Danzare sul filo del rasoio …

danzare sul filo 2

Riflessioni dopo una sessione di counseling …..

Il grande paradosso dell’amore è che ci stimola ad essere pienamente noi stessi e a rispettare la nostra verità individuale, e al tempo stesso anche ad abbandonarci senza riserve. Se ci allontaniamo troppo da noi stessi avvicinandoci al partner, cominciamo a perderci, se però ci tratteniamo e rimaniamo troppo autosufficienti, non è possibile un contatto profondo.

Se una relazione vogliamo che vada avanti non è possibile restare aggrappati ad una posizione unilaterale. Momento per momento è necessario essere capaci di mantenere le nostre posizioni, ma anche di lasciarci andare e modificare la nostra prospettiva se cambia la situazione. Non possiamo aggrapparci a nessuna delle situazioni sicure e abituali, sia di separatezza che di fusione, sia di dipendenza che di indipendenza, sia di attaccamento che di distacco.

Ecco perché vivere in genuina presenza e intimità con un’altra persona ci costringe a vivere sul margine dell’ignoto.

Un confine o un margine, come punto di incontro di due mondi differenti, è un luogo di enorme potere. Sulla riva, dove si incontrano mare e terra, si sprigionano energie poderose e tumultuose. La nostra pelle è elettrica, perché in essa si riconciliano l’interno e l’esterno, il sentimento e il mondo.

L’essenza di una relazione è di riunire gli opposti, pertanto ci fornisce continuamente l’opportunità di passare dall’una all’altra parte di noi: maschile e femminile, noto e ignoto, amore e paura, condizionato e incondizionato, cielo e terra. L’alchimia dell’amore fiorisce in questo gioco, perché il calore e il contrasto delle differenze fra due persone spingono ad esplorare nuovi modi di essere. Tuttavia, la nostra paura dell’ignoto, spesso, ci induce a chiuderci e tirarci indietro dal margine vibrante dove i nostri opposti si incontrano e a volte si scontrano.

Così, se ci teniamo a usare le grandi occasioni che le relazioni ci offrono, dobbiamo imparare a restare vigili e aperti rispetto alla paura, alla tensione e all’ambiguità che esse fanno nascere.

Il confine dove gli opposti si incontrano è affilato come il filo del rasoio, poiché incide attraverso la serie di abitudini e routine comode e familiari che identifichiamo con “me”, “come sono io”. Riconosciamo questo filo sensibile ogniqualvolta sentiamo l’acutezza del contatto, l’intensità dell’essere toccati, colpiti e trafitti da un altro.

Nell’aprirci all’altro incontriamo l’ignoto; ci sentiamo vulnerabili, incerti sul da fare. Aprirci? Proteggerci? Un po’ di ciascuna cosa? Che ne sarà di noi se non ci aggrappiamo alle vecchie strategie? Dove ci porterà? Che fare? … Ci gira la testa ….

Nessuna di queste domande può portarci ad una soluzione soddisfacente ma solo a distoglierci dal filo del rasoi dove ci sentiamo trafitti dal nostro amore e dalla nostra vulnerabilità. Perché sentiamo il bisogno di essere trafitti in questo modo, ci sentiamo più pienamente svegli e vivi.

Qui sul filo del rasoio, scopriamo l’essenziale precarietà dell’amore. Qui possiamo anche imparare a danzare con il flusso e l’incertezza che si presentano continuamente in una relazione. Un acrobata non mantiene la sua posizione su una corda tesa tentando di tenersi in perfetto equilibrio. Piuttosto lascia che il suo equilibrio lo faccia muovere avanti e indietro, trovando così nuovi equilibri.

Aprirsi a un altro, inevitabilmente, mette alla prova anche il nostro equilibrio interiore, smuovendo parti di noi da cui ci siamo da tempo distaccati. Perciò, in una relazione, ogni momento di incertezza indica diversi lati di noi stessi o quei lati che cercano di raggiungere un nuovo equilibrio tra di loro. Possiamo scoprire come procedere, in questi momenti, soltanto osando sentire e riconoscere entrambi i lati e vedere dove ci portano.

Così, invece di attenerci a un qualche stato di ideale armonia, possiamo imparare a far uso dell’azione stessa di cadere da un estremo all’altro per risvegliarci e vedere dove siamo e, nel risveglio, trovare un nuovo equilibrio.

Naturalmente può fare abbastanza paura mantenersi in equilibrio sul filo del rasoi, esplorando cosa significa essere presenti rispetto ad un’altra persona, senza contare più sulle vecchie strategie e formule. In questo caso la paura è un richiamo perché ci stiamo muovendo da un territorio noto ad uno ignoto e più vasto che sta davanti e intorno a noi. Ci mette in guardia dal non dare nulla per scontato restando svegli rispetto a quanto ci sta succedendo e rispetto a quello che la situazione richiede.

La paura e la vulnerabilità che sentiamo, quando non abbiamo niente di concreto in mano, ci indica che stiamo evolvendo. Così, sebbene qualcuno abbia detto “l’amore è abbandonare la paura”, questa visione appare semplicistica e visto che la paura è la compagna dell’intimità, potremmo piuttosto dire che “l’amore è fare amicizia con la paura “ ….

Il Giudice Interiore nelle relazioni affettive.

giudice-interiore-e-coppia

Ahimè quasi tutte le nostre relazioni interpersonali sono purtroppo condizionate dal rapporto che abbiamo con il nostro Giudice interiore e dalla maggiore o minore consapevolezza che abbiamo riguardo a questa dinamica.

La situazione più comune è quella di proiettare il proprio Giudice sulle persone con cui abbiamo una relazione e in modo particolare su chi amiamo.

Le relazioni affettive sono quindi il terreno migliore per osservare il nostro giudice al lavoro. E’ proprio là dove c’è un forte coinvolgimento emozionale, attaccamento, legame, aspettative, sogni comuni, che vengono a galla i nostri auto-giudizi più profondi.

