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Avanti tutta ….

Avanti-Tutta

“ Il successo non è definitivo, l’insuccesso

non è fatale: ciò che conta è il coraggio

di andare avanti …” W. Churchill

Per quanto tu abbia imparato a camminare bene, prima o poi inciamperai. Qualche volta riuscirai a tenerti in piedi e qualche volta cadrai. A volte ti farai anche male. La realtà è che dal giorno in cui hai mosso i tuoi primi passi sei caduto centinaia e centinaia di volte, eppure non hai mai rinunciato a camminare!!

Ti sei sempre tirato su, hai imparato dall’esperienza e sei andato avanti.

E’ a questo tipo di atteggiamento che ci riferiamo quando usiamo la parola “impegno”. Puoi accettare i tuoi pensieri e stati d’animo, essere psicologicamente presente e connetterti con i tuoi valori quanto ti pare, ma senza l’impegno ad intraprendere un’azione efficace, non creerai una vita ricca e significativa.

“Impegno” così come “accettazione” è un termine che viene spesso frainteso. Impegno non vuol dire essere perfetti, portare sempre a termine quello che si è iniziato o non finire mai fuori strada. “Impegno” significa che quando (inevitabilmente) inciampi o vai fuori strada, ti tiri su, ti orienti e prosegui nella direzione in cui vuoi andare.

Non puoi mai sapere in anticipo se raggiungerai i tuoi obiettivi, tutto quello che puoi fare è continuare a procedere nella direzione a cui dai valore. E’ impossibile  controllare il futuro. Quello che puoi controllare è la tua capacità nel proseguire il tuo viaggio, passo dopo passo, imparando e crescendo man mano che vai avanti.

Avere successo nella vita significa vivere secondo i propri valori. Adottare questa definizione implica che puoi avere successo adesso, che tu abbia raggiunto o meno i tuoi obiettivi . La realizzazione è qui in questo momento, ogni volta che agisci in linea con i tuoi valori. E sei libero dal bisogno dell’approvazione altrui. Non hai bisogno di qualcuno che ti confermi che “stai facendo la cosa giusta”. Tu sai quando stai agendo secondo i tuoi valori e basta questo.

Naturalmente questo non significa rinunciare ai propri obiettivi; significa semplicemente che sposti l’accento in modo che nella tua vita apprezzi quello che hai invece di concentrarti continuamente su quello che non hai.

Può succedere, tuttavia, che molti di noi, effettivamente, in più occasioni perdano la loro rotta. Si fanno prendere da pensieri inutili, lottano contro emozioni dolorose e agiscono in modo controproducente. Ma attraverso l’impegno prima o poi si ritorna in carreggiata ….. Come??

Bene, il primo passo quando si perde la rotta è riconoscerlo coscientemente essendo pienamente presenti a quello che sta succedendo. Allo stesso tempo, è necessario accettare il fatto che, una volta che ciò è accaduto, non si può fare nulla per cambiarlo; non abbiamo alcun modo di modificare il passato.

E se anche può essere utile riflettere sul passato e pensare cosa potremmo fare di diverso la prossima volta, non ha senso rimuginarci sopra e crocifiggerci perché non siamo perfetti.

Quindi accettiamo di aver deviato dalla rotta, accettiamo che è una cosa passata e non possiamo cambiarla, e accettiamo di essere umani e, in quanto tali, imperfetti.

Il secondo passo è chiedersi: “Che cosa voglio fare adesso? Invece di indugiare sul passato, cosa posso fare di importante nel presente?”.

Poi il terzo passo è, naturalmente, agire con impegno coerentemente con quel valore.

Se all’inizio non riesci, prova, prova ancora; e se ancora non funziona, prova qualcosa di altro.

Ma anche qui occorre fare una sottile distinzione. Ogni volta che ti trovi di fronte ad una sfida significativa, avrai alle spalle i demoni del “E’ troppo difficile”, “Non ce la puoi fare! Lascia perdere” ti dirà la tua mente.  E allora la tentazione è quella di rinunciare e provare qualche altra cosa. Spesso però quello che serve è proprio la perseveranza. Prestando piena attenzione a quello che stai facendo e notando gli effetti che si producono, sei nella posizione migliore per rispondere a questa domanda: “Per raggiungere i miei obiettivi devo perseverare con il mio comportamento o cambiarlo?”. Poi, a seconda della tua risposta, impegnati o a cambiare comportamento o a persistere con quello.

Nel corso della vita incontriamo ogni genere di ostacolo, difficoltà, sfide e ogni volta che questo succede ci troviamo di fronte a un’alternativa: possiamo accogliere la situazione come un’opportunità per crescere, imparare ed evolverci oppure possiamo combattere, lottare e fare di tutto per evitarla.

Accogliendo le opportunità dentro le tue difficoltà la tua vita diventerà più ricca e significativa.

C’è un antico motto orientale che dice: Se non decidi dove andare, finirai dovunque vai”. Per vivere una vita piena hai bisogno di una direzione, e i tuoi valori sono lì, nel profondo del tuo cuore, ad indicartela. Quindi connettiti con quei valori; usali come guida. Sviluppa un senso di risolutezza.

Apprezza quello che hai nella tua vita adesso. Questo è importante perché il presente è l’unico tempo che hai. Il passato non esiste più; non è altro che ricordi nel presente. E il futuro non esiste ancora; non è altro che pensieri e immagini nel presente. L’unico tempo che hai è questo momento, quindi traine il massimo, nota cosa succede, apprezzalo nella sua pienezza!

E ricorda: la vita dà il massimo a chi trae il massimo da ciò che la vita gli dà.

Ricominciare da adesso

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“Nessuno può tornare indietro e creare un nuovo inizio, ma chiunque può ricominciare oggi e creare un nuovo finale” M.Robinson

Riflessioni dopo una sessione di counseling ….

In qualsiasi momento possiamo dare alla nostra vita e ad ogni piccola o grande cosa che ci troviamo ad attraversare un altro significato se solo lo vogliamo.

E in ogni momento possiamo ricominciare da adesso!

Per poter fare questo da cosa si deve liberare il nostro libero arbitrio e diventare davvero libero?

Il confine delle nostre conoscenze ed immaginazioni costituisce il confine della nostra libertà di scelta. Quanto maggiori sono le nostre conoscenze e la nostra immaginazione, tanto più grande è la nostra libertà di scelta, perché così potremmo avere un ventaglio sempre più ampio di possibilità interpretative. Tuttavia, al contrario, l’eccessiva sicurezza del sapere si può trasformare in un ostacolo verso nuove potenzialità.

