Vivere imperfetti

imperfezione

“C’è una crepa in ogni cosa. E’ da lì che entra la luce.” Leonard Cohen

Eccoci a Lunedì e al nuovo post con una riflessione che da un po’ di tempo mi gira nella testa, la “perfezione” un argomento spinoso che ho trattato varie volte in questo blog e che mi trovo sempre più spesso a lavorare con i miei clienti. Ideali dell’io impensabili per la nostra natura umana, ma sempre più considerati la meta da raggiungere pena la squalifica totale di se stessi.

Mi chiedo quindi, in che modo la sensazione di avere dei limiti e delle manchevolezze può trasformarsi nel dolore di essere imperfetti? E bada bene uso il verbo Essere e non “avere imperfezioni”, perché questo dolore, mi accorgo sempre più spesso, intacca profondamente la nostra essenza mettendo addirittura in dubbio il diritto ad esistere: “cosa ci faccio su questa terra se non riesco ad Essere Perfetto?”.

Questo pensiero è direttamente proporzionale all’altra grande inquietudine di credersi per questo motivo, ossia l’imperfezione, rifiutati e messi da parte.

Molte volte tutto ciò nasce da un errore di valutazione su quello che suscita la stima e quindi l’accettazione da parte degli altri: si pensa che sarà più facile ottenere il riconoscimento se si è perfetti, brillanti e irreprensibili.

Adler, allievo di Freud, fu uno dei primi a portare allo scoperto il senso di inferiorità insito dentro di noi: “essere umani, equivale a sentirsi inferiori”, scriveva. Per lui gran parte della motivazione che ci spinge ad agire per cercare di avere successo sarebbe dovuta al desiderio di superare questo sentimento di inferiorità.

Secondo l’intensità con cui lo viviamo, questo senso di inferiorità può essere una costante del nostro paesaggio mentale oppure presentarsi solo in determinate situazioni in cui si ha la sensazione di rivelare i propri limiti e punti fragili, come:

  • Perdere ad un gioco
  • Non sapere rispondere ad una domanda
  • Fallire in presenza di altri oppure trovarsi in una situazione in cui si potrebbe fallire
  • Avere meno cultura (laurea, diplomi, conoscenze specifiche …) degli altri, soprattutto se si è, o si crede di essere, gli unici in quella precisa situazione

Quello che amplifica il senso di inferiorità in queste situazioni è il fatto di ritenere che in questi casi non sia normale non sapere e se questo fosse recepito dagli altri ne conseguirebbe un istantaneo rifiuto.

Da qui quindi le strategie di dissimulazione che vanno dall’evitamento, tenendosi rigorosamente in disparte, al far finta di sapere e conoscere cercando di essere brillante ad ogni costo, mettendosi al centro della scena, perché non vengano messe in dubbio le nostre qualifiche.

Lo stratagemma del “far finta” ha però dei costi altissimi sia dal punto di vista emozionale che intellettuale portando solamente ad una sempre più grande sensazione di impostura, percezione già frequentemente provata da chi ha problemi di autostima.

Quel senso di essere un bluff, un due di picche di nessun valore, unito al timore, che in alcuni casi arriva al panico, di essere scoperti e messi a nudo per quello che si è: ossia un zero.

L’impostura che si mette in atto in questi casi non ha come obiettivo voler ingannare gli altri è solo cercare di coprire il grande vuoto che ci abita e che ci fa percepire indegni di stare in mezzo agli altri.

Quando si sceglie la menzogna per gestire i propri complessi e le proprie frustrazioni si è scelta solo apparentemente la strada più facile, in realtà questa decisione si fa ad ogni passo più complessa, colpevolizzante, generando ulteriore insicurezza.

La soluzione per liberarci da questo giogo di bugie sfibranti da alimentare e mantenere è l’autoaffermazione negativa, ossia abituarsi a poco a poco a mostrare le proprie debolezze e i propri limiti, le proprie imperfezioni, senza paura che ce ne derivi un rifiuto irrimediabile.

E’ dire IMPERFETTO è BELLO , è umano è vivo!

“La perfezione è una dea ingessata, noiosa, costosa oltre ogni immaginazione […] Il perfezionismo uccide la creatività, corrode i rapporti interpersonali, distrugge la serenità interiore e scolpisce gli individui in detestabili sagome di cartone […]” *

Impariamo ad accettare le parti di noi inadeguate cercando di allargare lo sguardo, ricordandoci che esse non sono il nostro tutto.

“Il terreno del perfezionismo è quello dei fiori perfetti, uguali, potati regolarmente sempre e comunque allo tesso modo da una mano estranea che si pone come obiettivo solamente la loro morte: raccolti in un bel mazzo avvolto dal cellofan e decorati con un bel fiocco rosso. Il terreno della vita è quello dei fiori spontanei, attaccati alle loro radici, colorati dal sole, dalla luna, dalla pioggia, da vento, dalle forme irregolari ….”*

Affermiamo il diritto di sbagliare, di non sapere; di fermarsi, di cambiare idea, di deludere, di arrivare ad un risultato imperfetto!

 * E.Giusti, O,Caputo – “La Perfetta Imperfezione” – Ed.Sovera

 

 

 

MIO: possesso o identità?

IO SONO MIA

Darò subito una mia personale preferenza, mi piace l’uso del termine se riferito all’identità personale, piuttosto che all’appartenenza. Dunque “mio” non nel senso del possesso, ma dell’identificazione.

Nell’accezione più comune del possesso, l’aggettivo è costantemente, e spesso a ragione, bistrattato e censurato. Non sta bene rimarcare il possesso e questo lo impariamo fin da bambini. E’ quasi sempre considerato dagli adulti un segno di egoismo, di prepotenza e di mancanza di considerazione per gli altri.

Tuttavia non è bene eccedere con le colpevolizzazioni associando al termine solo aspetti egoistici di prevaricazione. Infatti non possiamo dimenticare che, nel corso dello sviluppo evolutivo, l’uso del “mio” risponde soprattutto al bisogno di affermare la propria identità che piano piano emerge nel suo costituirsi come entità autonoma.

E’ quindi, a mio parere, necessario che gli educatori, anche per trasmettere ai bambini dei sani principi di autotutela, insegnino loro a confrontarsi con gli altri arrivando anche a battersi per rivendicare i propri diritti. Ovviamente tutto questo senza che venga meno il reciproco rispetto. Diciamo che potrebbe essere un’educazione all’assertività, caratteristica comunicativa fondamentale per il buon vivere nel pieno riguardo dei propri e altrui bisogni.