Che lo si voglia ammettere oppure no, spesso le persone che ci sono più vicine riescono a mettere il dito sulle nostre piaghe in modo molto efficace. Se, da un lato, questa è probabilmente una delle cause principali di dolore e conflitto nelle relazioni, dall’altro lato è anche una grossa opportunità per capire come proiettiamo al di fuori il nostro Giudice e per vedere come attacchiamo gli altri e attraiamo inconsciamente gli attacchi altrui.

Se proviamo a guardare le cose da un’altra prospettiva ci accorgeremo che i nostri conflitti interpersonali non sono altro che il riflesso di conflitti interni rimasti irrisolti tra il Giudice e il bambino che è in noi che continua a reagire in maniera meccanica.

Come un pendolo, ci spostiamo dall’essere i nostri carnefici, identificandoci con il nostro Giudice, all’essere vittima, identificandoci con il nostro bambino.

La stessa dinamica avviene nei rapporti affettivi, dove a volte diventiamo il Giudice dell’altro attaccandolo, e a volte reagiamo diventando vittime. Proiettare il nostro Giudice sull’altro diventa un meccanismo di difesa che ci permette di mantenere nell’inconscio la dinamica con il nostro Giudice, ossia diventare la vittima dell’attacco dell’altro ci permette di non sentire l’assalto dentro di noi e di attivare le nostre difese contro un nemico esterno, mentre attaccare l’altro con le nostre critiche ci permette di evitare di fare i conti con il dolore che quelle stesse critiche provocano quando le rivolgiamo a noi stessi.

Raramente noi vediamo e sentiamo le persone intorno a noi; piuttosto vediamo e percepiamo la realtà e le persone che ci circondano indossando un paio di occhiali colorati che filtrano le informazioni che ci arrivano leggendole poi secondo la struttura di valori, opinioni, giudizi, e pregiudizi che ci portiamo appresso.

Nelle relazioni affettive, in particolare, questo meccanismo prende il nome di “transfert”.  Transfert significa che in modo inconscio proiettiamo sulla persona amata uno o anche tutti e due i nostri genitori e visto che il nostro Giudice (o Super-Io) altro non è che l’interiorizzazione della parte normativa dei nostri genitori, finiamo con il proiettare su quella persona il nostro Giudice Interiore.

Ci troviamo così intrappolati in una rete di delusioni, ferite, risentimento, lamentele, ci sentiamo non visti e non capiti e ci sentiamo dire lo stesso dalla persona che amiamo.

Per creare relazioni vere e non condizionate dalle nostre proiezioni è necessario quindi risolvere la questione con il nostro Giudice Interiore.

Per fare questo il passo fondamentale è assumersi la responsabilità di agire consapevolmente difendendosi dagli attacchi del proprio Giudice, riconoscendo le situazioni in cui esso si proietta sull’altro, trovando modi concreti per smantellare giudizi e pregiudizi che rendono la nostra affettività “condizionale”.

Certamente fare ciò comporta le sue difficoltà e di fatto vuol dire assumersi completamente la responsabilità della nostra vita smettendo di incolpare gli altri per le nostre sofferenze, frustrazioni e delusioni e vuol dire soprattutto riconoscere che l’amore esiste solo se è senza condizioni.

Dove e come comincia l’amore senza condizioni? Il punto zero si trova nella comprensione che è impossibile amare qualcuno senza condizioni se non so amare me stesso senza condizioni.

Il passo essenziale è quindi cominciare ad amare noi stessi impegnandosi a smascherare il nostro Giudice Interiore e tutti i modi in cui rifiutiamo noi stessi e sabotiamo la nostra crescita.

Se non cominciamo ad onorare la nostra individualità scoprendone l’unicità, molto difficilmente riusciremo a rispettare e amare gli altri per la loro e continueremo a vedere i loro comportamenti sbagliati trovandoci presto infognati nell’illusorio tentativo di cambiare le persone intorno a noi.

La via più facile è fare tutto questo insieme al nostro partner cominciando a rendere più esplicita la comunicazione per diventare sempre più consapevoli del modo in cui avviene la proiezione del proprio Giudice.

L’impegno comune porta con sé una nuova fiducia condivisa permettendo alla coppia una nuova e reale intimità, dove diventa finalmente possibile manifestare e condividere la propria vulnerabilità senza paura di essere attaccati. E questa diventa anche la base per lasciare andare la paura di essere sbagliati e tutte le ansie collegate.

Più saremo in grado di esporre alla persona amata tutto quello che siamo, più facile sarà entrare in contatto con quelle parti di noi che abbiamo dovuto negare, reprimere e nascondere e più saremo liberi da quel passato che come una zavorra troppo spesso ci impedisce di VIVERE

liberamente tratto da:

A.E.Costantino – La libertà di essre se stessi – Ed.Tecniche Nuove

Ci sono possibilità

coppia-bici

“I dwell in possibility” E.Dickinson

Anche se oggi sembra minacciata, l’avventura dello stare in coppia resta una proposta magnifica, stupefacente e a volte esplosiva!

Con questo post, nato sulla scia di un libro stupefacente, lucido e a volte chirurgicamente spietato che sto leggendo “Eccomi” di Jonathan Safran Foer, voglio invitare tutti coloro che si impegnano in questa avventura a trovare i mezzi per affrontarla nel migliore dei modi cercando di non farsi intrappolare da:

  • l’accusa dell’altro “é colpa tua, hai sempre ragione, non parli mai, non ti si può dire mai nulla, non ci sei mai”
  • l’autoaccusa: “non vedo mai nessuno, non sono interessante, i miei genitori non mi hanno mai amato, non ho mai avuto possibilità…”
  • il non detto: tutte quelle parole sospese che per paura, noia, fatica, si vanno ad accumulare  dando origine a distanze sempre più incolmabili ….

La vita a due ha bisogno di responsabilizzazione ad ogni istante, di presenza di quell’Eccomi  senza se e senza ma.

Se non ci lasciamo definire dai desideri e dalle paure dell’altro, se non tentiamo di definirlo in funzione dei nostri desideri o delle nostre paure, possiamo sperare di alimentare una relazione viva e duratura con un essere amato o una persona che ci ama.

