Mese: ottobre 2015

Sulla rabbia (II parte)

rabbia scimpanze

“ La collera, in effetti, sembra prestare

Fino ad un certo punto orecchio alla ragione,

epperò intende malamente,

alla maniera di quei servitori frettolosi

che escono correndo prima di aver ascoltato

fino in fondo ciò che viene detto loro,

e poi si sbagliano nell’esecuzione dell’ordine ..”

Aristotele

Proviamo ora ad analizzare che cosa ci fa arrabbiare; denominatore comune a molti antecedenti della rabbia come abbiamo visto nel post precedente sono la frustrazione e la costrizione, ma il nesso non è affatto semplice, perché la frustrazione in sé non è condizione né sufficiente né necessaria per gli scoppi di ira. Insieme a queste due micce conta molto la responsabilità e la consapevolezza che si attribuisce alla persona che si comporta male con noi, specialmente nel caso di persone a cui si è legati e che quindi dovrebbero prendersi a cuore il nostro benessere. Insomma l’elemento determinante non è mai uno solo, ma una combinazione di comportamenti che giudichiamo sbagliati, fatti da una particolare persona ed in circostanze specifiche.

Le ricerche compiute sul comportamento di specie diverse dall’uomo ci hanno mostrato che la rabbia e le frequenti manifestazioni aggressive che ne conseguono sono scatenate da motivi direttamente legati alla sopravvivenza dell’individuo e dei piccoli, e alla difesa del cibo e del territorio.

L’espressione mimica e corporea della rabbia che è stata osservata nei primati non umani per alcuni aspetti assomiglia moltissimo a quella degli esseri umani, fino a sembrarne quasi una caricatura.

Negli animali il mostrare i denti, il ringhiare, l’aumento della massa di peli che si rizzano hanno la funzione di tenere a bada o allontanare la presenza indesiderata.

Gli animali manifestano ira e spesso attaccano quando qualcosa gli spaventa, quando sono aggrediti dai predatori, per avere la meglio sul rivale sessuale, per difendere i propri piccoli, per cacciare un intruso dal proprio territorio.

Si potrebbe pensare che la messa in scena dell’ostilità degli animali abbia una funzione analoga alle aggressioni verbali che negli esseri umani sono più frequenti degli attacchi fisici. Negli umani, alla base dei motivi più spesso addotti per giustificare un attacco di rabbia c’è il desiderio di raddrizzare ciò che sembra essere sbagliato, affermare la propria indipendenza e migliorare la propria immagine.

D’altro canto si è anche visto che a volte l’animale può anche inibire completamente il suo comportamento aggressivo e adottarne uno del tutto diverso, come lisciarsi le penne o regredire ad un comportamento tipico di un animale più giovane, per ostacolare l’aggressione dell’altro. Analogamente l’uomo può mettere in atto meccanismi ovviamente più complessi (i “meccanismi di difesa”) che servono proprio a proteggere la coscienza da un’emozione dolorosa o inaccettabile oppure a evitare di esporvisi.

Di seguito un esempio che illustra questi meccanismi di difesa applicati alla rabbia:

Situazione: il capo entra nel vostro ufficio per dirvi di fare più in fretta, darvi una mossa, mentre voi siete già oberati di lavoro ….

Passaggio all’azione: lo insultate

Spostamento: dopo che è uscito, spostate la vostra rabbia sul vostro assistente

Regressione: andate dritti al distributore automatico per divorarvi golosamente una barretta di cioccolato

Somatizzazione: più tardi vi viene il mal di testa o il mal di pancia

Evitamento: vivete tutta la scena in uno stato di indifferenza emotiva

Proiezione: pensate che lui vi odi (attribuite a lui il vostro odio nei suoi riguardi)

Vari studi sulle ragioni addotte e sugli scopi che ci si prefigge di raggiungere manifestando la rabbia hanno trovato che esistono tre tipi di rabbia che assolvono a funzioni abbastanza diverse:

  • La rabbia malevola: che la lo scopo di rompere o peggiorare i rapporti con l’altra persona, di vendicarsi per un torto subito e comunque per esprimere odio e disapprovazione
  • La rabbia costruttiva: che ha lo scopo di modificare il comportamento altrui, di rendere più stretta la relazione con la persona con cui ci si arrabbia, di asserire la propria libertà e indipendenza.
  • La rabbia esplosiva: che serve principalmente per dare sfogo alle tensioni e manifestare l’aggressività, con le probabili funzioni aggiuntive di rompere il rapporto.

Quello che è certo che i due peggiori modi per gestire la propria rabbia sono:

  • L’esplosione: lasciandola esplodere in maniera incontrollata o per futili motivi. E’ il caso delle arrabbiature di cui si pente, che si portano dietro strascichi inutili, lasciano rancori tenaci o rendono addirittura ridicoli. Questi eccessi di collera ci permettono a volte di ottenere ciò che si vuole a breve termine, ma a prezzo di conseguenze nefaste a lungo termine nei rapporti con gli altri.
  • L’inibizione: reprimere completamente la propria rabbia dissimulandola all’altro e talvolta a se stessi. In questo caso si rischia di covare un cumulo di rabbia dannosa, passando inoltre per persone che è possibile contrariare senza alcun timore. Questo eccesivo ritegno rischia, prima o poi, di farci precipitare brutalmente nella situazione precedente, perché a furia di accumulare rabbia, si finisce per esplodere e spesso nel momento meno opportuno.

Come fare allora????

