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Lasciare andare o cadere ….

goccia acqua 1

“E quanto coraggio ci vuole a lasciare andare qualcosa che vorresti a tutti i costi restasse? Non è forte chi trattiene, chi stringe la morsa. E’ davvero forte chi capisce quando è il momento di mollare la presa” (cit)

L’esplorazione del Sé è inestricabilmente legata con l’evolversi dell’esistenza di ciascuno di noi. Gli alti e i bassi che caratterizzano la vita possono generare la crescita personale o creare paura. Quale dei due si riveli poi dominante dipende interamente dal nostro modo di intendere il cambiamento.

Il cambiamento può essere vissuto sia come qualcosa di esaltante che come qualcosa di spaventoso, ma a prescindere da come lo intendiamo, noi tutti dobbiamo affrontare il fatto che il cambiamento rappresenta il tratto distintivo della vita.

Se si prova molta paura il cambiamento non sarà gradito e si farà di tutto per creare intorno a noi un mondo che sia prevedibile, controllabile e definibile.

Con la paura possiamo fare due cose: possiamo riconoscere di averla e metterci all’opera per lasciarla andare, oppure decidere di tenerla cercando di sfuggirle nascondendoci.

Quando abbiamo in noi paura, insicurezza o debolezza e cerchiamo di impedire che vengano innescate, il più delle volte si verificheranno nella nostra vita alcuni cambiamenti o eventi che sfidano i nostri sforzi. E poiché opponiamo resistenza a quei cambiamenti, ci sembra di stare lottando contro la vita.

Quella parte interiore di noi che non sta bene con se stessa non è in grado di fronteggiare l’evolversi naturale della vita, poiché non cade sotto il suo controllo. Se la vita si evolve in modo tale da innescare i nostri problemi interiori, allora per definizione non va bene. Noi definiamo l’intera gamma della nostra esperienza esterna in base ai nostri problemi interiori. Se vogliamo evolvere tutto questo è necessario che cambi.

Durante il nostro cammino ci renderemo conto che i nostri tentativi di proteggerci dai problemi non fanno altro che aumentarne il numero. Nel cercare di sistemare persone, luoghi e cose in modo tale che non ci creino disturbo, cominceremo ad avere l’impressione che la vita sia contro di noi. Sentiremo che l’esistenza è una lotta e che ogni giorno è pesante perché dobbiamo assumere il controllo di tutto e lottare contro tutto. Sentiremo che chiunque, in ogni momento, è in grado di suscitare la nostra inquietudine.

Questo rende la nostra vita una continua minaccia. Ed è per questo che nella nostra mente si svolgono tutti quei dialoghi cercando di immaginare come fare per impedire alle cose di succedere, o cercando di capire cosa fare, visto che ormai sono successe.

L’alternativa è quella di decidere di evitare di lottare realizzando e accettando che la vita non cade sotto il nostro controllo. Poichè la vita è in continuo mutamento, se cerchiamo di controllarla non saremo mai in grado di viverla pienamente. Anziché vivere la vita, vivremo la paura della vita.

Ma una volta che avremo deciso di non combattere con la vita dovremo fronteggiare la paura che ci costringeva a combattere.

Quando c’è paura dentro di noi, gli eventi della vita inevitabilmente la sollecitano. Come un sasso gettato nell’acqua, il mondo con i suoi continui mutamenti crea delle increspature in qualsiasi cosa custodito dentro di noi. Spesso la vita crea situazioni che ci spingono ai nostri limiti proprio per prendere coscienza di quei blocchi che limitano lo scorrere della nostra energia vitale e questo diventa una grande opportunità per liberarci dal nostro fardello di dolore. Ed è allora che ci accorgeremo che , in realtà, la vita, sta solo cercando di darci una mano.

Quindi permettiamo al dolore di venire in superficie nel nostro cuore e di attraversarlo. Se lo facciamo, il dolore transiterà. Questo rappresenta l’inizio e la fine dell’intero sentiero: arrendersi al processo di svuotamento di noi stessi.

Quando il nostro fardello viene colpito, lasciamo andare  proprio in quell’attimo; esplorare o trastullarci con il problema, sperando di mitigarlo, non ci renderà le cose più facili. Se non ci abbandoniamo, smarrendoci nelle sensazioni e nei pensieri di inquietudine che vengono a galla, verremo risucchiati e una volta caduti saremo alla mercè dell’energia che ci agita. Entreremo in un vortice senza fine che ci farà sempre più allontanare dal centro di noi stessi.

Quindi non cadiamo. Lasciamo andare; non importa di cosa si tratta, abbandoniamoci. Più grande è una cosa, maggiore sarà la ricompensa per averla lasciata andare e peggiore sarà la caduta se non lo facciamo. Non c’è alcuna zona grigia nel mezzo: o lasciamo andare , o non lo facciamo.

Permettiamo a tutti i nostri blocchi e malesseri di fare da carburante per il viaggio. Quello che ora ci sta schiacciando può diventare una potente forza per elevarci. Dobbiamo semplicemente essere disposti a compiere l’ascesa……

Trasformare la paura in energia propulsiva

paura muro

Olio su tela di Orszag Lili – Self-portrait in front of a Wall (Young Girl in front of a Wall) –

La paura è l’emozione più difficile da gestire. Il dolore si piange, la rabbia si urla, ma la paura si aggrappa silenziosamente al cuore. Gregory David Roberts

Stimolata dall’intenso week end di formazione per Agevolatori del Metodo Mandala-Evolutivo® che ho condotto, in cui abbiamo lavorato sui due grandi “mostri” Rabbia e Paura alcune riflessioni sulla paura fonte di molti dolori e “impantanamenti”…….

Tutti abbiamo provato  almeno una volta la sensazione “paludosa” di qualcosa che ci impediva di proseguire spediti nella vita, come se avessimo dei legaci alle caviglie che ci frenavano il passo. Magari all’inizio era una sensazione lieve, che passava quasi inosservata, ma a lungo andare si è trasformata in un peso che affossava e impediva ogni movimento e decisione.

Questa è l’energia della paura che ci sclerotizza, ci blocca, rendendoci statici e stagnanti. Questa è la paura di cui aver paura!!!

Come per ogni cosa, siamo noi a decidere la nostra percezione, che altro non è che un pensiero, ed è nostro, e quindi possiamo scegliere di cambiare, e farlo consapevolmente: decidiamo di trasformare questa energia in qualcosa di propulsivo, in una spinta verso, un impulso trainante a fare invece che a non fare.

La paura, dunque, è una emozione, ed è nostra. Questo implica che, facendo parte di noi, è insopprimibile. Tanto vale cominciare ad accettarla e vederla come un’amica, una consigliera che ci consente di accorgerci che qualcosa non va e che spesso ci protegge dai pericoli.

I muri che abbiamo costruito hanno avuto la loro ragione di essere e inizialmente ci hanno dato l’illusione di essere protetti. Magari abbiamo convissuto per anni con questa realtà parziale, senza renderci conto che non ci permetteva di vivere pienamente, finchè il fastidio si è manifestato prepotentemente, obbligandoci a fare qualcosa, non sopportando più l’esperienza della paura e l’impossibilità di aver fiducia nel mondo e negli altri.

