Intimità e accettazione

cuore harinng

L’intimità dei sentimenti corrisponde al bisogno di riconoscenza, di abbandono e di fiducia di ognuno. Essa può svilupparsi soltanto al riparo della sicurezza e di una accettazione reciproca. Si schiude solo se si favoriscono simultaneamente i tentativi di affermazione, di autonomia e di differenziazione di ciascuno.

Una delle caratteristiche della relazione di coppia passa attraverso la possibilità di progettare insieme, sia che si tratti di avere bambini, che di trovare luoghi in cui vivere o di realizzare sogni in comune.

Non si tratta di sopravvivere insieme in una relazione fredda, zoppicante da entrambe le parti o basata su rassicurazioni reciproche, per affrontare le ingiustizie o le disavventure della vita, ma piuttosto di costruire, di creare qualcosa di visibile, di palpabile in comune e di lasciare una traccia.

“Siamo vissuti nell’illusione che ognuno di noi due fosse , implicitamente, al servizio dei bisogni dell’altro. Scopro oggi”, mi ha detto una cliente durante un percorso di coppia, “quante tensioni possiamo produrre, preoccupati come siamo di non procurare dolore, nel tentativo di conservare e in un certo modo di comprare, sì , di comprare l’amore e l’affetto dell’altro”.

E’ davvero una forma di follia non rispettare i propri bisogni profondi, per il piacere o per le paure dell’altro. Numerose relazioni di coppia alimentano così nel tempo dinamiche di paura, di privazione, di auto frustrazione e, soprattutto, sentimenti vittimistici; che , come ben sappiamo, danno inizio a quei circoli viziosi vere e proprie gabbie dell’intimità e della condivisione.

Se non esisto per me stessa; come posso esistere per l’altro!!!

Sì, vivere in coppia nel tempo è in qualche modo la sfida di lasciare una testimonianza, di inscrivere un qualcosa in più nella propria esistenza. Qualche cosa in più che non sarebbe stato generato se due individui non si fossero incontrati per creare quell’entità costituita da un “io” più un “io” unici che è la coppia viva, la coppia creativa.

Su questa creazione in itinere si alimentano le forze di coesione della coppia. Esse si rigenerano così alle sorgenti del desiderio e del piacere e fanno sentire il loro influsso sull’erosione e l’usura esercitate dalle abitudini del tempo.

“ Non basta amare. Occorre che l’altro accolga, accetti e sviluppi il nostro amore ..”  J.S.

Sull’intimità …

INTIMITA

Vorrei oggi occuparmi un po’ di “coppia” e vista l’esperienza che sto vivendo nel seguirne una in un percorso di Counseling, voglio postare questo brano tratto dal libro “Ritrovarsi” (non a caso il mio blog si chiama così) di Edoardo Giusti . Ancora una volta tutto parte da noi , se non ci amiamo, se non ci ritroviamo, se non entriamo in intimità  con noi sviluppando quel rapporto unico e speciale con noi stessi come possiamo pensare ad andare verso l’altro aspettandoci che sia l’altro a colmare le nostre lacune ???? “Non si può donare ciò che non si ha …”

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 […] Il senso di intimità è quasi sempre legato ai vissuti d’amore, amicizia, vicinanza, come espressione di attaccamento e di approfondimento.

La parola intimità, infatti, deriva dal latino “intimus”, un qualcosa di molto più interiore: un nucleo essenziale e segreto, il cui accesso è riservato a pochi eletti.

Esistono modalità e gradazioni differenti nell’espressione dell’intimità, legate sia ai diversi stili culturali che al sesso. Gli uomini, ad esempio, esprimono più apertamente l’intimità nell’amicizia, quando aumenta la distanza fisica; mentre, per la donna, essa è, in ogni caso, favorita da una distanza ravvicinata (contatto visivo, tattile). Tuttavia in comune vi è sempre un clima di calore umano e un senso di appartenenza, che agevolano il dispiegarsi dei sentimenti, sia nel rapporto d’amore passionale, che nella relazione d’amicizia profonda.

La base di sviluppo dell’intimità è data da una profonda e bilaterale partecipazione del proprio vissuto privato, da cui nascono reciproca compatibilità e senso di solidarietà.

Il vivere se stessi e l’altro come un “essere contigui” è alimentato da una intensa voglia di scambiarsi “informazioni” cognitive, affettive e di comportamento reciproco. In sostanza, ci si rivela all’altro nella propria interezza, preoccupandosi più di ciò che si riesce a dargli, che di ciò che gli si può prendere.