  • Provare a ridurre i motivi di irritazione rendendoci la vita più gradevole anche nei dettagli e facendo in modo di ritagliarci il più possibile momenti piacevoli, ottimi paraurti contro le cause di irritazione.
  • Riflettere sulle nostre priorità mantenendo sempre il dialogo con noi stessi: “ci arrabbiamo perché pensiamo” (teoria cognitiva) per cui: “pensiamo in modo diverso e ci arrabbieremo meno spesso” . Scopriamo le nostre convinzioni di base che scatenano in noi la collera e proviamo a renderle meno rigide, ad esempio: “le persone devono comportarsi con me come io mi comporto con loro, altrimenti è insopportabile e quindi si meritano la mia rabbia” potrebbe diventare: “non mi piace che le persone non si comportino con me come io mi comporto con loro, ma posso sopportarlo esprimendo però il mio punto di vista”.
  • Consideriamo il punto di vista dell’altro lasciando all’altro il tempo di esprimerlo : ascoltiamo!!!
  • Rimaniamo concentrati sul comportamento che ci ha fatto arrabbiare, anziché attaccare la persona: “Messaggio IO” … “IO MI SENTO …..quando tu ….. e quindi …..”

In sintesi quando ci arrabbiamo dovremmo cercare di salvaguardare almeno quattro cose:

  1. Un decente rapporto con la persona con cui ci arrabbiamo
  2. La difesa dei nostri interessi e la possibilità di far presente le nostre ragioni
  3. La stima di noi stessi
  4. La nostra salute e il nostro equilibrio

Una delle preoccupazioni più comuni e comprensibili è di non perdere la testa, non dire o fare cose di cui ci si pentirà dopo, e così via. Insomma si teme che la maggiore impulsività ed energia scatenate dalla rabbia inducano comportamenti che non ci sono propri. Infatti si dice “ero fuori di me”, “non ero più io”, perché la rabbia è letteralmente una passione, che fa patire/subire il senso di essere invasi (invasati), in preda ad una forza superiore al nostro potere.

Sulla rabbia

hulk 1

“Non fatemi arrabbiare, non sono per niente simpatico,

quando mi arrabbio …” Hulk

Non vi sono dubbi che la rabbia sia un’emozione tipica, considerata fondamentale da tutte le teorie e perfino inclusa fra i sette vizi capitali con il nome di “ira”.

E’ un’ emozione centrale e primitiva perché in essa, forse più che in altri stati emotivi, è possibile identificare una chiara origine funzionale, degli antecedenti caratteristici, delle manifestazioni espressive e delle modificazioni fisiologiche costanti, delle prevedibili tendenze all’azione.

Il fatto che sia un’emozione primitiva la rende osservabile anche in bambini molto piccoli e in specie animali diverse dall’uomo.

Gli studi di psicologia infantile sono in questo caso particolarmente interessanti, perché le manifestazioni dir abbia sono rimproverate nella cultura attuale e quindi parzialmente inibite o comunque modificate. Di conseguenza alcuni tratti costitutivi delle espressioni di rabbia si possono osservare meglio in individui che non hanno ancora appreso la competenza emotiva che regola l’esibizione della rabbia.

La rabbia è una delle più precoci fra le emozioni, insieme alla gioia e al dolore. Le due cause della rabbia sono la presenza di un ostacolo al soddisfacimento di un desiderio e l’imposizione di un danno.

Se immaginiamo una situazione che simboleggia la rabbia, possiamo pensare al tentativo frustrato di uscire da una gabbia, o alla mano che si protende verso un oggetto che nello stesso momento si allontana e sfugge.

John Bowlby  sostiene che la rabbia sia una reazione alla frustrazione di bisogni essenziali. In particolare Bowlby ha dimostrato che sia un periodo di separazione dalla persona da cui si dipende emotivamente (figura di attaccamento), sia la minaccia di separazione e altre forme di rifiuto causano, nei bambini come negli adulti, dei comportamenti ansiosi e collerici. A suo parere, l’angoscia della separazione e il sentimento di frustrazione sono quindi alla radice dell’ostilità verso la figura di attaccamento. La collera servirebbe sia come rimprovero per quello che è accaduto, sia come deterrente perché ciò non si verifichi più. Questo è un dei casi tipici nei quali amore, angoscia e collera vengono suscitati da una stessa persona. In seguito, poiché vi è la tendenza a rimuovere dalla coscienza i propri sentimenti ostili verso le persone che amiamo, può succedere che questi sentimenti vengano attribuiti ad altri o proprio alla persona amata-odiata della quale temiamo o sentiamo l’ostilità.

Per Carroll Izard, psicologa statunitense conosciuta per la sua teoria della “differenziazione delle emozioni”, la rabbia è la tipica reazione alla frustrazione e alla costrizione, sia fisica che psicologica. Insieme con il disgusto e il disprezzo, la rabbia fa parte della triade dell’aggressività, di cui è il fulcro e l’emozione di base. Queste tre emozioni, pur essendo esperienze diverse ed autonome nel vissuto, negli antecedenti e nelle conseguenze, si presentano spesso in combinazione fra loro.

Vi sono moltissimi termini nel vocabolario che fanno riferimento a questa reazione emotiva: ira, collera e rabbia sono considerati pressappoco sinonimi di uno stato emotivo intenso; ve ne sono poi numerosi altri che invece descrivono lo stesso sentimento ma di intensità minore, come appunto irritazione, fastidio, impazienza; e ve n’è qualcuno, come esasperazione e furore, che invece ne accentua l’intensità.

