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Nel bene e nel male è per noi ….

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C’è un’isola di opportunità in mezzo a ogni difficoltà. Anonimo

L’Universo è una perfetta combinazione di ostacoli e benedizioni.

E’ bene sempre tenere a mente, per sviluppare al meglio coraggio e capacità per raggiungere i nostri sogni, che le sfide che ci troviamo davanti sono disegnate perfettamente per noi.

Per quanto sia difficile accettarlo, specialmente nel momento in cui ci troviamo nel mare burrascoso delle difficoltà, non ci vengono mai presentate situazioni che non siano all’altezza delle nostre capacità di superamento.

D’altro canto se camminiamo nella vita con gli occhi chiusi o con lo sguardo troppo per aria è inevitabile, prima o poi, finire in una pozzanghera di fango, ed è altrettanto normale chiedersi come mai si è finiti lì. La differenza sta nella maniera in cui ci poniamo questa domanda.

Un modo è quello di sentirci vittime di quello che ci è accaduto, con la perenne domanda “perché capitano tutte a me?”

Il risultato di questa modalità “vittimistica” è la chiusura totale nel vedere oltre, e ci lascia in uno stato di immobilità ai piedi della vita con davanti a noi una serie infinita di pozze di fango.

Al contrario se intendiamo imparare dalla vita, potremmo aprire gli occhi su un orizzonte più grande; sedendoci sulle radici della vita pronti ad imparare, comprendere e sentire, sviluppando l’intuizione e tirando fuori le capacità creative di adattamento a quello che ci accade.

Per poter fare tutto questo è però fondamentale avere ben presente che qualunque cosa ci accade non sta succedendo a noi ma per noi. Questa è la lampadina di Archimede, il cambio di paradigma che ci trasporta da una visione passiva di noi stessi ad una visione attiva e aperta a tutto ciò che la vita ci pone di fronte.

In tutto quello che troviamo sul nostro cammino c’è sempre un’opportunità da cogliere, un’occasione per comprendere cose che altrimenti non avremmo mai capito, una possibilità di evolvere lasciando dietro di noi quello che non serve più.

Ogni cosa è per noi, nel bene e nel male!

Ci è stato dato il potere incredibile di scegliere, di creare la nostra vita e la responsabilità di queste decisioni è sempre la nostra.

Essere capaci di guardare in faccia ciò che non conosciamo senza paura, affidandoci alla nostra saggezza è quello che la vita ci chiama a fare ogni giorno.

Anche quando ci troviamo in una situazione che inizialmente è fuori dal nostro controllo, la scelta di stare in quella situazione o in quel modello di comportamento è nostra, così come la scelta di cambiare.

Non siamo onnipotenti e non abbiamo il potere di controllo su ogni cosa che ci accade, nello stesso tempo non possiamo sempre scegliere tutto quello che ci capita; siamo però responsabili di come reagiamo a quell’evento. Il libero arbitrio ci da’ la possibilità di utilizzare la consapevolezza e l’intuito per diventare ciò che possiamo diventare. Ecco perchè ogni cosa è per noi e se accade c’è senz’altro un motivo.

Spesso diamo la colpa agli altri, proiettando fuori di noi la nostra paura di cambiare, è infatti senz’altro più facile incolpare qualcun altro piuttosto che assumersi la responsabilità delle circostanze e così affrontare l’ignoto.

Proviamo a cambiare prospettiva e pensare, quando ci troviamo impantanati nella famosa pozza di fango, che ciò che sta accadendo non è a noi ma per noi.

Improvvisamente tutto cambia, i pezzi del disegno trovano la loro giusta collocazione e quello che ci sembrava un dramma o qualcosa di insuperabile diventa un’opportunità di crescita.

L’Universo è in uno stato di costante movimento, sempre in cambiamento, sempre in evoluzione e noi con lui. Allo stesso tempo c’è una cosa che rimane invariata a cui aggrapparci, una bacchetta magica di cui ognuno di noi è detentore: il nostro potenziale.

Si tratta di quella finalità interiore, inscritta in ognuno di noi, che rappresenta la meta finale verso cui tendiamo. La capacità di crescere nel potenziale che abbiamo dentro, la forza vitale che ci guida dipendono solo da noi.

Ricordiamoci che qualunque cosa ci accada non sarà mai in grado di intaccare chi siamo nel profondo!

Quello che Siamo resta invariato nel tempo, magari camuffato dalle maschere che ci mettiamo durante il viaggio, forse etichettato da giudizi e critiche inutili e distruttive, oppure così nascosto da sembrare inesistente.

Ma c’è! Sempre!

Abbiamo la vita a disposizione proprio per questo, realizzare chi siamo. Partiamo da noi stessi, prima di ogni altra cosa, in qualsiasi situazione e contesto.

Se ci sentiamo bloccati in una situazione che pensiamo di subire e dove ci sentiamo impotenti, ricordiamoci che non c’è niente di fermo nel flusso della vita. Le cose cambiano in continuazione.

Spesso la ragione dei nostri blocchi sta nel continuare a pensare gli stessi pensieri, mentre le cose cambiano, in noi si ricreano sempre uguali seguendo gli stessi schemi e questo perché abbiamo difficoltà a cambiare prospettiva.

Proviamo a ribaltare la situazione osservandola da un altro punto di vista che parta dal presupposto che tutto quello che succede è per noi. Anche quando ci pare di non poter fare nulla, possiamo sempre fare qualcosa dentro di noi.

Assumere questo nuovo punto di vista vuol dire cogliere il messaggio racchiuso in quella sfida. Nel fare ciò tracceremo dei segni indelebili dentro di noi che ci condurranno là dove si auspica che ogni essere umano possa arrivare: il punto centrale di noi dove è racchiusa tutta l’essenza della nostra vita.

Nel raggiungerlo apriamo un varco, che ogni volta si farà più ampio cosicchè  diventerà sempre più agevole la nostra manifestazione nel mondo , quel diritto inalienabile ad Essere!

Molto spesso ci lamentiamo del fatto che la vita non ci offre opportunità. Sbagliato! Siamo noi che non riusciamo a vederle. Diego Agostini

 

liberamente tratto da:

B.Pozzo – La vita che sei – Ed.BUR

Il dolore è il prezzo della libertà

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Le nostre ferite sono spesso le aperture nella parte migliore e più bella di noi.
David Richo

Una riflessione sull’onda della bellissima lezione di domenica al corso triennale in counseling di ADYCA 

Uno dei requisiti essenziali per la vera crescita e per una profonda trasformazione personale è rappresentato dal fare pace con il dolore.

