Mese: marzo 2016

Avanzare verso la gioia di vivere ….

enjoy the life

“Siate felici! E se qualche volta la felicità si scorda di voi, voi non vi scordate della felicità” R.Benigni

Vivere la vita animati dalla gioia di vivere a volte sembra più facile a dirsi che a farsi. Ogni persona cresce e cambia seguendo un ritmo che gli è proprio. Tuttavia quando intraprenderete il vostro personale processo seguite subito la voglia di rallegrare la vostra vita, battete il ferro finchè è caldo. Mentre ne gusterete i benefici, la vostra gioia di vivere traboccherà e, chissà, forse avrà l’effetto di colorare la vita delle persone intorno a voi.

Per avanzare verso la “gioia di vivere” sono necessarie tre condizioni:

  • Volere e Credere: nessuno all’infuori di noi può darci la gioia di vivere; così come nessuno all’infuori di noi può trasportarci fuori dalla nostra “infelicità di vivere”. La gioia di vivere è soprattutto e innanzitutto un fenomeno interiore, la qualità del contatto con se stessi, uno stato dello spirito. La gioia di vivere è una scelta: voler provare il piacere, la gioia, la felicità, la leggerezza, la facilità, la creatività, “il paradiso nella propria vita”, e credere che la gioia di vivere nella vita di ogni giorno sia possibile. Concedersi la gioia di vivere significa riconoscersi il diritto di star bene in ogni istante della propria vita e di “scegliere” di conseguenza ciò che fa piacere, ciò che ci fa bene, invece di subire la vita brontolando passivamente. La gioia di vivere è una serie di piccoli piaceri, di momenti di qualità, di gioia pura e gratuita. La sua definizione varia con il tempo, con l’età, con le fasi della vita. Una scelta straordinaria fatta due anni fa, oggi potrebbe rivelarsi non gratificante. Ecco perché è sempre meglio chiedersi cosa ci fa star bene nel presente.
  •  Entrare in contatto con la propria anima: questo non ha niente a che vedere con la religione o con Dio, in nessun senso. L’anima è quell’ essere che vive nella parte più profonda di noi. L’essere che apprezza, che ama, che sta bene. Chi vive in noi senza artifici né complessi. L’essere che ritroviamo quando siamo soli, quello che ci consola, che ci consiglia, che ci protegge. L’anima ama la pace, la gioia, la calma, l’armonia, la contentezza. Quando le si lascia tutto lo spazio può esprimersi con un grande spiegamento di forze lasciando al suo passaggio momenti di eternità. Attenzione, non parlo dell’ego che, invece riflette la personalità, l’orgoglio, la sensibilità umana, i processi di reazione e, talvolta, i conflitti non risolti con se stessi.. Di solito quando l’anima non viene interpellata è l’ego che parla. Essere in contatto con la propria anima significa intraprendere la strada della serenità interiori. L’ego vive ad una frequenza energetica più bassa, come nelle situazioni di conflitto in cui si può sentire tensione, disagio, malessere. L’anima vive ad un livello energetico più elevato, come nei momenti di armonia in cui si sente un’energia vivificante piena di luce. Come si può fare quindi per aumentare queste “vibrazioni “ buone nutrendo di conseguenza la nostra anima? Cercando il piacere, le attività in cui ci sentiamo bene, in cui ci si sente in pace e armonia con noi stessi. Provate a fare la lista delle situazioni in cui vi piacerebbe trovarvi e concedetevi questi piaceri il più spesso possibile. Solo dopo passeremo a risolvere i problemi. Di solito, invece, si fa il contrario. Prima si gestiscono i problemi, poi ci si gratifica. Per un miglior risultato, prendetevi innanzitutto cura di voi. Consultate la vostra anima e chiedetele di cosa ha bisogno, di cosa ha voglia. Ascoltate la sua risposta e agite di conseguenza. Gioia di vivere istantanea garantita. Per fare questo basta semplicemente interrogare la vostra “vocina interiore”, chiedetele di cosa ha bisogno per stare bene
  •  Impegnarsi a scegliere la gioia di vivere: sugli aerei, quando spiegano le procedure di sicurezza ai passeggeri, si chiede ai genitori di mettersi la maschera per l’ossigeno prima di metterla ai figli. Ebbene, lo stesso vale per l’acquisizione della gioia di vivere. E’ necessario scegliere la gioia di vivere innanzitutto per noi stessi, prima di pensare a rendere felici gli altri. Perché purtroppo la felicità non si vive per interposta persona. La felicità vissuta per procura è una tiepida compensazione, che, presto o tardi, chiede il conto e spesso porta delusioni. Eccoci dunque alla fase principale da cui tutto può avere inizio l’Impegno con noi stessi ….

IO ____________________  mi impegno, a partire da oggi, a fare le cose più indicate per provare gioia nella vita quotidiana, a prendermi cura di tutto il mio essere come non ho mai fatto prima.

