Mese: settembre 2015

Cercare il sapere

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La vita spesso consiste nell’inseguire degli obiettivi.

Questi obiettivi possono essere a breve, medio o lungo termine, semplici o complessi e con tutte le gradazioni intermedie: preparare un pasto, trovare i soldi per comprare una casa nuova, allevare un figlio, imparare la meditazione, mettere in piedi una attività, formulare una filosofia politica, scolpire una statua, avere successo nel lavoro etc …

Più viviamo consapevolmente, più ci poniamo delle domande: “se questo è il mio obiettivo, che cosa devo fare per raggiungerlo? Quali informazioni mi occorrono? Con quali criteri giudicherò se sono sulla strada giusta o meno?”

Più agisco consapevolmente, più vado in cerca di informazioni utili al mio scopo. Meno agisco consapevolmente, meno considererò necessarie queste informazioni: crederò di sapere già tutto, e se non so qualcosa, sarò convinto che non faccia la differenza.

Le domande che dobbiamo porci sono quindi: “sono pronta a ricevere qualunque informazione che possa farmi cambiare percorso o correggere le mie supposizioni, oppure sono convinta di non aver nulla da imparare? Cerco continuamente nuovi dati utili, o chiudo gli occhi anche davanti all’evidenza?”.

Se esiste una indicazione certa di una vita priva di consapevolezza, è l’indifferenza alla domanda:” che cosa mi serve sapere (o imparare) per raggiungere i miei obiettivi?”

Questa indifferenza è strettamente correlata ad un mancato senso della realtà. Quando manca questo senso, quando mancano l’oggettività e la comprensione dei fatti, gli obiettivi vengono raggiunti con la fantasia e non con azioni appropriate.

Oltre ad assumersi la responsabilità di imparare quello che serve per raggiungere i propri obiettivi, la persona che vive consapevolmente è necessario che sappia dove si trova in ogni momento in relazione a questi stessi obiettivi.

Se ad esempio uno dei miei obiettivi è avere un matrimonio soddisfacente, quale è lo stato attuale del mio matrimonio? Lo so? Io e il mio compagno risponderemmo allo stesso modo? Siamo contenti l’uno dell’altro? Ci sono frustrazioni o questioni irrisolte tra noi? Se sì, cosa faccio per rimediare?

Oppure se uno dei miei obiettivi è fare l’artista, dove mi trovo attualmente rispetto alle mie aspirazioni? Sono più vicino di qualche anno fa? Ho motivo di credere che l’anno prossimo sarò ancora più vicino? Quale è il mio standard di giudizio?

Ora prova a pensare ad uno dei tuoi obiettivi a medio e lungo termine e chiediti dove sei in relazione ad esso rispetto ad un anno fa … hai fatto progressi? … da che cosa lo vedi? …

Vivere consapevolmente comporta anche verificare il rapporto tra gli obiettivi che si professano e il nostro comportamento quotidiano. A volte c’è incongruenza tra quelle che sosteniamo essere le nostre priorità e il modo in cui investiamo il nostro tempo e la nostra energia. A volte dedichiamo scarsissima attenzione alle cose che dichiariamo più importanti per noi, e tantissima a quelle che dichiariamo secondarie.

Questo può succedere perché spesso le nostre azioni riflettono una saggezza del subconscio superiore al nostro impegno ufficiale e cosciente.

Forse ci siamo proposti obiettivi che, in realtà, non sono funzionali ai nostri veri interessi, ed ecco perché ad un certo momento veniamo spinti in un’altra direzione.

Nel perseguire con concentrazione i nostri obiettivi proviamo anche a prestare attenzione non solo alle nostre azioni ma anche al loro esito.

“Le nostre azioni stanno producendo i risultati che ci aspettavamo?” A volte capita che esse siano perfettamente allineate con i nostri obiettivi, ma che abbiamo calcolato male le loro conseguenze.

Se operiamo meccanicamente, è facile non rendersene conto e continuare a ripetere azioni che non funzionano senza mai avvicinarci alla nostra destinazione.

Continuare a fare ancora quello che non ha funzionato non funzionerà. Ad esempio se siamo dei pubblicitari e i nostri annunci danno risultati drammaticamente al di sotto delle aspettative, forse dobbiamo riconsiderare il contenuto degli annunci, i media che abbiamo scelto, la nostra valutazione del mercato, forse la nostra stessa offerta.

Se tuttavia abbiamo un legame emotivo con una data posizione, ruolo, pratica o credenza, può essere arduo riesaminarla nonostante sia evidente che porta a risultati contrari alle nostre intenzioni. Spesso è più facile razionalizzare il fallimento cercando un capo espiatorio. Ammettere a che cosa portano in realtà le nostre idee e azioni può essere vissuto come un duro colpo alla nostra autostima.

Se però siamo abbastanza saggi da basare la nostra autostima non sull’”aver ragione” ma sull’essere autentici, congruenti e razionali, cioè consapevoli, allora sappiamo che riconoscere e correggere un errore non significa precipitare in un abisso, ma raggiungere una vetta che possiamo essere orgogliosi di aver scalato.

Riconosci te stesso … confermati o cambia !!

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Nel mondo dello sport spesso ci si imbatte in una frase: “Squadra che vince non si cambia!” Certo sarebbe sciocco farlo, non credete? Perché allora subito dopo un risultato ottenuto a noi capita di farlo? Di sabotare quanto appena raggiunto? Forse, per arrenderci inevitabilmente alla sensazione che siccome abbiamo vinto in passato e non si può vincere sempre, allora prendiamo le nostre cose e facciamo spazio a qualcun altro, magari lo sfidante, confrontandoci con il quale dovremmo invece difendere il titolo che abbiamo appena conquistato? Non è una resa questa?

Allora impegniamoci, laviamo i nostri pensieri e trasformiamoli in una lega composta delle stesse sostanze di cui sono composti i sogni, quelli più belli. Entriamo nella convinzione che quella che è stata la nostra vittoria più importante non debba essere necessariamente l’unica da ricordare bensì la prima di infinite altre vittorie.

Se scegliamo di vivere un’esistenza consapevole non possiamo più tornare indietro e ricominciare a fare le vittime. Sei responsabile di te e di quello che ti accade intorno, totalmente, per attingere a tutte le possibilità che il tuo potere ti mette a disposizione ora e per sempre.

Essere riconosciuti, riconoscersi … quanti vuoti permetterebbe di colmare questa azione che spesso ci attendiamo esclusivamente dall’esterno. Quanto, invece, potremmo supplire a quello che non accade nutrendoci da soli, aprendo il rubinetto della nostra “centratura”?

Certo essere riconosciuti è un bisogno che non viene considerato primario. Nella scala dei bisogni di Maslow troviamo al primo posto i Bisogni Fisiologici visti come fondamentali per accedere ad altri desideri. Poi vengono considerati i Bisogni di Sicurezza; finalmente i Bisogni di Appartenenza tra cui il bisogno di essere riconosciuti e approvati, seguiti dai Bisogni di Stima e infine troviamo il Bisogno di Autorealizzazione. Io credo invece che essere riconosciuti sia uno dei fondamentali e più importanti bisogni espressi dall’essere umano, se non vivi su un’isola deserta come naufrago, perché se già i naufraghi sono due, ognuno tenterà di convincere l’altro di quanto sia stato importante il suo apporto e il bisogno di essere vicendevolmente riconosciuti farà la differenza e regolerà la loro relazione. Uno dirà: “Hai visto quanta legna ho raccolto mentre dormivi?” E l’altro risponderà: “Sì, e tu hai visto quanto pesce ho pescato per noi nella notte?”. Questo vale naturalmente in ogni ambito.