Questo perché se noi trasmettiamo ai bambini, riguardo all’uso del “mio”, solo una sorta di avversione che contrasta con il loro naturale istinto di autoaffermazione, faremo crescere individui inibiti e timorosi che faticheranno a riconoscere la loro potenzialità e a trovare uno spazio di libera espressione.

Se andiamo un po’ più a fondo, staccandoci dal mero significato di possesso di cose tangibili, l’uso del “mio” porta con sé una importante familiarità con la propria intimità.

Dentro ciascuno di noi c’è un mondo prezioso da scoprire e vivere, al quale solo noi abbiamo accesso, in cui è tutto rigorosamente “mio”.

E’ uno spazio che va preservato perché è lì che nasce e cresce la nostra autonomia.

L’uso del possessivo, poi, entra prepotentemente di “diritto” nelle relazioni amorose. E questa è una consuetudine che dovrebbe inquietarci, perché rimanda ad una modalità poco sana di intendere i legami.

A mio parere non esiste un’espressione più avvilente di una dichiarazione d’amore che assume la forma di un atto di proprietà: “sei Mio”, “sei Mia”.

Sarebbe bene ribellarci a queste parole, invece di pensare che esse rappresentino l’aspetto più alto di un sentimento d’amore: “per te esisto solo io, per me esisti solo tu”. Senza considerare che in realtà esse esprimono la presa di possesso della nostra individualità, uno scippo ingiustificato a prescindere da ogni sentimento possa esserci sotto.

Ammettiamo pure che, nelle relazioni sentimentali, non sempre il desiderio di “possedere” l’altro sottenda necessariamente ad una logica di potere; a volte a più a che fare con un bisogno di fusione totale, almeno all’inizio. Credo comunque sia importante prestare maggiore attenzione al linguaggio e alle sue implicazioni, per non venire meno al rispetto dell’identità dell’altro.

Al contrario, nell’accezione che preferisco, come ho detto all’inizio, l’aggettivo “mio” contiene un preciso richiamo all’identità e alla responsabilità personale.

In questo caso “Mio” mi identifica, parla di me, mi caratterizza come persona unica. Ha la funzione di delimitare il mio confine, indispensabile per evitare di disperdermi, di confondermi o farmi invadere dall’ambiente circostante così da poter conservare i tratti propri della mia personalità.

“Mio” potrà quindi voler dire: “So chi sono, mi riconosco, mi tengo in considerazione perché conosco il mio valore e la mia unicità”.

Il sottotitolo di tutto questo diventa quindi “abbasso l’omologazione”. Conosciamo tutti l’intensità delle pressioni a cui veniamo sottoposti costantemente dai vari mezzi di comunicazione che dettano precise tendenze e propongono continuamente modelli a cui conformarci per sentirci integrati e “uguali”.

Con questo presupposto, “mio” allora potrà assumere il significato di “non convenzionale”, maggiormente “unico”, proprio di una persona che ha una propensione a differenziarsi per affermare la propria inconfondibile Essenza.

Perciò rivendichiamo pure “mio e di nessun altro”, nel senso migliore del termine!

liberamente tratto da: I.Castoldi “Se bastasse una sola parola” ed. Urra

Sulla “quantità” …..

DONNA IN ACQUA

Siamo tutti ossessionati dalla quantità.

Quanto vale, quanto valgo, quanto mi ami, quanto manca, quanto mi manchi, quanto peso, quanto costa, quanto possiedo, quanto piaccio, quanto mi piace …..mescolando fattori emozionali con questioni pratiche, spesso confondendone i piani.

La quantità è diventata un’attrazione fatale da cui fatichiamo a distoglierci. Sarebbe bene quindi fermarsi un attimo a riflettere su come mai la nostra attenzione sia più delle volte catturata dalla quantità.

Le ragioni possono essere molte: la smania di possesso, il bisogno di controllo, la competizione per il potere etc….

Per quanto ci abbiano da più parti ripetutamente messi in guardia rispetto al rischio di confondere l’Essere con l’Avere, ancora facilmente cadiamo nella trappola. E continuiamo a quantificare, per certificare un possesso che, seppur a torto, ci fa sentire più forti, più importanti, decisamente più sicuri.

Abbiamo la convinzione di valere quanto più possiamo contare su benefici, titoli, proprietà ma anche conferme, riconoscimenti, approvazioni. In un accumulo quasi seriale di “averi” che sembrano non dover bastare mai a rassicurarci.

Puntiamo alla conquista di risultati che dovrebbero servire a dimostrare il nostro successo, la nostra realizzazione e in nome di ciò miriamo a quanto c’è di più appariscente e tangibile.

Sacrifichiamo a volte il nostro benessere fisico per raggiungere quelle vette quantitative, le sole capaci, a nostro avviso, di placare la fame di riconoscimento.

“Sono in quanto ho” e questo in un loop infernale che richiede ogni volta prestazioni migliori per ottenere di più.

Il continuo rincorrere una meta che spostiamo sempre più avanti si inghiotte la soddisfazione per ciò che si raggiunge, mandando sullo sfondo il risultato considerato unicamente nella sua valenza di nuovo inizio e non vissuto per la gratificazione che può portare con sé.

In questa folle corsa, destinata a rimanere tale, l’energia vitale si esaurisce l’ambiente ci invade e la nostra “abilità di risposta” viene meno. Risultato? Il nostro progressivo prosciugarci perdendo sempre più di vista quello che siamo e quello che abbiamo raggiunto.

Questo ossessivo bisogno di quantificare vale naturalmente anche per gli stati emotivi e gli affetti in particolare.

Siamo continuamente alla ricerca di attestazioni che ci convincano dell’intensità dei sentimenti che gli altri nutrono nei nostri confronti.

Nelle relazioni di coppia, sottoponiamo spesso il nostro partner ad assillanti prove d’amore e di fedeltà volte a rassicurarci.

Vogliamo essere sicuri, pensare di avere il controllo delle situazioni. Abbiamo bisogno di domandare “quanto?” nella speranza di poterci assicurare un grado di conoscenza più elevato così da poter gestire le diverse variabili in gioco in qualsiasi circostanza.

Pensiamo che il “sapere” e la “conoscenza” ci diano quel vantaggio necessario a prevenire, per quanto possibile, l’accadere degli eventi anche in quei contesti, come i moti del cuore, in cui i dubbi e le incognite regnano sovrane.

Il “quanto mi ami?” diventa il tormentone non solo della pubblicità ma anche di molte vite di coppia, risultando, il più delle volte, un enigma impossibile da risolvere. Nessuna risposta al quesito può essere davvero convincente, e anche se questo lo sappiamo molto bene, tuttavia non rinunciamo al tentativo di misurare l’amore di cui siamo fatti oggetto da parte degli altri.