Comprendo che durante il percorso di apprendimento della gioia di vivere potrò attraversare un certo periodo di transizione, nel corso del quale potrò vivere emozioni e reazioni nuove per me o per chi mi è vicino. Allora mi tratterò con amore e com-passione in modo da gestire adeguatamente queste situazioni.

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E tu cosa aspetti a impegnarti??????

Imparare a …… fare nulla …..

non fare nulla

Forse vi state chiedendo cosa ci faccia un post sul “far niente” in un blog che parla di crescita personale.

Certo lo sviluppo personale comporta attivismo, movimento, energia e dinamismo! Nessuno nega anzi che l’attivismo sia probabilmente la componente più conosciuta e pubblicizzata dell’evoluzione della persona, e tuttavia, anch’essa è solo un aspetto. Nessuno riesce a mantenersi attivo, dinamico e pieno di energie per tutto il giorno, e nessuno può inserire la quinta marcia e sfrecciare a gran velocità senza mai rallentare.

Forse credete che non fare niente sia la cosa più facile del mondo, ma per qualcuno è praticamente impossibile. C’è chi non riesce a lasciare un lavoro a metà, chi non ce la fa a concedersi nemmeno un piccolo intervallo anche se è esausto, e chi non prende assolutamente in considerazione l’idea di delegare a qualcun altro anche una piccola parte del proprio lavoro. Al solo pensiero di sedersi un attimo a oziare, queste persone subiscono un attacco di ansia che le costringe a riprendere la ricerca di qualcosa da fare.

Se pensate che stia esagerando, vi assicuro che, al giorno d’oggi, si tratta di un problema reale, di un’ossessione per l’attivismo di cui soffrono molte persone, dai manager, e dai direttori d’azienda fino alle casalinghe.

Spesso il problema si manifesta inizialmente quando si deve far fronte ad una situazione particolarmente stressante, in tale occasione si cerca di ricorrere a tutte le energie disponibili per superare l’ostacolo e per sostenere la fatica fisica ed emotiva conseguente; in altre parole si innesta la quinta. Noi tutti possediamo le risorse per far fronte a circostanze particolarmente impegnative, ma non si tratta di energie inesauribili.

Dato che lo stress e gli effetti negativi che lo accompagnano si manifestano gradualmente e furtivamente, è difficile giudicare quando non se ne può più. Di solito si sottovalutano i sintomi fisici di allarme, come i mal di testa, gli stati di affaticamento, o l’insonnia, e maggiore è il nostro senso del dovere e più ignoreremo i segnali rivelatori di tali tensioni.

Un chiaro indice di iperattività è la smodata attenzione che riserviamo ai dettagli e l’ossessionante impegno nel fare tutte le cose in un attimo.

Se la coazione ad attivarsi eccessivamente non viene controllata in tempo,si esauriscono le riserve di energia e prima o poi affioreranno problemi di salute. Un classico esempio di sovraccarico di tensioni è rappresentato dall’esaurimento nervoso.

Come ho scritto sopra la persona dotata di un forte senso del dovere è particolarmente soggetta a scivolare in questa abitudine di prendersi troppe cose a carico. Capita poi che, malgrado abbia da lungo tempo superato la causa originale dello stress, la persona mantenga lo stesso ritmo forsennato perché non riesce a scaricarsi, e quindi nemmeno a recuperare le energie perdute.

Sovraccaricarsi di lavoro è indice dell’incapacità di prendersi davvero sul serio. La mancanza di comprensione dei propri limiti fisici deriva spesso da un’educazione in cui dal bambino ci si aspettava troppo e lo si stressava emozionalmente incitandolo a realizzare imprese eccezionali per guadagnare l’approvazione dei grandi.

Quando i genitori sono persone difficili da accontentare, è possibile che il figlio si venga a trovare in una situazione senza via d’uscita, perché non riuscirà mai a fare abbastanza per soddisfarli ed essere gratificato.

E’ questa l’origine dell’impegno disperato di coloro che si danno troppo da fare per risultare piacevoli, o per essere rispettati dagli altri.

A questi indefessi stacanovisti non passa mai per il cervello che possono essere approvati per quello che sono e non per quello che fanno, perché i loro genitori, molto probabilmente, ragionavano allo stesso modo.

Non tutti sono capaci di liberarsi dall’ossessivo attivismo da soli e in alcuni casi occorre chiedere aiuto; un percorso di crescita attraverso il Counseling o l’Arteterapia potrebbe aiutare a prendere consapevolezza del proprio valore, abbandonando così il copione “compiaci ad ogni costo” e recuperando il timone della propria vita.