Dopo aver imparato a riconoscerci siamo pronti ad essere riconosciuti dagli altri. Prendiamo il saluto quale altro bisogno gli viene affidato se non il riconoscimento? Io ti ho visto e ti riconosco (ti saluto), tu mi hai visto? Allora salutami affinchè io ne abbia la certezza e mi tranquillizzi. Come ti senti se saluti qualcuno e questo non risponde al tuo saluto? Non riconosciuto? Esattamente!!

Questo è uno dei motivi per cui abbiamo degli amici, per essere in una dimensione dove il riconoscimento è sicuro e paritario, da loro saremo riconosciuti e accolti comunque, in qualsiasi modo dovessimo presentarci. E ora e per sempre noi ne teniamo conto e tutto quello che possiamo fare e che è nelle nostre possibilità noi lo faremo veramente e saremo pronti ad entrare nella via dell’espansione.

L’Universo non è un navigatore, non può dirti “vai a destra o a sinistra”. E’ necessario che lo dica tu. Ora è il momento di farlo, prendi decisioni nuove, occupati di quello che ti pre-occupava e sorridi.

Usa i tuoi talenti, credi in te, diventa la tua vera fede. Investi su di te e su quello che sai fare meglio. Torna al bivio dove avevi perso il cammino e stupisci tutti; se lo farai andrai a far parte di quella minoranza del pianeta composta dalle persone che vivono costruendo i loro sogni e dormirai sorridendo, come un’aquila che cercava il cielo mentre ora è lì che vive.

La felicità è lì, può anche essere un download veloce se te lo concedi, così ti sembrerà di cavalcare il mondo, mentre sentirai una mandria di cavalli liberi al galoppo nel cuore.

Nel riconoscerti puoi sorridere e pensare: “Quante cose importanti abbiamo fatto insieme e quante ne faremo  ancora ….!” Tutto insegna ed è motivo di apprendimento se sei disposto ad imparare e ad agire e a tener conto di quello che accade intorno a te.

Alcune cose puoi farle adesso o rimpiangerai per sempre di non averle fatte. Non vivrai mai più un giorno con la stessa data di oggi, sorridi e vani nel mondo con questo pensiero! La tua giornata, se lo vuoi, può diventare una meravigliosa caccia al tesoro se uscirai attento a vivere pienamente momento per momento”. VIVI!!! VIVI ALLA GRANDE!!!!

Smetti di lasciare prendere decisioni alla parte peggiore di te; decidi tu le difficoltà che vuoi incontrare nella tua esistenza se ti sembra di non aver abbastanza adrenalina, quando le cose sono facili, prenotane però il minimo indispensabile affinchè questa tua abitudine non arrivi a sabotare i tuoi progetti. Perdere frequentemente è una manifestazione di autolesionismo che una persona infligge a se stessa per punirsi. Perdonati, concediti un attimo di respiro …. Eleva la tua visione di insieme …

Come vedi la tua situazione con questo distacco? Come ti appaiono le cose da questa altezza? Come è piccolo quel labirinto in cui ti sentivi prigioniero? Lo vedi, sarebbe stato sufficiente alzarti in piedi e come nei viaggi di Gulliver tutte le catene con cui credevi di essere legato si sarebbero rivelate per quello che erano: solo scomode, false, inutili, insufficienti a fermarti.

Quando lavori per crescere e migliorare la tua situazione, non stai lavorando su te stesso , ma per te stesso. Nel pianeta c’è bisogno di qualcosa di nuovo e quel “qualcosa” di nuovo siamo noi!!!!

Riprendi in mano la tua esistenza, muoviti da ricco, nulla è più prezioso di te! Corteggiati e conquistati, non perdere l’occasione: se tu fossi molto interessato a un’altra persona libera ti dichiareresti finchè sei in tempo no? Fallo, INNAMORATI DI TE! Non è qualcuno che devi conquistare, sei tu!!!!

Alibi … scuse … e lamentele …

LAMENTELE

Partiamo da questa frase di Stephen Covey, stimata autorità nel campo della leadership esperto della famiglia, insegnante e consulente aziendale “se pensate che il problema sia all’esterno, è quello stesso pensiero il problema!”

Questo è “il” problema. Tante persone cercano scuse per non fare ciò che desiderano fare perché costa fatica. Preferiscono fermarsi ai problemi e incolpare elementi esterni (persone, cose e situazioni) piuttosto che iniziare a cercare soluzioni.

Tutti noi abbiamo desideri, obiettivi, aspettative in merito alla nostra vita, al nostro presente e al nostro futuro. Alcuni di noi trovano forza in tutto questo e lo utilizzano come un motore, come la freccia che viene scagliata dall’arco solo dopo essersi caricata della forza dell’arciere.

Altri, pur sapendo nel profondo cosa desiderano e quali risultati vorrebbero ottenere, fanno finta di non vedere, di non ascoltare la vocina interiore che li sprona ad andare in quella precisa direzione. Ti sei mai chiesto il perché?

Per quale motivo molte persone si nascondono dietro gigantesche scuse, illudendosi di non essere viste?

Paura di non riuscire, paura della fatica, incapacità di perseverare e andare fino in fondo. Questi alcuni dei motivi che impediscono all’essere umano di costruire la propria felicità. Gli uomini sono travolti dagli eventi esterni solo fino a che credono di essere una foglia al vento in una giornata autunnale di vento forte. Sballottati da una parte all’altra, senza poter decidere dove andare, spinti, guidati, travolti dalla tramontana: questo siamo noi finchè deleghiamo al mondo esterno problemi, risultati, stati emotivi e sconfitte.

Le circostanze, le condizioni esterne, le persone, la società, i colleghi, i clienti, sono solo degli attori, rappresentano la scenografia all’interno della quale si snoda la vicenda della nostra vita. Ma la regia, che dirige i lavori e stabilisce chi fa cosa, i tempi, le modalità di recitazione spetta ad ognuno di noi. O meglio: a coloro che hanno deciso di prendersi questa responsabilità.

Se vuoi fare qualcosa, trovi un modo. Se non vuoi fare qualcosa, trovi una scusa!!!!

Ecco una serie di domande e affermazioni usate spesso da chi vive nella deresponsabilizzazione, intesa come mancanza di iniziativa nel risolvere problemi e ottenere i risultati sperati:

=> Perché devo sempre fare tutto io?

=> Perché il mio capo non mi valorizza?

=> Perché proprio io?

=> Perché non mi prendono sul serio?

=> Perché non mi dedicate più tempo?

=> Quando imparerete ad ascoltarmi?

=> Lei/lui non mi capisce.

=> Io sono fatta così …

=> E io cosa posso fare se …

E queste sono solo alcune delle domande o affermazioni che ogni giorno ascoltiamo e pronunciamo. Quando non riusciamo nel nostro intento, quando ci sono dei problemi, difficoltà, circostanze impegnative, tendiamo a non essere più noi i responsabili e accusiamo il mondo esterno di quanto ci succede.