Forse a questo punto è necessario riappropriarci della nostra Essenza, quella parte che fa di noi l’essere Unico che siamo e che è Valore a prescindere dal “quanto”.

Quella parte il cui riconoscimento non si può deputare all’esterno; che nasce e cresce nell’accettazione costante e amorevole di noi stessi.

Quella parte che c’è e ci sarà sempre e che non ci lascerà mai soli .

L’Essenza dove risiede la nostra divinità, quel luogo sacro e inviolabile da cui parte la nostra espansione e a cui si ritorna in un ciclo continuo di pieni e vuoti.

E allora e solo allora non avremo più bisogno di quantificare e finalmente potremo dire con il cuore:

Io Valgo ….. in quanto Sono!

” io Valgo perchè esisto, perché vivo, perché respiro, perché sento, perché penso …”

Ricordiamolo sempre: NOI VALIAMO …. Anche se non abbiamo realizzato niente di importante, anche se siamo una frana, anche se siamo l’ultima persona sulla terra.

E guai a chi ci dice il contrario , anche noi stessi …

Essenza e apparenza

rosa tra le mani

Ogni oggetto o essere vivente possiede una natura intrinseca e una manifestazione estrinseca, un’essenza e un’apparenza.

Se prendiamo ad esempio un’automobile, possiamo considerare aspetti della sua interiorità il motore, il telaio, le sospensioni e come aspetti della sua esteriorità la carrozzeria, la linea, il colore.

La linea è importante, ha una sua funzione, però sappiamo che essa incide poco sulle prestazioni della vettura, dipendenti soprattutto da ciò che si trova al suo interno: potenza del motore, qualità delle sospensioni etc.. Non bastano linea aggressiva e vernice rossa per trasformare un’auto qualsiasi in un’auto sportiva; viceversa ci sono auto che dietro un’apparenza da berlina per famiglie nascondono alte prestazioni.

Questo esempio ci dice che l’apparenza è una cosa, l’essenza un’altra.

In un fiore, invece, essenza e apparenza sono coerenti: esso non è diverso da quello che sembra (salvo che nelle piante carnivore) e il suo aspetto esteriore è semplicemente un’espressione della sua natura profonda. Non ha la possibilità di fiorire diversamente da quello che è.

Pensiamo ad una rosa: inizialmente è tutta avviluppata in se stessa e piano, piano si apre, mostrando sempre più forma, colore e profumo, e in questo esprime esattamente la sua natura, che è quella di attirare e accogliere gli insetti, essere fecondata e produrre il frutto e quindi i semi. Non fa niente che non sia già previsto nella sua funzione vitale. In questo caso l’esteriorità è al servizio dell’essenza ed insieme concorrono alla realizzazione del fiore.

“Una rosa è una rosa, è una rosa…” e in effetti non può essere nient’altro che questo; un essere umano invece può apparire in maniera molto diversa da ciò che è dentro.

Un bugiardo può mostrarsi sincero, un ignorante può atteggiarsi a sapiente, un timido può sembrare spavaldo. Insomma, ciò che l’uomo può esprimere all’esterno non corrisponde necessariamente alla sua realtà interiore.

L’essere umano non è l’unica creatura vivente in grado di alterare profondamente il rapporto tra essenza e apparenza: anche alcune piante ed animali lo fanno; egli tuttavia è l’unico che finisce per ingannare se stesso.

Un camaleonte sa benissimo, in ogni momento, chi è: anche quando si trasforma e sembra una pietra, sa di essere un camaleonte, e lo stesso vale per la pianta carnivora; l’uomo invece, a forza di mentire agli altri, finisce per ingannare se stesso e scordarsi chi è, identificandosi con il personaggio che si è costruito.

Siamo talmente abituati a recitare che non ci sembra più nemmeno di farlo e diciamo a noi stessi:” Questa sono io”; mentre invece dovremmo dire: “Questa è la maschera che indosso da così tanto tempo da identificarmi con essa”.

Il problema del falso sé non è di natura etica, e non va stigmatizzato il fatto che si menta ad altre persone, che si indossino maschere volte a ingannarle sulla nostra reale natura.

In un ambiente rigido, autoritario, aggressivo, mentire è lecito, specie per un bambino che non ha il potere e le competenze per contestare le regole stabilite dagli adulti. Nello stesso modo è funzionale indossare maschere e corazze per proteggersi dall’aggressività e insensibilità altrui.

Il vero problema sta nel fatto che a forza di indossare queste maschere ci dimentichiamo chi siamo veramente, illudendoci di essere quel personaggio, o quella compagnia di personaggi, che ci siamo creati nell’infanzia o nell’adolescenza, finendo quindi per ingannare persino noi stessi.

Anche se al giorno d’oggi l’autenticità, la spontaneità e la sincerità sono considerate da molti valori di grande rilevanza da ricercare sopra tutto, la cultura dominante è stata fino a poco tempo fa di ben altro avviso.

Non dobbiamo dimenticare infatti che proveniamo da una tradizione essenzialmente patriarcale e autoritaria, che preferiva l’uniformità all’autenticità, l’obbedienza alla spontaneità, l’ipocrisia alla sincerità; importava molto di più “che cosa eri” piuttosto che “chi eri”. Le persone comunicavano quasi esclusivamente da ruolo a ruolo, da maschera a maschera senza nulla esprimere della propria essenza. Si istruivano i bambini fin da piccoli a comportarsi secondo determinati clichè, a dissimulare, a recitare parti e copioni perfino nei rapporti più intimi: genitori-figli, mogli-mariti  …

E anche se questo sistema di convenzioni comunicative basate sull’ipocrisia e l’apparenza è stato via, via messo in discussione e poi in parte scardinato; tuttavia si è creato un sistema sostitutivo e al vecchio conformismo ha fatto seguito un nuovo conformismo di cui la globalizzazione forse ne è l’emblema.

Siamo usciti da un sistema prestabilito di convenzioni per entrare in un sistema di nuovi simboli, forse più creativi ma altrettanto prestabiliti e vacui.

Questo perché è stato messo in discussione il meccanismo sociale esteriore che promuoveva il mascheramento, ma non sono state scalfite le motivazioni interiori cha portano a mascherarsi perdendo il contatto con le nostre più intime aspirazioni, con quel nucleo dell’essere che ci contraddistingue da tutti gli altri esseri viventi rendendoci unici.