L’assenza di questa atmosfera, che caratterizza l’intimità, genera senso di solitudine, isolamento ed alienazione, non eliminati dal semplice convivere….. la vicinanza “geografica”, infatti, non restituisce quel particolare gusto dell’interdipendenza emotiva, dell’essere insieme nel mondo, affini e diversi nello stesso tempo, dato dall’intimità..

Altra componente fondamentale all’intimità è il Gioco. Non esiste relazione intima – d’amore o d’amicizia – senza il momento del gioco, senza l’abbandono ludico che nasce spontaneamente da una naturale regressione liberatrice e creativa. Ma perché nasca l’abbandono, occorre un presupposto essenziale e questo è la fiducia: una fiducia profonda prima di tutto in sé e di conseguenza negli altri e nella vita in genere. L’intimità, infatti, è un processo interpersonale, ma anche intrapsichico. “Non si può essere intimi con un altro se non lo si è con se stessi” a livello sia cognitivo che affettivo. Più riusciamo a conoscere il nostro “intimus”, meglio possiamo, “essere con” l’altro, crescendo interiormente attraverso l’esperienza dell’incontro ravvicinato.

La resistenza a sperimentare insieme l’interezza reciproca nasce, invece, da due paure fondamentali: il timore di “fondersi”, perdendo la propria identità, e quello di vivere il momento depressivo derivante da una eventuale separazione/abbandono. Entrambe riconducono alla essenziale paura di sentire, pensare, ri-sperimentare il Non Essere (solitudine – vuoto – nulla). L’incapacità di gestire l’ansia (della perdita/separazione) ci porta ad avere tanti “segreti”, a diffidare dell’altro, che viene vissuto come necessità costante, ma anche come minaccia sempre presente.

Non si può donare ciò che non si ha. Questo concetto così banale e così ovvio si applica, però, e con profonda, indiscussa validità anche alla relazione d’amore: possiamo trasmettere amore all’altro esclusivamente in proporzione all’amore che abbiamo per noi stessi. L’amore inoltre costituisce l’esperienza soggettiva per eccellenza, cosicchè ognuno di noi tende a costruire il proprio “stile” d’amore secondo priorità diverse, adatte a soddisfare i propri bisogni di sicurezza, affettività, emozioni, gioco, ragionevolezza ed erotismo. Così come è unico l’individuo, unico è il singolo stile d’amore; ma come vi è affinità tra diversi individui, altrettanto è possibile identificare alcune costanti preminenti, come denominatori comuni nei diversi stili d’amore. Anche se, a livello ideale, si vorrebbe ottenere il tutto e il meglio da una relazione, in realtà possiamo notare che, nell’arco della vita, pur attraverso i vari cambiamenti di crescita, ognuno ha creato le proprie relazioni d’amore secondo un modello che tende a ripetersi, privilegiando l’uno o l’altro elemento relazionale, nel desiderio o nell’attuazione del rapporto.

In questa società ad evoluzione costante, mantenere continuità di tempo in un rapporto intimo richiede sia arte che scienza, al di là delle naturali predisposizioni. Le poche relazioni che trasudano uno stato complessivo di felicità durevole, sono riuscite  ad integrare la passione con l’amicizia. Pur mantenendo una certa individualità, la ricerca e l’investimento energetico reciproco erano sul NOI. Queste persone riconoscevano che talvolta l’IO ne risentiva, ma il successo del NOI ripagava ampiamente questi occasionali sacrifici personali. Così la coppia funzionava con vitalità in una atmosfera di intimità profonda, ricca di attenzione e rispetto reciproci, in cui i partners erano affascinati l’uno dall’altro, con sentimenti di esclusività e una calda attrazione sessuale.

Se riusciamo a configurarci il “senso di coppia” come una sorta di convivenza psichica, vediamo che si traduce in un vissuto di essere/avere “un compagno nella stanza a fianco”. Come quando vivendo sotto uno stesso tetto – contenuti dunque in un medesimo “interno” – ciascuno può operare da solo in una determinata stanza, ma nella calda consapevolezza che l’altra stanza NON E’ VUOTA, bensì ricca di un’altra presenza, non obbligata, ma in ogni momento liberamente raggiungibile e liberamente allontanabile. Così nella coppia psicologicamente matura, la consapevolezza della propria esistenza di coppia costituisce la “casa” calda e gratificante, il rassicurante interno/intimus “collettivo”. Ciascuno dei partners si sente allora contenuto in esso contemporaneamente sapendo di poter entrare/uscire dalle “stanze” (l’intimus individuale) secondo le rispettive libere esigenze. Anche uscendone, infatti, la “casa” permane come punto di riferimento e di continuità. In tal modo la sicurezza della agibilità dell’Altro placa la “fame di simbiosi” e rende capaci di vivere “fuori” di lui – cioè autonomi – e al tempo stesso a lui disponibili, in quanto liberi.[…]