Quando ci troviamo di fronte al muro compatto della paura, lo possiamo sentire, toccare, percepire concretamente. Comunque cerchiamo di aggirarlo, ci ributta indietro, come se fosse di gomma. Se cerchiamo di scalarlo, ci rendiamo conto che è infinitamente troppo alto … ci chiude l’orizzonte, ci soffoca, finchè comprendiamo che l’unico mezzo di superarlo è quello di andarci dentro.

Ma come creare il coraggio per saltarci dentro? Come scrollarsi di dosso anni di timori, di palpitazioni, strati e strati di insicurezze?

Il miracolo siamo coi ed è solo facendo un atto di fiducia verso noi stessi che ci permettiamo di andare oltre la paura. Purtroppo, non esiste la formula magica che va bene per tutti, ognuno è necessario che trovi la propria.

Basta fare il primo passo, entrando nella paura , e spesso ci accorgiamo che in realtà  si tratta di una bolla di sapore causata dalle nostre ansie e preoccupazioni.

Altre volte, invece, è l’espressione di un vecchia ferita che riaffiora e che ci fa regredire a quello stato di bambini inermi facendoci dimenticare che ora il nostro stato è adulto e perfettamente in grado di accogliere, gestire e fronteggiare le nostre fragilità.

Con questo non sto dicendo che affrontare la paura  sia facile, ma solo che è meno difficile di quanto possa apparire.

Ognuno di noi ha avuto e avrà il suo muro e il terrore che rappresenta, ne ha sperimentato la consistenza, il senso di claustrofobia che ad un certo punto diventa insopportabile, .

Ogni muro ha delle colorazioni diverse, paura di amare, paura di non essere amata, paura del rifiuto, paura di fallire … e chi più ne ha più ne metta.

Ma nessuno di questi muri è per sempre!

Basta scegliere qualcosa di diverso, a volte basta porsi ad un’angolazione diversa, oppure indossare un paio di occhiali da sole per smorzare il bagliore accecante che ci impedisce di vedere l’uscita o ancora lasciare che la vista si offuschi per mettere meglio a fuoco il centro del muro e, come per incanto, vedremo sparire il”mostro” ……..

La scatola

scatola prigione

 

“ La tua vita inizia dall’altra parte. Diventa il cielo. Prendi una scure contro le pareti della prigione, fuggi, esci camminando come rinato nel colore. Fallo ora …” Rumi

Sulla scia della formazione che ho condotto ieri, il corso per Agevolatori nel Metodo Mandala-Evolutivo®, e sul passo che abbiamo attraversato quell’infanzia da cui veniamo e di cui portiamo le tracce nella nostra “forma”, una riflessione liberamente tratta da Krishnananda …….

Da bambini abbiamo un disperato bisogno di guida e direzione. Abbiamo bisogno di dare un senso la mondo che stiamo scoprendo, e di un criterio per determinare quello che è giusto e quello che è sbagliato. I genitori e, in un senso più ampio , l’educazione in cui veniamo cresciuti ci danno, in misura maggiore o minore, un codice di comportamento e una morale in accordo con i quali vivere.

Nel fare questo i genitori, e tutti coloro che sono importanti lungo il nostro processo di crescita, ci danno ciò che loro sinceramente credono ci serva per diventare persone felici.

Tuttavia esiste un problema.

In primo luogo, la guida, le regole e la morale che ci sono state date non diventeranno mai veramente nostre se non le valutiamo e non le mettiamo mai in discussione .Invece di vivere in accordo con la nostra comprensione e intelligenza seguiamo quello che qualcuno ci ha detto di fare o di essere.

In secondo luogo, spesso la direzione che ci viene data è basata sulla paura e su convenzioni inconsce.

Infine, quelle regole e quei modi di vita erano magari del tutto appropriati per i nostri genitori , ma potrebbero non esserlo per noi.

Da bambini non abbiamo la consapevolezza e le risorse per esaminare le regole o i valori che ci vengono dati, quindi non facciamo che accettare inconsciamente, adattandoci senza sapere veramente che cosa facciamo. Molti di noi cresceranno credendo nella verità di ciò che gli è stato dato, senza mettere in discussione i valori e la morale, né vedere le limitazioni che tutto questo porta nella loro vita.

Tutti abbiamo una voce interiore che ci dice che cosa è giusto per noi e come abbiamo bisogno di vivere, e se veniamo incoraggiati ad ascoltare quella voce sviluppiamo un’intelligenza in accordo con la quale vivere. Tuttavia, per molti è diventato difficile ascoltare quella voce, perché condizionati a non darle ascolto. Ci viene insegnato ad ascoltare “quelli che danno cosa è meglio per noi”. Un bambino cui non viene dato sostegno nell’aver fiducia nelle proprie emozioni e percezioni perde il rispetto di sé e il senso del proprio potere, e sviluppa insicurezza e vergogna.

Ci viene data una morale, anziché un insegnamento volto a sviluppare la nostra intelligenza. La maggior parte dei genitori credono che, se non danno una morale ai figli, questi diventeranno cattivi. Ma un bambino che è amato, sostenuto e incoraggiato a sviluppare i suoi valori, basati sulla sua intrinseca intelligenza, diventerà un essere umano più sano, più forte e più compassionevole.

Parlando per immagini, da bambini ci viene data una “scatola” e ci viene detto, verbalmente o non verbalmente, che se viviamo dentro quella scatola , allora riceveremo amore, rispetto e approvazione.

La scatola comporta valori e regole che definiscono cosa significa essere una brava persona e quali cose ci faranno ottenere amore, successo e rispetto.

Il fatto di avere un codice morale e delle regole a cui riferirsi è in un certo senso comodo, poiché ci da la sicurezza e la convinzione che se vivremo secondo quelle regole saremo “OK”.  Inoltre la scatola ci dà una identità e il senso di quello che siamo, ci dà un ruolo e ci dice come essere.

A volte può capitare di sentirci completamente sbagliati o vuoti, ma non verremo mai a sapere che cosa è questa sensazione finchè non ci avventuriamo fuori dalla scatola.

Fare questo passo è molto difficile , c’è un forte meccanismo che ci trattiene dall’uscire dalla scatola : se ci allontaniamo dalle regole e dalle convenzioni che ci sono state date, è probabile che verremo presi dall’ansia, dalla paura e dal senso di colpa.

Queste emozioni sono tutte comprensibili e nascono dalla paura infantile che se ci allontaniamo dalla nostra base sicura, anche se inscatolata, potremmo perdere il sostegno e l’approvazione di chi amiamo.

Tuttavia, una volta che abbiamo assaggiato la dolcezza della libertà, questo sapore rimane con noi per sempre. Una volta che abbiamo visto le limitazioni con cui viviamo, è difficile continuare ad agire come robot.