Raccogliendo e analizzando termini, modi di dire e proverbi che si riferiscono alla rabbia è stato possibile tracciare una mappa delle conoscenze e teorie popolari riguardanti questa emozione. Nella cultura italiana sembra dominante la localizzazione e le conseguenze della rabbia nel corpo: “Non ci vide più dalla rabbia”, “si rodeva il fegato”; un’esperienza di passività e di patologia: “è stato più forte di me”, “perdere le staffe”, “pazzo di rabbia”; e la diffusa convinzione che il controllo della rabbia faccia male alla salute fisica più che a quella mentale: “se non glielo dicevo sarei scoppiata”, “era così controllato che gli venne l’ulcera”.

La rabbia, anche nelle sue forme più lievi di irritazione e di fastidio, è l’emozione che più di ogni altra si cerca di controllare sia all’interno del proprio vissuto che nelle manifestazioni osservabili.

Uno dei punti salienti ed espliciti dell’educazione dei bambini nella nostra cultura punta alla repressione della collera manifesta. L’atteggiamento dei genitori teso a rendere pubblicamente accettabili tali manifestazioni della rabbia inizia con i primi contatti faccia-a-faccia fra adulto e neonato. A mano a mano che il bambino cresce l’adulto tollera sempre meno le manifestazioni dir abbia ed esercita questa influenza in molti modi diversi. Le reazioni dei bambini a queste pressioni dirette o indirette hanno a loro volta un’influenza sul comportamento degli adulti. Per quanto riguarda gli adulti e le auto-prescrizioni che uno si impone, in alcuni casi si aderisce ad una teoria esplicita che scoraggia i sentimenti di collera ed invita a lasciar perdere, a non prendersela tanto, a non farsi cattivo sangue, etc.

Per quanto forti le pressioni contro la manifestazione della rabbia, essa ha una tipica espressione facciale, riconoscibilissima in tutte le culture. I movimenti sintomatici del viso sono l’aggrottare violento delle sopracciglia e lo scoprire e digrignare i denti, oppure lo stringere forte le labbra, mentre gli occhi appaiono lampeggianti. A seconda che si parli di rabbia fredda o calda, il resto del corpo può tendersi fin quasi all’immobilità o accentuare notevolmente l’attività motoria. Le sensazioni soggettive più comuni sono: calore, irrigidimento della muscolatura, irrequietezza estrema, paura di perdere il controllo. La voce molto spesso si alza di volume e di intensità, il tono può essere minaccioso, stridulo o sibilante.

Nell’organismo intervengono tutte quelle modificazioni che sono tipiche di una forte attivazione del sistema nervoso autonomo; cioè accelerazione del battito cardiaco, aumento della tensione muscolare e della sudorazione, aumento della pressione arteriosa e irrorazione dei vasi sanguigni, tipicamente si dice che “uno è rosso di collera”. Queste modificazioni sono apparentemente funzionali al vissuto che è di grande impulsività e di forte propensione ad agire, con modalità aggressive o di difesa poco importa. La rabbia certamente uno stato emotivo che crea nell’organismo un propellente energetico utilizzabile per passare alle vie di fatto, siano queste azioni o solo espressioni verbali.

Ci si arrabbia quasi sempre con le persone, ma sembra che a volte si provi e si manifesti rabbia contro oggetti inanimati o contro istituzioni. Di fatto accade che molti scatti di collera diretti verso gli oggetti siano degli spostamenti dall’obiettivo originale che era un’altra persona. Oppure erano manifestazione di ira verso se stessi che si sfogano sulle cose, ma ci sono anche casi di persone che arrivano a farsi male davvero ….

Ci si arrabbia a volte verso i tanti oggetti meccanici ed elettronici che popolano la nostra vita, l’auto che non parte, il computer che si incanta, la segreteria telefonica che si mangia le voci registrate. Non è chiaro quanto siano profondi e diffusi i sentimenti e i rapporti di tipo personalizzato che intratteniamo con questi oggetti. Di sicuro ci procurano delle frustrazioni e quindi si prendono la loro parte di insulti.

In generale però sono gli esseri umani la fonte delle nostre frustrazioni e difficoltà ed è quindi con loro che ce la prendiamo più spesso; sovente poi, le persone con cui ci arrabbiamo sono quelle a cui vogliamo più bene: innamorati, amici, parenti. Ci sono molte ragioni per questa scelta dell’oggetto dell’ira fra gli intimi. Per prima cosa, le persone a cui siamo affettivamente legati sono quelle che più facilmente possono infliggerci delle sofferenze e di cui temiamo l’abbandono. Inoltre, una relazione sentimentale comporta una certa perdita di autonomia, il che costituisce in sé una spina irritativa. C’è poi da considerare il maggior tempo che si passa con le persone con sui si è in intimità, di conseguenza sono più numerose le occasioni di contrasto. Vi è poi con loro una maggiore confidenza, che diminuisce il controllo dell’aggressività.

Inoltre una cosa sbagliata fatta da qualcuno che ci è molto vicino: un genitore, un coniuge, un figlio, è particolarmente irritante, perché in qualche modo coinvolge anche noi stessi come co-autori di quel comportamento che disapproviamo. E da ultimo, ha senso arrabbiarci con chi frequentiamo spesso o con chi cii vive accanto perché è importante ottenere proprio da queste persone delle modifiche dell’atteggiamento e delle azioni.

Arrabbiarsi chiarendo le ragioni dello scontento è uno dei modi per ottenere queste modifiche. Anzi nelle relazioni sentimentali durature e considerate felici, i litigi aperti sono abbastanza frequenti, e spesso ad un’arrabbiatura di uno dei due segue un miglioramento della qualità della relazione dovuto alle spiegazioni e all’aumento della comprensione e dell’affiatamento reciproco.

