di cure e attenzioni del figlio; nell’intervista i suoi resoconti sono di una infanzia sicura descritta in maniera coerente e costante .Il suo  modello di Sé e dell’Altro è positivo.Ha un basso esitamento, bassa ansia. Alta coerenza, alta fiducia in se stesso, approccio positivo con gli altri, alta intimità nelle relazioni. Le sue relazioni di coppia sono caratterizzate da intimità, rispetto, apertura emotiva ed i conflitti con il partner si risolvono in maniera costruttiva.

Genitore del bambino evitante.

Classificato come stile Distanziante tende a svalutare i bisogni di cura e attenzione del figlio, durante l’intervista fornisce racconti brevi e incompleti, sostenendo di avere pochi ricordi e tendendo ad idealizzare il passato con espressioni del tipo:”ho avuto una infanzia perfetta”.

Modello di Sé positivo, dell’Altro negativo. Il modello positivo dell’individuo distanziante lo porta ad avere alta fiducia in se stesso senza interessarsi del giudizio degli altri. Il modello negativo che ha dell’altro lo porta a dare l’impressione di non apprezzare molto le altre persone, talvolta, cinico o eccessivamente critico. Svaluta l’importanza delle relazioni e sottolinea l’importanza dell’indipendenza, della libertà e dell’affermazione. Le sue relazioni di coppia sono caratterizzate dalla mancanza dell’intimità, tendendo a non mostrare affetto nelle relazioni. Preferisce evitare i conflitti e si sente rapidamente intrappolato o annoiato dalla relazione.

Genitore del bambino insicuro-ansioso-ambivalente.

Classificato come stile Preoccupato tende a manifestare una certa conflittualità rispetto ai bisogni di cura e attenzione del figlio, nell’intervista fanno racconti inconstanti e caotici nei quali appaiono ancora molto coinvolti in conflitti e difficolta’ passate contro le quali stanno ancora lottando .

Modello di Sé negativo e dell’Altro positivo. Il modello negativo che l’individuo preoccupato ha di sé lo porta ad avere una bassa autostima tendente alla dipendenza del giudizio degli altri. Invece, il modello positivo che ha dell’altro lo porta alla continua ricerca di compagni e di attenzione. Necessita continuamente di intimità nelle relazioni tanto che la sua insaziabilità nella richiesta di attenzione tende a far allontanare gli altri. Le sue relazioni sentimentali sono costellate di passione, rabbia, gelosia e ossessività. Tende ad iniziare i conflitti con il partner rimandando, però, la rottura del legame.

Genitore del bambino disorganizzato

Classificato come stile Timoroso-Evitante appare concentrato su propri problemi di perdita non risolti  e per questo è disattento e poco empatico nei confronti del figlio, questa categoria di genitori e’ classificata a parte si riferisce specificatamente a persone che hanno subito eventi traumatici come violenze carnali che non sono state emotivamente risolte.

Modello di Sé negativo, dell’Altro negativo. Il modello negativo che l’individuo timoroso-evitante ha di se stesso lo porta ad avere bassa autostima e molte incertezze verso se stesso e verso gli altri. Il modello negativo che ha dell’altro lo porta ad evitare le richieste d’aiuto, evita i conflitti ed ha difficoltà a fidarsi degli altri. È difficile trovarlo coinvolto in una relazione sentimentale e quando vi si trova assume un ruolo passivo. In tali relazioni è dipendente ed insicuro. Tende ad autocolpevolizzarsi per i problemi di coppia ed ha difficoltà a comunicare apertamente e a mostrare i sentimenti al partner.