Lamentele, scuse, giustificazioni condiscono la nostra esistenza, rendendo gli altri, il fato, Dio, la società, il lavoro, la crisi le cause dei nostri problemi e più raramente anche degli eventi positivi. Insita nell’essere umano c’è questa tendenza sacrosanta a delegare a tutto e tutti la responsabilità di quanto si vive. E’ innegabile che siamo tutti inseriti in un ambiente caratterizzato da persone ed eventi che ci sfiorano e ci attraversano lasciando cicatrici. E’ da approfondire però il peso della capacità di scegliere e la possibilità che permette di imprimere una direzione, quella che preferiamo, all’imbarcazione che stiamo guidando.

Tempeste, forti venti, correnti, nebbia, sole, guasti al motore, secche: la vita è piena di imprevisti ed eventi da gestire per ognuno di noi.

A chi tocca agire? Molti si crogiolano nel vittimismo e nell’attribuire la colpa a qualcuno o qualcosa: e la libertà che ci spetta di diritto? Siamo influenzati o completamente determinati dall’ambiente? Siamo essere umani che si autodeterminano o siamo robot più simili agli animali che reagiscono agli stimoli esterni senza poter scegliere cosa fare?

E’ facile e comodo fermarsi al problema: lamentarsi è quasi gratificante, un’ottima valvola di sfogo. E poi? I problemi restano: il traffico, il prodotto che non vende, il partner egoista, i genitori oppressivi, il brutto carattere di qualcuno, le esperienze negative passate: tutto ciò non fa che alimentare una cultura della colpa. Più vittime, pedine, comparse prese e spostate nel grande film della vita invece che registi di se stessi.

Proviamo a pensare cosa succederebbe se fossimo noi i primi a sorridere al cliente “insopportabile” così da contribuire ad un rapporto più empatico? E se chi è un po’ insicura iniziasse a guardarsi allo specchio con amore invece che aspettare flebo di affetto da parte degli altri? E se per ogni maledetto problema che la vita ci fa incontrare, fossimo in grado di pensare in termini di soluzioni invece che di lamentele o di scuse, di quanto crescerebbe la qualità della nostra vita ????

“ Nell’universo c’è un unico angolo che possiamo essere certi di migliorare e quell’angolo siamo noi …” Aldous Huxley

Analizzare o comprendere … riflessioni sparse

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Pensare positivamente non significa “sezionare” all’infinito le cose, perché questo ci porterebbe facilmente ad accusare gli altri e a giustificare noi stessi.

Finalità e nuovo punto di partenza è la “comprensione”. Quella comprensione globale, olistica, che può diventare una sorta di solvente universale.

Analizzare non sempre aiuta. Proviamo ad abbandonare l’abitudine, più o meno radicata in noi tutti, di cercare le cause dei problemi presso gli altri o nel “sistema”. Anche se questo fosse vero (e spesso lo è, almeno in parte), questo pensiero non ci porta lontano: non ci aiuta a risolvere nulla, anzi ci blocca nella passività.

Se invece ci chiediamo: “quale è il contributo che ho dato a creare o a mantenere in vita questo problema?” siamo più disposti a cercare delle soluzioni. Soluzioni nuove, creative anche paradossali. Che potrebbero sembrare insignificanti rispetto all’importanze del problema, ma che potrebbero benissimo funzionare.

E’ difficile andare d’accordo con qualcuno? Lo sarà certamente meno quando si prova a comprendere davvero l’altro: i suoi punti di vista, le sue caratteristiche, i suoi condizionamenti. Se la comprensione all’inizio è difficile, è comunque doveroso partire da un punto fondamentale: il rispetto. Da lì si arriverà a poter augurare di cuore ogni bene, nonostante le diversità e le divergenze.

E’ inutile dire. “il tale mi ha fatto arrabbiare”. Siamo stati noi a lasciare che qualche cosa scatenasse in noi emozioni negative; abbiamo dato il nostro accordo e la nostra collaborazione.

Tuttavia abbiamo anche diverse alternative, per esempio quella di ammettere che avvertiamo l’insorgere di una emozione negativa, ma poi scartarla (consapevolmente) perché comprendiamo che inutile e dannosa. In questo modo non avremo risentimenti verso l’altra persona e non ci troviamo neppure a dover perdonare, né lui né noi stessi, per una situazione spiacevole o una incomprensione.

Osservazione

Spesso un malumore, anche improvviso, guasta il clima. Se non si comprende l’origine del malumore è più difficile ricucire lo strappo. Ma pensate cosa succede quando fate una indigestione. Se passate in rassegna gli ultimi cibi che avete mangiato, riuscite ad individuare facilmente quello che vi ha creato problemi, perché il solo ricordo aumenterà il senso di nausea.

Nello stesso modo potete chiedervi che cosa è successo subito prima che insorgesse il vostro stato di disagio, il vostro malumore. Magari una frase o anche solo una parola o un gesto vi hanno ricordato un evento spiacevole che potrebbe essere lontano nel passato e che forse non ha nulla a che vedere con la persona o il contesto attuale. Comunque , vedere che cosa avete “agganciato” dissolverà la nube; vi aiuterà a tornare più sereni e a giudicare obiettivamente la situazione e la persona che avete di fronte.

Provate ad osservare la realtà sempre senza dare etichette o giudizi. Prendete semplicemente atto di quello che si trova lì, come emozione o come pensiero. Dentro di voi potete dire all’emozione o al pensiero “va bene, ho notato che sei lì” e poi andare oltre in quello che state facendo.

Avete mai osservato i gesti e i modi di dire ripetitivi che quasi ognuno di noi ha? Può trattarsi di un intercalare come “cioè”, “dunque”, “in pratica”, “in realtà” o molti altri, o vezzi come sbuffare, aggrottare la fronte, accarezzarsi il mento o i capelli, mordersi le labbra o le unghie, schioccare le dita etc…  Queste abitudini hanno tutte un significato più profondo di quanto appare a prima vista , fanno parte del linguaggio non verbale proprio di ogni persona e possono essere rivelatori, più di mille parole, della qualità del pensiero. Provate ad osservare semplicemente, senza assegnare giudizi, quelle parole e quei gesti . Osservateli negli altri e in voi stessi vi potranno aiutare a comprendere molto di voi stessi e di chi avete davanti.

Azione

“Ogni cosa a suo tempo”, recita un antico adagio. La corretta sequenza è: Osservare, Decidere, Agire. Ma ci sono momenti in cui rischiamo di re-agire. Quel che facciamo cioè non è determinato dalla nostra volontà ma è semplicemente la risposta automatica ad uno stimolo esterno. E’ in questi momenti che rischiamo di agire in modo irrazionale ed emotivo.

Pertanto, tutte le volte che abbiamo la sensazione di non essere noi a scegliere come agire, attendiamo. Prendiamo tempo senza timore di esprimerlo.

O, se ci sentiamo troppo agitati per parlare in modo pacato, ritiriamoci. Attendiamo: il famoso “contare fino a dieci” nasconde una profonda saggezza.

Agire infatti non è qualcosa di automatico. Quando lo diventa può danneggiarci. Prendiamo ad esempio una persona che mangia come un automa, senza neppure rendersene conto. E’ facile che non si accorga di mangiare troppo e oberare così il suo organismo di un superlavoro di digestione e magari di un peso eccessivo.

Oppure potrebbe mangiare troppo in fretta, arrivando all’acidità gastrica e infine all’ulcera. O ancora potrebbe non accorgersi di mangiare cose che le fanno male.

Se avesse scelto di mangiare con calma e attenzione, concentrandosi esclusivamente su quell’azione in quel momento, avrebbe potuto evitare parecchi guai.

