Mese: giugno 2014

Sollecitudine … Apprensione … Iperattaccamento

apprensione

Essere apprensivi nei confronti degli altri, dei problemi e delle cose o di sé è la causa di ansia più comune. Accade spesso che si sviluppi un attaccamento eccessivo verso gli oggetti delle nostre attenzione o che ci si identifichi eccessivamente con essi, che si tratti di una persona cara, di una faccenda professionale, del proprio aspetto o di ciò che ci potrebbe accadere.

L’eccesso di identificazione ha luogo quando si investe in modo sproporzionale il senso del proprio valore su una persona o una questione. Quando avviene questo, qualunque sia l’oggetto dell’identificazione, le nostre attenzioni si trasformano in apprensione. Siamo sempre preoccupati o ansiosi e diamo fondo alle nostre energie.

Uni dei primi passi nel processo di trasformazione dell’ansia consiste nel comprendere la differenza fra “essere solleciti” ed “essere apprensivi”.

Quando la fondamentale esigenza umana di occuparsi di ciò che ci circonda esce dai suoi confini naturali, si finisce o per sviluppare un’attenzione ossessiva o per non interessarsi a sufficienza.

La natura ha programmato la nostra sollecitudine verso quello che ci circonda direttamente nel DNA. In molte specie questo è associato alla cura della prole.

Le attenzioni verso gli altri generano un senso di sicurezza e danno vita ad un rapporto, un legame positivamente vitale. Quando questo equilibrio naturale viene spezzato e si generano sentimenti di estrema preoccupazione mista ad ansiosa incertezza, ecco che si scivola in quell’eccesso di attenzione detta apprensione.

Molti hanno compiuto questo passo, trasformando la naturale attenzione verso gli altri in un pesante fardello di preoccupazioni e ansia, quando non in una fonte di manipolazione.

La sollecitudine è una nobile qualità, ma esagerare, correndo di continuo per sostenere ritmi inumani nel timore di ciò che potrebbe accadere se ci si ferma o si rallenta, alla fine logora, prosciuga la nostra energia e compromette la nostra vitalità.

Lo stesso vale per le eccessive preoccupazioni nei confronti degli altri, un tipo comune di apprensione: possono essere controproducenti, perché spesso fanno sentire gli oggetti delle nostre eccessive attenzioni soffocati o manipolati, il che li può indurre a respingerci.

Strettamente connesso con l’apprensione è l’iperattaccamento: la sollecitudine diventa perché si ha paura di perdere ciò a cui tanto si tiene, oppure può manifestarsi nei confronti di persone, luoghi, cose, perché motivato dalla continua ricerca di segnali di conferma che gli altri ci apprezzano.

Questo incessante sforzo volto ad ottenere sempre reazioni positive nei nostri confronti può generare un perenne stato di ansia. L’iperattaccamento da un lato tende a spossare chi ne è fatto oggetto, dall’altro rende il soggetto ipersensibile all’altrui approvazione, inducendolo a controllare eccessivamente, coloro cui tiene, soffocando la propria pace e sicurezza interiore.

Il circolo vizioso si innesca quando ci si identifica eccessivamente con un ruolo, una situazione, una persona cui si tiene molto. Ci si comincia a preoccupare e a volere che le cose vadano in un certo e unico modo, attaccandosi a quel risultato al punto da non riuscire più a scorgere altre opzioni; non si riesce più a “mollare” la questione, la situazione, la persona oggetto delle attenzioni, trasformandosi in un vero assillo.

E, ironicamente, il risultato è normalmente l’opposto di quello desiderato: la persona che si vorrebbe più vicina si allontana e ci evita. “Ma come!” ci si stupisce “Con tutte le attenzioni che le ho dedicato!”.

Questo ciclo di autodistruzione è insidioso, perchè l’apprensione e l’iperattaccamento sono come un morbo contagioso che può diffondersi rapidamente agli altri e infettare come un vero e proprio virus emozionale.

Quando si guarda al mondo attraverso le lenti di una eccessiva identificazione, dell’apprensione e dell’iperattaccamento, si tende immediatamente a schierarsi sulla base di informazioni incomplete. E’ proprio attraverso questo meccanismo che si alimenta la crescente epidemia di stress, ansia e depressione. Il risultato è spesso il cieco rifiuto di comprendere il punto di vista altrui, fenomeno alla base di molti conflitti.