 ……. se ti va continua a seguirmi in questo viaggio …… a domani 🙂

Tratto da :

E.Giusti – “Ritrovarsi” – ed.Armando

Lasciare alle spalle ciò che non c’è più (II parte)

tazza

Se sono in grado di accettare tutto quello che comporta una perdita elaborandolo nel modo “giusto” per me “gli addi” non saranno altro che un arricchimento ed una crescita.

Immagina se mi aggrappassi a quegli splendidi momenti dell’infanzia (sempre che ce ne siano stati…) che mi fanno pensare a come era bello essere bambini , o se mi sentissi confortata la ricordo dell’immaginaria sicurezza dell’utero della mia mamma, pensando che quello sia lo stato ideale. Pensa se restassi ferma a un qualche tappa precedente della mia vita e decidessi dio non proseguire. Immagina se stabilissi che alcuni momenti del passato sono talmente belli, certi legami così gratificanti, alcune persone tanto importanti che non voglio perderli, e mi aggrappassi a loro come ad una corda salvatrice, a ciò che non sono più. ….

Nonostante ciò è stato doloroso abbandonare ognuno di questi luoghi, lasciare la mia infanzia, abbandonare l’utero, lasciarsi alle spalle l’adolescenza. Ciascuno di queste azioni ha implicato delle perdite da un lato, e profitti dall’altra ma è grazie a ciò che si diventa ciò che si è.

Non esiste un profitto importante che non implichi, in qualche modo, una rinuncia, un costo emotivo, una perdita, perché questa è la verità che si scopre alla fine: che il dolore è imprescindibile dal nostro processo di sviluppo personale, che le perdite sono necessarie per la nostra maturazione e che quest’ultima, a sua volta, ci aiuta a percorrere il nostro cammino.

Quanto più ci si sgancia, tanto maggiore sarà la crescita. Più si è maturi, minore sarà la disperazione di fronte a ciò che ho perso; meno ci si tormenta per ciò che è stato, meglio si potrà continuare a percorrere il cammino.

Se sai chi sei, sarai in grado anche di abbandonare volontariamente e dolorosamente qualcosa per far posto ai nuovi desideri.

Bisogna svuotarsi per potersi riempire. Una tazza serve solo quando è vuota. Una tazza piena non ha senso perché non la si può riempire con niente. Non può dare nulla perché prima dovrà imparare a svuotarsi.

Non si è solo ciò che si possiede ma anche e soprattutto ciò che si è in grado di dare. E per questo è necessario sperimentare la perdita, il distacco e una certa dose di dolore perché si perde qualcosa anche quando si decide di proprio iniziativa di dare ciò che è nostro.

Per poter rispondere alla domanda “Chi sono?” bisogna accettare anche il vuoto, lo spazio dove, per decisione, per caso o per natura, non c’è più quello che c’era prima.

Questa è la nostra vita: disfarsi del contenuto della tazza per poterla riempire di nuovo. La nostra vita si arricchisce ogni volta che la riempiamo, ma anche ogni volta che la svuotiamo perché, quando lo facciamo, ci stiamo aprendo alla possibilità di riempirla di nuovo.

Personalmente la storia del mio rapporto con la mia crescita e con il mondo è la storia di questo ciclo dell’esperienza: entrare e uscire, riempirsi e svuotarsi, prendere e lasciare. Anche se non sempre è un processo facile. Anche se non sempre è privo di danni ……

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Per saperne di più:

Judith Viorst – Distacchi – Ed. Sperling Paperback

Lasciarsi alle spalle ciò che non c’è più (I parte)

distacchi

In alcuni momenti di questo viaggio per ri-trovare se stessi, cercando risposte, può accadere di confrontarsi con la scoperta che il “chi sono” non si sovrappone necessariamente al “chi ero” e a volte il mio “io” di oggi è completamente diverso dal mio “io” di ieri nonostante sia eredità di quest’ultimo. Questo significa che non sono colei che ero e anche che non ho accanto né le stesse cose, né le stesse persone di allora. E questo può fare male …….