A domani con una riflessione su quanto l’Attaccamento influenzi le relazioni di coppia ….. se sei curioso seguimi! 🙂

Sull’attaccamento … (2° parte)

mamma e bambino

Bowlby riteneva che l’attaccamento si sviluppasse attraverso alcune fasi:

PRE-ATTACCAMENTO (0-3 MESI) processo di attaccamento e adattamento all’ambiente extra-uterino, maturazione delle competenze sensomotorie e relazionali e degli stati comportamentali, caratterizzato da:

interesse  per voci e volti

pianto – vocalizzi – suzione- sorriso

non c’e’ ancora distinzione tra le varie persone

ATTACCAMENTO IN FORMAZIONE (3-8 mesi) inizio del processo di individuazione-separazione, controllo posturale, inizio spostamento autonomo, manipolazione, caratterizzato da:

interesse e piacere piu’ accentuati nei confronti della madre o di persone familiari

non ci sono segni di protesta se la madre si allontana

 

ATTACCAMENTO VERO E PROPRIO (8 mesi-2,3 anni), indipendenza motoria, statica con sostegno, passaggi da una posizione all’altra, apprendimento del saper cadere, caratterizzato da:

con la locomozione i bambini usano la madre come base sicura per le proprie esplorazioni

sofferenza (ansia di separazione) se la madre si allontana

angoscia o paura dell’estraneo

 

FORMAZIONE DI UN RAPPORTO RECIPROCO (dai 3 anni in poi) caratterizzato da:

con lo sviluppo cognitivo messa in atto da parte del bambino di altri stratagemmi per mantenere la vicinanza (suppliche, broncio, lusinghe)

tolleranza crescente alle brevi separazioni

diminuizione della paura degli estranei, aumenta la disponibilita’ ad instaurare rapporti di attaccamento con altre figure.

 

Tra le ricerche più significative originatesi nel quadro teorico di riferimento della teoria dell’attaccamento merita una particolare attenzione quella svolta e analizzata da Mary Ainsworth, a cui si deve il termine “base sicura” la quale ideò nei tardi anni ’60 un valido strumento di indagine, la “Strange Situation”, che ha consentito di individuare alcuni stili di attaccamento che possono prendere forma a partire dai rapporti che i bambini sperimentano con le loro figure di attaccamento.

I bambini, di età compresa fra i dodici e i diciotto mesi, vengono accompagnati dalla madre (o dal padre, in pochi casi) in una stanza dove vengono affidati ad una persona sconosciuta. Si osservano le reazioni dei bambini quando la madre esce dalla stanza e quando, dopo pochi minuti, rientra nella stanza.

Tale ricerca ha individuato quattro modalità tipiche di risposta che sono ritenute tali da caratterizzare un basilare stile di attaccamento:

 Attaccamento sicuro: nutre fiducia nella disponibilità e nell’appoggio dell’adulto esprime i propri sentimenti, positivi e negativi accetta di farsi consolare dopo avere vissuto situazioni stressanti (es. dopo un’assenza del genitore)in assenza del genitore, è propenso ad individuare figure di accudimento sostitutive nella strange situation, è angosciato dalla separazione, cerca il conforto e la vicinanza della figura di attaccamento; al momento della riunione, si fa consolare da questa con successo ed in sua presenza riprende ad esplorare liberamente. L’emozione predominante è la gioia.

 Attaccamento insicuro evitante: nella strange situation mostra pochi segni di ansia; al momento della riunione accoglie senza enfasi il ritorno della figura di attaccamento, mantenendo l’attenzione sui giochi e sugli oggetti; ha ormai rinunciato all’aiuto e al sostegno delle figure parentali, avendo vissuto esperienze troppo frustranti per quanto riguarda la soddisfazione dei suoi bisogni affettivi ed emotivi,esibisce una precocissima autonomia, non fondata su un adeguato processo evolutivo,impara a dissimulare le sue emozioni, specie negative, tende a sviluppare un carattere apparentemente distaccato, indifferente alle grandi emozioni. Questo stile è il risultato di una figura che respinge costantemente il figlio ogni volta che le si avvicina per la ricerca di conforto o protezione. Le emozioni predominanti sono tristezza e dolore.