Sul linguaggio

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“L’attività o l’inattività, le parole o il silenzio hanno tutti valore di messaggio: influenzano gli altri e gli altri, a loro volta, non possono non rispondere a queste comunicazioni e in tal modo comunicano anche loro”. (P.Watzlavick)

1° assioma della comunicazione: non è possibile non comunicare. La comunicazione è fatta di parole e di silenzio. Le convinzioni si esprimono attraverso il linguaggio e questo è in grado di produrre una vera e propria magia.

Il potere evocativo del linguaggio è davvero sorprendente. Tutti noi abbiamo associato alcune parole a esperienze più o meno piacevoli: il solo pronunciarle o sentirle pronunciare può suscitare in noi sentimenti di simpatia oppure di profondo rigetto. Le parole infatti si ancorano facilmente alle situazioni e alle esperienze. Spesso questa loro caratteristica è usata per evocare sentimenti produttivi: basta pensare all’abitudine di creare slogan particolarmente accattivanti per “fare squadra”, per favorire il senso di appartenenza ad un team o un gruppo di lavoro.

Quando diciamo “lapsus freudiano” intendiamo quel fenomeno particolare per cui le parole ci escono dalla bocca inconsapevolmente, rivelando schemi di pensiero che esistono nella parte più profonda di noi.

Le parole sono una rappresentazione delle nostre esperienze mentali. Rappresentano, come dice Noam Chomsky  la struttura superficiale che, a sua volta, trasforma la struttura profonda. Ciò significa che il linguaggio ha il potere di plasmare le nostre stesse esperienze e di trasformare la realtà.

La realtà in sé è così complessa che, fin da quando veniamo alla luce, costruiamo, attraverso cancellazioni, generalizzazioni e distorsioni, un nostro modello di mondo.

E’ il linguaggio a rappresentare la Mappa o il Modello del mondo, che ricordiamoci bene NON è il territorio ( leggi qui), con cui possiamo comunicare agli altri le nostre esperienze. Questa nostra abilità linguistica sarebbe la cosiddetta marcia in più che gli esseri umani hanno e che ci ha consentito di progredire fino ai livelli attuali.

D’altra parte gli esseri umani devono essere opportunamente istruiti all’uso del linguaggio perché, se mal utilizzato, può essere fonte di incomprensioni.

“Nessuna cosa è buona o cattiva, è il pensiero che la rende tale” (W.Shakespeare); per questa ragione è così importante ampliare continuamente le nostre mappe. Più ampia è la mappa, più scelte abbiamo a disposizione.

Conosciamo la realtà attraverso le nostre percezioni sensoriali, ma queste non sono sufficienti. Gli esseri umani hanno anche una rete interna di conoscenze e di informazioni come le convinzioni e i valori. La nostra rete interna di conoscenze crea un altro insieme di filtri che orientano i nostri sensi, effettuando cancellazioni, distorsioni e generalizzazioni dei dati che arrivano al cervello.

Se diventiamo più consapevoli del potere che hanno le parole sui nostri pensieri e comportamenti, allora possiamo comprendere meglio i nostri filtri e decidere quali lasciare andare, perché di ostacolo al raggiungimento dei nostri obiettivi.

Le parole hanno il potere di dare una cornice alla nostra esperienza.

Prendiamo questi due informazioni:

  1. questo lavoro è ben remunerato;
  2. questo lavoro è molto impegnativo.

Dicendo “questo lavoro è ben remunerato “ma” è molto impegnativo” l’attenzione viene portata sulla seconda affermazione. Al contrario se diciamo” questo lavoro è ben remunerato “anche se” molto impegnativo”, l’accento è posto sulla prima affermazione.

Entrambe le affermazioni si trovano sullo stesso piano, a parità di importanza, se la frase che usiamo è “questo lavoro è ben remunerato ed è molto impegnativo”.

Quando invece la cornice viene applicata a contesti diversi, ci troviamo di fronte ad uno “schema linguistico”. Molte persone, ad esempio, utilizzano lo schema “ma” tendendo ad enfatizzare sempre l’aspetto negativo di ogni questione. Questa abitudine influenza moltissimo il comportamento e il tipo di scelte che si faranno di conseguenza.

Ecco dunque un modo semplice per cambiare uno schema limitante in uno schema potenziante: abituarsi a sostituire l’espressione “ma” con l’espressione “anche se”.

Quando non si ha fiducia sufficiente in se stessi per affrontare un cambiamento si è soliti dire, per esempio, che “si può fare tutto sicuramente ma bisogna superare molti ostacoli e darsi tanto da fare”. Scoraggiante vero ??

Proviamo a sostituire le parole e osserviamo cosa succede: “si può fare tutto sicuramente anche se bisogna superare molti ostacoli e darsi tanto da fare”. Il valore che questa seconda affermazione assume è molto motivante. Porta l’attenzione sul fatto che “si può fare tutto sicuramente”.

Le parole servono per incorniciare, perciò cambiare le parole equivale a cambiare la cornice. Due tipiche cornici sono la cosiddetta “cornice-risultato” contrapposta alla “cornice-problema”. Cona la prima siamo focalizzati sull’obiettivo che vogliamo raggiungere, mentre, con la seconda, continuiamo a indirizzare il problema senza risolverlo.

Le domande tipiche che si pongono utilizzando una cornice-problema sono:

“Quali sono le cause del problema”

“Di chi è la colpa?”

“Dove sono gli errori?”

“Che cosa è andato storto?”

Le tipiche domande che si pongono utilizzando la “cornice-risultato” invece sono:

“Che cosa voglio ottenere?”

“Come posso raggiungere l’obiettivo?”

“Di quali risorse dispongo?”

Per affrontare con successo un qualunque problema, la cornice-risultato è molto più efficace della cornice-problema. Se dico “voglio smettere di fumare perché fa male alla salute”, sto considerando il problema e avrò scarse probabilità di successo. Aumenterò invece le probabilità di raggiungere l’obiettivo, adottando uno schema più potenziante, come: “voglio migliorare la mia salute e adottare uno stile di vita equilibrato”

Le parole riescono a trasformare l’esperienza. Come? Accade esattamente ciò che succede con un quadro, quando si cambia cornice. La cornice adeguata valorizza il dipinto. Una cornice più ampia mette in luce dettagli importanti.

Ampliando la visione o adottando punti di vista differenti, le cose cambiano aspetto, a volte drasticamente.

Edward De Bono, il guru del pensiero laterale, nel suo libro “Sei cappelli per pensare” usa una simpatica metafora per rappresentare i sei diversi punti di vista che aiutano a risolvere i problemi in modo creativo ed efficace. Ogni cappello ha un colore diverso e, a ciascuno di essi, corrisponde una cornice diversa. Non esiste un cappello migliore di un altro: ciascuno, preso singolarmente, ha sia vantaggi che svantaggi. E’ l’insieme dei cappelli che aiuta a trovare la soluzione migliore: un altro modo per dire che una mappa più ampia offre maggiori possibilità di scelta.

Il linguaggio arriva sia all’emisfero sinistro (la parte logica e razionale del cervello), sia all’emisfero destro. Le parole agganciano l’inconscio e l’inconscio non comprende le affermazioni negative. Ecco perché il linguaggio è così inefficace quando esprimiamo concetti che al proprio interno contengono una negazione.

Dire “NON aver paura!” è sufficiente per evocare la paura stessa.

Se criticate qualcuno mettendo in evidenza quello che NON va bene, porterete l’attenzione del vostro interlocutore sugli aspetti negativi del problema, allontanando, di fatto, ogni possibile soluzione. Fatto sta che, in generale, siamo più esperti nel fare critiche distruttive, con tutte le conseguenze che ben conosciamo.