Non è facile liberarsi di abitudini sociali vecchie di secoli, anche perché la tendenza a mascherarsi non dipende solo dal perpetuarsi di certi modelli culturali, ma deriva anche dalla naturale tendenza a ricercare il piacere e sfuggire il dolore, che in termini di interazione sociale significa ricercare l’amore e l’approvazione degli altri ed evitarne la riprovazione e l’aggressione. La motivazione psicologica che ci spinge, fin dall’infanzia, a comunicare in modo controllato, artefatto è proprio quella di ottenere considerazione e accettazione da parte degli altri, proteggendo al contempo la nostra vulnerabilità.

Ri-allinearsi sulla traccia della propria Essenza …..

ESSENZA

“Tutti hanno, intrappolata dentro di sé, dell’energia. Il fatto è che non siamo molto bravi a tirarla fuori.” Bill Bryson

Un’immensa fonte di energia e di ispirazione sgorga spontaneamente quando siamo in contatto con la nostra Essenza. Questa Essenza possiamo paragonarla ad un seme, unico nelle sue potenzialità. La vita è paragonabile al percorso che il seme compie, nel suo processo di crescita, fino diventare la pianta di cui porta il codice genetico.

Ri-allinearsi sulla traccia della propria Essenza permette di puntare nella propria direzione, attraverso il labirinto delle tante identità ideali che le persone, l’ambiente e il nostro “Critico interiore” creano per noi.

Una bussola preziosa che può aiutarci a trovare l’orientamento è costituita dall’entusiasmo che un vero desiderio genera.

Un buon esempio di energia creativa spontanea sono i bambini molto piccoli. Inarrestabili nel loro desiderio di giocare, scoprire, muoversi, conoscere, ridere, espandersi. Altro buon esempio è l’innamoramento, sia esso per una persona, un’attività, un’idea o un progetto. All’istante torniamo bambini, dentro di noi scoppia la voglia di occuparci senza limiti di tempo di quello che amiamo, senza condizioni, senza chiedere se sia possibile. Diventiamo il  nostro desiderio!

Non è detto che un desiderio sia sempre realizzabile, giusto o che sia la cosa migliore per noi. Però la qualità dell’energia che da esso erompe è preziosa e, se arriva a parlare al nostro cuore, significa che comunque quel desiderio ci sta allargando, motivando, rimettendo in pista.

Proviamo ora a chiederci: quanto entusiasmo c’è in noi? quanto desiderio di far parlare la nostra Essenza? Cosa interferisce con lo sgorgare libero dell’energia vitale, cosa l’assorbe e la disperde?

Tre principalmente sono i grandi dissipatori di energia:

  1. Vecchi bisogni infantili che non sono stati sufficientemente esauditi
  2. Le immagini ideali che abbiamo costruito per noi
  3. Le convinzioni su noi stessi e il mondo basate su immagini distorte e convinzioni limitanti.

Proviamo a guardarli più da vicino.

Bisogni infantili frustrati.

Il bambino ha un enorme bisogno di tutto: arriva da un mondo più confortevole di quello quotidiano, in cui il calore, il nutrimento, la simbiosi sono realtà in atto. La nascita dà inizio ad un percorso di individuazione faticoso e frastagliato in cui la dipendenza dall’ambiente esterno è , almeno al principio, totale.

Malgrado l’intensità della dedizione che genitori o ambiente possano aver prodigato, qualche bisogno legittimo resta comunque insoddisfatto. Essere curato, accudito, protetto, incoraggiato, ricevere attenzione, apprezzamento per la propria unicità, sono necessità autentiche  che, se disattese a causa della struttura stessa del rapporto con uno o entrambi i genitori, o per condizioni ambientali oggettive, possono generare a livello inconscio un bisogno coatto di ricevere soddisfazione in età adulta, spostando su figure analoghe questa richiesta.

Questo processo è facilmente individuabile in quelle aree della vita in cui ogni sforzo per ottenere qualcosa a cui si aspira finisce prima o poi nel risolversi con una frustrazione.

In questo caso l’energia vitale viene assorbita da imprese che hanno lo scopo di riuscire laddove si è fallito durante l’infanzia, forzando la vita a darci quello che non abbiamo ricevuto. Sostituiamo persone e situazioni originarie con dei surrogati che hanno una matrice simile, o la ricreiamo anche dove non c’è, reinterpretando la realtà a modo nostro. Vincere è impossibile, proprio perché si scelgono e si ricreano le condizioni della sconfitta originaria, da un livello completamente inconsapevole.

Le false identità e l’immagine ideale.

Altro dissipatore energetico che risucchia la nostra energia, simile ad un buco nero che tutto assorbe è l’immagine ideale, una costruzione inconscia formata dalla somma delle definizioni altrui su come dobbiamo e ci è vietato essere, per meritare di vivere e possedere un valore personale.

Cresciamo, in genere, con l’idea di non essere abbastanza buoni da essere amati per ciò che siamo. Ci creiamo, perciò, un’immagine di come dovremmo essere e, disperatamente cerchiamo di esserne all’altezza Per fare questo utilizziamo una massa preponderante della nostra energia indirizzandola spesso in una direzione addirittura opposta alla nostra Essenza.

Le immagini distorte o convinzioni limitanti.

Si tratta di ragionamenti strategici, formatisi nella primissima infanzia in modo istintivo, e poi applicati in maniera inconsapevole ed automatica in situazioni anche molto diverse, ma erroneamente associate alle situazioni originarie.

Esse guidano in modo istintivo il nostro comportamento e diventano lentamente la nostra modalità per estrarre energia dalla vita.

Queste convinzioni diventano come un copione da commedia dell’arte, maschere che l’individuo usa senza averne coscienza. Sono trappole che, in cambio di una modesta sicurezza di ruolo, limitano la visuale, sviando dai veri bisogni.

La soluzione? Proviamo ad uscire dagli schemi, allarghiamo il nostro “recinto”, da una parte riconoscendo i nostri automatismi a tutti i livelli: fisico, emotivo, mentale; in secondo luogo, imparando ad usare al meglio la nostra energia nella direzione della conoscenza e della realizzazione della nostra Essenza, la nostra parte più vera e profonda …. accettiamoci …. e manifestiamo per quello che siamo! …

La lezione del dolore

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Illustrazione di Amanda Cass “Broken doll”

Siamo una razza geniale. Davvero lo siamo.

La mente umana è fantastica e terribile allo stesso tempo. Le nostre menti hanno creato tante grandi cose su questa terra, ma sono anche capaci di grandi oscurità.

Il dolore fa parte della vita ed è assolutamente inevitabile.

