Mese: giugno 2020

Sulla possibilità di crescere …

CRESCERE

“…. crescere significa diventare quello che siamo sempre stati, ma non siamo mai riusciti ad essere …”

 Tante persone infelici e insoddisfatte aspettano che la felicità venga portata in dono da una fata o un mago che con la bacchetta magica la fa comparire dinanzi a loro confezionata in una bella scatola con il fiocco rosso.

Da molte altre persone, felici e soddisfatte impariamo  che la felicità nasce da una lotta costante e passionale e soprattutto che la si costruisce attimo per attimo, tassello per tassello.

Il cambiamento che porta alla felicità è una manifestazione di coraggio mentre l’immobilismo, il ristagno è appannaggio di quella parte di noi che non vuole correre il rischio di andare alla scoperta dei molteplici aspetti della vita.

Muoversi e percorrere la propria esistenza costituisce l’espressione gioiosa della curiosità dell’esplorazione, ma significa anche accettare l’inquietudine e la paura che il nuovo possono dare .

Se ci atteniamo sempre a quello che ci fa sentire sicuri, non viviamo l’esperienza della crescita. Se non corriamo dei rischi non possiamo acquistare fiducia in noi stessi.

Questa grandiosa possibilità di reinventare, attraverso le nostre scelte, il corso della propria vita è un privilegio esclusivo della specie umana rispetto a tutti gli altri generi animali.

Anche se il materiale di cui disponiamo è costituito di frammenti non solo luminosi bensì disperati e apparentemente da buttare esiste sempre la possibilità di tessere qualcosa di artisticamente armonico pur nella sua imperfezione.

Come diceva Paul Sartre “un uomo può sempre fare qualcosa di ciò che hanno fatto a lui”.

E’ pure vero che, molto spesso, è difficile buttarsi nel grande mare del cambiamento senza una sorta di salvagente che in qualche modo ci rassicuri che in seguito non rimpiangeremo il gesto fatto; nello stesso tempo sappiamo pure che tutto questo è possibile solo a livello immaginativo perché l’assunzione del rischio costituisce l’inevitabile prezzo di qualsiasi rinnovamento.

Voler modificare una situazione, seppur instabile e disfunzionale, significa comunque, cambiare delle abitudini radicate, mettere in discussione delle certezze , disfarsi di un copione che all’origine della sua messa in atto è servito alla nostra sopravvivenza.

Tutto questo comporta un’avida curiosità di vita e una costante flessibilità di pensieri, progetti ed azioni.

Un elemento che può aiutarci nel nostro cammino di evoluzione è porci un obiettivo, poiché l’essere proiettati verso di esso facilita l’insorgere di momenti di entusiasmo e vitalità.

Una meta importante può essere quella di imparare ad amarsi cessando di sottovalutarci, scoprendo invece tutti i propri lati positivi di cui fruire e godere.

In ogni caso, fissarsi un traguardo valido significa contare le tristezze e pareggiarle con le gioie.

Pensiamo a quante volte diciamo a noi stessi frasi come:

HO BISOGNO DI ESSERE AMATO

DEVO RIUSCIRCI

SONO UN MISERABILE

E’ UN DISASTRO

Ottenendo solo di cadere in un’autocommiserazione senza fine, arrotolati su noi stessi come animali, buoni solo a leccarci le ferite che questo mondo crudele ci infligge ogni giorno.

Proviamo ora a fare un esercizio di ottimismo e autorivalutazione, pronunciando frasi equivalenti ma contrarie:

Posso rischiare di essere anche rifiutata

Faccio del mio meglio, accetto il mio limite

Sono davvero una bravissima persona

E’ una situazione del tutto affrontabile

Vedremo che in tal modo, la morsa della nostra inefficacia si allenta , si viene a creare una doppia polarizzazione: da un lato tutta la più cupa tristezza e dall’altro una sana fiducia. Giocando in mezzo a questi due poli riusciremo a trovare un equilibrio emotivo più realistico che porta con sé una maggiore intenzionalità creativa.