E che dire poi delle critiche distruttive che ci vengono rivolte? Come possiamo uscirne positivamente, senza riportare ferite inguaribili? L’unico modo per uscire da questa trappola consiste nel considerare l’intenzione positiva che può nascondersi dietro ad una valutazione che, così come viene espressa, potrebbe ferirci. Quello che rende distruttiva la critica sta nel significato che vogliamo attribuirle. Se prendiamo tutto come un attacco personale, è evidente che saremo particolarmente vulnerabili.

Concludendo, il trucco consiste nell’usare prospettive diverse, mettersi nei panni dell’altro per comprendere le intenzioni positive e considerare la situazione con un inquadratura diversa.

Secondo gli Indiani d’America “prima di giudicare qualcuno devi camminare per tre lune nei suoi mocassini”, questo significa immedesimarsi nell’altra persona, cercando di coglierne la situazione e le sensazioni, guardando il mondo attraverso la sua mappa. Solo così sapremo cogliere quelle intenzioni positive che stavano dietro ad un comportamento altri menti inspiegabile, specialmente utilizzando parametri e filtri presi da una mappa diversa.

A proposito di focus

focus

“Accadono sempre le cose in cui crediamo veramente

ed è la nostra fedea rendere possibile

ciò in cui crediamo”. F.Lloyd Wright

 

Se vi è capitato di desiderare un’auto nuova, molto probabilmente, dal momento in cui avete deciso di focalizzarvi su quel pensiero, avete cominciato a vedere la “vostra” auto dappertutto: sui cartelloni pubblicitari, sui quotidiani, sulle riviste.

Questo fenomeno non avviene per caso, capita frequentemente, in diverse occasioni.

Le donne che attendono un bambino, una volta accertato il proprio stato, si accorgono improvvisamente che sull’autobus, in metropolitana, ovunque si spostino, ci sono molte più mamme in attesa di quanto lascerebbero credere le statistiche.

Non si tratta di una semplice coincidenza. Il fatto è che l’Universo comprende una moltitudine di segnali. Quei segnali, che ora ci sembra di cogliere la prima volta con tanta nitidezza, sono stati sempre presenti, nulla è cambiato in loro. L’unica cosa che è cambiata è il nostro “focus”. Adesso che la questione ci tocca da vicino, ecco che, improvvisamente, abbiamo polarizzato la nostra attenzione verso qualcosa di specifico e , come se fossimo diventati un potente magnete, incominciamo ad attrarre verso di noi proprio ciò su cui ci siamo concentrati.

Da tutto questo possiamo quindi imparare che è molto più efficace concentrarci su quello che desideriamo piuttosto che su quello che volgiamo evitare. Se guidiamo per una strada di montagna, sarà sicuramente meglio concentrarci sulla strada piuttosto che sul burrone. Detto così sembra ovvio,ma non è sempre così che vanno le cose.

La saggezza popolare è tutta racchiusa nel proverbio “Chi cerca trova”. Potendo scegliere, scelgo di cercare cose belle, così le troverò.

Abbiamo già visto in post precedenti l’importanza del dialogo interno nel trasformare le nostre credenze limitanti in convinzioni potenzianti le nostre risorse per raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati, la base di questo è costituito dalle immagini mentali.

“L’immaginazione è tutto. E’ l’anteprima della attrazioni che la vita ci riserva”. A,Einstein

Per concentrarci su qualcosa, normalmente utilizziamo la nostra fantasia attraverso immagini e parole. Queste ultime costituiscono quell’incessante chiacchiericcio della mente che abbiamo chiamato appunto “dialogo interno”.

I buddhisti paragonano la mente ad una scimmia chiassosa, che si lancia continuamente da un ramo (pensiero) all’altro, senza mai darsi tregua. Provate a fermare il corso dei vostri pensieri anche solo per qualche istante. Sembra quasi impossibile.

Il successo che, in Occidente, sta riscuotendo la meditazione orientale deriva per l’appunto dalle condizioni di stress in cui tipicamente viviamo. Lo stress è l’effetto, la causa è la “scimmia chiassosa” che è andata fuori controllo. Da qui l’esigenza di svuotare la mente per poi riempirla solo di quello che ci serve. E’ come se volessimo fare le grandi pulizie e riordinando la nostra casa. Il tipo di immagini e pensieri che scegliamo determina, infatti, ciò che alla fine otteniamo.

Eppure, la maggior parte di noi trova difficile scegliere su che cosa sia meglio focalizzarsi. Addirittura, a volte, crediamo di essere concentrati sul nostro obiettivo e di aver lavorato per ottenerlo, ma, alla fine, ci ritroviamo delusi. Perché???

Immaginiamo che i pensieri e le emozioni che attraversano il nostro cervello siano come i rami e le foglie di un albero. Le radici altro non sono che un groviglio di credenze e di fantasie. Molte di queste sono negative e si sono formate in seguito a ciò che gli altri, specialmente le persone per noi più importanti, ci hanno detto o fatto nel corso della vita.

Queste storie, queste convinzioni si sono intrecciate fra loro, in modo da formare una sorta di sceneggiatura, che ha finito per determinare il modo in cui ora noi pensiamo ed agiamo. Il più delle volte non siamo nemmeno consapevoli di queste rappresentazioni mentali. Ciononostante, ci siamo così identificati in questa o quella rappresentazione da limitare le nostre potenzialità: “ormai sono fatto così e non c’è nulla da fare” è un’affermazione rivelatrice.

Oppure, a volte, potremmo affermare, in perfetta buona fede: “Ho provato a cambiare, ma non c’è verso. Con me non funziona”. In realtà spesso, pensiamo di migliorare, semplicemente potando i rami. Tuttavia, se non arriviamo a scalzare le radici, saremo sempre prigionieri della nostra vecchia storia.

Per questa ragione, è importante acquisire la piena consapevolezza del proprio dialogo interno, ed è ancora più importante convincersi che non dobbiamo necessariamente credere ai messaggi che noi stessi generiamo, anzi, possiamo ascoltarli e metterli in dubbio ogni volta che lo desideriamo.

La focalizzazione più efficace implica l’uso di immagini mentali e di un dialogo interno orientato verso ciò che desideriamo. L’ideale sarebbe sentirsi da subito “come se” l’obiettivo fosse già raggiunto. Questo non significa dare per scontato un successo senza impegno, anzi vuol dire esattamente il contrario. L’agire trova la propria motivazione nel sentirsi così vicini alla meta che vogliamo raggiungere. Se, viceversa, non riesco ad immaginare la fine del tunnel, non so dove sto andando, o addirittura penso che il successo sorrida a tutti meno che a me, è estremamente probabile che si avveri il mio progetto fallimentare.

Come sempre, per focalizzarsi efficacemente su qualcosa, occorre prima aprirsi, sospendere il giudizio e ascoltare. La difficoltà che incontriamo nel perseguire i nostri obiettivi deriva proprio dal fatto che siamo noi i primi a non credere di poterli raggiungere.

Ora per mettere un po’ in pratica quello che ho detto,se ti va, prova a fare questo esercizio.

