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Riprendi in mano la tua vita

BARCHETTE IN MANO

“Nessuno può tornare indietro e ricominciare da capo, ma chiunque può andare avanti e decidere il finale.” Karl Barth

Quante volte ci troviamo catapultati in situazioni che non volevamo?

Quante volte accade qualcosa che non ci sentiamo pronti ad affrontare?

A tutti capita di sentirsi in balia degli eventi, incapaci di uscire da una spirale di negatività che ci trascina e ci fa sentire impotenti.

Vorremmo riprendere il controllo della nostra vita, cambiare direzione ma spesso travolti al caos non sappiamo da dove iniziare.

Ecco 7 suggerimenti (Fonte: www.blessyou.me) per riscrivere il copione della nostra vita  ed esserne finalmente il protagonista.

  1. ASCOLTATI. Ascolta il dolore, l’ansia lo stress, la stanchezza. Cosa ti stanno comunicando? Quale è l’area della tua vita che sta boccheggiando, desidera aria fresca e ha sete di cambiamento? Accettare e ascoltare le emozioni negative richiede molto coraggio ma è la porta per la vera felicità. Cosa è che ti fa battere il cuore? Smetti di liquidare quel sogno, quel desiderio con la logica della paura che ripete incessantemente che “non si può-non è il momento-non ha senso-sarà troppo difficile-ma se poi…”. Ascolta il tuo istinto, rinnova le aree della tua vita, che non rispondono più ai tuoi desideri più profondi. Osa sognare e permettiti di vivere i tuoi desideri e le tue passioni.
  2. DIVENTA PADRONE DELLA TUA MENTE. Sono i pensieri che attraversano la nostra mente e creano la realtà che ci circonda. Il modo in cui pensi a te stesso plasma l’immagine che hai di te. Quando ti capita di avere pensieri negativi domandati se ti appartengono o sono frutto di condizionamenti del passato e di giudizi esterni a te stesso. Chiediti in che modo possono esserti utili. Se non lo sono, lasciali scivolare via e sostituiscili con altri che arricchiscano la tua vita. I pensieri governano le tue azioni e le tue reazioni ad ogni evento. E’ qui che risiede la chiave di volta. Padroneggia i tuoi pensieri, scegli con cosa nutrire la tua mente e diventerai padrone della tua vita.
  3. IMPARA A LASCIARE ANDARE. Oggi è il primo girono della tua vita. Ieri è già andato e domani, credimi, non arriverà prima di domani. Oggi, ora, adesso è l’unico momento su cui hai potere. Per quanto doloroso sia stato il tuo passato, per quanti sbagli credi di avere commesso, per tutte le cose che sarebbero potute andare diversamene, ormai sono andate. Vuoi cambiare qualcosa? Fai ora, adesso, qualcosa di diverso. Lascia andare il senso di colpa, la rabbia, il dolore, la tristezza e prima di lasciarli andare domanda loro cosa ti hanno voluto insegnare di utile per rendere diverso, migliore il tuo oggi.
  4. ALLENA L’ASSERTIVITA’. Meriti di dire “Sì” quando vuoi dire “sì” e “No” quando senti che quella determinata richiesta non è in linea con te stesso e non è giusta per te in quel momento. Non c’è niente da guadagnare ma tutto da perdere a lasciare che siano gli altri a decidere per te. Essere assertivi significa avere il coraggio di essere ed esprimere se stessi e ti permette di evitare la trappola del “se avessi fatto/detto, se fossi stato diverso…”. Che senso ha cercare di essere diverso da ciò che sei nel profondo?
  5. APPREZZA E GODI DELLE PICCOLE COSE DI OGNI GIORNO. Ormai numerosi studi scientifici hanno ampiamente dimostrato come esprimere gratitudine aumenti stabilmente il nostro livello della felicità. Un modo per riconoscere quelle cose che ci rendono grati della vita è godere del momento che stiamo vivendo ora. Stai mangiando? Gusta ogni boccone, assaporalo. Nota come questo cambi il semplice atto di mangiare. Stai chiacchierando con un amico/amica? Ascoltato apertamente, sospendi il giudizio e fai domande. Goditi la conversazione, le risate, i silenzi.
  6. RIDI, SORRIDI, GIOCA. Diceva Nietzsche “non si può ridere di tutto e tutti ma ci si può provare” Inizia da te stesso, guarda al lato comico dei problemi e delle difficoltà che incontri. Riuscirai a creare il distacco necessario per vederle da altre angolazioni. Ridi delle tue paure è uno dei migliori modi per affrontarle con coraggio. Sorridi. Non per convenzione o convenienza. Sorridi perché non c’è niente di più bello che poterlo fare. Entra in un bar la mattina e senti come cambia il tuo stato d’animo e l’atmosfera intorno a te regalando un sorriso sincero. Gioca. Torna bambino, scherza. Prova ad affrontare un compito noioso come se fosse un gioco divertente. Ti aiuterà a focalizzarti sugli aspetti piacevoli che non avevi minimamente considerato, stimolerà la tua creatività e ti aprirà a nuovi punti di vista.
  7. SCEGLI IL BICCHIERE MEZZO PIENO. La vita è piena di sfide. Affrontarle con sano ottimismo significa rivolgere la propria attenzione alle possibilità racchiuse dentro le difficoltà. Ricordati che dietro ogni vincolo c’è sempre un’opportunità, che ogni crisi può essere un’occasione e che il dolore porta sempre con sé il seme di una meravigliosa rinascita. Tocca a te scegliere se raccoglierlo!