 Attaccamento insicuro ansioso ambivalente: nella strange situation, è angosciato dalla separazione, come il sicuro, ma nella fase di riunione si mostra ambivalente – a momenti intrusivo, a momenti inavvicinabile – non è facilmente confortabile, incapace di riprendere attivamente l’esplorazione, dominato da un senso di sfiducia circa l’affidabilità dei genitori, che lo rifiutano un po’, non in maniera così palese come nel bambino evitante. Il bambino non ha mai l’idea di quello che può veramente ottenere. L’unica scappatoia che gli resta, come strategia, è quella di tenersi aggrappato, ha bisogno di continue rassicurazioni; non riesce ad essere tranquillo e soddisfatto. L’emozione predominante è la colpa.

 Attaccamento insicuro disorganizzato: i bambini reagiscono in modo confuso o disorientato al momento della separazione ed esprimono desiderio, paura o repulsione in rapida successione o esprimono risposte di segno opposto simultaneamente, quando la madre ricompare.

…. E non è ancora finito. Nel prossimo post il funzionamento dei Modelli Operativi Interni. Se ti va, continua a seguirmi …:-)

Sull’Attaccamento

mamma e bambino 1

Prima di parlare su come l’Attaccamento e i successivi Modelli Operativi Interni influiscano nelle nostre scelte affettive e relazionali, un piccolo ripasso sulla “teoria dell’Attaccamento” …..

“Il bambino si costruisce un modello interno di se stesso

in base a come ci si è preso cura di lui.” (John Bowlby)

La Teoria dell’attaccamento è frutto della collaborazione tra John Bowlby e Mary Ainsworth. Nel tracciare le basi teoriche del suo pensiero, John Bowlby trasse spunto dall’etologia, dalla cibernetica, dalla psicologia dello sviluppo e dalla psicoanalisi. Egli, inoltre, rivoluzionò il modo di concepire sia il legame che si stabilisce fra la madre e il bambino, sia il suo disgregarsi in situazioni di separazione, deprivazione e perdita.

Se per Freud la figura materna era considerata soltanto come l’oggetto di investimento libidico e fonte di soddisfacimento dei bisogni primari del figlio, per Bowlby essa è soprattutto dispensatrice di cure e vissuti emotivi ed affettivi.

La figura materna diventa in questo modo nutrice di amore vitale su cui il piccolo fonda il proprio mondo interiore e la propria capacità di dare e di ricevere amore nel presente e nella vita futura.

Di conseguenza è facilmente comprensibile che separazioni ripetute prolungate generino sentimenti di angoscia, che a lungo andare possono minare la sicurezza interiore del bambino, sviluppando un’ansia anticipatrice del distacco e dell’abbandono e una fragilità emotiva determinata dall’instabilità della figura materna.

Bowlby ritiene che lo sviluppo del legame di attaccamento, cioè il bisogno di ricercare e mantenere la vicinanza con una figura specifica, sia una caratteristica genetica della specie umana, che ha origini, probabilmente, nelle società primitive dei cacciatori ed è legata alla difesa dai predatori e quindi alla sopravvivenza.

La caratteristica principe del comportamento di attaccamento e’ la forte emozione che genera, che a sua volta dipende dallo stato di relazione delle persone coinvolte. Se la relazione e’ buona c’e’ gioia e sicurezza, se e’ minacciata c’e’ angoscia, se e’ stata interrotta c’e’ dolore.

Il comportamento genitoriale, secondo Bowlby, ha forti radici biologiche: non e’ un  istinto, ne’ un prodotto dell’apprendimento, esso fa parte di quelli schemi comportamentali, come il comportamento sessuale o alimentare, che contribuiscono con le loro modalita’ alla sopravvivenza dell’individuo avendo ciascuno una propria distinta funzione biologica (protezione, nutrizione e riproduzione).

