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Sull’autoefficacia

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“Le convinzioni che le persone nutrono sulle proprie capacità hanno un profondo effetto su queste ultime. Chi è dotato di self-efficacy si riprende dai fallimenti; costoro si accostano alle situazioni pensando a come fare per gestirle, senza preoccuparsi di ciò che potrebbe eventualmente andare storto”. Albert Bandura

Dopo la prova finale sulla gestione del colloquio avvenuta ieri nella scuola di Counseling che dirigo, una breve riflessione sull’autoefficacia intimamente legata all’accettazione e alla fiducia che riponiamo in noi stessi e alle convinzioni che abbiamo sulle nostre capacità di farcela.

Sì perchè l’efficacia personale non è l’insieme delle abilità e competenze che ci rendono capaci o meno di fare qualcosa. È ciò che noi pensiamo riguardo le nostre possibilità di riuscire.

Prova ad immaginare un albero. Di che tipo di albero si tratta? Una quercia poderosa, un cipresso che svetta nel cielo, un pacifico olivo o un timido arbusto? Ognuno di essi ha la sua bellezza, così come ognuno di noi è unico ed irripetibile, nel suo insieme complesso di fattori biologici, psicologici e sociali.

Un po’ come nel caso dell’albero, anche noi siamo l’incredibile risultato del corredo genetico (il seme dell’albero), fattori ambientali (il terreno, la temperatura, altitudine) e fattori storici (eventi climatici, talvolta eventi traumatici). Come sono le radici di questo albero? Salde, possenti, sicure… o forse delicate, insicure, lacerate? Quando le radici sono vigorose e vitali, neppure un vento forte riuscirà a sradicare il nostro albero. Al di là dei nostri sforzi, quanto ci sentiamo realmente sicuri di noi stessi e delle nostre capacità?

L’Autoefficacia è la “convinzione della propria capacità di fornire una certa prestazione… …organizzando ed eseguendo le sequenze di azioni necessarie per gestire adeguatamente le situazioni che si incontreranno”. (A.Bandura)

“Sono capace di…” o “Riuscirò a …”

L’autoefficacia è la percezione della propria abilità di raggiungere un obiettivo. E’ una costruzione soggettiva esposta a distorsioni, è l’autoesame che ciascuno fa per verificare le sue probabilità di riuscire in un compito.

Per compiere un’azione, quindi, non basta volerlo, è necessario anche credere nelle proprie capacità, o meglio saperle valutare bene prima di agire.

Il livello di autoefficacia,  può essere considerato come la variabile più importante nel determinare i nostri comportamenti, perché prima di mettere in atto qualcosa noi ci immaginiamo tutto lo scenario che incontreremo (ostacoli, difficoltà, vantaggi, energie da impiegare eccetera), e questa rappresentazione mentale ci fa decidere se agire oppure no. Ma è proprio questa rappresentazione che viene determinata dal grado di autoefficacia.

 La percezione delle nostre abilità si basa su un processo di autovalutazione che chiama in causa la nostra storia personale di successi e insuccessi, rispetto al superamento dei compiti incontrati fino a quel momento.

Una valutazione ragionevolmente accurata delle proprie capacità svolge un ruolo importante nel funzionamento del successo. Tali autovalutazioni conducono le persone ad intraprendere compiti realisticamente stimolanti e forniscono la motivazione per il progressivo auto sviluppo delle proprie capacità. Un’accurata autovalutazione è sostenuta dal promuovere scelte d’azione con un ampia probabilità di successo. Se non sono irrealisticamente esagerate, tali credenze sul Sé incoraggiano lo sforzo perseverante necessario per raggiungere risultati personali e sociali.

Secondo Albert Bandura, lo psicologo americano che nei primi anni del secolo scorso ha formulato il concetto di autoefficacia, la self efficacy è caratterizzata da tre aspetti :

  • Ampiezza: quanto si è competenti in un ambito; ordinando per difficoltà varie attività, troviamo che le aspettative di efficacia di alcune persone sono limitate alle più semplici, a differenza di altre persone: l’individuo perciò si cimenterà con certi compiti, non con altri più impegnativi.
  • Forza: capacità di risollevarsi dopo un insuccesso; aspettative forti sopravviveranno più a lungo a dei feedback negativi o all’assenza di risultati positivi, aspettative deboli verranno meno prematuramente e porteranno l’individuo a desistere in un compito o in un’attività.
  • Generalizzabilità: in quanti ambiti ci si sente competenti ; alcune esperienze positive (o negative) creano delle aspettative di efficacia strettamente circoscritte a quell’ambito particolare, altre inducono aspettative più generalizzate che investono ambiti che vanno al di là della situazione specifica in esame o in trattamento: ne risulteranno cambiamenti in più ambiti.

Dal livello di self-efficacy che una persona possiede derivano:

  • la modalità di reazione alle difficoltà della vita,
  • l’entità dello sforzo e la capacità di perseverare di fronte agli ostacoli e alle esperienze di fallimento,
  • la quantità di stress e depressione vissuta.

Sempre secondo Bandura, queste convinzioni influenzano il modo in cui le persone pensano, trovano le motivazioni personali ed agiscono.

  • Attribuire a se stessi sia i successi che gli insuccessi: consente di riconoscere i propri meriti senza insuperbire e di affrontare gli insuccessi senza abbattersi, perché essendo questi ultimi dipesi dal soggetto, egli può individuare gli errori e correggerli.
  • Attribuire a se stessi gli insuccessi, alle circostanze i successi: produce vittimismo (sincero o strategico) oppure ostentazione di umiltà
  • Attribuire a se stessi i successi, alle circostanze gli insuccessi: produce vanagloria, delirio di onnipotenza e attribuzione di meriti infondati
  • Attribuire alle circostanze sia i successi che gli insuccessi: la persona si sente in balia degli eventi, si rassegna passivamente a tutto quello che accade (“impotenza appresa”)

Ancora una volta il centro del discorso è sulla fiducia in noi stessi e su quanto ci aspettiamo dalle nostre azioni. Abbiamo già detto come queste aspettative possono essere a volte distorte, sia in senso negativo che positivo, in altre parole possiamo aspettarci troppo o troppo poco da noi stessi. L’importante è comunque essere sempre pronti a mettersi in discussione, perché partire con le aspettative sbagliate non vuol dire aver già fallito. Se nell’attuare un certo comportamento abbiamo sopravvalutato troppo le nostre capacità, oppure le abbiamo sottovalutate e quasi stiamo decidendo di lasciar perdere, è bene essere sempre disposti a cambiare idea, aggiustando le nostre aspettative man mano che le cose succedono. A questo scopo può essere utile dividere le nostre azioni e i nostri obiettivi in tanti piccoli segmenti, da affrontare uno alla volta ricordandoci sempre che i soli protagonisti della nostra vita siamo NOI!!!