Allora , tu che mi leggi, sei pronto per riappropriarti della tua vita?

E poi arriva il mattino a raccontarci come si fa, ogni volta, a ricominciare. (Cit.)

 

Inizio

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Un giorno, finalmente, hai capito quel che dovevi fare e hai cominciato, anche se le voci intorno a te continuavano a gridare i loro cattivi consigli; anche se la casa intera si era messa a tremare e ti sentivi alle calcagna l’antico contrasto.

« Sistema la mia vita! », gridava ogni voce.

Ma non ti fermasti.

Sapevi quel che andava fatto, anche se il vento frugava con le sue dita rigide giù fino alle fondamenta, anche se la loro malinconia era terribile.

Era già piuttosto tardi, era una notte tempestosa, la strada era piena di sassi e rami spezzati.

Ma poco a poco, mentre ti lasciavi alle spalle le loro voci, le stelle si sono messe a brillare attraverso gli strati di nubi e poi c’era una nuova voce che pian piano hai riconosciuto come la tua, che ti teneva compagnia mentre t’inoltravi sempre più, di buon passo, nel mondo, determinata a fare l’unica cosa che potevi fare; determinata a salvare l’unica vita che potevi salvare.

Mary Oliver – “Il Viaggio”

L’ascolto del dolore

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“L’uomo dovrebbe imparare ad affrontare il dolore perché non è tutto da gettare via. C’è un dolore che tormenta e uno che matura. Un dolore che distrugge e un altro che avvisa per tempo di ciò che occorre fare.” Romano Battaglia

Un altro post, di questo blog, sul dolore che in questo periodo di profonda crisi politica, sociale, economica sembra essere prepotentemente alla ribalta, declinandosi in tutti i suoi aspetti. Primo fra tutti la perdita di identità , quel sottile tarlo , di colpo diventato realtà, di non appartenere a se stessi …..

Molte persone scoprono di vivere una vita in-autentica, mentre desiderano vivere pienamente, o almeno sentirsi vive. La loro rinascita è sempre preceduta da una lunga sofferenza; in molti casi, al dolore in un primo momento è negata dignità e valore. Si impongono di non pensarci o si sforzano di convincersi che tutto vada bene. Se la raccontano, come si dice.

Vari anestetici sono disponibili allo scopo, con nomi commerciali quali: “sono io quella sbagliata”, “c’è chi sta peggio di me”, “sono infelice perché corro dietro a fantasie”, “sono troppo sensibile e mi lamento per cose da poco”, “sono io che chiedo troppo”.

Molti sono i convincimenti con cui si cerca di anestetizzare il dolore, dai più popolari: “ma si, va beh, fa lo stesso”, “non importa”, al più filosofico “la felicità che io cerco è in realtà un’illusione” e al rassegnato “in fondo le mie amiche stanno peggio di me”.