E’ possibile cominciare a restare in piedi senza vacillare, senza piegarsi sotto la paura …

E’ possibile cominciare a camminare, senza essere titubanti; a scegliere un proprio cammino, ad aprirsi un varco attraverso gli ostacoli e i dubbi.

E’ possibile cominciare a parlare, forse esitando, ma con parole proprie.

E’ possibile osare.

E’ possibile esprimere il proprio stato d’animo, le proprie emozioni, le proprie posizioni.

E’ possibile correre il rischio di perdersi, di soffrire.

E’ possibile correre il rischio di non essere sempre compresi o ascoltati.

E’ possibile abituarsi ad una maggiore solitudine per incontrare meglio la parte migliore di sé.

E’ possibile cominciare ad uscire dai bisogni e dalle mancanze che l’altro proietta su du noi, per vivere relazioni di piacere in cui il desiderio possa esprimersi in tutta libertà nello spazio dentro di noi, nello spazio necessario ad ogni incontro.

E’ possibile vivere inizi e nascite senza ferirsi, senza entrare nelle ferite altrui.

E’ possibile cominciare a nascere di nuovo più vicini a se stessi. Riconoscersi nel sogno, nella tenerezza, nella condivisione delle parole.

Quando l’impossibile attraverso l’ascolto e lo sguardo dell’altro si trasforma in possibile è …. MERAVIGLIA!!!

Vivere la coppia in modo duraturo e in una relazione di creatività prima di tutto vuol dire correre il rischio di assumere una posizione il più possibile chiara nelle nostre aspettative, nei nostri contributi e nelle nostre zone di intolleranza e vulnerabilità.

Vuol dire proporre all’altro di stabilire i suoi confini, di affermarsi anche nelle sue richieste, nelle sue aspettative e nelle sue zone di intolleranza e vulnerabilità.

Vuol dire anche accettare di scoprire con stupore e disagio la possibilità o l’impossibilità di una relazione viva e sempre da costruire, da alimentare e sviluppare con la persona che ci ha scelto e che noi abbiamo scelto.

Ogni relazione contiene una parte aleatoria, imprevedibile, un’incognita legata alle evoluzioni, alle rivelazioni e agli incontri che costellano ogni esistenza. Questo è il rischio legato ad ogni forma di vita.

Un rischio sempre più ridotto se preso in considerazione da uno sguardo lucido sulla realtà.

Vorrei concludere con una sorta di Dichiarazione dei diritti all’amore da leggere ogni tanto insieme strada facendo ….

  • Amarti senza sottometterti
  • Addomesticarti senza metterti in gabbia
  • Conosceti senza irrigidire la mia visione
  • Trovarti senza nascondermi
  • Raggiungerti senza minacciarti
  • Accoglierti senza trattenerti
  • Chiederti senza obbligarti
  • Darti senza svuotarmi
  • Rifiutarti senza ferirti
  • Lasciarti senza dimenticarti
  • Riempirti senza colmarti
  • Esserti fedele senza tradirmi
  • Sorriderti e intenerirmi
  • Scoprirti e stupirmi
  • Meravigliarmi e lasciarmi andare alla fluidità dello slancio
  • E restare così viva e libera, aperta alle possibilità dei nostri incontri

 

 

 

Intimità personale e rispetto

coppia che balla

Foto di Daniele Febei: http://www.flickr.com/photos/danifeb/

Voglio concludere questo piccolo viaggio nell’intimità di coppia con una piccola riflessione sulla fedeltà a se stessi.

Essere fedeli a se stessi vuol dire accettare di rispettarsi nel proprio essere profondo, questo significa anche poter ritagliare uno spazio all’esistenza di questo essere profondo.

Vivere con qualcuno non significa vivere soltanto per lui. Non significa fare tutto obbligatoriamente insieme!

“Ho anche bisogno di non sentirmi invasa/o, posseduta, catturata da te, per potermi avvicinare” .. “Ho bisogno di essere libera/o di scegliere per concedermi …”

Se molti desideri sono rivolti verso il partner, alcuni di essi sono diretti verso altre direzioni.

Abbiamo tutti bisogno di questa giusta distanza:

  • Tra abbandono e vicinanza,
  • Tra dare e ricevere,
  • Tra libertà e fiducia.

Quando ognuno raggiunge la maturità di una presa di posizione sufficientemente distanziata per riconoscersi come individuo autonomo, capace di essere, prima di tutto, un buon compagno/a per sé, allora la coppia può crescere e affrontare gli alti e i bassi inevitabili, i rischi e le incrinature che si possono verificare nel tempo.

Intimità vuol dire anche poter depositare sogni e progetti di vita nelle possibilità dell’altro … con la speranza di realizzarne qualcuno con lui/lei o per sé.

Essere fedeli a se stessi è continuare a sognare i nostri sogni anche se si è in due, anzi la condivisione con l’altro può aiutarci a rendere possibili obiettivi vissuti solo nella fantasia.

Questa intimità permette di anticipare il futuro e di nutrire il presente con quella parte di immaginario che accrescerà e prolungherà lo spazio dell’incontro.

Proporsi dei sogni e realizzarne alcuni, alimentare qualche utopia, difendere cause che non resteranno senza speranza, impegnarsi insieme, sono i segni stessi della completezza di una intimità che diventa condivisione delle singole libertà.

Tra due individui che si amano esistono soprattutto le leggi del loro desiderio, del loro piacere e della loro volontà attuale di restare insieme, sia in una relazione di incontri a partire da territori differenti, sia in una relazione di continuità e di condivisione di uno stesso territorio di vita.

Al di là dell’impegno basato su una intenzionalità, il legame sarà soprattutto consolidato dalla capacità di allearsi … con l’altro.

Un legame tra due individui può essere minacciato, maltrattato, alimentato o abbellito. Può anche essere denunciato , perché capita che i sentimenti si evolvano senza un oggetto preciso, quando l’uno o l’altro dei partner non in veste più in un progetto comune.

Un legame è necessario che sia alimentato ogni giorno tramite un interrogarsi, un rimettersi in discussione o una conferma reciproca del sentimento e del progetto di sé … verso l’altro.