La fiducia in se stessi non assicura il successo, ma la mancanza di fiducia origina sicuramente il fallimento. A.Bandura

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Bibliografia:

A.Bandura, Autoefficacia, Ed.Erickson

A.Bandura, Il senso di autoefficacia, Ed. Erickson

E.Giusti-A.testi, L’Autoefficacia, Ed.Sovera

Sulla deprivazione

DEPRIVAZIONE

Nulla è più facile che illudersi, perché ciò che ogni uomo desidera, crede anche che sia vero. Demostene

La deprivazione è la sensazione cronica che manchi qualcosa; ed è a partire da questa sensazione di mancanza che proviamo il bisogno impellente di risolvere l’insoddisfazione che ne deriva. L’unica soluzione che pensiamo possibile è tentare di cambiare la situazione o la persona che ci mette nella difficoltà.

L’esperienza della deprivazione può raggiungere la massima intensità quando viene accostata all’esperienza dell’essere nutriti. Può essere estremamente doloroso, addirittura devastante,  quando nel momento in cui ci sentiamo  amati per qualche ragione ci viene tolto quell’amore. In quei momenti di pura sofferenza non riusciamo a collegare quel dolore alla sua origine infantile; non siamo consapevoli di trovarci di fronte ad un malessere esistenziale. Al contrario, nella maggior parte dei casi, riversiamo la rabbia e la frustrazione verso chi ci ha messo in quella situazione.

In ogni relazione intima capiterà di sentirsi deprivati e abbandonati; è difficile da accettare ma fa parte del gioco della vita. Nessuno potrà mai riempire i buchi lasciati da deprivazioni antiche, né potrà mai salvarci dal fatto che fondamentalmente siamo soli e che da soli dobbiamo fare i conti con noi stessi.

Altresì è utile capire che proprio attraversando l’esperienza della deprivazione imparando a contenere la delusione e la frustrazione di non avere quello che vogliamo possiamo crescere interiormente, sviluppando quella salda fiducia in noi stessi. Senza questo passaggio non cresceremo mai, rimarremo sempre bambini che si aspettano che gli altri e il mondo diano loro ciò che vogliono.

Proviamo ora ad andare un po’ più vicino, cercando di penetrare più a fondo a quella che è la deprivazione, parola che viene spesso sostituita e confusa con abbandono.

Solitamente non ci sono dubbi su cosa sia un’esperienza di abbandono. Qualcuno che ci ama ci lascia o muore oppure la persona che amiamo incontra qualcun altro e se ne va.

La deprivazione può essere meno evidente, essa può essere attivata dai modi sottili con cui la persona che vive con noi non soddisfa le nostre aspettative.

Possiamo sentirci deprivati quando questa persona fa o dice qualcosa che ci fa sentire separati da lei; oppure quando un’amica o amico manifestano mancanza di attenzione nei nostri confronti; o ancora quando sentiamo che l’altro è disonesto e manca di integrità o addirittura quando l’altro frequenta amici che non ci piacciono o ama vedere film che non ci piacciono.

La deprivazione e l’abbandono sono due facce di una stessa ferita, ma non si manifestano nella stessa maniera.

Se qualcuno ci lascia o se qualcuno che ci è vicino muore, è probabile che si venga gettati immediatamente nella ferita di abbandono.

Nella deprivazione è invece come ricevere continuamente piccole dosi di abbandono e c’è sempre qualcuno verso cui provare rabbia, frustrazione e delusione tanto che la nostra energia viene distolta dal provare dolore per quello che ci accade focalizzandosi sull’accusare l’altro per la sofferenza che sentiamo.

Veniamo catapultati nello stato bambino che sente che non dovrebbe essere trattato in quel modo, che è brutto e ingiusto che quella persona sia così.

Nascosta dietro alla nostra reazione di accusa, rabbia, rassegnazione e allontanamento che spesso compare quando non otteniamo quello che vogliamo c’è uno spazio di grande paura.

Quello che sentiamo quando veniamo abbandonati è la stessa paura di separazione dall’amore, la paura di non avere mai più quello di cui abbiamo bisogno, la paura di rimanere per sempre soli e senza amore.

La differenza con la deprivazione è che questo avviene in dosi più piccole ma più frequenti. Sono momenti in cui senza averne la piena consapevolezza riviviamo dolorose e intollerabili esperienze antiche. Quello che proviamo sono gli echi di quella profonda ferita che ci è stata inferta nell’infanzia quando ci siamo sentiti abbandonati.

Se guardiamo bene tutti, più o meno, abbiamo subito l’esperienza dell’abbandono, forse perché un genitore se ne è andato via di casa quando eravamo piccoli, o perché era spesso assente fisicamente o emozionalmente, o ancora perché non ci siamo sentiti visti, ascoltati, voluti o perché sentivamo la pressione di pretese e aspettative nei nostri confronti vissute come condizione per essere accettati.

Quella di cui io parlo è la ferita d’abbandono che ha le sue radici nella mancanza di empatia, cura, protezione, nutrimento, attenzione guida.

Nessuno ha avuto un’infanzia perfetta, ma anche se avessimo avuto un “perfetto” nutrimento fisico ed emozionale sentiremmo ugualmente dentro di noi un vuoto. Quel vuoto che è necessario affrontare per diventare adulti, quel vuoto che nasce dalla primaria esperienza di deprivazione e abbandono che abbiamo vissuto: lasciare il grembo materno.

Crescendo, teniamo per lo più sepolti il dolore e la paura di questo abbandono, finchè non ci permettiamo di avvicinarci a qualcuno, allora essi vengono in superficie, minando a volte la relazione che stiamo vivendo.

Molte relazioni naufragano per la mancanza di comprensione del fatto che, in qualsiasi legame, se vogliamo andare in profondità nell’intimità con l’altro, dovremo incontrare spesso la deprivazione.

Capita quindi che se ci troviamo a vivere la frustrazione della deprivazione o il dolore dell’abbandono o minimizziamo le nostre sensazioni reprimendole, oppure sentiamo rabbia e risentimento.

La strada utile, invece, è quella di diventare pienamente consapevoli e sentire i modi in cui, nell’infanzia, abbiamo vissuto l’essere deprivati e abbandonati.