Tali anestetici sono spesso iniettati in vena, a titolo di aiuto, proprio dalle persone che ti vogliono bene, o dovrebbero volertene. Tuttavia, anch’esse vanno capite: farsi carico dell’altrui dolore è molto disturbante. Bisogna amare molto chi sta male, per condividere la sua sofferenza e attraversare insieme la lunga e oscura notte del “perché sono infelice e cosa devo fare per non esserlo più”.

Ci vuole grande forza per lasciarsi investire dal dolore altrui, dargli un senso, partecipare al disorientamento di chi soffre. E non tutti hanno questa forza.

E così minimizza le parole del dolore, facendole apparire sciocche, esagerate , superficiali . E’ più facile tergiversare, far finta di non capire, non dare peso, scoraggiare, far balenare i pericoli che il cambiamento potrebbe provocare.

Ma se il dolore non è accolto e se non si trovano le parole esatte per dirlo, è costretto ad aprirsi nuovi varchi, a cercare sbocchi anche laddove non saprebbe consentito.

Il passaggio decisivo è smettere di fuggire, lasciare che la sofferenza non ci risparmi, permetterle di diffondersi fino a sentirne la ferita profonda. Rifiutare le facili anestesie, sentire, percepire, vivere il dolore. Trattarlo come un utile campanello d’allarme, piuttosto che un ospite indesiderato.

Spesso il dolore dell’identità negata genera un sommovimento interiore, una ribellione di cui si intuisce l’enorme potere deflagrante, in grado di destabilizzare la situazione personale. Il vulcano che si riaccende è l’immagine più adeguata. La persona percepisce di avere dentro di sé una bomba con la miccia accesa. Molti si propongono di spegnerla, immergendola nell’acqua della rassegnazione, del senso di colpa che in realtà nascondono un’oggettiva complicità con il male che ha generato l’infelicità.

La perdita della propria identità si comunica spesso alla coscienza con immagini che alludono alla morte. La più classica è la sensazione di soffocamento, di mancanza d’aria, di spazio vitale.

Ma anche la sensazione di vivere in un sarcofago, di indossare un abito che non è il proprio. Non diversamente dal sentirsi spenti, insensibili e anestetizzati e dal non doversi fare più alcuna domanda e farsi andare bene tutto, per non soffrire.

Domina una sensazione di appiattimento, di perdita generale di interesse per la vita.

Molte volte mi raccontano anche la sensazione di estraneità alla propria storia personale: di aver fatto molte cose , ma per costrizione, per senso del dovere, senza un’intima partecipazione. E comunque non per quello che sono o eseguendo cose “che non mi appartengono, in cui non mi riconosco”.

Il cambiamento, e lo ripeto ancora,  richiede di stare dentro al proprio dolore, sentirlo, lasciarsene invadere, lasciarlo entrare e dargli un nome.

La consapevolezza, è bene saperlo, è sempre figlia del dolore …..

La paura di aver paura ….

PAURA E CORAGGIO

La PAURA , solo la parola ci mette già ansia, il cuore inizia a battere , i pensieri si confondono e alla paura si aggiunge “la paura di aver paura” dandoci il definitivo colpo di grazia …

Di seguito una riflessione di Rossella Panigatti estratta dal suo libro “La paura della paura”

Perché abbiamo paura se abbiamo un tetto sulla testa e di che sfamarci, un lavoro soddisfacente e degli affetti? Che ragione c’è? Sì, magari il nostro partner si lamenta perché la casa è piccola, il capoufficio non è proprio simpatico e a volte fa delle sfuriate inutili, ci vediamo invecchiare … ma da questo ad avere paura, bè , ce ne passa!

Siamo proprio sicuri che sia così, o ci stiamo raccontando la favola del “vissero tutti felici e contenti”? Quante volte ci diciamo che “va tutto bene”, sapendo perfettamente che non va bene per nulla? Vogliamo, almeno con noi stessi, essere sinceri?

Fermiamoci a fare qualche considerazione.