E in campo lavorativo? Ci si arrabbia più spesso con i superiori, con i sottoposti o con i nostri pari-grado?

La risposta cambia a seconda che ci si riferisca ai sentimenti di collera o alle manifestazioni di collera. Le persone che hanno autorità e potere su di noi sono più spesso oggetto della nostra ostilità, che però viene poco manifestata o solo in forme distorte e indirette. Le persone che dipendono da noi sono oggetto di irritazione frequente, che in questo caso viene facilmente manifestata, se non addirittura amplificata a scopo implicitamente pedagogico.

Rispetto, invece, ai nostri pari-grado la rabbia si manifesta con una forma ed un’intensità intermedia, è comunque rilevante che i rapporti siano almeno quelli di una discreta conoscenza, perché pare sia molto raro arrabbiarsi con qualcuno che si conosce poco o che si incontra per la prima volta.

……………………….. e continua nel prossimo post ….. la rabbia è un emozione che ha bisogno di spazio …..

Ancora sul senso di colpa

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“Ho la conoscenza, ma agisco sotto la costrizione del mio essere” ( Euripide)

Visto che il post precedente sul “senso di colpa” ha sollevato un grande interesse, posto un’altra riflessione sullo stesso argomento questa volta unito al concetto di autostima. La “colpa” sentimento che sta alla base di molti disagi ed è spesso causa di azioni disfunzionali che ci allontanano sempre più dall’obiettivo ben-essere ……

Lo scopo di un lavoro su se stessi, come potrebbe essere un percorso di Counseling, è quello di sviluppare un concetto di Sé positivo cercando di ri-tessere i passaggi emotivi mancati in modo da essere in grado di fronteggiare i passaggi della vita indipendentemente dall’approvazione o disapprovazione esterna.

Lungo la strada verso questo obiettivo, il modo in cui consideriamo il nostro comportamento, i criteri con cui lo giudichiamo e il contesto in cui lo osserviamo assumono un’ importanza fondamentale, specialmente nei momenti in cui tendiamo a rimproverarci e a sentirci colpevoli.

Parlando di assertività, cioè la capacità che permette ad una persona di agire nel suo pieno interesse, di difendere il suo punto di vista senza ansia esagerata, di esprimere con sincerità e disinvoltura i propri sentimenti e di difendere i suoi diritti senza ignorare quelli altrui, spesso si teme che mettendola in atto si possa incorrere in un potenziale rischio di perdita dell’affetto e dell’approvazione da parte degli altri.

Il timore di mostrarsi assertivi deriva anche dalla paura del conflitto e dalla scarsa accettazione dell’assertività dell’altro.

La paura della disapprovazione, delle critiche e del rifiuto da parte di persone considerate importanti è una delle cause dei nostri “sensi di colpa” ed è il fondamento del risentimento che spesso ne è alla base.

Per liberarsi dai sensi di colpa occorre essere onesti verso se stessi, riconoscendo la rabbia e il risentimento legati al fatto di vivere secondo le aspettative altrui e non le proprie, esprimendo costruttivamente i propri sentimenti nei confronti degli altri.

Quando il nostro comportamento entra in conflitto con quello che consideriamo giusto e non sappiamo con chiarezza “per chi” è giusto e quale criterio stiamo usando (nostro o altrui), perdiamo il rispetto per noi stessi. Le nostre azioni riflettono sia quello che siamo, sia quello che pensiamo di essere. I sensi di colpa per gli errori commessi non sono produttivi, tanto meno riparativi.

Se ci autopuniamo invece di acquisire consapevolezza, la nostra autostima diminuisce. E’ importante considerare il contesto in cui si è verificato il comportamento e i motivi per cui in quel momento quella ci è sembrata la migliore tra le scelte possibili. Un’altra reazione frequente è quella di negre l’accaduto e le sue conseguenze. Piuttosto che negare è proficuo invece entrare in profondità nel contesto in cui l’”errore” si è verificato, chiedersi quali bisogni si cercava di soddisfare con quel comportamento e quali erano eventuali alternative che in quella circostanza sono state scartate.

Le nostre azioni sono sempre legate allo sforzo di sopravvivere, di proteggerci, di evitare la paura e il dolore, di nutrirci, di mantenere il nostro equilibrio e di crescere. Anche quando commettiamo un errore o ci comportiamo in maniera autodistruttiva, a qualche livello cerchiamo di prenderci cura di noi stessi.

Quando riusciamo a perdonarci i nostri errori, possiamo compiere azioni riparative e il nostro comportamento migliora, mentre se continuiamo a condannarci implacabilmente, il nostro comportamento, come la nostra autostima tendono a peggiorare. Essere comprensivi e benevoli verso se stessi non significa negare le proprie responsabilità, ma sentirsi in colpa non rappresenta una virtù: in realtà lascia passivi ed impotenti. Un atteggiamento costruttivo richiede di non arrendersi ai sensi di colpa, bensì di emanciparsi da essi.

Accettare la nostra fallibilità “vuol dire accettare le nostre imperfezioni, imparare a perdonare ed a riconciliarsi con se stessi più e più volte. Accettarsi non come alibi per continuare ad operare nell’errore e nella distruttività, ma come impegno a migliorarsi”.