Forse il passo che più ci terrorizza è cominciare a sfidare le regole della nostra scatola. Vivere senza regole imposte fa paura e quello che spesso succede è che dopo aver scardinato la nostra scatola la sostituiamo con una nuova. Questo a volte è un primo passo necessario, ma continuando nel processo riusciremo a guadagnare abbastanza sicurezza e fiducia in noi stessi da poter vivere in accordo con la nostra intelligenza, il nostro intuito e il nostro cuore, momento per momento. Allora saremo capaci di rispondere alle situazioni a partire dal “qui e ora”, non da un’idea del passato. Saremo capaci di vivere senza una scatola ….

 

 

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Liberamente tratto da: Krishnananda – Fiducia e sfiducia – Ed.Feltrinelli

Buchi da riempire e paura del vuoto

VITA VELOCE 1

“Abbiamo un bisogno urgente di rallentare, riprendere fiato, di sbarazzarci dall’angoscia di non arrivare a fare tutto quello che si deve fare nell’arco delle ventiquattro ore che fanno la giornata. Nella ricerca della tranquillità, il primo passo è il divorzio dal mito della velocità” Christoph Baker

A volte mi domando, e in questo momento più che in altri, perché ci intossichiamo di cose da fare entrando in circoli viziosi di movimento che hanno ben poco a che fare con i nostri reali obiettivi, facendoci risucchiare da vortici di attività da cui è difficile poi fermarci. Che cosa c’è dietro a tutta questa frenesia da cui così facilmente ci lasciamo invadere e contagiare?

Quasi sempre il risultato è un progressivo allontanamento da noi stessi che ci porta a perdere il ritmo, il nostro, quello con gli altri e con il mondo che ci circonda, diventando come ballerini che seguono automaticamente il passo della musica proposta senza entrarci davvero dentro.

Tutto gira sempre più veloce e noi affannati a cercare di stare dietro ad ogni cosa, proiettati perennemente nel futuro senza tempo di vivere il presente.

Arriva tuttavia un momento in cui sentiamo un richiamo che giunge dalle sconosciute profondità di noi stessi e ci pone un’imbarazzante domanda “Chi sei?”

Molti di noi cresciuti nell’ambito della cultura attuale che in fondo crede che non ci sia nulla di particolarmente affascinante da scoprire dentro di noi, zittisce subito la voce seguitando indaffarata la propria esistenza tra i mille impegni spesso gestiti da un pilota automatico che segue mappe e priorità tracciate da altri.

Non solo il lavoro, ma gli stessi passatempi odierni tendono a occupare ogni singolo istante, colmando tutti gli spazi senza lasciarci più momenti vuoti di riflessione necessari a riconoscere chi siamo, dove stiamo andando, di cosa abbiamo bisogno e cosa vogliamo.

Queste domande, se ignorate, diventano buchi che premono per essere riempiti, ma visto che il fermarci a rispondere comporterebbe la messa in crisi di tutto quello fatto fino ad ora, l’attenzione viene distolta, portata altrove e i buchi vengono colmati con surrogati che servono a tacitare i nostri veri bisogni.

Videogiochi coinvolgenti, film appassionati, riviste patinate che raccontano le vite romanzate di altri, ci fanno vivere emozioni ed esperienze in prestito, per non occuparci delle nostre. Giochini meccanici e ripetitivi fatti al telefono ci ipnotizzano, distogliendoci da un contatto più profondo con la nostra quotidianità.

Il richiamo da questo spazio interiore troppo spesso ignorato e inesplorato e che, nonostante tutto, continua a lanciare segnali, porta con se attrazione e paura.

Attrazione perché “essere ciò che siamo e divenire ciò che siamo capaci di divenire è l’unico scopo nella vita” (B.Spinoza). Paura, perché la scoperta di chi siamo davvero, come ho detto sopra, potrebbe mettere seriamente in discussione tutto quello che fino ad ora abbiamo creato e creduto; oppure, perché davvero pensiamo che ci sia solo dentro di noi una voragine senza fondo che incute terrore.

Quindi se ci fermiamo siamo obbligati gioco forza a confrontarci con questo ignoto e allora facciamo ben attenzione a tenerci sempre occupati in qualche altra attività meno rischiosa.

In realtà questo spazio profondo non è vuoto ma pieno di tantissime cose che il più delle volte non vogliamo vedere: bisogni ignorati, desideri inconfessati, ambizioni nascoste, risorse dimenticate, emozioni inespresse, ricerca di senso…..

Vuoto in realtà affollato, come un oceano che visto da lontano sembra una piatta e anonima distesa orizzontale di acqua, ma in profondità brulica di vita, di tesori e anche di minacce.

“Certo che quando non si conosce l’esistenza della profondità sotto la superficie di questo oceano, il profilo di un relitto che si intravede sott’acqua, una balena che emerge a crogiolarsi al sole, vulcani sottomarini che occasionalmente si attivano, conglomerati di rifiuti affioranti, possono destare qualche preoccupazione. E quando manca lo spirito di avventura la scelta più facile è girare la testa dall’altra parte e tenersi occupati con qualcosa da fare” (M.Danon – Il potere del riposo).

Quindi la paura del vuoto, in realtà è paura della profondità; calarsi come uno speleologo nelle nostre grotte più interne alla ricerca del senso più intimo della nostra esistenza.

L’antidoto? Fare il “morto a galla” che se può essere utile, come ho scritto nel post precedente, per emergere dalle “sabbie mobili del dolore”, in questo caso diventa strumento per distogliere l’attenzione da se stessi verso un altrove fatto di esperienze “mordi e fuggi”, relazioni “usa e getta” che hanno l’unico scopo di mantenere l’attenzione ben salda in superficie.

Entrare in intimità con noi stessi è oggi merce rara, qualcosa da evitare a tutti i costi; vietato rallentare, vietato respirare, vietato sostare anche solo per un minuto, vietato perfino guardarsi allo specchio se non per controllare che l’outfit del giorno sia quello cool del momento.

Quando invece, osiamo varcare la soglia, permettendoci un momento di sano far nulla in ascolto di quel richiamo verso noi stessi ecco che stiamo facendo un passo in più verso la preziosa consapevolezza di Esserci davvero e “se sei consapevole di esistere, allora esisti”

 

 

liberamente tratto da:

M.Danon – Il potere del riposo – ED Urra feltrinelli

 

Nel bene e nel male è per noi ….

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C’è un’isola di opportunità in mezzo a ogni difficoltà. Anonimo

L’Universo è una perfetta combinazione di ostacoli e benedizioni.

E’ bene sempre tenere a mente, per sviluppare al meglio coraggio e capacità per raggiungere i nostri sogni, che le sfide che ci troviamo davanti sono disegnate perfettamente per noi.

Per quanto sia difficile accettarlo, specialmente nel momento in cui ci troviamo nel mare burrascoso delle difficoltà, non ci vengono mai presentate situazioni che non siano all’altezza delle nostre capacità di superamento.