Da quando abbiamo la capacità di comprendere siamo nutriti dalla paura. Per primi ereditiamo i timori derivanti dai disequilibri dei nostri genitori, che, a fin di bene, tendono a proiettare su di noi le loro paure senza rendersi conto del danno che provocano.

Frasi come quelle che seguono sono esempi banali, ma tristemente comuni: “Se non stai buono viene l’uomo nero che ti porta via!”, oppure “Finisci tutto, o chiamo l’orco che mangia i bambini …”, o ancora “Non vorrai andare in giro vestita così Non sai che hanno violentato due ragazze proprio in questo quartiere?”.

E’ vero che abbiamo sempre la capacità di decidere, scegliendo quello che è meglio per noi, accettando o meno quello che ci propongono, ma si tratta dei nostri genitori, come non fidarsi? E se per caso stavamo cominciando a costruirci dei punti di riferimento che ci permettevano di sentirci al sicuro e protetti in un mondo bello e accogliente, e che ci sostiene comunque, ecco che questi si scontrano con i loro timori e si sgretolano senza speranza.

Ci sono poi le paure indotte dalla società in cui viviamo, che le produce sistematicamente per auto perpetuarsi e proteggersi e per indirizzarci a fare ciò che è “giusto”.

Per non parlare infine delle nostre paure personali, determinate dalle decisioni che di volta in volta prendiamo in merito a quello che ci accade intorno, sia che ci riguardi direttamente o che sia un fatto che leggiamo sui giornali.

Perché temiamo di ammettere che la paura fa parte della nostra vita? Si tratta di un’emozione comune molto primitiva.

Agli albori dell’umanità, quando ci reggevamo a stento sulle due gambe, è stata proprio questa emozione istintiva che ha permesso all’animale-uomo di individuare in tempo il pericolo di mettersi in salvo. La modalità di allarme, infatti , è propria di quella che chiamerei la “paura sana”, quella che ci fa fare un balzo indietro quando una macchina sta per investirci o che ci permette di reagire ad un malintenzionato.

Questo campanello d’allarme può addirittura salvarci la vita e rappresenta una reazione energetica corretta allo stimolo => reazione: c’è un reale pericolo, il nostro sistema energetico lo recepisce e manda l’informazione che si traduce in adattamento fisiologico, mettendo in allerta e potenziando i sistemi e gli organi del nostro corpo in modo da permetterci di sopravvivere.

In questi casi , la paura svolge egregiamente il suo compito. Poi, c’è un’altra manifestazione della paura, che, da semplice e lineare informazione che a volte si rivela vitale, si trasforma in un sentimento oscuro, strisciante, in un’ansia immotivata che ci assale senza ragione e ci strangola, non lasciandoci vivere.

Se ci guardiamo intorno possiamo vedere come la seconda modalità oggi sia molto più diffusa di quanto non appaia, una pandemia i cui segni scorgiamo sui volti di chi ci passa accanto e, spesso, anche sul nostro quando, gettando un’occhiata distratta ad una vetrina, ci specchiamo involontariamente.

Questa paura ha una causa diversa poiché non è generata da minacce reali, concrete, ma da un’indicibile molteplicità di stress, più o meno evidenti, più o meno sommersi, davanti ai quali rischiamo di soccombere.

Abbiamo paura di quello che non conosciamo, l’ignoto, anche se potrebbe essere migliore, ma anche della troppa intimità, della vera vicinanza. Abbiamo paura di non essere più sani o giovani, o potenti, di perdere il controllo, di essere condizionati o “invasi”, di essere respinti, paventiamo le troppe responsabilità o il fallimento. Soprattutto, abbiamo paura di non essere visti e mati per quello che siamo.

Questa paura è una presenza costante nella nostra vita e, visto che è una emozione comune a tutti, come la rabbia o l’amore, come la solitudine , perché negarla?

Perché abbiamo paura della paura? Perché non ammettiamo semplicemente di aver paura, senza comportarci come se non esistesse?

La ragione principale è di origine culturale: nella nostra società non è bello aver paura. Ci hano insegnato che è vergognoso provare paura, essere insicuri, o provare qualsiasi altra sfumatura di questa emozione. E non è tutto. Se il fatto di avere paura è considerato altamente inopportuno, c’è una cosa che anche peggio: mostrarla.

