Io sono …

feto

La metafora del post precedente è un modo per comprendere il concetto olistico di persona.

Noi siamo il prodotto di due piccolissime cellule e del desiderio di due persone. E ancora prima di nascere riceviamo il primo regalo: il nostro corpo. Una sorta di carrozza disegnata apposta per noi, un veicolo progettato per accompagnarci durante tutto il nostro viaggio, capace tuttavia di adattarsi ai cambiamenti e modificarsi con il passare del tempo.

Nel breve istante prima di abbandonare la sicurezza della casa materna, il nostro corpo percepisce un impulso e si muove. Senza desideri, bisogni, affetti o pulsioni che lo spingono all’azione il corpo rimarrebbe fermo, come una carrozza senza cavalli.

Nei nostri primi mesi di vita è sufficiente piangere per conseguire la piena soddisfazione dei nostri bisogni. Basta stirare le braccia, aprire la bocca e voltare la testa con un piccolo sorriso per ottenere tutto quello che vogliamo, senza correre alcun rischio.

Tuttavia, ben presto diventa chiaro che i desideri, se lasciati liberi, potrebbero, a volte, condurci per sentieri pericolosi e ci rendiamo conto della necessità di indirizzarli.

E’ in questo momento che diventa essenziale la figura del cocchiere, ovvero la nostra mente, il nostro intelletto, la nostra capacità di pensare razionalmente.

Un vetturino efficiente sa indirizzare il nostro cammino facendo attenzione ai sentieri pieni di pericoli inutili e rischi eccessivi.

Ciascuno di noi è al tempo stesso tutti i quattro personaggi che entrano in scena nella metafora: siamo la carrozza, i cavalli, il cocchiere e anche il passeggero.

Siamo il nostro corpo, i nostri desideri ed emozioni, siamo il nostro intelletto e siamo anche la nostra componente più spirituale.

E’ bene instaurare un equilibrio fra tutte queste componenti per ottenere quel Ben-Essere necessario ad essere il protagonista del nostro viaggio.

Lasciare per esempio, che il corpo sia guidato solo dalle passioni e dagli impulsi può risultare pericoloso. Abbiamo bisogno della mente per esercitare un certo controllo sulla nostra vita.

Il cocchiere serve a valutare il percorso, però quelli che materialmente tirano la carrozza sono i cavalli e non dobbiamo permettere che il cocchiere li trascuri, perché… che ne sarebbe di noi se non ci fossero i cavalli? Se fossimo fatti solo di corpo e cervello? Come sarebbe la nostra vita se non avessimo alcuna emozione e desiderio?

Ovviamente nemmeno la carrozza deve essere trascurata: bisogna ripararla, prendersene cura, predisporre ciò che serve per la sua manutenzione perché deve trasportarci per tutto il nostro cammino.

Solamente quando riesco ad armonizzare tutto quanto, quando divento consapevole che sono il mio corpo, le mie mani, il mio cuore, il mio mal di testa e la mia fame, quando ammetto che sono le mie voglie, i miei desideri, i miei istinti, le mie emozioni così come il mio amore e la mia rabbia; quando accetto che sono le mie riflessioni, la mia mente pensante e le mie esperienze…. Solo allora sono in grado di percorrere il cammino migliore per me, e cioè quello che oggi sto percorrendo….

La carrozza … una metafora

carrozza

Squilla il telefono. E’ per me. Attendo qualche istante, poi una voce familiare mi dice:”Ciao, sono. Vieni fuori, ho una sorpresa per te”.

Tutta contenta, mi dirigo verso il marciapiede e subito vedo il mio regalo: è una carrozza  bellissima posteggiata proprio di fronte al portone di casa.

 E’ in legno lucido con le maniglie di bronzo e le lampade di ceramica bianca, è raffinata, elegante, molto chic.

Apro la portiera e salgo. All’interno il grande sedile di velluto a coste bordeaux e le tendine di pizzo bianco le danno un tocco aristocratico.

Mi siedo e mi rendo conto che è stata progettata su misura per me: hanno calcolato la lunghezza delle gambe, l’ampiezza del sedile, l’altezza del tetto… E’ molto comoda, ma c’è posto solamente per una persona.

Guardando fuori dal finestrino ammiro il “paesaggio”: da un lato, la facciata di casa mia; dall’altro la casa del vicino. Poi esclamo:” Che regalo meraviglioso! .. Che bello! … Quanto mi piace! ..” E rimango così a godermi questa piacevole sensazione. Il panorama però è sempre lo stesso e dopo un po’ comincio ad annoiarmi. Allora mi chiedo: “Per quanto tempo si può guardare sempre la stessa cosa?” E inizio a convincermi che il dono che mi hanno fatto non serve proprio a nulla.

Mentre mi lamento a voce alta passa il mio vicino che osserva: “ Non ti sei accorta che a questa carrozza manca qualcosa?” Lo guardo con una faccia interrogativa e controllo i tappetini e la tappezzeria.

“Mancano i cavalli”, dice prima ancora che glielo domandi

Ora capisco perché mi sembrava tutto così noioso…

“Certo” gli rispondo.

Vado alla stalla vicino alla stazione e mi procuro due cavalli giovani, forti e briosi. Li attacco alla carrozza, salgo di nuovo e con tutta me stessa grido: “Iaaaaa!!”.