D’altro canto se camminiamo nella vita con gli occhi chiusi o con lo sguardo troppo per aria è inevitabile, prima o poi, finire in una pozzanghera di fango, ed è altrettanto normale chiedersi come mai si è finiti lì. La differenza sta nella maniera in cui ci poniamo questa domanda.

Un modo è quello di sentirci vittime di quello che ci è accaduto, con la perenne domanda “perché capitano tutte a me?”

Il risultato di questa modalità “vittimistica” è la chiusura totale nel vedere oltre, e ci lascia in uno stato di immobilità ai piedi della vita con davanti a noi una serie infinita di pozze di fango.

Al contrario se intendiamo imparare dalla vita, potremmo aprire gli occhi su un orizzonte più grande; sedendoci sulle radici della vita pronti ad imparare, comprendere e sentire, sviluppando l’intuizione e tirando fuori le capacità creative di adattamento a quello che ci accade.

Per poter fare tutto questo è però fondamentale avere ben presente che qualunque cosa ci accade non sta succedendo a noi ma per noi. Questa è la lampadina di Archimede, il cambio di paradigma che ci trasporta da una visione passiva di noi stessi ad una visione attiva e aperta a tutto ciò che la vita ci pone di fronte.

In tutto quello che troviamo sul nostro cammino c’è sempre un’opportunità da cogliere, un’occasione per comprendere cose che altrimenti non avremmo mai capito, una possibilità di evolvere lasciando dietro di noi quello che non serve più.

Ogni cosa è per noi, nel bene e nel male!

Ci è stato dato il potere incredibile di scegliere, di creare la nostra vita e la responsabilità di queste decisioni è sempre la nostra.

Essere capaci di guardare in faccia ciò che non conosciamo senza paura, affidandoci alla nostra saggezza è quello che la vita ci chiama a fare ogni giorno.

Anche quando ci troviamo in una situazione che inizialmente è fuori dal nostro controllo, la scelta di stare in quella situazione o in quel modello di comportamento è nostra, così come la scelta di cambiare.

Non siamo onnipotenti e non abbiamo il potere di controllo su ogni cosa che ci accade, nello stesso tempo non possiamo sempre scegliere tutto quello che ci capita; siamo però responsabili di come reagiamo a quell’evento. Il libero arbitrio ci da’ la possibilità di utilizzare la consapevolezza e l’intuito per diventare ciò che possiamo diventare. Ecco perchè ogni cosa è per noi e se accade c’è senz’altro un motivo.

Spesso diamo la colpa agli altri, proiettando fuori di noi la nostra paura di cambiare, è infatti senz’altro più facile incolpare qualcun altro piuttosto che assumersi la responsabilità delle circostanze e così affrontare l’ignoto.

Proviamo a cambiare prospettiva e pensare, quando ci troviamo impantanati nella famosa pozza di fango, che ciò che sta accadendo non è a noi ma per noi.

Improvvisamente tutto cambia, i pezzi del disegno trovano la loro giusta collocazione e quello che ci sembrava un dramma o qualcosa di insuperabile diventa un’opportunità di crescita.

L’Universo è in uno stato di costante movimento, sempre in cambiamento, sempre in evoluzione e noi con lui. Allo stesso tempo c’è una cosa che rimane invariata a cui aggrapparci, una bacchetta magica di cui ognuno di noi è detentore: il nostro potenziale.

Si tratta di quella finalità interiore, inscritta in ognuno di noi, che rappresenta la meta finale verso cui tendiamo. La capacità di crescere nel potenziale che abbiamo dentro, la forza vitale che ci guida dipendono solo da noi.

Ricordiamoci che qualunque cosa ci accada non sarà mai in grado di intaccare chi siamo nel profondo!

Quello che Siamo resta invariato nel tempo, magari camuffato dalle maschere che ci mettiamo durante il viaggio, forse etichettato da giudizi e critiche inutili e distruttive, oppure così nascosto da sembrare inesistente.

Ma c’è! Sempre!

Abbiamo la vita a disposizione proprio per questo, realizzare chi siamo. Partiamo da noi stessi, prima di ogni altra cosa, in qualsiasi situazione e contesto.

Se ci sentiamo bloccati in una situazione che pensiamo di subire e dove ci sentiamo impotenti, ricordiamoci che non c’è niente di fermo nel flusso della vita. Le cose cambiano in continuazione.

Spesso la ragione dei nostri blocchi sta nel continuare a pensare gli stessi pensieri, mentre le cose cambiano, in noi si ricreano sempre uguali seguendo gli stessi schemi e questo perché abbiamo difficoltà a cambiare prospettiva.

Proviamo a ribaltare la situazione osservandola da un altro punto di vista che parta dal presupposto che tutto quello che succede è per noi. Anche quando ci pare di non poter fare nulla, possiamo sempre fare qualcosa dentro di noi.

Assumere questo nuovo punto di vista vuol dire cogliere il messaggio racchiuso in quella sfida. Nel fare ciò tracceremo dei segni indelebili dentro di noi che ci condurranno là dove si auspica che ogni essere umano possa arrivare: il punto centrale di noi dove è racchiusa tutta l’essenza della nostra vita.

Nel raggiungerlo apriamo un varco, che ogni volta si farà più ampio cosicchè  diventerà sempre più agevole la nostra manifestazione nel mondo , quel diritto inalienabile ad Essere!

Molto spesso ci lamentiamo del fatto che la vita non ci offre opportunità. Sbagliato! Siamo noi che non riusciamo a vederle. Diego Agostini

 

liberamente tratto da:

B.Pozzo – La vita che sei – Ed.BUR

Affrontare le paure III parte

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“La nostra paura del peggio è più forte del nostro desiderio del meglio. Elio Vittorini”

Come ho detto in chiusura dello scorso post in questo articolo vedremo come verificare la veridicità delle nostre credenze.

Per prima cosa iniziamo ad analizzarne le origini => quando abbiamo sviluppato questa credenza?

Normalmente c’è un momento nella nostra vita in cui essa emerge e noi iniziamo a crederci. Potrebbe essere perché ci veniva ripetuta costantemente dai nostri genitori o da chi si prendeva cura di noi e alla fine ci abbiamo creduto. Oppure perché abbiamo avuto un’esperienza da bambini che ci ha impedito di vedere soddisfatti i nostri bisogni. O ancora perché abbiamo visto qualcuno essere in pericolo o punito a causa di questa esperienza. Vero è che quando uno di questi episodi è accaduto, noi non avevamo ancora la capacità di riflettere e di dare un senso a quello che succedeva; così abbiamo catalogato l’esperienza come pericolosa e l’abbiamo generalizzata, ossia abbiamo preso un’esperienza che ci è capitata una volta e abbiamo stabilito che ci sarebbe capitata sempre.

Proviamo ora ad andare indietro nel tempo cercando di individuare l’esperienza chiave che ha fatto sì che noi sviluppassimo la credenza legata alla paura che ci blocca oggi. Cosa è successo nella nostra vita in quel momento? Che tipo di emozioni abbiamo provato? Che cosa ci ha fatto veramente paura?