Governare i propri livelli di attività significa imparare a guadagnare tempo per se stessi, liberarsi da un senso del dovere morboso e squilibrato per ritagliare momenti di ricreazione in cui poter riprendere fiato. Una volta esaurite le energie per eccesso di attività, occorre tempo per farle tornare al livello normale, quindi prima si impara a stare senza fare nulla e meglio sarà ….

Percezione e filtri

OBBIETTIVO

photo by: http://www.flickr.com/photos/mbaia/3053533264/

Ovunque siate, siete “qui”. Siete dove sentite di essere.

Sono i pensieri, le emozioni e le convinzioni a creare il paesaggio nella vostra “psiche”. E’ questo il vero luogo dove abitate, indipendentemente dall’indirizzo fisico.

Questo posto è creato dalla vostra percezione. Vedete ciò che, pur senza rendervene conto appieno, vi aspettate di vedere. La mente è molto abile nel cercare di applicare lezioni o esperienze acquisite nel passato alle circostanze attuali. Essa è abituata a identificare segni di pericolo e potenziale sofferenza. Ecco perché è così difficile modificare modelli di pensiero e di comportamento che possono essere serviti per proteggerci ad un certo punto della vita ma che non sono più adatti al momento presente.

La nostra mente, come quella di chiunque altro, filtra sempre e scarta i fatti che contraddicono le nostre convinzioni.

Per evolvere e ri-trovare la parte più vera di noi, è necessario lasciarci alle spalle questa prospettiva limitata che applichiamo alla nostra vita: bisogna diventare consapevoli dei filtri e imparare a cambiarli.  In questo modo potremo essere in grado di operare scelte diverse, di creare nuovi comportamenti, nuove vicende …

La percezione funziona così: il cervello impone significato e ordine a tutto quello che vediamo per renderlo comprensibile e per classificare, semplificandole, le molte informazioni confuse e contraddittorie che ci arrivano. La parte conscia della mente blocca molti dati sensoriali che colpiscono il cervello per un buon motivo: assorbendo tutto diventeremo folli. Non è possibile sperimentare tutto quello che ci circonda senza perdere del tutto l’orientamento.

Secondo gli scienziati   la mente umana è in grado di assimilare solo il 5% di ciò a cui è esposta, e questa percentuale è selezionata dal subconscio e organizzata dalla corteccia pre-frontale.

Da questo possiamo dedurre che i “filtri” sono utili tuttavia lasciare che siano solo loro a decidere quale sono le informazioni importanti e cosa può essere scartato significa fermarci in un punto, di riposo sì, dove però anche la nostra evoluzione si ferma.

Per poter crescere è necessario aprire la mente cambiandone i filtri per lasciare entrare nuove informazioni che portano nuove consapevolezze.

E’ attraverso i percorsi di crescita ed evoluzione che i clienti consapevolizzano i processi che li hanno spinti a certe scelte e come gli schemi che mettono in atto si ripetono e si rafforzano. Le persone, spesso, tendono a spostarsi da una situazione all’altra come in trance, negando la vera fonte della loro sofferenza, cioè le convinzioni distruttive e irrazionali che seminano il caos all’interno e influenzano la realtà esterna.

L’unico modo, quindi, per vederci così come siamo consiste nel prendere le distanze da quello che stiamo facendo all’esterno, focalizzando invece la nostra attenzione su quello che stiamo facendo a noi stessi.

Niente e nessuno se non la nostra mente ci trasporta nei campi tempestosi o nelle paludi melmose dove ci sentiamo sopraffatti. La nostra avventura si svolge sempre dietro l’obiettivo attraverso il quale la osserviamo.

Proviamo a fare un passo indietro fidandoci di noi stessi e prendendo il coraggio per vedere quello che è necessario vedere ….

La metafora dell’Alchimia

alchimia 1

“Ogni cosa deve trasformarsi in qualcosa di migliore e acquisire un nuovo destino” scrive Paulo Coelho nel suo romanzo l’Alchimista.

Questo libro mi fu regalato da una cliente, alla fine del suo percorso, che mi disse: “questo libro mi ricorda il lavoro che abbiamo fatto insieme”. In effetti l’alchimia costituisce una buona metafora del processo di counseling.

Gli alchimisti, come racconta la leggenda, cercarono di usare una pietra magica, della “filosofale” per trasmutare il piombo in oro. In realtà questi due metalli erano metafore di stati interiori, poiché la disciplina dell’alchimista riguardava una trasformazione sia psicologica che spirituale.

Gli alchimisti si resero conto che il mistero che cercavano di risolvere non era nel mondo esterno ma nella psiche.

Alcune scuole alchemiche di indirizzo più filosofico paragonarono il nostro stato mentale ordinario ad un ammasso di carbone e la piena coscienza ad un diamante. Nel mondo materiale non sembravano esistere due materiali più diversi del carbone e del diamante, eppure entrambi non sono altro che combinazioni differenti di molecole identiche, quelle di carbonio.