Se si desidera aiutare coloro che si amano, occorre innanzitutto partire da se stessi. Se non li teniamo sotto controllo apprensione ed iperattaccamento tendono ad evolvere in un’abitudine radicata ed ecco che le nostre energie emozionali vengono logorate e, giorno dopo giorno, la qualità della nostra vita si deteriora.

Un quadro emozionale mediocre riduce la pienezza della vita a qualcosa di meccanico: le giornate diventano grigie, si riducono l’allegria e la pace interiore e si perde in modo significativo la propria capacità di adattamento creativo. Si diventa così stressati e ansiosi da finire per sentirsi del tutto inefficaci o, dopo aver esagerato nel senso opposto, ormai incapaci di dedicare attenzione e cure nella giusta misura.

Occorre tuttavia distinguere: una cosa sono la preoccupazione, l’apprensione e l’iperattaccamento, altra cosa sono il vigoroso coinvolgimento emotivo e la passione nei confronti di un obiettivo, atteggiamenti che, invece, aprono la mente e stimolano la creatività. L’ansia, al contrario, ottunde la mente e può ritardare il conseguimento di un obiettivo o annullare la soddisfazione per averlo raggiunto.

Un atteggiamento apprensivo in un’area, inoltre, spesso comporta negligenza in un ‘altra: un po’ come lo schiacciare un pallone da un lato per aumentarne la pressione da quello opposto. Questo squilibrio nell’affrontare i diversi aspetti della vita può a dar luogo a piccoli inconvenienti e seccature in grado di inquinare la gioia di vivere.

Come diceva Winston Churchill: “A rovinare la vita degli uomini è una stringa della scarpa che si strappa”.

Lo stress è essere assediati da mille piccole cose. Non sai quante ne riesci a gestire prima di crollare ……

 

Interruzioni del Contatto ….

INTERRUZIONI CONTATTO

M.C. Escher – “Relativity”

Nel post precedente abbiamo visto come la consapevolezza di un bisogno spinga l’individuo ad organizzarsi in un’attività volta alla soddisfazione di tale bisogno secondo un processo che è definito “ciclo del contatto”. Segue poi la fase di ritiro, che corrisponde alla assimilazione e al dissolvimento della figura sullo sfondo.  A questo punto l’individuo è pronto a dare inizio ad un altro “ciclo di contatto”, ad un’altra fase di ritiro, e così di seguito. Ogni volta che la persona non riesce a soddisfare un bisogno si interrompe il ciclo.

L’interruzione del contatto avviene quando l’eccitazione che dovrebbe sostenere l’azione nell’intero ciclo viene bloccata e l’energia che dovrebbe  reggere il processo viene utilizzata per arrestarlo ed evitare così il contatto.

Il ciclo di contatto ha una durata  e si sviluppa in una dimensione temporale secondo  le seguenti fasi:

  • Pre-contatto fondamentalmente una fase di sensazioni, durante la quale la percezione di fronte ad uno stimolo diventa quella figura che sollecita l’interesse e il bisogno di soddisfazione. In questa fase il Sé funziona in modalità “es”: “che cosa sento ora?”
  • Contatto costituisce una fase attiva durante la quale l’organismo si prepara ad affrontare l’ambiente. In questo stadio il Sé funziona in modalità “io”, consentendo una scelta o un rifiuto delle diverse possibilità e di conseguenza un azione responsabile sull’ambiente: “che cosa voglio e cosa non voglio?”
  • Contatto pieno è un momento di confluenza sana, di indifferenziazione tra organismo e ambiente, un momento di apertura o perfino di abolizione del confine contatto. C’è il pieno soddisfacimento del bisogno.
  • Post-contatto, in cui si godono i benefici del contatto. E’ una fase di assimilazione che favorisce la crescita. In essa si “digerisce” l’esperienza. Il Sé funziona secondo la modalità “personalità”, integrando l’esperienza nel bagaglio della persona: “chi sono io? – cosa sono diventato?”

Infine, si torna alla fase di ritiro, nel “vuoto fertile” da cui potrà emergere un nuovo bisogno.