Come ho detto all’inizio, il processo di conquista della piena consapevolezza di sé, che porta alla crescita reale e profonda e di conseguenza alla felicità per essere riusciti a prendere in mano la propria vita, non è facile e spesso ci si trova bloccati lungo la strada colti da una improvvisa nebbia o impantanati in una buca piena di fango.

In questi casi un aiuto può venire da un percorso di Counseling che può fornire quella bussola o quella pala necessarie per uscire dall’impasse.

Il Counselor si prende cura di chi ha davanti, accettandolo incondizionatamente, ascoltandolo attivamente , aiutandolo a riconoscere ed elaborare le sue emozioni avendo come obiettivo quello di tirare fuori “maieuticamente” le potenzialità del cliente che si affida a lei/lui per arrivare a quell’autonomia e capacità di autodeterminazione che fa la differenza tra il vivere e il sopravvivere.

Per attraversare la terra di mezzo e raggiungere il paese del vero sé è necessario mettere i piedi a bagno nelle emozioni , percorrere i sentieri interiori sentendoli sulla pelle . Non si può rimanere seduti al tavolino sfogliando dotti capitoli di un libro teorico, poiché allora sarebbe come leggere attentamente un gran libro di cucina…. senza però mai cucinare né mangiare!

 

Se ti interessa prenotare un colloquio GRATUITO e assolutamente non vincolante per scoprire cosa può fare per te il Counseling, compila il modulo di seguito, ti risponderò al più presto 🙂

Nel bene e nel male è per noi ….

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C’è un’isola di opportunità in mezzo a ogni difficoltà. Anonimo

L’Universo è una perfetta combinazione di ostacoli e benedizioni.

E’ bene sempre tenere a mente, per sviluppare al meglio coraggio e capacità per raggiungere i nostri sogni, che le sfide che ci troviamo davanti sono disegnate perfettamente per noi.

Per quanto sia difficile accettarlo, specialmente nel momento in cui ci troviamo nel mare burrascoso delle difficoltà, non ci vengono mai presentate situazioni che non siano all’altezza delle nostre capacità di superamento.

D’altro canto se camminiamo nella vita con gli occhi chiusi o con lo sguardo troppo per aria è inevitabile, prima o poi, finire in una pozzanghera di fango, ed è altrettanto normale chiedersi come mai si è finiti lì. La differenza sta nella maniera in cui ci poniamo questa domanda.

Un modo è quello di sentirci vittime di quello che ci è accaduto, con la perenne domanda “perché capitano tutte a me?”

Il risultato di questa modalità “vittimistica” è la chiusura totale nel vedere oltre, e ci lascia in uno stato di immobilità ai piedi della vita con davanti a noi una serie infinita di pozze di fango.

Al contrario se intendiamo imparare dalla vita, potremmo aprire gli occhi su un orizzonte più grande; sedendoci sulle radici della vita pronti ad imparare, comprendere e sentire, sviluppando l’intuizione e tirando fuori le capacità creative di adattamento a quello che ci accade.

Per poter fare tutto questo è però fondamentale avere ben presente che qualunque cosa ci accade non sta succedendo a noi ma per noi. Questa è la lampadina di Archimede, il cambio di paradigma che ci trasporta da una visione passiva di noi stessi ad una visione attiva e aperta a tutto ciò che la vita ci pone di fronte.

In tutto quello che troviamo sul nostro cammino c’è sempre un’opportunità da cogliere, un’occasione per comprendere cose che altrimenti non avremmo mai capito, una possibilità di evolvere lasciando dietro di noi quello che non serve più.

Ogni cosa è per noi, nel bene e nel male!

Ci è stato dato il potere incredibile di scegliere, di creare la nostra vita e la responsabilità di queste decisioni è sempre la nostra.

Essere capaci di guardare in faccia ciò che non conosciamo senza paura, affidandoci alla nostra saggezza è quello che la vita ci chiama a fare ogni giorno.

Anche quando ci troviamo in una situazione che inizialmente è fuori dal nostro controllo, la scelta di stare in quella situazione o in quel modello di comportamento è nostra, così come la scelta di cambiare.