Come il diamante non è altro che una trasformazione del carbone, la piena coscienza può avere origine dal nostro stato di confusione.

Quello che mi affascina nella metafora dell’alchimia non è tanto l’oro, un obiettivo grandioso, ma soprattutto l’importanza attribuita al processo di trasformazione. L’alchimia consiste nell’accettare tutto ciò che sta nel calderone, senza cercare di rifiutarlo o correggerlo, dopo essersi resi conto che anche ciò che è negativo fa parte del processo di apprendimento.

Avere piena consapevolezza significa vedere le cose come sono, senza giudizio . Lo scopo è eliminare le nostre reazioni alle emozioni inquietanti, facendo attenzione a non respingere l’emozione stessa. Sentire e accettare le nostre emozioni imparando a gestirle. La piena consapevolezza può cambiare il nostro modo di relazionarci con le nostre emozioni e di percepirle, senza eliminarle.

Sono convinta che, avendo a disposizione gli adeguati strumenti che conducono alla consapevolezza, tutti noi abbiamo le potenzialità per diventare alchimisti interiori, in grado di trasformare i nostri momenti di confusione in chiarezza di visione.

La fisica ci spiega cosa accade quando il vapore si addensa e le nuvole diventano così dense che inizialmente la luce del sole non riesce a filtrare per far evaporare l’umidità. Dapprima la luce rimbalza letteralmente contro le goccioline d’acqua, irradiandosi in tutte le direzione. Ma quando la presenza costante del sole le riscalda, le goccioline d’acqua iniziano lentamente ad evaporare. E così le nuvole si dissolvono.

Questo processo può essere paragonato all’alchimia emotiva, una trasformazione che ha origine da stati emotivi confusi e che conduce alla chiarezza e leggerezza dell’essere.

La piena consapevolezza in questa alchimia interiore rappresenta il fuoco. Tutto ciò non significa che la nebbia delle nostre menti si dissiperà ogni volta che ne saremo consapevoli e coscienti. Ciò che può mutare è il nostro modo di percepire i vari stati mentali in cui veniamo a trovarci e quello di relazionarci ad essi.

Abitualmente la nostra attenzione si sposta in maniera piuttosto incontrollabile, spinta in una direzione o in un’altra da pensieri casuali, ricordi vaghi, fantasie, frammenti di cose viste, sentite o percepite in qualche altro modo.

Invece la piena consapevolezza è un’attenzione prolungata e resistente alle distrazioni, focalizzata sui nostri pensieri e sensazioni lasciando andare tutto ciò che ci trascina fuori dal presente, dal qui e ora.

Utilizzando questo tipo di approccio, centrato sulla consapevolezza della nostra esperienza immediata, l’attenzione non si focalizzerà tanto sul problema, quanto su come giungere alla chiarezza di ciò che si sta vivendo. In questo modo il problema ci sembrerà meno complicato e diventerà per noi opportunità di apprendimento, anziché minaccia da evitare.

Ecco quindi, come dal calderone di pensieri,sensazioni ed emozioni informi e confuse con il calore della consapevolezza può avvenire la trasformazione alchemica. E ciò che era prima solo disagio esistenziale diventa momento di crescita ……

L’Albero dell’Autostima

albero cuore 1

Noi siamo animali … animali pensanti ,ma animali … animali sofisticati, ma animali. E, come tutti gli animali di questa terra, viviamo in gruppo.

La vita in società non è facile, sorgono speso difficoltà da affrontare, problemi da risolvere, contrarietà da superare … inconvenienti, imprevisti, disguidi, equivoci. Per superare tutti questi ostacoli è indispensabile di una buona forza interiore.

Questa forza ce la fornisce  l’Autostima.

L’autostima è un pensiero che circola nella mente come il sangue circola nel corpo. Il sangue cede alle cellule le sostanze nutritive. L’autostima fa la stessa cosa: cede nutrimento alla nostra forza interiore, è l’ossigeno del coraggio.

Per affrontare la meravigliosa avventura della vita, ognuno è necessario che senta di valere, di essere in grado di fare, di poter riuscire in quello che fa ….

L’autostima è come la forza nelle gambe per poter camminare, nelle mani per poter prendere, sollevare, lanciare … E’ un senso di potenza che occorre necessariamente avere nella mente per fare qualsiasi cosa. Senza di essa le difficoltà della vita sarebbero insormontabili: una collinetta diventerebbe una montagna.

L’albero dell’autostima ha quattro rami: l’autostima esistenziale, l’autostima psicologica, l’autostima materiale e l’autostima sociale.

Guardiamole una per una.

Autostima Esistenziale, ovvero il concetto di valere perché si esiste.

Ognuno di noi nasce con un valore intrinseco: la vita e nessuno ce lo può togliere: né gli insuccessi, né le critiche altrui, né le nostre autocritiche, nessuno tranne la morte.