La caratteristica principale dell’essere genitore e’ quella di fornire una “base sicura” al proprio bambino ed in seguito adolescente, da cui possa partire per esplorare il mondo esterno ed a cui possa fare ritorno sapendo di essere il benvenuto e certo di essere nutrito,  confortato e rassicurato. Questo ruolo comporta la piena disponibilita’ del genitore che deve essere pronto ad incoraggiare e dare assistenza, ma intervenendo attivamente solo quando necessario o richiesto. Importante per fornire una base sicura e’ riconoscere che il comportamento di attaccamento fa parte della natura umana: esso caratterizza l’essere umano “dalla culla alla tomba”: non deve, pertanto, essere considerata una caratteristica esclusiva dell’infanzia di cui liberarsi crescendo,

La teoria dell’Attaccamento e’ nella sua essenza una teoria spaziale: quando sono vicino a chi amo mi sento bene, quando sono lontano sono ansioso, triste e solo.

…… segue nel prossimo post

Le donne in amore (2° parte)

equilibristi

Continuiamo nel nostro viaggio con altri  copioni sempre tratti dal libro di Giorgio Nardone ““Gli errori delle donne (in amore)””:

 LA BRACCATRICE

Viene in questo modo raffigurata la donna che con assoluta continuità si muove alla ricerca dell’uomo giusto con il quale mettere su coppia e famiglia.

Questa primaria ricerca di stabilità differenzia il profilo della braccatrice da quasi tutti gli altri già e il ruolo attivo lo distingue, ad esempio, dal medesimo scopo messo in atto dalla “Bella Addormentata”.

Una sorta di smania irrefrenabile a costituire il proprio nucleo amoroso e sentimentale prende questa tipologia femminile e induce la donna a comportarsi come un animale predatore sempre a caccia fino al raggiungimento dell’obiettivo.

Quello che può cambiare è lo stile di caccia: aggressivo e diretto; indiretto e sottile; o addirittura raffinato e fatto di espedienti complessi, ma lo scopo è sempre lo stesso: impossessarsi dell’agognata preda.

Di solito, una volta creata la propria relazione amorosa, le “Braccatrici” attivano un isolamento protettivo del proprio uomo rispetto ad altre donne per il timore di una possibile seduzione del partner appena conquistato.

La persona che ha fatto suo questo copione è una donna estremamente tentennante, che ha bisogno di una tana rassicurante dove tenere la preda ben salda, lontano da ogni intrusione. Pertanto ci si trova davanti a donne gelose del partner e che vedono in ogni altra “lei” una possibile e pericolosa rivale.

Come si può ben intendere, una tale smania di costruirsi una sicurezza sentimentale non permette una adeguata selezione del partner ideale: la nostra “braccatrice” si accontenta molto facilmente per poter mettere a freno la sua ansiogena frenesia.

Sull’altare della sicurezza viene così sacrificata la realizzazione di un legame sentimentale davvero felice e compiuto dove spesso la coppia si trasforma in famiglia: i figli servono solo a riempire i tanti vuoti della relazione.

Usualmente questa dinamica si protrae per l’intero corso della vita relazionale: un rassicurante grigiore protegge da qualsiasi rischiosa esplosione di colore e di vita ….

LA TRAGHETTATRICE

In altri termini la donna in gamba e tenace che si occupa prioritariamente di sostenere il proprio partner nell’affrontare le sfide della vita. E’ lei che sacrifica molte delle sue energie per aiutare il compagno ad elevarsi socialmente e personalmente.

Non di rado queste donne si fanno guidare da specialisti per svolgere al meglio il compito al quale si sentono votate, quello di traghettare da una sponda all’altra colui che non sa nuotare, né remare, né governare un’imbarcazione nell’impetuoso fiume dell’esistenza.

Le origini dell’incapacità di navigare dell’uomo sono diverse: dalla fragilità fobica all’insicurezza interpersonale, dal blocco psicologico nelle performance richieste a vere e proprie patologie psicologiche.

Il copione della donna invece è sempre lo stesso: assoluta abnegazione nella missione da portare a termine: condurre il proprio compagno al superamento dei suoi limiti.