Proviamo a fare un esempio: immaginiamo una persona che crede di essere chiusa a chiave dentro ad una stanza: vorrebbe uscire ma non ci prova, dato che “sa” di essere rinchiusa.

Forse si sbaglia e la porta non è affatto chiusa a chiave, ma non se ne accorgerà mai, se continua a credere che lo sia. La sua libertà di scelta è ostacolata da quello che pensa sia “vero”.

La realtà misurabile, esiste e non sempre le condizioni del contesto in cui viviamo sono ideali. Oltretutto se così non fosse, non saremo motivati a fare qualcosa per cambiarle. Tuttavia l’auto-boicottamento, la svalutazione e la convinzione di non essere degni di felicità e soddisfazione a prescindere, sono sempre in agguato.

Proviamo a dirci che ricominciare si può, sempre! Nonostante le condizioni avverse, nonostante la fatica, nonostante quello che crediamo sia perdita di tempo, nonostante le forze che ci portano poco a poco ad evitare ogni situazione che riteniamo dannosa, ….. nonostante tutto si può!

Si può ricominciare a prenderci cura smettendoci di danneggiarci, invertendo la rotta con “piccoli atti di gentilezza a caso” questa volta verso di noi, imparando ad osservare la nostra avversione con benevolenza senza identificarci in lei. Accorgendoci soprattutto che non sperimentiamo mai il mondo come è, ma come siamo noi.

Per vivere la nostra scelta di ricominciare sempre da adesso ci possiamo chiedere, concretamente: per che cosa sono disposta a investire il tempo prezioso della mia vita?

Se usiamo un linguaggio giudicante ci allontaniamo dall’esperienza, la rifiutiamo. La confrontiamo alla nostra immaginazione di come “dovrebbe essere invece” e preferiamo questa versione a quello che percepiamo abbandonando il campo ancora prima di iniziare il “gioco”. Inoltre se proviamo avversione per l’idea che ci siamo fatti di noi stessi, ci impediamo di cogliere le risorse che abbiamo e che potrebbero essere il punto di partenza per ricominciare.

Proviamo a dire di sì a quello che ci viene incontro e vuole la nostra cooperazione. Semplicemente. E osserviamo come ci sentiamo con sincerità, senza filtri e proiezioni.

Proviamo a “lasciarci in pace” dai continui sabotaggi che la parte svalutata e svalutante mette continuamente in atto ad ogni nostro tentativo di intraprendenza. Sosteniamo invece quella parte profondamente libera, curiosa e proattiva che vive in ciascuno di noi. Portiamola alla luce, ascoltiamo le sue parole, senza annullarle nel brontolio e rimuginio che fanno da sottofondo costante ai nostri pensieri.

Smettiamo di accusarci e recriminarci, vivendo nel sempiterno rimpianto di qualcosa che poteva essere e facciamo!

Prendiamoci la respons-abilità da persona adulta capace di “rispondere abilmente” agli stimoli che la vita ci offre.

Fidiamoci e affidiamoci a noi stessi cosicchè le frontiere del pensabile si apriranno spalancando davanti a noi nuovi scenari che ci traghetteranno dal “senso del dovere” al “senso del volere”.

Il “senso del dovere” si trasforma in “senso del volere” e “del potere”, quando ci rendiamo conto del valore fondativo della nostra libertà di scelta. E’ quel salto di qualità che segna il cambio di passo portandoci ad essere una persona autonoma che può decidere di ricominciare.

Una persona autonoma che sente tutti i giorni il valore del proprio impegno nel vivere le decisioni restando dalla loro parte “senza se e senza ma” !

 

Azione senza pressione: le buone regole dell’attività

AZIONE 6

“La felicità è il risultato dell’azione giusta” A.Comte-Sponville

La pro-attività può essere un’occasione ma anche una minaccia, vediamo in che modo.

Può essere un’occasione per trovare la propria autorealizzazione ma anche minaccia di fallire e di essere giudicati per questo.

Agire è necessario ma non in qualsiasi stato d’animo e a qualsiasi prezzo; d’altra parte non dobbiamo fare dell’inazione l’unica maniera per proteggere la nostra autostima.

Il grado di dolore che un’azione può arrecare al nostro sistema di autovalutazione interiore viene notevolmente influenzato dal modo in cui l’azione è preceduta da anticipazioni più o meno inquiete e rimuginii più o meno realistici. La cosiddetta “ansia anticipatoria da prestazione”, quel tormento che ci pervade nell’imminenza di un’azione e che spesso ci fa desistere dal fare quel famoso e fondamentale “primo passo” e che durante la messa in azione, se non ci siamo bloccati prima, ci fa procedere ossessionati dal rischio del fallimento e alla fine dell’azione, come se non bastasse, ci fa vivere ancora più angosciati nell’attesa di una nuova azione.

E’ quindi fondamentale riflettere sulle buone regole per un azione serena.

La prima è quella di moltiplicare le azioni per banalizzarne la paura.

La poca pro-attività ci fa ingigantire gli ostacoli, gli inconvenienti dovuti ai fallimenti o le difficoltà dei possibili contrattempi.

Ci fa anche idealizzare il significato dell’azione: a meno di compierla perfettamente, non ce ne riconosciamo il diritto; da ciò quindi la tendenza a rimandare.

Questa è una delle ragioni per cui nei percorsi di counseling che propongo, spesso invito la persona che ha difficoltà, a mettersi in gioco ad esercitarsi, dando dei veri e propri “home work”, ripetendo piccole pratiche per prendere confidenza con la  “messa in atto”. Azioni semplici, come telefonare a dieci negozi diversi per chiedere un’informazione oppure chiedere la strada o l’ora a dieci passanti per la strada, che nella loro moltiplicazione insegnano l’ovvietà di certi gesti ripulendoli dalla paura della prestazione.

In questo caso non si parla di un superamento eroico di sé ma semplicemente di riprendere contatto con la vita, riflettendo su quelle che sono le difficoltà vere e su quelle che lo sono solo in parte per renderci conto che il più delle volte siamo noi stressi a crearci degli ostacoli.

Un altro problema relativo all’azione è quello della flessibilità: se è tanto importante sapersi impegnare nell’azione, altrettanto è disimpegnarsi in funzione alle informazioni che si sono ottenute man mano che procediamo.

