Ri-parto da me …..

margherita

Ben Ri-Trovati …..

Settembre mese di ritorni … rimettersi in moto e riprendere la propria vita  , tanti progetti nuovi nella testa fatti sull’onda del riposo vacanziero , riusciremo a portarli a termine o verremo nuovamente risucchiati dal vortice di impegni , tutti assolutamente prioritari, che sembra caratterizzare tutti indistintamente???

E se quest’anno fosse diverso ??? Se cercassimo di “prevenire” invece di “curare”, rendendoci attivamente artefici del nostro ben-essere???

Se ci pensiamo bene , in fondo, basta poco : un po’ di organizzazione, e la ferma convinzione che il nostro star bene oltre che a noi giova anche a chi ci sta intorno.

Ecco quindi una super offerta, valida per tutto il mese di Settembre in presenza o se non abiti a Roma su Skype, di “rimessa in forma” per ripartire alla grande!

RIPARTODAME

Un micro percorso per ottimizzare le nostre risorse focalizzandole su obiettivi reali pianificando le priorità per riuscire, alla fine, a ritagliarci quel piccolo spazio vitale che ci permetta di respirare e non solo di “prendere fiato” quando non ne possiamo più.

Quindi largo ad ogni tipo di idea che possa rendere il nostro vivere più fluido; 1 ora al giorno per noi stesse … e se proprio 1 ora è troppa, mezz’ora o anche 15 minuti . L’importante è che ci sia un piccolo momento tutto solo per noi, potrebbe essere anche un buon allenamento per imparare a dire quei “no” che tanto ci costano ma che sono altrettanto indispensabili per la nostra autonomia.

Visto che l’offerta è veramente SupeScontata (Euro 110 -comprensivo di IVA), ti chiedo in cambio di:
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Una vita piena

ALBA 2

Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste, ecco tutto.
Oscar Wilde

Hai mai contemplato meravigliata uno splendido tramonto o una luna piena incredibilmente grande o le onde del mare che si infrangono contro gli scogli? Hai mai guardato negli occhi adorante, tuo figlio o il tuo partner? Ti sei mai estasiata al profumo di una torta in forno o alla fragranza del gelsomino o delle rose? Ti sei mai deliziata all’ascolto di un canto d’uccello, delle fusa di un gatto o delle risate di un bambino?

Ogni giorno è pieno di opportunità per apprezzare il mondo che ci circonda.  Espressioni spesso sentite quali “Ringrazia il cielo per quello che hai”, “renditi conto di quanto sei fortunata”, denotano l’abbondanza presente nella nostra vita; siamo circondati da cose meravigliose ma di solito, purtroppo, le diamo per scontate.

Ecco quindi alcuni suggerimenti per risvegliarti e sperimentare, approfittando di queste vacanze, la ricchezza del mondo che ci circonda.

  • Quando mangi, cogli l’occasione per assaporare il cibo e gustarlo pienamente. Lascia che i tuoi pensieri vengano e vadano e concentrati sulle sensazioni nella tua bocca. Il più delle volte quando mangiamo e beviamo siamo poco consapevoli di quello che stiamo facendo. Dato che mangiare è un’attività piacevole, perché non prendersi il tempo di apprezzarla pienamente? Invece di divorare il cibo, mangialo lentamente, masticalo bene. Dopo tutto, non guarderesti un film in modalità di avanzamento veloce; allora perché mangiare così?
  • Alla prossima giornata piovosa ascolta i suoni della pioggia: il ritmo, il tono, il volume che cresce e diminuisce. E nota attentamente i disegni intricati delle gocce sui vetri delle finestre. E quando smette, vai a fare una passeggiata e nota la freschezza dell’aria e i marciapiedi che brillano come se fossero stati lucidati.
  • Quando abbracci o baci una persona, o anche solo le stringi la mano, partecipa pienamente alla tua esperienza. Nota cosa provi e senti. Lascia che il tuo calore e la tua apertura fluiscano attraverso quel contato.
  • La prossima volta che ti senti felice, calma, contenta o che provi qualche altra emozione piacevole, cogli l’opportunità di notare pienamente l’effetto che fa. Nota le sensazioni nel tuo corpo. Nota come respiri, parli o gesticoli. Nota i tuoi impulsi, pensieri, ricordi, le tue sensazioni e le tue immagini. Prenditi qualche momento per assimilare veramente queste emozioni, per meravigliarti di essere capace di avere esperienze così.
  • Guarda con occhi nuovi le persone a cui vuoi bene, come se tu non le avessi mai viste prima. Fallo con il tuo partner, con gli amici, i figli. Nota come camminano, parlano, mangiano e bevono, come fanno gesti con il volto e le mani. Nota le espressioni del loro viso. Nota le linee del loro volto il colore dei loro occhi.
  • Al mattino prima di uscire dal letto fai 10 respiri profondi e concentrati sul movimento dei tuoi polmoni. Nutri un senso di meraviglia per l’essere vivo, per il fatto che i tuoi polmoni ti hanno fornito ossigeno per tutta la notte, anche mentre dormivi.

Quando agisci con apertura, gentilezza e accettazione, probabilmente sarai trattato con gli stessi atteggiamenti. Quindi man mano che le tue relazioni migliorano, ricavane il massimo. Se noti di esserti persa nel mondo dei pensieri, riporta l’attenzione sulle persone con cui sei.

Quando raggiungi gli obiettivi che sono coerenti con i tuoi valori, spesso senti un’emozione piacevole di qualche sorta. Nota le sensazioni che ti dà e goditele. Anche gli obiettivi minimi da raggiungere possono dare una grande soddisfazione quando li raggiungi. Quindi apprezza e assapora queste sensazioni.

Quando apri gli occhi e noti le cose che prima davi per scontate, noti più opportunità, sei più stimolato e interessato, trovi maggiore soddisfazione e le tue relazioni migliorano.

Tuttavia tieni a mente un concetto fondamentale: non attaccarti troppo alle sensazioni piacevoli. Non dedicare la tua vita a rincorrerle. Le sensazioni piacevoli vanno e vengono, come tutte le altre sensazioni. Quindi apprezzale e goditele quando ci sono, ma non ti ci attaccare! Lascia che vadano e vengano a loro piacimento.