Nessuna evoluzione può aver luogo senza cambiamento e i periodi di cambiamento non sempre sono agevoli. Cambiamento significa porre una sfida a ciò che ci è familiare e avere il coraggio di mettere in questione i nostri tradizionali bisogni di sicurezza, comodità e controllo. Questa esperienza viene spesso percepita come dolorosa.

Acquisire familiarità con questo dolore fa parte della nostra crescita. Anche se non possiamo gradire affatto le sensazioni di fastidio interiore, dobbiamo essere in grado di stare tranquillamente all’interno di noi stessi e di fronteggiarle, se vogliamo sapere da dove provengono.

Una volta riusciti a fronteggiare i nostri tormenti ,ci accorgeremo che esiste uno strato di dolore profondamente radicato nel nucleo centrale del nostro cuore. Esso è talmente scomodo e impegnativo da farci trascorrere tutta la vita a evitarlo.

Molto spesso la nostra personalità è costruita intorno a modi di essere, di pensare, di agire e di credere che sono stati sviluppati al fine di evitare questo dolore.

Poiché schivare questo dolore ci impedisce di esplorare quella parte di noi che sta al di là di quello strato, la vera crescita ha luogo quando finalmente decideremo di affrontare il dolore.

Essendo situato nel nucleo centrale del cuore, il dolore si irradia all’esterno e influisce su qualsiasi cosa facciamo. Esso è sempre presente, sotterraneo, nascosto fra le pieghe dei nostri pensieri e delle nostre emozioni.

La  nostra psiche è fatta per evitare questo dolore e di conseguenza, alle sue fondamenta, essa teme il dolore.

Per comprendere meglio ciò facciamo caso al fatto che se per noi l’emozione del rifiuto costituisce un grosso problema, avremo timore di tutte quelle esperienze che possono provocare il rifiuto. Quella paura andrà a costituire la nostra psiche e anche se gli eventi veri e propri che causano il rifiuto sono rari, avremo continuamente a che fare con la paura del rifiuto. E’ così che creiamo un dolore che è sempre presente.

Arriveremo a renderci conto che qualunque schema di comportamento basato sulla fuga dal dolore si trasforma in un vero e proprio portale di ingresso del dolore stesso.

Al fine di evitare il dolore del rifiuto, lavoreremo duramente per mantenere le nostre amicizie. Poiché è possibile essere rifiutati perfino dagli amici, lavoreremo sempre più duramente per evitare che questo accada. Per riuscirci, dovremo fare in modo che tutto ciò che facciamo sia accettabile agli occhi degli altri. Questo determinerà il modo in cui ci vestiamo e il nostro comportamento.

In questo modo non siamo più direttamente focalizzati sul rifiuto; ora la questione si è estesa allontanandoci di uno strato dal nucleo centrale del dolore.

Ecco quindi che partendo dal dolore centrale per cercare di evitarlo si costruiscono a poco a poco strati su strati che ci allontanano sempre più dalla fonte del “problema”, portando tuttavia il potenziale del dolore primigenio in tutte le cose che facciamo.

Passare la vita ad evitare il dolore significa averlo sempre alle spalle.

Vogliamo davvero tenerci dentro tutto questo ed essere obbligati a manipolare il mondo per evitare di sentirlo? Come sarebbe la nostra vita se non fosse governata da quel dolore? Saremo liberi!

E per essere liberi la prima cosa da fare è non aver paura del dolore e del tumulto interiore. Fintanto che temiamo il dolore, cercheremo di proteggerci, la paura ci costringerà a farlo.

Pertanto è necessario guardare dentro di noi e decidere che da ora in poi il dolore non ci crea problema. E’ solo una delle cose che esistono nell’universo. Qualcuno può dirci o farci qualcosa che infiamma il nostro cuore, riaprendo quell’antica ferita, ma poi passa. E’ una esperienza temporanea, accogliamola, osserviamola, stiamoci …..

Quando qualcosa di doloroso viene a contatto con il nostro corpo, tendiamo istintivamente a ritrarci. Anche la nostra psiche fa la stessa cosa: se viene toccata da qualcosa che la disturba tende a ritirarsi. Possiamo sentirne l’effetto sotto forma di una specie di contrazione all’interno del nostro cuore. Se abbocchiamo, il dolore diventerà una parte di noi. Per anni ci resterà dentro e andrà a costruire proprio uno dei mattoni della nostra vita. Darà forma ai nostri pensieri, alle nostre reazioni e preferenze future.

Se la vita fa qualcosa che provoca una sensazione di fastidio all’interno di noi, anziché tirarci indietro lasciamo che ci attraversi come un vento … facciamo l’opposto del contrarci e chiuderci . Rilassiamoci e rilasciamo. Rilassiamo il nostro cuore ferito finchè non arriviamo faccia a faccia proprio con il punto esatto che fa male. Rimaniamo aperti e ricettivi per poter essere presenti là, dove si manifesta la tensione. Dobbiamo essere disposti a restare presenti proprio nel punto in cui proviamo irrigidimento e dolore, poi rilassiamoci per scendere ancora più in profondità.

Quando ci rilasseremo e avvertiremo la resistenza, il cuore vorrà ritrarsi, chiudersi, proteggersi e difendersi. Continuiamo a rilassarci. Rilassiamo le spalle e rilassiamo il cuore. Lasciamo andare e facciamo spazio al  dolore affinchè ci possa attraversare.

Ogni singola volta in cui ci rilassiamo e lasciamo andare, un tassello del nostro dolore ci lascerà per sempre. Ma ogni volta in cui opponiamo resistenza e ci chiudiamo, edifichiamo il dolore all’interno di noi.

Se vogliamo essere liberi, prima dobbiamo accettare che c’è dolore nel nostro cuore. Siamo stati noi a stivarlo lì. E abbiamo fatto tutto il possibile per conservarlo, tenendolo molto in profondità, in modo da non doverlo mai sentire. In noi ci sono anche gioia, bellezza, pace, ma si trovano sull’altra faccia del dolore. Dobbiamo essere disposti ad accettare il dolore per poter attraversare dall’altra parte. Accettiamo semplicemente che c’è e che lo sentiremo. Accettiamo che, se ci rilassiamo, si presenterà per qualche attimo davanti alla nostra consapevolezza, per poi scorrere via.

In verità è il dolore il prezzo della libertà. Non appena saremo disposti a pagare quel prezzo, non avremo più paura. Nell’attimo in cui non temeremo più il dolore, saremo in grado di affrontare senza paura tutte le situazioni della vita e  riusciremo a muoverci nel mondo finalmente totalmente padroni di noi stessi ……

La lezione del dolore

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Illustrazione di Amanda Cass “Broken doll”

Siamo una razza geniale. Davvero lo siamo.