Secondo passo, analizzare le conseguenze => se continuiamo a credere a questa storia, quali conseguenze creiamo?

I pensieri che crediamo sono dei grandi condizionatori di realtà e a loro volta condizionano i nostri comportamenti i quali genereranno risposte provenienti dall’ambiente che non faranno altro che rafforzare le nostre credenze. Ossia le storie che ci raccontiamo diventano profezie che si autoavverano.

Proviamo a riflettere su questi punti:

  • Quando diamo retta alla nostra credenza come ci comportiamo con gli altri?
  • Come conseguenza, quale reazione stimoliamo negli altri che può alimentare la nostra credenza?
  • Quale nuovo comportamento potremo adottare in modo da cambiare radicalmente la reazione degli altri?

Terzo passo, analizzare le probabilità => quali probabilità ci sono che si verifichi questa credenza se adottiamo un nuovo comportamento?

Proviamo ad immaginare una situazione in cui potrebbe scattare la paura legata alla nostra credenza. Ora immaginiamo che, invece di reagire come abbiamo sempre fatto, riusciamo ad adottare il nuovo comportamento individuato nel passo precedente. Quante probabilità abbiamo che la credenza si verificherà nuovamente?

Quarto passo, analizzare il contrario => puoi dimostrare che è vera anche la credenza contraria?

Proviamo a trovare quanti più esempi possibili che dimostrano che è vera anche la supposizione opposta. Ad esempio se la nostra credenza è “se avessi bisogno, nessuno verrebbe in mio aiuto”, dovremo trovare alcuni momenti della nostra vita nei quali abbiamo ricevuto aiuto.

L’ultimo passo, forse il più importante e forse quello a cui non abbiamo mai pensato è quello di integrare le qualità del bisogno opposto al nostro.

Le persone che potrebbero metterci più in difficoltà, in realtà sono per noi dei grandi maestri di vita perché hanno accesso a quelle qualità e talenti che noi non abbiamo ancora sviluppato.

La maturità psicologica risiede proprio nell’equilibrio delle contraddizioni; se abbiamo paura di rimanere soli o di essere abbandonati, guardiamo al profilo opposto (vedi schema) qualcuno con un forte bisogno di autonomia. L’integrazione sarà cercando di diventare persone sempre più indipendenti. A questo punto chiediamoci quindi cosa potrebbe aiutarci a spostare il nostro costante bisogno di attenzione e accudimento verso una visione più autonoma e indipendente di noi stessi? Quale relazione nella nostra vita sarebbe più avantaggiata se imparassimo ad essere indipendenti invece di aspettare continuamente una conferma dagli altri di quanto valiamo?

paure schema

(schema da “il potere di cambiare” di G.D’Alessio)

Se invece, al contrario, abbiamo paura di essere soffocati dagli altri dovremo imparare a dare noi stessi, permettendoci di entrare in intimità con qualcuno. Quale relazione nella nostra vita ne uscirebbe rinnovata?

Se abbiamo paura di perdere il controllo, dovremo imparare ad apprezzare il cambiamento lasciandoci andare a quello che la vita ci porta e in questo modo proviamo a riflettere cosa potrebbe diventare possibile se evitassimo di preoccuparci di quanta incertezza dovremmo affrontare per una vita ricca di esperienze. Quali relazioni potrebbero trarre vantaggio se smettessimo di assumerci troppa responsabilità e invece lasciassimo andare il nostro lato più libero?

Se, al contrario, abbiamo paura di sentirci intrappolati e regole e confini ci fanno venire l’orticaria dovremo imparare ad accettare di più la routine, gli impegni e gli accordi. Se fossimo più organizzati e prevedibili quali parti della nostra vita migliorerebbero? E quali relazioni rifiorirebbero se non ci identificassimo più con una persona costantemente ribelle?

Proviamo a considerare la paura come una nostra grande amica; ricordiamoci che molto spesso le esperienze che danno inizio ad un processo di crescita ed evoluzione interiore partono proprio da una paura. Una volta incontrata e chiamata con il suo nome abbiamo l’opportunità di fare una grande scelta: guardarla negli occhi e passarci attraverso integrando nel cammino la qualità opposta che l’ha generata e che magari prima avremo criticato negli altri.

Più integriamo aspetti di noi che abbiamo negato o che non ci siamo dati il permesso di vivere, più la nostra esperienza della vita diventa piena, leggera e appagante.

 

 

 

lberamente tratto da: G.D’Alessio – Il Potere di cambiare – Ed.Rizzoli

 

Affrontare le paure II parte

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Photo by tertia van rensburg on Unsplash

Animiamo la paura di cose inesistenti, che sembrano spine e sono soltanto piume in agguato dietro i muri. Fabrizio Caramagna

Eccoci al secondo passo per cercare di affrontare le nostre paure più ancestrali e continuare così il viaggio più leggeri.

Una delle strade più efficaci per tras-formarci personalmente è quella di identificare e poi mettere in discussione la storia che ci raccontiamo per rendere necessaria la paura.

Queste credenze il più delle volte sono solo costruzioni mentali che usiamo per dare un significato a quello che ci succede, noi però le trattiamo come se fossero realtà e ne siamo così inconsapevoli che ci sorprendiamo se gli altri non concordano con noi.

La grande utilità di mettere in discussione le nostre storie è proprio quello di modificarle da parte integrante di noi, così appiccicate a noi stessi da non riuscire più a distinguere noi da loro, a oggetto di riflessione sul quale possiamo sviluppare una prospettiva diversa. Per fare questo è necessario spostarle dal dentro al fuori; un esercizio utile che ci può aiutare in questo compito è di provare a riflettere, scrivendo poi su un grande foglio, sulla paura che abbiamo identificato nel passo precedente (vedi il post prima) e chiedersi su quali basi l’abbiamo costruita. Domandandoci poi cosa diciamo a noi stessi sul motivo per cui temiamo che quello di cui abbiamo paura possa accadere.

Se abbiamo difficoltà a individuare la storia con la quale ci raccontiamo il motivo della paura, proviamo a verificare se per caso assomiglia a queste supposizioni che scrivo di seguito:

Paura di rimanere soli, di essere abbandonati

  • Se dico la verità, o qualcosa di negativo, gli altri mi eviteranno
  • Sono OK se piaccio agli altri
  • Se deludo gli altri, non mi vorranno più
  • Devo essere all’altezza delle aspettative degli altri
  • Non sono brava abbastanza

Paura di sentirsi soffocati dagli altri

  • Non posso fidarmi di nessuno
  • Se i dovessi aprire troppo gli altri mi ferirebbero
  • Non ho bisogno degli altri per stare bene
  • Io sono nel giusto, sono gli altri che sbagliano
  • Devo essere migliore degli altri per sentirmi bene
  • Sento di valere quando gli altri mi guardano con ammirazione

Paura della mancanza di controllo

  • I cambiamenti sono pericolosi
  • Se la mia vita non è ben organizzata mi sento insicura
  • Il fallimento è la fine per me
  • Le procedure e le regole sono fatte per essere seguite
  • Esporsi con le proprie idee è pericoloso

Paura di sentirsi intrappolati

  • L’abitudine mi uccide
  • Prendere un impegno vuol dire intrappolarsi
  • Ho bisogno di novità, di cambiamenti continui per sentirmi vivo
  • Le regole sono fatte per essere violate

Leggendo queste “supposizioni” alcune potrebbero sembrarci vere, mentre altre assolutamente lontane da noi o di incerta collocazione. Questo perché la storia che ci raccontiamo si basa su esperienze reali vissute nel passato che ci hanno dato un certo imprinting su cui poi ha attecchito la nostra paura; oppure su cose che abbiamo sentito o che abbiamo immaginato, leggendo in maniera distorta comportamenti di altri, ma mai realmente provato.