La vita è come scalare una montagna: ci sono passaggi facili e passaggi difficili. Ma se sei paerta e interessata alla tua esperienza, gli ostacoli che incontri ti aiutano ad apprendere, a crescere e a evolvere, così con il tempo le tue abilità di arrampicatrice migliorano. Naturalmente essere consapevoli è molto più facile quando le cose vanno bene che non quando vanno male. Eppure, più affronti le tue difficoltà con consapevolezza, più scopri di diventare più forte. Lo so, è più facile a dirsi che a farsi, ma tu ce la puoi fare … anche questo lo so …..

La strada del Ben-essere: dall’apparire all’Essere

maschera

“L’individuazione non ha altro scopo che liberare il Sé, per un lato dai falsi involucri della Persona, per l’altro dal potere suggestivo delle immagini inconsce” C.G.Jung

Che cosa è il benessere? La parola stessa ci suggerisce la risposta: ben-essere. E’ quello stato mentale che ci fa star bene, stare bene con noi stessi e con gli altri.

Che cosa si può fare per raggiungere il ben-essere? Il ben-essere è raggiungibile attraverso le strade dell’apparire? O  l’apparire è uno stato di mal-essere che può portare verso nuove vie per il ben-essere?

A volte si rincorrono vie impervie o facili, strade difficoltose o lineari, ma che si scelgano le une o le altre è importante la meta che ci si propone.

E allora è bene porsi in ascolto di sé per capire che cosa si vuole raggiungere per stare bene nel nostro mondo, per stare bene nel  mondo.

A volte l’individuo sente il bisogno di essere diverso dal suo essere e quindi inventa un modo di essere, l’apparire, che può dare gratificazioni immediate, ma a lungo andare puà divientare fonte di gravi difficoltà interiori.

Nel voler essere diverso dalla propria vera essenza si costruiscono pesanti catene che rendono faticoso l’andare nel mondo e che renderanno faticoso l’uscire dalla prigionia della maschera, dalla galera dell’apparire in falsi panni, in false sembianze.

Ciascuno di noi porta in sé un germe, un’intima natura, un’impronta che sembra data per essere ascoltata: nell’ascolto di questa natura inconscia e nell’ascolto dell’istinto ad essa legato nasce la possibilità del ben-essere.

Ascoltare la propria “natura selvaggia”, quella parte nascosta e troppo spesso inascoltata, significa far fluire energia vitale benefica, significa lasciarsi raggiungere dall’intuito, da quella forma che prepotentemente spinge verso la via della sostanza pura e libera da sovrastrutture appiattenti la spontaneità e la libertà di ciascuno.

Ascoltare l’intuito non significa certo condurre una vita facendo ciò che si vuole o essere noncuranti di quello che ci circonda, bensì significa ascoltare il sano istinto che guida verso uno spazio e un tempo e che dona energia vitale perché rispettoso del proprio e dell’altrui mondo.

A volte è più facile indossare delle maschere e proporsi agli altri con “false sembianze” perché, con questo modo di porsi, ci si sente protetti e rassicurati, perché ciò che più conta è sentirsi accettati dagli altri, sentirsi valorizzati dagli altri.

Ma quale ben-essere può giungere da una base non veritiera?

Ed ecco allora che dobbiamo parlare  di risposte al mondo in termini di meccanismi di difesa: se si soffre per il proprio stato e si ha una difficoltà rispetto al proprio sentire, rispetto al proprio vivere con gli altri, è necessario trovare un modo per attenuare la sofferenza. E un modo per soffrire meno è porre in atto una difesa: l’evitamento o la negazione, la rimozione o la proiezione.

Le malattie psicosomatiche che tanto “furoreggiano” in questi tempi, nascono proprio in funzione del rifiuto del sé, del non essere come “si deve essere” e quindi dalla costruzione di una maschera che consenta di stare nel gruppo per come il gruppo ci vuole, oppure di indossare falsi panni per timore di perdere il partner o un’amicizia.

Ma tutto ciò non è altro che la costruzione del “falso sé”, cioè non è altro che vita non vera, vita sprecata.

E così, spesso, il tempo trascorre senza essere ben vissuto perché si desidera qualcosa  che non si ha o si pensa di non avere oppure perché si è costretti o ci si lascia costringere ad una vita non naturale.

La base dell’uomo è costituita dall’istinto, ma se l’uomo non riconosce e non integra le parti “animali” genera il suo danno: le parti istintive represse possono essere pericolose perché, essendo inascoltate e recluse nell’inconscio, possono agire in modo inconsapevole e quindi diventare parte inconsapevole e dannatamente dannosa.

Spesso queste parti appaiono nei sogni attraverso immagini di animali che bussano appunto alla porta per farsi riconoscere; questi animali portano un messaggio che chiede di essere letto e portato alla coscienza.

Se l’istinto viene reso alla coscienza, si può restaurare la pienezza dell’uomo e iniziare a condurre una vita più integra e più sana. Se l’uomo primitivo era tutta azione, l’uomo moderno dovrebbe aver raggiunto una consapevolezza tale da riuscire a “sentire” l’istinto, portarlo alla coscienza e integrare le parti, donandosi ben-essere nel pensiero e nell’azione.

Certo l’uomo è sottoposto sia alle vibrazioni interiori sia a quelle del mondo esterno e , quando si trova a dover affrontare forze non gradite e contrastanti, preferisce attribuirle all’esterno o al destino infausto manlevandosi così dalle sue responsabilità e dalle sue possibilità di trasformazione.