Se, per alcune persone, è difficile partire, le stesse, una volta iniziato, non sanno più fermarsi. Questa difficoltà a frenare viene chiamata “perseveranza nevrotica”, l’ostinazione fine a se stessa il cui motto potrebbe essere: “adesso che ho cominciato, devo finire e arrivare a tutti i costi”.

Cosa significa essere flessibili? Vuol dire saper rinunciare a proseguire quando ci si rende conto che il raggiungimento dell’obiettivo potrebbe essere troppo costoso in termini di tempo e di energie.

Le buone regole dell’agire bene a volte richiedono il sapervi rinunciare e per fare questo oltre ad una buona dose di flessibilità c’è bisogno anche di una discreta autostima in modo da non sentirci sminuiti per il fatto di smettere o di cambiare idea.

Ecco quindi la seconda regola che potremmo riassumere con la “capacità di un’azione flessibile: sapersi impegnare e sapersi fermare”

Di per sé difficile, questa capacità d rinunciare e di disimpegnarsi è ancora più complessa quando riguarda impegni presi di fronte agli altri, di fondamentale importanza diventa, quindi, riconoscersi questi diritti:

  • Il diritto di sbagliare
  • Il diritto di fermarsi
  • Il diritto di cambiare idea
  • Il diritto di deludere
  • Il diritto di arrivare ad un risultato imperfetto.

In mancanza di questo saremo potenzialmente vittime di tutte le possibili manipolazioni, oltre che vittime di noi stessi e della nostra testardaggine.

Gli stereotipi sociali valorizzano eccessivamente il fatto di non cambiare mai idea, stiamo attenti a questa trappola che potrebbe portarci in strade senza via d’uscita dove l’unica meta che potremmo raggiungere sarà la frustrazione.

Terza regola : non dobbiamo agire soltanto per riuscire o per ottenere un risultato. Dobbiamo anche agire per l’azione stessa.

In un certo senso l’essere umano è nato per l’azione ed esiste un legame indissolubile tra il suo benessere e l’agire quotidiano; l’azione appaga …..

La formula vincente è “essere presente in tutto quello che faccio”. Assorbirmi nell’azione e abituarmi regolarmente a non giudicare quello che faccio, se è riuscito o no. Semplicemente farlo, oppure non farlo ma in piena coscienza e in totale accettazione.

Un giorno una mia cliente , alla fine di un percorso, mi ha restituito una frase che potrebbe essere la prima buona regola di un buon agire “per far bene, a volte bisogna sapere non far niente”!

 

Il timore del rimpianto

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“Fai attenzione a cosa pensi e a come parli, potrebbe trasformarsi nella profezia della tua vita …” San Francesco

A tutti è capitato di guardare con occhi sconcertati un anonimo sconosciuto che ci saluta e accorgerci subito dopo che tanto sconosciuto non era ….

Gran parte della nostra conoscenza è inconsapevole, ma condiziona la nostra vita e sceglie per noi inconsciamente, magari mentre ci trastulliamo con l’idea di un libero arbitrio che sarebbe comunque comprensivo con noi, anche se rinunciassimo a un metro dal risultato e per farlo è sufficiente distrarsi per salutare un volto riconosciuto tra il pubblico. Se pensiamo che oggi a così tanta distanza di  tempo da quel momento, assolutamente non faremmo più così, direi che possiamo perdonarci, poiché non siamo più quella persona che ha “sbagliato”, siamo cresciuti!

Forse in passato siamo stati troppo disponibili e magari ci sembra di avere dato le nostre chiavi di casa a troppe persone per poter ancora cambiare vita e decidere che tutto ora potrebbe essere diverso?

Allora proviamo a cambiare serratura riprendendoci i nostri spazi facendoli diventare nostri, forse per la prima volta……

Se continuiamo a ricevere risultati di un certo tipo, è perché è esattamente quello che continuiamo a chiedere. Se invece siamo costretti ad ammettere che anche oggi faremmo la stessa cosa, che non avremmo neppure la forza di reagire e di fare qualcosa di migliore, allora possiamo perdonarci perchè abbiamo la riprova che allora come sempre abbiamo dato tutto quello che potevamo senza riserve.

Ma come ci comporteremmo oggi veramente di fronte ad una situazione analoga? Se nuotando vogliamo avanzare dobbiamo muoverci; se non lo  facciamo, se ci accontentiamo di stare a galla, cosa stiamo facendo? Quello che al mare si dice “il morto”?

Proviamo a vivere pensando alla vita e a muoverci. Pro-attiviamoci, muoviamoci se vogliamo arrivare da qualche parte, se poi quella parte è l’isola che abbiamo scelto e dove volevamo arrivare tanto meglio.

Non è necessario piacere a tutti, ma è assolutamente necessario PIACERE A SE STESSI!

Se ci capita di realizzarci , ma non ci riteniamo meritevoli, troveremo sicuramente il modo di sabotare tutto quello che potremo. Se in passato abbiamo fallito in qualcosa, oggi possiamo pensare che non eravamo ancora riusciti a rendere efficace l’alchimia del nostro entusiasmo, della nostra motivazione e forza. Oppure non avevamo aggiunto a sufficienza l’ingrediente della “passione” e la trasformazione che ne deriverà, se lo faremo, potrebbe essere quella che fa la differenza.

A volte serve, al fine di crescere veramente, uscire da una zona protetta, confrontarsi con il disagio che nasce quando si affrontano difficoltà nuove, in fin dei conti è veramente l’unico vantaggio che consegue dall’averci provato e allora non sprechiamo questo momento! Facciamone tesoro e cerchiamo di sentire e capire quanto più possiamo. Tutti cerchiamo di attirare gli altri nei territori a noi conosciuti in modo da dare il meglio che possiamo.

Anche in passato, se volessimo accorgercene, siamo stati più volte sull’orlo del baratro, magari il bivio si trovava proprio lì ed era rappresentato dall’alternativa tra il lasciarsi andare a sfracellarsi sugli argini del fiume dell’incostanza o restare attaccati alla vita e visto che siamo ancora qua vuol dire che non dobbiamo avere rimpianti, abbiamo scelto la strada giusta al bivio, abbiamo avuto coraggio di non guardare giù e di non aver lasciato alla paura il compito di risolvere.

Chi mi legge da tanto sa che parlando di ri-trovarsi non posso non esortare a prenderci tutta la nostra responsabilità, il potere, per ri-cominciare al meglio. Scoprire che dipende tutto da noi, è una meraviglia e un incubo allo stesso tempo.