Mentre regrediamo allo stato bambino cerchiamo disperatamente e ossessivamente di scappare dal panico che deriva nel sentirsi deprivato e abbandonato, c’è, invece, una parte del nostro essere che ne è attratta, una parte di noi che sa che imparare a sentire stando in quella paura è un fondamentale rito di passaggio sul cammino verso la riconquista di sé.

Certamente quanto più fummo deprivati nella nostra infanzia tanto più difficile sarà affrontare la deprivazione e l’abbandono, ma la nostra esperienza è che a nessuno vengono risparmiati quella paura e quel dolore. Attraversare queste esperienze vuol dire aprire la porta per connetterci direttamente con l’esistenza, per sviluppare quella fiducia che sorge quando sentiamo che è l’esistenza stessa che ci sostiene e che si prende cura di noi.

 

 

liberamente tratto da:

Krishnananda,Amana – “Fiducia e sfiducia” – Ed.Feltrinelli

Speranza: controindicazione ed effetti collaterali tra realtà e illusione

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“La speranza è quella cosa piumata che si posa sull’anima, canta melodie senza parole e non smette mai”. E.Dickinson

La Speranza è uno dei motori della vita.

Senza la speranza ci ripiegheremmo su di noi come fiori appassiti sugli steli.

Ci sentiremmo in balia dell’ignoto e del caos, sopraffatti dalla paura, con gravi ricadute sull’umore e sulla fiducia nella nostra capacità di saper fronteggiare il corso degli eventi.

Probabilmente rinunceremmo a combattere le mille battaglie quotidiane se non avessimo un ragionevole convincimento di riuscire, con un po’ di fortuna, a soddisfare i nostri desideri, a realizzare i nostri progetti, cambiando così in meglio la nostra vita.

A questo scopo confidiamo in una sorte benigna, nella nostra intelligenza e intraprendenza, nell’aiuto di chi ci vuole bene. Speriamo di avere una buona salute, di incontrare l’uomo o la donna dei nostri sogni, di avere successo nel lavoro. Speriamo nella clemenza del clima che sta cambiando, nei progressi della medicina, in nuove scoperte scientifiche che ci chiariscano sempre più i misteri dell’universo. Speriamo nella giustizia sociale, un mondo senza guerre e un futuro più degno di essere vissuto per tutti.

Forse è bene fermarsi perché credere in maniera così totale nella speranza ci può condurre all’utopia inducendoci a confidare nell’impossibile.

La speranza è una parola da prendere con le pinze per evitare di cadere nelle sue trappole.

La prima è quella di scambiare l’illusione con la speranza. Si fa presto a trasformare un’aspettativa anche poco realistica in una persuasione che è già più di una speranza, lasciandoci quindi catturare da miraggi e fantasticherie che offuscano i nostri criteri di giudizio, al punto che diventa difficile distinguere i confini del reale dall’immaginario. Un po’ come i bambini che, nella loro mentalità autoreferenziale, nel gioco costruiscono mondi per loro più veri della realtà.

Potremmo tuttavia scoccare una freccia a nostra discolpa ricordando che, in molte circostanze della vita, è oggettivamente difficile capire se sussistono presupposti ragionevoli per fondarvi una speranza. E’ vero però d’altro canto, che in questo tipo di valutazioni siamo spesso poco attenti proiettando, in molti casi, dal dentro al di fuori di noi desideri e bisogni personali che abbiamo fretta di vedere soddisfatti. Può, ad esempio, succedere in amore quando sopravvalutiamo l’intensità dei sentimenti di cui siamo oggetto, incapaci di accettare l’idea che il nostro coinvolgimento amoroso nei riguardi di qualcuno non sia adeguatamente corrisposto; talvolta proprio per nulla.

La seconda minaccia è che nei momenti di impasse o di difficoltà che ci troviamo a vivere, siamo tentati di usare la speranza come paravento per deresponsabilizzarsi sottraendosi allo sforzo di provare a dare forma concreta ai propri desideri e bisogni.

In maniera alquanto fatalistica rimaniamo in attesa che la soluzione come per magia ci cada dall’alto.

Se osserviamo bene le nostre vite, ponendoci di fronte ad esse in modo lucido e disincantato vediamo, a conti fatti, che la storia personale di ciascuno non è poi così piena di speranze realizzate. Soprattutto se siamo stati poco intraprendenti e abbiamo trascinato la nostra esistenza al riparo da grandi azioni, confidando in qualche colpo di fortuna o in qualche intervento esterno che potesse risollevarci dopo una caduta, sempre a sperare, magari sospirando, che il vento cambiasse.

Con il passare del tempo, il calo della speranza è un fenomeno che potremmo definire fisiologico, perché con l’età si riducono inevitabilmente le risorse e si restringe il nostro raggio d’azione.

Più ci inoltriamo nell’età adulta più diventa difficile mantenere una visione fiduciosa nel futuro, ma nello stesso tempo è anche certo che, quanto più ci arrendiamo, tanto più la nostra vita perderà di significato.

Il match si fa duro: da una parte cercare di armonizzare una presa di coscienza realistica di ciò che ci troviamo a vivere e dall’altra continuare a coltivare la speranza. Sembra davvero un’impresa ardua destinata a fallire: una gara senza fine tra la fiducia nella vita e la resa incondizionata al nemico.

Ma è pur vero che per quanto possa essere faticosa la battaglia alla lunga vince sempre la speranza.

Anche quando sembra che la nostra resistenza sia ormai allo stremo ci scopriamo, in numerose occasioni, ancora capaci di riconoscere la fiamma accesa della speranza che, nonostante tutto, continua a brillare dentro di noi. Ed è proprio quel chiarore che ci impedisce di ridurci a spenti simulacri senza più mordente e motivazione che si lasciano semplicemente trasportare dalla corrente.

Ecco dunque le due facce della speranza; da un lato ci fornisce preziosi stimoli vitali, dall’altro se non teniamo ben sotto controllo le nostre aspettative, rischiamo di allontanarci dalla realtà diventando ostaggi di un’eterna illusione.

Questo duplice aspetto della speranza ci espone al pericolo di continue oscillazioni emotive, talvolta anche intense. Possiamo passare da momenti di irragionevole euforia, nei quali ci prospettiamo un sicuro appagamento dei nostri desideri, ad altri di buia disperazione in cui ci sentiamo completamente privi di risorse.