Perché è importante prendersi cura delle ferite emotive …

ferita-emotiva

Il concetto di ferita è più comunemente inteso in relazione a danni fisici ai tessuti vitali, ma l’usiamo anche liberamente come metafora di danni emotivi:

  •  Mi ha ferito … Sono davvero sconvolta
  • Ha veramente urtato il suo ego
  • L’ha trafitta con quella lingua affilata
  • Ha il cuore spezzato : non sa proprio come andare avanti senza di lui
  • La delusione fu davvero cocente; era tanto che l’aspettavo
  • Mi sento completamente distrutta

C’è naturalmente una bella differenza tra una ferita fisica e una ferita emotiva; la ferita fisica si vede a occhio nudo e può essere spesso percepita al tatto; inoltre si può discutere sulla gravità di una ferita fisica ma non si può negarne l’esistenza in una forma o nell’altra.

Non è questo il caso delle ferite emotive; poiché non ci sono segni fisici a provarne l’esistenza, spesso non si crede a chi dice di sentirsi ferito.

Una ferita emotiva è un sentimento, o un insieme di sentimenti, provocati da un evento esterno vero o immaginario e percepito in modo doloroso dalla persona che lo prova.

Queste ferite possono non essere visibili, ma sono reali come quelle fisiche; anch’esse richiedono protezioni e “cure” rapide ed efficaci.

Esattamente come le sensazioni provocate dalle ferite fisiche, quelle che accompagnano le ferite emotive sono un avvertimento; ci segnalano che dobbiamo correre ai ripari e, come succede nel caso dei traumi fisici, se le ignoriamo lo facciamo a nostro rischio e pericolo.

A volte se la ferita emotiva è solo un graffio superficiale, si può rimarginare da sola se abbiamo abbastanza ossigeno emotivo ( come serenità e piacere) nella nostra vita.

Ma non dobbiamo dimenticare che anche ogni minima ferita consuma risorse e richiede tempo per essere chiusa anche se non ne siamo consapevoli. Un accumulo di piccole sofferenze potrebbe, perciò, richiedere lo stesso tempo e la stessa energia per guarire di quelle più gravi e dolorose.

Finchè il processo di “ritessitura” conscio e inconscio di una ferita non è completo, il nostro sistema fisico e mentale va a ritmo ridotto; si comporta come una macchina che ha bisogno di qualche intervento al motore; esso non presta le sue performance migliori, non funziona nel modo efficiente e veloce o reattivo che gli è solito. Tutto ciò può non costituire un problema se percorriamo le tranquille stradine familiari della nostra vita, ma qualora il nostro sistema fosse sottoposto allo stress di un’autostrada a percorrenza veloce, rischiamo di subire turbamenti o anche crolli.

Perciò se ci trasciniamo da tempo ferite emotive che stanno andando in suppurazione, mantenendo uno stile di vita a bassa intensità , è probabile che non sentiamo nessuno sforzo o impedimento; ma chi può garantirci che la nostra vita resterà libera da stress per sempre?

Tutti sono esposti ai traumi che, è risaputo, arrivano quando meno ce li si aspetta. Inoltre, a volte ci ritroviamo a volare fuori della solita padella e a friggere sul fuoco di problemi che producono effetti a catena o anche un’altra ferita.

In genere si è consapevoli di quanto sia importante prendersi cura delle ferite emotive relativamente gravi, ma pochi riservano sufficiente o anche la minima attenzione a quelle più piccole.

Il prezzo che si può pagare per la mancata attenzione alle piccole ferite si riscontra generalmente in tutta una serie di ambiti della propria vita.

Ad esempio, se soffochiamo regolarmente i sentimenti dolorosi con il pedale emotivo, riduciamo la nostra sensibilità verso le emozioni in genere. Questo significa che trattenendo in noi tristezza o rabbia, riduciamo allo stesso tempo la nostra capacità di provare gioia e passioni positive. E anche se non dobbiamo affrontare problemi o difficoltà gravi, rischiamo di scivolare in una specie di vita sottotono. E infatti è questo che spesso spinge i clienti a chiedere il mio aiuto.

Soffocando i sentimenti e i ricordi di ferite emotive non ricucite, rinunciamo al nostro potenziale di felicità e se diventa un’abitudine, si può creare un circolo vizioso di ricadute.

Il legame tra salute emotiva e salute fisica è ormai così generalmente assodato che non occorre mi dilunghi. Molti di noi hanno probabilmente letto almeno un articolo o visto programmi alla televisione in cui si mostravano i collegamenti fra repressione della rabbia e pressione alta, disturbi digestivi e dolori muscolari. Chi ha sofferto per un grave lutto sa fin troppo bene quanto il dolore profondo indebolisca il sistema immunitario che ci rende più vulnerabili alle infezioni virali.

Chiunque abbia vissuto ferite emotive non ha bisogno di maggiori prove per credere che possiamo pregiudicare la salute fisica e la volontà di badare a se stessi: ha sentito la tensione ai muscoli e alla testa, la nausea alo stomaco, il tumulto del cuore, forse la necessità di bere alcolici più del dovuto o la mancanza di motivazione a mangiare bene, a fare esercizio fisico o anche a lavarsi i denti.

Infine, non dimentichiamo l’impatto delle ferite non trattate sulla salute mentale nostra nonché su quella delle persone che ci vivono e ci lavorano accanto. Non è solo la depressione la potenziale malattia che può svilupparsi come conseguenza di ferite emotive bensì le ferite emotive non curate sono spesso anche alla radice di fobie, compulsioni e dipendenze.

Detto questo vorrei concludere dicendo che la cura emotiva non è comunque certo la panacea per tutti i gravi problemi che dobbiamo oggi affrontare nel mondo, tuttavia credo che possa rafforzare e motivare le persone a dare contributi positivi e costruttivi nel loro ambiente. Il comportamento depresso, amareggiato, cinico, vendicativo, egoistico e ossessivo che le ferite emotive non rimarginate possono alimentare non contribuisce certamente al mantenimento di un ambiente sociale pacifico e reciprocamente solidale.

 

“ Solo un uomo che ha provato la disperazione estrema è capace di provare l’estrema gioia …” Alexander Dumas

 

 

 

 

 

Rituali che fanno l’ordinario stra-ordinario

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“La mancanza di rituali nella società moderna è tale che ne risultiamo impoveriti” J.L.Larsen

Tutto quello che abbiamo nella nostra vita è sotto i nostri occhi. Il modo migliore per vivere bene è imparare ad enfatizzare l’ordinario, come se lo si ponesse sotto una lente di ingrandimento, creando piccoli rituali mano mano che trascorre la giornata.