Le nostre paure non corrispondono quasi mai alla realtà e se abbiamo messo in scena il peggio che potevamo, questo testimonia che sul fondo c’è ancora spazio per l’errore e la parte peggiore di noi è bravissima a tentare di convincerci che il peggio sia il meglio e che il meglio sia il peggio. Così ci sono cose che conquistiamo per un’inezia, come ce ne sono altre che per un’inezia vengono perse. Talvolta tanto più è vicino un risultato tanto più si dibatte la parte di noi che detesta vederci raccogliere il premio. E protesta e fa appello a tutte le resistenze che vengono richiamate dalle paure per arruolarle e inviarle al fronte sotto forma di sensi di colpa o altri tipi di esperti in sabotaggi.

In prossimità di una conclusione, quindi, è necessario essere più attenti e centrati a non disperdere energie. Rimandiamo tutto quello che potrebbe distrarci, tutti i pensieri negativi, rifuggendo dai nostri tentativi inconsci di convincerci che non meritiamo quello per cui abbiamo lavorato tanto e che stiamo per conquistarci.

Pensiamo che avremo potuto farlo prima, invece che piangerci addosso ? Proviamo a pensare che “prima è ora!” e facciamo subito quello che non abbiamo fatto prima, altrimenti se non lo faremo neanche oggi e poi magari neppure domani, oggettivamente sarà sempre più tardi per farlo.

Potremo anche servirci dell’immaginazione e della fantasia invece di rinunciare del tutto a quello che avremmo potuto avere e in qualche modo “darcelo da soli”. In questo modo potremo avere un’infanzia sufficientemente felice anche se non l’abbiamo avuta, possiamo scegliere di essere noi quelli che metteranno nella nostra vita tutto quello che non è stato, molto ma molto più interessante che iscriversi al ruolo di vittima di turno con tutto quello che questo status comporta.

Nel libro “L’eleganza del riccio” ci sono due personaggi che si preparano un caffè e poi lo lasciano sul tavolo beandosi del suo profumo , mentre bevono del the alla menta. Geniale …. Perché quindi rinunciare????

Ricordiamoci che possiamo sempre darci quello di cui abbiamo bisogno senza aspettare che ci raggiunga dall’esterno e ricordiamoci anche che, come dice Bach, “nessun luogo è lontano …”

Sull’accettazione di sè e la pro-attività

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“ Il rispetto di sé è la convinzione del proprio valore “ N.Branden

Accettare non significa essere d’accordo. Significa ricevere di buon grado, ammettere, approvare, ma anche sopportare serenamente. Sto parlando di accettare noi stessi. Accettarsi è costitutivo della convinzione di essere degni di felicità. E’ parte integrante , fondamentale dell’autostima,. Possiamo essere disponibili a cogliere il nostro Vero Sé, se riconosciamo e accettiamo le nostre luci e le nostre ombre, se riusciamo anche a riconoscere il nostro Falso Sé.

Quando amiamo veramente una persona, l’amiamo nella sua interezza. Gli amori che falliscono e diventano tragedie di odio sono quelli in cui si vuole cambiare l’altra persona, recidergli i difetti come arti in cancrena o nemici da abbattere. Abbiamo bisogno di sentire, vedere , avere consapevolezza anche dei sentimenti, delle emozioni, persino dei pensieri che una parte di me vorrebbe cacciare dalla coscienza, ma che pure sono presenti. L’accettazione di Sé fondata sul ri-conoscersi è la condizione necessaria per cambiare, correggersi, auto superarsi, crescere.

Molti di noi si vergognano dei sentimenti che provano. Invece di essere felici di incontrare la persona che amano , entrano in una situazione di imbarazzo. E’ come se si avesse paura che quel sentimento possa venire fuori. Provano un senso di inadeguatezza e timore. Si sentono vulnerabili e si detestano nel provare questo disagio.

Accettarsi non significa giustificarsi quando sappiamo di avere sbagliato; non significa assolvere completamente la nostra condotta. Significa prenderne atto. Prendere atto dei pensieri negativi oltre che di quelli positivi, di ciò che sento senza giudicarmi a priori o negare di provare quei sentimenti. Non c’è nulla dentro di noi che non ci appartiene, che non è autentico. Il nostro sé è autentico sempre anche quando dice bugie.

Prendere atto di chi siamo non vuol dire diventare indulgenti, significa predisporsi a costruire il vero Sé. Amare noi stessi comunque, in modo incondizionato, accettarsi e prendere atto di chi siamo non mette in discussione ma agevola la nostra capacità di imparare, di migliorare, di diventare più felici.

Sentire la propria tensione all’autorealizzazione e accettarsi come esseri umani significa rispettarsi.

Sentirsi, accettarsi, rispettarsi significa nutrire la convinzione base dell’autostima, ovvero che la nostra vita e il nostro benessere valgono la pena di essere sostenuti, protetti e perseguiti.

Lo scopo più importante della nostra vita è la felicità e il bene che deriva dalla nostra realizzazione personale. Essere convinti di questo significa schierarsi dalla propria parte come una mamma sta dalla parte del bambino. Si tratta di darsi un valore autentico e fondato. Significa amarsi, essersi amici, mostrarsi rigorosi ma anche comprensivi. Amarsi in tutti gli aspetti significa ricercare attraverso il proprio volersi bene anche la propria specifica e magnifica unicità.

La base della scarsa autostima è la paura. E la paura genera solo il bisogno di sicurezza non certo la spinta creativa.

La paura genera reazione, l’amore per sé genera pro-attività. La reazione è sempre una forma di fuga. Si reagisce agendo senza pensare. Ci costringe a prendere atto che non abbiamo scelta. Fuggiamo e attacchiamo senza darci la possibilità di riflettere. Qualunque stimolo interno (sensazione, emozione, sentimento) o esterno (pericoli, minacce, opportunità, vantaggi) genera un’ azione, che non è scelta ma intuita e praticata.

Dice Covey : “finché una persona non riesce a dire con convinzione profonda e con onestà: “Io sono quello che sono oggi a causa delle scelte che ho fatto ieri”, non può nemmeno dire: “Adesso scelgo altrimenti”»

La proattività è una conquista che matura di giorno in giorno, partendo dai piccoli eventi per arrivare alle grandi cose, proprio come nel caso di un campione di una disciplina sportiva che si allena assiduamente, a livello fisico e mentale, sui dettagli della tecnica di esecuzione del suo esercizio allo scopo di perfezionare il gesto atletico durante le competizioni. L’atleta proietta nel futuro le sue azioni e si vede vincente, si immedesima nel successo; la persona proattiva, parimenti, deve credere fermamente in tutto ciò che fa, coerentemente con i suoi valori, obiettivi e modelli mentali, e deve saper imparare con rapidità dai propri errori, per dominare e vincere.

