Pensieri e sentimenti nella ricerca d’amore

amore e stress

Ieri sistemando la mia zeppa libreria in continua crescita vista la mia compulsiva voracità di mangiatrice di libri, ho ritrovato un testo molto interessante di Katie Byron ideatrice di “The Work” una metodologia per identificare e indagare i pensieri che causano la sofferenza che impedisce alle nostre vite di decollare.

Il testo in questione è “Ho bisogno del tuo amore. È vero?” Riflessioni ed esercizi su come smettere di cercare amore e approvazione e cominciare invece a trovarli.

Visto che in questo periodo il mio lavoro di counselor è soprattutto incentrato ad agevolare le persone ad esplorare il loro mondo di coppia cercando di ripercorrere pensieri ed emozioni che possono causare difficoltà ed impasse nella relazione, mi sembra interessante, questa mattina, postare una riflessione tratta liberamente da questo testo.

All’inizio, dice Katie Byron, può sembrare strano vedere l’infelicità in amore in termini di pensieri. Tuttavia se diamo un’occhiata più profonda ci accorgeremo che esiste sempre un pensiero particolare che innesca qualsiasi situazione che provoca stress.

L’ansia relativa all’amore è il risultato di pensieri semplici e per lo più infantili “Ho bisogno del tuo amore” “Senza di te mi sento persa”; pensieri, questi che pretendono di guidarci verso il vero,amore ma che se non esplorati nella loro dinamica rischiano di diventare grosso ostacoli.

Molto spesso le persone immerse in questo stato di ansia e turbamento non riescono a individuare il pensiero che lo provoca, riescono solo a sentirne il flusso emotivo.

Immaginiamo, ad esempio di aprire il nostro cuore al nostro “lui” e che “lui” non solo non risponda ma anche che si alzi e lasci la stanza. Noi, rimaniamo sulla sedia con la sensazione che il mondo sia finito. Il primo pensiero potrebbe esser “Non gli interesso” che potrebbe diventare “perché mi preoccupo? A nessuno importa veramente di me”.

Proviamo ora a ricordare una sensazione passata in cui questa sensazione di turbamento era molto forte, in silenzio lasciamo emergere questa sensazione. Se non riusciamo a trovare il pensiero che sta dietro l’emozione, cerchiamo di penetrare più in profondità verso il luogo dove la sensazione è più intensa. Questo significa immergerci completamente nella sensazione fisica legata a quell’emozione cercando di ascoltare il corpo, dandogli contemporaneamente voce. Se l’emozione potesse parlare, cosa direbbe e a chi?

Prendiamoci il nostro tempo, senza fretta. Cerchiamo di essere più precisi possibile, altrimenti potremmo dire qualcosa di saggio e amorevole, dando voce a quello che pensiamo “dover” pensare, invece di quello che pensiamo e ci fa star male.

Molto spesso nel momento del dolore, ci sono pensieri che abbiamo avuto per così tanto tempo che non ci rendiamo nemmeno conto di averli lì stretti a noi.

Il secondo passo del “Lavoro” che ci insegna Katie Byron è, dopo aver trovato il pensiero, sotteso all’emozione dolorosa, chiederci se è vero. Questo vuol dire tornare nuovamente dentro noi stessi per vedere se il pensiero che provoca turbamento è realmente in accordo con la realtà che stiamo vivendo; molto spesso ci accorgeremo che non è così.

Nel nostro viaggio attraverso la vita i pensieri sono come spari nel buio, tentativi imprecisi per cercare di comprendere cosa accade dentro e fuori di noi. Quando cerchiamo amore, approvazione e riconoscimento, molto pensieri che facciamo hanno il compito di decifrare il comportamento delle persone che ci interessano e soprattutto fare ipotesi su quello che sta succedendo nelle loro teste, come se avessimo il potere di leggervi dentro.

Come bambini ci focalizziamo sull’aspetto allarmante; tornando all’esempio di prima: lui non mi risponde, si alza e se ne va ….. non gli interessa nulla di quello che dico, non mi vede! E poi reagiamo di conseguenza, come se il pensiero fosse un fatto. Soffriamo: ci rinchiudiamo in noi stessi o attacchiamo, invece di rispondere alla domanda che il pensiero, come tutti i pensieri, implica “è questo quello che è successo veramente?”.

Ogni sensazione di stress e malessere è un allarme che ci fa sapere che stiamo credendo ad un pensiero non vero.

In questo passaggio, ci dice sempre la Byron, cerchiamo di analizzare cosa provoca quel pensiero nella nostra vita fisica ed emozionale. Quando siamo intrappolati dentro a quel pensiero, chiediamoci “come ci influenza?” “ come trattiamo noi stessi e gli altri, quando crediamo a quel pensiero?” “ ci compatiamo?” “ ci sentiamo feriti e arrabbiati?” “ è qui che diventiamo vittime?”

Dopo di che facciamo un salto con la fantasia e immaginiamo cosa sarebbe la nostra vita senza quel pensiero, se non gli credessimo e se addirittura fossimo incapaci a pensarlo. Evitiamo di preoccuparci se sia vero o no, lo scopo di questo passaggio è sperimentare come sarebbe la nostra vita se non crediamo a quel pensiero. Durante il processo immaginativo, guardiamo il nostro “lui” senza il pensiero “ non gli importa nulla di me”  provando a rimanere un po’ in quell’esperienza.

Lo scopo di questo esercizio è quello di farci notare le conseguenze del credere ad un pensiero e poi provare un assaggio di vita senza pensiero.

Il terzo e ultimo passo dell’indagine sul pensiero è “rigirare” il pensiero.

Come uno specchio la mente ha un modo di comprendere le cose correttamente ma capovolte.

Quindi riprendiamo il nostro pensiero e rigiriamolo, ossia letteralmente invertiamolo in tutti i modi possibili. Poi chiediamoci se queste versioni invertite sembrano altrettanto vere o perfino più vere del pensiero originario.

Facciamo sempre l’esempio di prima e proviamo:

  • Sono io in realtà che non ho riconosciuto e che non mi importa di lui, quando mi sento ferita, mi rinchiudo o mi arrabbio, saltando subito alle conclusioni, giudicandolo duramente.
  • Non mi importa di me stessa, ho trasformato un’azione probabilmente innocente in rifiuto. Sono io che ho creato il disconoscimento  nella mia mente e i miei pensieri arrabbiati mi hanno fatto sentire piccola e inutile.
  • Lui non mi ha rifiutata, gli importa di me, forse stava pensando a qualcosa di altro. Non posso davvero sapere quale fosse la sua intenzione.

Quando la mente vuole provare che ha ragione, può cadere in un solco, come una macchina che si è impantanata. Provare dei rigiri e considerare se possono essere veritieri è come spingere avanti e indietro la nostra macchina per liberarla dal fango.