Non siamo onnipotenti e non abbiamo il potere di controllo su ogni cosa che ci accade, nello stesso tempo non possiamo sempre scegliere tutto quello che ci capita; siamo però responsabili di come reagiamo a quell’evento. Il libero arbitrio ci da’ la possibilità di utilizzare la consapevolezza e l’intuito per diventare ciò che possiamo diventare. Ecco perchè ogni cosa è per noi e se accade c’è senz’altro un motivo.

Spesso diamo la colpa agli altri, proiettando fuori di noi la nostra paura di cambiare, è infatti senz’altro più facile incolpare qualcun altro piuttosto che assumersi la responsabilità delle circostanze e così affrontare l’ignoto.

Proviamo a cambiare prospettiva e pensare, quando ci troviamo impantanati nella famosa pozza di fango, che ciò che sta accadendo non è a noi ma per noi.

Improvvisamente tutto cambia, i pezzi del disegno trovano la loro giusta collocazione e quello che ci sembrava un dramma o qualcosa di insuperabile diventa un’opportunità di crescita.

L’Universo è in uno stato di costante movimento, sempre in cambiamento, sempre in evoluzione e noi con lui. Allo stesso tempo c’è una cosa che rimane invariata a cui aggrapparci, una bacchetta magica di cui ognuno di noi è detentore: il nostro potenziale.

Si tratta di quella finalità interiore, inscritta in ognuno di noi, che rappresenta la meta finale verso cui tendiamo. La capacità di crescere nel potenziale che abbiamo dentro, la forza vitale che ci guida dipendono solo da noi.

Ricordiamoci che qualunque cosa ci accada non sarà mai in grado di intaccare chi siamo nel profondo!

Quello che Siamo resta invariato nel tempo, magari camuffato dalle maschere che ci mettiamo durante il viaggio, forse etichettato da giudizi e critiche inutili e distruttive, oppure così nascosto da sembrare inesistente.

Ma c’è! Sempre!

Abbiamo la vita a disposizione proprio per questo, realizzare chi siamo. Partiamo da noi stessi, prima di ogni altra cosa, in qualsiasi situazione e contesto.

Se ci sentiamo bloccati in una situazione che pensiamo di subire e dove ci sentiamo impotenti, ricordiamoci che non c’è niente di fermo nel flusso della vita. Le cose cambiano in continuazione.

Spesso la ragione dei nostri blocchi sta nel continuare a pensare gli stessi pensieri, mentre le cose cambiano, in noi si ricreano sempre uguali seguendo gli stessi schemi e questo perché abbiamo difficoltà a cambiare prospettiva.

Proviamo a ribaltare la situazione osservandola da un altro punto di vista che parta dal presupposto che tutto quello che succede è per noi. Anche quando ci pare di non poter fare nulla, possiamo sempre fare qualcosa dentro di noi.

Assumere questo nuovo punto di vista vuol dire cogliere il messaggio racchiuso in quella sfida. Nel fare ciò tracceremo dei segni indelebili dentro di noi che ci condurranno là dove si auspica che ogni essere umano possa arrivare: il punto centrale di noi dove è racchiusa tutta l’essenza della nostra vita.

Nel raggiungerlo apriamo un varco, che ogni volta si farà più ampio cosicchè  diventerà sempre più agevole la nostra manifestazione nel mondo , quel diritto inalienabile ad Essere!

Molto spesso ci lamentiamo del fatto che la vita non ci offre opportunità. Sbagliato! Siamo noi che non riusciamo a vederle. Diego Agostini

 

liberamente tratto da:

B.Pozzo – La vita che sei – Ed.BUR

Lo “Scarabocchio”: immagine in punta di dita

scarabocchio 1

Crediti immagine : Artedo – Padova

Il disegno è l’arte di condurre una linea a fare una passeggiata. Paul Klee

Il segno minimo lasciato sul foglio, come un minuscolo punto o trattino, segna l’inizio di una storia condivisa tra il cliente e il Counselor Espressivo, in cui una manifestazione di sé appare nel mondo esterno e lascia una traccia.

A volte bisogna aspettare del tempo prima che il cliente accetti che il punto tracciato sul foglio abbia una storia. Diversamente dal bambino che scopre attraverso le prime tracce un pezzetto di mondo esterno che è suo perché ne è lui l’artefice, e prova gioia nel lasciare impronte sulla sabbia, o sul vetro appannato di una finestra, alcune persone cercano di scoprire e scoprirsi il meno possibile.