Il paesaggio è straordinario, cambia e mi sorprende in continuazione.

Dopo un po’ però la carrozza comincia a vibrare e vedo che su un fianco si sta aprendo una crepa.

E’ colpa dei cavalli, non ho nessun controllo su di loro: mi trascinano dove vogliono, mi conducono per strade terribili, prendono tutte le buche, salgono sui marciapiedi e mi porta no in quartieri pericolosi.

All’inizio mi sembra un’avventura divertente, ma adesso capisco di essere in pericolo e, anche se son che non serve a nulla, comincio a spaventarmi.

Ad un tratto vedo passare il mio vicino e gli urlo: “Guarda cosa hai fatto!”.

Mi risponde gridando: “Ti manca il cocchiere!”.

Con grande difficoltà e grazie al suo aiuto, riesco a fermare i cavalli e decido di assumere un vetturino.

Oggi è il mio giorno fortunato, ne incontro subito uno. E’ un signore dall’aria circospetta e formale, dall’espressione seria e molto intelligente e nel giro di pochi giorni prende servizio.

Adesso mi sembra di essere pronta per godermi veramente il regalo che mi è stato fatto.

Salgo, mi accomodo, poi mi affaccio e dico al cocchiere dove voglio andare.

Lui ha la situazione sotto controllo: stabilisce la velocità adeguata e sceglie il percorso migliore.

Io seduta in carrozza… mi godo il viaggio….

Jorge Bucay

________________________________________

per scoprire l’arcano di questa metafora ….. aspetta il prossimo post

Nuove Armonie

farfalle barattolo

Sei tutta qui , in questo tempo che ti stuzzica romantiche follie e ti chiede un gioco nuovo, ora che sei rientrata nel ciclo della vita….

Buttati, organizza, inventa e dai un buongiorno alla vita, anche a chi ami ….. e sai che non puoi vivere senza questo amore che non è un sogno ma tutta la realtà …

Sfarfalleggia un poco, concedi spazio alla tua voglia di leggerezza … Buttati nella vita, puoi farlo …ora ….

Se pensi che l’equilibrio sia qualcosa di stabile, ricrediti, negheresti la vita. L’equilibrio è dinamico, sempre nuovo punto di partenza per una nuova trasformazione.

La vita è movimento, continua espansione ma non è una fatica, è una danza, lasciati fluire senza volerla controllare …

Il nuovo che ora matura in te non sarà un porto definitivo, ma la nuova tappa di un eccitante viaggio. Quando viaggi ti fermi per un po’ e intanto visiti tutto con entusiasmo, curiosità e passione, non ti chiudi in casa o in albergo, sotto alle coperte per tutto il tempo. Non avrebbe senso. E poi arriva il moment o di ripartire. Così è l’equilibrio, un continuo spostamento, aggiustamento, godimento per poi ripartire.

Vivi fru fru, respira aromi, bevi un po’ di vino … attiva la tua energia, falla vibrare, crea la tua realtà ..

Espanditi in tutte le direzioni, nella grappa e nella filosofia, nella sensualità, nel patè, nelle passeggiate, nel ballo sfrenato e nella fisica quantistica ….

Celebra la vita, sentiti ovunque VIVA e non farti troppe domande, ora, plana ad ali spiegate là dove il vento ti porta e goditela fino in fondo questa strana e pazza vita ……

______________________________________

liberamente tratto da:

S.Garavaglia

365 Pensieri per l’anima

Ed.Tecniche Nuove

Manifestare la ferita

ferita anima

L’odio verso se stessi alimenta il risentimento e la violenza contro gli altri in una maniera abbastanza prevedibile: cerchiamo di trasferire i nostri cattivi sentimenti su altre persone in modo da sentirci meno cattivi.

Scaricare l’aggressività sugli altri è un sistema classico per provare ad alleviare la vergogna e il non amore verso se stessi che spesso vengono fuori nella relazione. Come ad esempio una moglie che fa un a secca osservazione la marito perché guida troppo veloce. Se lui la prende come un rimprovero, si può scatenare la sua critica interna; allora, per difendersi dal sentimento del cattivo sé, trasforma invece lei nel cattivo latro. Controbatte, biasimandola perché lo tormenta. Adesso è lei a provare il sentimento del cattivo sé e per schivare la critica prova a sua volta a fare di lui il cattivo altro: “perché sei sempre così sulla difensiva?”. Lui ribatte:”perché sei sempre così critica?”.

Questo è quello che le coppie fanno tutto il tempo: lanciarsi il cattivo sé come una patata bollente. Non fa meraviglia quindi che ai coniugi interessi tanto avere ragione anche se ciò distrugge il loro rapporto. Avere ragione infatti è un modo per cercare di deviare gli attacchi della critica con il suo odio verso se stessi e la sua vergogna paralizzante.

Detto questo possiamo anche riconsiderare tutti quei “difetti” che ci paiono pesanti stigmate inscritte dentro di noi, come sintomi del fatto che non si sa di essere amati.

E così la gelosia sorge soltanto da una mancanza di fiducia nell’essere amati: in qualche modo la vita ama gli altri più di me. Analogamente l’egocentrismo. L’arroganza e l’orgoglio sono tentativi di renderci importanti o speciali, un trucco per nascondere la mancanza di vero amore verso noi stessi. L’egocentrismo è un modo per tentare di far sì che il mondo ruoti intorno al “me”, per compensare una paura sotterranea di non essere in fondo affatto importante. Se ci sentissimo amati, senz’altro non ci capiterebbe mai di non avere importanza.