Nella realtà le cose non si svolgono così semplicemente: sono numerosi i cicli interrotti da un disturbo al confine-contatto. Questi meccanismi di difesa o di evitamento del contatto possono essere sani o patologici a seconda della loro intensità, flessibilità e del momento in cui si attivano. Essi sono nella maggior parte dei casi una sana reazione di adattamento. E’ solo la loro rigida persistenza in momenti inappropriati che costituisce un comportamento nevrotico.

Le principali modalità di interruzione del contatto sono:

  • Confluenza: dove viene a mancare la percezione del confine, si produce una identificazione tra organismo ed ambiente, tra Io e Tu. La persona confluente non sa chi è, non conosce le proprie possibilità né quelle degli altri, non sa prendere la necessaria distanza dalle cose e dagli altri e, dunque, non riesce a diventare autonomo. Sul piano sociale, la confluenza impedisce qualsiasi confronto e qualsiasi contatto autentico che implica invece la differenziazione tra due persone distinte. Qualsiasi rottura brutale della confluenza comporta un ansia intensa spesso associata a senso di colpa. Le persone confluenti hanno difficoltà a separarsi, a dissentire, tendono a rinunciare alla responsabilità personale, usano molto il “noi”. In questo caso l’interruzione nel ciclo di contatto avviene prima di una nuova eccitazione.
  •  Introiezione: colui che introietta fa ciò che gli altri vorrebbero che lui facesse; egli impiega la propria energia incorporando passivamente ciò che l’ambiente gli fornisce,“ingerisce”, senza discriminazione, norme, valori, atteggiamenti, pensieri altrui. La persona che introietta tende a muoversi come l’interlocutore, a dire sempre di sì, a ricercare delle regole (“dimmi come devo fare”, “dammi un consiglio”); i suoi verbi più comuni sono “devo”, “non posso”. L’interruzione nel ciclo di contatto avviene durante l’eccitazione. L’atteggiamento verso l’ambiente è rassegnato, infantile e disposto ad accettare.
  •  Proiezione: in questo caso è l’organismo che oltrepassa il confine, invade l’ambiente, attribuisce all’altro ciò che è suo. L’individuo che proietta fa agli altri ciò che egli rimprovera loro di fare a lui; egli non può accettare i propri sentimenti e le proprie azioni, perché “non dovrebbe” sentire né agire in un certo modo. L’attenzione delle persone che proiettano è molto spostata sull’esterno. Esse hanno un carico emotivo enfatizzato, spesso sono soggetti istrionici e borderline, hanno spesso un linguaggio valutativo (attribuire etichette), estremizzante, polarizzante. L’interruzione nel ciclo di contatto avviene solitamente nella fase di mobilizzazione dell’energia: la persona sente l’emozione ma essa è libera e dal momento che non scaturisce da lui stesso, essa viene attribuita all’ambiente.
  •  Retroflessione:  consiste nel rivolgere verso se stessi l’energia mobilitata, nel fare a se stessi ciò che si vorrebbe fare agli altri oppure nel fare a se stessi ciò che vorremmo che gli altri ci facessero. Coloro che retroflettono tendono a rimuginare, riflettere, trattenere, tendono a essere autoreferenziali, hanno una modalità relazionale irrigidita, chiusa. L’interruzione nel ciclo di contatto avviene solitamente durante il contatto pieno e post-contatto. La retroflessione cronica è all’origine di diverse somatizzazione ad esempio : mi provoco dei crampi allo stomaco e perfino un’ulcera a forza di padroneggiare la mia collera o il mio rancore.
  •  Deflessione: consente di evitare il contatto diretto, deviando l’energia. Si tratta di un atteggiamento di fuga, di evitamento. Colui che deflette riduce il contatto attraverso l’uso di circonlocuzioni, il parlare troppo, il ridere su ciò che si dice, il non guardare direttamente la persona con cui si parla, l’essere astratti piuttosto che specifici, il non arrivare al dunque, il parlare del passato quando il presente è più rilevante, il parlare “su” piuttosto che parlare “a”.
  •  Egotismo: in questo caso si tratta di un deliberato rinforzo del confine-contatto, di una ipertrofia dell’Io, una consapevolezza incessantemente vigile sui propri processi di adattamento creativo. Esso è  fondamentale durante il processo di crescita dell’individuo, come elemento motore affinchè la persona si faccia carico di se stessa e conquisti l’autosufficienza. Può , tuttavia, evolversi in negativo allorchè si produca un atteggiamento cronico ed irrigidito di chiusura al mondo esterno con perdita della funzione Io, della possibilità cioè di discriminare gli stimoli ed attuare le scelte più idonee all’individuo