E’ necessario dunque imparare a governare saldamente la nostra nave anche nella tempesta, imparando a scrutare le onde che si abbattono sullo scafo, per riuscire a dominare il tumulto delle acque e non perdere la rotta.

Ossia diventare attenti osservatori, in grado di distinguere in modo realistico gli ostacoli e le opportunità che la vita ci mette davanti e dopo un attento esame di realtà, si tratterà di intervenire con grande fiducia in sé aiutati dalle migliori strategie messe a punto nel corso della nostra vita, per restare a galla anche in mezzo a dispiaceri, difficoltà e tribolazioni.

Liberamente tratto da:

Ivana Castoldi “Se bastasse una sola parola” Ed.Feltrinelli

A casa ….

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Troppo spesso ci risulta difficile realizzare ciò che ci sta a cuore e, se per certi aspetti possono esserci degli ostacoli davanti a noi, con altrettanta forza accampiamo scuse per non realizzarlo, per paura.

Certo, non possiamo sapere come andrà a finire, ma se sapessimo già il risultato di ogni nostra azione la vita sarebbe poco emozionante.

L’Universo però ci chiede di metterci in gioco.

Rifiutare la chiamata della vita significa stasi e il ristagno non è salutare.

L’energia potenziale racchiusa in ognuno di noi va realizzata altrimenti, prima o poi, pur di trovare un modo per manifestarsi, esploderà e potrà farci anche molto male.

Molte volte la verità è che non crediamo pienamente che qualcosa funzionerà a nostro favore; siamo dubbiosi, ansiosi e troviamo mille ragioni per essere cauti e non osare.

La parola coraggio viene da “aver cuore”. Ci vuole coraggio per agire. Ci vuol cuore, cuore per ciò che stiamo facendo, cuore per noi che lo facciamo.

E questo si traduce in un’altra parola: fiducia!

Procedere con fiducia nella vita, in ogni nostra giornata, in ogni nostra situazione, in ogni nostro pensiero, ci permetterà di realizzare chiaramente quello che dobbiamo fare, ossia realizzare chi siamo.

La fiducia è qualcosa che si ripone, come un’intenzione chiara e aperta, nelle pieghe dell’esistenza.

La fiducia è consapevolezza di chi siamo, terreno fondamentale e punto di partenza per qualsiasi percorso.

Tutto il tempo impiegato a criticare gli altri, le cose che non ci vanno bene, tutti i dubbi, le possibilità negative, tutto il cinismo sul mondo che ci circonda, tutto questo è tempo sprecato. Se vogliamo realizzare ciò per cui siamo qui, ci serve fiducia.

La fiducia è una disposizione d’animo che non è sinonimo di ingenuità o scarsa capacità di analisi e valutazione; fiducia significa guardare avanti e non distogliere lo sguardo, serbando nel nostro cuore la certezza che ogni cosa andrà esattamente come deve andare.

Non facciamoci distrarre dal caos o, peggio ancora, non utilizziamo come alibi. Proviamo a muoverci in quel caos con leggerezza e determinazione.

Nel flusso della vita la nostra intenzione è la nostra guida e il timone sarà la nostra fiducia, sarà quanta consapevolezza abbiamo nel nostro essere presente a noi stessi nel sapere che ogni cosa, ogni circostanza e ogni incontro hanno un senso preciso.

La fiducia è avere tenacia nel procedere. E’ lei che ci permette di non essere in lotta, ma di seguire il flusso degli eventi. La fiducia guarda avanti!

Perciò proviamo ad essere fiduciosi e lasciare il posto alla possibilità.

Accogliamo l’incertezza, camminiamole affianco, diventiamole amica.

Riconsideriamo i dolori e le sofferenze.

Rivalutiamo le difficoltà e gli ostacoli.

Infondiamo coraggio alle nostre emozioni.

Ci sono momenti in cui bisogna fermarsi, certo. Ci sono situazioni che richiedono passi ponderati e cauti. Ma ricordiamoci sempre di scegliere di alzarci.

Quando è il momento. Quando riusciamo. Ma non dimentichiamolo!

La fiducia saprà sempre prenderci per mano e risollevarci.

Non “dobbiamo” essere fiduciosi; non siamolo per dovere. Non siamolo perché temiamo le conseguenze. Non siamolo perché pensiamo che ci possa rendere più capaci di fare.

Siamo fiduciosi perché vogliamo e scegliamo di crescere, di espandere il nostro essere, la nostra vita, le nostre possibilità.

Siamo fiduciosi per esplorare il nostro posto nell’Universo.

Siamo fiduciosi per poterci conoscere e guardare dentro.

Quando si ha fiducia, si impara ad andare oltre le circostanze, impariamo a trascendere. Se siamo concentrati su questo, la confusione del quotidiano avrà poco effetto su di noi.

Questo non significa essere distaccati o disinteressati, ma significa vedere il mondo da un luogo senza tempo che si trova dentro ciascuno di noi.

Fiducia significa trovare quel luogo e farlo diventare la nostra casa …….

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Liberamente tratto da: B.Pozzo – La vita che sei – Ed.BUR

Ricominciare da adesso

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“Nessuno può tornare indietro e creare un nuovo inizio, ma chiunque può ricominciare oggi e creare un nuovo finale” M.Robinson

Riflessioni dopo una sessione di counseling ….

In qualsiasi momento possiamo dare alla nostra vita e ad ogni piccola o grande cosa che ci troviamo ad attraversare un altro significato se solo lo vogliamo.

E in ogni momento possiamo ricominciare da adesso!

Per poter fare questo da cosa si deve liberare il nostro libero arbitrio e diventare davvero libero?

Il confine delle nostre conoscenze ed immaginazioni costituisce il confine della nostra libertà di scelta. Quanto maggiori sono le nostre conoscenze e la nostra immaginazione, tanto più grande è la nostra libertà di scelta, perché così potremmo avere un ventaglio sempre più ampio di possibilità interpretative. Tuttavia, al contrario, l’eccessiva sicurezza del sapere si può trasformare in un ostacolo verso nuove potenzialità.

Proviamo a fare un esempio: immaginiamo una persona che crede di essere chiusa a chiave dentro ad una stanza: vorrebbe uscire ma non ci prova, dato che “sa” di essere rinchiusa.

Forse si sbaglia e la porta non è affatto chiusa a chiave, ma non se ne accorgerà mai, se continua a credere che lo sia. La sua libertà di scelta è ostacolata da quello che pensa sia “vero”.