Quindi ogni volta che abbiamo un pensiero stressante, Katie Byron ci lascia quattro domande da farci che possono guidarci verso una nuova valutazione di ciò che provoca il nostro malessere :

  1. È vero?
  2. Possiamo sapere con assoluta certezza che è vero?
  3. Come reagiamo, cosa avviene quando crediamo a quel pensiero?
  4. Cosa saremmo senza il pensiero?

Se l’articolo vi è stato utile seguitemi nei prossimi post per altri interessanti spunti di riflessione sull’argomento ….

“Io non controllo i pensieri, sono loro che controllano me, fino a quando non li indago” Katie Byron

liberamente tratto da: K.Byron – Ho bisogno del tuo amore, è vero? – ed. Il punto d’incontro

 

 

 

 

 

Il vuoto che “sana”

vuoto 4

Riflettendo sul Residenziale ADYCA appena concluso …….

A questo link puoi vedere il video http://bit.ly/2tCXBRX

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L’incontro con l’anima è un evento che appartiene alla concretezza, e la felicità e il suo raggiungimento sono operazioni concrete. Per essere felici, c’è qualcosa da fare, qualcosa che ci spetta, un compito da svolgere.

Il cervello è un organo costruito per produrre fatti e, se non ostacoliamo il suo funzionamento, immancabilmente secerne le sostanze della gioia.

Gli “esercizi spirituali” dei filosofi puntavano a produrre praticamente quegli stati cerebrali capaci di realizzare la biochimica della felicità, della tranquillità, della pace interiore.

All’interno del cervello esiste uno spazio eterno, che appartiene a qualcosa di impronunciabile, di indicibile.

L’eternità è uno stato energetico che vive perennemente al di sotto del nostro Io “tangibile”, che si esprime solo in una dimensione sconosciuta, che appartiene più alle regole del vuoto e del nulla, e che, seppur a tratti, può essere contattato dalla coscienza. E’ uno stato energetico che ci chiama incessantemente e che ha una chimica a parte che viene messa in gioco quando siamo capaci di stare con noi stessi in un modo che non si impara a scuola, o sui libri, ma è il seme di tutta la saggezza.

Al di sotto di come appariamo alla nostra coscienza, al di sotto di ciò che crediamo di essere, un’intera vita si svolge, un intero organismo pulsa incessantemente. La pianta che siamo sta facendo la sua parte. Tutto è come in natura: un seme si disfa nel buio della terra e silenziosamente produce il suo germoglio prima, e la sua pianta dopo.

Carl Rogers, il grande psicologo americano, si era accorto che le patate che i suoi genitori conservavano in cantina, lasciate lì al buio e la freddo, allontanate dal loro terreno naturale, nonostante tutto germogliavano. E si è chiesto se, nei momenti difficili, anche dentro di noi, nel nostro spazio interno, c’è qualcosa che vuole germogliare.

Mentre stiamo soffrendo, mentre ci sembra di essere stroncati dagli episodi sfortunati della vita, c’è qualcosa di profondamente naturale che ci sta ricreando.

Il mio organismo vive, evolve, matura, libera i suoi fiori, i suoi frutti del tutto a mia insaputa: la creazione di ciò che sono, dell’albero che mi esprime è totalmente disinteressata agli scopi che mi do, agli obiettivi che voglio raggiungere, al mio passato, alla mia storia.

Il mio germoglio funziona tanto meglio quanto meno lo riempio di illusioni, quanto meno mi sforzo di mettere le cose a posto, quanto meno mi metto a spiegare e a voler capire le possibili difficoltà che mi attraverssano.

Sono molto più me stesso quando respiro, quando mangio, quando ascolto, quando vedo, quando amo rispetto a tutte le volte che penso.

Anzi, il pensiero è resistenza a tutto questo.

Tanto più mi arrendo, tanto più il germoglio fiorisce.

Le “guarigioni” vere arrivano “contemplando” le difficoltà e le varie istanze che le abitano, guardandole senza nessuna intenzione, senza pensieri, senza neppure il desiderio di mandarle via. Siamo noi stessi quando siamo presenti alle nostre azioni, immersi nell’essere che siamo, che mangia, che ride, che annusa, che gode.

Raccogliersi in se stessi significa semplicemente buttare lo sguardo sull’interno, come se quel raggio di luce che lo inonda fosse capace di poteri immensi, che i pensieri non vedono, ma che anzi offuscano.

Ci piaccia o no la nostra essenza riposa nel vuoto e a lui dobbiamo affidarci se vogliamo approdare alla “guarigione” e alla felicità.

Non si può concepire alcuna eternità, alcun senso di continuità se la coscienza non si purifica dei pensieri.

Di fronte ad ogni problema od ostacolo che blocca il mio fluire è necessario che impari  a tuffarmi nell’impotenza, nell’estraneità. Quando sto male, lasciamoci sprofondare nell’incoscienza affidandomi ai suoi sintomi…. “per evadere dall’intollerabile cerchiamoci un derivato, una fuga, una regione  dove nessuna sensazione si degni di avere un nome … recuperiamo la quiete iniziale…” (E.Cioran).

Qualsiasi dolore arriva dalla profondità dell’anima, arriva da quell’oceano infinito che è l’acqua da cui sgorga la nostra essenza: non viene perché qualcuno l’ha mandato, ma per ridare “senso alla nostra vita”

Se il dolore viene imprigionato dai pensieri e dalle cause, viene relegato nella banalità, nei luoghi comuni, nel ragionamento, allora tutto si oscura.

Pensarci su, ragionarci significa renderlo cronico e perdere l’occasione di scoprire lati di noi stessi, capacità, talenti nascosti.

La capacità  di riprodurre il balsamo risanatore è possibile solo per chi si affida al vuoto, per chi, quando sta male, rinuncia a pensare, per chi impara ad affidarsi al caos, al disordine o al cammino senza senso apparente, sotto il comando dell’estraneità del nostro Testimone interiore, del nostro Viaggiatore interstellare ed è proprio da queste immagini offuscate che si aprono le soluzioni che come lampi prorompono dal buio interiore, suscitati da nessuna causa, se non dall’essere vivi e immersi nella propria consapevolezza di sé.

 

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Spunto dalla lettura di:

Raffaele Morelli, “Non siamo nati per soffrire”, Ed.Mondadori

Il pensiero degli altri (II parte)

pensiero altri

Un altro argomento è: come vedono i vostri problemi le persone intorno a  voi? Ovviamente, conoscerne le cause è molto importante, e a volte noi non siamo in grado di raggiungere un distacco sufficiente a vederle.

Purtroppo tendiamo a chiedere consiglio agli altri per ricevere conforto e conferma della nostra presunzione di essere nel giusto; ma questo ha mai risolto qualche cosa?

Più spesso abbiamo già le soluzioni dentro di noi, ma è doloroso vederle; quindi speriamo che gli altri possano offrirci soluzioni alternative meno traumatiche.