Il ben-essere ha il suo fondamento nel non dare mai nulla per scontato, partecipando di tutte le gioie dei sensi a nostra disposizione, nel momento in cui gli avvenimenti accadono.

Trascorrere la vita come se fosse un lungo promemoria di impegni, lavorando ad ogni cosa così duramente da esserne alla fine esausti ed esauriti è veramente frustrante.

La maggior parte delle persone stenta a godersi sul serio una cena tra amici perché sono così occupate a “fare” da non “essere e stare” in quello che stanno vivendo.

Noi abbiamo la facoltà di scegliere quale atteggiamento assumere quotidianamente, potremmo sorprenderci a trarre piacere ad ogni piè sospinto. Quando riusciremo ad accogliere gioiosamente la vita di scelta in scelta, di dettaglio in dettaglio, consapevoli di quanto gioia possiamo ricavare vivendo “in presenza” ogni esperienza umana, allora staremo vivendo bene. Non importa quanto “ordinaria” sia, ogni cosa ha la sua importanza!

Scegliamo allora di cogliere l’occasione per inventarci piccole cerimonie non affrettando le cose, lasciando che l’esperienza si dipani spontaneamente.

Ovunque siamo, qualunque sia l’esperienza che stiamo vivendo, concentriamoci completamente, diventiamo quell’esperienza. In questa attenta consapevolezza al momento presente, ridesteremo i sensi: i suoni saranno più armoniosi, i colori più vibranti, gli odori più stuzzicanti e il gusto ne sarà esaltato.

Decidiamo consapevolmente, ad esempio, di trasformare in un piccolo rituale il semplice gesto di lavarci le mani, magari con una saponetta speciale.

Proviamo a fare una lista su come apprezzare i piccoli piaceri intorno a noi, scegliendo di rendere straordinario, assaporandone ogni istante, un momento che altrimenti entrerebbe nella routine giornaliera di gesti fatti per abitudine.

  • Una doccia fredda in un pomeriggio caldo e umido
  • Rimettere ordine nel portafoglio scoprendo magari un biglietto con una frase appuntata e creduta persa.
  • Prendere una strada secondaria, per il troppo traffico e accorgersi di scoprire un mondo nuovo
  • Uscire sul balcone dopo cena, non solo d’estate, e sedersi per guardare la luna e le stelle
  • Andare in un posto piacevole e iniziare a leggere un nuovo libro del nostro autore preferito
  • La prossima volta che si mette a piovere improvvisamente, indossare gli stivali di gomma e uscire a caccia di un arcobaleno
  • Innaffiare le piante aspirandone il profumo
  • Sedersi alla scrivania, scegliere un bel biglietto e scrivere una lettera “d’amore” a nostro figlio/a lontano invece della solita mail
  • Disfare la borsa della spesa godendoci il rituale di mettere ogni cosa a suo posto pensando come combinare gli ingredienti per un nuovo piatto
  • Preparare un bel pacchetto per un regalo speciale pensando alla persona a cui lo darete
  • Prepariamoci una tazza di Tè curando i dettagli e poi sediamoci assaporandone lentamente l’aroma
  • Risistemare gli oggetti sulla scrivania lasciando il posto per un fiore

Molti piaceri non costano quasi nulla ma potrebbero cambiare le nostre giornate. Impariamo a sorprenderci con poco, consapevoli della ricchezza di ciò che proviamo mettendo attenzione in quello che facciamo.

Tutti i dettagli che compongono una vita ricca, ricca e piena sono qui davanti a noi proprio ora. Quando ce ne dimentichiamo e ci lasciamo prendere dalla frenesia, fermiamoci: lasciamoci cadere sul letto, sul divano o su una poltrona e respiriamo profondamente contando fino a dieci. Poi, rimettiamoci in moto, innestiamo la marcia ma con mente più limpida e spirito più ricettivo. Scegliamo di celebrare delle semplici cerimonie per ricordarci sempre quanto è MERAVIGLIOSA la VITA!

Di seguito un’immagine tratta dal libro di Valentina Harper “La magia dei colori Ispirazioni” Ed Armenia, puoi salvarla sul tuo pc e stamparla, magari ingrandendola, scegliere di fare una pausa  nella tua giornata per perderti tra i colori  rendendo così stra-ordinario un momento del tuo tempo ….. cuoricino

ELEFANTE DA COLORARE

 

” Sulla durata della tua vita non puoi farci nulla, ma puoi fare qualcosa per darle spessore e profondità” E.Esar

Sull’autoironia

autoironia 4

La capacità di ridere di se stessi presuppone che si sappia in genere su cosa si possa ridere.

Ridiamo spesso volentieri delle disavventure degli altri soprattutto quando ne sono i diretti responsabili. Si parla di “terzo che gode” riferendosi ad una persona estranea alla situazione, che osserva una lite e ne ride proprio perché non ne è coinvolta. Il provare gioia per il male altrui è una forma aggressiva di umorismo.

Nella comicità, nell’ironia e quindi nell’autoironia, c’è bisogno di distanza, ma anche di compassione, bisogna vedere l’altro non come uno stupido che commette degli errori che noi non faremmo mai, bensì come una persona cui è capitato di sbagliare come potrebbe succedere a chiunque. Dovremmo sentirci partecipi della situazione dolorosa che l’altro sta vivendo, e allo stesso tempo, non essendo direttamente coinvolti, riconoscere le circostanze che lo hanno portato all’errore.

Per sviluppare un vero senso dell’umorismo, ci si deve conoscere bene ed essere disposti a prendersi in giro esattamente come faremmo con gli altri.

Una dimostrazione a questo riguardo è proprio la capacità di esagerare i nostri errori abituali ridendoci su, uno stratagemma che nella vita di tutti i giorni può aiutarci a tollerare meglio i nostri insuccessi. Forse in questo modo capiremo che siamo proprio noi a fare in modo che ci capitino sempre le stesse disavventure, acquisiremo più controllo e potere decisionale sulla nostra vita, ci rilasseremo diventando più tolleranti verso noi stessi.