La tendenza a giudicare le proprie caratteristiche ed il proprio comportamento mina il senso di autostima, poiché sancisce l’impossibilità al cambiamento e va a rinforzare la giustificazione per la propria passività: “nessuno mi amerà mai”, “non riesco mai bene”. Per migliorare l’autostima dobbiamo invece imparare a vivere senza le scuse dei “non posso”, “non sono capace”, “sono fatta così”. I sensi di colpo ci tengono legati all’inattività senza darci l’opportunità di sperimentare nuovi  comportamenti “è colpa mia”, “sono una delusione”, “sono sempre stata così”, “così è la vita”, “non posso cambiare”: il messaggio implicito è: “non aspettatevi niente da me”.

A qualcuno l’infelicità risulta familiare, anche se non piacevole. Come potrebbe diventare la nostra vita senza la depressione e l’infelicità che ci isolano e ci proteggono? La felicità richiede di più in termini di consapevolezza, impegno ed investimento di energia.

Anche la persona migliore del mondo, se mai esista, prima o poi andrà incontro ad un errore. L’errore e la fallacità sono parte dell’uomo e della sua crescita. Basti pensare che uno dei principali metodi con cui apprendiamo fin da piccoli è proprio quello per “tentativi ed errori”. I nostri errori non ci sottraggono valore come persone e non indicano che siamo individui degni di disprezzo. Perdonarsi significa riconoscere quelle che sono le nostre caratteristiche negative, le nostre debolezze, le nostre paure e accettarle come parte di noi. Solo così può essere possibile cercare di trasformarle in positivo.

Se sapremo perdonare noi stessi, lo sapremo fare anche con gli altri.

Se lo sappiamo fare con gli altri è ora che iniziamo a farlo anche con noi stessi…….

E per chi volesse approfondire ulteriormente:

Lucio Della Seta –  “Debellare il senso di colpa”  – Ed. Marsili

Scegliere di accettarsi

there is nothing wrong

Scelta difficile se ci sospinge sempre l’inquietudine. In quanto esseri umani l’impazienza critica ci spinge a fare qualcosa per cambiare noi stessi e il mondo.

Tuttavia possiamo raggiungere isole nello spazio-tempo, luoghi di pausa in cui provare a scegliere di accettarsi così come siamo, 10 minuti al giorno.

Già, ma come siamo? Che qualità ci caratterizzano? Solo qualcosa che possiamo identificare come diverso da “altro” qualifica la nostra identità: confini, limiti, esclusioni. E allora la scelta si trasforma nel decidere da che parte vedere.

Se ad esempio ci focalizziamo sul “cattivo umore” possiamo chiederci come riusciamo a produrlo, a che cosa rivolgiamo la nostra percezione per riuscirci, e che cosa invece diamo per scontato.

E accettare il nostro stato mentale del cosiddetto “cattivo umore” implica chiedergli: ”caro cattivo umore, che cosa vorresti di diverso per me? Che cosa vuoi farmi capire? Che aspettative hai?”

Scegliere di cambiare prospettiva vuol dire anche accorgerci che quello che chiamiamo “cattivo umore” altro non è un atteggiamento inadeguato al nostro obiettivo di fondo: il ben-essere.

L’idea di accettarci, di volerci bene, si staglia sullo sfondo dell’idea di voler cambiare, sulla base del continuo confronto con un ideale di noi stessi e degli altri.

Accettarci allora potrebbe diventare un ‘alternativa al migliorarci ma ne è invece una condizione: se non accettiamo la situazione così come è come possiamo sapere da dove partire per cambiare?

Il primo passo nello scegliere di accettarci è spostare l’attenzione dai problemi e carenze, focalizzandoci invece sulle nostre risorse, compresa la capacità di apprezzare i lati positivi di ogni cosa. Tutto quello che ci circonda ha un lato “A” e un lato “B” , indissolubilmente legati.

Se, ad esempio, ci riteniamo “troppo irritabili”, possiamo accettare questa caratteristica vedendone la qualità intrinseca dell’essere “svegli”, “energici” e “molto sensibili” a cose che non vanno come ci auguriamo.

Trovando in questo modo altre definizioni più rispettose per il nostro modo di descriversi, volte a trovare la risorsa nascosta, ci diamo la possibilità di accettarci. E quindi di accompagnarci verso scelte ulteriori, adatte alla persona che ci fa piacere scegliere di essere, senza rimproveri o sensi di colpa.

Detto questo proviamo ad immaginare come potremmo sentirci se per una settimana ci concentrassimo ad accettare noi stessi e quello che semplicemente è come è, senza rifiutare nulla.

E forse finalmente ci renderemmo conto del potere della nostra mente e ogni tanto la scelta di accettarci diventerà una specie di “vacanza interna”, di 5 minuti o di una settimana. E diventerà la scelta sempre a disposizione di essere contenti senza motivo, di accontentarci di come siamo, almeno per un po’, e poter prendere fiato per ripartire poi più tranquilli.

Sul “senso di colpa” e sul “dovere” …

senso di colpa2

I concetti di “senso di colpa” e di “dovere” generano ripetute e profonde sofferenze in noi, poiché intrappolano il nostro slancio vitale invece di promuoverlo. La difficoltà a prendere coscienza di cosa il senso di colpa e il dovere nascondono, nasce dal fatto che entrambi, sono animati dalle migliori intenzioni: “E’ mio dovere…”, “Dovrei …”.

Io stessa ho per lungo tempo funzionato nella colpa e nel dovere e conservo di quel periodo della mia vita l’impressione di una profonda divisione. Ogni persona poi che ho incontrato, nella mia professione di Counselor, affermava anch’essa di sentirsi divisa e lacerata.

Il senso di colpa non solo ci ostacola, ma ci blocca e ci consuma interiormente. Se non ce ne prendiamo cura, può trasformarsi in una palude, in un pantano dentro il quale la nostra vita sprofonda e rimane invischiata inesorabilmente.