Prima o poi nel cammino della nostra esistenza qualcosa ci colpisce, ci ferma, ci fa male. Questo a prescindere dalle nostre condizioni di vita e dalla nostra consapevolezza.

Il dolore appartiene a quella sfera di eventi che l’Universo ha previsto per noi e che spesso ci risultano misteriosi, ma che hanno comunque un senso nell’ambito del disegno più grande.

Talvolta a causa della nostra mente limitata tendiamo a vedere questi momenti come negativi, orribili, opera di qualche malefico complotto.

A volte, in verità, possono essere davvero pesanti; ciò che ci fa male, ci fa male. Ma se il dolore è inevitabile un certo tipo di sofferenza è evitabile.

Ricordiamoci che noi possiamo scegliere sempre!

Possiamo scegliere di restare paralizzati nella sofferenza rimanendoci invischiati per chissà quanto tempo, logorandoci, stando male, uscendone alla fine malconci e senza forze.

Oppure possiamo ricordarci che pur provando quello che stiamo provando, abbiamo la possibilità di far sì che gli eventi e le circostanze non ci definiscano tenendoci bloccati.

Ciò non comporta smettere di sentire dolore, ma significa poterlo accettare e riuscire, rispettando i nostri tempi, a trasformare la sofferenza scoprendo il meccanismo che ci porta a soffrire.

E siamo sempre allo stesso punto: diventare sempre più consapevoli della nostra più intima essenza. Solo in questo modo potremo rispondere al perchè il dolore faccia parte della vita.

La vita non è mai casuale, ogni cosa ha un senso ben preciso, a volte di non subitanea comprensione, ma nulla succede per caso.

Molto spesso quando ci accade qualcosa di doloroso e difficile opponiamo una strenua resistenza, non la vogliamo proprio quella cosa nella nostra vita. Rifiutiamo che debba succedere proprio a noi, pensiamo di non meritarlo.

Lottiamo con tutti noi stessi per allontanare il problema e con esso il dolore che questo comporta. Ma il risultato, il più delle volte, è rimanerci ancora più invischiati.

Se, al contrario, permettiamo alla parte più profonda di noi, a ciò che possiamo chiamare la nostra anima, a prendere fiato, abituandoci a stare in contatto, facendole spazio, ecco che tutta quella sofferenza comincia a darci delle risposte.

Ecco che cominciano ad arrivare delle soluzioni.

Energie inaspettate arrivano a sostenerci.

Apprendiamo la lezione contenuta nel dolore e da lì possiamo ripartire per procedere nel nostro cammino di espansione e crescita.

La vita si evolve costantemente e la nostra non fa eccezione.

Detta così potrebbe essere più facile imparare a seguire il flusso della vita.

Quando tentiamo di aggrapparci per paura di cadere, fallire, soffrire è proprio la volta che veniamo trascinati dalla corrente.

Il dolore si manifesta lungo il tragitto, abbiamo, però, gli strumenti necessari per riprenderci dalla sofferenza.

Se rifiutiamo di credere all’importanza del riconoscimento e dell’ascolto attento di quella parte profonda di noi, allora la sofferenza avrà il sopravvento.

E per sofferenza intendo anche fatica, sforzo, stanchezza, paralisi, apatia.

Pensiamo al nostro corpo, un piccolo Universo a nostra disposizione che anche quando siamo fermi e non sappiamo cosa fare, continua a trasformarsi, riciclarsi, evolversi, esattamente come la vita.

Qualsiasi condizione noi stiamo vivendo, l’essenza della vita non si ferma mai.

Le cose succedono e noi cosa possiamo fare?

Se restiamo fermi ad osservare solo la realtà che ci circonda perdiamo di vista il disegno più grande; e in quell’osservare soffriamo per quello che vediamo.

Proviamo a spostare lo sguardo verso l’interno. Quello che è là fuori è decisamente più piccolo di quello che c’è dentro di noi ed è qui che possiamo scegliere.

La nostra vita evolve in base alle scelte che facciamo consapevolmente e inconsapevolmente.

Invece di resistere o vivere la vita come una serie di eventi casuali, potremo provare ad entrare dentro di noi e scegliere di vivere secondo quella visione. La nostra unica e irripetibile essenza.

In questo modo non ci sarà sforzo né resistenza, perché saremo consapevoli che ogni cosa ci può condurre al risultato migliore per noi.

E giorno dopo giorno inizieremo a vedere in che modo e perché le cose sono andate proprio in quella maniera.

Quando quello che ci fa male acquista un senso, pur stando nel dolore possiamo vedere che là avanti, là in fondo, comunque c’è luce e improvvisamente cominceremo a sentirci diversamente rispetto a quell’esperienza.

E’ qui che il dolore diventa saggezza ed è qui che inizia la ricostruzione. Ed è qui che diventiamo interi.

Chi di noi non si è mai sentito a pezzi? Chi di noi non ha mai provato la sensazione di essere distrutto?

Ci riduciamo in migliaia di frammenti quando viviamo solo fuori di noi, quando ci ostiniamo a confrontarci solo con il mondo che ci circonda. Questo non vuol dire smettere di considerare il mondo circostante, bensì che l’inizio di ogni esperienza è dentro di noi e il ritorno è sempre dentro di noi.

In questa dimensione il dolore è quello che è necessario che sia: un passo avanti verso chi siamo, nella nostra essenza più vera e profonda.

E con ciò non voglio neanche dire che il dolore è auspicabile; non dimentichiamoci, però, quanto il dolore ci fa crescere, quanto ci permetta di conoscerci.

E’ vero a volte ci fa a pezzi, ma sempre per ricostruirci più forti e questa è una grande fonte di energia. E l’energia per raggiungere l’altra sponda è proprio quello che serve per arrivarci.

Quando il dolore bussa alla nostra porta, facciamo che sia la nostra essenza ad aprire, se ci affidiamo a lei, se crediamo in lei, saprà portarci verso la luce.

Ricordiamoci che il dolore stesso è la nostra anima che cercava di chiamarci a gran voce.

Ed è proprio da dentro noi stessi che, se non potremo governare il vento, potremo governare le vele.

Liberametne tratto da: B.Pozzo – La vita che sei –

 

Esprimere il potenziale

POTENZIALE

Diversi insegnamenti indicano che l’essere umano è costituito da un nucleo centrale, la sua parte “essenziale”, che è stato chiamato Anima, Io profondo, Sé. Questo nucleo contiene in potenza ed è la fonte di tutto ciò che l’essere umano andrà esprimendo nella sua vita. È la nostra ESSENZA.