L’esplorazione di queste supposizioni possono però aprirci le porte verso un nuovo mondo, un mondo che forse non ci siamo mai dati il permesso di scoprire, un mondo dove finalmente possiamo togliere i limiti che ci siamo autoimposti liberando così il nostro potenziale.

Ci sono modi diversi di vedere la realtà e noi come novelli ricercatori abbiamo il dovere nei confronti di noi stessi di trovarne il più possibile per riuscire a vivere con sempre maggior sintonia la nostra avventura esistenziale.

Nel prossimo post una strategia per verificare le credenze legate alle paure ….

 

 

 

 

liberamente tatto da: G.D’Alessio – Il potere di cambiare – ed. Rizzoli

 

Affrontare le paure I parte

PAURA

Photo by Caleb Woods on Unsplash

Attenzione alle paure del giorno. Amano rubare i sogni della notte. 

Fabrizio Caramagna

La prima cosa da sapere per poter integrare le nostre paure rendendole alleate anziché nemiche da combattere è che la maggior parte di esse si fondano su nostre credenze mai messe in discussione.

La paura, a meno che non emerga in presenza di un pericolo fisico, è un’emozione generalmente collegata a eventi futuri non ancora accaduti. Essa si basa, nella maggior parte dei casi, su nostre convinzioni e non su quello che sta avvenendo nel momento attuale.

Ad esempio se la mia paura è quella di non poter contare su nessuno perché sono convinto che tutti mi deluderanno, non sto valutando quello che sta accadendo ora, ma sto probabilmente basando questa mia convinzione sul fatto che nel passato qualcuno su cui riponevo la mia fiducia non si è comportato come mi aspettavo, sviluppando così la certezza che tutte le persone che incontrerò i deluderanno sempre.

Tutte le volte che usiamo termini assoluti come “sempre”, “mai”, “ogni volta che”, ipotechiamo il nostro futuro, e soprattutto influenziamo il modo in cui ci comporteremo con gli altri, generando proprio quello che avremmo voluto evitare.

Il primo passo è quindi quello di riuscire a capire che il meccanismo della paura non si basa sulla realtà, ma su una storia che abbiamo costruito per effetto di un evento accaduto nel passato. Fatto questo quello che ci rimane da fare è:

  • Identificare il bisogno da cui nasce la paura, la storia e la convinzione che raccontiamo a noi stessi rispetto a quel bisogno
  • Mettere in discussione la credenza
  • Sviluppare la qualità di chi ha il bisogno opposto al nostro.

Ora esploriamo in modo pratico questi tre passi.

Identificare il bisogno e la “storia” che raccontiamo a noi stessi => il primo step è quello di andare ad indagare quali paure abbiamo e vedere sulla base di quali convinzioni le abbiamo sviluppate.

Per fare questo proviamo a riflettere su un comportamento che vorremo adottare ma che ci risulta molto difficile mettere in pratica. E’ necessario che sia un comportamento utile che ci farebbe “svoltare” nel nostro modo di affrontare le situazioni e scriviamolo su un foglio.

Nel mio caso => vorrei essere capace a dire più spesso NO specialmente in tutte quelle situazioni che so in anticipo mi toglieranno respiro ed energia.

Ora immaginiamo di agire questo comportamento desiderato, pensando quale potrebbe essere la conseguenza peggiore e scriviamo anche questo su un foglio

Nel mio caso => …. Gli altri potrebbero pensare che non possono contare su di quando ne hanno bisogno

Adesso riflettiamo, se questa conseguenza si avverasse veramente, quale sarebbe il peggior esito che potrebbe accadere? … scriviamo

Nel mio caso => il mio primo pensiero sarebbe quello che gli altri si sentirebbero delusi di me, ritenendomi poco disponibile, una persona su cui non si può contare e quindi si allontanerebbero

Andiamo oltre e pensiamo se questa conseguenza si avverasse quale sarebbe la cosa peggiore che potrebbe accadere? … scriviamo

Nel mio caso => Mi sentirei esclusa e indesiderata ….. abbandonata!

Eccoci arrivati a toccare una delle 4 paure di base e, nel mio caso, precisamente la 1°: rimanere soli!

Se ti va prova a farlo anche tu che mi leggi e se vuoi parlarne insieme a me, scrivi sul modulo qui sotto ……

Nel prossimo post affronteremo il secondo step mettendo in discussione la “storia” che raccontiamo a noi stessi ….. 😊

 

 

Liberamente tratto da: G.D’Alessio – Il potere di cambiare – Ed.Rizzoli

Le paure associate ai 4 bisogni fondamentali

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Photo by Alex Iby on Unsplash

Troppi di noi non vivono i loro sogni perché stanno vivendo le loro paure. Anonimo

Nel post precedente abbiamo visto che nasciamo con 4 bisogni fondamentali che a coppie sono uno l’opposto dell’altro:

  1. Bisogno di amore o appartenenza
  2. Espressione autonoma, indipendenza
  3. Sicurezza e prevedibilità
  4. Varietà ed imprevedibilità

Ora collegate alla possibilità che questi bisogni rimangono insoddisfatti ci sono 4 paure:

  1. Rimanere soli, separazione
  2. Sentirsi soffocati dagli altri
  3. Mancanza di controllo
  4. Sentirsi intrappolati

Per sentirci esseri unici e completi e vivere così una buona vita è necessario soddisfare tutti questi bisogni, compito tutt’altro che facile anche per la natura contraddittoria di queste quattro necessità.

Da una parte dobbiamo diventare persone adulte e indipendenti differenziandoci dagli altri (bisogno di autonomia); dall’altro dobbiamo anche aver fiducia nella vita, nel mondo e nelle persone, lasciandoci avvicinare dagli altri, disponibili a creare con loro un’intimità (bisogno di amore e appartenenza).

Da una parte sarebbe bene essere congruenti con i nostri progetti, elaborando piani prevedibili che ci avvicinino ai nostri obiettivi (bisogno di sicurezza e prevedibilità); dall’altra è necessario anche rimanere flessibili e aperti al cambiamento, disponibili ad osare abbandonando il conosciuto.