Il dolore è un evento imprescindibile e fa parte della nostra crescita. Tutte le sensazioni associate alla tristezza sono normali, nessuna esperienza costituisce di per sé una malattia, nessuna è minaccia della nostra integrità.

Può darsi che in un determinato momento, di fronte ad una specifica situazione, una persona reagisca attraversando un processo di grande sofferenza. Ma è anche possibile che la stessa persona, o un’altra, in un momento diverso ma comunque simile, attraversi un altro tipo di dolore, molto più grande e intenso.

E’ giusto così: il vissuto di ciascuno di fronte ad un dolore è una questione unica e personale.

Prendiamo alcune migliaia di persone e tingiamo i loro pollici con la vernice nera. Chiediamo poi loro di lasciare le impronte sulla parete. Ciascuna sarà diversa, non ce ne saranno due uguali, perché non esistono due persone con le stesse impronte digitali.

Tuttavia, hanno tutte caratteristiche simili che ci permettono di studiarle e sapere di più sul loro conto. Ognuno dei nostri dolori, al pari delle impronte, è unico e ogni modo di affrontarlo è irripetibile.

Nonostante ciò, ogni dolore somiglia, in alcuni punti, a tutti gli altri dolori e questi tratti comuni ci consentono di capirli maggiormente. Di fatto “aiutare” qualcuno in un momento di dolore significa lasciar libero chi soffre di esprimere le proprie emozioni, qualunque esse siano, a suo modo e con i tempi di cui necessita. Noi counselors, insieme a psicologi e psicoterapeuti concordiamo sul fatto che la possibilità di trovare una forma d’espressione del vissuto interiore aiuta ad alleviare il dolore di coloro che stanno attraversando questo cammino.

Potremmo chiederci perché mai una persona dovrebbe pensare che si separerà dalle cose? Ci sono molte cose che una persona tiene con sé per tutta la vita. A quelle potremmo aggrapparci tranquillamente, sapendo che staranno al nostro fianco fino all’ultimo minuto. Sarebbe bello se non fosse per il fatto che è impossibile.

Questo è il primo insegnamento dell’essere adulti! E se non vogliamo accettare questo ci illuderemo fingendo finte eternità possibili. Inoltre, quanto si può godere di qualcosa per la quale si ha l’estrema paura di  perderla????

Poniamo il caso che ci sia un oggetto sulla mia scrivania fatto di un materiale caldo e splendido al tatto. Supponiamo che lo tenga saldamente tra le mani per paura che qualcuno me lo voglia rubare ; che succederebbe se il pericolo (anche se immaginario) continuasse a incombere ed io continuassi a tenere strettamente l’oggetto fra le mie mani?

In primo luogo mi renderei conto che non c’è più nessuna possibilità di godere al tatto di ciò che stringo (provaci adesso, metti qualcosa con forza tra le mani e stringi. Guarda se riesci a percepire come è al tatto. Non puoi. L’unica cosa che puoi sentire è che lo stai afferrando, che stai cercando di evitare che si perda).

La seconda cosa che potrebbe accadere, tenendolo strettamente fra le mani, è sentire dolore (continua ad afferrare l’oggetto con forza in modo che nessuno possa portartelo via e osserva cosa succede).

Ho ottenuto ciò che volevo però lungo la strada ho rinunciato a tutta la felicità che veniva dalla  relazione con l’oggetto in sé.

Questo è quello che succede insistendo con la stupida necessità di possedere quello che non ci appartiene più: che sia una qualunque idea ritenuta baluardo o una qualsivoglia relazione, inclusi i legami più stretti, con i genitori, figli o partner.

Di fatto ciò che fa sì che i miei vincoli transitino attraverso spazi godibili è, continuando nella metafora, potere aprire la mano. Imparare a non vincolarmi nell’odiosa maniera di conquistare, controllare o stringere ma piuttosto lasciarsi andare ad una situazione di vero incontro con l’altro senza timore di provare in seguito dolore.

Il modo per non soffrire “di più” non è amare “di meno”, cercando di non compromettersi affettivamente con niente e con nessuno, ma imparare a non rimanere legati a ciò che non c’è più.

Impegnarsi a godere di quello che si ha in ogni momento e fare il possibile perché sia meraviglioso finchè dura. Non vivere oggi pensando a quanto è stato bello ieri, ma sforzandosi di rendere entusiasmante quello che avviene ora.

Restare ancorati a ciò che accade in ogni momento presente, non a ciò che è stato. Restare legati a ieri significa vivere schiavo del passato, coltivando ciò che non è più.