Dietro tutte le nostre parti buie sta il dolore di un cuore ferito. Ci comportiamo “male” perchè interiormente soffriamo. E soffriamo perché la nostra natura è fondamentalmente aperta e tenera. La buona notizia è che tutte le cose di cui ci vergogniamo, tutti i nostri cosiddetti “peccati” sono soltanto tigri di carta. Guardate il ringhio della tigre e troverete un bambino triste , solo e disperato che si sente scollegato dall’amore.

Il percorso dall’odio per se stessi all’amore per se stessi presuppone incontrare, accettare e accogliere l’essere che siamo. Questo inizia con il permettere a noi stessi di fare la nostra esperienza senza giudizio e critica. Permettere a noi stessi di fare la nostra esperienza può essere un’impresa molto difficile, dal momento che nessuno ci ha mai insegnato come relazionarci in modo sincero e diretto con quello che proviamo. Fare la nostra esperienza vuol dire conoscere e assumere attivamente quel che proviamo ed aprirci ad esso.

Il fatto di entrare consapevolmente in contatto con un sentimento “Sì, è questo il sentimento che c’è”, inizia a liberarci dalla sua morsa. Se possiamo aprirci alla nostra paura e concentrare la  nostra attenzione sull’esperienza dell’apertura in sé, alla fine potremmo scoprire qualcosa di meraviglioso: la nostra apertura è più potente degli stessi sentimenti. L’apertura alla paura è molto più grande e forte della paura in sé. Questa scoperta ci mette in relazione con la nostra capacità di forza, stabilità e comprensione riguardo a qualsiasi cosa stiamo attraversando e questa è “sofferenza consapevole”.

Non importa quanto dolorosi e spaventosi possono apparire i nostri sentimenti, la nostra volontà di confrontarci con essi fa emergere la nostra forza e ci conduce ad un orientamento più positivo nei confronti della vita.

Come le immobili profondità oceaniche stanno nascoste sotto le onde in tempesta sulla superficie delle acque, così il potere della nostra vera natura resta nascosto dietro i nostri turbinosi sentimenti. Combatterli ci fa solo agitare sulla superficie tempestosa; agitarci tra le onde ci impedisce di andare al di sotto di esse e di accedere al potere, al calore e all’apertura del cuore.

Permettere a noi stessi di fare la nostra esperienza, invece, ci consente di cavalcare o scivolare sulle onde invece che farcene portare via. In questi momenti ci siamo, ci siamo per noi stessi, per come ci sentiamo proprio ora e questo è un profondo atto di amore verso se stessi.

In che modo quindi fare amicizia con i nostri sentimenti esattamente come sono in questo momento indipendentemente dalla loro difficoltà?

Prima cosa cominciare a riconoscere quello che sta succedendo senza giudizio e senza cerca di liberarsene.

Adesso concedere ai sentimenti di essere lì dando loro tutto lo spazio di cui hanno bisogno in questo modo si permette al sentimento di esistere, così com’è, senza tensioni o resistenze.

Ora possiamo andare un po’ oltre e provare a vedere se possiamo aprirci fino a provare direttamente il non amore, senza innalzare alcuna barriera contro di esso.

Un passo ulteriore sta nell’entrare con la nostra consapevolezza proprio nel centro del sentimento, ammorbidendoci in esso così da essere tutt’uno con l’emozione.

Se la ferita del non amore è un dolore non digerito dall’infanzia, allora permettere a noi stessi di sperimentarlo con una presenza incondizionata è un modo per digerire il vecchio dolore.

Essere presenti a noi stessi in questa maniera è un atto d’amore che pare la porta verso le nostre più profonde risorse. Quando ci mostriamo alla nostra esperienza, il nostro essere si mostra a noi, in questo modo si fa l’esperienza di “tornare a casa da noi stessi” mettendoci così in contatto con tutte le nostre risorse.

Tornando a casa da noi stessi e dalle nostre risorse, scopriamo quello che è più vero di qualsiasi giudizio si possa esprimere su di sé: che andiamo bene some siamo e scoprire questo aiuta ad apprezzare la nostra vita pur con tutte le sue difficoltà.

Permettere a noi stessi di avere la nostra esperienza è la porta d’accesso all’accettazione e all’amore di sé …..

Una stima di sè equilibrata

I LIKE ME

Abbiamo visto nel post precedente le tre componenti fondamentali dell’autostima: l’amore di sé, la visione di sé e la fiducia di sé, generalmente questi tre fattori sono fra loro interdipendenti.

L’amore di sé , inteso come il rispetto per se stessi qualunque cosa accada e l’assecondare i propri bisogni e aspirazioni, facilita una visione positiva di se stessi, ossia credere nelle proprie capacità, che, a sua volta, influenza favorevolmente la fiducia in se stessi ovvero agire senza eccessivi timori di eventuali insuccessi o del giudizio degli altri.

Capita, tuttavia, che in certe persone questi aspetti siano dissociati. Consideriamo, ad esempio, il caso di una persona che abbia una visione di sé fragile, quindi una fiducia superficiale in se stessa. Se subentrasse un ostacolo serio, se una condizione sfavorevole si instaurasse in maniera stabile, sua autostima svanirebbe.