  • Immagina di andare ad un colloquio di lavoro o ad una riunione importante e di essere un po’ nervosa. Quale stato emotivo potrebbe esserti utile?
  • Ora dì come vorresti sentirti, usando un linguaggio positivo (ad esempio: “Vorrei sentirmi sicura”.)
  • Adesso pensa ad una situazione in cui ti sei sentita così (o immagina come potrebbe essere).
  • Osserva tutte le sensazioni che avevi in quell’occasione (o che ti piacerebbe provare).
  • Ora utilizza la tecnica del “come se”, portando tutte quelle sensazioni positive nella situazione difficile che dovrai affrontare.

Se hai voglia di confrontarti mi puoi scrivere gabriella.costa.damore@gmail.com ed io sarò felice di risponderti.

Sul senso del vivere

tante strade 1

Lilli Carmellini – Tante Strade   http://www.lillicarmellini.it/Tante-strade.html

“Ritengo che la Verità sia una terra senza sentieri e che non si possa raggiungere attraverso nessuna via, nessuna religione, nessuna scuola. Questo è il mio punto di vista, e vi aderisco totalmente e incondizionatamente. Poiché la Verità è illimitata, incondizionata, irraggiungibile attraverso qualunque via, non può venire organizzata, e nessuna organizzazione può essere creata per condurre o costringere gli altri lungo un particolare sentiero….” Krishnamurti

Vari e articolati studi sulla società riguardanti i “nuovi valori” concordano tutti nel dire che ad occupare il primo posto nella gerarchia dei valori non sono né la famiglia, né i figli, né il successo, il denaro o la salute, bensì il SENSO.

Per la maggior parte degli individui la questione più importante a cui dare una risposta è quella del senso della propria vita.. Dove trovare quindi la soluzione a questo interrogativo???

Il saggio Krishnamurti dice: “la verità è una terra senza sentieri”. Se si leggono queste parole con attenzione, all’inizio si rimane un po’ confusi, perché in realtà, cercando la verità, ci farebbe piacere sapere quale strada dovremmo imboccare. Ma è proprio questa scelta ad apparire sbagliata al filosofo, che era invece convinto che ogni uomo dovesse trovare una sua “propria strada verso la verità”.

E’ vero che per ogni uomo valgono le leggi della matematica o della gravità, quindi per così dire la “verità oggettiva”, ma accanto a questa, e non meno importante, c’è anche la “verità soggettiva”, la verità del proprio cammino di vita.

Questo non è affatto prestabilito, ma si snoda davanti ai nostri occhi nel momento in cui lo si percorre.

La risposta alla domanda sul senso della vita non si trova quindi in dogmi imposti, dottrine salvifiche o prescrizioni, ma nel proprio cuore.

Altre “verità soggettive” possono essere meravigliose ispirazioni per il proprio cammino, tuttavia questo non sarà mai sovrapponibile agli altri progetti ed esperienze di vita. La propria vita rimane un’avventura!!!

E per poter iniziare il “grande viaggio” è necessario armarci di una buona dose di coraggio per far piazza pulita del vecchio e metterci in una condizione di ascolto interiore per cogliere quelle ispirazioni (vedi il post precedente sull’Intuizione) che possono illuminarci il cammino.

L’individuazione di un senso conferisce alla vita stabilità e radici robuste a cui ancorarsi, che donano allo stesso tempo forza e chiarezza. Chi desidera realizzare con successo la ricerca di un senso, si renderà presto conto che quest’ultima non prevede un termine. Essa ha luogo “qui e ora”, senza, tuttavia, che si giunga ad un termine. La Vita prosegue il suo cammino in eterno. C’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire.

Il modo migliore per iniziare la ricerca di un senso è porsi questa domanda: “Che cosa voglio?”

Se ci porremo questa domanda in maniera sincera e profonda non si tratterà di piccole questioni materiali esteriori, ma vi riconosceremo una prospettiva. Vedremo scintillare nuovi orizzonti, anche se questi sembreranno essere lontani ancora anni luce. Rivolgiamo lo sguardo a questi orizzonti lontani trovando la connessione con il nostro cuore……

Un autore sconosciuto ha espresso questo con parole che trovo particolarmente ispirate

“ La vita non dovrebbe essere un viaggio organizzato verso la tomba,

che raggiungiamo sicuri e senza contrattempi in un corpo attraente e ben conservato.

E’ piuttosto un percorso per vie traverse,

con un bicchiere di champagne in una mano,

una manciate di fragole nell’altra,

il corpo scrupolosamente consunto dall’uso,

il cuore aperto,

lo spirito libero da vincoli,

l’anima pronta a librarsi in alto,

gridando esausti: … “Wow, che viaggio !!!!!

L’altra parte della mela …..

androgino platone

“Per duemila anni, ho camminato verso di te

Per entrare in questa stanza, e restare vicino a te”

Sainko Namtchylak

L’incontro con l’altro porta con sé un’indicibile nostalgia di qualcosa che non si conosce. Uno struggimento, dolcissimo, di ciò che nemmeno si sa. L’altro ci mancava già prima, ancora di conoscerlo. Questa sensazione sottile appartiene intimamente all’innamoramento.

Di solito, infatti, si sente proprio quello, un nitido, preciso senso di appartenenza profonda che va oltre la ragionevolezza della situazione. Qualcosa che trascende il momento reale, che si avvicina all’idea di un destino, di una chiamata inevitabile, di una necessità: un appuntamento.

Dovevamo incontrarci. Dovevamo incontrarci perché era scritto, perché prima eravamo uniti e poi ci hanno divisi e adesso finalmente ci siamo ritrovati.

E voilà, ci siamo, ecco il buon vecchio mito platonico dell’androgino, quello che sta alla base di tutta la storia , romantica e struggente, dell’anima gemella.

Il mito è noto. Platone, nel Simposio, lo racconta più o meno così.

All’inizio non c’era distinzione tra i sessi. Eravamo Uno, l’androgino perfetto. Bruttarello in verità. Con quattro braccia, quattro gambe, due volti su un’unica testa e due organi genitali. Poi un giorno l’androgino, per superbia e ambizione, si ribella agli dei e tenta addirittura di dare l’assalto al cielo. Zeus lo punisce duramente: lo divide a metà, costringendo da quel momento gli uomini – nati da questo taglio – a vagare perennemente in cerca della propria metà perduta. Il desiderio sta esattamente lì nella separazione. E’ perché siamo separati che ci cerchiamo e ci cerchiamo continuamente.

Bisogna ammetterlo, la storia dell’anima gemella è una bella fregatura. Perché pone almeno un paio di problemini. Primo: se è uno, e solo uno, il nostro perfetto corrispettivo, che facciamo se putacaso non riusciamo a trovarlo? Che ne facciamo, eventualmente, di tutti i surrogati che ci si parano davanti? Secondo: posto che l’abbiamo trovato, il nostro corrispettivo originario, dove andiamo a sbattere la testa se per caso – ed è un caso quanto mai probabile – lo dovessimo perdere?

I più pragmatici diranno che se l’abbiamo perduta, allora non era davvero la nostra metà, perché altrimenti saremmo rimasti uniti, come una cosa sola. Si sa, però, che queste considerazioni razionali a poco valgono: la sensazione di aver perduto l’Unico amore è qualcosa di davvero sconvolgente, uno strazio che non ha uguali.

Il mito dell’anima gemella è una trappola romantica di prima grandezza. E’ una trappola infida perché succede proprio così: di fronte ad un certo paio di occhi, un certo giorno, con quella certa luce, in quel certo posto non possiamo eludere l’idea fantastica che proprio quegli occhi abbiano a che fare, in modo misterioso ed inspiegabile, con noi. Che ci sia qualcosa che ci riguarda, lì dentro. E che vogliamo andare a vedere a tutti i costi cosa è.