Che succede se una persona trae vigore dal riscoprire ogni giorno la sua relazione con l’altro? Che succede se ci obblighiamo a rinnovare l’impegno con l’altro quotidianamente piuttosto che una volta per sempre? Per molti, timorosi, insicuri e intransigenti, la relazione diventerà un vincolo poco impegnato, per me è esattamente il contrario: non bisogna attaccarsi ad una persona, situazione o relazione, come una cozza su uno scoglio, e se domani ciò che dà tanto piacere finisce, essere in grado di prendere la decisione di lasciarlo andare, ma finchè non arriva quel momento ( e non è detto che deve arrivare per forza) cercare di impegnarsi completamente.

Essere chi sono è correre il rischio di percorrere senza paura questo cammino “bagnato di lacrime” perché oltre alle persone che uno perde ci sono situazioni che si trasformano, legami che cambiano, tappe della propria vita che si superano, momenti che finiscono e ognuno di essi rappresenta una perdita da elaborare …..

…… continua nel prossimo post

E adesso?

INCROCI STRADE

Strade che improvvisamente si aprono, voglia di nuove avventure e nello stesso tempo timore di inoltrarsi in un territorio sconosciuto.

Tentennamenti vari e andature da gambero…. un passo avanti e tre indietro…..

Siamo davanti ad un bivio e la domanda fatidica che ci si pone è “E adesso???…”

OK niente panico … di seguito un utilissimo esercizio che chiamerò “l’indicatore personale” , una sorta di bussola per ri-trovare la direzione.

Prendi carta e penna e prova a rispondere con tutta sincerità a queste domande…

Da dove vieni?  Questa è una risposta importante, è fare l’inventario  di tutto ciò che hai “accumulato” nel corso della tua vita e che ti ha portato ad essere quella che sei.

Cosa eri? … E cosa sei ora? … Quali sono stati gli eventi, le persone, gli ostacoli decisivi nella tua vita? … pensa all’infanzia… alla tua formazione … a quello che ha influito  su come sei oggi. E annota le parole chiave che affiorano rivedendo la tua vita come fotogrammi di un film.

Cosa è veramente importante per te? .. e qui la sincerità è d’obbligo…

Scrivi le tre cose che ti sono venute in mente per prima, non censurare nulla. Non serve essere molto dettagliati e precisi.

Cosa ti spinge? E qui si parla di motivazioni….

Quale è la tua motivazione? … parte da te oppure è vista solo come mezzo per ottenere uno scopo?

Di cosa hai paura? Situazioni reali o eventuali ostacoli che ti autoponi….

Quali sono i pensieri, le emozioni, le cose, le persone, che ti impediscono di attivarti, togliendoti le forze?

Ora osserva attentamente i tuoi appunti: cosa manca? Quali tematiche emergono? Le parole chiave raccontano la storia di come eri e di come sei ora? Se è necessario completa le parole chiave e se vuoi aggiungi tu altre domande.

Quando sei sufficientemente soddisfatta, immaginati in mezzo ad un crocevia da qui si dipartono varie strade:

La Via Nota: quella che hai già percorso e che ti ha portato fin qui.

La Via che ti Affascina: l’idea che stai accarezzando da un po’ …

La Via dei Sogni: quella che ti immagini nei tuoi sogni più audaci indipendentemente dal fatto che tu li possa raggiungere…

La Via più Saggia: quella che pensi ti potrebbe venire consigliata dalle persone il cui giudizio è per te molto importante….

La Via Sconosciuta: quella a cui non avevi ancora pensato e che chissà potrebbe essere la soluzione???

Ora sta a te…. Immagina i vari percorsi… con la fantasia e l’immaginazione ogni via è possibile ….poi…. SCEGLI!!!

Quando hai fatto per l’ultima volta qualcosa per la prima volta?…..

Scegliere di dire la verità

dire la verità

Vignetta di Cavez (Massimo Cavezzali)

Scegliere di dire la verità è una scelta molto personale e impegnativa, si tratta infatti di essere sinceri (per prima cosa verso se stessi) intorno a come ci sentiamo, di dire la nostra verità. Ossia dire il nostro modo di vedere e vivere le situazioni sottolineando che è nostro e che ci prendiamo la responsabilità di tutto quello che diciamo.

Questo comporta inoltre consapevolizzare che ci muoviamo entro due livelli di realtà: quella misurabile e condivisibile e quella in cui viviamo esattamente così come noi ci sentiamo, assegnando alle cose l’importanza che crediamo abbiano in sé.

