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La paura di aver paura ….

PAURA E CORAGGIO

La PAURA , solo la parola ci mette già ansia, il cuore inizia a battere , i pensieri si confondono e alla paura si aggiunge “la paura di aver paura” dandoci il definitivo colpo di grazia …

Di seguito una riflessione di Rossella Panigatti estratta dal suo libro “La paura della paura”

Perché abbiamo paura se abbiamo un tetto sulla testa e di che sfamarci, un lavoro soddisfacente e degli affetti? Che ragione c’è? Sì, magari il nostro partner si lamenta perché la casa è piccola, il capoufficio non è proprio simpatico e a volte fa delle sfuriate inutili, ci vediamo invecchiare … ma da questo ad avere paura, bè , ce ne passa!

Siamo proprio sicuri che sia così, o ci stiamo raccontando la favola del “vissero tutti felici e contenti”? Quante volte ci diciamo che “va tutto bene”, sapendo perfettamente che non va bene per nulla? Vogliamo, almeno con noi stessi, essere sinceri?

Fermiamoci a fare qualche considerazione.

Da quando abbiamo la capacità di comprendere siamo nutriti dalla paura. Per primi ereditiamo i timori derivanti dai disequilibri dei nostri genitori, che, a fin di bene, tendono a proiettare su di noi le loro paure senza rendersi conto del danno che provocano.

Frasi come quelle che seguono sono esempi banali, ma tristemente comuni: “Se non stai buono viene l’uomo nero che ti porta via!”, oppure “Finisci tutto, o chiamo l’orco che mangia i bambini …”, o ancora “Non vorrai andare in giro vestita così Non sai che hanno violentato due ragazze proprio in questo quartiere?”.

E’ vero che abbiamo sempre la capacità di decidere, scegliendo quello che è meglio per noi, accettando o meno quello che ci propongono, ma si tratta dei nostri genitori, come non fidarsi? E se per caso stavamo cominciando a costruirci dei punti di riferimento che ci permettevano di sentirci al sicuro e protetti in un mondo bello e accogliente, e che ci sostiene comunque, ecco che questi si scontrano con i loro timori e si sgretolano senza speranza.

Ci sono poi le paure indotte dalla società in cui viviamo, che le produce sistematicamente per auto perpetuarsi e proteggersi e per indirizzarci a fare ciò che è “giusto”.

Per non parlare infine delle nostre paure personali, determinate dalle decisioni che di volta in volta prendiamo in merito a quello che ci accade intorno, sia che ci riguardi direttamente o che sia un fatto che leggiamo sui giornali.

Perché temiamo di ammettere che la paura fa parte della nostra vita? Si tratta di un’emozione comune molto primitiva.

Agli albori dell’umanità, quando ci reggevamo a stento sulle due gambe, è stata proprio questa emozione istintiva che ha permesso all’animale-uomo di individuare in tempo il pericolo di mettersi in salvo. La modalità di allarme, infatti , è propria di quella che chiamerei la “paura sana”, quella che ci fa fare un balzo indietro quando una macchina sta per investirci o che ci permette di reagire ad un malintenzionato.

Questo campanello d’allarme può addirittura salvarci la vita e rappresenta una reazione energetica corretta allo stimolo => reazione: c’è un reale pericolo, il nostro sistema energetico lo recepisce e manda l’informazione che si traduce in adattamento fisiologico, mettendo in allerta e potenziando i sistemi e gli organi del nostro corpo in modo da permetterci di sopravvivere.

In questi casi , la paura svolge egregiamente il suo compito. Poi, c’è un’altra manifestazione della paura, che, da semplice e lineare informazione che a volte si rivela vitale, si trasforma in un sentimento oscuro, strisciante, in un’ansia immotivata che ci assale senza ragione e ci strangola, non lasciandoci vivere.

Se ci guardiamo intorno possiamo vedere come la seconda modalità oggi sia molto più diffusa di quanto non appaia, una pandemia i cui segni scorgiamo sui volti di chi ci passa accanto e, spesso, anche sul nostro quando, gettando un’occhiata distratta ad una vetrina, ci specchiamo involontariamente.

Questa paura ha una causa diversa poiché non è generata da minacce reali, concrete, ma da un’indicibile molteplicità di stress, più o meno evidenti, più o meno sommersi, davanti ai quali rischiamo di soccombere.

Abbiamo paura di quello che non conosciamo, l’ignoto, anche se potrebbe essere migliore, ma anche della troppa intimità, della vera vicinanza. Abbiamo paura di non essere più sani o giovani, o potenti, di perdere il controllo, di essere condizionati o “invasi”, di essere respinti, paventiamo le troppe responsabilità o il fallimento. Soprattutto, abbiamo paura di non essere visti e mati per quello che siamo.

Questa paura è una presenza costante nella nostra vita e, visto che è una emozione comune a tutti, come la rabbia o l’amore, come la solitudine , perché negarla?

Perché abbiamo paura della paura? Perché non ammettiamo semplicemente di aver paura, senza comportarci come se non esistesse?