Per rendere il tutto ancora più chiaro vediamo, nello specchietto riassuntivo sotto, le origini, i benefici e le conseguenze in caso di insuccesso dei tre pilastri della stima di sé:

AMORE DI SE’:

ORIGINI => Qualità e coerenza dei nutrimenti affettivi ricevuti da bambini

BENEFICI=> Stabilità affettiva, relazioni sempre più soddisfacenti con gli altri, saper superare le critiche o il sentirsi respinti

CONSEGUENZE IN CASO DI INSUCCESSO => Dubbi sulle proprie capacità di essere apprezzati dagli altri, convinzione di non essere all’altezza, immagine di sé mediocre anche in caso di successi

VISIONE DI SE’:

ORIGINI=> Aspettative, progetti e proiezioni dei genitori sul bambino

BENEFICI =>Ambizioni e progetti che si tenta di realizzare; capacità di resistere agli ostacoli e ai contrattempi

CONSEGUENZE IN CASO DI INSUCCESSO => Mancanza di coraggio nelle scelte esistenziali, conformismo, dipendenza dall’opinione altrui, scarsa perseveranza nelle scelte personali

FIDUCIA IN SE’:

ORIGINI=> Apprendimento delle regole dell’agire (osare, perseverare, accettare le sconfitte)

BENEFICI =>Facilità e rapidità d’azione nella vita quotidiana; capacità di reagire alle sconfitte

CONSEGUENZE IN CASO DI INSUCCESSO => Inibizioni, esitazioni, abbandoni, mancanza di perseveranza

Alcuni studiosi pensano che la stima di sé, in realtà, sia l’insieme di più stime di sé, ciascuno pertinente ad un ambito particolare. Per esempio, si può avere una buona stima di sé in ambito professionale e una scarsa considerazione di sé in materia di vita sentimentale. Secondo questo pensiero, quindi, al variare delle circostanze e degli interlocutori può variare la concezione del proprio valore personale.

Nella maggior parte delle persone, tuttavia, un successo o una sconfitta in un certo ambito si ripercuote su tutti gli altri.

Una pena d’amore suscita nella persona respinta o abbandonata un senso di perdita del valore personale nel suo insieme. Al contrario, un esito positivo in una certa situazione dà quasi sempre una sferzata alla stima di sé.

Possiamo dire dunque che la stima di sé può essere compresa unicamente come uno sguardo d’insieme su se stessi. Se questo sguardo è benevolo e positivo, ci fa minimizzare i nostri difetti e ci consente di approfittare dei nostri pregi.

Se ci stimiamo poco, invece, finiamo per essere troppo severi con noi stessi, malgrado i nostri successi e ci creiamo un ostacolo impegnativo sulla strada verso la felicità e il ben-essere.

E’ di fondamentale importanza tenere conto che, quasi sempre, attraverso tutte le nostre attività, noi cerchiamo di soddisfare due grandi bisogni, ugualmente indispensabili alla nostra autostima: sentirci amati e sentirci competenti. In ogni campo, ci aspettiamo di vedere soddisfatti contemporaneamente entrambi questi bisogni: prendiamo gli uomini politici che vogliono sia esercitare il potere (competenza) sia essere popolari e seguiti (amore).

Nel lavoro, siamo felici di essere considerati esperti in un certo ambito, ma desideriamo anche essere stimati dai nostri colleghi; nella vita di coppia, cerchiamo l’amore dell’altro, ma vogliamo anche che il nostro lui ci stimi e ci ammiri.

Se invece viene soddisfatto uno solo di questi bisogni e l’altro ignorato, non ci sentiamo appagati: essere amati senza essere ammirati ci fa tornare all’infanzia, mentre ricevere stima senza sentirci amati ci porta alla frustrazione.

Possiamo concludere, dunque, che questi nutrimenti del nostro io sono tanto più indispensabili in quanto la stima di sé non è data una volta per tutte. Essa è una dimensione della nostra personalità particolarmente mutevole: più o meno elevata, più o meno stabile ed ha bisogno di essere alimentata regolarmente .

______________________________________

Liberamente tratto da:

Andrè – F.Lelord: “La stima di Sé” Ed. TEA Pratica

Amore di sè … visione di sè … fiducia in sè

autostima bambino

Vediamo oggi di analizzare più da vicino le tre caratteristiche fondamentali dell’autostima: amore di sé, visione di sé e fiducia in se stessi, lo so ne abbiamo già parlato molto … questa volta, però, proveremo ad esplorarle principalmente nella loro funzione di pilastri della stima di sé.

L’AMORE DI SE’

Questo è l’elemento più importante. Per avere stima di sé occorre essere consapevoli del proprio valore, mentre per amare se stessi non c’è bisogno di niente di preciso: ci si piace malgrado difetti e limiti, sconfitte e vicissitudini, semplicemente perchè una vocina interiore ci dice che siamo degni di amore e di rispetto.

Questo amore “incondizionato” nei confronti di noi stessi non dipende dalle nostre prestazioni, ma ci consente di far fronte alle avversità e di riprenderci dopo aver mancato un obiettivo che ci eravamo prefissati. In caso di difficoltà non impedisce né la sofferenza, né il dubbio , ma ci protegge dalla disperazione.