La pro-attività ci permette di sospendere le azioni che derivano da stimoli interni ed esterni e di pensare, elaborare, creare, decidere tutta una serie di potenziali azioni, risposte, agiti.

La potenzialità di base esistenziale è l’autorealizzazione, mentre la  pro-attività, che concerne il nostro afflato creativo, è una potenzialità operativa di base. Sono istinti e anche bisogni da esprimere. Sono propri di ogni individuo in quanto appartenente alla specie umana.

Ma come ogni cosa umana sono oggetto di scelta e di cura, così come possibili oggetti di rinuncia, distruzione, auto privazione. Contesti e relazioni possono alimentarle, svilupparle, renderle esistenze e attività concrete, oppure possono impedirle, disprezzarle o reprimerle.

In ultima analisi possiamo dire che l’autorealizzazione e la pro-attività sono sempre scelte che incontrano nell’ambiente vincoli e opportunità.

Per essere tali devono essere in primo luogo coscienti e dunque attività concrete. Dal regno delle potenzialità devono arrivare al regno della realtà operativa ed esistenziale concreta.

L’opinione che abbiamo di noi stessi dipende dai nostri pensieri. Liberarsi dai propri schemi mentali negativi significa cambiare il corso della propria vita. E’ quindi fondamentale imparare a rispondere ai problemi e agli stimoli in modo proattivo, trasformandoli affinché diventino di aiuto e non di ostacolo per creare la vita che desideriamo.

Dall’Osare al “mettere in pratica”

OSARE 1

Troppo spesso nella vita le persone non riescono a ottenere ciò che vogliono veramente perché si lasciano trascinare dagli eventi e imprigionare dal tempo e dalle pretese che gli altri hanno su di loro.

Non compiono mai il passo di decidere cosa vogliono davvero ottenere dal loro tempo, dal loro lavoro, dalle loro relazioni e soprattutto da se stesse.

Non stabiliscono liberamente e consapevolmente l’obiettivo che si impegnano a raggiungere per vivere in modo completo e gratificante. Al contrario, finiscono col percorrere una qualsiasi strada che la vita offre loro, e che per di più molte volte si rivela deludente.

Come poter invertire questa rotta?

=> OBIETTIVO: più fai chiarezza su quello che vuoi raggiungere e più facile sarà trovare un modo per riuscirci.

Se viaggi su una barca a vela, se sai esattamente dove stai andando, eventuali cambiamenti repentini  della direzione del vento non ti potranno creare alcun problema: ti basterà posizionare le vele in modo da proseguire la navigazione verso la destinazione che avevi scelto. Invece, chi naviga nel mare della vita senza avere una meta precisa, sarà facilmente portato ad andare “dove tira il vento”, focalizzandosi sull’atto di navigare invece che sul mantenere la rotta: le probabilità che in questo modo arrivi in un porto non gradito sono davvero alte, sempreché non finisca addirittura sugli scogli.

Quindi la prima domanda a cui dobbiamo abituarci a rispondere è: “cosa voglio veramente?” “quale è il mio vero obiettivo?”

=> LO SCOPO: spesso nella vita sappiamo quello che dovremmo fare, ma non abbiamo sufficienti ragioni che ci entusiasmino, dei perché tanto importanti da predisporci a fare qualsiasi cosa necessaria per ottenere quello che vogliamo veramente.

Una persona che ha un motivo valido per andare da qualche parte, in un modo o nell’altro riuscirà ad arrivarci, trovando le risorse sufficienti a superare qualsiasi ostacolo. La nostra motivazione non è mai legata all’obiettivo in sé, ma a ciò che ci darà raggiungerlo, a come ci farà stare, alle sensazioni che ci farà provare.

Pensa per esempio ad una situazione nella quale sei stata fortemente motivata e la tua determinazione non è venuta meno nel tempo: sicuramente quell’obiettivo per te era davvero importante aveva un significato speciale, ti avrebbe fatto stare incredibilmente bene, cos’ come non raggiungerlo sarebbe stato un dolore insopportabile. In poche parole valeva la pena impegnarsi per quello, c’erano dei validi motivi che ti spingevano all’azione.

Perciò quando sai cosa è che vuoi veramente prova a chiederti: “perché lo voglio? Cosa mi darà? Come mi sentirò dopo aver raggiunto questo risultato? Quale è il mio vero scopo? Perché vale la pena impegnarsi per questo?”

=> PIANO DI AZIONE: “quali azioni specifiche devo fare per ottenere questo risultato che sono impegnato a raggiungere?”.

Quando il tuo obiettivo è veramente chiaro e le ragioni per cui vuoi raggiungerlo ti danno la spinta emozionale abbastanza forte, scoprire il modo migliore per portare a termine il lavoro diventa qualcosa di ovvio.

Ci sono molto modi per raggiungere un qualsiasi risultato: se una strada  non funziona, ma sei focalizzato sul tuo obiettivo e hai uno scopo sufficientemente importante, allora potrai essere flessibile e ti sarà facile trovarne un’altra.

Quindi, prima di decidere cosa fare, è bene sapere che cosa vogliamo e perché lo vogliamo e solo allora stabilire il nostro piano di azione, come un qualunque viaggiatore che, prima di mettersi in cammino, ha deciso dove andare, per quale motivo vuole andare e che strada percorrere per arrivarci……

 

“Tutti noi abbiamo una mission che perseguiamo senza esserne del tutto consapevoli. Nel momento in cui la portiamo completamente alla coscienza, le nostre vite possono decollare…” James Redfield

Anno nuovo all’insegna della proattività

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Questo post, tratto da un paragrafo di “ le 7 regole per avere successo” di Stephen R. Covey, mi sembra un ottimo inizio per quei “buoni propositi” che ogni anno mettiamo al primo posto tra le nostre priorità e che poi nel corso dei mesi, piano piano, perdono il loro mordente finendo in fondo alla lista, alimentando così il nostro senso di inefficacia.