La ragione principale è di origine culturale: nella nostra società non è bello aver paura. Ci hano insegnato che è vergognoso provare paura, essere insicuri, o provare qualsiasi altra sfumatura di questa emozione. E non è tutto. Se il fatto di avere paura è considerato altamente inopportuno, c’è una cosa che anche peggio: mostrarla.

Molto presto quindi impariamo a mascherarla con il controllo, riducendo la voce della paura ad un sussurro sempre più flebile;diventiamo maestri a simulare un coraggio senza tentennamenti. All’inizio la recita è fatta a beneficio degli altri, così che non percepiscano il nostro timore di non farcela, o di non essere amati, o il terrore di essere abbandonati. Tale pantomima a furia di essere rappresentata ha alla fine effetti drammatici su di noi: non soltanto finiamo per persuaderci che non proviamo paura nel momento presente, ma che non l’abbiamo mai provata.

Così facendo ci neghiamo la possibilità di modificare quello che determina la nostra paura che finisce per crearci problemi molto più grandi. Infatti, la paura, anche se negata e ignorata lavora sotto la superficie frenando il nostro cammino verso una vita piena.

Se in questi momenti in cui tutto diventa pesante e lento ci fermassimo un attimo ad ascoltarci, ci renderemmo conto che l’ostacolo più grosso è, appunto, la paura della paura. E’ proprio lei che riesce a trasformare una semplice indicazione di qualcosa fuori equilibrio in un freno che ci immobilizza.

Far finta di non aver paura significa non fare le cose, rinunciare, accampare delle scuse, oppure agire con tensione. Vuol dire pesare ogni parola e ogni gesto, anche quando agiamo, e temere il fallimento.

Ne vale la pena?

La via che è necessario imboccare, dunque, è quella , prima di tutto, di smettere di demonizzare la paura. Poi, imparare a trasformare questa energia stagnante in energia in movimento: per dinamizzare la paura e procedere nella vita sgravati da questo fardello, pronti ad ascoltarla quando si presenterà di nuovo.

Questo ovviamente non significa che non avremo più paura; vuol dire solo che vivremo la paura nel suo giusto contesto, come messaggio di un disequilibrio che, una volta risolto, può tornare a essere qualcosa di armonioso…….

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liberamente tratto da:

R.Panigatti – “La paura della paura” – ed. TEA

Il sintomo come segnale di allarme

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La consapevolezza di attraversare una crisi esistenziale presuppone la capacità di un’osservazione critica di sé. Ugualmente, il riconoscere il proprio stato si smarrimento esige la presenza dentro di sé di un referente affidabile che ci consenta di prendere coscienza del concetto di mancare di Identità o di averla persa.

In realtà chi si trova a vivere un periodo di confusione il più delle volte non se ne rende conto e quello che avverte sono, quasi sempre, solo una serie di sensazioni corporee che segnalano e accentuano lo stato di sofferenza. Queste sensazione corporee “negative” sono quello che chiamiamo “Sintomi”.

Quale è il meccanismo alla base di tutto questo? E quale è la funzione del sintomo? Sostanzialmente il sintomo è un segnale di allarme.

Come dice Henri Laborit biologo filosofo ed etologo francese, quando un individuo si trova in uno stato di stress eccessivo, deve aggredire l’ambiente, fonte dello stress, o fuggire da esso. Ma quando è incapace di attuare una di queste soluzioni, allora si inibisce e sviluppa un sintomo.

I sintomi fisiologici fello stress: gola chiusa, collo teso, respiro corto, polso accelerato, inducono nella persona uno stato di ansia che prepara l’organismo a reagire ad una aggressione, con il fenomeno attacco/fuga.

Distrutto o evitato l’elemento aggressore, ritrovato un ambiente sicuro, l’individuo potrà tirare il famoso “sospiro di sollievo”, mentre il suo organismo recupererà l’equilibrio necessario al rilassamento e alla ripresa.

Quotidianamente ognuno di noi si trova a vivere un’ampia gamma di situazioni stressanti e di conseguenza reagirà di volta in volta con l’aggressione o con la fuga.

Esempi tipici di attacco all’ambiente sono ad esempio i comportamenti aggressivi di un padre o di una madre nei confronti dei figli, dei più grandi verso i più piccoli, oppure nel contesto lavorativo, quelli dei superiori verso i subalterni. Ogni attacco ben riuscito scarica lo stress e il rilassamento è ritrovato. In questo modo diverse persone, anche “psichicamente disturbate” , attraverso la posizione di dominio che concede loro il privilegio di “curarsi psicologicamente” a spese degli altri, riescono a compensare bene le frustrazioni e a vivere senza mai prendere coscienza del proprio stato di profondo disagio interiore.

Il comportamento alternativo all’aggressione, cioè la fuga, è altrettanto comune e si attua rifugiandosi freneticamente nelle più disparate attività esterne all’ambiente quotidiano, oppure, caso tipico di molti, rifugiandosi nel lavoro. Anche così l’insoddisfazione che si prova verso la propria vita, compensata dalla iperattività permette alla persona di sopportare le frustrazioni scaricandole altrove.