Ormai è risaputo che l’amore di sé dipende in gran parte dal nutrimento affettivo che i nostri “care giver” ci hanno prodigato quando eravamo bambini.

Le carenze di stima di sé che risalgono a questo periodo della vita sono indubbiamente le più difficili a cui porre rimedio e le più dolorose da ricucire.

E’ necessario però comprendere che amare se stessi è il fondamento della stima di sé, la sua componente più profonda e intima. E’ il punto di origine da cui poi poter andare verso l’altro senza aspettative bensì con il desiderio di condividere parte della propria vita.

LA VISIONE DI SE’

Il secondo pilastro della stima di sé è lo sguardo che rivolgiamo a noi stessi, ossia la valutazione, fondata o meno, che facciamo delle nostre qualità e dei nostri difetti.

Il focus, in questo caso, si sposta verso una visione più soggettiva: la nostra convinzione di avere qualità o difetti, potenzialità o limiti.

Una visione positiva di noi stessi è una forza interiore che ci consente di affrontare le avversità in modo pro-attivo piuttosto che reagire alle situazioni.

La visione che abbiamo di noi stessi deriva dal nostro ambiente familiare e, in particolare, dai progetti che i nostri genitori avevano su di noi. In certi casi, i genitori proiettano inconsciamente sul bambino le aspirazioni che non hanno potuto o saputo realizzare nella propria vita.

Perché la visione che ognuno sviluppa di sé sia veritiera e congruente è necessario che la pressione esercitata dai genitori non sia troppo forte e tenga conto dei desideri e delle capacità del bambino, altrimenti può succedere di rimanere vittima della propria inefficacia nel realizzare il sogno di mamma o papà, senza rendersi conto che in realtà, si tratta soltanto di un’impresa impossibile.

In alcuni casi, poi, una visione di sé limitata riduce la persona a una situazione di dipendenza dagli altri: stabilire relazioni soddisfacenti con il prossimo è possibile, ma soltanto imitando gli altri, seguendo strade già esplorate, facendo fatica a costruire e a condurre a buon fine progetti personali. Si ha paura ad osare nel timore che essere se stessi porti al fallimento di ogni iniziativa, ci si castra nel giudizio prima di qualsiasi azione. Se invece ci fermassimo nell’accoglienza incondizionata potremmo darci la possibilità di scoprire parti di noi mai considerate prima.

FIDUCIA IN SE STESSI

Terza componente della stima di sé, la fiducia in se stessi si applica soprattutto alle nostre azioni.

Essere fiduciosi significa pensare che si è capaci di agire in maniera adeguata nelle situazioni importanti.

La fiducia in se stessi può apparire meno importante dell’amore di sé o della visione di sé, di cui non è altro che una conseguenza. In parte è vero, ma il suo ruolo è fondamentale, in quanto la stima di sé ha bisogno di azioni per mantenersi o svilupparsi: certi piccoli successi quotidiani sono necessari al nostro equilibrio psicologico tanto quanto il cibo e l’ossigeno lo sono per il nostro equilibrio fisico.

Da dove viene la fiducia in se stessi? Principalmente dall’educazione che abbiamo ricevuto in famiglia  e a scuola. E’ lì che si creano le basi per poter  sviluppare il grande potenziale insito in ognuno di noi. Tutti siamo fatti di difetti e di talenti, tutti abbiamo delle capacità e delle impotenze, delle attitudini spontanee produttive, ed altre attitudini che vanno invece esplorate e costruite con pazienza.

Chi non ha fiducia in se stesso è spesso un individuo che si è limitato a riprodurre qualcosa di già confezionato, a inseguire e a misurarsi più col consenso e la considerazione d’altri che col proprio sguardo, a fronteggiare e a superare prove e esami esterni, ad andar di corsa verso traguardi già segnati, più che a dare spazio e impegno a ricerca e a verifiche proprie

E’ bene quindi ricordare sempre che ……

“ C’è una forza fiduciosa che muove gli esseri umani verso una nuova vita, indipendentemente dal fuoco che li ha inghiottiti. È questa forza fiduciosa che è nata dentro di noi, quella che è più grande di noi che chiama nuovi semi nei luoghi aperti, battuti e aridi, affinché possano di nuovo essere seminati” C.Pinkola Estès – Il giardiniere dell’anima –

Pensare e sentire

mani 5

Noi esseri umani adulti abbiamo a disposizione sia la facoltà di sentire che quella di pensare entrambe utile e necessarie al nostro benessere psicofisico e al buon andamento della vita sociale.

Normalmente l’attivazione di una delle due facoltà inibisce in parte l’altra, per cui mentre pensiamo non riusciamo a sentire nitidamente e viceversa.

In questo post, che trova la sua ispirazione in un articolo precedente,  cercherò di chiarire meglio che cosa si intende con “sentire” e con “pensare”, anche perché la distinzione fra queste due funzioni è una delle chiavi fondamentali che ci consentirà ad accedere alla consapevolezza corporea, emozionale e spirituale.

Il sentire è ciò che si percepisce direttamente di una situazione, di una persona, di un oggetto; le sensazioni fisiche che essa attiva nel nostro corpo, le emozioni che smuove, le intuizioni e le immagini che suscita in noi.