Leggiamo come Covey definisce la “proattività”, termine coniato da Viktor Frankl e principio fondamentale per il raggiungimento di qualsivoglia obiettivo.

proattività modello Covey1

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Nella scoperta del principio chiave della natura dell’uomo, Frankl descrisse un’accurata mappa redatta da lui stesso, in base alla quale cominciò a sviluppare la prima e fondamentale regola di una persona efficace, in ogni ambiente: la regola della pro attività.

Anche se questa parola è oggi comune nella letteratura di tecniche manageriali (e di crescita personale), qualche difficoltà in più l’avremmo nel cercarla sui comuni dizionari. Significa qualcosa di più del semplice prendere l’iniziativa. Significa che, come esseri umani, noi siamo responsabili della nostra vita. Il nostro comportamento è una funzione delle nostre decisioni, non delle condizioni in cui viviamo. Noi possiamo subordinare i sentimenti, le sensazioni, ai valori. Noi abbiamo l’iniziativa e il senso di responsabilità necessari per far sì che le cose accadano.

Consideriamo la parola “responsabilità” (letteralmente: “abilità di risposta”), è la capacità di scegliere la nostra risposta o reazione. Le persone davvero proattive accettano questa responsabilità. Non biasimano per il proprio comportamento circostanze, situazioni o condizionamenti. Il comportamento è figlio della loro scelta consapevole, basata su valori, e non un prodotto casuale di situazioni, frutto di sensazioni.

Dato che noi siamo per nostra natura proattivi, se la nostra vita dipende dal condizionamento e dalle situazioni è perché noi, per una decisione cosciente o per nostra inadeguatezza, abbiamo scelto di permettere che siano queste cose a controllarci.

Nel compiere tale scelta diventiamo reattivi. Le persone proattive non sono meteoropatiche: se piove o splende il sole non fa differenza. Il punto di partenza è un valore, e se il loro valore è quello di lavorare con buona qualità, non dipende dal favore o meno del tempo.

Le persone reattive sono influenzate anche dal loro ambiente sociale, dal “tempo sociale”. Quando gli altri le trattano bene, si sentono bene; quando succede il contrario, assumono un atteggiamento difensivo e autoprotettivo. Le persone reattive costruiscono la loro vita emotiva intorno al comportamento degli altri, permettendo alle debolezze degli altri di controllare la propria vita.

La capacità di subordinare un impulso ad un valore è l’essenza della persona proattiva. I soggetti reattivi sono spinti dai sentimenti, dalle circostanze, dalle situazioni, dal loro ambiente. Gli individui proattivi sono mossi dai loro valori: valori profondamente ponderati, scelti e interiorizzati.[…]

Osservò Eleanor Roosvelt: “Nessuno può farvi del male senza il vostro consenso”. E Gandhi insegnò: “Loro non possono privarci del rispetto di noi stessi se noi non vi rinunciamo per compiacerli”. E’ il nostro permesso, il nostro consenso a quanto ci accade, a ferirci, molto più di quanto non faccia il fatto in sé.

Ammetto che questo sia molto difficile da accettare a livello emotivo, soprattutto se per anni e anni ci siamo spiegati la nostra infelicità nel nome di circostante contingenti o altrui comportamento. D’altra parte finchè una persona non riesce a dire con convinzione profonda e con onestà: “Io sono ciò che sono per le scelte fatte ieri”, non può nemmeno dire: “Adesso scelgo in modo diverso”. […]

A ferirci non è quello che ci succede, ma la nostra reazione a quanto ci succede. Certo, le cose possono danneggiarci fisicamente o economicamente e possono provocare dolore, ma il nostro carattere, la nostra identità non deve risultarne minimamente ferita. Anzi, le esperienze più difficili diventano le situazioni dove si tempra il nostro carattere e si sviluppa la nostra forza inteiore, la libertà necessaria per poter affrontare in futuro le circostanze più faticose e inspirare con l’esempio anche altre persone.[…]

La nostra natura fondamentale è quella di agire, non di subire. Oltre a permetterci di scegliere la nostra risposta a circostanze particolari, questo ci consente di creare le circostanze.

Prendere l’iniziativa non significa essere indiscreti o aggressivi. Significa riconoscere la nostra responsabilità di fare in modo che le cose accadano.[…]

Molti aspettano che accada qualcosa o che qualcuno si occupi di loro. Ma quelli che finiscono per avere le professioni più attraenti sono degli individui proattivi, che costituiscono essi stessi la soluzione dei problemi, non sono problemi loro stessi; che prendono l’iniziativa per fare qualsiasi cosa sia necessaria, coerentemente con i propri principi, affinchè il lavoro sia fatto. […]

La pro attività fa parte della natura umana e, anche se i muscoli proattivi possono essere inattivi, sono pur sempre presenti. […] Naturalmente bisogna tenere conto del livello di maturità dei singoli individui. Non possiamo aspettarci una cooperazione molto creativa da colore che si trovano sprofondati nella dipendenza emotiva. Possiamo  però, almeno, aiutarli ad affermare la loro natura di base e creare un’atmosfera in cui possano approfittare delle occasioni disponibili e risolvere i problemi in modo sempre più autonomo così da aumentare la loro fiducia in se stessi.

“Non conosco fatto più incoraggiante

dell’incontestabile capacità dell’uomo

di elevare la propria vita con uno

sforzo cosciente”. H.D. Thoreau

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Tratto da:

Stephen R. Covey

Le 7 regole per avere successo

ED.FrancoAngeli/Trend

A proposito del lamento …..

abbasso il lamento 1

Foto dal sito del Dott. Salvo Noé www.noecom.it

Un altro post che ci porta a riflettere sulla nostra abitudine al lamento, al vittimismo; al focalizzarci sempre su ciò che non abbiamo piuttosto che vedere quello che c’è e trovare in quello che c’è soddisfazione e gioia.

Di chi ci lamentiamo? Tendenzialmente di tutti: a trecentosessanta gradi. Non ci sono limiti, se non quelli dello spazio e del tempo, che ci impediscono di inondare, nello stesso istante e nello stesso luogo, con tutti i lamenti di cui siamo capaci tutte le persone che ci stanno intorno e che secondo noi lo meritano.

Ci lamentiamo al mattino, prima di iniziare la giornata, come alla sera, dopo averla terminata, sulla macchina privata come sui mezzi pubblici, in casa come sul posto di lavoro, nel corso di una faticosa attività professionale come nelle pause necessarie a riprendere fiato.