Intimità e accettazione

cuore harinng

L’intimità dei sentimenti corrisponde al bisogno di riconoscenza, di abbandono e di fiducia di ognuno. Essa può svilupparsi soltanto al riparo della sicurezza e di una accettazione reciproca. Si schiude solo se si favoriscono simultaneamente i tentativi di affermazione, di autonomia e di differenziazione di ciascuno.

Una delle caratteristiche della relazione di coppia passa attraverso la possibilità di progettare insieme, sia che si tratti di avere bambini, che di trovare luoghi in cui vivere o di realizzare sogni in comune.

Non si tratta di sopravvivere insieme in una relazione fredda, zoppicante da entrambe le parti o basata su rassicurazioni reciproche, per affrontare le ingiustizie o le disavventure della vita, ma piuttosto di costruire, di creare qualcosa di visibile, di palpabile in comune e di lasciare una traccia.

“Siamo vissuti nell’illusione che ognuno di noi due fosse , implicitamente, al servizio dei bisogni dell’altro. Scopro oggi”, mi ha detto una cliente durante un percorso di coppia, “quante tensioni possiamo produrre, preoccupati come siamo di non procurare dolore, nel tentativo di conservare e in un certo modo di comprare, sì , di comprare l’amore e l’affetto dell’altro”.

E’ davvero una forma di follia non rispettare i propri bisogni profondi, per il piacere o per le paure dell’altro. Numerose relazioni di coppia alimentano così nel tempo dinamiche di paura, di privazione, di auto frustrazione e, soprattutto, sentimenti vittimistici; che , come ben sappiamo, danno inizio a quei circoli viziosi vere e proprie gabbie dell’intimità e della condivisione.

Se non esisto per me stessa; come posso esistere per l’altro!!!

Sì, vivere in coppia nel tempo è in qualche modo la sfida di lasciare una testimonianza, di inscrivere un qualcosa in più nella propria esistenza. Qualche cosa in più che non sarebbe stato generato se due individui non si fossero incontrati per creare quell’entità costituita da un “io” più un “io” unici che è la coppia viva, la coppia creativa.

Su questa creazione in itinere si alimentano le forze di coesione della coppia. Esse si rigenerano così alle sorgenti del desiderio e del piacere e fanno sentire il loro influsso sull’erosione e l’usura esercitate dalle abitudini del tempo.

“ Non basta amare. Occorre che l’altro accolga, accetti e sviluppi il nostro amore ..”  J.S.

Sull’intimità …

INTIMITA

Vorrei oggi occuparmi un po’ di “coppia” e vista l’esperienza che sto vivendo nel seguirne una in un percorso di Counseling, voglio postare questo brano tratto dal libro “Ritrovarsi” (non a caso il mio blog si chiama così) di Edoardo Giusti . Ancora una volta tutto parte da noi , se non ci amiamo, se non ci ritroviamo, se non entriamo in intimità  con noi sviluppando quel rapporto unico e speciale con noi stessi come possiamo pensare ad andare verso l’altro aspettandoci che sia l’altro a colmare le nostre lacune ???? “Non si può donare ciò che non si ha …”

____________________________________________________________________________________________

 […] Il senso di intimità è quasi sempre legato ai vissuti d’amore, amicizia, vicinanza, come espressione di attaccamento e di approfondimento.

La parola intimità, infatti, deriva dal latino “intimus”, un qualcosa di molto più interiore: un nucleo essenziale e segreto, il cui accesso è riservato a pochi eletti.

Esistono modalità e gradazioni differenti nell’espressione dell’intimità, legate sia ai diversi stili culturali che al sesso. Gli uomini, ad esempio, esprimono più apertamente l’intimità nell’amicizia, quando aumenta la distanza fisica; mentre, per la donna, essa è, in ogni caso, favorita da una distanza ravvicinata (contatto visivo, tattile). Tuttavia in comune vi è sempre un clima di calore umano e un senso di appartenenza, che agevolano il dispiegarsi dei sentimenti, sia nel rapporto d’amore passionale, che nella relazione d’amicizia profonda.

La base di sviluppo dell’intimità è data da una profonda e bilaterale partecipazione del proprio vissuto privato, da cui nascono reciproca compatibilità e senso di solidarietà.

Il vivere se stessi e l’altro come un “essere contigui” è alimentato da una intensa voglia di scambiarsi “informazioni” cognitive, affettive e di comportamento reciproco. In sostanza, ci si rivela all’altro nella propria interezza, preoccupandosi più di ciò che si riesce a dargli, che di ciò che gli si può prendere.

L’assenza di questa atmosfera, che caratterizza l’intimità, genera senso di solitudine, isolamento ed alienazione, non eliminati dal semplice convivere….. la vicinanza “geografica”, infatti, non restituisce quel particolare gusto dell’interdipendenza emotiva, dell’essere insieme nel mondo, affini e diversi nello stesso tempo, dato dall’intimità..

Altra componente fondamentale all’intimità è il Gioco. Non esiste relazione intima – d’amore o d’amicizia – senza il momento del gioco, senza l’abbandono ludico che nasce spontaneamente da una naturale regressione liberatrice e creativa. Ma perché nasca l’abbandono, occorre un presupposto essenziale e questo è la fiducia: una fiducia profonda prima di tutto in sé e di conseguenza negli altri e nella vita in genere. L’intimità, infatti, è un processo interpersonale, ma anche intrapsichico. “Non si può essere intimi con un altro se non lo si è con se stessi” a livello sia cognitivo che affettivo. Più riusciamo a conoscere il nostro “intimus”, meglio possiamo, “essere con” l’altro, crescendo interiormente attraverso l’esperienza dell’incontro ravvicinato.

La resistenza a sperimentare insieme l’interezza reciproca nasce, invece, da due paure fondamentali: il timore di “fondersi”, perdendo la propria identità, e quello di vivere il momento depressivo derivante da una eventuale separazione/abbandono. Entrambe riconducono alla essenziale paura di sentire, pensare, ri-sperimentare il Non Essere (solitudine – vuoto – nulla). L’incapacità di gestire l’ansia (della perdita/separazione) ci porta ad avere tanti “segreti”, a diffidare dell’altro, che viene vissuto come necessità costante, ma anche come minaccia sempre presente.