Il problema insorge quando il tipo, o l’ambiente di lavoro non permettono di scaricarsi, quando la famiglia è refrattaria o si ribella alla scarica, quando non esiste la possibilità di attività compensatorie. E anche quando il nostro ruolo di esseri civilizzati ci impone di affrontare e/o attuare le aggressioni in maniera socialmente accettabile, mentre alcune parti di noi vorrebbero risposte fisiche (pugno, calcio etc..).

A questo punto lo stress è continuo, il respiro non ritrova il suo ritmo, i muscoli rimangono tesi, il cuore lavora sotto sforzo.

Senza la possibilità di rilassamento non rimane che uno spostamento continuo di questa energia che, non scaricandosi nell’attacco/fuga, finisce per rivolgersi contro noi stessi, in una sorta di autoaggressione, generando prima sintomi, poi disfunzioni, poi vere e proprie patologie organiche.

L’insorgere della sofferenza fisica, segnalata dai sintomi, costringerà la persona a consultare uno specialista: il medico che gli prescriverà medicinali e giorni di riposo.

Risultato: ritiro dall’ambiente, tramite una fuga autorizzata, e quindi recupero dello stato di rilassamento.

Terminato l’intervallo curativo, l’individuo si re immergerà nell’ambiente e riprenderà la vita di sempre. Ma la radice è nel profondo e il problema non è stato realmente risolto. La sofferenza ricomincerà e la persona tornerà dal medico, per sentirsi nuovamente autorizzata a dire sia al lavoro che a casa: “Sto male, lasciatemi in pace!” ottenendo così il visto per un nuovo ritiro/fuga , per un nuovo illusorio rilassamento.

Per rompere questo circolo vizioso occorre un’autentica revisione esistenziale, che pochi, però, sono disposti a intraprendere, troppo legati ancora al tabù che il male dell’anima sia di predominio dei “folli”.

Fare il punto, fermarsi per guardare dentro se stessi, riconoscere che si sta vacillando , che si è perso l’orientamento vuol dire prendersi cura di se stessi.

Significa smettere di perdere tempo a preoccuparsi e cominciare ad occuparsi per ri-trovare il proprio ben-essere.

Chiedere aiuto ad un professionista che ascoltando incondizionatamente e senza giudizio può sostenerti nella ricerca delle tue soluzioni vuol dire essere un adulto consapevole dei propri limiti , non sempre si può fare tutto da soli, e questo è il primo passo verso lo scioglimento del disagio.

Il Counseling può essere un buon inizio; non ti da soluzioni preconfezionate, bensì ti aiuta a trovare le tue ritenendo che ogni individuo abbia in sé la capacità intrinseca di ri-trovare la sua strada. Per questo il Counselor ha nei confronti del proprio cliente un atteggiamento attivo, propositivo e stimolante le capacità di scelta volto ad incentivare il concetto di responsabilità individuale.

Il Counseling ti aiuta a ri-prendere in mano il timone della tua vita lasciando a te la scelta della rotta, direzione e velocità.

Il Counseling è un processo di apprendimento interattivo: facendo leva sulle capacità qualità e risorse della persona coinvolta nella situazione problematica, il Counselor mira a sviluppare nel cliente nuovi processi di esplorazione, comprensione e apprendimento, al fine di raggiungere una migliore espressione del proprio sé.

L’obiettivo principale del processo di Counseling è quello di fornire ai clienti l’opportunità di procedere in modo più autonomo, verso una vita più soddisfacente e piena di risorse, come individui e membri di una società più ampia.

Stress e resistenze

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Abbiamo visto nei post precedenti come la maggiore fonte di stress non sono tanto i fatti del mondo esterno, ma siamo noi, il nostro stile di vita, il nostro modo di affrontare le cose.

Insomma noi siamo abituati a dare la colpa di tutto a fattori esterni: il lavoro eccesivo, il traffico, i parenti insopportabili, gli amici noiosi. Ci tocca fare troppe cose e di questa la maggior parte non le vorremmo fare: per questo ci sentiamo stressati.

Se ci pensiamo bene questa è una “diagnosi” senza speranza. Il lavoro è sfibrante, ma non possiamo certo vivere di aria. I parenti spesso sono una palla al piede, ma in fondo gli vogliamo bene. Il traffico non possiamo certo deciderlo noi. Dunque non se ne esce, non c’è speranza!!

E se invece provassimo a spostare il tiro? … e se fossimo noi che orchestriamo male tutto quanto? …. E se non fossero le azioni che dobbiamo fare – controvoglia – a stressarci, ma la nostra resistenza? …. Ebbene sì, la nostra resistenza all’azione innesca il circolo vizioso che ci fa fare azioni inutili e che ci impedisce, alla fine, di essere felici.

Proviamo a pensarci: noi non vogliamo fare quello che stiamo facendo, che sia lavoro o altro, e quindi scantoniamo, tergiversiamo, rimandiamo, accumuliamo …. Accumuliamo lavoro, accumuliamo rabbia, viviamo male gli impegni … e perché tutto questo? Perché sogniamo di fare altre cose più interessanti. Perché abbiamo assimilato la cultura che dice: devi avere un posto interessante, di prestigio, di successo. Soprattutto non devi fallire. Una cultura che trasforma in un modello ciò che è socialmente accettato, e pretende che noi ci adeguiamo a quel modello.