Molti hanno cercato di descrivere questa essenza. Le descrizioni sono sempre approssimative: “ un dito che indica la luna, ma non la luna stessa”. Possono però aiutarci ad intuire la presenza della nostra essenza, a percepire che è sempre lì, che non dobbiamo costruirla ma ri-conoscerla, perché è ciò che siamo profondamente.

Una di queste descrizioni, che a me è piaciuta molto,  indica le tre qualità fondamentali della vita in ogni sua manifestazione: intelligenza, affettività ed energia ( A.Blay => psicologia dell’autorealizzazione) . Ogni essere umano è formato da queste tre energie , a livello fisico come a livello psichico e spirituale. La nostra essenza, il nostro essere è costituito da tre centri che in realtà formano un’unità.

Dal nostro centro di affettività proviene tutta la capacità di sentire: empatia, allegria, compassione, ma anche la coscienza della bellezza e soprattutto la coscienza dell’unità della vita. E’ questa percezione di unità che calma l’angoscia di separazione e di isolamento, quell’emozione che sperimentiamo proprio quando viviamo lontani dalla nostra essenza.

Dal nostro centro di intelligenza provengono tutti i processi del pensare, analizzare, comprendere. E’ un’espressione della nostra intelligenza tutto ciò che riguarda la conoscenza, il potere di osservare, di elaborare dati, di scoprire le relazioni tra le cose, l’insight e l’intuizione. Il contatto con questo aspetto della nostra essenza risveglia e calma la sete di sapere chi siamo profondamente, il senso dell’esistenza.

Dal nostro centro di energia derivano tutti i processi relativi a forza, costanza, sicurezza, vitalità, e anche solidità e stabilità. Il contatto con questo centro calma la sensazione di essere come una foglia al vento insicuri e impotenti.

Guardiamo quindi l’essere umano come un’asse con tre qualità fondamentali che formano il suo potenziale essenziale e che si esprimono in ogni atto della sua vita. E’ qualcosa che ci appartiene dalla nascita e che siamo invitati a sviluppare e ad esprimere. Lo sviluppo di queste qualità costituiscono il nostro modo di essere e di stare nel mondo: viviamo esprimendo comunque, che ne siamo consapevoli o meno, la nostra essenza.

Tutto quanto esprimiamo è parte di essa, viene da essa, è essa stessa, lo stesso Sé che si manifesta.

Detto questo possiamo chiederci come mai l’essere umano esprima così poco della sua essenza; emerge qui la nozione di “falsa personalità” o “velo”, una maschera che copre e nasconde l’io profondo e che ci fa credere che noi non siamo quello che siamo – l’essenza – e che siamo quello che non siamo – la falsa personalità.

Forse, quindi il senso dell’esistenza è il dis-velare quello che è velato e ce lo insegna la scuola della vita attraverso le sue esperienze, se riusciamo a imparare da esse.

Lo sviluppo delle qualità non è garantito dallo scorrere del tempo. Solo se la persona matura questo potenziale potrà emergere sempre di più e meglio.

Evolversi o svilupparsi significa quindi poter individualizzarci e manifestare aspetti ogni volta più ricchi e luminosi: un’intelligenza più chiara; un amore più aperto; un’energia più solida.

Quando esprimiamo il nostro potenziale, cresciamo non solo oggettivamente, nel senso che sviluppiamo maggiori abilità, ma anche soggettivamente, in quanto diventiamo più coscienti di noi stessi. Esprimere il nostro potenziali in modo creativo ci fa scoprire che Siamo, che esistiamo; e così cresce in noi un senso interiore di presenza. E nel momento in cui ci sentiremo più centrati nella nostra essenza, copriremo uno stato di pace e di libertà più profondo e ci accorgeremo di non dipendere dalla contingenza delle situazioni concrete. Potremo vivere situazioni sgradevoli o dolorose, ma lo faremo sotto un segno di accettazione e di interezza.

Voglio terminare con un piccolo racconto che più di mille spiegazioni teoriche illustra la differenza che esiste tra il vivere con Presenza ed esistere senza questa coscienza di Essere.

“ Un forestiero arriva in un paese e mentre visita il cimitero resta colpito dalla lapidi: “… visse 3 anni e 10 mesi”, “ visse 4 anni e 3 giorni”, “visse 2 anni, 3 mesi e 14 giorni”. Osserva che tutte le tombe riportano periodi di tempo simili. Viene colto da una profonda compassione per la perdita prematura di così tante vite, perciò chiede al custode, una persona anziana dalla lunga barba: “Cosa è successo? Che disgrazia è capitata che sono morti così tanti bambini?” L’anziano risponde: “No, nessun bambino; qui siamo tutti longevi; è che abbiamo una tradizione: quando nasciamo, ci viene dato un quaderno nel quale annotiamo i momenti nei quali siamo stati realmente Presenti nella nostra vita, perché solo quando siamo Presenti è Vita. Nelle lapidi viene perciò segnato solo il tempo realmente vissuto dalla persona”.

Dall’essenza alla personalità

personalità

Studi e ricerche in ambito psicologico e sociologico hanno messo in evidenza come la personalità di ciascun individuo sia il prodotto di almeno due distinti fattori: la predisposizione innata o potenzialità da una parte e le stimolazioni, pressioni o inibizioni che il soggetto subisce nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza da parte dell’ambiente familiare e sociale in cui vive.

Da ciò si è visto che un ambiente familiare e sociale consapevole e accogliente produrrebbe stimolazioni che faciliterebbero lo sviluppo delle potenzialità, di cui la persona è dotata dalla nascita, portando alla strutturazione di una personalità sana, forte ed elastica e soprattutto coerente con il vero sé .

Al contrario, invece, se il contesto familiare e sociale trascura di prendersi un’adeguata e amorevole cura dei piccoli ed è inoltre incline ad abusare del proprio potere non rispettando le particolarità individuali, allora produrrà più proibizioni che stimolazioni evolutive esigendo comportamenti ipocriti e compiacenti che non corrisponderanno al sentire interiore. Il risultato, quindi, sarà una inibizione e distorsione delle potenzialità della persona che porterà ad una personalità rigida, disarmonica e soprattutto lontana dal vero sé e per molti aspetti in continuo conflitto con esso.

Dato che la società e la cultura da cui proveniamo è stata per secoli improntata ad approcci educativi rigidi ed autoritari, non ci dobbiamo sorprendere se la quasi totalità delle persone ha strutturato una personalità più vicina al secondo tipo, ossia del falso sé. Anche se nella nostra epoca le cose sono in parte cambiate, non si deve dimenticare che fino a pochi decenni fa i genitori davano poco amore e considerazione ai figli che erano invece portatori di molti doveri e quasi nessun diritto. L’educazione a cui i bambini erano soggetti era molto severa, autoritaria e repressiva; la cultura dominante dava poco valore all’affettività e chiedeva ai figli obbedienza totale.