Non si può donare ciò che non si ha. Questo concetto così banale e così ovvio si applica, però, e con profonda, indiscussa validità anche alla relazione d’amore: possiamo trasmettere amore all’altro esclusivamente in proporzione all’amore che abbiamo per noi stessi. L’amore inoltre costituisce l’esperienza soggettiva per eccellenza, cosicchè ognuno di noi tende a costruire il proprio “stile” d’amore secondo priorità diverse, adatte a soddisfare i propri bisogni di sicurezza, affettività, emozioni, gioco, ragionevolezza ed erotismo. Così come è unico l’individuo, unico è il singolo stile d’amore; ma come vi è affinità tra diversi individui, altrettanto è possibile identificare alcune costanti preminenti, come denominatori comuni nei diversi stili d’amore. Anche se, a livello ideale, si vorrebbe ottenere il tutto e il meglio da una relazione, in realtà possiamo notare che, nell’arco della vita, pur attraverso i vari cambiamenti di crescita, ognuno ha creato le proprie relazioni d’amore secondo un modello che tende a ripetersi, privilegiando l’uno o l’altro elemento relazionale, nel desiderio o nell’attuazione del rapporto.

In questa società ad evoluzione costante, mantenere continuità di tempo in un rapporto intimo richiede sia arte che scienza, al di là delle naturali predisposizioni. Le poche relazioni che trasudano uno stato complessivo di felicità durevole, sono riuscite  ad integrare la passione con l’amicizia. Pur mantenendo una certa individualità, la ricerca e l’investimento energetico reciproco erano sul NOI. Queste persone riconoscevano che talvolta l’IO ne risentiva, ma il successo del NOI ripagava ampiamente questi occasionali sacrifici personali. Così la coppia funzionava con vitalità in una atmosfera di intimità profonda, ricca di attenzione e rispetto reciproci, in cui i partners erano affascinati l’uno dall’altro, con sentimenti di esclusività e una calda attrazione sessuale.

Se riusciamo a configurarci il “senso di coppia” come una sorta di convivenza psichica, vediamo che si traduce in un vissuto di essere/avere “un compagno nella stanza a fianco”. Come quando vivendo sotto uno stesso tetto – contenuti dunque in un medesimo “interno” – ciascuno può operare da solo in una determinata stanza, ma nella calda consapevolezza che l’altra stanza NON E’ VUOTA, bensì ricca di un’altra presenza, non obbligata, ma in ogni momento liberamente raggiungibile e liberamente allontanabile. Così nella coppia psicologicamente matura, la consapevolezza della propria esistenza di coppia costituisce la “casa” calda e gratificante, il rassicurante interno/intimus “collettivo”. Ciascuno dei partners si sente allora contenuto in esso contemporaneamente sapendo di poter entrare/uscire dalle “stanze” (l’intimus individuale) secondo le rispettive libere esigenze. Anche uscendone, infatti, la “casa” permane come punto di riferimento e di continuità. In tal modo la sicurezza della agibilità dell’Altro placa la “fame di simbiosi” e rende capaci di vivere “fuori” di lui – cioè autonomi – e al tempo stesso a lui disponibili, in quanto liberi.[…]

 ……. se ti va continua a seguirmi in questo viaggio …… a domani 🙂

Tratto da :

E.Giusti – “Ritrovarsi” – ed.Armando

Avere relazioni consapevoli

RELAZIONE 1

 Photo by: http://www.flickr.com/photos/richardstep/7438002534/

Il livello di consapevolezza con cui trattiamo gli altri varia in funzione della natura del rapporto. Razionalmente, più la relazione è importante per noi, più vi prestiamo attenzione; in questo modo se amiamo e ne siamo coscienti (cioè se non siamo solo ciecamente infatuati), capiamo quella persona sicuramente meglio di quanto non capiamo chiunque altro.

A qualunque livello di intimità, uno dei modi per trasmettere il nostro rispetto ad un altro essere umano è mettere consapevolezza nell’incontro; cioè vederlo, ascoltarlo e rispondergli in modo che l’altro si senta compreso. Al contrario, con la distrazione  trasmettiamo mancanza di rispetto, come dire: “tu, i tuoi pensieri e le tue emozioni non siete degli della mia attenzione.

Abbiamo una profonda necessità di essere visti, capiti e apprezzati in modo coerente con la nostra percezione di noi stessi. E’ così che sperimentiamo una forma di oggettività sul nostro io e le sue espressioni, vale a dire una forma di autoaffermazione.

La necessità di questa esperienza è insita nella nostra natura umana, e quando viene frustrata ne risentono la crescita e il benessere generale.

Quando i bambini vengono trattati non come persone, ma come oggetti fastidiosi o buffi gocattoli, si sentono invisibili e la loro autostima spesso soccombe. Se un uomo sente di essere visto dalla moglie non come un essere umano ma come un oggetto di successo o una macchina dalle grandi prestazioni, oppure quando una moglie si sente vista dal marito non come una persona ma come un oggetto sessuale o un trofeo, il risultato è un senso di invisibilità, e la relazione ne soffre.

Il grido muto: “quando parli con me, per favore, vedimi” significa: “quando parli con me, per favore, siine consapevole”.

Quando mettiamo nell’incontro con un altro un alto livello di consapevolezza, ci accorgiamo di quello che dice, del suo aspetto e del sottotono emotivo della sua comunicazione. Registriamo molte più informazioni del contenuto letterale delle sue parole. Ma nel contempo siamo consci anche delle nostre parole e del nostro sottotono emotivo, nonché dei molteplici segnali che noi stessi inviamo. Sarebbe ingenuo pensare che gli altri reagiscano solo, e ricevano solo, le nostre dichiarazioni verbali. Quindi, se agiamo con attenzione, riconosciamo la complessità dei nostri scambi, e le nostre reazioni riflettono in vari gradi la nostra consapevolezza.