La mente umana è fantastica e terribile allo stesso tempo. Le nostre menti hanno creato tante grandi cose su questa terra, ma sono anche capaci di grandi oscurità.

Il dolore fa parte della vita ed è assolutamente inevitabile.

Prima o poi nel cammino della nostra esistenza qualcosa ci colpisce, ci ferma, ci fa male. Questo a prescindere dalle nostre condizioni di vita e dalla nostra consapevolezza.

Il dolore appartiene a quella sfera di eventi che l’Universo ha previsto per noi e che spesso ci risultano misteriosi, ma che hanno comunque un senso nell’ambito del disegno più grande.

Talvolta a causa della nostra mente limitata tendiamo a vedere questi momenti come negativi, orribili, opera di qualche malefico complotto.

A volte, in verità, possono essere davvero pesanti; ciò che ci fa male, ci fa male. Ma se il dolore è inevitabile un certo tipo di sofferenza è evitabile.

Ricordiamoci che noi possiamo scegliere sempre!

Possiamo scegliere di restare paralizzati nella sofferenza rimanendoci invischiati per chissà quanto tempo, logorandoci, stando male, uscendone alla fine malconci e senza forze.

Oppure possiamo ricordarci che pur provando quello che stiamo provando, abbiamo la possibilità di far sì che gli eventi e le circostanze non ci definiscano tenendoci bloccati.

Ciò non comporta smettere di sentire dolore, ma significa poterlo accettare e riuscire, rispettando i nostri tempi, a trasformare la sofferenza scoprendo il meccanismo che ci porta a soffrire.

E siamo sempre allo stesso punto: diventare sempre più consapevoli della nostra più intima essenza. Solo in questo modo potremo rispondere al perchè il dolore faccia parte della vita.

La vita non è mai casuale, ogni cosa ha un senso ben preciso, a volte di non subitanea comprensione, ma nulla succede per caso.

Molto spesso quando ci accade qualcosa di doloroso e difficile opponiamo una strenua resistenza, non la vogliamo proprio quella cosa nella nostra vita. Rifiutiamo che debba succedere proprio a noi, pensiamo di non meritarlo.

Lottiamo con tutti noi stessi per allontanare il problema e con esso il dolore che questo comporta. Ma il risultato, il più delle volte, è rimanerci ancora più invischiati.

Se, al contrario, permettiamo alla parte più profonda di noi, a ciò che possiamo chiamare la nostra anima, a prendere fiato, abituandoci a stare in contatto, facendole spazio, ecco che tutta quella sofferenza comincia a darci delle risposte.

Ecco che cominciano ad arrivare delle soluzioni.

Energie inaspettate arrivano a sostenerci.

Apprendiamo la lezione contenuta nel dolore e da lì possiamo ripartire per procedere nel nostro cammino di espansione e crescita.

La vita si evolve costantemente e la nostra non fa eccezione.

Detta così potrebbe essere più facile imparare a seguire il flusso della vita.

Quando tentiamo di aggrapparci per paura di cadere, fallire, soffrire è proprio la volta che veniamo trascinati dalla corrente.

Il dolore si manifesta lungo il tragitto, abbiamo, però, gli strumenti necessari per riprenderci dalla sofferenza.

Se rifiutiamo di credere all’importanza del riconoscimento e dell’ascolto attento di quella parte profonda di noi, allora la sofferenza avrà il sopravvento.

E per sofferenza intendo anche fatica, sforzo, stanchezza, paralisi, apatia.

Pensiamo al nostro corpo, un piccolo Universo a nostra disposizione che anche quando siamo fermi e non sappiamo cosa fare, continua a trasformarsi, riciclarsi, evolversi, esattamente come la vita.

Qualsiasi condizione noi stiamo vivendo, l’essenza della vita non si ferma mai.

Le cose succedono e noi cosa possiamo fare?

Se restiamo fermi ad osservare solo la realtà che ci circonda perdiamo di vista il disegno più grande; e in quell’osservare soffriamo per quello che vediamo.

Proviamo a spostare lo sguardo verso l’interno. Quello che è là fuori è decisamente più piccolo di quello che c’è dentro di noi ed è qui che possiamo scegliere.

La nostra vita evolve in base alle scelte che facciamo consapevolmente e inconsapevolmente.

Invece di resistere o vivere la vita come una serie di eventi casuali, potremo provare ad entrare dentro di noi e scegliere di vivere secondo quella visione. La nostra unica e irripetibile essenza.

In questo modo non ci sarà sforzo né resistenza, perché saremo consapevoli che ogni cosa ci può condurre al risultato migliore per noi.

E giorno dopo giorno inizieremo a vedere in che modo e perché le cose sono andate proprio in quella maniera.

Quando quello che ci fa male acquista un senso, pur stando nel dolore possiamo vedere che là avanti, là in fondo, comunque c’è luce e improvvisamente cominceremo a sentirci diversamente rispetto a quell’esperienza.

E’ qui che il dolore diventa saggezza ed è qui che inizia la ricostruzione. Ed è qui che diventiamo interi.

Chi di noi non si è mai sentito a pezzi? Chi di noi non ha mai provato la sensazione di essere distrutto?

Ci riduciamo in migliaia di frammenti quando viviamo solo fuori di noi, quando ci ostiniamo a confrontarci solo con il mondo che ci circonda. Questo non vuol dire smettere di considerare il mondo circostante, bensì che l’inizio di ogni esperienza è dentro di noi e il ritorno è sempre dentro di noi.

In questa dimensione il dolore è quello che è necessario che sia: un passo avanti verso chi siamo, nella nostra essenza più vera e profonda.

E con ciò non voglio neanche dire che il dolore è auspicabile; non dimentichiamoci, però, quanto il dolore ci fa crescere, quanto ci permetta di conoscerci.

E’ vero a volte ci fa a pezzi, ma sempre per ricostruirci più forti e questa è una grande fonte di energia. E l’energia per raggiungere l’altra sponda è proprio quello che serve per arrivarci.

Quando il dolore bussa alla nostra porta, facciamo che sia la nostra essenza ad aprire, se ci affidiamo a lei, se crediamo in lei, saprà portarci verso la luce.

Ricordiamoci che il dolore stesso è la nostra anima che cercava di chiamarci a gran voce.

Ed è proprio da dentro noi stessi che, se non potremo governare il vento, potremo governare le vele.

Liberametne tratto da: B.Pozzo – La vita che sei –

 

Sulla consapevolezza dei propri bisogni e desideri ed emozioni… (III parte)

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Per quanto riguarda il vivere consapevolmente, tra provare un’emozione e nominarla semplicemente corre un’enorme differenza.