Freud, è noto, dice che in amore noi amiamo un oggetto perduto. Che nell’amore adulto ricerchiamo, inconsciamente, l’oggetto d’amore dell’infanzia. La madre.

Anche per i neuroscienziati la memoria richiamata dall’altro è memoria dei primi mesi di vita. Le emozioni impresse durante la primissima infanzia dal rapporto con le persone che si sono prese cura di noi sono così potenti da influenzare tutta la nostra vita emotiva successiva, le nostre reazioni e le nostre scelte.

Gli occhi dell’altro,allora, ci parlano forse lo stesso linguaggio senza parole che abbiamo usato da neonati, nella culla, scambiando segnali con gli occhi di nostra madre.

L’altro arriva e riattiva il fantasma del nostro passato: il ruolo della memoria nell’attrazione è fondamentale. C’è effettivamente un “prima e altrove” e sta nella nostra infanzia.

“Nasciamo da una separazione da cui non ci riprendiamo più, e da allora facciamo di tutto, disponiamo ogni cosa, pensiamo, respiriamo, immaginiamo, corriamo dei rischi, amiamo, portandoci sempre dietro l’assurdità di essere nati e di essere soli, di essere stati due e di essere uno solo” (A.Dufourmantelle)

Non ce la ricordiamo più, l’abbiamo rimossa, ma è questa separazione originaria, una specie di perdita iniziale che va ben oltre la madre, a produrre forse la realtà più intima del desiderio e dell’amore.

Amiamo, inseguiamo qualcosa che è sempre stato perduto, ed sempre stato desiderato come tale. Bellissimo. Struggente ….

Sopravvivere o vivere?

vivere o sopravvivere

Il Giudice Interiore o Super-Io, come abbiamo visto in questo post, è un meccanismo di sopravvivenza e, se ben strutturato assolve in modo molto efficace a questo compito, ma allo stesso tempo non è capace di vivere.

Sopravvivere e vivere sono due cose molto diverse: la prima è semplicemente la capacità di mantenere in funzionamento il nostro sistema corporeo, la seconda è la capacità di creare il nostro presente e di esserne consapevoli.

Sopravvivere è l’espressione della nostra animalità mentre vivere è il culmine più alto della nostra umanità!

Quando lasciamo che la sopravvivenza occupi il posto della nostra umanità, anche quando non c’è minaccia, permettiamo che il nostro Giudice Interiore detti le leggi del nostro vivere, del nostro relazionarci e dei nostri comportamenti, noi allora non siamo veramente umani, bensì ricadiamo in uno stato infantile ma senza la bellezza e l’innocenza dell’infanzia.

La nostra vita quotidiana è allora dettata e rinchiusa dentro una rete di pregiudizi che, impedendoci di vedere la realtà, ci obbligano a comportamenti meccanici e a re-agire. Dove, in questo caso, re-agire vuol dire agire nello stesso modo del passato, vuol dire mancanza di creatività, spontaneità, e consapevolezza.

Proviamo ad osservare quanta della nostra energia è continuamente impegnata nel fare la cosa giusta. Non solo, ma anche di fare la cosa giusta che ci permetta di stare bene e di essere riconosciuti e apprezzati.

Questo desiderio intrinsecamente umano, rappresenta la nostra volontà di essere allineati con l’esistenza, connessi, capaci di rispondere in modo vivo alle situazioni che la vita ci propone.

Ma la vera questione non è fare la cosa giusta, bensì giusta secondo chi? Quali sono i criteri che definiscono cosa è giusto e cosa è sbagliato?

Se guardiamo con un minimo di attenzione e soprattutto di sincerità non è difficile realizzare che il criterio è definito dal nostro Giudice Interiore e quindi dai nostri genitori interiorizzati. E se questo è quello che accade è anche vero che stiamo cercando di trovare la scelta adatta al momenti attuale attraverso qualcosa che ha nulla o poco a che fare con questo momento.

La vera questione, allora, è come fare a fare scelte che riflettano la nostra consapevolezza, libertà, originalità ossia tutte quelle caratteristiche che definiscono il vivere.

L’unico modo per farlo è ridirigere la nostra energia vitale al qui e ora che ci troviamo a vivere distogliendola dal gravoso compito di sostenere la dinamica con il Giudice Interiore, vincendo la paura per la sopravvivenza alla scoperta del nostro potenziale personale.

Tutto ciò significa semplicemente CRESCERE: crescere oltre la dinamica che caratterizza il nostro rapporto con il nostro Giudice Interiore. Che poi vuol dire capire come questa dinamica ci tenga rinchiusi in uno stato infantile dove ancora, indipendentemente dagli anni che abbiamo, facciamo i conti con i nostri genitori, e come questa dinamica sia proiettata all’esterno in ogni nostra relazione.

Questo comporta, quindi, assumerci la responsabilità di fare scelte non dettate dal passato e da valori altrui, ma basate sulla nostra capacità di sentire chi siamo realmente, cosa vogliamo e come intendiamo impegnarci per realizzarlo.

Da ciò sembra ormai chiaro che dobbiamo imparare a difenderci consapevolmente dagli attacchi del Giudice Interiore imparando a sviluppare la capacità di essere presenti nell’esperienza, mentre, il più delle volte, avviene di essere risucchiati nel continuo dialogo/conflitto interiore tra bambino e genitori.

Quando l’energia vitale viene di nuovo resa disponibile alla nostra crescita cominciamo a vivere una vita non più costantemente tesa verso come “dovremmo essere” bensì illuminata dalla scoperta quotidiana della nostra individualità e unicità.

Succederà allora che invece di spendere quantità incredibili di energia e attenzione nel cercare di mantenere una pace precaria tra Io e Giudice Interiore, cominciamo a scoprire chi siamo al di là del condizionamento ricevuto e quali sono le nostre capacità. Cominciamo a sentire che apparteniamo a questa vita e che questa vita ci appartiene e il nostro sopravvivere si trasforma piano piano in VITA VERA!

Ma perché la crescita avvenga avviando il processo del Vivere è necessario riconoscere che ciò che proviamo, ciò che possiamo esprimere e ciò a cui aspiriamo ha valore. Diventa quindi una parte fondamentale del nostro viaggio l’esplorazione onesta e coraggiosa, senza falsi pudori, del nostro valore.

Per molte persone il valore personale è dipendente dal riconoscimento sociale: se gli altri danno un giudizio positivo, se c’è accettazione, se c’è successo, se si riceve attenzione, allora si ha valore.

Questa dinamica con l’esterno va di pari passo con una interna dove ognuno di noi è impegnato a misurare il proprio valore con il Giudice Interiore. Così come da bambini abbiamo imparato a misurare il nostro valore a seconda della risposta che ci veniva data dai nostri genitori, così da adulti la misura del nostro valore viene dal Giudice. Abbiamo quindi imparato e continuato a credere di non avere un valore intrinseco, espressione di quello che siamo, anzi, abbiamo imparato a nascondere ciò che siamo in modo da avere riconoscimento e quindi valore.

Quando impariamo a essere presenti e a difenderci dagli attacchi del nostro Giudice Interiore, allora la nostra consapevolezza comincia a rilassarsi e a risiedere nel presente invece che nel passato o nel futuro e questo ci permette di riconoscere e valutare aspetti della nostra realtà precedentemente nascosti. Saremo in grado allora di riconoscere la presenza in noi di emozioni e comportamenti e desideri a lungo considerati “inaccettabili” dal Giudice Interiore e respinti nell’inconscio. Questo riconoscimento aprirà la porta alla libertà personale di decidere quali di questi contenuti hanno valore per noi e se valga la pena esplorare queste nuove possibilità assumendoci la responsabilità dei possibili errori e conseguenze.