Non tutti gli incontri richiedono tuttavia questo livello di concentrazione; è il contesto a determinare il giusto livello di consapevolezza.

Domandiamoci: che cosa vuol dire agire consapevolmente in una relazione amorosa?

Amare un altro essere umano significa conoscere e amare la sua persona. Questo presuppone un impegno a vedere e capire l’oggetto del nostro amore. L’”amore” senza vista e conoscenza è una contraddizione di termini. Come posso di dire di amarti se non ti vedo, non so chi sei e non mostro nessun desiderio di saperlo? Sarebbe come dire: “per favore, non distrarmi con la realtà di quello che sei. Sono tutta presa dal mio sogno di te”.

Molti hanno una relazione con, o sposano, non una persona, ma una fantasia, e poi se la prendono con quella stessa persona perché non è all’altezza della loro fantasia. Evitano di esaminare i processi mentali che li hanno portati a selezionare proprio quel partner preferendo prendersela con un mondo in cui la strada della non-consapevolezza non porta alla soddisfazione finale.

Le ragioni per cui ci innamoriamo di una persona sono molte complesse, e non tutte prontamente accessibili alla coscienza. Uno dei piaceri degli innamorati è proprio quello di cercare a livelli sempre più profondi i tratti del partner che li ispirano e li eccitano. Questo processo può andare avanti per anni e diventare una fonte incessante di piacere e di crescente intimità.

Ma all’inizio della relazione in genere possiamo chiederci: che cosa mi piace e mi stimola di più in questa persona? Che cosa mi piace dei suoi progetti? Che cosa ammiro nel suo carattere? Ho delle riserve, dei dubbi? Se sì, a quale proposito e come posso verificarli? Che cosa non mi piace e che importanza ha per me nella scala dei miei valori? Che cosa sembriamo avere in comune, e perché penso che sia così? In cosa potremmo essere incompatibili e perché penso che sia così?

Forse non riusciremo mai ad elencare tutti gli elementi che ci ispirano amore e attrazione, ma questo non deve fermare i nostri tentativi di identificarne quanti più possibile, perché è uno dei modi in cui cresce l’amore e l’intimità, sempre che la relazione abbia una base solida e sana……

se ti è piaciuto questo post seguimi domani per la seconda parte ….. 🙂

Riflessioni sull’amore

cuori ponte milvio

“Ogni relazione significa definire se stessi attraverso un altro e definire l’altro attraverso se stessi” Ronald Laing

Oggi 14 Febbraio San Valentino, celebrazione universale dell’amore romantico.

Rito annuale dell’amore alla Peynet dove un lui e una lei teneramente seduti su una panchina aprono le finestre dei loro cuori l’uno all’altra.

Festa di tutti quegli innamorati che a Roma hanno circondato i lampioni di Ponte Milvio con i lucchetti come pegno delle loro promesse.

Ma l’amore è realmente questo valzer di cuoricini, fiori, palloncini, stucchevoli cioccolatini… languidi baci e tenere carezze????

A questo punto chi mi legge potrebbe dire:” ma che sei scema??? Lo sanno tutti che amore è anche impegno, progettualità, confronto,darsi reciproco, arrendevolezza …”

Allora vi potreste chiedere  quale è lo scopo di questo post al di là di una mera disquisizione accademica sulle varie facce dell’amore. In realtà l’idea di fermarmi a riflettere sull’universo amore mi è venuta sollecitata dalle esigenze di alcuni miei clienti di esplorare le varie facce dei loro mondi “d’amore” .

  1. uomo passionale fatto di viscere e cuore vorrebbe “perdersi, affondare nell’Amore… darsi alla follia” – “sentirci, amarci, sprofondare l’uno nell’altra, l’altra nell’uno… perdere i confini, sperdersi nel deserto e nella tormenta dei sensi…” per poter esorcizzare la morte “rompendo la cadenza del dolore” . Per lui amore è Eros contrapposto a Thanatos.
  2. giovane donna in perenne ricerca del Principe Azzurro che sogna ogni mattina di trovare dietro l’angolo, incastrata invece in rapporti impossibili con uomini “tormentati” per paura di guardarsi intorno rischiando di trovare l’uomo giusto.
  3. innamorata della seduzione, perennemente in bilico tra il rapporto “serio” ed i sobbalzi del cuore.
  4. E ed E. imprigionate nel ruolo di mamma-compagna.
  5. M.che dopo gli “anta” ha finalmente scoperto la passione e si sente finalmente una donna completa.
  6. P.che al contrario, dopo gli anta, ha abdicato alla passione per una serena e un po’ noiosa laguna senza increspature.
  7. ragazzo giovane già “cinicamente” consapevole delle trappole del cuore.

Il filo che unisce tutti questi cuori è il voler ri-trovare lo stato nascente, la pietra miliare da cui tutto ha avuto inizio nella consapevolezza del “qui e ora”.

E il punto di partenza è sempre ri-trovare se stessi, innamorarsi di se stessi come individui autonomi e indipendenti.

Non si può donare ciò che non si ha. Amare significa essenzialmente dare. Possiamo trasmettere amore all’altro esclusivamente in proporzione all’amore che abbiamo per noi stessi.

Inoltre per poter far dono di se stessi è necessario che vi sia un Sé da offrire e una matura consapevolezza di esso, perché solo un Sé autonomo e libero può essere contemporaneamente individualista e altruista.

Esistono diversi tipi di dipendenza  camuffata da amore, e relazioni di scambio fondate sulla necessità, ma neanche queste sono amore autentico, profondo, spontaneo, poiché questo è legato alla capacità di essere autonomi , quindi non vincola bensì è liberatore.

Nell’atto d’amore il momento di estasi si realizza nella massima unione, nella fusione e con-fusione di testa, cuore e viscere, che consente di attraversare il confine tra l’una e l’altra identità. In questo darsi e trovarsi l’orgasmo può allora essere libero da controlli, ostilità o trionfo, in quanto esiste una interdipendenza di due Sé autonomi che non temono il momentaneo annullarsi e confluire uno nell’altro, poiché sanno tutti e due che da questo temporaneo mescolarsi le due rispettive individualità non potranno che uscire più ricche e più forti.