La realtà misurabile, esiste e non sempre le condizioni del contesto in cui viviamo sono ideali. Oltretutto se così non fosse, non saremo motivati a fare qualcosa per cambiarle. Tuttavia l’auto-boicottamento, la svalutazione e la convinzione di non essere degni di felicità e soddisfazione a prescindere, sono sempre in agguato.

Proviamo a dirci che ricominciare si può, sempre! Nonostante le condizioni avverse, nonostante la fatica, nonostante quello che crediamo sia perdita di tempo, nonostante le forze che ci portano poco a poco ad evitare ogni situazione che riteniamo dannosa, ….. nonostante tutto si può!

Si può ricominciare a prenderci cura smettendoci di danneggiarci, invertendo la rotta con “piccoli atti di gentilezza a caso” questa volta verso di noi, imparando ad osservare la nostra avversione con benevolenza senza identificarci in lei. Accorgendoci soprattutto che non sperimentiamo mai il mondo come è, ma come siamo noi.

Per vivere la nostra scelta di ricominciare sempre da adesso ci possiamo chiedere, concretamente: per che cosa sono disposta a investire il tempo prezioso della mia vita?

Se usiamo un linguaggio giudicante ci allontaniamo dall’esperienza, la rifiutiamo. La confrontiamo alla nostra immaginazione di come “dovrebbe essere invece” e preferiamo questa versione a quello che percepiamo abbandonando il campo ancora prima di iniziare il “gioco”. Inoltre se proviamo avversione per l’idea che ci siamo fatti di noi stessi, ci impediamo di cogliere le risorse che abbiamo e che potrebbero essere il punto di partenza per ricominciare.

Proviamo a dire di sì a quello che ci viene incontro e vuole la nostra cooperazione. Semplicemente. E osserviamo come ci sentiamo con sincerità, senza filtri e proiezioni.

Proviamo a “lasciarci in pace” dai continui sabotaggi che la parte svalutata e svalutante mette continuamente in atto ad ogni nostro tentativo di intraprendenza. Sosteniamo invece quella parte profondamente libera, curiosa e proattiva che vive in ciascuno di noi. Portiamola alla luce, ascoltiamo le sue parole, senza annullarle nel brontolio e rimuginio che fanno da sottofondo costante ai nostri pensieri.

Smettiamo di accusarci e recriminarci, vivendo nel sempiterno rimpianto di qualcosa che poteva essere e facciamo!

Prendiamoci la respons-abilità da persona adulta capace di “rispondere abilmente” agli stimoli che la vita ci offre.

Fidiamoci e affidiamoci a noi stessi cosicchè le frontiere del pensabile si apriranno spalancando davanti a noi nuovi scenari che ci traghetteranno dal “senso del dovere” al “senso del volere”.

Il “senso del dovere” si trasforma in “senso del volere” e “del potere”, quando ci rendiamo conto del valore fondativo della nostra libertà di scelta. E’ quel salto di qualità che segna il cambio di passo portandoci ad essere una persona autonoma che può decidere di ricominciare.

Una persona autonoma che sente tutti i giorni il valore del proprio impegno nel vivere le decisioni restando dalla loro parte “senza se e senza ma” !

 

La fiducia e la fortuna

Namaste-Gregory-colbert

Namastè – foto di Gregory Colbert

Mi inchino al luogo in te
in cui abita
l’intero universo.

Mi inchino e onoro il luogo in te
dove dimora l’amore
la verità
la luce
e la pace.

Quando Tu sei in quel luogo in Te,
ed io sono in quel luogo in me,
allora
siamo una cosa sola …

Namasté

Sicuramente dopo l’11 Settembre 2001 ci ritroviamo tutti con meno certezze; una netta linea di demarcazione ha diviso il “prima” con il “dopo”. La fiducia nei mercati, la fiducia nel lavoro, la fiducia nel progresso, nella crescita vengono meno.

Quando la realtà supera l’immaginazione tendiamo a perdere fiducia come se non ci fosse più tanto tempo davanti per crescere e cambiare, come se tutto diventasse improvvisamente più urgente , più immediato. Perché la sorpresa, l’agguato aumentano le probabilità.

Così questi episodi così travolgenti snaturano la ciclicità della vita. Un qualcosa che poteva capitare una volta nella vita, passa a due, si raddoppia e crolla la fiducia. L’imponderabile, il fattore “succede”, che sgomenta da sempre noi uomini, aumenta di probabilità. Drasticamente è questo il mondo in cui viviamo ora.

In questa fase più che mai, diventa centrale il confronto con l’altro, la relazione come condivisione, l’affetto come diretta conseguenza del ritrovarsi con vissuti simili e diversi che diventano una ricchezza per tutti.

Solo così può rinascere la fiducia: dall’incontro di varie persone che insieme alimentano l’unica energia capace di opporsi anche simbolicamente all’evento distruttivo: la solidarietà.

In un mondo centrato volutamente sulla paura, sulla strategia del terrore, l’altro non c’è mai, se non come oggetto proiettato di un bisogno disperato di dipendenza e quindi sempre distante, sempre irraggiungibile. Invece l’altro è qui. Basta che alziamo gli occhi, lo vediamo, lo riconosciamo ed è qui pronto a vederci, a riconoscerci, a smascheraci, ad amarci per quello che siamo. Prendere o lasciare, questa è la fiducia. Un’opportunità.

Ma che cosa è la fortuna? La fortuna non è un caso, né passività. Se noi onoriamo noi stessi, ci rispettiamo profondamente e facciamo la stessa cosa con gli altri, arriva la fortuna che non è altro che la percezione di un’essenza sacra dentro di noi ….. Namastè  “mi inchino al divino che è in te”.

La fortuna è qualcosa di sacro. Tutte le volte che disprezziamo noi stessi, senza andare fino in fondo al processo di dolore,senza elaborare il disprezzo, senza trasformarlo ma abbandonandoci al vittimismo, allora la fortuna non compare, non può comparire.

La fortuna arriva se c’è la volontà di rispettare la vita.

Lo stesso vale per la paura. Quando è lontana da un messaggio di cambiamento, quando è semplicemente frutto di un condizionamento, di un’abitudine, quando è un elemento parassita, allora va affrontata e trasformata. Come? Attraverso il corpo.

Il corpo può diventare uno strumento straordinario di trasformazione della paura. Si tratta di Fare. Di muovere questa grande energia. Una volta trasformata, la paura diventa il viatico per il piacere. Scoprendo il velo, cessa di essere un’emozione che paralizza, lasciando fluire il dolore si apre la porta al piacere. E la paura riprende il suo giusto posto ritornando ad essere un avviso, un campanello d’allarme per rientrare in noi stessi per ri-indicarci la strada del ritorno a casa.