Immaginiamo per esempio un uomo che torni a casa dal lavoro e la moglie gli chiede:” Come stai?” E lui, distrattamente risponda: “Da schifo”. Allora lei, piena di compassione: “Si vede che ti senti uno straccio”. A questo punto l’uomo lascia che le parole della moglie lo raggiungano. Sospira, la tensione comincia a lasciare il suo corpo e con un tono di voce del tutto diverso, quello di una persona che non combatte più i propri sentimenti, ma li riconosce come propri e li accetta comincia a raccontare che cosa lo turba. “Sì”, le dice con una nuova sincerità, “sono di un umore nero”. Adesso sta provando le sue emozioni, non le sta più solo nominando e liquidando con l’espressione sbrigativa “da schifo”. Questo è il primo passo per poterle affrontare e superare.

Alzando il livello di consapevolezza apro la via all’integrazione. Uno dei motivi persone per cui anche molto intelligenti e colte non sanno risolvere i propri problemi personali è che, negando i loro sentimenti e le loro emozioni, rifiutandosi di viverle e accettarle, rendono impossibile alla loro intelligenza di lavorarci sopra per compiere la nuova integrazione necessaria a risolverli.

Se le emozioni sono profondamente represse, prima di essere pienamente vissute, è necessario sbloccarle.

Un primo passo in questa direzione potrebbe essere il seguente esercizio di completamento di una serie di frasi:

  • Mio madre (mio padre) era sempre ….
  • Con mia madre (mio padre) mi sentivo ….
  • Una delle cose che volevo da mia madre (mio padre) e non ho mai avuto è …
  • Ricordo che soffrivo quando …
  • Ricordo che avevo paura quando …
  • Ricordo che mi arrabbiavo quando …
  • Una delle cose che ho imparato a fare per sopravvivere …

Leggendo questa lista una persona potrebbe pensare che aggiungere i finali sia un’impresa ardua. Quando le propongo a volte mi sento chiedere: “Se non me lo ricordo?”. Non è necessario ricordare. Basta aggiungere dei finali che completino grammaticalmente la frase, inventando se occorre, perché la libertà di inventare apre la possibilità di mettere dei finali veri e significativi.

Sempre nell’ambito delle emozioni una valida pratica quotidiana per acquisire consapevolezza è la disciplina della continua osservazione di sé abbinata all’accettazione senza giudizio.

Essa consiste nel contemplare il proprio stato momentaneo, nel notare quanto c’è da notare, senza pretendere che le cose siano diverse da quelle che sono: si tratta solo di essere testimoni consapevoli, senza negare, disconoscere o condannare e intanto continuare a respirare con dolcezza e profondamente.

L’unico desiderio è quello di essere consciamente presenti nel qui e ora.

Per molti non è facile imparare l’arte di mettersi in contatto con le proprie emozioni. I clienti spesso commentano le loro emozioni, le “spiegano”, domandano scusa per esse, cercano di risalire alla loro origine storica e ovviamente rimproverano e mettono in ridicolo se stessi per averle provate, ma trovano estremamente difficile contemplarle.

Quando poi le emozioni con cui lottiamo sono sgradevoli o dolorose, l’impulso è quello di opporci ad esse armando il corpo contro, cosa che in genere serve solo a intensificarle.

E’ un po’ come quando guidiamo una macchina e quella slitta: per riprendere il controllo, dobbiamo resistere all’impulso di girare il volante in direzione opposta allo slittamento e girarlo invece in quella dello slittamento; nello stesso modo chi è colpito da un’emozione molesta deve apprendere l’arte di assecondarla, invece di contrastarla, per riuscire finalmente a dissolverla.

Quando da adulti riusciamo a scavalcare le nostre difese e a rivivere certe emozioni e i ricordi che esse riportano a galla, il risultato può essere, almeno all’inizio, allarmante. Possiamo sentirci assaliti dal terrore, dal dolore e dalla collera. Per rimanere presenti in momenti come questi, per resistere alla tentazione di rifugiarci nuovamente nella non –consapevolezza, occorre molto coraggio.

Tuttavia se rimaniamo presenti e consapevoli avremo modo di crescere imparare. I primi passi sono sempre i più duri. Ma è segno di maturità e saggezza capire che abbiamo il potere di contemplare, astenendoci dal giudicarli, i nostri pensieri, ricordi ed emozioni senza che per questo prendano il sopravvento o ci spingano ad agire in modo autodistruttivo.

Vivere consapevolmente è un atto di amore nei confronti delle nostre possibilità positive. E’ un impegno nei confronti del nostro valore personale e dell’importanza della nostra vita.

Counseling o Psicoterapia “pit stop” per ritrovare la gioia di vivere ….

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Vivere la vita cento per cento. Spesso si vive a metà perché o non si oltrepassano i limiti minimi oppure perché si vuole vivere mentalmente nell’infanzia. E’ come vivere addormentati. Il lungo sonno inizia nell’infanzia, prosegue a tinte forti nell’adolescenza e prosegue in alcuni casi per tutta la vita. Si diventa così esseri incompleti: per metà adulti e per metà bambini. Fino a che questa ambiguità diventa insopportabile.

E’ la crisi esistenziale per eccellenza, quella che di solito viene fuori fra i trenta e i quarant’anni, dal cui esito si definisce il destino della propria vita.

Che fare???? O si va avanti nel segno della confusione o si decide i fermarsi per ritrovare la propria unità. In questo senso un percorso di counseling o, in alcuni casi, una psicoterapia possono considerarsi strumenti per risvegliarsi e riprendere in mano il controllo della propria esistenza.

Una via di cambiamento, decidere di accorgersi di se stessi : una scoperta formidabile!

Ma al di là di qualsiasi percorso si voglia intraprendere tutti dovrebbero accorgersi ad un certo punto come esista un modo qualsiasi per partecipare di più alla propria vita, non sottovalutarla mai, prenderla in considerazione una volta per tutte, non bruciarla rapidamente come se fosse un bene di consumo.

La vita va assaporata lentamente. Se ci si accorge che si corre troppo, occorre fermarsi per andare a recuperare quello che si credeva perso.

Cambiare è accettarsi per come si è, accorciare la distanza fra sé e sé e accorgersi di essere diventati adulti. In quanto adulti, poi, abbiamo la necessità di prendere atto con serenità e obiettività di questi cambiamenti. Pesare bene i cambiamenti concreti, imparare a metterli sulla bilancia e misurarli oggettivamente.

Bisogna poi avvicinarsi al counseling o alla psicoterapia senza l’illusione infantile che tutto possa essere risolto con un colpo di bacchetta magica altrimenti arriva matematica la delusione, bisogna avvicinarsi con realismo e spirito di avventura. Il viaggio alla scoperta di noi stessi e un cammino affascinante che richiede tuttavia impegno e coraggio, la “guarigione” non è un punto d’arrivo ma uno stato.