Spesso per farci accettare dagli altri arriviamo ad ogni sorta di sotterfugio. Come quello di parlare in “negativo”. Quindi di finire con il pensare in negativo.

Un po’ per abitudine, un po’ come giustificazione per piccoli o grandi errori o ancora per (falsa) modestia, arriviamo a dire e a ripetere cose come: “Non sono dotato per le lingue”, “la matematica non è il mio forte”, “non ho memoria per le date”, “non riesco a capire” … e così via.

D’accordo, è una convenzione sociale, è “solo” un’abitudine. Ma è nefasta. Perché il pensiero, come ben sappiamo, è il motore più forte che esista per mettere in moto reazioni e fatti; quindi, ogni volta che affermiamo una cosa, la rafforziamo ulteriormente.

Altrettanto diffusa è l’affermazione: “Si fa così”. Se per esempio cercate di comprendere perché vi suggeriscono (o impongono) di svolgere un lavoro in un dato modo, è facile sentire la questa risposta. Tuttavia è sempre lecito, anzi doveroso, chiedere “perché?” e “chi l’ha detto?”. Solo grazie a domande di questo tipo è stato possibile agli esseri umani progredire, inventare, cambiare.

Tutti vorremmo essere amati e apprezzati dagli altri ma spesso finiamo con il vivere in funzione di questo, o per dimostrare che abbiamo ragione, che siamo buoni, che abbiamo valore etc…

Tutti hanno aspettative su di noi, a partire dai genitori, fino agli amici e al datore di lavoro. Si potrebbe dire che tutti hanno nella mente un “programma” per noi: su come dovremmo agire, ragionare, comportarci.

Noi possiamo soddisfare o deludere queste persone, ma siamo qualcosa di diverso da quel programma.

Se per caso noi “deludiamo” queste persone, loro sopravvivono. E noi, nel tentativo di essere all’altezza delle loro aspettative? Noi rischiamo di identificarci totalmente con quello che produciamo o rappresentiamo o interpretiamo al punto di perdere la nostra identità e di diventare incapaci di creare qualche cosa di nostra volontà.

Identificarsi con un ruolo è sempre un affare ad alto rischio, sia che si tratti di un ruolo scelto da altri per noi, sia che riteniamo di averlo forgiato a nostra misura; in ogni cosa ci toglie la facoltà di osservare “da fuori” e di scegliere di cambiare liberamente.

Se noi non siamo (a ragion veduta e non per comodità) d’accordo su un giudizio negativo di un altro su di noi, il “problema” è dell’altro che non ha osservato bene o non ha compreso. Può dispiacere, ma non toglie nulla alle nostre qualità.

Se riusciamo a vederci senza illusioni, ma ugualmente con comprensione e amore, ci sono due possibilità: l’altra persona si convincerà da sola, osservando meglio; oppure non si convincerà e allora noi non abbiamo perso granchè.

Non fare agli altri … quello che non vorresti fosse fatto a te. E non pensare degli altri … quello che non vorresti che loro pensassero di te.

Vi propongo un esercizio. Prendete cinque fogli e scrivete su ognuno il nome di cinque persone che conoscete. A sinistra scrivete le cose di loro che ritenete positive, a destra quelle che pensate siano negative. Datevi due minuti per compilare ognuno dei cinque fogli.

Ora esaminate il risultato. Credete che piacerebbe alle persone esaminate? E a voi piacerebbe se gli stessi giudizi fossero stati espressi sul vostro conto?

Se la seconda risposta è “no” può darsi che vi siate attorniati di persone non particolarmente positive. Se anche la prima è “no”, la situazione potrebbe essere ancor più critica: forse siete più severi con gli altri che con voi stessi.

Quello che pensiamo degli altri ci torna indietro. I pensieri sono vibrazioni che vengono decodificate dal cervello. Le vibrazioni simili vengono riconosciute e riattivate più facilmente. Quindi nonostante un nostro sorriso di circostanza, un pensiero poco gentile viene registrato e riconosciuto dall’altra persona, e sotto una forma o l’altra riceveremo pan per focaccia.

Se per esempio diamo per scontato che “non cambieranno mai”, rafforziamo questa eventualità  avendo poi a che fare con persone che davvero non cambiano.

Goethe disse “Tratta le persone come se fossero già quello che dovrebbero essere; aiutale a svilupparsi al massimo della loro potenzialità”. Questo significa credere negli altri. Non ciecamente bensì tenendo conto delle loro possibilità, come vorremmo che facessero loro con noi.

E significa anche evitare di giudicare le persone in modo utilitaristico, in funzione di quanto possano essere utili a noi, bensì semplicemente accettarle nella loro unicità e complessità …..

Il pensiero degli altri (I parte)

pensieri altri

Quanti dei nostri pensieri sono davvero nostri e quanti sono invece frutto di condizionamenti?

La sproporzione è impressionante: sin dalla più tenera età ci vengono proposti modelli e schemi, e sostanzialmente questo continua per il resto della nostra vita. Certo, impariamo a leggere, a scrivere, a fare i conti, storia, geografia e tante cose ancora, e impariamo a come usare il computer o come guidare l’automobile. Impariamo soprattutto a copiare esattamente, mentre viene poco o per nulla favorito il pensiero autonomo.

Anzi, spesso, questo viene vissuto come scomodo e potenzialmente pericoloso. Le rivoluzione non sono forse nate tutte da pensieri fuori dagli schemi imposti?

Questo pensiero condizionato è particolarmente nefasto per quanto riguarda l’opinione degli altri su di noi: perché senza neppure accorgerci l’abbiamo fatta nostra ogni giorno della nostra vita.

Il più potente freno al cambiamento da parte nostra è proprio l’opinione ormai preformata degli altri e il nostro accordo, consapevole o più spesso inconsapevole, su di essa.

Come mai restiamo poco soddisfatti dalla maggior parte delle nostre fotografie e dei nostri video? Una delle ragioni è certamente che noi ci vediamo in modo diverso da quello che può essere un punto di vista esterno. Eppure finiamo con il fare nostre, senza accorgercene, le opinioni che gli altri hanno su di noi, a partire dai genitori.

Per modificare questo stato di cose e decidere davvero noi stessi come vogliamo essere, può essere utile un primo esame: capire come davvero ci vedono gli altri.

Non è facile, perché le emozioni, i sentimenti di discrezione, di timore, di rivalsa e molti altri ancora rischiano di inficiare i giudizi espressi anche dalle persone più vicine a noi.