Si da il caso anche che in questa tipologia di relazione la componente maschile abbia ben poco talento e che tocchi alla parte femminile saper trovare perfino quello che non c’è.

Purtroppo quello che appare come un nobile intento compiuto con amorevole slancio si evolve nella maggioranza dei casi in un tragico esito per chi avrebbe, invece, i meriti del successo. Infatti il traghettato giunto all’altra sponda molte volte salta giù dall’imbarcazione e continua il suo percorso insieme ad altri, lasciando la nostra traghettatrice con i remi ancora in mano, esausta per lo sforzo e distrutta per l’abbandono.

L’incapace, divenuto abile, viene facilmente travolto dall’ebbrezza del sentirsi finalmente potente e desiderato: pertanto il rigettarla, il tradirla o l’abbandonarla viene vissuto dal maschio non come una colpa, ma come ragionevole ed incontestabile diritto ….

LA LECCATRICE DI FERITE

Nelle società selvatiche degli animali, come quelle dei leoni o dei lupi, quando un soggetto viene ferito il partner lecca la piaga per farla guarire, pulendola e disinfettandola con la saliva.

Il riferimento è a quelle situazioni in cui la donna si lega ad un uomo tramortito e ferito da una relazione appena conclusa e, di solito, finita drammaticamente. Si trova così a doverlo sanare con il suo amore e le sue cure.

Tre sono i possibili esiti di questo copione: se riesce nell’opera di rivitalizzazione del maschio ridotto allo stato larvale, questi una volta di nuovo in forma, non avrà più bisogno della “leccatrice di ferite” e guarderà verso altri orizzonti; se invece non riesce a sanare le ferite del partner, continuerà ad avere accanto un derelitto, bisognoso di cure costanti e quindi non in grado di regalarle alcunché di emotivamente appagante. Il terzo esito, forse il più doloroso, si compie quando il ferito sanato e riabilitato torna con la partner precedente, che ci ha ripensato e che lo rivuole, probabilmente per massacrarlo di nuovo…….

Nel libro di Nardone vi sono altri copioni e relative storie di donne … io mi fermo qui per evitare di riportare tutto il testo che penso neanche si possa ….

Possiamo però chiederci, come fa l’autore nell’ultima parte del libro: “Esiste un amore saggio??? .. Ossia un amore che pur preservando la passione più romantica possa essere al tempo stesso un’equilibrata e costruttiva relazione di coppia?”

Prima di rispondere , dice Nardone, è necessario argomentare bene il problema.

  • L’amore passionale è di per sé l’opposto della saggezza e non risponde certo alla riflessione in quanto effetto di spinte viscerali.
  • Anche lo stimolo più eccitante ripetuto nel tempo riduce in suoi effetti in virtù della nostra capacità di adattamento che piano piano smorza gli entusiasmi.
  • Nella fase dell’innamoramento vediamo nell’altro quello che ci mettiamo noi, idealizziamo il partner di tutte quelle caratteristiche che vogliamo abbia ma che non necessariamente ha. Quando questa carica iniziale della relazione finisce, la delusione quindi è inevitabile.
  • La coppia nasce dall’unione di due partner con caratteristiche uniche, essa è quindi un soggetto terzo . Pertanto nella relazione va considerato il trinomio IO – TU – NOI
  • Per sostenersi la relazione necessita di soddisfare i singoli bisogni: la coppia è la coincidenza di due in-dividui e quando questi non coincidono la coppia non si regge
  • La compensazione in una relazione non è buona: l’altro non è lì per compensarmi; la maggioranza delle complementarietà relazionali è sostenuta dagli elementi disfunzionali dell’interazione tra i due partner che si autoalimentano reciprocamente.
  • La coppia per mantenere il suo equilibrio deve adattarsi, modificandosi in concomitanza dei cambiamenti evolutivi dei singoli componenti e della coppia stessa .