Proviamo quindi a considerare la “coppia” come un essere/avere “un compagno nella stanza a fianco” . Come quando, vivendo sotto uno stesso tetto ciascuno può stare da solo in una stanza nella consapevolezza però che l’altra stanza non è vuota, bensì ricca di un’altra presenza, non obbligata, ma in ogni momento liberamente raggiungibile e allo stesso modo liberamente allontanabile.

Allo stesso modo, nella coppia psicologicamente matura dove ciascun elemento è autenticamente libero, la consapevolezza del proprio stare insieme costituisce la “casa” calda, rassicurante e gratificante. Ciascuno dei partners, in questo modo, si sente con-tenuto sapendo di poter entrare/uscire dalle “stanze” secondo le rispettive intime esigenze. Anche uscendone, infatti la casa rimane come punto di riferimento e continuità. In tal modo la sicurezza dell’agibilità dell’altro placa la fame di simbiosi e rende capaci di vivere fuori di lui ,cioè autonomi, e nello stesso tempo disponibili a lui, in quanto liberi.

La fine di una relazione: sconfitta od opportunità di crescita?

coppia scoppia

Oggi, sempre più coppie si costituiscono e si costruiscono sui … pezzi di una coppia precedente.

Ciascuno dei partner annientato o deluso, scottato o entusiasta, tenta una nuova alleanza, con un desiderio di riuscire secondo le delusioni o le scoperte precedenti.

E’ interessante il fatto che, per potersi legare, ci si sciolga da un attaccamento non soltanto ad una persona, ma anche ad un sistema relazionale. E’ indispensabile essere vigili nei confronti del rischio di ripetizioni o di illusioni che portiamo con noi.

Dalla maggior parte delle persone, un divorzio, una separazione, una rottura sono vissuti per lo più come una sconfitta dolorosa. Inscrivono profondamente il dubbio sul nostro valore, sulla nostra capacità di essere amati, feriscono a volte irrimediabilmente le nostre speranze di impegnarci in una nuova relazione sentimentale.

E questo non soltanto da chi si sente l’oggetto del rifiuto o dell’abbandono, ma anche da parte di chi lascia.

Una verità su cui porre l’attenzione è che non sono i sentimenti che tengono unite due persone, bensì la qualità della relazione che esse si possono reciprocamente offrire.

Al di là dell’incontro basato sull’attrazione, su sentimenti ed emozioni riconosciute o su scelte inconsce, costruire una relazione che duri si dimostra un compito superiore alle possibilità di molti. Perché siamo  troppo spesso degli infermi della relazione.

Bisogna dirlo e a maggior ragione soprattutto in questo periodo urlarlo: a volte esiste un tale terrorismo relazionale, una vera e propria violenza endemica in certe relazioni amorose e di coppia , da indurre (purtroppo ancora troppo spesso non si trova il coraggio …) l’uno o l’altro dei partner a “salvarsi la pelle”, a rinunciare o a fuggire una relazione che lo distrugge o lo divora.

Mi racconta una cliente: “non ne potevo più, diventavo pazza a sopportare tutti i giorni le sue critiche, le sue osservazioni e le sue accuse. Nulla di quello che facevo gli andava bene. Mi aggrappavo alle mie convinzioni, speravo in un miracolo. Ricevevo il più piccolo regalo di non aggressione come un regalo, una carezza, ma quasi subito arrivava la doccia fredda … Era tempo che mi rispettassi ..”

E un’altra: “Non ridevo più, mi sentivo vecchia e logorata, soprattutto logorata. Non si riusciva a trovare un accordo su nulla, desideri, bisogni, progetti, tutto sembrava in opposizione. Avevo la sensazione di passare accanto alla vita. I miei obiettivi erano modesti, non cercavo la felicità, ma soltanto di potermi guardare al mattino senza disperazione …”

Se la decisione è stata presa e non esiste speranza di un possibile accordo, chi chiede la separazione e si mobilita a questo scopo dovrà definirsi chiaramente, impedire all’altro di aprlare su di lui/lei e confermare la sua scelta di fronte ai tentativi di colpevolizzare, di aggredire moralmente, di screditare … da parte dell’altro.

La separazione, le perdite, gli abbandoni, se non si inscrivono nel risentimento, nel rancore o nell’accusa contro l’altro o nella disistima di se stessi, possono permettere ad un uomo e ad una donna di accedere ad un nuovo modo di vita, di essere uomo o donna in modo diverso.

Vedersi di nuovo individui interi. Rinnovare il contatto con la parte migliore di sé. Trovare nuove risorse e una maggiore capacità di stare meglio con se stessi.

Ogni separazione contiene il rischio di una ferita narcisistica, che rovina o distrugge l’immagine che uno ha di se stesso.

Ma possiamo anche comprendere che l’altro ci lasci, la maggior parte delle volte, per se stesso. Chi chiude una relazione lo fa in funzione di quello che è, di quello che è diventato, anche se si dà l’alibi che tutto è successo “a causa dell’altro”.

Possiamo liberarci dall’immaginazione onnipotente (di origine infantile) per cui tutti i comportamenti, i sentimenti o le decisioni di una persona, anche vicina, dipendano da noi.

Ciò che concorre poi a trasformare quella che appare in un primo tempo come una sconfitta, è la capacità che abbiamo o non abbiamo di “prenderci cura” di due elementi, l’uno affettivo, l’altro relazionale, che ci legano alla persona che se ne va.

Prenderci cura dei sentimenti , talvolta profondi, che proviamo ancora per la persona che ci lascia o che noi lasciamo. La relazione in ciò che ha avuto di buono, di stimolante, di vivo prima che si rovinasse.

Dobbiamo riconoscere, in effetti, che siamo incredibilmente abili nel maltrattare e sminuire i sentimenti che continuano ad esistere in noi anche quando non corrispondono più a quelli dell’altro.

Trasformare quello che appare a prima vista una sconfitta in esperienza di vita, è un segno di tenerezza nei confrontii di noi stessi.