Un piccolo trucco è la compilazione di un elenco, volutamente neutro e piuttosto lungo, di caratteristiche, in cui si dà il meno possibile una valenza ai singoli aspetti del carattere e degli atteggiamenti personali; ad esempio:

  • Comprensione dei problemi degli altri,
  • obiettività di giudizio,
  • modestia,
  • cura della propria persona,
  • memoria,
  • modo di dare collaborazione,
  • modo di ascoltare,
  • modo di parlare,
  • atteggiamenti,
  • abitudini,
  • preferenze,
  • piccole manie,
  • senso di responsabilità,
  • disponibilità,
  • ospitalità,
  • generosità,
  • modo di reagire in situazioni di stress, situazioni affettive, situazioni quotidiane.

Allungate l’elenco a piacere; potete mescolare le voci oppure raggrupparle.

Poi pregate diverse persone di leggerlo attentamente e di sottolineare con una matita verde quegli aspetti di voi che a loro piacciono e che magari vorrebbero rinforzare; e con una matita rossa gli aspetti critici, cioè quelli che non condividono.

Questo esercizio ha il vantaggio di non mettere in imbarazzo la persona intervistata e di causarvi minore coinvolgimento emotivo alla lettura; e al tempo stesso, specie se confrontate i risultati di diverse “interviste”, potete formarvi un’idea abbastanza chiara circa l’opinione degli altri sul vostro conto.

Non piacete a tutti? Pazienza! In fondo, a voi piacciono proprio tutti?

Inoltre siete d’accordo con quanto gli altri dichiarano di pensare su di voi? Attenzione, non è affatto detto che loro vi vedano nel modo più giusto, ma sarà comunque difficile togliere quella etichetta che ormai, nella loro mente, vi hanno messo.

E il vostro problema sta non nel convincerli che si sbagliano ma nel vedervi per quello che realmente siete e soprattutto per quello che potete diventare avendo fiducia nel vostro potenziale….

…. Segue nel prossimo post

 

Dinamica della preoccupazione e delle inquietudini.

ansia

“La mia mente non fa altro che scannerizzare il futuro! E’ come un radar sempre in funzione, che cerca di vedere le seccature in arrivo prima ancora che siano arrivate”, così mi raccontava un giorno una mia cliente a cui avevo chiesto di trovare una metafora che descrivesse il suo continuo stato di pre-occupazione.

La pre-occupazione è in effetti un rimuginio rivolto verso il futuro. E’ costituita da un concatenarsi di stati d’animo negativi e dolorosi riguardo a quello che potrebbe accadere ( ma quando si è oltremodo ansiosi si sopprime il condizionale e si dice “quello che accadrà”) in un futuro più o meno prossimo.

La sequenza di pensiero disfunzionale messa in atto dalla pre-occupazione è stata largamente studiata dai cognitivisti:

  1. Si producono costantemente ipotesi su eventuali pericoli futuri
  2. Si scambia l’ipotesi per una certezza
  3. Si reagisce come se essa fosse realtà.

Nel corpo e nel cervello dell’ansioso non c’è differenza tra pensare un problema ed averlo. Se  mi metto a pensare alla mia morte, a poco a poco il mio corpo e la mia mente reagiranno come se dovessi morire presto.

Tuttavia, ad un certo punto, questa tensione di tutto il nostro essere diventa troppo dolorosa: allora cerchiamo di allontanarcene, provando a scacciare le nostre inquietudini, cosa che non funziona affatto, pensando a qualcosa di altro, o buttandoci in una qualsiasi attività. Ma, dal momento che questa distanza rappresenta un “controllo” meno efficiente del problema, ci ricaschiamo. E ci ricaschiamo continuamente.

Questo continuo movimento di avvicinamento ed evitamento a cui è stato dato il nome di “flip-flap delle preoccupazioni” è descritto in maniera superba da Woddy Allen, sagace interprete dei meccanismi dell’animo umano: “credo che il mio esaurimento peggiori. La mia asma anche. Quando respiro si sentono dei sibili e la testa mi gira sempre più. Soffoco fino a sentirmi mancare. La mia stanza gronda umidità ed io ho continui brividi e palpitazioni cardiache. Ho anche notato che non ho più asciugamani puliti. Fino a quando andrà avanti tutto questo?”

Il brano riportato sopra è un bell’esempio di uno dei meccanismi dello humor che è tipico dell’ansia: non appena si comincia ad avvicinarsi troppo a quello che fa paura, cambiare subito argomento e abbassare la tensione con una battuta di spirito. Abbiamo la sensazione di poter controllare la preoccupazione solo con la fuga; ma, d’altro canto, subito dopo inconsciamente non siamo tranquilli all’idea di lasciarci alle spalle dei problemi irrisolti. Quindi ci ritorniamo sopra, ma è troppo dura, e allora torniamo a fuggire e così all’infinito ….

Perché non impariamo niente dalla vita??? Tutti abbiamo visto e sperimentato che un sacco di volte la nostra inquietudine non è servita a nulla: vuoi perché non c’era nessun pericolo, vuoi perché non era poi così tremendo e siamo riusciti a sopravvivere.

L’inquietudine è un po’ come l’adesione ad una fede. E’ un po’ vero per tutti gli stati d’animo, che tendono a farci aderire ad una visione del mondo, ma sembra sia più evidente per gli stati d’animo ansiosi. Per esempio diffidiamo molto di più dei nostri stati d’animo collerici per paura di quello a cui potrebbero portarci, e individuiamo più facilmente i nostri stati d’animo tristi, perché appesantiscono il nostro corpo e frenano le nostre azioni.

L’ansia, invece, sa perfettamente come sussurrarci all’orecchio: “io sono tua amica, non sono altro che prudenza, lucidità, vigilanza. Abbi fiducia. Vai avanti insieme a me!”.

Il credo degli ansiosi è:

  • Il mondo è pieno di pericoli e minacce
  • Io sono fragile e quelli che amo sono fragili
  • E’ possibile sopravvivere, o aumentare le possibilità di sopravvivenza, all0unica condizione di adottare tutte le precauzioni adeguate.

Questa percezione di un mondo pericoloso implica ovviamente un estremo desiderio di evitare il minimo rischio.

Certo, le basi di questo credo comportano una parte di verità, ma solo una parte; proviamo quindi a rimodularle:

  • E’ vero, il mondo è pericoloso, ma soprattutto in determinati momenti e in determinati luoghi, ve ne sono altri in cui possiamo sentirci al sicuro.
  • E’ vero che siamo fragili e adottare qualche precauzione è utile, ma non al punto di adottare tutte le precauzioni possibili e vivere sotto una campana di vetro
  • E’ vero che stando attenti aumentiamo le nostre possibilità di sopravvivenza; è inutile tuttavia farne un’ossessione che deteriorerebbe la nostra qualità di vita, facendoci sopravvivere a lungo, ma chiusi nella gabbia della iper-protezione.

La nostra inquietudine dura anche perché noi la coviamo, la alimentiamo chiudendoci nelle nostre convinzioni. Diventiamo intolleranti ad altre visioni del mondo.