La comicità e l’improvvisazione si influenzano a vicenda, e allo stesso tempo offrono possibilità e suggerimenti per la vita di tutti i giorni che ci avvicinano all’umorismo, sollevandoci dall’inerzia.

Se interrompiamo le nostre abitudini, la vita può cambiare e la gioia aumentare. A questo proposito perché non utilizzare alcune strategie proprie dell’arte comica inserendole nella vita quotidiana?

L’esagerazione è la base della comicità dalla quale discendono la maggior parte delle altre tecniche

Partendo ad esempio dal fare la caricatura di alcuni rituali personali o comportamenti ricorrenti, fino a sdrammatizzare le situazioni stressanti e cogliendo solo l’aspetto comico degli eventi.

Possiamo scoprire tante possibilità comiche in noi stessi. Proprio quando qualcosa va storto, possiamo provare a celebrare la sconfitta trovando forze creative che ci diano energia. Se siamo in grado di accettare i fallimenti e le disavventure che incontriamo nella nostra vita, finiamo con il temerle meno e col liberarci così da paure inutili.

Autoironia come sdrammatizzazione del proprio ruolo e leggero umorismo diretto alla propria persona significa quindi conoscenza dei propri limiti. Quando si riesce a ridere per qualcosa, nel nostro organismo si verifica una scarica di tensioni accumulate che nella mente producono il benefico effetto di sdrammatizzare quello che appariva come un groppo difficile da digerire. Dunque ridere è come versare del lubrificante negli ingranaggi. Tutto tende a divenire meno complicato e più alla portata di qualche soluzione positiva. Avere il dono dell’umorismo è come essere fornito di un passaporto che ci fa superare facilmente molte frontiere senza pagare prezzi esorbitanti.

L’umorismo aiutandoci a scaricare le tensioni ci insegna a relazionarci meno drammaticamente con il mondo e ad avere anche un rapporto migliore con noi stessi. L’autoironia è un segno di equilibrio, di maturità e di saggezza. Chi sa ridere di sé si presenta nel modo migliore agli occhi degli altri e facilità le relazioni smussando i contrasti.

Accettarsi e riuscire a prendersi in giro significa amare se stessi così come si è: riuscire a farlo è indice di una personalità che sa giocare con se stessa e con gli altri.

L’umorismo è una forma particolare di autorappresentazione di sé che ci costringe a guardarci da angolature sempre diverse e che ci permette di riprendere la nostra vera essenza umana, scrostandola da tutte quelle false facciate che adottiamo per vivere in società.

Lavorare sul proprio umorismo, quindi, vuol dire rimettersi in gioco continuamente, e questo non significa affatto dimenticarci del nostro ruolo nella vita ordinaria, ma semplicemente non viverlo in modo totalizzante e annullante. Se riusciamo a fare questo, riusciamo anche a guardare il resto del mondo che ci circonda con un occhio diverso, leggero e divertito, impariamo a comunicare e condividere con gli altri questa nostra particolare visione, migliorando le nostre relazioni e di conseguenza il nostro Ben-Essere.

Avanzare verso la gioia di vivere ….

enjoy the life

“Siate felici! E se qualche volta la felicità si scorda di voi, voi non vi scordate della felicità” R.Benigni

Vivere la vita animati dalla gioia di vivere a volte sembra più facile a dirsi che a farsi. Ogni persona cresce e cambia seguendo un ritmo che gli è proprio. Tuttavia quando intraprenderete il vostro personale processo seguite subito la voglia di rallegrare la vostra vita, battete il ferro finchè è caldo. Mentre ne gusterete i benefici, la vostra gioia di vivere traboccherà e, chissà, forse avrà l’effetto di colorare la vita delle persone intorno a voi.

Per avanzare verso la “gioia di vivere” sono necessarie tre condizioni:

  • Volere e Credere: nessuno all’infuori di noi può darci la gioia di vivere; così come nessuno all’infuori di noi può trasportarci fuori dalla nostra “infelicità di vivere”. La gioia di vivere è soprattutto e innanzitutto un fenomeno interiore, la qualità del contatto con se stessi, uno stato dello spirito. La gioia di vivere è una scelta: voler provare il piacere, la gioia, la felicità, la leggerezza, la facilità, la creatività, “il paradiso nella propria vita”, e credere che la gioia di vivere nella vita di ogni giorno sia possibile. Concedersi la gioia di vivere significa riconoscersi il diritto di star bene in ogni istante della propria vita e di “scegliere” di conseguenza ciò che fa piacere, ciò che ci fa bene, invece di subire la vita brontolando passivamente. La gioia di vivere è una serie di piccoli piaceri, di momenti di qualità, di gioia pura e gratuita. La sua definizione varia con il tempo, con l’età, con le fasi della vita. Una scelta straordinaria fatta due anni fa, oggi potrebbe rivelarsi non gratificante. Ecco perché è sempre meglio chiedersi cosa ci fa star bene nel presente.
  •  Entrare in contatto con la propria anima: questo non ha niente a che vedere con la religione o con Dio, in nessun senso. L’anima è quell’ essere che vive nella parte più profonda di noi. L’essere che apprezza, che ama, che sta bene. Chi vive in noi senza artifici né complessi. L’essere che ritroviamo quando siamo soli, quello che ci consola, che ci consiglia, che ci protegge. L’anima ama la pace, la gioia, la calma, l’armonia, la contentezza. Quando le si lascia tutto lo spazio può esprimersi con un grande spiegamento di forze lasciando al suo passaggio momenti di eternità. Attenzione, non parlo dell’ego che, invece riflette la personalità, l’orgoglio, la sensibilità umana, i processi di reazione e, talvolta, i conflitti non risolti con se stessi.. Di solito quando l’anima non viene interpellata è l’ego che parla. Essere in contatto con la propria anima significa intraprendere la strada della serenità interiori. L’ego vive ad una frequenza energetica più bassa, come nelle situazioni di conflitto in cui si può sentire tensione, disagio, malessere. L’anima vive ad un livello energetico più elevato, come nei momenti di armonia in cui si sente un’energia vivificante piena di luce. Come si può fare quindi per aumentare queste “vibrazioni “ buone nutrendo di conseguenza la nostra anima? Cercando il piacere, le attività in cui ci sentiamo bene, in cui ci si sente in pace e armonia con noi stessi. Provate a fare la lista delle situazioni in cui vi piacerebbe trovarvi e concedetevi questi piaceri il più spesso possibile. Solo dopo passeremo a risolvere i problemi. Di solito, invece, si fa il contrario. Prima si gestiscono i problemi, poi ci si gratifica. Per un miglior risultato, prendetevi innanzitutto cura di voi. Consultate la vostra anima e chiedetele di cosa ha bisogno, di cosa ha voglia. Ascoltate la sua risposta e agite di conseguenza. Gioia di vivere istantanea garantita. Per fare questo basta semplicemente interrogare la vostra “vocina interiore”, chiedetele di cosa ha bisogno per stare bene
  •  Impegnarsi a scegliere la gioia di vivere: sugli aerei, quando spiegano le procedure di sicurezza ai passeggeri, si chiede ai genitori di mettersi la maschera per l’ossigeno prima di metterla ai figli. Ebbene, lo stesso vale per l’acquisizione della gioia di vivere. E’ necessario scegliere la gioia di vivere innanzitutto per noi stessi, prima di pensare a rendere felici gli altri. Perché purtroppo la felicità non si vive per interposta persona. La felicità vissuta per procura è una tiepida compensazione, che, presto o tardi, chiede il conto e spesso porta delusioni. Eccoci dunque alla fase principale da cui tutto può avere inizio l’Impegno con noi stessi ….