Ci lamentiamo segretamente, nell’insondabile rapporto che intratteniamo con noi stessi, e ci lamentiamo platealmente con chi riteniamo ci abbia fatto un torto, anche se poi magari scopriamo di essere tutti quanti vittime di un’incomprensione o di un equivoco.

I nostri lamenti li esprimiamo volentieri davanti agli altri, coinvolgendoli loro malgrado, in tempo reale come in differita, anche se questi altri sono soltanto ignari passanti, neutrali osservatori o inconsapevoli accompagnatori.

Ci lamentiamo in modo diretto e indiretto, esplicito e implicito, nei rapporti personali e parentali, intimi e ravvicinati, come in quelli pubblici e professionali, occasionali o prolungati.

In realtà ci lamentiamo, forse inconsapevolmente o forse involontariamente. Forse soprattutto e forse sempre, con e di … noi stessi.

In particolare ci lamentiamo, giustamente o ingiustamente, di tutto ciò che non corrisponde, per difetto o a volte per eccesso, alle nostre aspettative ed ai nostri bisogni più nascosti. Ed essi, se non lo sono sempre, assai spesso sono espressione di quel Bambino onnipotente che, secondo l’analisi transazionale, è in ciascuno di noi e che molti, anche in età adulta, non riescono a governare adeguatamente.

Perciò ci lamentiamo del tempo troppo stabile e di quello troppo variabile, sui quali in realtà non possiamo esercitare alcun influsso diretto, dell’inquinamento atmosferico e del traffico urbano, che spesso invece contribuiamo in prima persona a creare, del lavoro, che non corrisponde alle nostre aspettative, e delle vacanze, che non ci bastano mai, dell’eccessivo rumore dell’aereo su cui viaggiamo, che in realtà ci permette di non  … precipitare, e dell’eccessiva diffusione dei telefoni cellulari, grazie ai quali tuttavia anche chi si lamenta quando è necessario può comunicare con persone altrimenti irraggiungibili, dei governi nazionali e della globalizzazione mondiale, anche se le persone impegnate a discuterne, magari senza nemmeno accorgersene, attribuiscono significati assai differenti a quella medesima parola …

Tutti questi lamenti, che in apparenza ci rendono un po’ più sollevati e contenti, sarebbero soltanto innocui se in realtà non ci rendessero sempre più … insoddisfatti e dipendenti.

Come resistere quindi alla diabolica tentazione della lamentazione??? “Accendendo il sole che è dentro di noi”; riuscire ogni mattina, appena svegli e per tutti i giorni della settimana, del mese e dell’anno, ad accendere il sole della fiducia, della considerazione e della stima di sé e degli altri.

C’è chi non sa resistere al bisogno di iniziare la mattinata con una bella sigaretta e, in forza di questo perverso rito propiziatorio, si prepara ad inquinare per il resto della giornata se stesso e le persone che gli stanno intorno. Allo stesso modo c’è chi quotidianamente si sveglia con la consapevole intenzione o con l’inconsapevole tentazione di danneggiare lamentosamente se stesso e gli altri. A questo punto perché non coniare uno slogan, come nel caso del fumo, anche contro il lamento? Potrebbe essere : “chi si lamenta inquina anche te, digli di smettere (ma senza lamentarti) …”

Al contrario possiamo imparare ad iniziare ogni nostra giornata, invece che con l’ennesimo lamento, con un radioso sorriso della mente e del cuore. Questo sorriso può non essere affatto ciò che appare: il sintomo di una superficiale evasione dai conflitti e dalla sofferenza  che sono intorno a noi. Un simile sorriso al contrario può essere uno stimolo potente per far emergere quotidianamente il meglio di noi stessi. Nel tempo esso può consentirci di rifuggire sistematicamente dalle risposte reattive, che in apparenza sono contrarie, ma in realtà sono del tutto simili alle azioni lamentose e proprio perciò finiscono inevitabilmente per cacciarci in un vicolo cieco.

Accendere il sole della fiducia, della stima e della considerazione verso se stessi ci permette di sostituire le risposte reattive in risposte propositive, abbandonando il lamento per la costruzione di possibili alternative.

Per essere davvero vincenti e VIVERE anziché sopravvivere dobbiamo imparare ad essere emotivamente intelligenti: dobbiamo imparare a fronteggiare istinti e impulsi reattivi per trasformarli in energia costruttiva, creativa e propositiva.

Perfino nelle più dure avversità conservare intatta la capacità di controllare gli impulsi nostri ed altrui ci consente di impiegarli in modo propositivo e risolutivo contro le difficoltà stesse, invece di permettere che vengano dispersi in modo improduttivo attraverso sterili lamentele

Azione

azione 3

“Non resta veramente niente altro da dire…. eccetto il perché.

Ma siccome il perché è difficile da gestire,

si deve cercare rifugio nel come”. Toni Morrison

Alcuni eventi nella nostra vita apparentemente non hanno proprio alcun senso. Succede, per esempio, che i nostri progetti falliscano, benché noi ci fossimo impegnati al massimo per realizzarli. E’ importante allora fare il bilancio della situazione, accettare il nostro ruolo nel fallimento e andare avanti.

Se ci intestardiamo a voler scoprire il “perché”, rischiamo di rimanere fermi per molto tempo. Tuttavia noi vogliamo assolutamente capire, ed è molto difficile accettare l’idea che alcune cose non hanno proprio alcun senso.

“Chiedere il perché significa morire” : è una frase che si sente spesso nelle riunioni degli Alcolisti Anonimi, ed è assolutamente vera.

Avere fede nella vita significa non chiedere “perché”, bensì “come”. E poi agire!

 Il problema spesso non risiede in ciò che ci succede, ma nella nostra necessità di capire.

Dipendenza affettiva: polarità e tratti

dipendenza affettiva 3

Foto di: http://www.flickr.com/photos/chiaramatteo/5483037342/

La persona che soffre di Dipendenza Affettiva può dimostrare il proprio vuoto interiore in due forme opposte, ma nello stesso tempo reciproche: “Io sono responsabile della felicità dell’altro”, oppure: “L’altro è responsabile della mia felicità”.

Queste due forme di dipendenza condividono la stessa speranza di trovare negli altri il proprio centro di gravità, la propria fonte di valorizzazione, la propria ragione di esistere e il proprio benessere esistenziale. Quando la persona  dipende stabilisce un contatto serio, vi si attacca come una striscia di velcro e non lascia la sua preda.