Quando siamo invischiati in stati d’animo ansiosi, tendiamo a provare stupore o collera di fronte alle persone allegre, a quelle che non si preoccupano, agli ottimisti: le vediamo unicamente come persone a cui manca qualcosa, l’intelligenza o la lucidità, ma non come persone che hanno qualcosa più di noi, per esempio una propensione per la felicità.

Ci piace immaginare che non abbiano avuto a che fare con la preoccupazione per un caso fortunato “la vita li ha favoriti”, per negazione “fanno come gli struzzi”, o per stupidità “non hanno mai capito nulla di come va il mondo”.

Non riusciamo a goderci la vita e non riusciamo a capire come gli altri possano farlo: “ho qualcosa di meglio da fare che rallegrarmi: preoccuparmi! E’ più importante! E’ più utile!”

E’ curioso questo complesso di superiorità che ci invade quando siamo sotto l’influsso delle nostre pre-occupazioni. In quei momenti qualcuno che veda le cose più serenamente di noi è uno che non si cura di nulla, vale a dire un incosciente. Un povero miscredente che non ha capito il nostro credo.

Un’altra mia cliente in un giorno di particolare scoramento mi diceva: “l’ansia vince sempre”. Io non credo che siamo condannati a vederla sempre vincere, ma, di fatto, accogliere che gli stati d’animo di ansia, inquietudine siano sempre lì pronti ad entrare nelle nostre vite come ospiti indesiderati che ci sforzeremo comunque di ascoltare  …….

Senti chi parla ….

sè che osserva

Sei mai stata ripresa perché non stavi ascoltando? E hai risposto: “Scusa, ero da un’altra parte con la testa?” Bene: se eri da un’altra parte dov’eri? E come hai fatto a tornare?

Per rispondere a queste domande è necessario imparare a riconoscere due parti di noi: il “sé pensante” e il “sé osservante”.

Il “sé pensante” è la parte di noi che pensa, pianifica, giudica, confronta, crea, immagina, visualizza, analizza, ricorda, sogna a occhi aperti e fantastica. In genere la si chiama “mente”. Gli approcci psicologici come il “pensiero positivo”, la terapia cognitiva, la visualizzazione creativa, l’ipnosi e la programmazione neurolinguistica si focalizzano tutti sul controllo del modo di operare del “sé pensante”.

Il “Sé osservante” è radicalmente diverso dal “sé pensante”. Esso è consapevole ma non pensa: è la parte di noi responsabile della concentrazione, dell’attenzione e della consapevolezza. Può osservare o prestare attenzione ai nostri pensieri, ma non li può produrre. Mentre il “sé pensante” pensa alla nostra esperienza, il “sé osservante” la registra direttamente.

Anche se conosciamo tutti parole come “consapevolezza”, “concentrazione”, e “attenzione”, la maggior parte di noi nel mondo occidentale sa poco o nulla del “sé osservante”, concetto per il quale non possediamo neppure un termine.

Proviamo ora a fare il seguente esercizio:

Chiudi gli occhi per circa un minuto e limitati a notare che cosa fa la tua mente. Sii pronta a cogliere eventuali pensieri o immagini come se fossi un fotografo naturalista che aspetta che dal sottobosco emerga un animale esotico. Se non compaiono pensieri o immagini, continua ad osservare; prima o poi si presenteranno … Fai caso a dove sembrano collocati: di fronte a te, sopra di te, dietro di te, di fianco a te o dentro di te. Fatto questo per un minuto, riapri gli occhi

Quello che hai sperimentato erano due processi distinti. Prima c’era il processo di pensiero: cioè, sono comparsi dei pensieri o delle immagini. Poi c’era il processo di osservazione: cioè, hai potuto notare o osservare quei pensieri e quelle immagini.

Se lo hai fatto, questo piccolo esercizio ti ha dato l’idea della distanza che c’è fra noi e i nostri pensieri: le immagini e i pensieri sono comparsi, poi sono spariti e noi abbiamo potuto osservarli andare e venire. Detto in altre parole, il “sé pensante” ha prodotto dei pensieri e il “sé osservante” li ha osservati.

Il nostro “sé pensante” è un po’ come una radio sempre accesa in sottofondo. Per la maggior parte del tempo è “Radio Sventura e depressione” che trasmette storie negative ventiquattro ore su ventiquattro: ci ricorda le cose brutte del passato, ci mette in guardia verso quelle che ci aspettano in futuro e ci aggiorna regolarmente su tutto quello che non va bene in noi. Di tanto in tanto trasmette qualcosa di utile e di allegro, ma non troppo spesso.

Quindi, se siamo costantemente sintonizzati su questa radio, siamo intenti ad ascoltarla e, peggio ancora, crediamo a tutto ciò che sentiamo, avremo stress e tristezza garantiti.

Purtroppo non c’è modo di spegnere questa radio. Nemmeno i maestri Zen riescono in tale impresa. Qualche volta si zittirà per conto suo per pochi secondi, ma noi semplicemente non abbiamo il potere di farla smettere. Di fatto in linea di massima più cerchiamo di spegnerla, più si alza il volume.

Tuttavia c’è un approccio alternativo. Ti è mai capitato di avere una radio accesa come sottofondo ma di essere così concentrata su quello che stavi facendo che in realtà non l’ascoltavi? Senti che la radio è accesa ma non le presti attenzione.

Una volta che sappiamo che i nostri pensieri sono solo frammenti di un linguaggio, possiamo trattarli come un rumore di sottofondo: possiamo lasciare che vadano e vengano senza concentrarci su di essi e senza farci disturbare.

La capacità di lasciare che i pensieri vadano e vengano nel sottofondo mantenendo l’attenzione su ciò che si sta facendo è molto utile. Immagina, ad esempio, di essere in mezzo ad un gruppo di persone e che la tua mente dica: “Quanto sono noiosa! Non ho niente da dire. Vorrei potermene tornare a casa!”. E’ difficile poter fare una bella conversazione dedicando tutta l’attenzione a questi pensieri; la tecnica seguente potrà insegnarti a lasciare che i tuoi pensieri “fluiscano” mentre tu mantieni l’attenzione su quello che stai facendo.

Leggi le istruzioni e poi fai una prova ….