Facendo questo, il terreno è a volte sufficientemente libero, lavorato e seminato per accogliere la possibilità di un nuovo incontro, per tentare l’avventura di una coppia, non più soltanto da sognare, ma da costruire in due.

L’ostinazione nel proseguire un relazione ormai esaurita ….

lasciarsi 1

Molto spesso i rapporti “alla deriva” continuano a causa del senso di conforto e di sicurezza che la familiarità offre unita alla paura di stare da soli. Ciò detto accade sovente che, quando la persona osa interrompere un rapporto ormai esaurito, si renda conto dell’infondatezza dei suoi timori provando, invece, un alleggerimento e un n uovo senso di vitalità ed energia.

Altri, invece, perseverano nella relazione sperando di poterla migliorare. Eppure, troppo spesso il torpore erode la forza vitale stessa del rapporto, facendo affievolire ogni speranza di cambiamento.

Altri ancora un giorno si accorgono all’improvviso che stanno vivendo e dormendo accanto a qualcuno che non amano più, e riescono a trovare dentro di sé, nell’esigenza di difendere la propria energia vitale, il coraggio di andarsene.

Il fatto di perseverare in relazioni ormai esaurite può essere il risultato di un rapporto genitore-figlio debole, impersonale o formale, segnato da una repressione dell’amore genitoriale. Questo tipo di inibizione comprende di solito uno o più dei seguenti aspetti:

  • Cultura familiare che privilegia le buone maniere e la forma
  • Repressione delle manifestazioni d’amore e mancanza di spontaneità al riguardo: il genitore non dice mai al bambino “ti voglio bene” o “sei un amore”, o lo fa molto di rado
  • L’amore è limitato a piccoli gesti affettuosi, come ad esempio l’offerta di cibo
  • Il bambino non si sente adeguatamente aiutato quando è angosciato
  • Il bambino sente che i genitori non condividono la sua gioia o addirittura viene criticato per essersi sovraeccitato

Il messaggio implicito che arriva al bambino è che, nel caso in cui dovesse provare grandi emozioni, come rabbia, angoscia o cocente delusione, i suoi genitori non sarebbero in grado di rispondere adeguatamente. Spesso per effetto di come sono stati trattati da bambini, questi genitori non sono in grado di affrontare le emozioni più intense dei figli, e pertanto si allontanano da loro (fuga) o li criticano (attacco). Come risultato, il bambino impara che le forti emozioni sono pericolose e minacciose e devono essere bloccate.

Non stupisce quindi che bambini educati in questo modo crescendo riescano ad instaurare solo rapporti emotivi superficiali. Da adulti potranno sposarsi, avere dei bambini, un buon lavoro, ma non riusciranno mai ad arricchire il loro rapporto con una intimità spontanea e/o condividendo con il partner le loro sensazioni più profonde riguardo a se stessi, la vita e il partner stesso.

Alcune persone, invece, mantengono rapporti ormai in via d’esaurimento in età adulta sempre per motivi che affondano nell’infanzia, ma di tenore ben diverso. Queste persone hanno assistito a troppi spaventosi sfoghi vulcanici di una figura genitoriale. Da questo hanno anch’esse imparato che le emozioni forti sono pericolose. Pertanto, le reprimono in se stessi privilegiando rapporti caratterizzati da un blando investimento emotivo perché vi si sentono più al sicuro. Tuttavia, come abbiamo visto nel post precedente, ironicamente è proprio questa “sicurezza” a privare una relazione della sua forza vitale.

Un altro esempio di relazione che può trascinarsi per forza d’inerzia è la relazione simbiotica dove entrambi i partner hanno una tale fobia del conflitto da “concordare” di avere gli stessi punti di vista sulla vita, le stesse sensazioni sulle persone che li circondano, le stesse opinioni su politica, società, cultura. Ciò significa poter tener ben lontana dalla loro relazione quella cosa pericolosa che risponde al nome di “conflitto”.

In una relazione simbiotica i due partner si fondono sotto molti aspetti in una persona sola. Possono persino cominciare a dire cose come “noi pensiamo”, “noi sentiamo” etc … Alcune coppie simbiotiche hanno anche, letteralmente o metaforicamente, un qualche “rifugio” cui possono accedere solo loro, sbarrando la porta ad ogni altra avventura o esplorazione.

Alcune relazioni simbiotiche sopravvivono a lungo perché entrambi i partner amano trascorrere un sacco di tempo a lagnarsi degli altri, trasferendo in tal modo sugli altri tutte le sensazioni di rabbia, rancore e amarezza che provano l’uno nei riguardi dell’altro, collusi a giocare a “tu e io contro il mondo”.

Nel caso in cui , però, uno dei due dovesse mai  rompere il tacito accordo di non concordare su tutto, e osasse comportarsi in modo diverso o esprimere un’opinione diversa, potrebbe suscitare l’indignazione della’altro. Quest’ultimo potrebbe prorompere in un “Come osi dire/pensare questo? Hai infranto il nostro patto!”. Sarebbe come far esplodere una bomba nel rapporto. La ricaduta potrebbe essere tanto esplosiva e violenta da distruggere la relazione stessa.

Concludendo, spesso è difficile valutare la qualità di una relazione importante. Di conseguenza, è arduo decidere se convenga mantenerla e lavorarci su o chiuderla e passare oltre. Da una parte c’è il rischio di allontanarsi da un rapporto fondamentalmente arricchente perché non corrisponde ad una immagine fiabesca e idealizzata di come dovrebbe essere una relazione intima. Dall’altro, quello di perseverare in un rapporto sempre più povero di emozioni soltanto perché sicuro e confortevole.

Ricordiamoci, tuttavia, che per vivere pienamente è necessario osare e il coraggio di lasciare andare quello che ci accorgiamo essere diventato una zavorra è la condizione necessaria per poter godere del cammino ……

“Aprendo la porta di servizio, Colin rabbrividì alla ventata

di aria fresca proveniente dal mondo esterno …” Cook

_______________________________

liberamente tratto da:

M.Sunderland – Disegnare le relazioni – ED.Erickson