Molto presto quindi impariamo a mascherarla con il controllo, riducendo la voce della paura ad un sussurro sempre più flebile;diventiamo maestri a simulare un coraggio senza tentennamenti. All’inizio la recita è fatta a beneficio degli altri, così che non percepiscano il nostro timore di non farcela, o di non essere amati, o il terrore di essere abbandonati. Tale pantomima a furia di essere rappresentata ha alla fine effetti drammatici su di noi: non soltanto finiamo per persuaderci che non proviamo paura nel momento presente, ma che non l’abbiamo mai provata.

Così facendo ci neghiamo la possibilità di modificare quello che determina la nostra paura che finisce per crearci problemi molto più grandi. Infatti, la paura, anche se negata e ignorata lavora sotto la superficie frenando il nostro cammino verso una vita piena.

Se in questi momenti in cui tutto diventa pesante e lento ci fermassimo un attimo ad ascoltarci, ci renderemmo conto che l’ostacolo più grosso è, appunto, la paura della paura. E’ proprio lei che riesce a trasformare una semplice indicazione di qualcosa fuori equilibrio in un freno che ci immobilizza.

Far finta di non aver paura significa non fare le cose, rinunciare, accampare delle scuse, oppure agire con tensione. Vuol dire pesare ogni parola e ogni gesto, anche quando agiamo, e temere il fallimento.

Ne vale la pena?

La via che è necessario imboccare, dunque, è quella , prima di tutto, di smettere di demonizzare la paura. Poi, imparare a trasformare questa energia stagnante in energia in movimento: per dinamizzare la paura e procedere nella vita sgravati da questo fardello, pronti ad ascoltarla quando si presenterà di nuovo.

Questo ovviamente non significa che non avremo più paura; vuol dire solo che vivremo la paura nel suo giusto contesto, come messaggio di un disequilibrio che, una volta risolto, può tornare a essere qualcosa di armonioso…….

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liberamente tratto da:

R.Panigatti – “La paura della paura” – ed. TEA

Il momento giusto per il raccolto …

covoni

Quando rimetto in ordine casa mia, tra le varie cose devo ricordarmi, visto che spesso me ne dimentico, di dare l’acqua alle piante.

Tra queste ce n’è una che non necessita di tante attenzioni, ma se la trascuro troppo mi avvisa perdendo le foglie. Subito allora provvedo ad innaffiarla, così che possa tornare in salute.

C’è un momento giusto per tutto nella vita, e quel momento è scandito da cicli naturali, da situazioni che armoniosamente si alternano e si sviluppano al di là di quanto facciamo.

Non serve a nulla “essere” o “fare” troppo, non serve a nulla “essere” o “fare” troppo poco, l’unica cosa che serve è fare il giusto, che non è correlato a nessun indicatore, a nessuna unità di misura.

Il giusto è quando il tuo cuore si sente di dare con armonia ed equilibrio. Ripeto con armonia ed equilibrio, perché se in te non rimane inalterato questo modo di essere, allora stai sbagliando, sei fuori strada.

Lungo il cammino ascoltati sempre ….. c’è un momento giusto per tutto …

Più la nostra anima è in grado di riflettere l’essenza del nostro cuore, più l’immagine che l’universo ne riceverà sarà in linea con i nostri più intimi desideri. A volte l’attesa può essere più costruttiva ed efficace dell’azione continuativa e forsennata.

Non ha senso arrivare alla meta completamente stanchi e frustrati.

Il risultato giungerà nel modo più opportuno e non sarà direttamente proporzionale alla nostra azione, ma a quanto in quell’azione naturale, armonica ed equilibrata, riusciremo a mantenere la più intima vibrazione nello stato di appagamento.

Saremo, così, appagati di una vita piena, appagati perché non è il risultato che determinerà il nostro benessere, ma nell’azione e nel presente stessi saremo in grado di scoprire e sperimentare la nostra piena felicità.