Il punto è solo un punto e può rimanere tale per molto tempo.

In questo caso il compito primario del Counselor è trovare come dialogare con l’altro attraverso il materiale artistico e la composizione nascente: quando un segno sul foglio diventa uno spunto per narrare una storia, il soggetto è pronto a entrare nell’altra dimensione quella della narrazione simbolica.

A volte questo passaggio può essere facilitato da stimoli verbali: “ma se questo punto volesse viaggiare nel foglio, dove andrebbe? Con chi? Che cosa si porterebbe dietro?”. Le domande aperte del Counselor aprono il dialogo e possono riempire il foglio di nuove presenze.

Parafrasando Paul Klee, lo scarabocchio può essere definito come il libero passeggiare di un punto su un foglio

Il gesto si traduce in segno che narra sul foglio emozioni antiche ….

Uno spazio produttivo dove possibili sbocchi, risposte non dette, soluzioni cercate acquistano la liberatoria concretezza di un istante creativo.

Il materiale grezzo si tras-forma diventando sapere del corpo che a partire dal gesto ritrova la consapevolezza delle proprie memorie.

E’ il gesto il punto di partenza, il seme che contiene le potenzialità e le linee direttive della futura possibile pianta.

Lo “scarabocchio” nasce come tecnica con l’uso che ne fa una delle pioniere dell’ArteTerapia Margareth Naumburg che si serviva del disegno libero per avere un accesso più facile all’inconscio, invitando poi i pazienti a fare delle libere associazioni su ciò che vedevano nei loro lavori.  Il suo “metodo dello scarabocchio” tuttavia era, in questo modo,  essenzialmente un trampolino di lancio verso la terapia verbale, senza una particolare attenzione ai materiali e al processo artistico.

Un altro grande della psicologia Donald Winnicott, impiegava lo scarabocchio “squiggle game” nei colloqui con i bambini. Egli applicava questo tipo di intervento specialmente nel primo incontro con i suoi piccoli pazienti, usandolo come strumento diagnostico-terapeutico.

Winnicott lo presentava al bambino semplicemente così: “Io chiudo gli occhi e faccio uno scarabocchio sul foglio; tu ci disegni sopra e lo fai diventare ciò che vuoi. Poi tu fai un tuo scarabocchio su un altro foglio e io lo faccio diventare ciò che voglio”.

È essenziale comprendere che questa non è mai stata considerata da Winnicott una ‘tecnica’, ma solo un modo per entrare in rapporto col piccolo paziente, per creare un colloquio con lui.

Per Winnicott la psicoterapia stessa è qualcosa che ha a che fare con due persone che giocano insieme, e il gioco dello scarabocchio serve, appunto, a creare uno spazio in cui possa esprimersi il potenziale ludico della mente infantile.

Quando ciò avviene, il bambino si apre interamente e crea col terapeuta una relazione densa, piena e fiduciosa che è molto raro poter raggiungere con altri mezzi in un primo contatto.

Ritornando allo “strumento scarabocchio” in un setting di Counseling Espressivo, vediamo le fasi di cui è composto il processo:

  • Libero percorrere del gesto sul foglio esplorandone lo spazio, lasciando dietro di sé linee
  • Dalla traccia alla forma => dallo sfondo con-fuso le linee vengono congiunte, alcune lasciate da parte, fino a quando appare qualcosa di riconoscibile, una forma
  • Dalla forma alla sua definizione => alla forma ora può essere dato un nome entrando così nel mondo reale e quindi condiviso con chi sta osservando.
  • Dalla definizione di una forma alla sua storia => la forma a cui è stato dato un nome, porta ad un’immagine personale o ad una storia che può essere raccontata.

Come abbiamo detto prima nello scarabocchio c’è l’emersione del materiale grezzo depositato nell’inconscio, esistono tuttavia livelli diversi di interazione, a seconda della modalità d’esperienza dominante in cui avviene:

Livello di scarica motoria => quando è dominante l’esperienza corporea. Il gesto è importante quale gesto in sé, prima di vedere ciò che ha prodotto sul foglio. Il movimento del braccio libera energie corporee. In questo caso l’esperienza corporea dominante porta alla “necessità del gesto”.