Chi ci ascolta, spesso, o meglio sempre, cerca di farsi un’idea di quel che ci passa per la mente, ne produce una sua “teoria” e non abbiamo alcun controllo sulle ipotesi nei nostri riguardi.

Ad esempio noi possiamo comportarci gentilmente senza nessun secondo fine, ma l’altro può vederne uno, interpretandoci sulla base di sue esperienze passate. In questo caso l’altro risponde con le sue mosse a queste sue interpretazioni delle nostre intenzioni e non alle nostre intenzioni.

Essere chiari il più possibile, rispetto a quello che intendiamo, può essere allora un nostro contributo importante nel semplificare la nostra vita di relazione.

La nostra verità è legata al bisogno di veder riconosciuta la nostra identità. E’ vivere dalla parte delle nostre preferenze, di come ci sentiamo, di poter osservare il nostro stato mentale e come lo realizziamo. E’ un verità che prima di tutto va scandagliata dentro di noi e in un secondo tempo nella comunicazione verso gli altri.

Dire la verità, nel rapporto con gli altri, può essere difficile quando la nostra verità si traduce, per l’altro, in una critica all’idea di sé, quando ne abbiamo paura o temiamo di ferirlo irritarlo. In questo caso abbiamo una sovrapposizione di più bisogni: ad esempio da una parte vogliamo mantenere un rapporto di amicizia con la collega, dall’altra magari è importante per noi che un certo lavoro venga svolto meglio, secondo standard più elevati rispetto a quelli che ci sembrano i suoi.

Come dire allora in questo caso la nostra verità?

Prima di tutto descrivendo la nostra verità, quella delle nostre aspettative, descrivendo cioè il livello di realtà che è alla base del nostro (e soltanto nostro) vissuto.

Per fare ciò evitiamo di scusarci di avere le nostre aspettative: se lo facciamo la nostra verità è che sentiamo il bisogno di risultare simpatici. Insomma, la nostra verità è , ribadisco, come noi stessi ci sentiamo e ha a che fare con il nostro modo di porci nelle situazioni.

Scegliere di dire la nostra verità è essere fedeli a noi stessi, a quel principio di correttezza verso di noi che ci permette di vivere in sintonia con i nostri bisogni/desideri.

Esplicitare le nostre aspettative e la conseguente delusione che proviamo quando non vengono attese, vuol dire anche sentire la verità-per me del mio dolore, della mia delusione, nascoste dietro la mia rabbia.

E vedere come la mia delusione, che sento così vera e fisicamente palpabile, è costruita sulle fondamenta di quelle aspettative.

Dire la verità è allora in questo caso parlare con me stessa della mia avversione verso chi-è-come è e non come preferirei che fosse e questo dialogo può diventare il preludio per una successiva e totale presa in carico delle proprie responsabilità.

Non più quindi delegare all’altro la soddisfazione dei miei bisogni “aspettandomi che …..” bensì, attraverso la mia verità, nata da un ascolto profondo e consapevole, andare verso la piena realizzazione del mio essere al mondo.

Life Surfing

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Che cosa ti manca per essere come gli altri? Perché ancora quell’aria irrisolta? Perché invece provi a vedere che cosa manca agli altri per essere come te? Sei disposta ad ammettere che anche tu hai qualcosa che a loro piacerebbe avere ? Fidati di te!!!

Prova a liberarti dalle influenze negative e a dar fiducia alle tue sensazioni, se non lo farai diventa facile fidarti delle persone sbagliate. Perché è così? Non potrebbe essere per insegnarti che dovresti ascoltarti di più ? ” mi sarebbe bastato così poco … ” si in effetti un tempo ti bastava poco, ma usavi questo “poco” per chiuderti, per estraniarti, per non dare più nulla, per sentirti sola e sbagliata …..

Tutto questo è il passato. Ora finalmente ti accorgi che puoi fare di più, allora fallo subito…. Così finalmente nella vita puoi affinare la capacità di cavalcare le onde e di restare il più possibile a galla e imparare a procedere anche velocemente. Nessuno può appiattire le onde per renderle più propizie ma diventare bravissimi nel saperle interpretare restando in piedi su una metaforica tavola galleggiante.

Possiamo prendere esempio da questa metafora e provare a diventare campioni di “Life-Surfing”, saper prendere la vita per quello che è, una meravigliosa serie di varie occasioni, di partite da giocarsi dall’inizio alla fine per poi ricominciare senza per forza diversi ricordare se abbiamo vinto o perso in precedenza.