  • Fai dieci respiri profondi, il più lentamente possibile (se preferisci tieni gli occhi chiusi).
  • Ora nota la tua cassa toracica che si alza e si abbassa e l’aria che entra ed esce dai polmoni. Nota le sensazioni che accompagnano l’inspirazione: il torace si gonfia, le spalle si sollevano, i polmoni si espandono. Nota cosa provi quando espiri, mentre il torace si sgonfia, mentre le spalle scendono, mentre l’aria fuoriesce dalle narici. Concentrati per svuotare completamente i polmoni. Espira fino all’ultimo filo d’aria, sentendo i polmoni che si sgonfiano, e fai una piccola pausa prima di inspirare nuovamente. Mentre inspiri nota come la pancia si protende gentilmente in fuori.
  • Ora lascia che ogni tuo pensiero e ogni immagine vadano e vengano sullo sfondo, come se fossero automobili che passano davanti a casa tua. Quando compare un nuovo pensiero o una nuova immagine, prendi brevemente atto della loro presenza, come se stessi salutando un automobilista di passaggio con un cenno del capo.
  • Mentre fai questo mantieni l’attenzione sul respiro, seguendo l’aria che fluisce all’interno e all’esterno dei tuoi polmoni. Potrebbe essere utile dirti silenziosamente “pensiero” ogni volta che si presenta un pensiero o un’immagine.
  • Di tanto in tanto un pensiero catturerà la tua attenzione; ti “prenderà all’amo” e ti “porterà via” facendoti perdere il filo dell’esercizio. Nel momento in cui ti rendi di essere stata presa al laccio, dedica un secondo a notare cosa ti ha distratto; poi “sganciati” gentilmente e riporta la tua attenzione al respiro.

Ora rileggi le istruzioni e …. prova ……..

poi se ti va puoi scrivermi o postarmi un commento per raccontarmi la tua avventura …..

 

Smarriti nella Landa Desolata

paesaggio con nebbia

Non vi siete mai persi nelle illusioni, nella nebbia di un futuro immaginario i cui contorni vi allettano ma rifiutano di manifestarsi nella realtà?

Qualunque territorio può diventare una Landa desolata se ci stiamo troppo a lungo; e in una landa desolata non c’è crescita, movimento o evoluzione, bensì una stagnazione intrappolata da pensieri ripetitivi che affievoliscono il nostro sentire.

Tutto ci sembra trasparente e senza sostanza, vaghiamo in questo paesaggio smarriti e al di fuori del tempo, finchè non ci autorizziamo a provare quelle emozioni che per paura di sentire ci hanno precipitato in questo limbo.

Come ho detto sopra ci possono essere molte “lande desolate” una di queste è la “Landa Desolata del passato”, luogo occupato da fissazioni in cui si rivive costantemente sempre lo stesso film. Non è uno spazio di presa di coscienza e scelta, piuttosto un luogo dove la nostra mente è occupata da continui rimpianti. Rimpianti però privi di sostanza, bensì ininterrotti rimuginii della mente che continua a pensare a come sarebbe potuto essere e non è stato, una sorta di ossessione che ci porta ad arrotolarci sempre più tra le spire di un circolo vizioso difficile da invertire.

Spesso in questa Landa ci vengono a trovare tre fantasmi il “dovrei”, il “vorrei”, il “potrei” pensieri al condizionale privi di reale concretezza, perché solo pensati ma non giunti a quella reale consapevolezza del cuore che li trasforma in azione.

Vivere nel passato non ci da alcun nutrimento emotivo né ci aiuta a trovare motivazioni nel presente, che è il tempo che ci è dato da vivere. Più rimaniamo lì, più il tempo ci sfugge e ci sentiamo smarriti e privi di controllo. L’essenza della vita scivola via finchè non diventiamo anche noi fantasmi.

Anche se spesso ci vuole coraggio per accettare il presente, questo è l’unico modo per cominciare a creare un futuro migliore.

Anche qui però attenti, può succedere che quando pensiamo al futuro ci ritroviamo in un’altra Landa Desolata anche se sicuramente più allettante della precedente, che ci attira con grandi promesse. Ricordiamoci che il futuro non è solido, è un pensiero, un desiderio, un sogno proiettato non ancora diventato reale.

Possiamo scrivere un vero e proprio copione sullo svolgimento della nostra vita, però il futuro non siamo in grado di controllarlo; possiamo cambiare il presente sul quale il futuro si fonda. Quando invece ci illudiamo di poter controllare il futuro, finiamo in una Landa Desolata.

Pensare ai potenziali problemi che potrebbero accaderci cercando di comprendere quali eventuali emozioni potrebbero suscitare sarebbe un buon esercizio, se lo facessimo consciamente e se, dopo, avessimo la coerenza di riflettere sulla mossa da fare e quindi realizzarla.

La difficoltà, però, sta nell’evitare il pessimismo cosmico che ottenebra la mente e la nostra possibilità di pensare creativamente ad una possibile soluzione, e la successiva fuga dal dolore ad ogni costo che ci porta a cercare di arrivare ostinatamente alla destinazione magica, dove non ci saranno problemi da risolvere.

La domanda che sorge spontanea a questo punto è: come si fa ad uscire da queste Lande Desolate?

L’uscita passa attraverso due porte l’Accettazione e l’Azione Creativa. Accettazione consapevole di quello che è, con tutto ciò che questo comporta, non avendo paura di cadere preda del dolore, bensì imparando a starci lasciando la via del pensiero per avvicinarci a quella del cuore.

Accettare che il passato “è stato” e di non essere l’unica forza a poter determinare il futuro ci permette di assumerci quella responsabilità necessaria a fare dei cambiamenti invece di aspettare che qualcuno venga a salvarci. Si mette in atto quell’Azione Creativa che comincia a lavorare nel momento in cui si lascia andare l’ossessione di raggiungere quello che non è stato e mai potrà più essere per andare verso un obiettivo che partendo dal “qui e ora”  ci porterà, attraverso un cammino vissuto consapevolmente passo dopo passo, a ciò che siamo “destinati” ad essere.

La magia della vita è dappertutto, anche nei luoghi meno probabili e se miglioriamo le nostre doti di navigatori ci risulterà più facile tollerare le regioni ostili e così facendo potremo evitare quelle Lande Desolate fuori dal tempo che ci impediscono di evolvere ingabbiandoci in un eterno limbo.

A proposito di focus

focus

“Accadono sempre le cose in cui crediamo veramente

ed è la nostra fedea rendere possibile

ciò in cui crediamo”. F.Lloyd Wright

 

Se vi è capitato di desiderare un’auto nuova, molto probabilmente, dal momento in cui avete deciso di focalizzarvi su quel pensiero, avete cominciato a vedere la “vostra” auto dappertutto: sui cartelloni pubblicitari, sui quotidiani, sulle riviste.

Questo fenomeno non avviene per caso, capita frequentemente, in diverse occasioni.

Le donne che attendono un bambino, una volta accertato il proprio stato, si accorgono improvvisamente che sull’autobus, in metropolitana, ovunque si spostino, ci sono molte più mamme in attesa di quanto lascerebbero credere le statistiche.

Non si tratta di una semplice coincidenza. Il fatto è che l’Universo comprende una moltitudine di segnali. Quei segnali, che ora ci sembra di cogliere la prima volta con tanta nitidezza, sono stati sempre presenti, nulla è cambiato in loro. L’unica cosa che è cambiata è il nostro “focus”. Adesso che la questione ci tocca da vicino, ecco che, improvvisamente, abbiamo polarizzato la nostra attenzione verso qualcosa di specifico e , come se fossimo diventati un potente magnete, incominciamo ad attrarre verso di noi proprio ciò su cui ci siamo concentrati.