Si “guarisce” tante volte, il percorso per ri-trovare se stessi è costellato da combattimenti contro un drago dalle tante teste; ogni volta si abbatte una testa e si va avanti con la prossima. Jung parla di percorso a spirale: la sensazione è di essere sempre nello stesso cerchio, ogni volta che torniamo sul problema originario, attraverso le cadute o il regredire, tipico di ogni percorso di crescita. In realtà invece ci troviamo su  di una spirale e ogni volta siamo un po’ più su, ogni volta ci ritroviamo ad un livello più alto anche se crediamo di essere tornati indietro.

Quindi le cadute che sperimentiamo nel nostro cammino di consapevolezza sono occasioni importanti per acquisire una nuova energia. Meglio ancora, le cadute sono necessarie per evolverci!

Personalmente considero la nostra evoluzione come un percorso a tappe. Ogni volta, tappa dopo tappa, bisogna riconoscere a noi stessi i cambiamenti che sono tanti, veramente tanti.

Tuttavia è necessario anche sapere che per il bambino che vive dentro di noi i cambiamenti non sono mai abbastanza perché il bambino vuole il paradiso, non c’è misura che lo soddisfi. Come tutti i bambini se gli dai 100 vuole 110. Esagera, semplicemente esagera. Così quando diventiamo adulti cresciuti possiamo percepire la portata di queste esagerazioni e sentirle presenti nell’anima.

Solo lavorando sul dolore, sul vero dolore sottostante il vittimismo, il bisogno di lamentarsi sempre, potremo capire che in fondo volevamo molto di più, molto di più di quanto i nostri genitori ci potevano dare.

Molti problemi e conflitti hanno la loro radice nelle “esagerazioni”. L’equilibrio e l’armonia vengono fuori dalla fine della dipendenza dalle esagerazioni puerili. Superare un problema significa renderlo inattuale, lasciarlo indietro. Essere finalmente consapevoli di vivere nel presente adulto. Comprendere che oggi c’è una via d’uscita che non potevamo vedere un tempo.

Il lavoro con noi stessi non è una corsa sfrenata verso un punto d’arrivo per poi avere quella liberazione catartica che sogniamo da quando eravamo piccoli; bensì un lavoro paziente che va oltre l’obiettivo, un po’ come superare i problemi significa renderli inattuali più che risolverli.

Per me non esiste la persona “risolta” ma la persona che fa del lavoro onesto con se stessa per ripristinare la fiducia in quella che è fondamentalmente al fine di ri-trovare la gioia di vivere. Un lavoro di pulizia e di superamento di tutti gli ostacoli veri o presunti che abbiamo messo davanti alla nostra anima per non soffrire più e di conseguenza per imparare a rivederla nel suo splendore e nella sua ricchezza.

Io credo tantissimo nell’aspetto evolutivo della vita. Se ho vissuto di slancio e forse anche un po’ di corsa i primi 40 anni della mia vita, devo dire che gli ultimi 15 sono trascorsi nel segno di una grande evoluzione. Questo mi fa pensare che se abbiamo il coraggio di fermarci per “mettere le mani” nel nostro motore interno possiamo fare progressi indescrivibili ad ogni età, sfruttando funzionalmente ogni “caduta”, ogni “crisi” che la vita inevitabilmente ci propone …..

La crisi come anticamera della ricerca.

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“Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, chè la dritta via era smarrita….” Dante Alighieri

Un percorso di crescita e consapevolezza non è qualcosa che si intraprende a cuor leggero. Mettere in discussione le proprie certezze, il proprio stile di vita, la nostra stessa identità può essere molto faticoso e anche doloroso.

Solo se ci si rende conto di non conoscersi veramente e si avverte di essere molto di più di quello che appare siamo motivati ad andare alla ricerca di noi stessi.

Solo se si prova una profonda insoddisfazione e si ammette sinceramente che quello che abbiamo trovato nella vita non è quello che si cercava veramente ci si mette in cammino per nuove terre.

Solo se ci si accorge che il raggiungimento delle mete sognate è frenato da condizionamenti, rigidità, paure che vengono da un “allora” nebuloso ci spingeremo a conoscere quello che blocca il nostro viaggio.

Ecco perché la decisione di iniziare un percorso di consapevolezza nasce quasi sempre da una crisi.

Nessuno ama le crisi, tutti noi vorremo fare a meno della sofferenza, tuttavia esse rappresentano il passo fondamentale di ogni percorso evolutivo, in quanto svolgono l’importante funzione di farci prendere coscienza che qualcosa di importante non va nella nostra vita e spesso non va da lungo tempo.

La crisi è un sintomo, non la causa della sofferenza e molto spesso essa è l’ultimo di una serie di segnali che sono stati ignorati. Se si giunge a questo punto significa che abbiamo accumulato una grande insoddisfazione avendo evitato di affrontare i bisogni della propria anima.

Moltissimo sono le modalità che mettiamo in atto per non ascoltare i messaggi di scontento che provengono dalla nostra parte più profonda: alcuni si chiudono nel loro mondo illusorio facendo finta che vada tutto bene; altri si distraggono e disperdono in inutili ed estenuanti battaglie contro gli altri proiettando su di loro tutte le insoddisfazioni che provano; altri ancora si immergono totalmente nel lavoro fino ad isolarsi completamente e infine altri, pur avvertendo il malessere, temporeggiano per molto tempo “sopportando” con rassegnazione.

Fortunatamente però per quanto siamo sordi ai messaggi dell’anima arriva il tempo in cui ci troviamo a fare i conti con noi stessi.

“Era inevitabile che dopo qualche anno di una tale vita il mio spirito reclamasse un maggiore spazio, una maggiore armonia e profondità. Era come se sentissi una voce, la mia stessa voce, che mi invitava a tornare sulla mia strada, più vicino al mio vero Sé. Ma esisteva davvero una strada che era la mia strada, e se sì, dove era? E come riuscire a contattare il Sé profondo in una società che sembra fatta apposta per fartene allontanare?” (E.Cheli “Percorsi di Consapevolezza”)

La crisi dunque è una fase necessaria e imprescindibile per ogni percorso evolutivo, è da lì che prende le mosse il viaggio verso se stessi.

Solo grazie alla sofferenza della crisi accettiamo di metterci in discussione. Solo il dilagare prorompente delle, emozioni che non si possono più trattenere riesce a rompere la corazza delle rigidi abitudini e dei meccanismi di difesa che abbiamo sviluppato dentro e intorno a noi.