Imparare a cavalcare le sue onde, specialmente quelle impreviste, divertendosi e proseguendo oltre, alla velocità che vogliamo.

Vedi che non c’è nulla da invidiare agli altri? Hai fatto tutto quello che serve per arrivare dove vuoi? No? Non ancora? Allora decidi di farlo ora!! Che cosa te lo impedisce?

Molti fingono di non capire che possono realmente avere tutto quello che sognano di avere, che tutto dipende da loro e allora prendono i loro desideri e, non autorizzandosi a credere che sia possibile avere tutto, dividono i propri desideri per dieci e si accontentano. Masochismo?? Un po’ , ma è ancora più assurdo dividere i propri sogni per cento  e , come avviene anche in certi casi, per mille ….

La maschera

MASCHERA

I miti aborigeni sulla creazione della terra narrano di un Tempo del Sogno, durante il quale leggendarie creature percorsero in lungo e in largo il continente, cantando il nome di ogni cosa in cui si imbattevano: uccelli, animali, piante, rocce, “ e con il loro canto avevano fatto esistere il mondo” (B.Chatwin – Le vie dei canti – )

Un’antica leggenda animata da creature fantastiche, ma che in realtà descrive quello stesso potere creativo che i bambini custodiscono da sempre come dote innata.

Semplicemente giocando, un bambino sa vedere in una pozzanghera un meraviglioso oceano e fare di una foglia un veliero. Sostenuto dalle sue emozioni può cogliere la vita in una pietra e trasformarla in una delle tante creature che la fantasia sa suggerirgli. Un potere creativo che ogni bambino sa esprimere, grazie alla capacità innata di emozionarsi ed emozionare, senza giudicare i sentimenti che prova, che siano rabbia, gioia o dolore.

Ma proprio da piccoli spesso siamo costretti a camuffare la nostra energia, imparando a mascherare tutte quelle emozioni non tollerate e considerate pericolose dal senso comune della morale. Man mano capita di chiuderci in una “non vita”, dove attraverso giochi raffinatissimi di simulazione ci esercitiamo a esprimere tutto quello che è utile per essere ben allineati e approvati, alienando i messaggi del nostro cuore.

Così iniziamo ad indossare le nostre prime maschere. Ma non c’è colpa in questo gesto. Siamo troppo piccoli e impauriti e vogliamo solo difenderci, sopravvivere, o più spesso preservare l’amore dei nostri genitori, mostrando loro un bambino tanto perfetto quanto irreale che per sopravvivere “deve” adattarsi alle richieste genitoriali.

Purtroppo contemporaneamente, come effetto collaterale, finiamo per sacrificare le nostre emozioni trasformandole e privandole dell’integrità originaria.

La paura del rifiuto ci spinge a negare le nostre debolezze, mascherando il nostro animo con un’ostentata sicurezza. In realtà temiamo l’amore e ogni sua espressione, come un dittatore che ha paura che il suo regime verrebbe sovvertito se la libertà dovesse prevalere. Così non permettiamo alle nostre emozioni di pronunciarsi liberamente, esiliandole nell’angolo più nascosto del nostro animo.

Spesso trasformiamo invece il senso di autostima che da piccoli nobilita e sostiene il nostro amore, tramutandolo in orgoglio. Ci mascheriamo così di presunzione e giudichiamo come sbagliato tutto quello che sfugge al nostro controllo. Una maschera pericolosa che spesso nasconde un profondo senso di vergogna interiore. Quella vergogna nata sin da piccoli, quando fummo educati a percepire come inappropriata ogni espressione spontanea d’amore, quasi come se bisognasse avere una giustificazione per esprimere le proprie emozioni.

Ma se la paura del rifiuto e l’orgoglio possono spingerci sin da piccoli a indossare le nostre prime maschere esiste un terzo cospiratore che alimenta le nostre simulazioni: la volontà distorta. Da piccoli abbiamo imparato a mascherarci per difenderci dal giudizio e dalle coercizioni, perché in gioco c’era la nostra sopravvivenza. Da adulti però siamo solo noi che scegliamo di mantenere ancora imprigionate le nostre emozioni e di credere alle menzogne apprese sin da piccoli.

Non siamo più vittime di nessuno e se ci ostiniamo a vivere ancora dietro una maschera, la responsabilità è solo nostra. Della nostra volontà distorta che ci induce ancora a dare credito a delle percezioni infondate, come l’idea di dover essere perfetti e privi di fragilità per essere amati.