Cosa accade allora? Accade che non godiamo quello che facciamo, perché, vivendo ogni cosa in funzione di qualcos’altro, la giudichiamo indegna di noi, seguendo i criteri del mondo.

Inoltre non impariamo nulla, perché si impara solo facendo e sperimentandosi, gettandosi dentro le cose: non impariamo nulla di noi, di ciò che sappiamo o non sappiamo fare e quindi di ciò che ci piacerebbe davvero. E infine, limitandoci a sognarlo, non otterremo mai nemmeno ciò che continuamente sogniamo.

E’ questo il vero inizio dello stress. Perché la nostra energia vitale, che saprebbe benissimo dove condurci se solo la ascoltassimo, è sopraffatta da tutto il mormorio della nostra mente, piena di questi pregiudizi e di queste false mete. E non potendo fluire si ritorce contro di noi, ritorna indietro, trasformandosi in tensione, insoddisfazione, irritabilità, rabbia repressa, stanchezza, delusione, frustrazione, apatia …. in una sola parola … stress!

E allora se vogliamo uscire dallo stress la nostra soluzione è …. sognare!!!

Basta vivere per il fine settimana, basta demandare i nostri momenti di gioia alla serata davanti alla TV o alle vacanze estive, basta fantasticare sulla vincita al totocalcio.

In realtà più sogniamo questi momenti, meno sapremo goderceli. Anzi, essi aumenteranno ancora di più il nostro stress perché li avremo caricati di aspettative salvifiche, regolarmente smentite e vivendoli già penseremo alla loro fine come ad un’eterna condanna che ci colpisce.

Se vogliamo uscire dallo stress non è al riposo che dobbiamo rivolgerci, bensì all’azione consapevole. E non serve affatto fare cose impossibili; l’azione che rende felici è semplice perché è ogni azione che facciamo, se la facciamo nela consapevolezza: se ci abbandoniamo a lei, senza scopo, diventa perfetta e non richiederà alcuno sforzo.

Si ri-creerà ogni giorno grazie alla sua capacità di mantenersi costante che non è obbligo, ma è la stessa costanza che fa crescere ogni giorno lo stelo di un fiore.

E’ l’adesso, ogni adesso cui non manca nulla. Non è la costanza dell’orario fisso, l’autocostrizione, ma è la capacità di essere nelle cose, imparando a misurarsi con esse diventando progressivamente capaci di scegliere, di tenere e di scartare.

Non di sognare un futuro migliore, ma di VIVERE un presente che abbiamo scelto …..

Il tira e molla dell’anima ….

TIRO ALLA FUNE

Lo stress dannoso, quello che ci fa ammalare si produce quando la momentanea stimolazione e la conseguente tensione divengono una condizione cronica, persistente e quantitativamente insopportabile per l’organismo.

Questa persistenza, però, non avviene, come potremmo pensare, a causa di una stimolazione continua, bensì in conseguenza di un ripetuto e logorante … tira e molla.

Contrariamente a ciò che comunemente si ritiene, infatti, non è l’esposizione ininterrotta alla tensione e alla stimolazione a stressare. Piuttosto è il continuo passaggio da uno stato di tensione a uno stato di rilassamento che mina le nostre difese indebolendoci e logorandoci.

Un’attività che ci pone di fronte a continue sollecitazioni, non solo non è una condizione stressante, ma è una caratteristica naturale della vita stessa, che è un flusso senza interruzioni. Noi invece ci chiudiamo in attività ripetitive e insopportabili, solo per sognare di staccare la spina appena possibile e sprofondare nel “dolce far niente”. Questa strada però ci porta rapidamente a non sopportare più nulla: qualsiasi cambiamento ci opprime e precipitiamo nella depressione.

Chi sa esercitare la propria creatività, al contrario, può fare tantissime cose insieme e per lunghi periodi senza assolutamente soffrirne, ma anzi, traendone energia e nutrimento vitale.

Ci sono delle analogie evidenti tra quello che succede in natura e nell’uomo; così quando sottoponiamo un materiale, ad esempio il ferro, a operazioni ripetute di allungamento e di ritorno allo stato iniziale, il materiale gradualmente mostrerà un indebolimento e perderà la sua elasticità fino a spezzarsi, allo stesso modo nell’uomo gli effetti di rottura accadono soprattutto quando abbiamo l’idea assurda di programmare il nostro “funzionamento” cerebrale, ovvero ilo nostro lavoro o, peggio ancora, la nostra vita.

Certamente tutto l’organismo funziona secondo un ritmo (il cuore, il respiro, il sonno e la veglia…) ma si tratta di un ritmo spontaneo e fluido. Noi invece pretendiamo di stabilire a priori quando far lavorare la mente e quando metterla a riposo, facendo così un’operazione del tutto innaturale.

Quando la nostra vita viene scandita da un ritmo forzato e sempre uguale a se stesso finisce per assomigliare a quell’antica e terribile tortura chiamata la “goccia cinese”.