Per me la fiducia è un dono che spesso perdiamo e dobbiamo riconquistare, come??? Con un duro lavoro su noi stessi. E’ qualcosa di mobile, vitale, che si riconquista lottando.

La fortuna è frutto della fiducia.

La fiducia è credere nel cambiamento. E’ lavorare ogni giorno per migliorarsi, per arrivare a VIVERE. La vita è un viaggio caldo e appassionato, non è quel vagabondare in un deserto arido e freddo che spesso ci troviamo a percorrere pensando che non possa esistere altro paesaggio.

Nasciamo in un certo modo, con un certo bagaglio che ci rende unici, particolari, con una nostra bellezza originale. Attraverso la strategia e poi la marea di meccanismi di difesa originati nella famiglia e propagatisi a macchia nel mondo esterno, finiamo per perdere contatto con la nostra essenza fino a sentirci alienati da noi stessi.

Il nostro sforzo, compito o missione è tornare ad essere quel che siamo sempre stati. E’ questo il vero cambiamento. Solo in questo vecchio-nuovo stato ci possiamo sentire veramente comodi, a nostro agio, come abbiamo sempre desiderato ….

Dipendere dagli altri …. un “vizio” femminile …

dipendenza affettiva2

Le donne che sono (state) convinte di avere un sé fragile e debole hanno delegato ad altri la gestione della loro esistenza, aspettandosi che fossero gli altri ad occuparsi di loro, a proteggerle, a soddisfare i loro bisogni, a riconoscerle meritorie. Hanno così imparato a privilegiare la comunicazione indiretta, fatta di allusioni, senza esplicitare richieste chiare per il timore di venire respinte.

Le donne hanno imparato a rendersi deboli e impotenti per attutire tensioni, per evitare conflitti, per conformarsi a chi pensavano le volesse così: i famigliari, i datori di lavoro, la società. Così hanno offerto ad altri su un piatto d’argento il loro potere, la loro autonomia e le loro forze. Non sarebbe ora di riprendersele???

La dipendenza auto-imposta delle donne si manifesta talvolta con un’eccessiva dose di fiducia e con la gelosia.

Dare fiducia a qualcuno è come denudarsi in sua presenza, mostrando le parti più intime e più fragili. Ci spogliamo delle consuete protezioni quando crediamo che l’altro non approfitterà della nostra nudità e saprà rispettarci.

La fiducia è una impalcatura senza la quale non potremmo creare legami. Senza questa, ogni scambio interpersonale non potrebbe neanche cominciare e ogni transazione sarebbe impossibile perché senza fondamenta. La fiducia rinforza e crea un circolo benefico che genera e nutre fedeltà e realtà, riconoscendo però anche l’incertezza, senza eccessiva ingenuità.

Un suo eccesso, soprattutto verso chi non la merita, si trasforma automaticamente in autorizzazione a farci imbrogliare, tradire, abusare. Per evitare di cedere al vizio di regalare fiducia a chi non la merita è prudente contemplare il rischio di essere traditi. Anzi, non ci può essere tradimento se prima non c’è stato un investimento negativo di fiducia. Così come non ci può essere delusione se prima non c’è stato un processo d’illusione.

Alcune donne però hanno il vizio di continuare a fidarsi di certe persone, anche dopo aver raccolto sufficienti prove della loro malafede, anche dopo aver osservato comportamenti lesivi del rapporto. Queste, pur notando all’interno di relazioni importanti comportamenti scorretti, sleali o disonesti, sono pronte a giustificarli, a comprenderli, a lasciar correre. Non tirano le somme e non arrivano a comprendere la gravità di quello che accettano passivamente e le conseguenze cui vanno incontro con la loro condiscendenza.

E’ come se le donne preferissero restare nel limbo dell’ignoranza, sperando che quelle modalità siano del tutto casuali, sporadiche, episodiche; che la persona non sia così sleale, in malafede e che , certamente, domani cambierà. Preferiscono continuare a credersi deboli, impotenti e, soprattutto, dipendenti da chi approfitta della loro ingenuità. Preferiscono raccogliere briciole rafferme piuttosto che correre il rischio di assaporare cibi sconosciuti, magari un po’ piccanti.

Per trasformare il vizio dell’accettazione passiva in virtù del rispetto di sé, basta essere dalla parte della verità dei fatti. I fatti non ammettono tolleranze. La donna ingenua, che continua a fare l’innocente dopo essere stata ripetutamente tradita, coltiva passivamente il rancore e proietta la sua parte di responsabilità fuori di sé. La virtù richiede che lei si assuma la propria parte di responsabilità e accetti la perdita del mito dell’idealizzazione sia dell’altro sia dell’amore con la “A” maiuscola. E’ necessario che riconosca che “nessuno è perfetto” … e meno male !

Per difendersi da una dipendenza autoimposta, chiamata erroneamente amore, bisogna avere la serena consapevolezza che ogni rapporto può essere a rischio di tradimento e, soprattutto, che ogni rapporto finisce: proprio come ogni altra cosa sulla terra, ha una nascita e una morte.

La donna che si sente dipendente dall’uomo è più portata a sentire le tenaglie della gelosia che torcono le budella, confondendo l’amore con il possesso, un patto d’amore tra due mortali in un’alleanza eterna, un accordo che va aggiornato continuamente con un contratto indelebile. Due persone che si innamorano e decidono di stare insieme cominciano a cambiare immediatamente e, da tale mutamento, possono nascere malintesi. Eppure prima di conoscersi, ognuno sapeva vivere senza l’altro. Poi cosa succede? Cosa trasforma una donna autonoma e libera in una bambina conformista e dipendente? Cosa le fa dimenticare le sue risorse legate all’autonomia e la fa regredire alla fase in cui aveva effettivamente bisogno degli altri: quando era bambina appunto?

Non cedere al vizio della dipendenza rende consapevoli che l’unione tra due persone non può essere imposta, imbrigliata, irreggimentata. Anche se due persone hanno deciso di andare nella stessa direzione, ognuno procede con le proprie gambe, con il proprio passo, secondo i propri tempi e ritmi.

La donna che si dà al vizio della gelosia presentandola come una dimostrazione d’amore, in realtà tenta di instaurare una relazione basata su un gioco di potere. Lei, che si crede dipendente, pretende di rendere l’altro succube. Così entrambi corrono il rischio di soffrire e di farsi del male reciprocamente, sminuendo la forza creativa dell’amore.