Qui è bene andare molto cauti e non insistere nella trasformazione delle linee alla ricerca di una forma perché potrebbe rompersi il contatto corporeo del cliente con il materiale e quindi l’entrata in gioco della parte cognitiva che interrompe, a sua volta, il contatto emotivo.

Livello formale => la definizione dell’immagine prodotta non va oltre la cura del particolare, la sua definizione rispetto allo sfondo, la sua costruzione grafica.

Il processo di immaginazione si ferma. Quando domina questa esperienza l’oggetto o gli oggetti vengono colorati, magari inseriti in uno sfondo, fino a diventare disegni completi, ma non sono utilizzati per alcun racconto. Possono essere ammirati dal cliente soddisfatto di essere riuscito nel suo compito di trasformazione di tutte quelle linee.

Livello narrativo => è solo con l’esperienza narrativo-simbolica che le storie emergono, coinvolgono e acquistano una ricchezza emotiva inaspettata.

Il grado di autoconsapevolezza può variare, essere reso esplicito dal cliente stesso oppure rimanere tacitamente metaforico per mantenere quella distanza di sicurezza necessaria per parlare di sé.

L’esecuzione è molto semplice

Materiale

  • Fogli di carta A4
  • Matita grafite
  • Colori (matite colorate, pennarelli, pastelli a cera, pastelli a olio)

Mettete il foglio orizzontalmente oppure verticalmente, come preferite e prendete la matita con la mano non dominante.

Puntate la mina al centro del foglio, chiudete gli occhi fate qualche respiro profondo e lasciate che la mano si muova liberamente sul foglio esplorandone lo spazio. Quando la mano si ferma, il lavoro è finito e potete riaprire gli occhi.

scarabocchio 1

Ora prendete il foglio e iniziate a girarlo da tutte le parti. Osservate il disegno con uno sguardo “a volo d’uccello” senza che vi soffermiate troppo sulle singole linee. Ad un certo punto, vedrete una immagine emergere dallo sfondo confuso di linee. Quest’immagine potrà rappresentare un oggetto, un animale, una persona, …….

scarabocchio 2

Crediti immagine : Artedo – Padova

Ora coloratela con lo strumento e le tinte che desiderate, date un nome al lavoro e poi fate che quell’immagine diventi protagonista di una fiaba che andrete a scrivere su un altro foglio. Questa sarà la modalità con cui l’immagine ti parlerà.

 

Se provate e avete voglia di sapere di più sul vostro lavoro, fissate con me un appuntamento per esplorare il vostro “scarabocchio”

Scrivete a gabriellacosta@ri-trovarsi.com

oppure telefonate o inviatemi un messaggio WhatsApp al 347 1751469

Che cosa frena il processo di cambiamento

trapezista

“Il trapezista  s’immerge sulle funi in volo,  d’equilibrio assorto a governar se stesso, sempre in bilico fra verità ed errore, cercando, volendo il suo giusto ritmo” Ritama

Domenica pomeriggio risistemando la libreria del mio studio, mi è capitato tra le mani un libro comprato qualche anno fa “Il potere di cambiare” di Giovanna D’Alessio, una dei pionieri del Coaching in Italia, ricco di spunti pratici per agevolare il lettore nella consapevolezza di sé provando ad osservarsi in modo nuovo.

Oggi vorrei quindi soffermarmi su un paragrafo che ci parla di ciò che inibisce la nostra trasformazione frenando gli slanci pro-attivi, lasciandoci così nella stagnazione perenne.

Partiamo dal presupposto che tutti noi abbiamo il potere e le capacità per trasformare i nostri pensieri e gestire le nostre emozioni, il problema è che non sempre lo facciamo. E’ molto più facile che questo accada quando nella vita ci capita veramente qualcosa di “grosso”, piuttosto che rimboccarci le maniche nella quotidianità del nostro sopravvivere.