Possiamo quindi concludere con una immagine metaforica che racchiude il “segreto” del saper vivere insieme “due equilibristi che camminano ognuno sulla propria corda tesa avendo però a disposizione una sola barra stabilizzatrice gestita da entrambi in modo da conservare un funambolico equilibrio ….”

Le donne in amore ….

BACIARE ROSPO

In una delle mie solite scorribande in libreria ho trovato un volumetto che ha stuzzicato la mia curiosità e leggendolo mi sono trovata più volte a sorridere riconoscendomi in più di uno delle varie donne descritte. Si tratta di “Gli errori delle donne (in amore)” di Giorgio Nardone, psicoterapeuta fondatore insieme a Paul Watzlawick del Centro di Terapia Strategica.

Il libro è una galleria di ritratti femminili legati ad altrettanti copioni sentimentali. Ognuno di noi inevitabilmente costruisce un proprio stile di gestione della realtà basato sulla propria esperienza, che poi si compone nel tempo come un mosaico attraverso la combinazione di quelle modalità che si sono dimostrate capaci di produrre gli esiti desiderati. E’ proprio l’efficacia di certe modalità che ci induce ad acquisirle come qualcosa da riprodurre in situazioni analoghe.

I copioni sentimentali sono quindi azioni e reazioni elette a proprio stile personale. Per questa ragione tendono a mantenersi costanti anche quando si cambia partner: la persona dunque continua a “recitare” il suo personaggio dentro differenti commedie.

Il problema emerge quando l’interprete non riesce più a cambiare il suo personaggio, quando la parte, in senso teatrale, non può più essere modificata in quanto l’attore ne è intrappolato.

Così avviene in amore quando si insiste sullo stesso copione anche di fronte al fallimento, quando si ha l’incapacità di cambiare quella serie di atteggiamenti e comportamenti che alimentano la disfunzionalità della relazione sentimentale.

E ora si alzi il sipario ed entrino i personaggi …….

LA FATA …..

Bella, brava, buona, sempre motivata dalle migliori intenzioni; affascinante, sempre dolce e disponibile con tutti; intelligente, diligente, di successo negli studi e nella professione. All’apparenza talmente perfetta che quasi ci si dovrebbe guardar bene dall’averci a che fare per non “contaminarla”.

Tuttavia come ogni medicina in sovradosaggio si trasforma in veleno, anche l’essere “adorabile comunque” può diventare una pozione letale.

Il limite più evidente del suo agire in amore è rappresentato dall’inabilità a dare inizio, e poi a mantenere, una dinamica conflittuale all’interno della coppia. Inevitabilmente la Fata tende a voler superare i contrasti a qualunque costo.

Spinta da questo imput riesce soavemente  a passare sopra qualunque sopruso o torto subito, proprio perché per lei l’esigenza primaria resta conservare la serenità nella relazione con l’altro.

Purtroppo per lei, la Fata incorre frequentemente in partner complementari. Infatti, il modello di uomo che più le si lega non è certo un pacifico e ben disposto “mago”, ma per lo più una persona scorretta, mossa dalle passioni più negative. La dolce Fata sarà così massacrata da colui che contrapporrà alle sue buone maniere modi di fare diametralmente opposti: aggressività e maleducazione, scorrettezza e il più delle volte propensione al tradimento.

Una combinazione dunque Fata-Fedifrago tanto letale per la prima quanto estremamente frequente.

E’ come se lei riuscisse a calamitare su di sé, anche dalle persone apparentemente più miti, un imprevedibile rancore, e questo certamente a causa della sua insopportabile assenza di difetti.

E seppure alla base dell’esperienza diretta la Fata dovesse convincersi che il mondo è fondamentalmente malvagio, neppure di fronte a tale evidenza riuscirebbe ad acquisire quel po’ di sana cattiveria necessaria. Pertanto, alla fine, si renderebbe conto di essere lei quella che non va, vivendo tragicamente il paradosso di essere punita perché troppo amabile…..