Quando rimaniamo con occhi, cuore e mente aperti possiamo valutare i rischi. Ci interroghiamo, indaghiamo, facciamo ipotesi e le confutiamo.

Quando impariamo la virtù di frequentare il dubbio, acquisiamo una cautela che educa a sopportare l’incertezza e spinge a procedere con calma….

..… cosa succederebbe se scoprissimo che in realtà non si ha paura di perdere la persona amata ma di acquisire una piena autonomia? Cosa succederebbe se scoprissimo che bastiamo a noi stesse e che la solitudine non ci fa paura????

Piantare dei semi

pianta pomodoro

Pensate ad una pianta di pomodori.

Una pianta sana può produrre anche più di un centinaio di pomodori e per arrivare a questo risultato, bisogna partire da un piccolo seme secco, che non assomiglia affatto ad una pianta di pomodori e non ne ha neanche il gusto.

Se non sapete con sicurezza che quello che avete in mano è un seme di una pianta di pomodori, potreste anche non credere che si trasformerà in una pianta.

Diciamo che interrerete questo seme in suolo fertile, lo innaffierete e lo lascerete esposto alla luce del sole.

Quando il primo germoglietto spunta, non lo calpestate dicendo: “Questa non è una pianta di pomodori”. Piuttosto lo ammirate, esclamando: “Oddio ecco che spunta!” e lo osservate crescere con trepidazione.

A tempo debito, se continuate a dargli acqua, a esporlo al sole e a strappare le erbacce, potreste ottenere una pianta con più di cento succulenti pomodori. E ha tutto avuto inizio da quel semino …

Questa immagine può essere una metafora del nostro processo di crescita . Il suolo fertile equivale alla nostra parte più profonda, il seme e la nuova consapevolezza. L’intera nuova esperienza è racchiusa in questo piccolo seme.

Lo innaffiamo con la fiducia, lasciamo che i raggi  luminosi dei pensieri positivi e dell’amore di sé lo nutrano, ripuliamo il giardino dalle erbacce, strappando a mano a mano gli antichi condizionamenti che ri-spuntano.

E quando vediamo per la prima volta un piccolo indizio che testimonia il processo di crescita, non lo calpestiamo, deluse del modesto risultato; al contrario, guardiamo il primo germoglio ed esclamiamo con gioia. “Ecco che spunta! ….”

Poi lo osserviamo crescere e diventare la manifestazione del nostro vero sé …..

Una teoria del vivere ….

teoria del vivere

“Non si può fare a meno di aver continuamente presenti i problemi: se li abbandoni, quando ci ripensi è peggio …” Molti pensano così alla vita. Tutti attraversiamo momenti in cui i pericoli e le preoccupazioni occupano per intero la nostra emotività e i nostri pensieri. Possiamo allora sentirci timorosi, come bambini che stanno rintanati, oppure avere l’impressione di essere come soldati appostati dietro le fortificazioni, impossibilitati ad allentare la guardia, destinati per sempre ad attendere l’arrivo del nemico.

Non vi è nulla di strano o di sbagliato in questi sentimenti; è importante però capire che si tratta di nostre opzioni, di modi di essere che adottiamo per affrontare la vita e non, come spesso crediamo, di ineluttabili necessità generate dalle pur reali difficoltà del vivere. Sono strategie di sopravvivenza.

In questo modo possiamo anche pensare che c’è talvolta un po’ di esagerazione nei nostri pensieri, che il continuo orientamento ai pericoli ed ai problemi rischia di farci sfuggire felicità, soddisfazioni, emozioni anche se si sa che prima o poi i barbari potranno premere ai confini.

La capacità di vivere momenti (o anche lunghi periodi) di felicità e serenità fa parte delle potenzialità affettive dell’essere umano. Essa è collegata ad una sorte di “fiducia di base” che non tutti possediamo in modo uguale e che si genera in fasi precocissime della vita, ma che può essere aiutata a svilupparsi anche in seguito, e non ha nulla a che vedere con la superficialità o l’ottimismo a tutti i costi.

La fiducia di base ci rende speranzosi non tanto e non solo circa il buon esito delle nostre traversie, attuali o future, quanto nel fatto che in quelle traversie sapremo trovare il modo, pur soffrendo, di realizzare, per quanto possibile, compiti importanti della nostra vita o di cavarcela, ricostruendo sulle ceneri di quello che è andato perduto.

In qualche modo la fiducia di base ci facilita la vita perché non ci costringe ad occuparci continuamente della morte.

Già perchè il punto è questo, la paura della morte. Tutti moriamo e tale destino biologico è anche un evento affettivo presente in infinite forme nelle nostre emozioni.

Alla morte ci prepariamo inconsapevolmente nel corso di tutta la nostra vita. Ad essa non abbiamo nulla da opporre tranne la nostra stessa capacità di vivere e di lasciare nella vita qualcosa di noi.

Abbiamo una tensione interna a sopravvivere sia nella specie attraverso i figli, sia nella cultura e nella memoria tramite i ricordi, le ricchezze, gli affetti, i frutti del nostro talento o della nostra creatività. Possiamo quindi dire che vivere bene è in qualche modo collegato ad una pacificazione con l’idea della morte.

La vita ci presenta infinite morti sotto forma di perdite, sconfitte, disillusioni, rovesci, eventi che ci costringono a ricominciare, a sentire l’abbandono, l’incertezza, la solitudine, il fallimento.

Per alcuni questi accadimenti possono assumere la tinta fosca di un destino atroce, di una persecuzione malevola ed è facile che a questo proposito venga elaborata una teoria del vivere in cui vengono eliminate o ridotte al minimo la possibilità di piacere e felicità. Una teoria in cui è bene “non illudersi” ed è pertanto opportuno mantenere alzata la guardia, vivendo ogni momento come se stesse già accadendo quello che si teme potrà accadere. In questo modo l’infelicità viene utilizzata come una barriera immunitaria di fronte al rischio dell’attesa e della disillusione. Meglio vivere nello scontento che affrontare i rischi di un brusco disincanto.

Tuttavia credo che nessuno possa dire che la realtà sia veramente come il sogno. Il sogno è il motore della vita, ma è fatto per spingerci e per motivarci, quasi mai per essere realizzato così come è.