E solamente a questo punto siamo pronti per intraprendere il nostro cammino di ricerca, crescita e trasformazione per arrivare a ciò che la nostra anima anela: essere realmente quello che siamo, liberi di vivere con pienezza la nostra vita.

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liberamente tratto da:

E.Cheli “Percorsi di Consapevolezza” -Xenia

L’Eroina che è in ogni donna

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Ogni donna è il personaggio principale della propria storia di vita.

In lei è presente un’Eroina potenziale protagonista del viaggio che inizia con la sua nascita e prosegue per tutta la durata della sua vita.

Lungo il cammino potrà incontrare la sofferenza, la solitudine, scoprirsi vulnerabile, sperimentare il limite e imbattersi nella sua Ombra.

Ma potrà anche trovare significati, sviluppare il carattere, apprendere la saggezza, conoscere l’amore.

Il viaggio dell’Eroina è un viaggio di scoperta, di crescita e di integrazione di tutti gli aspetti di sé in una personalità intera e complessa.

Il compito più importante che spetta alla donna-eroina nel suo cammino verso l’individuazione è la capacità di scelta.

Muoversi dalla “dinamica immobilità” che la fa stare ferma in mezzo al crocevia delle possibilità, incerta sui propri sentimenti, astenendosi dalla scelta perché incapace di rinunciare a perdere qualcosa, oppure vittima-martire degli eventi che le passano sopra travolgendola o ancora sentendosi inadeguata ad accettare il rischio che ogni scelta comporta.

Assumersi la responsabilità di fare una scelta non sempre è facile , ciò che contraddistingue la donna-eroina è che lei lo fa!

La donna non-eroina, al contrario, si affianca alla scelta di qualcun altro invece di decidere attivamente se questo è quello che vuole fare.

Ciò che spesso ne risulta è una persona passiva, vittima degli eventi che, molto spesso dopo il fatto, dice:”Non era questo che volevo. L’idea è stata tua” oppure “Facciamo sempre e solo quello che vuoi tu”, non riconoscendo in questo modo la sua incapacità a prendere una decisione.

A parziale discolpa di questo tipo di comportamento va sottolineato che le radici della “scelta” affondano nel terreno dell’autostima.

L’autostima è il proprio modo di vedere se stessi e se stessi nella relazione con gli altri. Essa è una spia luminosa che di fronte ad un bivio ci segnala la strada da seguire.

Possedere una buona autostima significa essere consapevoli dei propri punti di forza e di conseguenza saper attivare le proprie risorse di fronte agli ostacoli e alla conseguente necessità di fare nuove scelte.

In origine la stima di sé si costruisce e si modifica sulla base delle caratteristiche individuali, dei successi o degli insuccessi che registriamo dentro di noi in diversi momenti della vita. Allo stesso tempo essa si modella anche in rapporto all’immagine che ci rimandano gli altri, alle loro valutazioni più o meno comprensive o incoraggianti.

Va anche detto che a causa di stereotipi culturali che rendono più difficile alla donna l’autodeterminazione, la via femminile all’autostima ha un percorso più lungo e tortuoso di quello dell’Eroe maschile.

Ha più fermate, giri più ampi e bisogno di più rifornimenti ma, forse proprio per questo movimento lento, contiene sfumature, dettagli, sensazioni e osservazioni che contribuiscono a formare una rappresentazione composita e multiforme di noi stesse.

La mutevole essenza di noi donne che tanto affascina l’Eroe sottende una molteplicità di bisogni e comportamenti che fanno emergere alcune diversità fondamentali rispetto al modo in cui uomini e donne sviluppano e vivono il senso di sé e del proprio valore.

L’Eroe e l’Eroina, cioè, differiscono sensibilmente nel modo in cui ai autorappresentano, vivono, agiscono e affrontano il Viaggio.

Ai primi posti per l’uomo c’è l’autonomia per la donna la relazione.

Con una metafora possiamo dire che lo sguardo dell’uomo guarda avanti, quello della donna guarda intorno a sé.

Questo in virtù dei diversi percorsi che hanno caratterizzato il processo di individuazione del maschile e del femminile.

Il primo rivolto soprattutto alla ricerca del “potere”, il secondo relegato al mondo degli affetti.

Il femminile è sovrano nel regno dell’anima, consigliere saggio e accorto, maestro dei sentimenti e di emozioni, ossia di quegli aspetti e di quei valori con il quale il maschile ha poca dimestichezza. Tutto questo a discapito della propria capacità ad autodeterminarsi.

Vita dura per la nostra Eroina nel suo cammino verso l’integrazione….

La nostra capacità di scelta, l’autoefficacia e la stima verso noi stesse sono sempre subordinate all’ abilità di “stare in relazione”.

Difficile spezzare la catena e darci il permesso di percepire noi e la nostra vita appagante e piena in senso integrale e non solo “in relazione a..”.

Da qui tutta una serie di ansie, paure di essere respinte, competitività e conflitti reali derivanti dall’impegno richiesto, dalla famiglia e dal lavoro cui si dedica tempo ed energia.

Possiamo quindi comprendere quanto sia profonda e diffusa la sensazione di non sentirsi adeguate se non si tessono e mantengono legami…

E’ indispensabile, quindi, sviluppare la capacità di “disobbedire” alle etichette appiccicate su noi stesse e sul mondo attraverso la ri-appropazione di tutti gli elementi “ombra” del femminile.

E la nostra Eroina si sentirà tale nel momento in cui si sentirà sufficientemente forte da poter affrontare il suo “drago” sviluppando la capacità di espandersi nell’ambiente andando verso l’altro e nello stesso tempo la capacità inversa di ritirarsi dal contatto, scegliendo di appartenersi.

Ed è in questa continua danza tra lo “stare in relazione” e scegliere di ascoltarsi che consiste l’equilibrio e l’integrazione.

A questo punto potremmo ridefinire la scala dei valori al femminile, inserendovi oltre al relazionarsi e al mantenere il legame, altre priorità come il potere personale, il coraggio e la determinazione a perseguire i propri obiettivi.

In conclusione il Viaggio verso la completezza si traduce nella capacità di essere attive e ricettive ad un tempo, autonome e intime. Si tratta di parti di noi che possiamo arrivare a conoscere attraverso le esperienze della vita, parti che sono innate a tutte noi e come dice Thomas Eliot:

“Non desisteremo mai dall’esplorare . E la fine di ogni nostro esplorare sarà giungere là donde siamo partiti e conoscere quel luogo per la prima volta”

Liberametne tratto da: M.Menditto – “Autostima al femminile” – Ed.Erickson

Tutto è relativo ….

mani sabbia

L’importanza di ogni cosa non è in essa, ma in noi.

Siamo noi che le attribuiamo più o meno potere in funzione di due parametri fondamentali: l’ambiente e noi stessi.