LA BELLA ADDORMENTATA …

Per quell’aspetto piacevole, sempre curato nei modi; per quei suoi ritmi di vita sempre lenti e morbidi, potresti prenderla per la modella di un pittore. In lei tutto è improntato alla pacatezza di chi sa aspettare.

Ed è proprio l’attesa il leitmotiv comportamentale di questo genere di donna: è in fervente attesa del cavaliere che la possa svegliare con un caldo bacio dal suo essere una Bella Addormentata.

A vederla interagire con l’uomo si ha l’idea che sia costantemente portata ad una sorta di “bradisismo relazionale”. L’attesa per lei è la strategia vincente.

La nostra Bella Addormentata però non ha fatto i conti con la scomparsa, nella notte dei tempi, del cavaliere baciante e l’attesa del risveglio il più delle volte si prolunga tanto da divenire insopportabile. Così in assenza dell’agognato cavaliere, la Bella si accontenta del “bravo ragazzo” conosciuto sui banchi di scuola o del buon amico di famiglia. Decreta per se stessa, in questo modo, un’autentica resa amorosa.

La coppia che così viene a formarsi dei due “bravi e buoni”, di norma si adegua a tutte le regole familiari e sociali e si fonda sulla rassicurante stabilità di un rapporto senza né picchi né baratri.

Tutto sembra bilanciato, e di solito lo è per qualche anno, ma al primo turbamento l’equilibrio un po’ artificioso raggiunto crolla. Infatti, basta che la Bella Addormentata incontri, anche casualmente, un uomo che risvegli in lei i sensi accantonati prima dell’interpretazione data al suo copione, che l’esplosione della donna si trasforma in uragano. La morigeratezza diventa l’opposto trasformandosi in frenesia e la pacatezza in desiderio irrefrenabile.

Il bradipo, in una incredibile metamorfosi, si trasforma in una tigre affamata. A questo punto non si trattiene più: è disposta a tutto pur di ottenere l’oggetto del suo desiderio. Adulterio e trasgressioni per lei diventano qualcosa di legittimo.

Il “buono e bravo” partner con il quale aveva condotto fin lì la sua esistenza viene ritenuto colpevole di tutti i brividi mancati.

Spesso, però, concedendosi tutto quello a cui avevano rinunciato, non trovano affatto la felicità, bensì delusione e solitudine, se possibile maggiore di quella con cui avevano convissuto prima del “risveglio” . Infatti l’uomo perturbante ben di rado è l’agognato cavaliere e dopo una prima fase sentimentale esplosiva, magari più di matrice erotica, anche questa relazione si rivela deludente.

S’innesta così un circolo vizioso: la non più addormentata si trasforma in braccatrice di nuove prede, sempre alla ricerca dell’uomo giusto che non c’è.

L’epilogo più frequente di questa progressione è che la nostra, ora attiva, per mettere fine alla sua vana ricerca ritorna un po’ sui suoi passi. Cioè si riprende un uomo rassicurante e protettivo tornando alla pacata e tiepida realtà di coppia senza brividi avendo di fronte a sé la disperante alternativa della solitudine …….  (continua nel prossimo post)

Continuiamo con la nostra carrellata di personaggi tratta dal libro di Giorgio Nardone “Gli errori delle donne in amore”.

LA BACIATRICE DI ROSPI

Anche questo copione sentimentale si rifà metaforicamente, come la Bella Addormentata, alla tradizione fiabesca: ovvero all’immagine della principessa che baciando il rospo lo trasforma in principe, rompendo con il suo atto amoroso l’incantesimo maligno che lo aveva imprigionato dentro le sembianze dell’animale.

Questa raffigurazione calza perfettamente a quella tipologia di donne che, nella loro forte e decisa convinzione di poter trasformare con l’amore qualsiasi tipo di uomo, sembrano attratte da relazioni con persone sgradevoli nel loro aspetto fisico, inaffidabili e talvolta perfino pericolose. L’aspirazione di fondo di queste donne resta quella di mutare un rospo orripilante in un principe di cui potersi fidare.