L’obiettivo di un percorso di Counseling potrebbe essere quindi quello di ristabilire il naturale flusso della soddisfazione dei bisogni lavorando sulla presa di consapevolezza del bisogno che emerge dallo sfondo. Aiutare il cliente ad ampliare il suo sentire , accompagnandolo nel far emergere le risorse necessarie al superamento degli ostacoli che impediscono il libero e naturale scorrere dell’energia che porta all’azione responsabile del proprio benessere.

La soddisfazione dei bisogni: sensazione ….. consapevolezza …. eccitazione …azione … contatto…ritiro….

CERCHIO

Ricollegandomi al post di ieri vediamo più in dettaglio cosa la Gestalt intenda per “ciclo del contatto”.

In ogni persona c’è un ciclo psicofisiologico, esso è collegato alla soddisfazione dei bisogni .

Il ciclo comincia con la sensazione: sono seduta qui di fronte al computer e, mentre scrivo incomincio ad avvertire alcune contrazioni allo stomaco. Queste contrazioni sono accompagnate da sensazioni di secchezza alla bocca. Mentre continuo a scrivere, le contrazioni aumentano e sento una leggera nausea. Vivo questo mucchio di sensazioni come “fame”.

Le sensazioni diventano consapevolezza…. Sono in grado di dare un nome e descrivere questi meccanismi sensoriali. A differenza di un bambino non sono alla mercè delle sole sensazioni. So che cosa posso fare. La consapevolezza mi permette di capire in tempo di che cosa ha bisogno il mio corpo in questo momento. La consapevolezza mi mette nella condizioni di capire che cosa sta succedendo dentro di me e decidere che cosa posso fare per sentirmi meglio.

Mentre prendo consapevolezza della mia fame, il mio corpo inizia a mobilitarsi. Sento che certi muscoli delle gambe si riscaldano. Mi visualizzo mentre vado verso il frigo e prendo del formaggio, del prosciutto per farmi un toast. Mentre sto visualizzando, sento aumentare la respirazione e sento circolare energia nel mio corpo. Sto entrando nella fase dell’eccitazione….

Mi alzo e vado in cucina. Questo processo coinvolge i muscoli delle gambe e delle braccia. E’ la fase dell’azione.

Arriviamo al …contatto. Mentre mangio il toast, sviluppo un senso di benessere nello stomaco. Assaporo il gusto del cibo. Il contatto è il processo psicologico in cui mi impegno con il cibo. Aggredisco il cibo… il cibo ed io diventiamo una cosa sola.

Continuando a mangiare, divento consapevole di un senso di pienezza allo stomaco. Ora sono soddisfatta! Mi sento sazia….

Entro in uno stadio di ritiro, di rilassamento, di recupero e disinteresse.

A tutti è capitato di aver mangiato bene in un buon ristorante e, andando via, di aver provato quasi nausea alla vista dei rimasugli di cibo, che era tanto attraente solo pochi minuti prima. Il completo disinteresse sopravviene non appena ci siamo riempiti. Il bisogno che era in figura si dissolve sullo sfondo ed io sono pronta ad accogliere il prossimo bisogno.

Quando entro in questo stadio di ritiro e soddisfazione, divento consapevole del lavoro che avevo interrotto (lo scrivere). Non sono più distratta dai crampi della fame e sono in gradi di concentrarmi nuovamente sul compito che stavo svolgendo.

Questo movimento dalla sensazione al contatto al ritiro e poi di nuovo alla sensazione è tipico di ogni organismo.

In uno stato di salute, il ciclo è fluido, ininterrotto, elegante…. Cosa succede quando il ciclo si interrompe o quando l’individuo non riesce a distinguere chiaramente dallo sfondo la figura che lo interessa???

Il prossimo post chiarirà il “mistero”…..

Per ora proviamo a fermarci sulle sensazioni : chiudete gli occhi e ascoltatevi….. cosa vi dice il vostro corpo? ….. quale sensazioni emerge dallo sfondo confuso? …. Qual è i bisogno che si affaccia alla coscienza? …. Cosa state visualizzando di fare? ….sentite l’energia che si mette in circolo?….. ascoltatevi e seguite il vostro corpo…..