Ascoltarsi, rispettarsi e affermarsi …. anziché mentirsi

MAFALDA BASTA

I deficit di autostima portano spesso a soffocare le proprie aspirazioni e le proprie esigenze fondamentali, perché possono sembrare incompatibili con l’immenso bisogno di accettazione sociale, o sembrare meno necessarie: “Meglio rinunciare alle mie esigenze e sentirmi frustrata anziché esprimerle e correre il rischio di essere mal giudicata, fraintesa e alla fine rifiutata”.

Con il passare degli anni, le persone che procedono in questo modo con se stesse finiscono per non avvertire neppure più in modo cosciente il proprio bisogno di affermarsi: hanno totalmente rimosso la loro voglia di dire di no, il loro desiderio di prendere la parola, l’idea che potrebbero di re di no, osando farsi sentire , dicendo quello che vogliono o che pensano.

La negazione di sé rappresenta una forma di repressione nei confronti di se stessi che si estende anche alla negazione delle proprio emozioni. Delusa? Mai. Invidiosa? Mai. Infelice? Mai …..

Ma le nostre razionalizzazioni (“ in fondo, non ne ho veramente bisogno, o voglia”) possono imbrogliare la nostra mente, non le nostre emozioni: sono loro che ci impediscono di compiere quel piccolo crimine contro noi stessi rappresentato da tute queste rinunce.

Perché le nostre emozioni, invece, non rinunciano mai ad attivarsi: di solito ci fanno avvertire piccoli segnali fisici di tensione o di disagio. Sono quelli che il ricercatore nel campo della neurofisiologia Antonio Damasio chiama i “marcatori somatici”. Sono segnali che, anche se la nostra ragione vuole intrappolare i nostri interessi vitali, la parte emozionale del nostro cervello, più primaria, si oppone : “ e no, io non ne ho voglia!”.

E’ necessario,quindi imparare a dimostrarsi più attenti a questi piccoli segnali, a tutte queste discrete sensazioni fisiche nelle situazioni che ci mettono in gioco socialmente. Non è facile quando si sono passati anni a reprimere le proprie esigenze.

Rispettarsi, nell’ambito dell’autoaffermazione, significa rispettare le proprie attese, accogliendole ed ascoltandole, anziché reprimerle.

A forza di convincerci che è meglio rinunciare, finiamo per non accorgerci più che ci stiamo facendo violenza. Con la scusa di proteggerci dalle seccature e da un rifiuto, ci soffochiamo lentamente negandoci il Diritto di Esistere!

Anche in questo caso le conseguenza sono molteplici; oltre al costo emozionale vi è anche un costo comportamentale che consiste nell’evitare molti scambi sociali. Quando rinunciamo a chiedere un favore o a dire di no impediamo agli altri di sapere veramente chi siamo, di interessarsi a noi. E a quel punto ci priviamo di quelle forme di nutrimento relazionale di cui ogni essere umano ha bisogno. Non correndo alcun rischio nei nostri rapporti sociali, li rendiamo asettici e li impoveriamo.

In più, naturalmente, vi è anche un costo psicologico direttamente legato ai problemi di autostima: il mantenimento di un’immagine di sé inferiore a quella degli altri.

Mettendo in atto tutte queste riflessioni ,si giunge alla pratica di comportamenti assertivi. E’ tale pratica regolare che, da sola, permetterà di radicare nel profondo il cambiamento sperato. Nel profondo, vale a dire non necessariamente in un ipotetico inconscio, ma al livello dei nostri automatismi, e la cosa si realizza per gradi . Lanciandosi ogni tanto, qualche volta anche senza riuscirci, ma in questo caso riflettendo su quello che ci ha bloccato. All’inizio esercitandosi in esercizi che comportino un quasi nullo coinvolgimento relazionale, per poter a poco a poco dimostrarsi capaci di affermarsi anche quando è in gioco qualcosa di più importante.

I comportamenti assertivi è necessario che siano compatibili con il mantenimento di  un legame sociale che duri nel tempo ed è in questo senso che si differenziano dai comportamenti relazionali aggressivi. Non ci si afferma contro, ma per … Non contro gli altri ma per sé …L’obiettivo è crearsi un proprio posto, non prendere quello degli altri!