Chi si stima esistenzialmente pensa: “Io valgo in quanto sono: Io valgo perché esisto, perché vivo, perché respiro, perché sento, perché penso …..

Ricordiamolo sempre: NOI VALIAMO ! Anche se non abbiamo realizzato nulla di importante, anche se siamo una frana , anche se siamo l’ultima persona sulla terra.

Autostima Psicologica, ovvero il concetto di valere perché si E’.

L’autostima psicologica è un sentimento che nasce dal nostro ben fare. Non importa se quello che otteniamo è poco o  di poca importanza, purchè l’abbiamo ottenuto mediante l’uso delle nostre migliori capacità psicologiche: impegno, perseveranza, gioia, amore, onestà , creatività.

Chi si stima psicologicamente pensa così: “Io valgo perché in tutto quello che faccio metto impegno e amore. Io valgo perché sono abbastanza forte … non mi arrendo subito alle prime difficoltà, sono in grado di accogliere il dolore e riesco spesso ad accettare gli altri e le difficoltà della vita. Io valgo perché ho un discreto possesso di me: dei miei pensieri, della mia emotività…”

Cerchiamo di costruirci una buona autostima psicologica. Tanto più questa sarà salda, tanto meno ci importerà di aver sbagliato, perché non abbineremo più l’errore con il nostro senso di valore e tanto meno ci turberemo per le critiche altrui, perché non confonderemo più la la stima degli altri con il nostro senso di valore.

Autostima Materiale, ovvero il concetto di valere perché si ha.

L’autostima materiale nasce dall’essere riusciti ad avere: denaro, beni, prestigio, potere, sicurezze.

A chi si stima materialmente non importa un fico secco se durante il fare-per-avere abbia impiegato la costanza, la creatività, il cuore, l’anima, purchè sia riuscito ad avere.

Chi si stima materialmente pensa così: “Io valgo perché ho un ottimo reddito annuo, un grasso conto in banca, una casa di proprietà riccamente arredata e tante altre cose di valore. Io valgo perché indosso costosi vestiti, mangio cibi sofisticati. Io valgo perché ho potere economico e sociale”.

Il valore dell’autostima materiale è l’avere dunque, l’avere molto: molto denaro, molti beni, molto prestigio, molto potere. Avere, insomma … avere … avere.

A questo punto potremmo pensare”allora più si ha più ci si stima “ ….. Sbagliato!

Perché l’autostima è un fenomeno interiore, non dipende da quello che si ha, ma da quello che si è. Il mondo dell’autostima è il mondo dell’essere non quello dell’avere …

Autostima sociale, ovvero il concetto di valere perché lo dicono gli altri.

L’autostima sociale non è basata sul reale valore di sé, ma su quello apparente.

Alla persona che si nutre di questo tipo di autostima poco importa se vale veramente, purchè gli altri lo credano. E così pur di ricevere approvazione ed evitare critiche è come gli altri desiderano che sia, agisce come gli altri si aspettano che agisca, si sforza di essere irreprensibile.

Chi si stima socialmente pensa: “gli altri mi dicono che valgo, quindi valgo”, “io sono in gamba perché gli altri pensano che lo sia”.

L’autostima sociale è poco consistente, dà poca forza. E’ come la benzina sul fuoco: appena versata fa una vampata, poi, ben presto, il fuoco si spegne. Un segno di approvazione o un elogio fanno subito avvertire una intensa sensazione di valore, ma dura poco. Non appena si è di nuovo soli con se stessi, fa capolino la solita scarsa autostima di tutti i giorni ….

Da tutto ciò si evince che l’Autostima è composta da tutte le autostime descritte sopra e leggendo avrai capito che, per essere forte e stabile, la nostra Autostima è necessario che sia composta soprattutto da “autostima psicologica” e “autostima esistenziale” in modo da diventare inattaccabile.

In questo modo potremo subire un crollo economico, fallire in un’importane impresa, essere abbandonati dal nostro partner, ma la nostra Autostima non crollerà. Potrà vacillare, potrà barcollare, potrà sussultare ma giammai crollare!

Se, invece, la nostra Autostima è composta soprattutto da autostima “materiale” e “sociale”, pian piano, con i colpi che la sorte e gli altri vibreranno, si ridurrà e nascerà in noi la disistima, grande nemico della nostra felicità.

Piantare dei semi

pianta pomodoro

Pensate ad una pianta di pomodori.

Una pianta sana può produrre anche più di un centinaio di pomodori e per arrivare a questo risultato, bisogna partire da un piccolo seme secco, che non assomiglia affatto ad una pianta di pomodori e non ne ha neanche il gusto.

Se non sapete con sicurezza che quello che avete in mano è un seme di una pianta di pomodori, potreste anche non credere che si trasformerà in una pianta.

Diciamo che interrerete questo seme in suolo fertile, lo innaffierete e lo lascerete esposto alla luce del sole.