Essere veramente in contatto ……

CONTATTO 3

Essere connesso significa vivere in sintonia con quello che succede, il che implica l’esistenza di una relazione di corrispondenza fra quello che sento, percepisco, faccio e lo stimolo iniziale.

La teoria generale del comportamento ci insegna che ogni individuo risponde alle sollecitazioni esterne ripetendo un determinato modello appreso in precedenza.

Gran parte della nostra relazione con il mondo circostante potrebbe essere sintetizzata grazie all’analisi dei suddetti modelli di comportamento.

Nella Gestalt questo si chiama “ciclo del contatto” (nel prossimo post ne parlerò in maniera dettagliata).

Il punto zero di inizio è quello in cui un individuo si trova al margine di qualcosa che non è ancora successo o che sta accadendo e del quale non è ancora al corrente. Lo stimolo è esterno all’individuo e non ha ancora alcuna relazione con lui.

Se stessi per partecipare ad una festa dove ci sono persone che non conosco, potremmo situare il punto zero nell’istante che precede il mio ingresso. Arrivando mi confronterei con la situazione della gente riunita e proverei delle sensazioni. Questo significherebbe che i miei sensi mi stanno fornendo delle informazioni.

Vedendo la gente avvicinarsi e sentendo i rumori avrei sia delle percezioni olfattive, uditive, visive che delle reazioni fisiche; forse tremerei anche un po’. A questo punto prenderei coscienza di quello che sta accadendo. Mi renderei conto di ciò che sta succedendo, di cosa stimola i miei sensi.

Dopo di che si metterebbero in moto le mie emozioni e sentirei non più solo con i sensi. Comincerei a capire se la situazione mi spaventa, mi piace, mi angoscia. Proverei inquietudine, eccitazione, paura, voglia, desiderio, piacere o timore per l’esito dell’incontro.

Una volta insediate le emozioni comincerebbero a lottare per trasformarsi in azione e l’energia mi spingerebbe ad agire.

Potrei scappare spaventata oppure restare e cominciare a parlare; potrei decidere di raccontare delle mie sensazioni o di non farlo, di dissimulare, nasconderle o utilizzarle in qualche modo. Chi lo sa?? Questo è il punto chiave, il momento del contatto in cui si stabilisce una relazione concreta con lo stimolo esterno e si dà luogo ad una risposta.

Contatto significa: non solo provare delle emozioni, rendersene conto, mettersi in moto e agire, ma vivere esponendosi alla situazione nella quale mi sono immersa. Essere in sintonia.

E dopo essere stata in contatto per un lasso di tempo, per difesa, per salute, per esaurimento del ciclo o per scioglimento di una emozione mettere in atto un congedo, allontanandomi per restare da sola con me stessa. E’ il momento del ritiro che certamente mi farà tornare all’inizio per ricominciare da capo.

Tutta la nostra vita è segnata da momenti in cui, grazie alla distanza o all’isolamento, scopriamo sensazioni e mettiamo in moto emozioni che costituiscono energia potenziale per ciò che accade in seguito.. Quando riesco a trasformare quelle emozioni in un’azione corrispondente, essa mi mete in contatto con l’oggetto: la vivo, la realizzo e, in proporzione piccola o grande, modifico lei o me stessa.

Quando la situazione si esaurisce o cambia con il mio intervento (o io mi stanco di quella esperienza) mi allontano di nuovo, ma non per andarmene, bensì con l’obiettivo di ricominciare.

L’Eroina che è in ogni donna …. viaggio verso l’autostima

dipinto Paula Nicho Cumez

Dipinto di Paula Nicho Cumez “The Process and Vision of the Peace Agreement”

 

Ogni donna è il personaggio principale della propria storia di vita.

In lei è presente un’Eroina potenziale protagonista del viaggio che inizia con la sua nascita e prosegue per tutta la durata della sua vita.

Lungo il cammino potrà incontrare la sofferenza, la solitudine, scoprirsi vulnerabile, sperimentare il limite e imbattersi nella sua Ombra.

Ma potrà anche trovare significati, sviluppare il carattere, apprendere la saggezza, conoscere l’amore.