L’ambiente è il primo elemento, rappresenta la situazione, il contesto in cui una persona, oggetto o cosa può manifestarsi ed espandersi oppure soffocare e scomparire.

Se decidete di aprire un chiosco di gelati al Polo Nord, in mezzo al ghiaccio, attirerete molti clienti? Evidentemente no. Se apriste lo stesso chiosco di gelati in una spiaggia affollata dei Caraibi, sicuramente avrebbe una risposta diversa.

Tutto è relativo e l’ambiente può fare un’enorme differenza sull’importanza e il potere che una cosa può avere.

Ecco che per trascendere qualsiasi situazione di disagio, di sofferenza, è necessario andare oltre l’ambiente circostante, proiettandoci mentalmente ed emotivamente al di fuori di quella realtà che ha poee su di noi, nella misura in cui ignoranza, paura, impotenza permeano l’aria che respiriamo.

Arriviamo dunque al secondo elemento fondamentale. Noi stessi.

Di fronte ad ogni situazione, siamo noi che facciamo sempre la differenza. Per come ci sentiamo in quel momento, il bicchiere può apparire mezzo pieno o mezzo vuoto.

Ed è sempre una scelta nostra. Ogni situazione fa parte di un progetto molto più vasto e importante, che al momento va al di là delle nostre percezioni.

E sapere che tutto è “impermalente”, tutto nasce e muore nel ciclo perpetuo della vita ci deve trasmettere una sensazione di serenità. Perché nel momento in cui riusciremo a comprendere il dono contenuto in tutto ciò che ci accade, saremo in grado di passare oltre.

Quindi nulla accade per caso. Tutto è in funzione del nostro cammino, e cammino vuol dire crescita.

Ogni cosa dunque non ha potere in sé ma lo acquisisce nella misura in cui noi glielo attribuiamo.

Un granello di sabbia fa parte della spiaggia, la spiaggia fa parte di un territorio. Il territorio fa parte della terra e la terra fa parte dell’universo.

Evitiamo di trasformare ogni granello di sabbia in una montagna insormontabile. Osserviamo ogni cosa, situazione per quello che è, semplicemente un granello di sabbia.

E’ molto più facile spostare un granello di sabbia invece di una montagna, e poiché l’una e l’altra sono una proiezione dei nostri pensieri, spetta a noi, in ogni momento, decidere cosa vogliamo vedere …..

Identità in viaggio ….

valigia viaggio

Le cose migliori della vita ( spesso anche le peggiori) hanno alle spalle un lunghissimo viaggio.

Un viaggio di geni (incroci casuali e imprevisti, selezioni ..) o un viaggio personale (esperienze buone o cattive, traumi, gioie, lutti, nascite ..)

Per questa ragione quando incontriamo qualcuno che ha vissuto e imparato, ci troviamo di fronte a un universo così complesso e insondabile che è necessario creare con esso molti punti e istituire linguaggi appositi.

Anche senza accorgercene, ci apprestiamo allora a “imparare” l’altro, attraverso identificazioni sempre precarie e a rischio di errore. Al tempo stesso, possiamo aspettarci che gli altri facciano altrettanto con noi, che ci “comprendano”, talvolta anche senza dover faticare molto a spiegarci, quasi se fossimo sempre in attesa della ripetizione di quel miracolo della vita che è stata la comprensione materna, quando eravamo troppo piccoli per poter spiegare verbalmente le nostre emozioni.

In questo processo appassionato e mai concluso, ci capita di trovare affinità che ci scaldano il cuore, ci fanno “riconoscere” nell’esperienza, nelle parole e nei gesti della persona con cui siamo in relazione e alimentano la voglia di continuare ad approfondire la conoscenza, di andare avanti rispecchiandoci e potenziando quel senso di unione che talvolta cementa, anche da lontano o virtualmente, le vite degli esseri umani.

Se guardiamo la vita con occhi disincantati, possiamo accorgerci che si vive tutti insieme, ma in mondi diversi e non comunicanti. Se, per esempio, dovessimo fermare la nostra macchina e invitare il nostro vicino di “coda” a raccontarci la sua giornata, le sue aspettative, i suoi problemi, la sua famiglia, i suoi affari e piaceri, le sue speranze e desideri, potremmo anche scoprire un mondo del tutto diverso dal nostro. Così diverso da generare emozioni come l’invidia o il rifiuto, l’indifferenza o l’ammirazione.

Eppure siamo lì, portiera a portiera, nella stessa strada intasata, nella stessa città e forse compreremo il giornale nella stessa edicola, il pane dallo stesso panettiere e il caffè nello stesso bar.

La fatica e lo sconcerto che derivano dal toccare da vicino questi mondi diversi ci colgono talvolta impreparati, perché ci obbligano a vedere cose mai viste, a fare uno sforzo troppo grande per accettare come buono e possibile, sensato e forse augurabile quello che non ci appartiene per nascita, educazione e crescita.

Nonostante ci, in questo sforzo sta il segreto di una delle grandi spinte dell’umanità verso il futuro e di ogni singola persona verso il compimento del suo destino: l’allargamento della visione della vita e della potenza del pensiero e degli affetti.

In qualche modo, possiamo dire di essere predisposti ad allargare la visione, mischiarci con altro da noi, creare una mente sempre più ampia a capace di vedere contesti complessi, perché se così non fosse non avremmo potuto in alcun modo crescere e affrancarci dal piccolo mondo dell’infanzia.

Al tempo stesso, siamo predisposti a conservare quello che abbiamo appreso e renderlo un ingrediente del nostro contesto e delle difese con le quali circondiamo le mura della nostra città.

Potremmo pensare, con molta fantasia, al nostro essere come una sorta di “minestrone” che ha ingredienti base dati dal nostro albero genealogico e dalle esperienze originarie nella famiglia. Questi ingredienti verranno modificati dall’incontro con la vita: si arricchiranno e così si modificheranno anche le loro proporzioni interne.

L’aggiunta di un ingrediente al minestrone non lo cambia radicalmente, ma ne modifica il gusto, a volte in modo sostanziale. I cambiamenti sono variazioni del minestrone, nelle quali ciò che siamo stati si arricchisce di quello che abbiamo imparato ed accettato. Le esperienze traumatiche gravi, se non superate, tendono a fissa in modo stereotipato il gusto, riducendo il dosaggio di molti ingredienti e amplificando quello di pochi, quelle evolutive a renderlo più ricco e raffinato.

Ogni evoluzione del nostro minestrone ci rende più potenti e aperti verso la vita e più in grado di riconoscere gli altri.