Crediamo di staccare e di riposarci, per esempio per il week-end, ma è come se il nostro cervello stesse in penosa attesa della prossima goccia, uguale alla precedente, ovvero di quando riprenderà il solito tran-tran. Magari non ne siamo consapevoli ma dentro di noi il meccanismo dello stress funziona così.

Se imponiamo al cervello di staccare e di riattaccare lo spremiamo al massimo e poi, come se fosse una bisaccia, pretendiamo che si rilasci e si riempia fino all’orlo. E’ assurdo!

Ecco allora la scoperta più grande: l’inattività e il cosiddetto “dolce far niente” non sono utili come antistress. L’inattività il più delle volte risulta l’anticamera della noia e questo atteggiamento mentale può diventare depressogeno. In che modo dovremmo riposarci allora? … Cercando riposo nell’azione!!!

(per saperne di più aspettate il prossimo post……)

Eustress … Distress

Eustress distress

La parola Stress è un vocabolo della lingua inglese che significava originariamente difficoltà, avversità e in seguito assunse i significati più ristretti di tensione, pressione, sforzo, applicati sia ad un oggetto che ad un organismo vivente.

Il nostro organismo, quando è sottoposto ad ostacoli fisici psicologici reagisce con particolari risposte che coinvolgono molti apparati e funzioni. Tutte queste reazioni vanno sotto ilo nome di “sindrome adattiva generica” o, più semplicemente, stress.

Lo stress è dunque uno stato di tensione o resistenza di una persona a forze interne o esterne che agiscono su di essa.

Ma che cosa può provocare in noi una reazione di stress? Da un punto di vista generale possiamo distinguere tre fonti di stress:

  • Uno stress legato alla sopravvivenza: il dolore fisico, la malattia, situazioni di minaccia più o meno grave alla vita e alla salute
  • Uno stress ambientale: inquinamento, traffico, sovraffollamento, disagio, scomodità, situazioni di lavoro e di vita insalubri
  • Uno stress di tipo psicosociale, cioè in generale tutti gli stati psicoemotivi che insorgono nell’individuo in relazioni alle novità o situazioni relazionali difficili: la competizione esasperata, le frustrazioni, il senso di inadeguatezza ai compiti richiesi, e tutti i fattori che limitano o impediscono l’autonomia individuale, come la delusione delle aspirazioni, la fine di relazioni significative, i lutti etc..

La genesi dello stress è divisa in tre diverse fasi: l’allarme, la resistenza, il logoramento.

L’allarme è il momento in cui si avverte il pericolo e si reagisce con spavento o attenzione; la resistenza è la fase in cui l’organismo viene sottoposto a stati di tensione più o meno prolungati e in cui cerca di “tenere duro”; il l’esaurimento funzionale è infine la fase del crollo, l’esaurimento delle energie e avviene quando la fonte di stress è superiore alla capacità di resistenza.

Tuttavia non tutto lo stress è “cattivo” esiste anche un eustress (stress buono): uno stato di attenzione e vigilanza dell’organismo che non ne minaccia la salute, ma che al contrario è il segno della sua capacità di reazione, della presenza di stimoli adeguati sia interni che esterni.

Questo stress buono corrisponde alla normale attività dell’individuo quando vive la sua vita quotidiana, contornato da stimoli che richiedono sue continue risposte intelligenti e creative.

Nella sua forma più naturale esso rappresenta lo stato di attenzione volto a far fronte alle richieste dell’ambiente e caratterizza l’esperienza vitale di ogni individuo. Non solo: in quantità non eccessive questo eustress rappresenta il “sale della vita”, quel giusto stato di brio che accompagna l’attività fisiologica e psicologica. Senza eustress, insomma, saremmo un po’ degli zombi incapaci di muoverci e di soddisfare i nostri bisogni e desideri.

La soglia che separa eustress da distress è soggettiva e varia anche in ragione delle diverse fasi della vita. Non solo alcune persone, più attive e dinamiche, sono in grado di sopportare dosi maggiori di eustress rispetto a persone più miti e contemplative, ma la stessa persona potrà variare la sua soglia di rischio anche durante l’anno (più bassa a primavera), durante il procedere degli anni e in concomitanza di eventi e fattori della sua vita che possono limitare le sue capacità.

Il distress, diversamente da ciò che si potrebbe immaginare, non è legato solo a situazioni di pericolo, tensione, ansia protratta, iperattività, ipersollecitazione emotiva etc… Anzi, la sua caratteristica specifica è proprio di potersi riferire sia a situazioni come quelle appena descritte, sia al loro esatto contrario, cioè a condizioni di assenza di stimoli.

Può stressare un lavoro frenetico in un ambiente competitivo che costringe a tenere costantemente le antenne alzate, come un animale che rischia in ogni momento di trasformarsi da predatore a preda, ma stressa allo stesso modo un lavoro noioso, ripetitivo, routinario, in cui mai una novità si affaccia all’orizzonte e tutto procede in una sfiduciata indolenza.

Entrambe le condizioni sono dannose all’organismo e innaturali …. Ne scopriremo di più nel prossimo post …..

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Liberamente tratto da:

Raffaele Morelli, Come essere felici, Ed.Mondadori

Sullo stress …..