Appartiene al sentire, ad esempio, la piacevole sensazione di dolcezza che avvertiamo in bocca quando mangiamo un cioccolatino.

Pensare è invece l’interpretazione che di tale situazione o esperienza ci dà la nostra mente, e che può essere anche in antitesi a quanto provato; ad esempio “la cioccolata mi fa ingrassare”.

Mentre il sentire è sempre immediato e spontaneo, il pensare è inevitabilmente influenzato a priori dai nostri schemi mentali, dai nostri pregiudizi.

Sentire è essere in contatto diretto con il “qui e ora”, percepire la realtà del momento, mentre pensare è sovente un proiettare le proprie speranza, paure e credenze sulla situazione stessa.

Vi ricordate a scuola il “cogito ergo sum” (“penso dunque sono”) di Cartesio? Alla luce di ciò possiamo dire che questa massima va assolutamente ridimensionata, in quanto non solo mette in ombra una metà della natura umana (il sentire) ma anche e soprattutto ci impedisce di fare esperienza diretta della realtà esteriore e interiore facendoci vivere in un mondo astratto e concettualizzato.

E’ quindi fondamentale rivalutare il sentire poiché solo sentendo possiamo veramente affermare di esistere.

Il sentire si può afferrare appieno solo con l’esperienza sensoriale diretta, proviamo dunque un semplice esercizio che illustra meglio di qualsiasi altro esercizio cosa sia il “sentire”.

Siediti in posizione comoda, chiudi gli occhi e porta l’attenzione al tuo corpo…. Senti dunque come sta il tuo corpo, qui e ora….. che cosa ti comunica? … sta comodo, ha voglia di muoversi, è intorpidito? … non cambiare posizione, limitati a sentire….

Avverti sensazioni piacevoli, spiacevoli ? … che cosa avrebbe voglia di fare il tuo corpo? … stai per qualche minuto in questo “ascolto” interiore e poi lentamente riapri gli occhi …..

Molti degli esercizi sul sentire corporeo o emozionale funzionano meglio con gli occhi chiusi, perché a occhi aperti la nostra attenzione è inevitabilmente attratta e distratta dall’esterno. In questo esercizi , invece, è importante rilassarsi e lasciare che la percezione del corpo si metta a fuoco da sola, poiché il sentire interiore funziona esattamente al contrario della percezione esteriore: in quest’ultima ci focalizziamo attivamente su certe cose, mentre se vogliamo sentire dentro dobbiamo rilassarci e ricevere passivamente quelle sensazioni, emozioni, segnali che il nostro corpo e il nostro inconscio continuamente ci mandano.

Ora proviamo a fare un altro esercizio:

Seduta comoda, chiudi gli occhi e lentamente unisci le tue mani, sentendo cosa accade; stai per qualche decina di secondi in “ascolto”, poi staccale e senti la differenza. Conta fino a 10 e riuniscile di nuovo e senti la differenza. Infine apri gli occhi.

Ti è più chiaro ora cosa si intende per sentire? …..

Naturalmente nella vita ci sono momenti in cui bisogna affidarsi al sentire e momenti in cui bisogna utilizzare il pensare: se sei alle prese con un bilancio è il caso che attivi il pensare ma se ti trovi a passeggiare in montagna o sulla riva del mare e attivi il pensare ti privi di tutto il piacere che potresti ricavare da questa esperienza ….

Imparare a smettere di umiliarsi

smettere di umiliarti

L’abitudine a nascondersi e di oscurare la propria luce appartiene sia agli uomini che alle donne; l’unica differenza è che il sesso femminile si mortifica quasi per natura, mentre il sesso “forte” tende a mascherare l’insicurezza con parole o comportamenti da duri.

A causa della mia professione, vedo tante persone che hanno poca stima di sé, che si odiano per le loro debolezze, per la loro incapacità di comunicare, per i sentimenti negativi che nutrono per se stessi e per gli altri.

Durante il percorso, poi, quasi sempre, viene alla luce che tutte queste persone hanno in comune un’infanzia trascorsa con genitori emotivamente svalutanti o semplicemente indifferenti nei confronti del bambino.

Se un bambino non è amato, non saprà come fare per amarsi da solo; se non c’è sicurezza e affidabilità emotiva, il bambino non potrà crescere e diventare un adulto con sentimenti stabili. Non conta nulla regalargli tanti giocattoli, da solo non sarà mai capace di piacersi perché nella sua mente la mancanza di amore e di attenzioni può significare una cosa soltanto: che lui non merita l’amore dei genitori perché è carente per qualche motivo. Ecco come nasce il complesso di inferiorità.

Uno dei bisogni umani fondamentali consiste nel trovare negli altri riconoscimento del proprio valore. Vogliamo essere considerati interessanti e speciali, vogliamo che gli altri pensino che siamo competenti e intelligenti; cioè vogliamo piacere a loro. E’ molto importante sentirsi accettati dal prossimo: dopo tutto nella vita veniamo a contatto con un sacco di gente, dalla famiglia agli amici, ai colleghi di lavoro; la nostra crescita personale è determinata dal nostro successo nella vita sociale.