Quando il primo germoglietto spunta, non lo calpestate dicendo: “Questa non è una pianta di pomodori”. Piuttosto lo ammirate, esclamando: “Oddio ecco che spunta!” e lo osservate crescere con trepidazione.

A tempo debito, se continuate a dargli acqua, a esporlo al sole e a strappare le erbacce, potreste ottenere una pianta con più di cento succulenti pomodori. E ha tutto avuto inizio da quel semino …

Questa immagine può essere una metafora del nostro processo di crescita . Il suolo fertile equivale alla nostra parte più profonda, il seme e la nuova consapevolezza. L’intera nuova esperienza è racchiusa in questo piccolo seme.

Lo innaffiamo con la fiducia, lasciamo che i raggi  luminosi dei pensieri positivi e dell’amore di sé lo nutrano, ripuliamo il giardino dalle erbacce, strappando a mano a mano gli antichi condizionamenti che ri-spuntano.

E quando vediamo per la prima volta un piccolo indizio che testimonia il processo di crescita, non lo calpestiamo, deluse del modesto risultato; al contrario, guardiamo il primo germoglio ed esclamiamo con gioia. “Ecco che spunta! ….”

Poi lo osserviamo crescere e diventare la manifestazione del nostro vero sé …..

Identità personale

cammino 2

“Nessuno si salva tranne che noi stessi. Nessuno ne è capace e nessuno potrebbe. Noi stessi dobbiamo prendere il cammino….” Buddha

Nel corso della nostra esistenza viviamo diverse fasi, diversi periodi; a volte in modo impercettibile, altre in modo eclatante; voluti o imposti viviamo dei cambiamenti.

Ma un cambiamento comporta sempre una morte e una rinascita. La morte rispetto a quello che eravamo e la nascita per quello che saremo. E questo processo provoca dolori, sofferenze e soprattutto mette inevitabilmente a dura prova, ogni volta che accade la nostra identità personale.

Oggi, l’identità personale è comunemente cercata nel possedere le cose e le persone; è quasi sempre costruita sull’esteriorità, piuttosto che sull’interiorità, e così nel momento in cui perdiamole cose o le persone, cioè l’esterno di noi, andiamo in crisi di identità.

Crisi di identità così gravi che possono portare a profondi disagi e che possono essere anche causa di veri e propri problemi fisici.

Solo quando si va dentro di sé centrando la propria esistenza sull’interiorità si può andare verso gli altri e le cose, senza morirvi dentro. Perchè in realtà il problema non è perdere le persone o le cose, bensì non avere in mano la propria vita.

Soprattutto, solo quando si è centrati sul senso profondo della propria esistenza , o meglio, quando questo senso profondo e personale determina la propria identità, siamo in grado di inoltrarci anche per “selve oscure”  senza perderci o per prati al sole godendo pienamente della vita.

Certamente gli imprevisti della vita mettono a dura prova la nostra identità; spesso la mettono in crisi, a volte la spezzano; ma sempre, se si è andati alla ricerca del senso profondo della nostra esistenza, si torna a vivere.

Per senso profondo della nostra esistenza intendo l’orientamento, la mission, inscritto in ogni essere umano, differente uno dall’altro, assolutamente personale e unico.

Solo quando si conosce questo senso profondo dell’esistere e si vuole realizzarlo diventiamo esseri umani a tutti gli effetti Avremo dato uno scopo alla nostra vita!

Non si avvertirà più la noia o l’angoscia, men che meno il fallimento o l’insensatezza della propria esistenza, perché c’è un senso da dare alla vita.

E una volta trovata la visione del proprio cammino …. Go ahead!!!!!

Smarriti nella Landa Desolata

paesaggio con nebbia

Non vi siete mai persi nelle illusioni, nella nebbia di un futuro immaginario i cui contorni vi allettano ma rifiutano di manifestarsi nella realtà?

Qualunque territorio può diventare una Landa desolata se ci stiamo troppo a lungo; e in una landa desolata non c’è crescita, movimento o evoluzione, bensì una stagnazione intrappolata da pensieri ripetitivi che affievoliscono il nostro sentire.

Tutto ci sembra trasparente e senza sostanza, vaghiamo in questo paesaggio smarriti e al di fuori del tempo, finchè non ci autorizziamo a provare quelle emozioni che per paura di sentire ci hanno precipitato in questo limbo.

Come ho detto sopra ci possono essere molte “lande desolate” una di queste è la “Landa Desolata del passato”, luogo occupato da fissazioni in cui si rivive costantemente sempre lo stesso film. Non è uno spazio di presa di coscienza e scelta, piuttosto un luogo dove la nostra mente è occupata da continui rimpianti. Rimpianti però privi di sostanza, bensì ininterrotti rimuginii della mente che continua a pensare a come sarebbe potuto essere e non è stato, una sorta di ossessione che ci porta ad arrotolarci sempre più tra le spire di un circolo vizioso difficile da invertire.