Il viaggio dell’Eroina è un viaggio di scoperta, di crescita e di integrazione di tutti gli aspetti di sé in una personalità intera e complessa.

Il compito più importante che spetta alla donna-eroina nel suo cammino verso l’individuazione è la capacità di scelta.

Muoversi dalla “dinamica immobilità” che la fa stare ferma in mezzo al crocevia delle possibilità, incerta sui propri sentimenti, astenendosi dalla scelta perché incapace di rinunciare a perdere qualcosa, oppure vittima-martire degli eventi che le passano sopra travolgendola o ancora sentendosi inadeguata ad accettare il rischio che ogni scelta comporta.

Assumersi la responsabilità di fare una scelta non sempre è facile , ciò che contraddistingue la donna-eroina è che lei lo fa!

La donna non-eroina, al contrario, si affianca alla scelta di qualcun altro invece di decidere attivamente se questo è quello che vuole fare.

Ciò che spesso ne risulta è una persona passiva, vittima degli eventi che, molto spesso dopo il fatto, dice:”Non era questo che volevo. L’idea è stata tua” oppure “Facciamo sempre e solo quello che vuoi tu”, non riconoscendo in questo modo la sua incapacità a prendere una decisione.

A parziale discolpa di questo tipo di comportamento va sottolineato che le radici della “scelta” affondano nel terreno dell’autostima.

L’autostima è il proprio modo di vedere se stessi e se stessi nella relazione con gli altri. Essa è una spia luminosa che di fronte ad un bivio ci segnala la strada da seguire.

Possedere una buona autostima significa essere consapevoli dei propri punti di forza e di conseguenza saper attivare le proprie risorse di fronte agli ostacoli e alla conseguente necessità di fare nuove scelte.

In origine la stima di sé si costruisce e si modifica sulla base delle caratteristiche individuali, dei successi o degli insuccessi che registriamo dentro di noi in diversi momenti della vita. Allo stesso tempo essa si modella anche in rapporto all’immagine che ci rimandano gli altri, alle loro valutazioni più o meno comprensive o incoraggianti.

Va anche detto che a causa di stereotipi culturali che rendono più difficile alla donna l’autodeterminazione, la via femminile all’autostima ha un percorso più lungo e tortuoso di quello dell’Eroe maschile.

Ha più fermate, giri più ampi e bisogno di più rifornimenti ma, forse proprio per questo movimento lento, contiene sfumature, dettagli, sensazioni e osservazioni che contribuiscono a formare una rappresentazione composita e multiforme di noi stesse.

La mutevole essenza di noi donne che tanto affascina l’Eroe sottende una molteplicità di bisogni e comportamenti che fanno emergere alcune diversità fondamentali rispetto al modo in cui uomini e donne sviluppano e vivono il senso di sé e del proprio valore.

L’Eroe e l’Eroina, cioè, differiscono sensibilmente nel modo in cui ai autorappresentano, vivono, agiscono e affrontano il Viaggio.

Ai primi posti per l’uomo c’è l’autonomia per la donna la relazione.

Con una metafora possiamo dire che lo sguardo dell’uomo guarda avanti, quello della donna guarda intorno a sé.

Questo in virtù dei diversi percorsi che hanno caratterizzato il processo di individuazione del maschile e del femminile.

Il primo rivolto soprattutto alla ricerca del “potere”, il secondo relegato al mondo degli affetti.

Il femminile è sovrano nel regno dell’anima, consigliere saggio e accorto, maestro dei sentimenti e di emozioni, ossia di quegli aspetti e di quei valori con il quale il maschile ha poca dimestichezza. Tutto questo a discapito della propria capacità ad autodeterminarsi.

Vita dura per la nostra Eroina nel suo cammino verso l’integrazione….

La nostra capacità di scelta, l’autoefficacia e la stima verso noi stesse sono sempre subordinate all’ abilità di “stare in relazione”.

Difficile spezzare la catena e darci il permesso di percepire noi e la nostra vita appagante e piena in senso integrale e non solo “in relazione a..”.

Da qui tutta una serie di ansie, paure di essere respinte, competitività e conflitti reali derivanti dall’impegno richiesto, dalla famiglia e dal lavoro cui si dedica tempo ed energia.