Questa persona, infatti, dipende da tutti: dalla famiglia, dal partner, dal capufficio, dagli amici. Facendo degli altri il proprio centro di gravità, abbandona i propri interessi personali, i propri valori, per concentrarsi su quelli delle persone da cui dipende e che considera più importanti. Cerca allora di soddisfare anche il loro più piccolo desiderio e si permette anche di crearne di nuovi, per sentirsi indispensabile.

Oppure, all’opposto, conta sull’altro per regolare la propria vita nei minimi dettagli. E’ l’altro che deve decidere delle sue attività  o delle attività comuni, nelle sue scelte nel vestire e nell’organizzare l’andamento della vita quotidiana.

Ciascuno di noi ha qualità e difetti, che costituiscono un individuo completo, con una propria personalità. A volte, però, poiché è cresciuta in una famiglia disfunzionale, la persona dipendente ha acquisito comportamenti particolari, che le sono stati trasmessi dal proprio ambiente.

Trai i tratti che possiamo trovare nelle persone dipendenti affettivamente ci sono:

  • Orgoglio: poiché la stima di sé non è radicata, la persona dipendente affettivamente non ha un’alta opinione di sé e delle proprie azioni. Inoltre, poiché le manca la fiducia in se stessa, tende a giudicare gli altri, a non riconoscere i loro meriti e le loro qualità. Non vuole essere relegata in secondo piano ed essere considerata inferiore. Tuttavia, si sente sempre incapace di chiedere aiuto agli altri: vuole dimostrare che il suo modo di vedere e di fare le cose non ha bisogno di essere migliorato. Come liberarsi da questa forma di orgoglio? Intanto riconoscendola e allo stesso tempo introducendo un po’ di umiltà, comprendendo che non si perde nulla nel riconoscere il valore degli altri. Al contrario, si potrebbero trovare elementi per far crescere se stessi.
  • Razionalizzazione: sempre per mancanza di fiducia in sé, la persona affettivamente dipendente crede di dover giustificare ciascuno dei propri atti e delle proprie opinioni. Per di più, poiché molto spesso è incapace di condividere le proprie emozioni e i propri sentimenti, questa giustificazione delle cose viene fatta ad un livello razionale: la persona parla con la testa piuttosto che con il cuore. Come liberarsi da questa tendenza? Interrogandosi seriamente sui motivi profondi delle proprie azioni e opinioni imparando a condividerle apertamente. La persona dipendente è necessario che prenda coscienza che ha anch’essa emozioni e sentimenti che valgono la pena di essere espressi.
  •  Perfezionismo: quando si prende come modello uno dei propri genitori e questi è un perfezionista, il bambino cresciuto in una famiglia disfunzionale cerca di sviluppare questa tendenza. In sé, il perfezionismo non è un difetto; lo diventa quando è spinto ad un livello inaccettabile non tenendo conto dei limiti che ci appartengono proprio perché umani. Il soggetto dipendente è necessario che si renda conto che la perfezione non è di questo mondo, che nessuno si aspetta questo da lui e che anch’egli non può reclamarla dagli altri. Una buona dose di semplicità in tutte le circostanze è la soluzione migliore.
  • Rinvio: la mancanza di fiducia in sé, la paura di sbagliare, di essere giudicati fanno sì che alcune persone affettivamente dipendenti rimandino costantemente a più tardi quello che potrebbero fare in quel momento. Esitano a passare all’azione. Solo attraverso l’esperienza e il lavoro possono vincere questo loro difetto e rendersi conto che possono agire altrettanto bene di chiunque altro. Così a poco, a poco, acquisteranno fiducia in sé.
  • Autocompatimento: alcune persone hanno la tendenza a piangere costantemente sulla propria sorte e a non accettare le prove che la vita riserva loro. E’ una caratteristica che si trova sovente presso le persone affettivamente dipendenti. Esse si sentono rifiutate, buone a niente, incapaci di riuscire nella vita. Anche in questo caso si tratta di mancanza di fiducia in se stessi. Per uscire da questa situazione, conviene imparare a sdrammatizzare le situazioni, a relativizzare l’importanza delle cose e degli avvenimenti, ad accettare la vit così come si presenta e soprattutto ad accettare se stessi.
  • Inquietudine: il soggetto affettivamente dipendente è un inquieto. Ha paura di quello che avverte all’interno di se stesso e di ciò che potrebbe succedergli in futuro. E’ necessario imparare a far fronte a questa insicurezza confrontandosi con essa, piuttosto che evitarla. Anche qui si tratta di una questione di fiducia in se stessi.
  • Prostrazione: può succedere che il soggetto dipendente tagli tutti i contatti con gli altri appena si presenta la minima difficoltà. La sconfitta in questa o in quell’altra circostanza produce in lui un senso di scoraggiamento dal quale troverà difficile riprendersi. E’ necessario che la persona affettivamente impari a passare all’azione, a pro-attivarsi, e a dirsi che quella sconfitta non è la fine di tutto, ma unicamente un avvenimento sfortunato e, soprattutto passeggero.

La conclusione di tutto questo???? Imparare ad amarsi, amare e lasciarsi amare; chi è affettivamente dipendente, non conoscendo le proprie risorse né le proprie qualità, ne è incapace. Vive solo in funzione degli altri, per servirli o esserne servito, ignorando totalmente cosa sia una relazione alla pari.

Le depressioni, la violenza coniugale, l’incapacità di prendersi per mano, tutte le forme di tossicomania, le malattie del corpo e dell’anima, a mio avviso, nella maggioranza dei casi, hanno una sola causa: la dipendenza affettiva. E’ necessario comprendere che si può venirne fuori impegnandosi, chiedendo aiuto. Bisogna imparare ad attingere in sé le risorse necessarie indispensabili alla felicità. Credete di non averle??? Io vi assicuro di sì!

La felicità non viene dagli altri. E’ in noi, adesso. Bisogna partire da se stessi, mai dall’esterno. Il/la partner, i figli, i beni materiali possono contribuire a questa felicità, ma non devono diventare la sola ragione di vita.

“IO SONO IMPORTANTE!” ecco quello che ciascuno dovrebbe dire a se stesso ogni giorno. E non si tratta di egoismo, siatene sicuri. Significa ri-centrarsi, prendere coscienza che siamo noi il centro di noi stessi. Il cammino non è sempre facile, ma se si vuole veramente uscire dal circolo vizioso delle sofferenze d’amore a ripetizione, dall’isolamento, dalla depressione è necessario passare all’AZIONE !!!!

Come???? ……. continua a seguirmi …..

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