Quando sentiamo che la soddisfazione del bisogno viene messa in pericolo, allora ecco che scatta la paura corrispondente, che nella maggior parte dei casi dà origine ad una risposta reattiva, quasi sempre disfunzionale che non solo manca la soddisfazione del bisogno ma crea difficoltà a noi e a quelli che ci stanno intorno.

Vediamo ora più dettagliatamente le 4 paure:

  1. Paura di rimanere soli => le persone che hanno più in figura il bisogno di amore e appartenenza hanno come prima necessità quella di creare legami di vicinanza e connessione con gli altri. Questo bisogno è legato al forte desiderio di far parte di un gruppo e di sentire il proprio valore confermato dagli altri. In genere sono individui molto efficaci nel lavoro in team, sono partecipativi, mediatori nei conflitti, amanti della convivialità. Persone a cui piace sentirsi legate agli altri che vivono queste connessioni come fonte di sicurezza. Tendono, quindi, a creare relazioni basate sulla dipendenza, sentendosi dipendenti dagli altri e cercando di rendere gli altri dipendenti da loro. La loro paura più forte è quella di sentirsi rifiutati, abbandonati, messi da parte. Separarsi dagli altri significa rimanere soli, stato, questo, dal quale fuggono al punto di rinunciare a se stessi. Nel caso delle relazioni questa paura li porta ad evitare tutte quelle situazioni potenzialmente critiche che avrebbero bisogno di chiarimento per timore di creare tensioni che potrebbero portare ad un allontanamento delle persone. Ogni difficoltà con gli altri viene affrontata diluendo i messaggi negativi, indorando la pillola pur di non intaccare l’armonia nella relazione. La conseguenza di questa paura è il sacrificio di se stesse che queste persone fanno, idealizzando spesso il contesto in cui si trovano per non mettere in discussione la persona o le persone con cui vogliono mantenere il legame a tutti i costi. La paura sottesa alla paura di separazione riguarda la propria identità e autonomia, percepita solo in cambio della perdita di protezione da parte degli altri.
  2. Paura di sentirsi soffocati dagli altri => all’opposto della paura precedente troviamo quelle persone che hanno assoluto bisogno di affermarsi. Questi individui voglio decidere in modo autonomo, avere opinioni proprie ed esprimerle anche se sono in opposizione con gli altri. Sono persone che non vogliono assolutamente dipendere dagli altri, mettono confini rigidi nei confronti dell’altro da sé, proteggendo con i denti i propri spazi. Si sforzano il più possibile per non mostrare le proprie emozioni cercando di rimanere sempre estremamente logici e razionali. Manifestare i propri sentimenti è un pericolo troppo grande per la loro identità che difendono a volte con aggressività, altre volte con ironia e sarcasmo cercando sempre di ripristinare la distanza dagli altri. In realtà la paura sottesa a questa paura è quella di perdere se stessi e la propria autonomia nel darsi agli altri.
  3. Paura della mancanza di controllo => queste persone hanno un forte bisogno di certezze e prevedibilità; vogliono che sia tutto sotto controllo. Il loro scopo è la ricerca della perfezione e dell’ordine universale seguendo alla lettera le regole imposte dal contesto in cui sono inseriti. Tutto quello che rappresenta una novità non è visto di buon occhio perché alimenta l’incertezza; tendono quindi a resistere il più possibile ad ogni cambiamento non dando spazio alla spontaneità. Possono essere individui che hanno molta difficoltà a decidere, perché prima della scelta hanno bisogno di soppesare ogni elemento con estrema attenzione pianificando ogni dettaglio prima di prendersi un rischio. Estremamente abitudinari, hanno una chiusura verso l’apprendimento di concetti e competenze nuove che procurano loro una forte e destabilizzante ansia. Anche qui c’è una paura sottesa a questa paura ed è il “timor panico” del cambiamento vissuto come perdita di sicurezza e di quelle ancore dettate dalla tradizione su cui si poggia la loro esistenza.
  4. Paura di sentirsi intrappolati => queste persone, per lo più individui creativi e spontanei, hanno un grande bisogno di varietà, sempre alla ricerca di nuovi stimoli. Prediligono il senso dell’avventura e dell’inaspettato. Estremamente competitivi, vogliono essere ammirati, amano tutto ciò che rompe le regole. La tradizione, i confini, le regole e le procedure sono elementi che limitano la loro libertà che va difesa a tutti i costi. Essi hanno una grande difficoltà a pianificare perché tengono aperte sempre diverse strade. La noia è una delle emozioni che rifuggono il più possibile. Le loro relazioni hanno necessità di un rinnovamento continuo altrimenti si sentono prigionieri delle abitudini e scappano.

A conclusione di questo breve excursus è necessario dire che le paure fanno parte della nostra vita e nessuna è più giusta o sbagliata di un’altra; il problema arriva quando la neghiamo rimanendo attaccati in modo rigido al nostro bisogno.

La soluzione è fare della paura una nostra alleata che con il suo insorgere fa da segnale d’allarme che ci indica che stiamo cercando di evitare qualcosa di inevitabile, qualcosa che la vita ci sta chiedendo. In questo modo, integrandole come una parte fondamentale di noi possiamo anche trascenderle senza perderci la ricchezza della nostra esistenza.

Come affrontarle, quindi? …….. la risposta nel prossimo post 😊

 

 

liberamente tratto da: G.D’Alessio – Il potere di cambiare – Ed. Rizzoli

Nati per evitare la sofferenza

sofferenza 2

“Chi teme di soffrire, soffre già di ciò che teme” M. de Montaigne

Continuando il discorso iniziato con il post precedente andando avanti nella riflessione ….

Quando nasciamo siamo incapaci di vivere in modo autonomo; abbiamo bisogno di costante protezione e amore incondizionato, uniti all’essere considerati e visti.

Quando questi bisogni vengono soddisfatti, la nostra esperienza del mondo è positiva, di completa fiducia così da poter accedere alla nostra vera natura.

Siamo curiosi di conoscere il mondo intorno a noi, accettando le piccole sfide che esso ci propone per imparare a gestire noi stessi e quello che sta fuori di noi.

Da bambini non esiste la concezione del tempo; passato e futuro non esistono, viviamo immersi in un “infinito” momento presente, dove quello che conta è ciò che si fa nel momento.

Da bambini abbiamo anche un’incredibile capacità di sentire le nostre emozioni e di viverle appieno; magari ci manca la capacità di contenerle, ma esprimiamo tutto quello che passa dentro di noi senza filtri. Siamo completamente autentici!

E così senza filtri cominciamo a ad accogliere i messaggi che provengono dall’ambiente intorno a noi, prima di tutto quelli che arrivano dai nostri genitori. E prima ancora di decifrare il linguaggio verbale, siamo bravissimi a “leggere” le emozioni e le reazioni degli adulti, decodificando i significati e le conseguenze per noi e a comprendere quello che li fa felici o scontenti e di conseguenza impariamo a rispondere in modo adeguato.

Quando l’esperienza è dolorosa, impariamo a reagire attraverso schemi protettivi basati sulla paura che si manifestano con i comportamenti di “combattimento – fuga – immobilizzazione” esattamente come fanno gli animali.