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In vista della lezione che terrò domani al corso Triennale di Counseling di ADYCA, la scuola che gestisco insieme alla mia collega e prima ancora sorella nel cuore Lucilla, un breve viaggio nello “Stress” anticamera del Burn-out , “esito patologico di un processo stressogeno che colpisce le persone che esercitano soprattutto le professioni d’aiuto , qualora queste non rispondano in maniera adeguata ai carichi eccessivi di stress che il loro lavoro li porta ad assumere” (definizione da  Wikipedia)

Emicrania, spossatezza, insonnia, ansia, depressione, disturbi e dolori che vanno e vengono che ci assillano …. Da qualche tempo questi fastidiosi sintomi sembrano essere diventati, per molti di noi, un fenomeno all’ordine del giorno.

All’inizio non ci facciamo caso, li attribuiamo alla solita influenza di passaggio. Ma loro persistono, e quando accade che ci alziamo la mattina e la tensione e il mal di testa sono già lì ad aspettarci, scatta l’allarme. Non saremo malati? Che virus abbiamo contratto? Cosa ci sta succedendo?

Sì, troppo spesso è solo quando lo stress è già diventato malattia che ci rendiamo conto che non siamo macchine, non siamo robot, e che adeguarsi supinamente alle direttive del mondo non è affatto una scelta saggia.

La patologia da stress, a oggi, ha finito per assumere proporzioni davvero epocali. Tutti ne parlano e tutti (o quasi) … ne soffrono o ne hanno sofferto.

E abbondano le ricette, anche le più semplicistiche: lavoriamo troppo, dobbiamo staccare la testa dagli impegni, godiamoci i moneti di pausa. Tutte cose di buon senso ma che rimangono alla superficie del problema. Perché l’origine va sempre trovata dentro di noi, nei nostri atteggiamenti, nel modo in cui noi gestiamo, lasciando fluire o invece deviando, il fiume della vita che scorre dentro di noi. Nel modo in cui sappiamo assecondarlo, o al contrario lo ostacoliamo con i nostri giudizi su cosa è giusto o sbagliato fare, su come si deve e non si deve essere. Tutte le idee della mente che ci siamo formati nell’educazione o i luoghi comuni che ci condannano ad essere perennemente all’inconsapevolezza  e … allo stress.

Non ci si salva smettendo di agire, ma imparando ad agire e basta, a essere completamente nell’azione, senza ansie, secondo fini, obiettivi futuri, rimpianti passati che colorano di grigio o sviano i nostri comportamenti. Come ci hanno insegnato le grandi tradizioni orientali non ci sono azioni buone o cattive, azioni banali o sublimi. Anzi, l’errore è proprio nella nostra mente che divide e giudica.

Così, non siamo mai soddisfatti dell’ora, del presente, dell’azione che ci sta occupando. Pensiamo sempre che la cosa in cui siamo impegnati non sia degna di noi, che sia una perdita di tempo, e rimandiamo la felicità al futuro, quando si realizzeranno i nostri sogni, quando faremo cose che nella nostra mente giudichiamo “migliori”, o quando, al colmo della delusione, non faremo proprio nulla, e potremo riposare e restare immobili.

Ma se noi rinunciamo alla pienezza del presente, se agiamo con la testa che ci porta via dal qui e ora, noi ci condanniamo all’esaurimento, alla fatica immane e allo stress.

Solo una mentalità molto piccola può pensare che “le cose” siano buone o cattive, alte e basse, degne e indegne. Niente affatto! Noi, ognuno di noi, crea il degno e l’indegno.

Se noi ci dedichiamo a sognare qualcosa di diverso da ciò che siamo, vivremo nel sogno e perderemo la vita.

Questa consapevolezza è la cosa più difficile, ma anche l’unica che può liberarci davvero.

Perché al di là delle cause e dei condizionamenti esterni rimane il fatto che lo stress più pericoloso e difficile da eliminare è proprio quello “autoprodotto”: attraverso abitudini e atteggiamenti mentali sbagliati che ci portano ad allontanarci dal ritmo spontaneo e naturale della nostra affettività, del corpo e della vita stessa…..

(continua nel prossimo post….)

Una strategia per affrontare gli eventi: il “coping”

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Il concetto di “coping” è stato introdotto in psicologia negli anni 60’ ad opera dello psicologo e ricercatore statunitense Lazarus che lo ha studiato come un processo strettamente collegato allo stress. Il termine può essere tradotto con “fronteggiamento”, “gestione attiva”, “risposta efficace”, “capacità di risolvere i problemi” e indica l’insieme di strategie mentali e comportamentali che sono messe in atto dall’individuo come risposta adattativa per ridurre lo stress derivato da una situazione minacciosa.  .