Da tutto questo possiamo quindi imparare che è molto più efficace concentrarci su quello che desideriamo piuttosto che su quello che volgiamo evitare. Se guidiamo per una strada di montagna, sarà sicuramente meglio concentrarci sulla strada piuttosto che sul burrone. Detto così sembra ovvio,ma non è sempre così che vanno le cose.

La saggezza popolare è tutta racchiusa nel proverbio “Chi cerca trova”. Potendo scegliere, scelgo di cercare cose belle, così le troverò.

Abbiamo già visto in post precedenti l’importanza del dialogo interno nel trasformare le nostre credenze limitanti in convinzioni potenzianti le nostre risorse per raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati, la base di questo è costituito dalle immagini mentali.

“L’immaginazione è tutto. E’ l’anteprima della attrazioni che la vita ci riserva”. A,Einstein

Per concentrarci su qualcosa, normalmente utilizziamo la nostra fantasia attraverso immagini e parole. Queste ultime costituiscono quell’incessante chiacchiericcio della mente che abbiamo chiamato appunto “dialogo interno”.

I buddhisti paragonano la mente ad una scimmia chiassosa, che si lancia continuamente da un ramo (pensiero) all’altro, senza mai darsi tregua. Provate a fermare il corso dei vostri pensieri anche solo per qualche istante. Sembra quasi impossibile.

Il successo che, in Occidente, sta riscuotendo la meditazione orientale deriva per l’appunto dalle condizioni di stress in cui tipicamente viviamo. Lo stress è l’effetto, la causa è la “scimmia chiassosa” che è andata fuori controllo. Da qui l’esigenza di svuotare la mente per poi riempirla solo di quello che ci serve. E’ come se volessimo fare le grandi pulizie e riordinando la nostra casa. Il tipo di immagini e pensieri che scegliamo determina, infatti, ciò che alla fine otteniamo.

Eppure, la maggior parte di noi trova difficile scegliere su che cosa sia meglio focalizzarsi. Addirittura, a volte, crediamo di essere concentrati sul nostro obiettivo e di aver lavorato per ottenerlo, ma, alla fine, ci ritroviamo delusi. Perché???

Immaginiamo che i pensieri e le emozioni che attraversano il nostro cervello siano come i rami e le foglie di un albero. Le radici altro non sono che un groviglio di credenze e di fantasie. Molte di queste sono negative e si sono formate in seguito a ciò che gli altri, specialmente le persone per noi più importanti, ci hanno detto o fatto nel corso della vita.

Queste storie, queste convinzioni si sono intrecciate fra loro, in modo da formare una sorta di sceneggiatura, che ha finito per determinare il modo in cui ora noi pensiamo ed agiamo. Il più delle volte non siamo nemmeno consapevoli di queste rappresentazioni mentali. Ciononostante, ci siamo così identificati in questa o quella rappresentazione da limitare le nostre potenzialità: “ormai sono fatto così e non c’è nulla da fare” è un’affermazione rivelatrice.

Oppure, a volte, potremmo affermare, in perfetta buona fede: “Ho provato a cambiare, ma non c’è verso. Con me non funziona”. In realtà spesso, pensiamo di migliorare, semplicemente potando i rami. Tuttavia, se non arriviamo a scalzare le radici, saremo sempre prigionieri della nostra vecchia storia.

Per questa ragione, è importante acquisire la piena consapevolezza del proprio dialogo interno, ed è ancora più importante convincersi che non dobbiamo necessariamente credere ai messaggi che noi stessi generiamo, anzi, possiamo ascoltarli e metterli in dubbio ogni volta che lo desideriamo.

La focalizzazione più efficace implica l’uso di immagini mentali e di un dialogo interno orientato verso ciò che desideriamo. L’ideale sarebbe sentirsi da subito “come se” l’obiettivo fosse già raggiunto. Questo non significa dare per scontato un successo senza impegno, anzi vuol dire esattamente il contrario. L’agire trova la propria motivazione nel sentirsi così vicini alla meta che vogliamo raggiungere. Se, viceversa, non riesco ad immaginare la fine del tunnel, non so dove sto andando, o addirittura penso che il successo sorrida a tutti meno che a me, è estremamente probabile che si avveri il mio progetto fallimentare.

Come sempre, per focalizzarsi efficacemente su qualcosa, occorre prima aprirsi, sospendere il giudizio e ascoltare. La difficoltà che incontriamo nel perseguire i nostri obiettivi deriva proprio dal fatto che siamo noi i primi a non credere di poterli raggiungere.

Ora per mettere un po’ in pratica quello che ho detto,se ti va, prova a fare questo esercizio.

  • Immagina di andare ad un colloquio di lavoro o ad una riunione importante e di essere un po’ nervosa. Quale stato emotivo potrebbe esserti utile?
  • Ora dì come vorresti sentirti, usando un linguaggio positivo (ad esempio: “Vorrei sentirmi sicura”.)
  • Adesso pensa ad una situazione in cui ti sei sentita così (o immagina come potrebbe essere).
  • Osserva tutte le sensazioni che avevi in quell’occasione (o che ti piacerebbe provare).
  • Ora utilizza la tecnica del “come se”, portando tutte quelle sensazioni positive nella situazione difficile che dovrai affrontare.

Se hai voglia di confrontarti mi puoi scrivere gabriella.costa.damore@gmail.com ed io sarò felice di risponderti.

E chiamale se vuoi emozioni …

MENTE 7

“La felicità e la sofferenza vengono dalla vostra stessa mente,

non dal mondo là fuori.

 La vostra stessa mente è la causa della felicità…

 la vostra stessa mente è la causa della sofferenza….

per conquistare la felicità e sedare la sofferenza dovete

lavorare dentro la vostra stessa mente.”

Lama Zopa Rinpoche

La Felicità e la Sofferenza sono due emozioni.

Che cosa sono le emozioni e a cosa servono?…. Domanda da un milione di dollari a cui molti illustri, e certamente più eruditi, signori prima di me hanno cercato di dare un risposta.

Se mi passate una definizione poetica “l’emozione è un movimento dell’animo.

La radice stessa della parola emozione è il verbo latino “moveo” (muovere) con l’aggiunta del suffisso “e” (movimento da), per indicare che in ogni emozione è implicita una tendenza ad agire.

Come dice Galimberti nel suo Dizionario di Psicologia l’emozione è una “reazione affettiva intensa con insorgenza acuta e di breve durata determinata da uno stimolo ambientale. La sua comparsa provoca una modificazione a livello somatico, vegetativo e psichico.”