IO ____________________  mi impegno, a partire da oggi, a fare le cose più indicate per provare gioia nella vita quotidiana, a prendermi cura di tutto il mio essere come non ho mai fatto prima.

Comprendo che durante il percorso di apprendimento della gioia di vivere potrò attraversare un certo periodo di transizione, nel corso del quale potrò vivere emozioni e reazioni nuove per me o per chi mi è vicino. Allora mi tratterò con amore e com-passione in modo da gestire adeguatamente queste situazioni.

Firma: _______________________________________

Luogo: _______________________________________

Data:  ________________________________________

E tu cosa aspetti a impegnarti??????

Ben-Essere e Counseling

benessere2

Con il termine benessere soggettivo si intende il giudizio che l’individuo dà sul valore della propria esistenza, con valenze sia cognitive che affettive.

Secondo alcuni ricercatori che hanno condotto studi sul benessere soggettivo, le componenti principali di tale costrutto sono:

  • Livello elevato di soddisfazione globale;
  • Livello elevato di soddisfazione in più ambiti definiti;
  • Livelli alti di emozioni positive;
  • Livelli bassi di emozioni negative.

Il fattore principale che interviene nella percezione di benessere soggettivo è l’adattamento, un processo importante perché con esso ed in esso si modificano le nostre aspettative e i nostri obiettivi.

Un secondo fattore che incide sulla percezione di benessere soggettivo è il temperamento. Diversi studi hanno rivelato che la felicità dipende tanto dagli eventi di vita quanto dal temperamento dell’individuo; si reagisce ad uno stesso stimolo con modalità differenti, in base alle caratteristiche della propria personalità.

Ultimo fattore che influenza il benessere soggettivo sono le variabili sociali, in particolare l’appartenenza ad una cultura individualistica versus una cultura collettivista. I soggetti appartenenti alla prima ricercano il benessere soggettivo sulla base dei loro sentimenti ed emozioni, mentre individui appartenenti alla seconda tendono ad avere come parametri di riferimento norme che stabiliscono cosa è soddisfacente e cosa non lo è. Ne consegue che si hanno maggiori livelli di soddisfazione nei soggetti di cultura individualistica, ma come risvolto si hanno anche tassi di suicidio e divorzio più elevati, in quanto in tali culture è consentita una più alta possibilità di cambiamento rispetto alle società collettiviste.

Negli anni 60 e 70 numerosi studi sulle illusioni positive hanno dimostrato che in tutti gli individui c’è una distorsione verso il positivo (tranne che nelle persone ansiose e in quelle depresse), e che tali distorsioni sono il segnale di un benessere mentale, determinando un totale spostamento in una prospettiva di salute mentale completamente cambiata, rivalutando e rimodellando così anche il concetto di saluto genesi.

La salute diviene, così la capacità di affrontare e risolvere problemi in modo flessibile e soddisfacente all’interno del contesto familiare e sociale.

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha sviluppato il concetto di promozione della salute: il processo attraverso cui le persone migliorano la gestione e il controllo diretto delle proprie condizioni di benessere. Si passa così da un’ottica in cui l’eziologia era attribuita a caratteri ereditari, agenti patogeni e problemi relazionali nel corso della fase evolutiva, ad una prospettiva in cui per la malattia sono determinanti il comportamento e lo stile di vita dell’individuo.

Si pone l’accento, oltre che sull’assenza di malattia, sugli aspetti positivi della crisi, ritenute opportunità di cambiamento, piuttosto che elementi di danno.

Tale prospettiva si coniuga perfettamente con quanto sostenuto dagli psicologi umanisti come Maslow, Rogers e May, i quali, ribaltando le posizioni della psicoanalisi e del comportamentismo, mettono in evidenza le componenti sane della persona, la sua capacità di auto-organizzarsi, auto-regolarsi e di espandersi. Soprattutto Rogers ha sempre riposto un’estrema fiducia nella tendenza attualizzante dell’individuo; la capacità umana di raggiungere, fermo restando certe condizioni, la realizzazione delle proprie potenzialità.

E’ qui che si inserisce la relazione d’aiuto, in seguito conosciuta come Counseling, concepita principalmente come strumento di libertà, per ricreare intorno alla persona condizioni favorevoli alla sua crescita e consapevolezza.  Il fulcro è l’aspetto positivo ed evolutivo dell’uomo, che tende alla soddisfazione dei propri bisogni e al controllo attivo delle proprie condizioni di vita.