Dall’altro lato sta il principio della modestia, con tutte le relative implicazioni. Ci viene insegnato che “non sta bene” parlare dei nostri successi perché significherebbe vantarsi, che non dobbiamo preoccuparci troppo del nostro aspetto fisico perché sarebbe da vanitosi. Piuttosto, ci consigliano di essere modesti e di nascondere i successi ottenuti per non attirare l’attenzione generale. Ecco perché ci sono donne che passano ore a scegliere i vestiti per una particolare occasione, facendo molta attenzione per essere eleganti, applicando il trucco con cura eccessiva, sistemando i capelli come meglio non si può e abbinando i giusti accessori, per rispondere quando qualcuno rivolge loro dei complimenti: “Oh, è una vecchia cosa, sono anni che ce l’ho!”.

Situazioni simili capitano anche nell’ambiente lavorativo; magari ci si ammazza di fatica per un progetto, descrivendo i risultati raggiunti e compilando la relazione in ore e ore di straordinari per poi consegnarla al capo che pubblicherà le scoperte con il suo nome …. Secondo le leggi imperanti della modestia e della negazione di sé dovrebbe andare tutto bene perché, in fondo, ci si dovrebbe accontentar di aver contribuito al progetto. Purtroppo questo funziona solo in teoria, perché a questo punto, dato che siamo esseri umani bisognosi di riconoscimento da parte degli altri, cominciamo a sentirci feriti.

Negare se stessi e le proprie ambizioni è possibile finchè la questione non è molto importante, ma quando si profonde molto impegno ed energia in un lavoro, è semplicemente naturale che si vogliano vedere riconosciuti i propri sforzi, e ciò non ha nulla a che fare con l’immodestia.

Non prendersi i meriti dovuti è un modo per umiliarsi; forse daremo la colpa al direttore perché spetterebbe a lui/lei di riconoscere inizialmente il nostro contributo; ma è anche colpa nostra se permettiamo che lui/lei la passi liscia. Forse non riusciremo a convincerlo/la a rendere di pubblico dominio la parte di merito che ci spetta, ma il minimo che possiamo fare per appagare la stima in noi stessi è di far riaffiorare la questione la prossima volta che gli/le parliamo.

Se ci fermiamo un attimo a riflettere su chi trae benefici quando facciamo professione di modestia, ci accorgiamo che non siamo mai noi.

Se abbiamo del talento e della qualità, tocca a noi cercare di sfruttarle al massimo. La modestia porta vantaggi soltanto a chi ci propone di praticarla: più si offusca la nostra luce e più brillerà la loro.

La modestia inopportuna rappresenta un modo passivo di sminuirsi, di svalutarsi. Per una qualsiasi ragione ci si sente inibiti e non si riesce a riconoscere apertamente le proprie realizzazioni pratiche, con la conseguenza che esse non otterranno il giusto premio.

Un altro modo di umiliarsi consiste nel parlare male di sé e delle proprie capacità, criticandosi e screditandosi costantemente e quindi assumendosi automaticamente la responsabilità per tutto ciò che non va bene nei nostri rapporti sociali.

Molte persone si scusano continuamente, come se si sentissero colpevoli della propria inadeguatezza, preferendo sottolinearla da soli senza attendere che lo faccia qualcun altro: meglio umiliarsi che essere umiliati dagli altri. La conseguenza di questo comportamento è scontata: quando una persona comincia a svalutarsi, i veri amici si sentono obbligati a negare il fatto. Sebbene la persona che si accusa non si fidi delle rassicurazioni degli amici (perché non si fida di nessuno  e di se stessa ancora meno), il sostegno che ottiene la fa sentire comunque bene. Eppure, questo sostegno può agire solo da puntello, e non può rimpiazzare la mancanza di sicurezza e di autostima. Anche se la si incoraggia, una simile persona riesce a ristabilire il suo equilibrio emotivo solo momentaneamente; il problema rimane a livello sotterraneo: quindi che si può fare??

Accusare se stessi costituisce un modo sicuro per evitare di essere criticati dagli altri. Quando le cose vanno male, di solito è sempre l’individuo più debole del gruppo quello a cui viene data la colpa, e se siamo noi a scusarci con eccessiva frequenza, saremo noi i predestinati a diventare il capro espiatorio, che la colpa sia nostra oppure no.

Se ci si comporta da perdenti, si viene poi trattati come tali.

Detto questo è necessario imparare facendo pratica a:

  • Approfittare dei nostri lati positivi => dopo aver descritto almeno tre caratteristiche positive della nostra personalità, cominciamo a comportarci come se fossimo vere, anche se non ci crediamo fino in fondo…
  • Imparare ad accettare le lodi => non accettare le lodi e complimenti significa far mostra di un falso senso di modestia: si finge di non meritare applausi quando invece si è faticato tanto per ottenerli.
  • Non scusarsi troppo => se pensiamo che per ogni cosa la colpa è nostra, ci stiamo lusingando perché dimentichiamo che al mondo esistono altre persone che influenzano gli eventi quotidiano almeno quanto noi.
  • Siamo gentili con noi stessi => niente di quello che realizziamo conta a nostro favore se non riconosciamo i successi ottenuti oppure se pensiamo di averli raggiunti perché le circostanze erano favorevoli. Essere gentili con se stessi significa non criticarsi troppo, non pretendere troppo da se stessi; in generale trattarsi con rispetto, alla stessa maniera in cui ci comporteremmo con una persona cara.