In fin dei conti, aver realizzato i propri sogni significa quasi sempre aver trovato una strada per sentirci amati, capaci, in pace con se stessi e questo avviene percorrendo vie impreviste, affrontando l’incertezza e il dolore come aspetti inevitabili ma utilizzabili per cambiare e per crescere.

E poi i sogni sono come i bambini: possiamo aiutarli, proteggerli, accudirli, ma dobbiamo anche affidali alla vita se vogliamo che crescano …

Sulla fiducia

animale tana 1

Ci saranno sempre dei sassi sul tuo cammino dipende da te se farne dei muri o dei ponti ….

La fiducia, argomento senza fine che apre la porta per riversare litri di inchiostro cercando di delinearne i contorni. Al suo opposto il tradimento ferita indelebile dell’anima da cui parte il doloroso cammino di risalita verso l’amore per se stessi. Amore indispensabile per trasformare quell’antica ferita che ha messo a dura prova il nostro sentirci degni, in fiducia in sé.

A questo proposito vorrei in questo post riportare una parte dell’introduzione del libro di Krishnananda-Amana “Fiducia e sfiducia” che delinea come la “sfiducia” e la paura di essere traditi e abbandonati può essere curata ri-connettendoci  con noi stessi e la nostra integrità, imparando ad ascoltare la voce profonda della nostra saggezza interiore.

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[…] sembra che nella vita non ci sia tema più grande della fiducia. Abbiamo ricevuto e continuiamo a ricevere lezioni sulla fiducia, ed è proprio la nostra fiducia ad essere messa alla prova quando attraversiamo un momento difficile.[…]

[…] La qualità della nostra fiducia è misurata dallo stato della nostra vita: dall’amore che abbiamo per noi stessi, dalla profondità dell’intimità delle nostre relazioni più importanti, dalla gioia con cui affrontiamo la vita. Sviluppare una fiducia matura è il tesoro al termine dell’arcobaleno del lavoro interiore. […]

[…] Molto spesso, quando veniamo feriti (o traditi – ndr), abbiamo la tendenza a chiudere con la persona che ci ha feriti, ma in questo modo ci chiudiamo anche a noi stessi. Questa chiusura è molto dolorosa, anche se a volte non ne sentiamo il dolore, ed è alla base di molti disturbi fisici e psicologici.

Quando ci chiudiamo, ci ritiriamo in uno spazio di profonda sfiducia e guardiamo al mondo e alla gente da questo spazio. Siamo come animali feriti che spiano il mondo con sospetto dalla loro tana. Da questo spazio è praticamente impossibile vedere con chiarezza gli altri, per questo così spesso reagiamo o li allontaniamo per non essere di nuovo feriti.

Quando ci troviamo in questo stato di animali feriti rintanati nella propria sfiducia tendiamo a riciclare in continuazione gli stessi pensieri e le stesse credenze, finendo magari per abituarci ad una vita di isolamento. Viviamo allora in una situazione dolorosa in cui speriamo di essere trattati in un modo che ci faccia sentire sicuri di poterci esporre, ma appena le nostre aspettative vengono deluse, cosa che accade inevitabilmente, ci ritiriamo nella nostra tana pienamente convinti della verità della nostra sfiducia. Ci rassegniamo alla solitudine inventandoci ogni genere di ragione per non incontrare gli altri.

Sentendoci soli e non nutriti nella nostra tana facciamo allora un nuovo tentativo per uscire, sperando che questa volta la vita e gli altri non saranno un pericolo.

Non solo ci basiamo su come veniamo trattati dall’esterno per rinnovare la nostra fiducia, ma ci abituiamo anche a credere che il nostro nutrimento nella vita dipenda da eventi esterni e da come gli altri si comportano verso di noi. Questo atteggiamento verso noi stessi e verso la vita crea rancore e rabbia e non ci aiuta ad imparare ad espandere la fiducia.

Abbiamo bisogno di una comprensione che ci aiuti a riconoscere il valore delle delusioni e degli abbandoni, così che ci possano dare forza, anziché indebolire o distruggere la nostra fiducia nella vita.

Se vediamo il significato emozionale dei nostri momenti difficili, allora possiamo contenere il dolore. Le delusioni e gli abbandoni ci sfidano a scoprire una fiducia reale. Altrimenti le nostre ferite possono diventare terribili e insopportabili.

Forse diamo per scontato che non è possibile avere fiducia o, se abbiamo esperienze di apertura e fiducia, succede poi qualcosa che ci fa chiudere. Magari alterniamo momenti di estatica fiducia in una persona, o nella vita in generale, a momenti in cui sentiamo separati e isolati.

Sembrerà strano, ma la caratteristica di una genuina fiducia è di non dipendere dagli altri, né da qualcosa di esterno. E’ una profonda esperienza interiore di connessione con il nostro essere e con l’esistenza. […]

[…] Non siano così impotenti come potrebbe sembrare quando arriva il momento di aprire il nostro cuore alla vita, agli altri, e in definitiva, a noi stessi. Perché, fondamentalmente, non è negli altri che dobbiamo imparare ad avere di nuovo fiducia, ma in noi stessi. […]

[…] Per lo più non viviamo nella fiducia in noi stessi, e se sperimentiamo un sentimento di fiducia è in realtà ciò che chiamiamo “fiducia fantasticata”, non una fiducia reale.

La fiducia fantasticata è costruita a partire dalle aspettative e opinioni su come l’esistenza (o Dio) e gli altri dovrebbero trattarci. Naturalmente, quando quelle esperienze non vengono soddisfatte entriamo nella sfiducia, provando collera, risentimento e rassegnazione. Inoltre, possiamo facilmente sentirci vittime di come gli altri o la vita ci trattano.

C’è una parte dentro di noi che vive nella fiducia fantasticata e forse vivrà sempre così. E’ uno spazio interiore infantile e ferito che ha bisogno della nostra comprensione e del nostro amore. […]

[…] C’è un altro aspetto della nostra coscienza più profondo e più saggio. Quest’altra parte ci può aiutare a passare gradualmente dalle aspettative, dalle accuse e dalla negatività ad una più profonda responsabilità. Ci può insegnare ad accogliere le delusioni e le frustrazioni come opportunità per andare più in profondità, per crescere e maturare. Può guidarci e mostrarci che la vita è in realtà amorevole e si prende cura di noi. In questo modo vedremo e sentiremo la bellezza reale nella vita e nelle persone che ci sono vicine, in coloro che amiamo, nei nostri amici e nei nostri genitori.

 

Krishnananda – Amana “Fiducia e sfiducia” Ed. Economica Feltrinelli

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