In altre parole, con emozione indichiamo ciò che proviamo reagendo ad uno stimolo, anzi meglio al significato che attribuiamo allo stesso. Abbiamo quindi il riconoscimento del valore da noi attribuito ad un evento e immediatamente una risposta emotiva che interessa il nostro corpo. L’emozione è un processo che ha un inizio, una durata e una fase di attenuazione; esso è accompagnato da modificazioni fisiologiche (accelerazione o rallentamento delle pulsazioni cardiache, diminuzione o incremento dell’attività di particolari ghiandole e della temperatura corporea), espressioni facciali e comportamenti abbastanza caratterizzati. La finalità più evidente delle emozioni è quella di stimolare una adeguata reazione comportamentale; è una sorta di piano d’azione del quale ci ha dotato l’evoluzione per gestire in tempo reale le improvvise emergenze della vita.

Mi accorgo di un pericolo, provo paura, scappo, chiedo aiuto o mi difendo. Un evento mi apre nuove interessanti opportunità, provo gioia e corro a condividerla con i miei amici più cari.

Le emozioni ci colorano la vita e ci permettono di esprimere i diversi aspetti della nostra personalità. Riconoscerle e viverle appieno significa condurre un’esistenza intensa e ricca.

A questo punto per non incorrere in confusione di termini è bene sapere e differenziare le altre parole che possiamo trovare, spesso erroneamente come sinonimi, quando si parla di emozioni: affetto, sentimento e umore.

Affetto è un termine generico che varia per qualità ed intensità e che include le emozioni, in quanto tutte le emozioni sono ”affettive”, mentre non tutti gli stati affettivi sono emozioni.

Il Sentimento implica un diverso grado di intensità e di intenzionalità rispetto le emozioni. “E’ una risonanza affettiva… più duratura dell’Emozione, con cui il soggetto vive i propri stati soggettivi e gli aspetti del mondo esterno.” Quindi il sentimento è durevole perché assurge al rango di valore e, quindi, anche di credenza in base alla quale confrontiamo ogni situazione. Un valore circa il Sé, la propria vita, i propri rapporti intimi

Usando sempre una metafora poetica : L’emozione è come un pizzico che sfiora solo l’epidermide dell’animo, il sentimento un’incisione profonda che arriva fino al mezzo dell’anima stessa, e vi si radica, lasciando indelebile il segno del suo passaggio.

Potremmo identificare l’emozione con un bagliore violento sulle pupille, accecante e subitaneo, che suscita sensazioni, forti.

Il sentimento invece è “amico del tempo”, è come un solco scavato nella roccia anche con piccolissime ma continue goccioline d’acqua che lentamente cadono, incidendo l’anima attraverso le lunghe stagioni della nostra vita.

L’emozione può durare lo spazio di un’ora, o di un mattino..

Ma il sentimento non teme il tempo, poiché appunto appartiene alla storia e all’essenza di noi singoli uomini.

L’emozione bagna gli occhi, e inumidisce le guance, fuori dal viso..

Il sentimento percola invece denso nella gola, nascosto agli occhi degli intrusi.”

L’Umore è l’esperienza che risulta da una somma di percezioni, il proprio corpo, la situazione circostante ed i fatti che occorrono, il fluire del tempo e che, ugualmente, colora di sé tutte queste percezioni. Così un giorno di pioggia sarà percepito positivamente se sono di buon umore, e mi dirò “ E’ una buona occasione per stare a casa stasera”, oppure, al contrario “Porca miseria proprio oggi che…” etc.

Naturalmente l’umore varia in diverse situazioni, in relazione agli eventi che mi accadano, ed è normale che sia così.

Veniamo ora alle due emozioni dello scritto di Zama Rimpoche che ha ispirato questo post: Felicità e Sofferenza.

La Felicità secondo Argyle “può essere intesa come una riflessione sull’appagamento nei riguardi della vita”. La felicità è provare ciò che esiste di bello nella vita. Non è una emozione oggettiva ma una capacità individuale, non è casuale come un evento del destino ma una capacità da scoprire ed imparare. Bisogna imparare ad essere felici. La felicità non è inseguire i sogni ed aspettative di domani, ma al contrario cercare di godere di quello che sia ha oggi.

La Sofferenza, al contrario, è una emozione che può essere collocata su più livelli di intensità da lieve a grave, di disagio, angoscia, terrore, ecc.

La Sofferenza è esperienza di ferita e di dolore, è accettazione passiva delle circostanze e suggerisce la perdita della speranza. Spesso il termine viene usato come sinonimo di dolore, in realtà la sofferenza insorge quando il dolore viene negato o rimosso. Sperimentare il dolore precedentemente evitato, benché inizialmente spaventi, spesso porta sollievo e conduce a sentirsi vivi, conducendo l’individuo ad una sensazione di pace e tranquillità nuovamente fiduciosi che le cose possano cambiare

Eccoci al punto secondo cui “la felicità e la sofferenza vengono dalla vostra stessa mente”. Secondo la REBT (Terapia Comportamentale Razionale Emotiva) nella maggior parte dei casi il modo in cui ci sentiamo (emotivamente) e il modo in cui ci comportiamo sono la risultante di ciò che pensiamo.

E’ assolutamente vero che certe persone hanno una visione del mondo, altre ne hanno una diversa. Certuni hanno un modo di pensare che li porta più facilmente a sentirsi sconfitti e da qui andare incontro a delle sconfitte più frequentemente di altri. Certi individui vivono meno felicemente di altri, malgrado analoghe avversità. La storiella di vedere un mezzo bicchiere vuoto o pieno ha in fondo una sua evidenza sia sul piano concettuale che pratico.

Il presupposto della REBT è che i comportamenti sono gestiti dai pensieri, così come i burattini dal burattinaio. Posso lavorare sui comportamenti e sulle risposte emotive, ma se non arrivo al livello decisionale (pensiero-movente) non cambierà mai bene le mie reazioni.

Ecco perché è necessario educare la mente potenziandone quell’aspetto capace di favorire reazioni emotive equilibrate e funzionali, cioè cambiando qualcosa nel proprio dialogo interno, ossia nel modo in cui parliamo a noi stessi quando interpretiamo e valutiamo ciò che ci accade. Questo non vuol dire che non si proveranno più emozioni spiacevoli , ma anziché esserne sopraffatti potremo comprenderle e successivamente trasformarle.

Ciò nonostante il mondo va come deve andare e non vuol dire che vada bene. Tuttavia nel mio scorcio di vita ho il diritto di viverci al meglio. Questo presuppone che io abbia aspettative realistiche in linea con le mie possibilità, mezzi e spazi temporali. Se riesco ad ipotizzare uno stile di vita ove nulla o quasi è terribile, catastrofico, insuperabile vivrò meglio. E questo può perfino consentirmi di migliorare in qualche modo questo mondo, ma con l’aspirazione realistica a farlo , non con la pretesa che tutti mi ascolteranno.