“Uno è più autentico quanto più somiglia all’idea che ha sognato di se stesso” Almodovar – Tutto su mia madre

Forse proprio in questa frase sta il segreto per rompere la maschera di quei codici sociali tanto reali quanto artefatti, smettere di ossessionarci che la nostra vita sia necessariamente compresa e approvata da tutti coloro che ci circondano, dando nuovamente voce al potere creativo delle nostre emozioni.

Una voce capace di evocare non più una realtà rigida, relegata nella paura del comune consenso, ma che sa modificarsi e assumere le forme e i colori migliori che la vita sa suscitare.

Ritornare a vivere emozionati, senza sentirci in colpa per questo, perché se, per timore della vita, viviamo senza emozioni, significa che la nostra vita è già finita.

La strada per liberarci dalle nostre maschere è senza dubbio lunga e difficile. Potremmo però affrontarla con la fiducia che la nostra bellezza interiore non smetterà mai nenache per un attimo di esprimersi per rendersi libera.

E’ necessario “sfondare il muro del dolore” per liberarci dalle tante falsità che ci siamo e abbiamo raccontato, quel dolore risanatore che guarisce tante anime in pena …..

I cassetti dell’anima …

cassetto

Mi piace pensare che ognuno di noi abbia nelle stanze dell’anima, due cassetti: il cassetto dei sogni e quello dei rimpianti.

In gioventù apriamo spesso il cassetto dei sogni: ci piace sfogliarli, assaporarli,proiettarli mille volte nella mente.

Con il passare degli anni, il gesto di aprire quel cassetto diventa meno famigliare, come se una ruggine sottile bloccasse i nostri gesti.

I sogni mai guardati impallidiscono, diventano trasparenti fino ad essere invisibili. Il cassetto dei sogni si svuota lentamente ….

E piano piano, spesso senza che noi ce ne rendiamo conto, si riempie il cassetto dei rimpianti….

Capita poi che un giorno, per un colpo di vento, un incontro, un sorriso, il cassetto dei sogni si riapre all’improvviso, riportando con violenza dolorosa l’eco dei sogni non vissuti, delle carezze non date, delle parole perdute.

In questi momenti di verità con se stessi è importante fermarsi per darsi il tempo di vedere quel cassetto dei sogni e quello dei rimpianti.

Non è detto che si debba assecondare per forza il furore di un’attrazione antica. Ma è importante riconoscere che c’è fame di emozioni, di tornare a sognare un po’ , di riaprire quei margini di sorpresa che forse erano scomparsi dalla nostra vita troppo quieta.

Forse è questa consapevolezza struggente che avevamo rimosso e che un incontro può farcela ritrovare, insieme al coraggio di riaprire il cassetto dei sogni.

Anche solo per un sorriso o una carezza …. è un momento di meravigliosa intensità, con cui sorprendersi di nuovo …..

Il riparo è già dentro di noi

albero strade

Voglia di tana, di area protetta: indispensabile, in tempi difficili. Và trovata dentro di sé sviluppandola resilienza: in fisica è la capacità della materia di assorbire i colpi senza rompersi.

Ecco, certi individui sono così: capaci di andare avanti dopo batoste tremende, di cadere e rialzarsi. Oggi, una qualità ineludibile.

Per svilupparla prescrivo alcune pillole strategiche:

  • Prima => Non evitare la crisi ma attraversarla. Come diceva il poeta Robert Frost: “Se vuoi venirne fuori, ci devi passare in mezzo”.
  • Seconda => fare i conti con le debolezze senza nasconderle, per trasformarle in punti di forza. Per esempio chi affronta un abbandono (ma vale anche per i licenziamenti e i lutti) spesso ingoia le lacrime e ostenta sicurezza. Invece bisogna avere il coraggio di ammettere che si sta da cani: offrire di sé un’immagine reale è un atteggiamento più forte, vincente.
  • Terza => sapere che la vera area protetta è il sogno. Una domanda che faccio spesso è: “Dove ti piacerebbe essere tra sette anni, a fare cosa?” . Una specie di viaggio onirico guidato che costringe a proiettare noi stessi nel futuro. Perché non è mai il momento sbagliato per sognare. Anzi, a volte sono le fantasie, le logiche non ordinarie, a rivelarsi illuminanti. E a indicarci a sorpresa la soluzione di un problema.

Giorgio Nardone, psicoterapeuta .

Fondatore con Paul Watzlawick del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, evoluzione della scuola di Palo Alto