Il Counseling diventa, quindi, il mezzo più idoneo alla promozione della salute, proponendosi come finalità principe la restituzione di un maggior senso di dignità, autonomia ed autostima alla persona permettendogli di vivere la propria vita, piuttosto di farsi vivere da essa.

Esso viene utilizzato allo scopo di affrontare e risolvere problemi specifici, superare crisi contingenti, agevolare lo sviluppo e l’evoluzione personale, prendere decisioni, ottimizzare i rapporti con gli altri e con se stessi, accrescere la consapevolezza e la conoscenza di sé.

Il cliente, attore principale nel processo di counseling, viene posto nelle condizioni di sperimentare, già nel corso del processo di aiuto, un adeguato ed autentico clima di responsabilizzazione, autodeterminazione e valorizzazione. L’agevolazione deve essere intesa come un allenamento all’autonomia, che la persona potrà conquistare attraverso la stessa relazione d’aiuto.

Si ha una relazione d’aiuto valida ed autentica , quando vi è un incontro tra due persone, di cui una si trovi in condizione di malessere,confusione, stress, rispetto ad una determinata area della vita o ad un determinato problema, con un’altra persona che abbia un grado di adattamento, creatività, competenza, abilità e consapevolezza “superiori” alla persona in difficoltà, e che si riesca a stabilire un contatto che agevoli il cliente che ha bisogno di aiuto a compiere movimenti di chiarificazione, apprendimento e maturazione, che lo portino a scegliere e ad acquisire uno stile di vita più consapevole e responsabile, o comunque a rispondere in modo più soddisfacente al proprio ambiente e alle proprie esigenze, abilitando il cliente ad un agire efficace.

Il counselor professionale è un operatore che promuove il benessere dell’individuo. Il suo preminente compito è quello di mobilitare o rimobilitare le energie sopite o latenti, riconoscendo le risorse utili della persona, per usarle come punti di forza per un suo migliore evolversi e divenire.

Il counseling è la grande novità di fine millennio: la prevenzione, l’aiuto psicologico e la promozione del benessere personale, vengono quindi favoriti dal counseling, il quale permette di creare punti di accoglienza per le persone che vogliono sviluppare le proprie attitudini e potenzialità e la propria identità.

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Liberamente tratto da:

E.Giusti – E.Perfetti

Ricerche sulla felicità

Ed.Sovera

 

Sguardo dell’altro e fragilità personale

sguardo dell altro 1

Il “ti voglio bene solo se …” ha spesso impresso in noi la dipendenza o, quanto meno, la fragilità in rapporto allo sguardo dell’altro. Abbiamo acquisito inconsciamente l’abitudine a credere che fossimo amati per le nostre azioni, le nostre competenze, i nostri risultati, e non per noi stessi e così abbiamo lasciato che molti nostri atteggiamenti fossero appiattiti dalla paura di essere giudicati, criticati, rifiutati, invece di lasciare che fossero l’espressione gioiosa della nostra personalità e della nostra creatività: “cosa penseranno di me se dico questo e penso quest’altro, se mi vesto in un modo e mi pettino in un altro, se oso fare questa cosa o quell’altra?”

Tutti conosciamo persone, quando non lo siamo noi stessi, che allineano la propria vita su questo criterio: cercare di piacere, evitare ad ogni costo di non piacere, fare tutto come “si deve”.

Molte di loro, poi, si stupiscono di essere sempre alla ricerca, sempre in attesa e di non essere mai felici. Come potrebbero esserlo? Come potrebbero essere interiormente soddisfatte se tutte le loro aspettative sono esteriori?

Credo che sia impossibile essere felici senza accettare a volte il disagio di non piacere a tutti. Con ciò, di certo, non invito nessuno a cercare deliberatamente di non piacere a qualcuno; propongo, invece, di mostrare rispetto e considerazione per l’altro senza rinunciare a se stessi. Esistono molte persone che pensano si manchi loro di rispetto quando non facciamo quello che vogliono o che trovano giusto. Esse perpetuano, loro malgrado, la confusione tra bisogno e richiesta, tra richiesta negoziabile e pretesa.

In fondo, non credo che potremmo mai godere della sicurezza e della dolcezza di essere fedeli nei confronti degli altri e della vita, se non fossimo fedeli nei confronti della prima persona con cui siamo in relazione, cioè noi stessi.

Se aspettiamo di piacere a tutti e di essere sicuri di non deludere nessuno, rischiamo quasi sicuramente di mancare la nostra vita, come delle brave ragazze o dei bravi ragazzi, molto saggi, che si annoiano pazientemente senza osare nemmeno dirselo.

Rispettarsi, non significa fare tutto quello di cui si ha voglia, né assecondare tutti i propri desideri. Rispettarsi, è allo stesso tempo ascoltarsi, capirsi e rendere giustizia ai propri veri bisogni, nascosti dietro i desideri e le voglie; significa anche accettare il disagio di stabilire delle priorità, la difficoltà di rinunciare e di scegliere, la difficoltà di vivere dei disaccordi.

Rispettare l’altro, è esattamente la stessa cosa: non significa fare tutto ciò di cui ha voglia, né assecondare tutti i suoi desideri. Rispettare l’altro, è ascoltarlo, capirlo e rendere giustizia ai suoi veri bisogni; significa anche accettare il disagio di porre delle priorità, di rinunciare per scegliere, si non essere sempre d’accordo.

Ascoltare il proprio slancio e seguirlo, imparare ad avere autostima e fiducia, cambiare quello che c’è da cambiare e abbandonare quello che c’è da abbandonare, con fermezza e benevolenza, cercando di rispettare l’altro e se stessi.

Credo che a volte per crescere ci occorra ritornare ad essere un bambino esitante, balbettante, ai primi passi, per permetterci veramente di imparare cose nuove. E non è facile! C’è una parte di noi che adora rinchiudersi comodamente nelle sue abitudini e nelle sue certezze e che preferisce tenere chiusa la porta dell’apprendimento.