Ri-Conoscersi

RICONOSCERSI 4

Se ti sei riconosciuta e tieni stretto tra le tue mani quello che ora sei, puoi spargerti nel mondo piano, piano. Senza paura di disperderti, di scioglierti, di svanire, inconsistente.

E’ finito il tempo della vita tra parentesi, accartocciata in maschere neutre. La vita non è una lotta contro un destino che si accanisce contro di te, non è nemmeno la continua sofferenza di dover controllare sempre tutto e tutti, e neppure una realtà estranea nella quale si è stati catapultati da chissà chi.

Fuori di te c’è il mondo che ti aspetta, ha tanto da mostrarti e da scambiare con te.

Tu sei anche quello che ti sta intorno, riconosciti nella natura che ti circonda, brilla con la luce delle stelle e con quella del sole.

Non temere di sentirti straniera, cammina tranquilla oltre i tuoi confini, non puoi perderti, perché non ci sono confini, non c’è il vuoto, tutto è collegato.

Se vuoi essere veramente nel mondo e non soltanto passeggiargli accanto, scendi in campo, osa, lascia la tua tana e apriti all’esterno, troverai tanti specchi che ti stanno aspettando. Accoglili uno ad uno e non averne paura: se brillano o se proiettano coni d’ombra sulla tua pelle fino a farla rabbrividire, non mettere confini, non chiuderti più nel tuo mondo contratto.

Cambia prospettiva, mettiti più in alto, disidentificati, distaccati, senza titubanze, ridimensiona quello che non ti convince, quello che temi, ciò da cui sei fino ad ora fuggita.

Fatti ascoltatore di te …. Ascoltati! …

E quando riesci a guardare da una diversa prospettiva e ti distacchi da quello che vedi fuori di te e anche dentro di te, non naufraghi in te, non ti perdi dentro te stesso.

Guardare da un’altra prospettiva è accorgersi di essere entrati veramente nel Nuovo e sentire che non avrebbe potuto essere che così …

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liberamente tratto da:

S.Garavaglia – “365 pensieri per l’anima”  – Ed.Tecniche Nuove

Cosa è la crescita personale

crescita personale

“conoscendo noi stessi potremo sapere come dobbiamo

prenderci cura di noi, mentre, se lo ignoriamo,

non lo potremo sapere”. Socrate

Si parla di crescita personale, di percorsi evolutivi, di cammini di consapevolezza, di sviluppo personale … ma cosa vuol dire tutto questo? Provo a dare qualche risposta a queste domande facendomi aiutare da quello che ha scritto Giuseppe Falco nel suo libro “Scegli di essere felice”.

 

Da sempre l’uomo ha dovuto adattarsi all’ambiente naturale e sociale in cui viveva, risolvere problemi pratici e relazionali e dare un significato alla propria vita. Queste esigenze lo hanno portato spesso ad andare oltre i suoi limiti mentali e materiali per ideare e realizzare tecnologie, stabilire regole di convivenza civile, etc.

Da questo punto di vista, il concetto di crescita personale non è nuovo. Guide alla condotta quotidiana e all’evoluzione spirituale sono vecchie quanto l’uomo, basti pensare a tutta la tradizione religiosa e filosofica che ci accompagna da millenni.

Tuttavia il termine specifico “crescita personale”, in inglese “personal growth”, compare per la prima volta negli Stati Uniti grazie al “movimento per lo sviluppo del potenziale umano”, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta del secolo scorso. Lo scopo del movimento era quello di contribuire allo sviluppo delle potenzialità individuali attraverso vari approcci tra cui i gruppi di incontro o la psicoterapia di tipo umanistico.

Quest’ultima, che diede la base teorica al movimento, ebbe tra i suoi principali teorici Abraham Maslow, Carl Rogers e Fritz Perls.  L’obiettivo del movimento e della psicoterapia umanistica erano:

  • Portare l’attenzione su ciò che è tipicamente umano piuttosto che su ciò che condividiamo con gli animali;
  • Aiutare l’individuo in un processo di crescita aperta, piuttosto che finalizzarla ad un maggior adattamento sociale;
  • Interessarsi al “qui e ora” piuttosto che alla storia passata del soggetto o i suoi supposti conflitti inconsci;
  • Favorire uno sviluppo non solo intellettivo ma integrale del soggetto, per esempio nutrendo il suo lato creativo o spirituale;
  • Occuparsi del funzionamento ottimale dell’uomo, piuttosto che della patologia.