Possiamo quindi comprendere quanto sia profonda e diffusa la sensazione di non sentirsi adeguate se non si tessono e mantengono legami…

E’ indispensabile, quindi, sviluppare la capacità di “disobbedire” alle etichette appiccicate su noi stesse e sul mondo attraverso la ri-appropazione di tutti gli elementi “ombra” del femminile.

E la nostra Eroina si sentirà tale nel momento in cui si sentirà sufficientemente forte da poter affrontare il suo “drago” sviluppando la capacità di espandersi nell’ambiente andando verso l’altro e nello stesso tempo la capacità inversa di ritirarsi dal contatto, scegliendo di appartenersi.

Ed è in questa continua danza tra lo “stare in relazione” e scegliere di ascoltarsi che consiste l’equilibrio e l’integrazione.

A questo punto potremmo ridefinire la scala dei valori al femminile, inserendovi oltre al relazionarsi e al mantenere il legame, altre priorità come il potere personale, il coraggio e la determinazione a perseguire i propri obiettivi.

In conclusione il Viaggio verso la completezza si traduce nella capacità di essere attive e ricettive ad un tempo, autonome e intime. Si tratta di parti di noi che possiamo arrivare a conoscere attraverso le esperienze della vita, parti che sono innate a tutte noi e come dice Thomas Eliot:

“Non desisteremo mai dall’esplorare

E la fine di ogni nostro esplorare

sarà giungere là donde siamo partiti

e conoscere quel luogo per la prima volta”

Abbasso il giudizio: i vantaggi dell’accettare gli altri

giudizio 1

” .. Noi non vediamo le cose per come sono

le vediamo per come siamo noi..”

Talmud

La tentazione di esprimere giudizi su quello che sono o fanno le persone non può ovviamente esistere se non a partire dalla nostra stessa esperienza. Possiamo vedere negli altri solo quello che abbiamo imparato a vedere in noi ….

E’ il cosiddetto meccanismo della proiezione che ci fa attribuire agli altri sentimenti o intenzioni che in realtà appartengono a noi.

Questa tendenza a vedere il mondo attraverso le nostre difficoltà personali dipende in parte dall’importanza che il nostro ego assume nel nostro funzionamento psichico: l’ossessione dolorosa di sé, che caratterizza le persone con problemi di autostima le espone ampiamente a questo rischio.

E in contropartita questa visione auto centrata porta ad un impoverimento della nostra visione del mondo, e quindi di noi stessi.

In effetti nella tendenza a giudicare è implicita quella di chiusura all’esperienza. Si riempie il mondo di sé anziché di lasciarsi riempire, informare, educare da lui. Di conseguenza il mondo ci sembra fossilizzato, “è sempre la stessa cosa”, le persone sono “sempre le stesse” (e quasi sempre deludenti). Spesso, invece, è il nostro modo di capirle che è sempre identico.

L’effetto della tendenza ad etichettare è ben noto in psicologia: una volta che abbiamo espresso un giudizio su qualcuno è difficile ricredersi, perché tutte le nostre azioni ulteriori saranno a quel punto influenzate da tale giudizio. Tenderemo, quindi, a memorizzare quello che confermerà la nostra etichettatura , e a rifiutare quello che non la confermerà.

E’ quello che si definisce una prospettiva di “pensiero selettivo”: scegliamo preferibilmente le informazioni che confermano le nostre convinzioni e le nostre preferenze..

Contrastare l’effetto dell’etichettatura richiede sforzi ben organizzati. E la cosa più semplice, piuttosto che dover rivedere sistematicamente i nostri giudizi, consiste nel non giudicare subito, troppo in fretta. Altrimenti saremo vittime di un effetto di priorità: la prima convinzione che si radicherà resterà la più solida sul lungo periodo, anche nel caso di una successiva invalidazione.

Eccoci di nuovo ai principi basilari dell’accettazione: gradualmente, regolarmente, abituarsi a osservare e accettare quello che osserviamo , a volte con generosità lasciando sempre un margine , evitando di “sputare sentenze” prima di conoscere i fatti. Poi rifletterci, e se esprimiamo un giudizio, farlo in modo preciso e provvisorio “ per il momento, riguardo a questo, poso pensare questo”. Alla fine, agire, passando dal risentimento  alla discussione, al confronto.