Dobbiamo aspettare la prima metà del novecento perché qualcosa cambi. Grazie all’avvento dei nuovi valori portati avanti della cultura degli anni Sessanta i modelli autoritari sono stati messi in discussione, passando però, in molti casi, all’estremo opposto, ossia ad un permissivismo eccessivo che porta con sé altrettanti problemi. La mancanza di confini e contenimento unita ad una educazione troppo permissiva fa sentire i bambini abbandonati a se stessi amplificando le loro ansie e paure.

Ogni eccesso è deleterio: se ci si sente non amati quando siamo oggetto di comportamenti autoritari e severi, ci si sente altrettanto non amati e abbandonati a se stessi in caso di estrema permissività. La risposta giusta è sempre nel mezzo; è necessario, quindi, trovare un punto di incontro tra autorità e permissività.

Ecco perché, pur essendo migliorate le condizioni sociali e culturali, le persone continuano a costruirsi maschere e personaggi e ad identificarsi in un’idea di se stesse lontana dalla loro vera essenza.

Mentre i nostri progenitori erano per lo più ignoranti riguardo la loro vera natura e la possibilità di risvegliarla, oggi molte persone sono sveglie anche se inibite a fare quel salto di qualità per vivere pienamente la loro vita in accordo con la loro essenza. Da una parte avvertono la spinta interiore che le porta ad intraprendere un qualche percorso di autoconoscenza e consapevolezza, dall’altra sono costantemente soggetti a conflitti interiori fra queste spinte evolutive e le spinte involutive generate dal falso sé e rinforzate dalla società .

Il processo che porta alla formazione della nostra personalità inizia dall’infanzia, ed è da lì che l’incontro con il contesto familiare può diventare di supporto allo sviluppo di un sé in linea con le nostre potenzialità; oppure può trasformarsi in uno scontro che ci porta verso la costruzione di un falso sé.

L’infanzia è quel periodo della vita contrassegnato da gioco e spensieratezza ma anche da ansie e paure. Da bambini siamo deboli e indifesi, abbiamo un grande bisogno di cure e amore per sopravvivere, di attenzione e riconoscimento ed è soprattutto dai genitori che dipende il nostro benessere fisico e psicologico; con loro vorremmo trascorrere gran parte del nostro tempo; essi sono le nostre divinità indiscusse. Purtroppo la maggior parte dei genitori è lontana dall’avere le conoscenze e la sensibilità per essere all’altezza di questo compito così totalizzante. Nella maggior parte dei casi devono lavorare e non possono, e a volte non vogliono, dedicarci tutto il tempo che vorremmo e anche quando sono con noi non riescono a darci tutto quell’amore a cui aneliamo. Spesso non riescono perché non ne sono capaci, anche loro vittime di poco amore non hanno imparato ad aprire il loro cuore.

Per non parlare poi di quei genitori che trascurano i loro figli lasciandoli al loro destino, oppure li picchiano o li prevaricano in vari modi, dicendo anche che lo fanno per il loro bene.

Ecco quindi che è gioco forza proteggersi, difendersi a scapito della nostra vera essenza che viene relegata sullo sfondo. Si inizia ad indossare la maschera del falso sé che coprirà la nostra personalità.

Quello che conta ai fini di un sano e felice sviluppo del bambino non sono le intenzioni ma l’amore che egli riceve in termini concreti di accudimento dei suoi bisogni, di contatto fisico, di sorrisi, di abbracci, di accettazione e riconoscimento. Ed è da questo contenimento incondizionato che si svilupperà quella base sicura da cui partire per erigere le fondamenta della nostra personalità in linea con la nostra essenza.

Come scrive magistralmente Peter Schellembam nel suo libro “La ferita dei non amati”: “per quanto cerchiamo di negare o immaginare che noi non siamo stati feriti, la verità è che tutti noi portiamo delle cicatrici e nel cuore riconosciamo segretamente che la nostra vita è una sinfonia di note meravigliose e dolorose insieme: siamo stati amati abbastanza da riuscire a sopravvivere, ma non abbastanza da sentirci integri”

Ovviamente ci sono differenze tra una situazione e l’altra, ma tutti, chi più chi meno, abbiamo sofferto di queste ferite affettive.

Amare incondizionatamente un figlio (lo vedremo nel prossimo post) non significa solo prendersene cura, non fargli mancare nulla, non picchiarlo e coprirlo di baci e abbracci; certo questo è moltissimo ma c’è dell’altro: amarlo significa anche accettarlo e apprezzarlo per quello che è, solo così egli potrà sviluppare con autenticità ciò per cui è nato … se stesso!

Recupera ciò che è tuo

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…. Vibra nel tuo sentire, ascoltati di più, come una corda tesa, morbidamente tesa… fatti portare dove tu sai in ogni istante, senza tenere in mano nessuna briglia …

Riporta a casa la tua natura, se l’hai venduta puoi ricomprarla, se l’hai affittata portala via da quell’inquilino che vive in te ma che non sei tu ….

Viaggia lontano dall’abitudine, non puoi aiutarti a ri-trovare quello che giace da risvegliare … rompi uno schema … lasciati andare ….

Tutto quello che sei stata e che hai dimenticato, tutte le prove che hai giocato nella vita, interessi abbandonati e talenti sotterrati sono qui per te.

Accogli quello che sei stata, anche se lo hai lasciato chissà dove è ancora te, se tu vuoi.

Non gettare via tutto il passato, lasciati alle spalle tutto quanto ora è scaduto, ma tra i tuoi talenti c’è un filo rosso che puoi ora tirare per scoprire cosa c’è.

Se hai smesso di dipingere, di scrivere o cantare …. Se non danzi più da tempo o non ricordi come si fa una cosa che tu amavi un tempo …. dai … E’ ora di ricordare e di raccogliere quello che ancora ti risuona dentro. Avrà in sé un suono, non chiederti perché, prova a riattivarlo …..

E’ bello sapere che ogni sfumatura è parte di vita.

Hai tagliato tutto quello che non ti serve più … se qualcosa riemerge dal tuo mare e se lo senti che ancora risuonare dentro di te … quello non tagliarlo, non buttarlo via…

E’ bello riscoprire un vecchio album disegnato, una canzone che a lungo avevi ricantato, quella melodia danzata notte e giorno allora ….