Ho osservato che, sostanzialmente, le persone non si danno fiducia, agiscono spesso controllando la loro vita e quella dei loro cari. Si aspettano che gli altri funzionino come hanno deciso loro.

Ancora una volta tutto questo ha una sua spiegazione: la sicurezza è un bisogno fondamentale, se non la cerchiamo in noi, nei punti di riferimento interiori, nella fiducia profonda in noi stessi e nella vita, rischiamo di cercarla all’esterno, attraverso il controllo e la programmazione. Queste persone, raramente si sentono profondamente felici …  Dipendono dal loro ambiente, che naturalmente, non asseconda sempre i loro programmi e non si sottomette costantemente al loro controllo, né alla loro volontà.

Naturalmente, la fiducia e la stima in se stessi non si decretano per legge. Non si tratta solamente di un’idea o di una decisione, ma di una pratica quotidiana che comporta:

  •  Accettare ed elencare lucidamente quello che sentiamo non funzionare in noi, per esempio: “ in fondo, non ho fiducia in me stessa. Se l’altro parla più forte di me, se l’altro ricopre un ruolo di autorità, io mi ritiro”.
  •  Identificare i sentimenti e i bisogni che a volte possono essere mescolati e confusi.
  •   Lasciare che le priorità si chiariscano in termini di bisogni fondamentali.
  •   Tendere verso questi bisogni/priorità con infinita benevolenza per i primi passi, spesso esitanti e poco soddisfacenti.
  •  Prendersi il tempo di celebrare i micromovimenti, i micro cambiamenti che si producono in noi e nutrirsene come se fossero vitamine. Ricordiamoci sempre che siamo noi la nostra migliore amica/amico. Se non siamo noi stessi ad incoraggiarci per primi come potremo ascoltare gli incoraggiamenti degli altri?

E’ solo accettando di accogliere il disagio di cambiare, di affrontare gli sguardi e i commenti degli altri “Sei cambiata, non sei più quella di prima …” di addomesticare le nostre paure, che possiamo ritrovare il ben-essere e – udite udite!! – creare ben-essere intorno a noi ….

“ Quando il mio percorso è duro e

accidentato, quando gli altri non

capiscono dove vado né perché ci sto

andando, non significa che mi sto sbagliando ..”

A. Levy-Morelle

Ancora sul Counseling

guida alpina 3

Una guida alpina accompagna i suoi clienti in paesaggi con i quali ha già una certa dimestichezza, ma ogni percorso è sempre nuovo e ognuno deve camminare sulle proprie gambe. La presenza della guida potrà essere utile e di conforto, ma il progresso verso la meta dipenderà dall’impegno del soggetto in prima persona, oltre che dall’abilità di chi conduce nel fornire le indicazioni giuste al momento giusto.

Anche il Counselor è una guida di montagna, con il preciso obiettivo di rendere quanto più autonomo e indipendente il proprio cliente, mettendogli a disposizione la sua esperienza e gli strumenti necessari per diventare a sua volta guida di se stesso.

Il Counseling è stato proprio definito “l’arte del guidare”, in quanto non consiste nel trovare che cosa non funziona nel cliente e dirglielo, ma nell’insegnarli a conoscere se stesso: “se aiutiamo il cliente a comprendere se stesso in relazione ad una data situazione, la decisione di cambiare verrà da lui” (Rollo May)

Il Counseling è quindi una pratica professionale svolta all’interno di una relazione definita da un contratto, che consente ai clienti di sviluppare il proprio potenziale, l’autonomia personale per gestire al meglio le proprie risorse nella risoluzione di problemi soggettivi e interpersonali; inoltre favorisce la promozione del benessere e la prevenzione del disagio psico-sociale.

E’ uno spazio di ascolto, supporto e orientamento all’interno di una relazione basata sul riconoscimento, sul rispetto, l’empatia e la congruenza.

Le azioni del Counseling: orientare, agevolare,contenere,sostenere.

Il Counseling è focalizzato sul concetto di salute, non più inteso come assenza di malattia, ma come sviluppo e promozione del benessere della persona. I concetti basilari di autonomia, libertà , autorealizzazione, empowerment promuovono la comprensione dell’individuo e del suo contesto come un tutto che interagisce sinergicamente.

Il counselor può essere definito come colui che accoglie e agevola la persona nella scoperta del proprio potenziale promuovendo la sicurezza di sé e la sensazione di auto-efficacia. Possiede conoscenze versatili e utilizzabili in vari settori, ha assimilato e padroneggia teorie e tecniche dei principali modelli operativi per poter facilitare la persona che si rivolge a lui. Il cambiamento, infatti, richiede, l’integrazione di tutte le dimensioni dell’espressione umana: sensoriale, affettiva, cognitiva, sociale e spirituale, il counselor entra in sintonia con ognuna di queste dimensioni, aiutando così il cliente a divenire responsabile dei propri pensieri, sentimenti e comportamenti, riducendo le contraddizioni e favorendone il benessere personale e sociale.

Il fattore più importante nel processo di cambiamento è costituito dalla relazione nei suoi aspetti strutturali (setting, regole, contratto) e interpersonali (empatia, alleanza, sintonizzazione, fiducia).

Nel Counseling, a differenza di altre professioni, la preparazione personale del Counselor è prioritaria, perché mentre la tecnica si può sempre acquisire, modificare, perfezionare, così come si possono inventare modi sempre nuovi di condurre un colloquio, le qualità umane dell’operatore sono l’elemento più importante per attivare in un’altra persona il processo di crescita. Prima ancora del metodo utilizzato, è la capacità del Counselor di entrare in relazione con il cliente a favorire l’esito positivo dell’incontro.

Il Counselor dovrà essere in grado di misurarsi con la possibilità di modificare continuamente l’immagine ormai acquisita di sé e degli altri, con il rischio di trovarsi in difficoltà e con il coraggio di trasformare questa difficoltà in una opportunità di crescita per sé e per il cliente.

Il Counseling è la sinergia tra due persone che cercano insieme qualcosa di più alto, che vogliono creare ponti là dove ci sono muri.