Il senso di colpa è una combinazione di diversi meccanismi disfunzionali tra cui:

  • Giudizio => su se stessi, sugli altri, sulla situazione o sulla vita: “Sono un egoista, dovrei …”
  • Credenze e pregiudizi => nei confronti di se stessi, degli altri, della situazione, della vita: “I miei figli non ce la faranno mai da soli . Devo …”
  • Pensiero binario => “per prendersi cura degli altri ci si deve scollegare da se stessi ..”
  • Linguaggio deresponsabilizzante => “Bisogna, è così! In veste di buona madre, buon capo, buona insegnante, ecc…., devo …”
  • Insicurezza affettiva => per mancanza di autostima e per dipendenza dallo sguardo degli altri: “Dovrei farlo, altrimenti cosa penseranno di me?”
  • Incapacità di accettare la nostra diversità e la nostra unicità => “Tutti gli altri fanno così. Non mi sembra giusto fare diversamente”.
  • Difficoltà a dire e accettare i “No” => “Quando dico sì, ma in realtà penso no, mi sento in colpa nei confronti di me stessa, perché non mi rispetto. Quando dico no, e lo penso, mi sento in colpa nei confronti dell’altro, perché non è gentile da parte mia …” “Quando l’altro mi dice no, mi sento in colpa verso di lui perché non avrei dovuto fargli la mia richiesta: l’ho disturbato, ce l’avrà con me … Mi sento in colpa anche nei miei confronti. Perché mi faccio sottomettere subito, senza nemmeno provare a continuare la discussione in modo deciso e sereno ..”

Contrariamente alle nostre credenze abituali il senso di colpa non è un sentimento, bensì un giudizio: non ci sentiamo colpevoli, ci giudichiamo colpevoli.

Secondo i nostri usi, le nostre tradizioni morali e il nostro sistema giudiziario, i colpevoli vanno messi in prigione. Così, la parte di noi che giudichiamo colpevole è agli arresti. Non stupisce, quindi, che la nostra vitalità sia ostacolata, immobilizzata. Siamo allo stesso tempo prigionieri e carcerieri della nostra colpa.

Ricordiamo, infatti, che ogni tipo di giudizio rinchiude, limita, blocca, e così facendo, impedisce di entrare in contatto con la realtà, che invece è sempre in movimento e in via di cambiamento.

In fondo, la colpa ci rinchiude e ci impedisce di essere veramente responsabili. Dicendoci “Mi sento in colpa per …” pensiamo di ascoltarci, mentre invece ci scolleghiamo da noi stessi. Se ci ricolleghiamo possiamo sentirci lacerati, divisi, delusi, in collera, a disagio nei confronti dei nostri bisogni di responsabilità, di attenzione, di rispetto, di solidarietà ..

Tuttavia un’analisi sincera delle emozioni e dei bisogni che coesistono, ci potrà aiutare a riconciliare i due lati di noi stessi che sono in conflitto.

Questa riconciliazione, a sua volta, stimolerà la dinamica della responsabilità, che ci permetterà di uscire dalla palude o dalla prigione.

Quando non seguiamo la nostra strada, soffriamo. Se non ascoltiamo la nostra sofferenza e non ce ne prendiamo cura, la vita ci lancia dei segnali sempre più forti per risvegliare la nostra coscienza, per sopperire alla nostra distrazione.

Immaginate di volere svegliare una persona che sta dormendo. Inizierete a sussurrargli qualche parola all’orecchio, poi, se ancora non si sveglia, parlerete ad alta voce. Se dorme ancora, la sfiorerete lievemente con la mano. Se rimane addormentata, la scuoterete vigorosamente. Se dopo tutto questo, dorme ancora, la tirerete giù dal letto gridando: “Svegliati!”.

Noi siamo la persona che dorme, e la vita ci invita al risveglio, alla coscienza, con dolcezza. Se non diamo ascolto alla dolcezza, la vita, non tarderà a svegliarci in qualsiasi altro modo …..

Sull’abbraccio

ABBRACCIO 4

” nessuno è troppo grande per un abbraccio … Leo Buscaglia”

Hai mai provato a soffermarti sulle emozioni e sulle sensazioni che è in grado di trasmettere un abbraccio?

Quando abbracci qualcuno, non avverti forse uno straordinario calore umano, un intenso conforto e un profondo senso di pace?

Ritengo che l’abbraccio sia uno dei modi più delicati, intimi e poetici con cui possiamo trasmettere al prossimo la nostra vicinanza, il nostro affetto e la nostra più profonda umanità.

L’abbraccio è emozione pura, un flusso di energia libero e dirompente in grado di sigillare l’intima connessione che lega fisicamente e spiritualmente due individui.

L’abbraccio è in grado di consolare, perdonare, è capace di esprimere attraverso il silenzio profondo amore e amicizia, sostituendosi a mille parole con eleganza e semplicità.

Non risparmiare i tuoi abbracci, sono un dono prezioso che puoi elargire in qualunque istante.

Ogni volta che possiamo, abbracciamo senza esitazioni i nostri genitori e i nostri fratelli, abbracciamo i nostri amici, stringiamo i nostri figli … apriamo le nostre braccia e trasmettiamo senza freni tutto il nostro affetto e calore a chi sta intorno a noi.

Facciamo dei nostri abbracci un oceano di energia, un flusso intenso da trasmettere a chi accogliamo tra le nostre braccia.