Spesso in questa Landa ci vengono a trovare tre fantasmi il “dovrei”, il “vorrei”, il “potrei” pensieri al condizionale privi di reale concretezza, perché solo pensati ma non giunti a quella reale consapevolezza del cuore che li trasforma in azione.

Vivere nel passato non ci da alcun nutrimento emotivo né ci aiuta a trovare motivazioni nel presente, che è il tempo che ci è dato da vivere. Più rimaniamo lì, più il tempo ci sfugge e ci sentiamo smarriti e privi di controllo. L’essenza della vita scivola via finchè non diventiamo anche noi fantasmi.

Anche se spesso ci vuole coraggio per accettare il presente, questo è l’unico modo per cominciare a creare un futuro migliore.

Anche qui però attenti, può succedere che quando pensiamo al futuro ci ritroviamo in un’altra Landa Desolata anche se sicuramente più allettante della precedente, che ci attira con grandi promesse. Ricordiamoci che il futuro non è solido, è un pensiero, un desiderio, un sogno proiettato non ancora diventato reale.

Possiamo scrivere un vero e proprio copione sullo svolgimento della nostra vita, però il futuro non siamo in grado di controllarlo; possiamo cambiare il presente sul quale il futuro si fonda. Quando invece ci illudiamo di poter controllare il futuro, finiamo in una Landa Desolata.

Pensare ai potenziali problemi che potrebbero accaderci cercando di comprendere quali eventuali emozioni potrebbero suscitare sarebbe un buon esercizio, se lo facessimo consciamente e se, dopo, avessimo la coerenza di riflettere sulla mossa da fare e quindi realizzarla.

La difficoltà, però, sta nell’evitare il pessimismo cosmico che ottenebra la mente e la nostra possibilità di pensare creativamente ad una possibile soluzione, e la successiva fuga dal dolore ad ogni costo che ci porta a cercare di arrivare ostinatamente alla destinazione magica, dove non ci saranno problemi da risolvere.

La domanda che sorge spontanea a questo punto è: come si fa ad uscire da queste Lande Desolate?

L’uscita passa attraverso due porte l’Accettazione e l’Azione Creativa. Accettazione consapevole di quello che è, con tutto ciò che questo comporta, non avendo paura di cadere preda del dolore, bensì imparando a starci lasciando la via del pensiero per avvicinarci a quella del cuore.

Accettare che il passato “è stato” e di non essere l’unica forza a poter determinare il futuro ci permette di assumerci quella responsabilità necessaria a fare dei cambiamenti invece di aspettare che qualcuno venga a salvarci. Si mette in atto quell’Azione Creativa che comincia a lavorare nel momento in cui si lascia andare l’ossessione di raggiungere quello che non è stato e mai potrà più essere per andare verso un obiettivo che partendo dal “qui e ora”  ci porterà, attraverso un cammino vissuto consapevolmente passo dopo passo, a ciò che siamo “destinati” ad essere.

La magia della vita è dappertutto, anche nei luoghi meno probabili e se miglioriamo le nostre doti di navigatori ci risulterà più facile tollerare le regioni ostili e così facendo potremo evitare quelle Lande Desolate fuori dal tempo che ci impediscono di evolvere ingabbiandoci in un eterno limbo.

L’esperienza della dualità

dualità

Due energie interiori ci animano. Potrebbero sembrare in opposizione, ma fanno parte dello stesso movimento del nostro essere profondo. Così come ritroviamo la fragilità nella potenza, ritroviamo la potenza nella fragilità.

Queste energie, anche se sembrano in opposizione, sono totalmente compatibili e soprattutto complementari. Da esse dipende l’armonizzazione del nostro essere.

All’immagine della natura che comprende le forze del cielo e della terra, del sole e della luna, il nostro corpo presenta un lato destro e un lato sinistro, una parte superiore e una inferiore. Anche il nostro sistema nervoso centrale funziona in base a coppie di opposti: il sistema parasimpatico, collegato all’emisfero sinistro del nostro cervello, sede della logica, del calcolo e degli aspetti più razionali e il sistema simpatico, collegato all’emisfero destro, sede della ricettività e dell’ascolto.

Siamo fondati sulla dualità e facendone interiormente l’esperienza cerchiamo istintivamente di accoppiarci.

Jung ci dice che nasciamo uniti e che è l’atto della nascita che ci fa conoscere la nostra prima separazione dalla matrice.

Da quel momento in poi, cerchiamo immediatamente di ristabilire il contatto con l’altro che, all’origine, era nostra madre.

Così, dal momento in cui la nostra vita ha inizio, cerchiamo di ri-creare l’unità con l’altro, unità che abbiamo conosciuto, a meno di esperienze traumatiche, nel corso della nostra vita intrauterina.