La tua forza è in quella musica che ti fa piangere, perché no? In quella canzone che risveglia la tua voglia, la tua sensualità persa da tempo e poi ritrovata, il bisogno spasmodico di afferrare la consistenza di quello che provi. Di tenerla stretta tra le mani e di non lasciarla fuggire.

La tua forza è in queste tue lacrime e nella tua risata che scuote tutto l’universo con te. Mentre piangi, mentre ridi, vivi tutto con intensità. E porti in questo tuo presente le tracce del passato, di quello più vicino ma anche di quello più lontano, non per rifugiarti in una nicchia finta ma per portare qui e ora quello che ancora ti appartiene.

Rimani nel tuo sentire e vivi ogni tuo tormento e ogni tua eccitazione come parti VIVE di te …

Ogni lacrima si porta via strati di ghiaccio, ogni tua risata ti rifrulla tutto e ti riporta in vita oltre il ghiaccio che ancora ti è restato attaccato addosso.

Riprendi la tua forza e rimani nella delicatezza del tuo sentire …..

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Liberamente tratto da:

S.Garavaglia – “365 pensieri per l’anima” – Ed.tecniche nuove

Ri-allinearsi sulla traccia della propria Essenza …..

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Un’immensa fonte di energia e di ispirazione sgorga spontaneamente quando siamo in contatto con la nostra Essenza. Questa Essenza possiamo paragonarla ad un seme, unico nelle sue potenzialità. La vita è paragonabile al percorso che il seme compie, nel suo processo di crescita, fino diventare la pianta di cui porta il codice genetico.

Ri-allinearsi sulla traccia della propria Essenza permette di puntare nella propria direzione, attraverso il labirinto delle tante identità ideali che le persone, l’ambiente e il nostro “Critico interiore” creano per noi.

Una bussola preziosa che può aiutarci a trovare l’orientamento è costituita dall’entusiasmo che un vero desiderio genera.

Un buon esempio di energia creativa spontanea sono i bambini molto piccoli. Inarrestabili nel loro desiderio di giocare, scoprire, muoversi, conoscere, ridere, espandersi. Altro buon esempio è l’innamoramento, sia esso per una persona, un’attività, un’idea o un progetto. All’istante torniamo bambini, dentro di noi scoppia la voglia di occuparci senza limiti di tempo di quello che amiamo, senza condizioni, senza chiedere se sia possibile. Diventiamo il  nostro desiderio!

Non è detto che un desiderio sia sempre realizzabile, giusto o che sia la cosa migliore per noi. Però la qualità dell’energia che da esso erompe è preziosa e, se arriva a parlare al nostro cuore, significa che comunque quel desiderio ci sta allargando, motivando, rimettendo in pista.

Proviamo ora a chiederci: quanto entusiasmo c’è in noi? quanto desiderio di far parlare la nostra Essenza? Cosa interferisce con lo sgorgare libero dell’energia vitale, cosa l’assorbe e la disperde?

Tre principalmente sono i grandi dissipatori di energia:

  1. Vecchi bisogni infantili che non sono stati sufficientemente esauditi
  2. Le immagini ideali che abbiamo costruito per noi
  3. Le convinzioni su noi stessi e il mondo basate su immagini distorte e convinzioni limitanti.

Proviamo a guardarli più da vicino.

Bisogni infantili frustrati.

Il bambino ha un enorme bisogno di tutto: arriva da un mondo più confortevole di quello quotidiano, in cui il calore, il nutrimento, la simbiosi sono realtà in atto. La nascita dà inizio ad un percorso di individuazione faticoso e frastagliato in cui la dipendenza dall’ambiente esterno è , almeno al principio, totale.

Malgrado l’intensità della dedizione che genitori o ambiente possano aver prodigato, qualche bisogno legittimo resta comunque insoddisfatto. Essere curato, accudito, protetto, incoraggiato, ricevere attenzione, apprezzamento per la propria unicità, sono necessità autentiche  che, se disattese a causa della struttura stessa del rapporto con uno o entrambi i genitori, o per condizioni ambientali oggettive, possono generare a livello inconscio un bisogno coatto di ricevere soddisfazione in età adulta, spostando su figure analoghe questa richiesta.

Questo processo è facilmente individuabile in quelle aree della vita in cui ogni sforzo per ottenere qualcosa a cui si aspira finisce prima o poi nel risolversi con una frustrazione.

In questo caso l’energia vitale viene assorbita da imprese che hanno lo scopo di riuscire laddove si è fallito durante l’infanzia, forzando la vita a darci quello che non abbiamo ricevuto. Sostituiamo persone e situazioni originarie con dei surrogati che hanno una matrice simile, o la ricreiamo anche dove non c’è, reinterpretando la realtà a modo nostro. Vincere è impossibile, proprio perché si scelgono e si ricreano le condizioni della sconfitta originaria, da un livello completamente inconsapevole.

Le false identità e l’immagine ideale.

Altro dissipatore energetico che risucchia la nostra energia, simile ad un buco nero che tutto assorbe è l’immagine ideale, una costruzione inconscia formata dalla somma delle definizioni altrui su come dobbiamo e ci è vietato essere, per meritare di vivere e possedere un valore personale.

Cresciamo, in genere, con l’idea di non essere abbastanza buoni da essere amati per ciò che siamo. Ci creiamo, perciò, un’immagine di come dovremmo essere e, disperatamente cerchiamo di esserne all’altezza Per fare questo utilizziamo una massa preponderante della nostra energia indirizzandola spesso in una direzione addirittura opposta alla nostra Essenza.

Le immagini distorte o convinzioni limitanti.

Si tratta di ragionamenti strategici, formatisi nella primissima infanzia in modo istintivo, e poi applicati in maniera inconsapevole ed automatica in situazioni anche molto diverse, ma erroneamente associate alle situazioni originarie.

Esse guidano in modo istintivo il nostro comportamento e diventano lentamente la nostra modalità per estrarre energia dalla vita.

Queste convinzioni diventano come un copione da commedia dell’arte, maschere che l’individuo usa senza averne coscienza. Sono trappole che, in cambio di una modesta sicurezza di ruolo, limitano la visuale, sviando dai veri bisogni.

La soluzione???? Proviamo ad uscire dagli schemi, allarghiamo il nostro “recinto”, da una parte riconoscendo i nostri automatismi a tutti i livelli: fisico, emotivo, mentale; in secondo luogo, imparando ad usare al meglio la nostra energia nella direzione della conoscenza e della realizzazione della nostra Essenza, la nostra parte più vera e profonda …. accettiamoci …. e manifestiamo per quello che siamo! …

” se sei, se veramente sei, allora puoi credere,

se credi fai, e se fai hai …” C.Belotti