Tra i 2 e i 4 anni, iniziamo a sviluppare il “cervello limbico”, responsabile dell’origine e della gestione delle emozioni, insieme alla capacità di verbalizzare quello che pensiamo e proviamo. Cominciamo a capire e apprendere dalle persone che ci circondano chi siamo o chi dovremmo essere e invece non siamo. Siamo ancora piccoli e quello che ci viene detto per noi è legge, abbiamo fiducia di mamma e papà! Dobbiamo per forza crederci, altrimenti come potremmo sopravvivere?

E se loro dicono che siamo belli ci crediamo, ma crediamo anche quando ci dicono che siamo stupidi e non valiamo nulla. Comprendiamo anche quello che ci manca per poter essere degni di quell’amore che per noi è vita. Capiamo che se non siamo buoni, ci sarà un castigo e che se non facciamo quello che ci viene detto verrà l’uomo nero o la polizia a portarci via……

Impariamo la triste verità che non possiamo essere amati così come siamo, ma lo saremo solo a certe condizioni. E questa paura di non essere amati incondizionatamente può dominare la nostra esistenza per tutta la vita.

Da piccoli, però, abbiamo bisogno dei genitori per sopravvivere e quindi faremo di tutto per ottenere il loro amore e la loro approvazione, rinunciando a tutte quelle parti di noi non “gradite”, infilandole in quel famoso “sacco” che ci trascineremo sulle spalle, dando vita alla nostra “Ombra”.

Con il linguaggio impariamo anche ad assimilare i paradigmi della nostra famiglia come se fossero verità assolute, ingurgitandole senza masticarle … “un uomo vero non piange” …. “il mondo è pericoloso” ….. “i soldi sono sporchi” … etc…

Dopodichè iniziamo a costruire le nostre “verità”, in modo da sentirci al sicuro, sviluppando valori, credenze,pensieri, emozioni e comportamenti associati a tutte le esperienze vissute, positive e negative, incluse quelle in cui i nostri bisogni insoddisfatti nell’infanzia o negli anni successivi continuano a non essere esauditi.

Ad esempio abbiamo paura di non essere apprezzati, allora la carriera e il successo professionale sarà l’altare su cui sacrificheremo tutta la nostra vita per dimostrare in ogni modo possibile che siamo all’altezza.

Oppure abbiamo imparato che per essere amati è necessario essere perfetti, così dedicheremo tutta la nostra esistenza all’arduo compito di raggiungere quella perfezione ideale che però non è mai abbastanza. Ecco la necessità di sviluppare quel controllo su tutto e tutti, compresi noi stessi, per assicurarci quel risultato finale che tanto non ci soddisferà mai!

O ancora il bisogno fallito di amore incondizionato può averci reso particolarmente attenti a mettere i bisogni degli altri prima di noi stessi, perché se riusciamo a far felici gli altri, forse quelli ci ameranno. Ci mettiamo quindi infaticabilmente al servizio altrui, senza renderci conto che, per prima cosa, non stiamo rispettando noi stessi.

I nostri valori, quello che per noi è veramente importante, rischiano di essere anche la giustificazione per i nostri comportamenti non funzionali.

Ad esempio una smaniosa richiesta di libertà in una relazione, sbandierata sotto il vessillo “l’indipendenza è necessaria e giusta”, può coprire la paura dell’intimità, proteggendoci dal rischio del rifiuto: do valore all’indipendenza, quindi non mi lego completamente aprendomi totalmente all’altro e così non sarò rifiutato o abbandonato.

Più forte sentiamo un valore, più siamo pronti a difenderlo con le unghie e con i denti, e maggiore sono le possibilità che sia stato sviluppato come mezzo di protezione per evitare l’ennesima insoddisfazione del bisogno.

Con questo non voglio dire che non è bello raggiungere buoni risultati nel proprio lavoro, o che non è bene aiutare gli altri, o ancora non bisogna mantenere spazi di autonomia all’interno di una relazione. Dico solo che quando questi comportamenti sono guidati da un meccanismo di protezione che non ci permette di calibrarli e gestirli, allora ne diventiamo schiavi perché l’obiettivo sotteso ad essi sarà solo il tentare di soddisfare quell’antico bisogno disatteso.

I bisogni insoddisfatti dell’infanzia, con gli anni, si sviluppano e prendono strade più o meno tortuose a seconda delle nostre esperienze.

Di certo tutti i nostri bisogni insoddisfatti possono risalire a uno dei quattro bisogni di base, che vedremo meglio nel prossimo post, con i quali nasciamo:

  • Amore e Appartenenza
  • Autoespressione
  • Sicurezza – Prevedibilità
  • Varietà – Imprevedibilità

E poiché tutto l’apparato funzioni, dobbiamo anche credere che la soddisfazione dei nostri bisogni arrivi dall’esterno. Quando questo non accade, ci comportiamo come vittime. Se le cose non vanno come vogliamo la responsabilità non è nostra.

Ciò che è utile ricordare sempre è che tutta questa costruzione, paradigmi e sistemi reattivi di protezione, è composta da strati in cui ci avvolgiamo come una cipolla per proteggerci ma che alla lunga diventano muri che nascondono a noi stessi e agli altri la nostra vera natura.

Quella che noi chiamiamo personalità, spesso non è altro che la nostra corazza sotto la quale ci siamo ancora noi, unici, meravigliosi e amabili come quando siamo nati. Solo che l’armatura è talmente dura, e denudarci ci fa così paura, che ci convinciamo di essere l’armatura e non colei o colui che c’è dentro.

Quando costruiamo un modo di essere e di agire basato sull’eludere il dolore, e qui finalmente vengo al titolo del post, forniamo agli altri uno strumento per ottenere quello che vogliono da noi. Infatti i meccanismi che mettiamo in atto per proteggerci vengono immediatamente percepiti dagli altri. E’ come avere una pulsantiera sulle spalle, noi non la vediamo, ma gli altri si e possono premere un bottone per scatenare una risposta prevedibile.

Ad esempio se ci portiamo dietro il bisogno insoddisfatto di riconoscimento e vogliamo affrontare il nostro capo per chiedergli un aumento di stipendio, potremmo ritrovarci a ricevere molti complimenti che ci faranno sentire così apprezzati da passare sopra a quel ”no” che il capo fa scivolare nella conversazione, lasciando il suo ufficio perfino soddisfatti.

Più cerchiamo di evitare di soffrire, più rendiamo visibile la nostra pulsantiera e più facilmente ci predisponiamo a farci manipolare.

Senza rendercene conto, creiamo dei fili ai quali ci leghiamo e li mettiamo a disposizione di chi diventerà il nostro burattinaio.

Anziché cercare di vivere la vita senza soffrire, chiusi dentro una corazza che il più delle volte invece di proteggerci ci rende più vulnerabili,  dovremmo imparare a vivere la sofferenza in modo diverso, usandola per crescere e accettandola come un capitolo in più della storia della nostra vita, che ha contribuito a farci arrivare dove siamo.

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