In sintesi lo scopo della psicologia umanistica è quello di aiutare l’individuo a fare pieno uso delle sue capacità personali per giungere all’auto-realizzazione, che richiede l’integrazione di tutte le componenti della propria personalità fisica, emotiva, intellettiva, comportamentale e spirituale.

Le caratteristiche di una persona auto-realizzata sono quindi: maturità, auto-consapevolezza e autenticità.

Dell’approccio umanistico beneficiano non solo persone che hanno ovvi problemi di salute mentale ma chiunque sia interessato alla propria crescita.

Sebbene ancora oggi l’approccio umanistico si utilizzi sia nella terapia che nella formazione, non è più l’unico possibile nel campo dello sviluppo personale. Si assiste anzi ad un proliferare di metodi diversi come: costellazioni familiari, rebirthing, PNL, EFT, bioenergetica, Yoga etc…

Al di là delle tecniche usate possiamo comunque intendere la crescita personale come un processo di cambiamento del nostro abituale modo di pensare, sentire o agire che ci permette di affrontare meglio le difficoltà quotidiane e vivere una vita più piena, reale e profonda.

Quindi possiamo dire che cresciamo quando cambiamo a livello cognitivo, emotivo o comportamentale o per adattarci meglio alle richieste dell’ambiente oppure per realizzare le nostre potenzialità, aspirazioni e valori più profondi.

Ma come può avvenire questo cambiamento? A partire dal riconoscimento dei nostri schemi o concezioni limitanti.

Se osserviamo una nostra giornata tipo, ci rendiamo conto che alcuni nostri pensieri, emozioni e comportamenti tendono a ripetersi. Sono quelli che chiamiamo schemi. Ora alcuni di questi possono essere molto limitanti : immaginiamo, per esempio, una persona che trova ogni occasione per polemizzare con gli altri. Si tratta di uno schema che limita la sua capacità di vivere relazioni interpersonali, in quanto la imprigiona in un modo rigido di relazionarsi con il mondo.

Possiamo dire che uno schema è limitante quando:

  • Ci causa problemi
  • Ci impedisce di vivere una vita piena, profonda e reale.

Riconoscere che un proprio schema di vita è limitante è quindi il primo passo per avviare un processo di crescita personale.

Di seguito, capire che noi non siamo i nostri schemi limitanti, bensì un campo di possibilità in larga parte irrealizzate. E’ come se dentro di noi esistesse un’orchestra formata da un numero enorme di strumenti e possibili melodie: il nostro compito di crescita personale consiste quindi nel consapevolizzare che i nostri schemi di vita limitanti ci portano a suonare quasi sempre gli stessi strumenti e le stesse melodie . Crescere significa risvegliare queste voci latenti.

Il secondo passo, che potremo chiamare di “apertura”, è confrontarsi con visioni del mondo o pratiche diverse dalle nostre ; in questo caso il confronto dei nostri schemi limitanti  con stili alternativi porta ad una relativizzazione e ad un indebolimento dei nostri schemi e alla loro conseguente perdita di potere.

Il terzo passo è l’azione; a nulla vale infatti conoscere, se poi non mettiamo in pratica nei nostri comportamenti quotidiani quello che abbiamo appreso, se no tutto ciò che scopriamo rischia di galleggiare solo come una foglia morta sul fiume della nostra vita.

Azione quindi che ci fa diventare i veri protagonisti del nostro vivere, abili nell’imprimere la direzione che vogliamo alle nostre azioni . Efficaci nel trovare il “giusto mezzo” , capace di trasformare i nostri modi rigidi di interagire con il mondo che ci circonda in contatti più funzionali ed equilibrati.

Azione che ci fa approdare a nuove idee, nuovi modi di pensare e sentire . Scenari alternativi che alimentano nuovi progetti di vita con prospettive diverse che ci arricchiscono e ci permettono di vivere in un modo più pieno.

 

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