In una realtà nella quale i contatti fisici sono spesso del tutto assenti o superficiali, violenti e distruttivi, l’abbraccio rappresenta la via più pura e semplice e intima per connetterci al livello più profondo e segreto con il prossimo.

Abbracciamoci  …..

E’ così straordinariamente semplice e così meravigliosamente magico ……..

” Quando sentiamo il bisogno di un abbraccio 

dobbiamo correre il rischio

di chiederlo … E.Dickinson”

Fonte: www.vivizen.com

Amare se stessi per essere se stessi

amore per sè

 

Vuol dire sapersi interrogare ed ascoltare. Conoscersi. Vuol dire verificare se le risposte, gli atteggiamenti, i comportamenti, le scelte, i desideri, i bisogni che riconosciamo abitualmente come nostri, nostri lo sono veramente. Se corrispondono cioè alle nostre attitudini, alla nostra natura più intima e segreta, alla nostra sensibilità.

Essere se stessi vuol dire cambiare se non ci corrispondiamo. Fare ciò che realmente ci interessa e ci appassiona. Divenire la persona che più profondamente aspiriamo ad essere.

Questa decisione porta delle conseguenze: scoprire l’impagabile sensazione di essere liberi e in armonia con se stessi, trovare subito e spontaneamente una maggiore determinazione, una maggiore energia, ottenere validi risultati nelle attività che vorremo intraprendere, sentirci meglio nella nostra dimensione fisica.

Essere se stessi vuol dire ancora saper agire senza dover attendere autorizzazioni o investiture, cercando di esprimere al meglio tutto il nostro potenziale.

Essere se stessi è una formula che non può comprendere alcuna regola o principio, ma che invece rispetta e rispecchia l’evoluzione interiore di ogni persona.

Essere se stessi testimonia anche un riconoscimento di valore e di significato alla nostra vita che riveste un’importanza fondamentale; che raggiunge il confine con l’amore per noi stessi.

Noi siamo importanti, in quanto espressione della vita che da sempre, nel tempo e nello spazio, in infiniti modi si manifesta. Le relazioni che sviluppiamo e stabiliamo con noi stessi, con il nostro personaggio, con la nostra immagine nei suoi lineamenti fisici e psicologici, sanno il senso alla nostra esistenza. Possiamo accettarci, migliorarci, vivere. Oppure rifiutarci e fermarci.

La nostra verità interiore è la realtà più sicura ed autentica da cui possiamo partire. Dobbiamo riconoscere l’importanza, la meraviglia e il significato della nostra vita per il solo fatto di esistere e di partecipare all’espressione della grande Vita che si manifesta in infiniti modi fuori e dentro noi; nei colori, nelle luci, nelle forme, nei suoni, nel divenire, nelle complesse interrelazioni, nel silenzio, nella continuità, nel cambiamento.

Ascoltiamo e guardiamo con libertà interiore. Diveniamo consapevoli del valore della nostra presenza, dei nostri atteggiamenti, di tutto ciò che esprimiamo, di ogni nostro gesto, oltre che del nostro lavoro.

Ha valore un sorriso, il complimento e l’apprezzamento delle cose belle e buone che vediamo.

Ha valore una carezza, il contatto, il calore del tuo corpo per il corpo e la vita interiore degli altri.

Ha valore la disponibilità , l’affetto e la comprensione.

Hanno valore a volte la calma, a volte l’entusiasmo. In taluni casi ha valore anche una risposta ferma che ci liberi da ambivalenze e ambiguità.

Ha valore aver cura del nostro corpo; ascoltarlo, impararlo, apprezzarlo per lo straordinario lavoro che compie ogni giorno e ogni notte di tutta la nostra esistenza; assecondarne i ritmi e le esigenze, in quanto strumento fondamentale di esperienze e di conoscenza: noi conosciamo il mondo attraverso i nostri sensi. Perché è fonte di piacere. Perché attraverso il corpo comunichiamo e sviluppiamo le nostre relazioni con il mondo.

Amare se stessi non è dunque egoismo. L’armonia personale è anche un bene sociale, è il fondamento di una buona società….

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E Giusti – E. Perfetti

Ricerche sulla Felicità

Ed. Sovera

Ascoltarsi, rispettarsi e affermarsi …. anziché mentirsi

MAFALDA BASTA

I deficit di autostima portano spesso a soffocare le proprie aspirazioni e le proprie esigenze fondamentali, perché possono sembrare incompatibili con l’immenso bisogno di accettazione sociale, o sembrare meno necessarie: “Meglio rinunciare alle mie esigenze e sentirmi frustrata anziché esprimerle e correre il rischio di essere mal giudicata, fraintesa e alla fine rifiutata”.

Con il passare degli anni, le persone che procedono in questo modo con se stesse finiscono per non avvertire neppure più in modo cosciente il proprio bisogno di affermarsi: hanno totalmente rimosso la loro voglia di dire di no, il loro desiderio di prendere la parola, l’idea che potrebbero di re di no, osando farsi sentire , dicendo quello che vogliono o che pensano.

La negazione di sé rappresenta una forma di repressione nei confronti di se stessi che si estende anche alla negazione delle proprio emozioni. Delusa? Mai. Invidiosa? Mai. Infelice? Mai …..

Ma le nostre razionalizzazioni (“ in fondo, non ne ho veramente bisogno, o voglia”) possono imbrogliare la nostra mente, non le nostre emozioni: sono loro che ci impediscono di compiere quel piccolo crimine contro noi stessi rappresentato da tute queste rinunce.