Cambiare, come più volte descritto in questo blog, include una scelta, una de-cisione, lasciare andare qualcosa per rivolgersi ad altro.

Ognuno di noi ha la possibilità di incamminarsi verso la soddisfazione dei propri bisogni di autorealizzazione assumendosi la responsabilità del proprio grado di evoluzione.

Ognuno, infatti, può scegliere se limitarsi ad esistere secondo un programma naturale, costruitosi nel corso di milioni di generazioni, oppure cercare un grado di consapevolezza sempre maggiore per determinare il corso della propria vita evitando di vivere innestando il pilota automatico.

Tra queste due possibilità non è che una è meglio e l’altra è peggio, si tratta essenzialmente di una scelta personale che impatta soprattutto nella vita di chi sceglie.

Chi decide di togliere l’ancora e salpare per terre sconosciute, osando e magari trovando durante la navigazione mari in tempesta che necessitano la sua messa in gioco totale per raggiungere un approdo, non può dirsi migliore o peggiore di chi, invece, sceglie di muoversi solo in territori conosciuti e già esplorati: ad ognuno andrà il frutto delle sue ricerche il cui grado di soddisfazione dipenderà da quello che la persona cercava.

Tutti noi facciamo scelte, e anche non scegliere è una scelta, vivendone tutte le conseguenze.

Poco importa da quale terra partiamo, quale sia il nostro sistema di valori, che mappa del mondo abbiamo; qualunque sia il punto di partenza siamo noi che facciamo la differenza e su questo possiamo misurare i kilometri percorsi guardando indietro soddisfatti, trovando ancora nuovi stimoli per continuare il viaggio.

Per intraprendere tutto questo cammino c’è bisogno di coraggio, la virtù che i latini denominavano “fortitudo”, che fa sì che chi ne è dotato non si sbigottisca di fronte ai pericoli, non si abbatta per il dolore e, più in generale, affronti a viso aperto la sofferenza, l’incertezza e l’intimidazione. E tutto ciò significa, impegno e continuo lavoro interiore correndo il rischio di uscir fuori dagli spazi protetti delle nostre sicurezze per incamminarci verso mappe inesplorate.

Molto spesso “uscir fuori dal guscio” è troppo per il nostro coraggio; preferiamo non mettere in discussione i nostri paradigmi preferendo al mondo inesplorato la nostra piccola “zona di confort” dove ci sentiamo al sicuro, capaci di gestire quello che incontriamo. Meglio la monotonia dell’assenza di stimoli piuttosto che l’ignoto brivido dell’esplorazione.

Al di là della zona di confort c’è l’immenso “Nuovo Mondo” che potrebbe aprirci a nuovi modi di essere, spalancandoci finestre di nuove possibilità.

Ma per arrivare al Nuovo Mondo bisogna attraversare il confine, una zona di transizione dove si annidano le nostre paure più profonde, dove, da una parte, non abbiamo più contatto con quel posto in cui ci sentivamo sicuri, e dall’altra non abbiamo ancora raggiunto la destinazione finale.

Siamo come trapezisti che si dondolano attaccati alla propria sbarra e che vedono avvicinarsi davanti a sé un’altra sbarra …. Capiamo che per poterla raggiungere dobbiamo buttarci così da completare l’esercizio e crescere professionalmente. Ma c’è un momento in cui, durante il salto, si apre sotto di noi il vuoto, tra quello che abbiamo lasciato e quello che troveremo. Ed è proprio in quello spazio che avviene la trasformazione e questo richiede tutto il nostro coraggio!

La paura, quindi, è il nostro principale freno! E’ importante riconoscere e accogliere le nostre paure, per poter essere consapevoli che quello che temiamo non è la realtà, ma è solo una storia che ci raccontiamo basata sulla storia emotiva dalla quale proveniamo.

Gettare luce, quindi, su quello che ci impedisce di portare un cambiamento nella nostra vita è molto importante per identificare i modi in cui potremmo sabotare noi stessi e più in generale per apprendere quando e come emerge la nostra paura così da poterla gestire con maggiore efficacia.

 

 

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Liberamente tratto da:

G.D’Alessio  – Il potere di cambiare – Ed.Rizzoli

 

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