Il concetto fondamentale del modello teorico di Lazarus è quello della valutazione cognitiva che l’individuo fa della situazione; in particolare egli distingue due tipi di valutazione: la valutazione primaria, rivolta all’ambiente e al significato di minaccia, sfida o danno che il soggetto gli attribuisce; la valutazione secondaria, che riguarda la considerazione delle risorse e opzioni disponibili per gestire il danno reale o potenziale. Il coping, quindi,  consiste negli “sforzi, orientati all’azione ed intrapsichici, per gestire (cioè controllare, tollerare, ridurre, minimizzare) le richieste ambientali ed interne, ed i conflitti tra esse, che mettono alla prova o vanno al di là delle risorse personali” (Lazarus)

La capacità di coping si riferisce non soltanto alla risoluzione pratica dei problemi, ma anche alla gestione delle proprie emozioni e dello stress derivati dal contatto con i problemi.

Quando infatti una persona si trova di fronte ad un problema che ha suscitato una risposta emotiva, può reagire in vari modi. Uno di questi è cercare di affrontarlo utilizzando una strategia focalizzata sul problema stesso, direttamente, con le risorse di cui la persona dispone.

Se questo non è possibile la persona può adottare una strategia centrata sull’emozione, tendente quindi a controllare gli effetti negativi di una risposta emotiva troppo forte.

La prima funzione, viene definita “focalizzata sul problema” (problem-focused) e comprende strategie ed azioni il cui scopo è ridurre l’impatto negativo della situazione tramite un cambiamento esterno della situazione stessa.

La seconda funzione, invece, è “focalizzata sull’emozione” (emotion-focused), per cui le strategie messe in atto sono tese alla modificazione dell’esperienza soggettiva spiacevole e delle emozioni negative che la accompagnano.

Accanto a queste due vi è una terza tipologia di coping centrato sull’evitamento (avoidance coping), rappresentato dal tentativo dell’individuo di ignorare la minaccia dell’evento stressante o attraverso la ricerca di un supporto sociale o impegnandosi in attività che distolgono la sua attenzione dal problema.

In altre parole, il processo si riferisce sia a ciò che un individuo fa effettivamente per affrontare una situazione difficile, fastidiosa o dolorosa o a cui comunque non è preparato, sia al modo in cui si adatta emotivamente a tale situazione. Nel primo caso si parla di coping attivo, nel secondo di coping passivo.

In generale il coping attivo è più efficace, dal punto di vista dell’adattamento, quando la fonte dello stress può essere modificata o eliminata, mentre il coping passivo lo è quando la fonte di stress non è evitabile o il soggetto non ha alcuna influenza su di essa.

Ne consegue che il coping è una strategia fondamentale per il raggiungimento del benessere e presuppone un’ attivazione comportamentale dell’individuo, che lo renda protagonista della situazione e non soggetto passivo.

Ad aiutare di fronte una situazione difficile possono essere sia le risorse personali, (quali possono essere il saper programmare le diverse attività, stabilendo delle priorità; suddividere un compito in più fasi; alternare i compiti e assumere un atteggiamento di fiducia nelle proprie capacità), sia le risorse organizzative, sia le risorse interpersonali che aiutano ad avere una vita sociale soddisfacente.

Sicuramente la caratteristica personale che maggiormente aiuta a fronteggiare le situazioni problematiche è la creatività. Infatti, solo una disponibilità al possibile, a considerare il problema da più punti di vista e quel tanto di inventiva ci consentirà di risolvere questo stato di incertezza.

Utili suggerimenti pratici sulle diverse strategie di coping possono essere :

  • mantenere un controllo attivo sul problema
  • non drammatizzare il problema
  • rilassarsi considerando il problema da diverse prospettive
  • avere fiducia in se stessi
  • non rimandare il problema
  • ammettere i propri limiti e sfruttare al massimo le proprie capacità

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La foto in testa al post è uno stereogramma un’immagine piana bidimensionale atta a fornire una illusione di profondità, prova a scoprire cosa si nasconde in essa ….

Questo ti potrà essere utile come esempio quando approcci i problemi, ovvero come un’immagine apparentemente normale può riservare delle emozionanti sorprese. Lo stesso ti può succedere con i problemi, prova a cambiare ottica!

Concentrati sull’immagine, sfuocala e mettila a fuoco ripetutamente, fallo più volte come se avessi in mano un binocolo e al centro dell’immagine vedrai emergere ……. dimmelo tu ????

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Bibliografia:

Zani, B. e Cicognani, C. – Le vie del benessere: eventi di vita e strategie di coping – Ed. Carrocci

Sollecitudine … Apprensione … Iperattaccamento

apprensione

Essere apprensivi nei confronti degli altri, dei problemi e delle cose o di sé è la causa di ansia più comune. Accade spesso che si sviluppi un attaccamento eccessivo verso gli oggetti delle nostre attenzione o che ci si identifichi eccessivamente con essi, che si tratti di una persona cara, di una faccenda professionale, del proprio aspetto o di ciò che ci potrebbe accadere.

L’eccesso di identificazione ha luogo quando si investe in modo sproporzionale il senso del proprio valore su una persona o una questione. Quando avviene questo, qualunque sia l’oggetto dell’identificazione, le nostre attenzioni si trasformano in apprensione. Siamo sempre preoccupati o ansiosi e diamo fondo alle nostre energie.

Uni dei primi passi nel processo di trasformazione dell’ansia consiste nel comprendere la differenza fra “essere solleciti” ed “essere apprensivi”.