L’accettazione degli altri è un atteggiamento correlato con un maggior livello di benessere globale in chi lo pratica. Ne consegue quindi un circolo virtuoso: se sto bene, sarò più portato alla benevolenza, questa benevolenza a sua volta mi fa bene.

D’altra parte, l’apertura psicologica è correlata con l’autostima: migliore sarà quest’ultima, più ci aiuterà a osservare senza fare confronti, invidiare o giudicare, più ci consentirà di trarre profitto dalle esperienze della vita, di avere una maggiore flessibilità e capacità di adattamento a nuovi ambienti.

Una buona autostima, che passa anche attraverso l’evitamento del giudizio affrettato, può così essere uno strumento per bonificare il reale e può anche succedere che le persone ci “deluderanno” un po’ meno ….

Amor proprio e amore per gli altri

amor proprio

http://www.flickr.com/photos/26331593@N05/4302341116/  By:The itsy bitsy spill “Embrace yourself with love”

La mia idea di un incontro sano è quella di due persone centrate su se stesse che dividono il loro cammino senza rinunciare a chi sono. Se non sono centrata su me stessa è come se non esistessi. Se non so chi sono, se non rispondo a questa prima domanda, come potrò incontrarti sul mio cammino?

Ma è difficile accettare questa idea dell’amore, soprattutto perché va contro tutto quello che abbiamo imparato. La società cerca in molti modi di insegnarci a privilegiare il prossimo. Ci viene detto, per esempio, che se stiamo insieme a qualcuno qualunque cosa sia importante per lui deve esserlo anche per te.

Ogni volta che dico che dovremmo accettare il fatto di essere il centro della nostra esistenza e che il nostro punto di vista è più importante di quello degli altri, qualcuno sbotta indignato:” questo è un modo di pensare egocentrico!”. Io rispondo: “Non proprio’ egocentrico, bensì “egocentrato”. E per di più è salutare che lo sia. Il male non è essere centrati su se stessi. Quello che è folle è voler essere il centro della vita di un altro”.

Inevitabilmente, per apprendere questa idea dell’incontro bisogna avere il coraggio di essere protagonisti della propria vita, perché se manca il protagonista, non si può fare il film. “Tu puoi essere molto importante nella mia vita, posso volerti bene ed essere disposta a cedere un poco, oltre me stessa, amo anche te; però non voglio essere obbligata a scegliere tra i due … Scommetto con tutto il cuore su noi due. Ma se mi costringerai a scegliere fra me e te … sceglierò me….”

Non bisogna confondere l’espressione di questo sano egoismo, che io preferisco chiamare “egocentrismo”, con il comportamento dei miserabili, gli avidi o gli avari che sono un’altra cosa.

Parlando di me, ripeto sempre la stessa cosa: mi dà tanta soddisfazione compiacere le persone che amo e, da vera egoista, non voglio rinunciarvi. Questo lo chiamo egoismo solidale. Non voglio smettere di allietare la vita, alleggerire il cammino e colmare di sorrisi le facce di chi mi sta intorno. Ma non lo faccio per loro, lo faccio per me. E c’è una bella differenza.

Se io facessi una cosa per te, non potrei continuare a sostenere il valore dell’autodipendenza. Il mio comportamento non dipenderebbe da me, bensì da quello di cui hai bisogno e allora, poco a poco, senza rendermene conto, comincerei a diventare dipendente.

Tutto comincia quando smetto di fare qualcosa perché credo che non ti farebbe piacere o ne faccio un’altra perché so che è quello che ti aspetti da me. Se nel mio desiderio di compiacerti sono diventata dipendente, ci saranno ogni volta sempre più cose alle quali sarò costretta a rinunciare. E non credo che questo porti a niente di buono.

Quell’idea tanto legata alla religione cristiana “amerai il prossimo tuo come te stesso”, non deve essere interpretata se non per ciò che è. Essa non dice “amerai il prossimo tuo “più” di te stesso”, bensì “come” suggerendo che questo è il massimo che uno può pretendere dal suo amore per il prossimo.

L’amore per gli altri si crea e si nutre ma comincia da quello verso se stessi. Quanto più mi godo la mia vita, quanto più piacere sono in grado di provare, tanto maggiore è la mia capacità di innamorarmi di me stessa e degli altri.

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