Questo diviene possibile un po’ perché troviamo in noi sessi molte tracce dei loro “ingredienti”, un po’ perché siamo meno preoccupati rispetto all’idea che qualcosa di nuovo ci rovesci come un calzino, un po’ perché abbiamo accresciuto la curiosità di sperimentare nuove combinazioni e aumentato di molto la nostra creatività.

liberamente tratto da:

S.Gastaldi – “La terapia degli affetti” – Ed.FrancoAngeli

L’Eroina che è in ogni donna …. viaggio verso l’autostima

dipinto Paula Nicho Cumez

Dipinto di Paula Nicho Cumez “The Process and Vision of the Peace Agreement”

 

Ogni donna è il personaggio principale della propria storia di vita.

In lei è presente un’Eroina potenziale protagonista del viaggio che inizia con la sua nascita e prosegue per tutta la durata della sua vita.

Lungo il cammino potrà incontrare la sofferenza, la solitudine, scoprirsi vulnerabile, sperimentare il limite e imbattersi nella sua Ombra.

Ma potrà anche trovare significati, sviluppare il carattere, apprendere la saggezza, conoscere l’amore.

Il viaggio dell’Eroina è un viaggio di scoperta, di crescita e di integrazione di tutti gli aspetti di sé in una personalità intera e complessa.

Il compito più importante che spetta alla donna-eroina nel suo cammino verso l’individuazione è la capacità di scelta.

Muoversi dalla “dinamica immobilità” che la fa stare ferma in mezzo al crocevia delle possibilità, incerta sui propri sentimenti, astenendosi dalla scelta perché incapace di rinunciare a perdere qualcosa, oppure vittima-martire degli eventi che le passano sopra travolgendola o ancora sentendosi inadeguata ad accettare il rischio che ogni scelta comporta.

Assumersi la responsabilità di fare una scelta non sempre è facile , ciò che contraddistingue la donna-eroina è che lei lo fa!

La donna non-eroina, al contrario, si affianca alla scelta di qualcun altro invece di decidere attivamente se questo è quello che vuole fare.

Ciò che spesso ne risulta è una persona passiva, vittima degli eventi che, molto spesso dopo il fatto, dice:”Non era questo che volevo. L’idea è stata tua” oppure “Facciamo sempre e solo quello che vuoi tu”, non riconoscendo in questo modo la sua incapacità a prendere una decisione.

A parziale discolpa di questo tipo di comportamento va sottolineato che le radici della “scelta” affondano nel terreno dell’autostima.

L’autostima è il proprio modo di vedere se stessi e se stessi nella relazione con gli altri. Essa è una spia luminosa che di fronte ad un bivio ci segnala la strada da seguire.

Possedere una buona autostima significa essere consapevoli dei propri punti di forza e di conseguenza saper attivare le proprie risorse di fronte agli ostacoli e alla conseguente necessità di fare nuove scelte.

In origine la stima di sé si costruisce e si modifica sulla base delle caratteristiche individuali, dei successi o degli insuccessi che registriamo dentro di noi in diversi momenti della vita. Allo stesso tempo essa si modella anche in rapporto all’immagine che ci rimandano gli altri, alle loro valutazioni più o meno comprensive o incoraggianti.

Va anche detto che a causa di stereotipi culturali che rendono più difficile alla donna l’autodeterminazione, la via femminile all’autostima ha un percorso più lungo e tortuoso di quello dell’Eroe maschile.

Ha più fermate, giri più ampi e bisogno di più rifornimenti ma, forse proprio per questo movimento lento, contiene sfumature, dettagli, sensazioni e osservazioni che contribuiscono a formare una rappresentazione composita e multiforme di noi stesse.

La mutevole essenza di noi donne che tanto affascina l’Eroe sottende una molteplicità di bisogni e comportamenti che fanno emergere alcune diversità fondamentali rispetto al modo in cui uomini e donne sviluppano e vivono il senso di sé e del proprio valore.

L’Eroe e l’Eroina, cioè, differiscono sensibilmente nel modo in cui ai autorappresentano, vivono, agiscono e affrontano il Viaggio.

Ai primi posti per l’uomo c’è l’autonomia per la donna la relazione.

Con una metafora possiamo dire che lo sguardo dell’uomo guarda avanti, quello della donna guarda intorno a sé.

Questo in virtù dei diversi percorsi che hanno caratterizzato il processo di individuazione del maschile e del femminile.

Il primo rivolto soprattutto alla ricerca del “potere”, il secondo relegato al mondo degli affetti.

Il femminile è sovrano nel regno dell’anima, consigliere saggio e accorto, maestro dei sentimenti e di emozioni, ossia di quegli aspetti e di quei valori con il quale il maschile ha poca dimestichezza. Tutto questo a discapito della propria capacità ad autodeterminarsi.

Vita dura per la nostra Eroina nel suo cammino verso l’integrazione….

La nostra capacità di scelta, l’autoefficacia e la stima verso noi stesse sono sempre subordinate all’ abilità di “stare in relazione”.

Difficile spezzare la catena e darci il permesso di percepire noi e la nostra vita appagante e piena in senso integrale e non solo “in relazione a..”.

Da qui tutta una serie di ansie, paure di essere respinte, competitività e conflitti reali derivanti dall’impegno richiesto, dalla famiglia e dal lavoro cui si dedica tempo ed energia.

Possiamo quindi comprendere quanto sia profonda e diffusa la sensazione di non sentirsi adeguate se non si tessono e mantengono legami…

E’ indispensabile, quindi, sviluppare la capacità di “disobbedire” alle etichette appiccicate su noi stesse e sul mondo attraverso la ri-appropazione di tutti gli elementi “ombra” del femminile.

E la nostra Eroina si sentirà tale nel momento in cui si sentirà sufficientemente forte da poter affrontare il suo “drago” sviluppando la capacità di espandersi nell’ambiente andando verso l’altro e nello stesso tempo la capacità inversa di ritirarsi dal contatto, scegliendo di appartenersi.

Ed è in questa continua danza tra lo “stare in relazione” e scegliere di ascoltarsi che consiste l’equilibrio e l’integrazione.

A questo punto potremmo ridefinire la scala dei valori al femminile, inserendovi oltre al relazionarsi e al mantenere il legame, altre priorità come il potere personale, il coraggio e la determinazione a perseguire i propri obiettivi.

In conclusione il Viaggio verso la completezza si traduce nella capacità di essere attive e ricettive ad un tempo, autonome e intime. Si tratta di parti di noi che possiamo arrivare a conoscere attraverso le esperienze della vita, parti che sono innate a tutte noi e come dice Thomas Eliot:

“Non desisteremo mai dall’esplorare

E la fine di ogni nostro esplorare

sarà giungere là donde siamo partiti

e conoscere quel luogo per la prima volta”

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