Sfidando i confini imposti dal Giudice Interiore cominciamo ad allargare il nostro territorio riappropriandoci di parti di noi stessi a lungo evitate. Fiducia, senso di capacità e direzione cominciano a crescere in noi mentre ci liberiamo dalla vergogna e dai sensi di colpa e incominciamo finalmente a VIVERE !

Impariamo a gestire il tempo

Tutti vorremmo tutto e la possibilità di fare tutto ma, già da quando avevamo tre anni ci siamo dovuti scontrare con il concetto dello spazio-tempo.

A quell’età i bambini sono molto capricciosi. Ma “capricciosi” non è il termine più appropriato: stanno soffrendo molto, perché la presa di coscienza del concetto di spazio-tempo toglie loro l’illusione di poter far tutto nello stesso momento. Caduta l’illusione, affrontano la difficoltà della scelta, che spesso viene vissuta come privazione.

Se il nostro bisogno è assecondare qualcuno che amiamo o temiamo, per evitare il senso di frustrazione o il senso di colpa, cerchiamo di dilatare il tempo e accorciare le distanze, ma dal momento che non è possibile, danneggiamo solo noi stessi.

Corriamo da un luogo all’altro, sottraiamo tempo al sonno, perfino ciò che ci concediamo spesso è fatto a rotta di collo, non vissuto pienamente.

La difficoltà maggiore che le persone sperimentano infatti è quella di non riuscire a separare due termini fondamentali nella gestione del tempo:

urgenza ed importanza.

Per la maggior parte infatti la giornata è vissuta come il susseguirsi di urgenze a cui far fronte, accumulando una quantità sempre maggiore di stress tralasciando tutte quelle cose che ritengono davvero importanti per il proprio benessere.

Tutti noi, del resto, abbiamo a disposizione 24 ore al giorno. Ce lo ricorda una famosissima frase dello scrittore H. Jackson Brown, alla quale dovremmo ripensare un po’ più spesso: “Non dire che non hai abbastanza tempo. Hai esattamente lo stesso numero di ore al giorno che hanno avuto Pasteur, Michelangelo, Madre Teresa, Leonardo da Vinci, Thomas Jefferson e Albert Einstein”.

Il segreto sta nell’utilizzare al meglio le ore a nostra disposizione per non andare incontro a due spiacevolissime sensazioni:

  • sentirsi in colpa per non avere fatto ciò che avremmo dovuto/voluto fare
  • avvertire di aver perso il controllo della nostra vita

L’essenza alla base di una gestione efficace del tempo e della propria vita consiste nell’organizzare e nell’eseguire le attività in base a priorità ben bilanciate.

Le cause di una gestione del tempo insoddisfacente possono essere :

  • l’incapacità di fissare priorità;
  • l’incapacità di organizzarsi intorno alle proprie priorità;
  • la mancanza dell’autodisciplina necessaria per eseguire tali priorità, attenendosi ad esse

E allora proviamo ad imparare a gestire il nostro tempo. Certo, dobbiamo individuare che cosa è importante e poi compiere scelte drastiche.

In questo obiettivo ci può venire in aiuto Stephen Covey, uno dei guru della crescita personale che nel suo libro “Le 7 regole per aver successo” ci offre uno strumento che può fare la differenza: il metodo dei 4 quadranti o “matrice di Covey”.

Considerando le variabili di importanza ed urgenza ogni attività può essere inserita in una delle 4 categorie.

MATRICE DI COVEY 1

Nel primo quadrante si scrivono le cose urgenti ed importanti;

E’ chiamato il quadrante delle “crisi”, ignorandole  sperimentiamo immediatamente delle difficoltà.

Sono scadenze per noi significative e che non possiamo rimandare.

Ad esempio: crisi lavorative che richiedono un nostro intervento immediato,scadenze per lavoro, esami …

Nel secondo quadrante scrivi le cose importanti ma non urgenti;

E’ il quadrante delle “opportunità”.

E’ il quadrante nel quale di solito le persone dedicano minor tempo, ma che porta i maggiori benefici a lungo termine. Trascurandolo ci ritroviamo a percepire una minor capacità di controllo sulle nostre attività, un esempio chiaro è quello riferito al trascurare attività che riguardano la salute o la prevenzione che di solito le persone non scrivono in questo quadrante.

Di solito si riassumono nella frase “lo farò quando avrò più tempo..”

Ad esempio: Corsi di formazione/corso di studi/ aggiornamento, pianificazione di progetti/attività/viaggi a medio –lungo termine, relazioni/ rapporti interpersonali che vogliamo  sviluppare o cui vogliamo dedicare più tempo, salute ed attività fisica

Nel terzo quadrante scrivi le cose urgenti ma non importanti;

E’ chiamato il quadrante dell’”inganno”

A volte questo quadrante è riempito più degli altri quando stiamo dedicando troppo tempo ai compiti che altri ci richiedono trascurando le nostre urgenze e necessità.

Ad esempio: Telefonate/mail non importanti che interrompono quello che  stai facendo, in generale attività richieste da altri nelle quali non vediamo alcun vantaggio ma cha facciamo con urgenza per gli altri

Nel quarto quadrante scrivi le cose non urgenti e non importanti;

E’ chiamato il quadrante delle “sprecoi”

Di solito quando questo quadrante è troppo pieno terminiamo la giornata con un senso di noia e incompiutezza come se avessimo perso tempo.

Ad esempio: Tv , Chat/internet ,lettura, attività che aiutano a svagarci

Dopo aver provato a riempire lo schema prova a vedere quanto tempo dedichi ad attività importanti per il tuo benessere (quadrante 2)…..

Una semplice abitudine per iniziare a migliorare il proprio benessere infatti è quella  dedicare maggior tempo ed attenzione allo sviluppo di attività che ricadono dentro questo unico quadrante.

Se sei in una fase di mancanza di motivazione o confusione riordinare e ri-progettare questa area ti aiuta a sperimentare maggior soddisfazione e minore stress nel quotidiano fornendoti una direzione chiara verso la quale TU ritieni importante andare.

E per finire sdrammatizzando una carinissima storiella trovata nel web che rafforza il concetto che sapere gestire il tempo non significa fare più cose possibili ma fare soprattutto le cose che consentono il raggiungimento dell’obiettivo che ci siamo posti…..

“ … Un giorno un agricoltore disse alla moglie: “domani andrò ad arare il campo ovest”.

 Il mattino successivo uscì per lubrificare il trattore, ma gli mancava l’olio e andò al negozio a procurarselo. Per strada notò che non era stato dato da mangiare ai maiali. Si diresse verso il silos per prendere il granoturco.

Là vide dei sacchi che gli ricordarono che c’era bisogno di mettere le patate a germogliare. Si avviò verso la buca delle patate e per strada scorse il deposito della legna e si ricordò che prima aveva promesso di portarne un po’ a casa.

 Prima però doveva tagliarla e aveva lasciato l’accetta nel pollaio.

 Andando a cercare l’accetta incontrò sua moglie che dava da mangiare alle galline e sorpresa lei gli chiese: “Hai già finito di arare?”

“Finito?” gridò l’agricoltore “Non ho nemmeno cominciato!”….”

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