Ma si sa che certe cose accadono solo nelle fiabe: non si è infatti mai visto un rospo trasformarsi in un principe, tantomeno dopo il bacio di una donna. Anzi, il contrario: di solito più baci ricevono e più animali, nel senso deteriore del termine restano. E già: poiché questa attenzione amorosa rinforza in loro la convinzione di essere nel giusto con quel loro modo di essere.

Questo copione può essere confuso con quello della “Crocerossina”, la distinzione tuttavia risiede nel fatto che l’inclinazione a voler trasformare l’latro non si basa su un amorevole atteggiamento di soccorso, bensì sul voler vedere nella “bestia”, quasi a tutti i costi, quel qualcosa di buono che in realtà non c’è. E’ simile, invece, nei due copioni, la tendenza ad operare un meraviglioso autoinganno che giustifica e alimenta l’attrazione per soggetti altrimenti da evitare.

Di certo le sensazioni forti non le mancheranno e le dinamiche tra la donna e il rospo tendono a strutturarsi il più delle volte in forma morbosa: una sorta di sindrome di Stoccolma applicata alla sfera dei legami sentimentali, nella quale è proprio la vittima a esaltare nel suo ruolo di torturatore l’aguzzino.

La dinamica si basa sulla caparbia tendenza della donna a voler cambiare il proprio partner, modalità relazionale, questa, che non riesce a tenere a freno così come non riesce ad accettare l’idea che l’oggetto del suo desiderio possa essere davvero un immutabile rospo….

L’AMAZZONE

Le amazzoni erano un’antica popolazione del Medio Oriente asiatico retta sul potere assoluto delle donne, le quali comandavano nella gerarchia sociale ed erano anche le guerriere in grado di proteggere il territorio dai possibili attacchi di altre popolazioni. Descritte come invincibili combattenti, pare che lo stesso Alessandro Magno le abbia temute al punto di averne rispettato l’autonomia.

L’amazzone contemporanea è una donna decisamente in carriera, socialmente vincente. Il tratto fondamentale in lei è un’ostentata sicurezza, una straordinaria energia che sprigiona in ogni contatto umano e una spiccata inclinazione al comando.

Il copione sentimentale che ne deriva è fortemente connotato dal fatto che questo tipo di donna tende a tenere il maschio costantemente sottomesso e, seppure dovesse incontrare un uomo che dovesse tenerle testa, non avrà pace se non riuscirà a metterlo in condizione di inferiorità.

Questa vittoria dell’orgoglio femminile nella competizione tra i due sessi si può facilmente trasformare in un micidiale boomerang. La donna-amazzone, infatti, mantenendo la supremazia nel rapporto di coppia può subire effetti devastanti, in quanto all’apparente soddisfazione di essere leader corrisponde la constatazione della debolezza del partner che mina in lei la desiderabilità del maschio.

Pertanto appare evidente l’effetto lacerante di questo sforzo e la condanna ad un continuo passaggio da un uomo all’altro, ossia da una delusione all’altra nell’ambita e irrealizzabile quadratura del cerchio: un uomo che sia contemporaneamente dominatore e dominato.

Ne risulta di solito una dinamica amorosa decisamente contrastata, che spesso si esprime in una serie prolungata di relazioni che finiscono perché chiuse drasticamente dalla nostra guerriera in cerca di una nuova battaglia da vincere.

Solo le più fortunate riescono a trovare un partner in grado di farle sentire al tempo stesso leader e per qualche aspetto inferiori, così la dinamica amorosa e sentimentale viene ad essere bilanciata dall’oscillazione tra il sentirsi al comando e il chiedere aiuto e protezione ….

( …. la conclusione nel prossimo post ….)

Tratto da:

Giorgio Nardone – Gli errori delle donne (in amore) – Ed. Ponte alle Grazie