Talenti e passioni … rendere straordinaria la propria vita …..

attimo fuggente

L”Attimo fuggente”, stupendo film di Peter Weir del 1989, reso a me ancora più caro dopo la scomparsa di Robin Williams, racconta di Welton, uno di quei collegi maschili severi e chiusi al libero arbitrio, alla fantasia, all’immaginazione.

In fredde aule di studio si delineano le storie di un gruppo di ragazzi durante un anno che cambierà la loro vita. Ognuno con un suo passato, ognuno con delle ambizioni per il futuro, ognuno con una famiglia alle spalle ingombrante, onnipresente e calcolatrice. E nella vita di questi ragazzi entra un uomo, un professore ex alunno, Mr Keating che insegnerà a ciascuno a vivere al di fuori dei rigidi schemi di un grigio edificio, a tentare, rischiare, a “succhiare il midollo della vita”, rivelando loro la bellezza del mondo. Senza una pretesa di sudditanza o idolatria Keating mostra a chi lo segue la possibilità di essere liberi rendendo straordinaria la propria vita.

L’”Attimo fuggente” è uno splendido modello anche per un altro insegnamento di grande valore: “pensate a quello che volete essere perché siamo cibo per i vermi”, “anche voi dovete trovare la vostra voce, il vostro potenziale”. Il Prof. Keating invita i suoi studenti a rendersi protagonisti della propria vita, a trovare quello che piace fare ed esprimerlo, a scovare i talenti naturali di cui siamo dotati. Dunque, passioni e talenti: due cardini dello star bene con se stessi.

  • Talenti : doti naturali con cui nasciamo
  • Passioni: ciò che ci piace e adoriamo fare

Entrambi contribuiscono a renderci unici.

Per cosa sei portato? Cosa fai naturalmente bene? Probabilmente ci pensiamo troppo poco, ma ognuno di noi nasce e cresce con dei talenti. Doni innati, inclinazioni a riuscire in qualcosa senza sforzi, sudore o studio.

Non è fantastico sapere di possedere un’abilità o anche più di una, senza doversi applicare? Un talento è come il colore degli occhi, l’altezza o una di quelle voglie che colorano la pelle: senza averli desiderati o scelti ci accompagnano, fanno parte di noi dal momento in cui veniamo al mondo e per il resto della nostra esistenza.

In molti si domandano: “Talenti? Io? Naaaa, io per riuscire in qualcosa devo provare, provare, provare e riprovare”. Questo perché comunemente associamo i “doni” al genio matematico, alla vena poetica, alla capacità di riuscire egregiamente in qualche sport.

Quello del talento è un contenitore ben più ampio, anche se non siamo abituati a riconoscerlo: raccontare barzellette (facendo ridere chi ascolta), usare la voce per affascinare chi ascolta, disegnare, usare il computer, parlare in pubblico con la stessa sicurezza con cui chiacchiereresti con un’amica, creare empatia con gli altri, avere una visione di insieme delle situazioni o al contrario notarne i dettagli e gli aspetti specifici, saper ascoltare, avere il pollice verde, avere la capacità di riflettere su se sessi e conoscersi, essere creativi, essere pragmatici, motivare gli altri …. E non sono finiti, la lista è lunghissima!!!

“Se facessimo tutto ciò che siamo capaci di fare, rimarremmo letteralmente sbalorditi” Thomas Alva Edison

Le passioni invece sono la miccia che causa l’esplosione: quando ami fare qualcosa non c’è impegno che tenga, ostacolo, stanchezza o altro.

Cosa ti piace fare??

Anche in questo caso le alternative sono molte: lo sport, viaggiare, modellismo, cucinare, scrivere, dipingere, arrampicarsi, guidare, andare per funghi, ballare, camminare, scoprire cose nuove ….

A differenza dei talenti però, le passioni non hanno nulla in comune con la capacità di riuscire naturalmente. L’amare qualcosa non implica alcun risultato o efficacia nell’essere in grado di realizzare ciò che piace.

Posso adorare di andare in canoa, ma essere completamente negata, priva di tecnica o di stile e continuare imperterrita a pagaiare ogni domenica solo perché adoro farlo. Così come ci sono patite della cucina che passano ore tra i fornelli e impasti, senza alcuna soddisfazione per gli invitati a cena.

A volte però accade anche il contrario: persone che amano cantare, studiano , si applicano e riescono ad incidere un disco, poi due, tre e fanno della loro passione anche il mestiere della loro vita. Perché facendo qualcosa che viene da dentro con ardore e motivazione, il tempo non sarà perso. MAI!!

Ora prova a pensare: quando lavori su un punto debole per migliorarlo, ottieni un punto debole “un po’ più forte”. Quando lavori su un talento o su una capacità su cui sei forte, dai cosa ottiene? Un’area di eccellenza, un’area dove fai la differenza rispetto al resto del mondo rendendo la tua vita un’opera sempre più straordinaria …

Certo, è importante lavorare sui punti deboli perché, soprattutto se ci appassionano, avremo maggiori possibilità di migliorarli. Ma i punti di forza … ah, quelli sì che si trasformano in aree di eccellenza.

Purtroppo la maggior parte delle persone conosce i propri punti deboli ma non quelli forti: il solito discorso del “ignora te stesso”.

E tu che mi leggi … quali sono le tue passioni ??? E i tuoi talenti ????

“ Solo chi si conosce è padrone di se stesso”

Pierre de Ronsard