Ovviamente la divisione sarà tanto meglio vissuta se la diade con la madre sarà stata serena. La nostra divisione segue la costruzione della nostra personalità di bambini, adolescenti e poi di giovani adulti, tutto questo nostro malgrado.

Può perfino sfociare in un divorzio con la nostra natura profonda, perché crescendo costruiamo un “altro me stesso”, una falsa personalità per fronteggiare le varie “ferite d’amore” a cui possiamo andare incontro. Ecco perché più avanziamo con l’età, più possiamo sentire il bisogno di riunificarci sul filo di quello che Jung definisce il cammino dell’individuazione.

Gli avvenimenti esteriori possono aiutarci grazie alla sincronicità, grazie al nostro mondo interiore, attraverso sogni e sintomi.

Questo appello a ri-trovare se stessi è ritmato come il movimento di un bilanciere. La dualità che ci anima assomiglia ad un orologio interno il cui bilanciere s’aggiusta per permettere l’unione degli opposti, l’unione delle forse contrarie e complementari: sole e luna, maschile e femminile, conscio e inconscio.

Questa unione non può essere vissuta che a partire dall’asse dell’amore, perché esso solo ci permette di sviluppare una posizione interiore fondata sull’armonizzazione delle forze in opposizione.

Agire l’amore a partire da un’armonia tra gli aspetti più profondi di sé permette allo slancio dell’amore di metterci al mondo.

Amor proprio e amore per gli altri

amare se stessi 6

…. Essere amanti di se stessi è la base di ogni relazione

La mia idea di un incontro sano è quella di due persone centrate su se stesse che dividono il loro cammino senza rinunciare a chi sono. Se non sono centrata su me stessa è come se non esistessi. Se non so chi sono, se non rispondo a questa prima domanda, come potrò incontrarti sul mio cammino?

Ma è difficile accettare questa idea dell’amore, soprattutto perché va contro tutto quello che abbiamo imparato. La società cerca in molti modi di insegnarci a privilegiare il prossimo. Ci viene detto, per esempio, che se stiamo insieme a qualcuno qualunque cosa sia importante per lui deve esserlo anche per te.

Ogni volta che dico che dovremmo accettare il fatto di essere il centro della nostra esistenza e che il nostro punto di vista è più importante di quello degli altri, qualcuno sbotta indignato:” questo è un modo di pensare egocentrico!”. Io rispondo: “Si, certo. E’ egocentrico, o meglio “ego-centrato”. E per di più è salutare che lo sia. Il male non è essere centrati su se stessi. Quello che è folle è voler essere il centro della vita di un altro”.

Inevitabilmente, per apprendere questa idea dell’incontro bisogna avere il coraggio di essere protagonisti della propria vita, perché se manca il protagonista, non si può fare il film. “Tu puoi essere molto importante nella mia vita, posso volerti bene ed essere disposta a cedere un poco, oltre me stessa, amo anche te; però non voglio essere obbligata a scegliere tra i due … Scommetto con tutto il cuore su noi due. Ma se mi costringerai a scegliere fra me e te … sceglierò me….”

Non bisogna confondere l’espressione di questo sano egoismo con il comportamento dei miserabili, gli avidi o gli avari che sono un’altra cosa.

Parlando di me, ripeto sempre la stessa cosa: mi dà tanta soddisfazione compiacere le persone che amo e, da vera egoista, non voglio rinunciarvi. Questo lo chiamo egoismo solidale. Non voglio smettere di allietare la vita, alleggerire il cammino e colmare di sorrisi le facce di chi mi sta intorno. Ma non lo faccio per loro, lo faccio per me. E c’è una bella differenza.

Se io facessi una cosa per te, non potrei continuare a sostenere il valore dell’autodipendenza. Il mio comportamento non dipenderebbe da me, bensì da quello di cui hai bisogno e allora, poco a poco, senza rendermene conto, comincerei a diventare dipendente.

Tutto comincia quando smetto di fare qualcosa perché credo che non ti farebbe piacere o ne faccio un’altra perché so che è quello che ti aspetti da me. Se nel mio desiderio di compiacerti sono diventata dipendente, ci saranno ogni volta sempre più cose alle quali sarò costretta a rinunciare. E non credo che questo porti a niente di buono.

Quell’idea tanto legata alla religione cristiana “amerai il prossimo tuo come te stesso”, non deve essere interpretata se non per ciò che è. Essa non dice “amerai l prossimo tuo “più” di te stesso”, bensì “come” suggerendo che questo è il massimo che uno può pretendere dal suo amore per il prossimo.

L’amore per gli altri si crea e si nutre ma comincia da quello verso se stessi. Quanto più mi godo la mia vita, quanto più piacere sono in grado di provare, tanto maggiore è la mia capacità di innamorarmi di me stessa e degli altri.

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