Quando la fondamentale esigenza umana di occuparsi di ciò che ci circonda esce dai suoi confini naturali, si finisce o per sviluppare un’attenzione ossessiva o per non interessarsi a sufficienza.

La natura ha programmato la nostra sollecitudine verso quello che ci circonda direttamente nel DNA. In molte specie questo è associato alla cura della prole.

Le attenzioni verso gli altri generano un senso di sicurezza e danno vita ad un rapporto, un legame positivamente vitale. Quando questo equilibrio naturale viene spezzato e si generano sentimenti di estrema preoccupazione mista ad ansiosa incertezza, ecco che si scivola in quell’eccesso di attenzione detta apprensione.

Molti hanno compiuto questo passo, trasformando la naturale attenzione verso gli altri in un pesante fardello di preoccupazioni e ansia, quando non in una fonte di manipolazione.

La sollecitudine è una nobile qualità, ma esagerare, correndo di continuo per sostenere ritmi inumani nel timore di ciò che potrebbe accadere se ci si ferma o si rallenta, alla fine logora, prosciuga la nostra energia e compromette la nostra vitalità.

Lo stesso vale per le eccessive preoccupazioni nei confronti degli altri, un tipo comune di apprensione: possono essere controproducenti, perché spesso fanno sentire gli oggetti delle nostre eccessive attenzioni soffocati o manipolati, il che li può indurre a respingerci.

Strettamente connesso con l’apprensione è l’iperattaccamento: la sollecitudine diventa perché si ha paura di perdere ciò a cui tanto si tiene, oppure può manifestarsi nei confronti di persone, luoghi, cose, perché motivato dalla continua ricerca di segnali di conferma che gli altri ci apprezzano.

Questo incessante sforzo volto ad ottenere sempre reazioni positive nei nostri confronti può generare un perenne stato di ansia. L’iperattaccamento da un lato tende a spossare chi ne è fatto oggetto, dall’altro rende il soggetto ipersensibile all’altrui approvazione, inducendolo a controllare eccessivamente, coloro cui tiene, soffocando la propria pace e sicurezza interiore.

Il circolo vizioso si innesca quando ci si identifica eccessivamente con un ruolo, una situazione, una persona cui si tiene molto. Ci si comincia a preoccupare e a volere che le cose vadano in un certo e unico modo, attaccandosi a quel risultato al punto da non riuscire più a scorgere altre opzioni; non si riesce più a “mollare” la questione, la situazione, la persona oggetto delle attenzioni, trasformandosi in un vero assillo.

E, ironicamente, il risultato è normalmente l’opposto di quello desiderato: la persona che si vorrebbe più vicina si allontana e ci evita. “Ma come!” ci si stupisce “Con tutte le attenzioni che le ho dedicato!”.

Questo ciclo di autodistruzione è insidioso, perchè l’apprensione e l’iperattaccamento sono come un morbo contagioso che può diffondersi rapidamente agli altri e infettare come un vero e proprio virus emozionale.

Quando si guarda al mondo attraverso le lenti di una eccessiva identificazione, dell’apprensione e dell’iperattaccamento, si tende immediatamente a schierarsi sulla base di informazioni incomplete. E’ proprio attraverso questo meccanismo che si alimenta la crescente epidemia di stress, ansia e depressione. Il risultato è spesso il cieco rifiuto di comprendere il punto di vista altrui, fenomeno alla base di molti conflitti.

Se si desidera aiutare coloro che si amano, occorre innanzitutto partire da se stessi. Se non li teniamo sotto controllo apprensione ed iperattaccamento tendono ad evolvere in un’abitudine radicata ed ecco che le nostre energie emozionali vengono logorate e, giorno dopo giorno, la qualità della nostra vita si deteriora.

Un quadro emozionale mediocre riduce la pienezza della vita a qualcosa di meccanico: le giornate diventano grigie, si riducono l’allegria e la pace interiore e si perde in modo significativo la propria capacità di adattamento creativo. Si diventa così stressati e ansiosi da finire per sentirsi del tutto inefficaci o, dopo aver esagerato nel senso opposto, ormai incapaci di dedicare attenzione e cure nella giusta misura.

Occorre tuttavia distinguere: una cosa sono la preoccupazione, l’apprensione e l’iperattaccamento, altra cosa sono il vigoroso coinvolgimento emotivo e la passione nei confronti di un obiettivo, atteggiamenti che, invece, aprono la mente e stimolano la creatività. L’ansia, al contrario, ottunde la mente e può ritardare il conseguimento di un obiettivo o annullare la soddisfazione per averlo raggiunto.

Un atteggiamento apprensivo in un’area, inoltre, spesso comporta negligenza in un ‘altra: un po’ come lo schiacciare un pallone da un lato per aumentarne la pressione da quello opposto. Questo squilibrio nell’affrontare i diversi aspetti della vita può a dar luogo a piccoli inconvenienti e seccature in grado di inquinare la gioia di vivere.

Come diceva Winston Churchill: “A rovinare la vita degli uomini è una stringa della scarpa che si strappa”.

Lo stress è essere assediati da mille piccole cose. Non sai quante ne riesci a gestire prima di crollare ……

 

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