Perché le nostre emozioni, invece, non rinunciano mai ad attivarsi: di solito ci fanno avvertire piccoli segnali fisici di tensione o di disagio. Sono quelli che il ricercatore nel campo della neurofisiologia Antonio Damasio chiama i “marcatori somatici”. Sono segnali che, anche se la nostra ragione vuole intrappolare i nostri interessi vitali, la parte emozionale del nostro cervello, più primaria, si oppone : “ e no, io non ne ho voglia!”.

E’ necessario,quindi imparare a dimostrarsi più attenti a questi piccoli segnali, a tutte queste discrete sensazioni fisiche nelle situazioni che ci mettono in gioco socialmente. Non è facile quando si sono passati anni a reprimere le proprie esigenze.

Rispettarsi, nell’ambito dell’autoaffermazione, significa rispettare le proprie attese, accogliendole ed ascoltandole, anziché reprimerle.

A forza di convincerci che è meglio rinunciare, finiamo per non accorgerci più che ci stiamo facendo violenza. Con la scusa di proteggerci dalle seccature e da un rifiuto, ci soffochiamo lentamente negandoci il Diritto di Esistere!

Anche in questo caso le conseguenza sono molteplici; oltre al costo emozionale vi è anche un costo comportamentale che consiste nell’evitare molti scambi sociali. Quando rinunciamo a chiedere un favore o a dire di no impediamo agli altri di sapere veramente chi siamo, di interessarsi a noi. E a quel punto ci priviamo di quelle forme di nutrimento relazionale di cui ogni essere umano ha bisogno. Non correndo alcun rischio nei nostri rapporti sociali, li rendiamo asettici e li impoveriamo.

In più, naturalmente, vi è anche un costo psicologico direttamente legato ai problemi di autostima: il mantenimento di un’immagine di sé inferiore a quella degli altri.

Mettendo in atto tutte queste riflessioni ,si giunge alla pratica di comportamenti assertivi. E’ tale pratica regolare che, da sola, permetterà di radicare nel profondo il cambiamento sperato. Nel profondo, vale a dire non necessariamente in un ipotetico inconscio, ma al livello dei nostri automatismi, e la cosa si realizza per gradi . Lanciandosi ogni tanto, qualche volta anche senza riuscirci, ma in questo caso riflettendo su quello che ci ha bloccato. All’inizio esercitandosi in esercizi che comportino un quasi nullo coinvolgimento relazionale, per poter a poco a poco dimostrarsi capaci di affermarsi anche quando è in gioco qualcosa di più importante.

I comportamenti assertivi è necessario che siano compatibili con il mantenimento di  un legame sociale che duri nel tempo ed è in questo senso che si differenziano dai comportamenti relazionali aggressivi. Non ci si afferma contro, ma per … Non contro gli altri ma per sé …L’obiettivo è crearsi un proprio posto, non prendere quello degli altri!

Ancora qualche autosabotatore …

autosabotatore 6

Forse con i miei post seriali annoierò qualcuno tuttavia penso che sia importante, nel cammino per ri-trovarsi, conoscere quanto più possibile il paesaggio che stiamo andando ad esplorare e anche se la mappa non è il territorio è sempre meglio possederne una che andare alla cieca …..

La continua autoaccusa  =>

L’autoaccusa differisce dall’autoresponsabilizzazione nel senso che ad essere chiamate in causa non sono le possibili conseguenze di una situazione generate dal nostro comportamento, bensì una focalizzazione a monte sulla causa di un evento, della quale ci appropriamo.

E’ come se avessimo bisogno di usurpare un posto e di collocarci all’origine di un evento per colpevolizzarci di aver fatto o non fatto, detto o non detto. Le conseguenze delle nostre azioni non vengono considerate in termini di responsabilità, bensì servono solo ad alimentare il nostro senso di colpa. “E’ per causa mia che …”

Nell’autoaccusa il fulcro del discorso è la persona stessa e non quello che è successo; parlare di sé invade l’intero spazio di una situazione, al punto che talvolta ci si interessa alla persona che si accusa più che alla persona che ha subito il danno.

Paradossalmente la mancanza di amore e di autostima ha la tendenza ad alimentare parecchie autoaccuse: “E’ successo per colpa mia … non avrei mai dovuto”.

“E’ tutta colpa mia” non è troppo lontano da “è tutta colpa del fato, del destino” pronunciato ogni volta che fa comodo fomentare un’autostima già molto scarsa. Autoaccusandosi, questi auto-sabotatori sottraggono all’altro la sua responsaibilità o le conseguenze delle sue scelte e, soprattutto, concentrano l’attenzione sulla loro persona, in particolare l’attenzione che deriva dagli altrui tentativi di rassicurarli e di non farli sentire in colpa dimostrando loro che non sono responsabili.

Riflessioni …

Più inizio ad amarmi e a rispettarmi, meno ho bisogno di attribuirmi un valore sacrificandomi …

Prendere tutto sul serio, troppo sul serio =>

Bisognerebbe trovare una parola che descriva chi non riesce a perdonarsi per colpe mai commesse! Si tratta di uomini o donne che rimpiangono amaramente dentro di loro di non aver osato, di aver rifiutato, di essersi vietati e che rimuginano sulle occasioni nelle quali avrebbero potuto, avrebbero dovuto, avrebbero fatto tutto quello che non hanno fatto. Da quel che sembra niente li può aiutare ad essere meno infelici. Per queste persone, semplicemente accennare ad un evento felice è cosa sospetta, perché rammenta loro tutto  ciò di cui si sono privati.

Un “serioso cronico” è una persona che non sa ridere, che pèrende tutto quello che le si dice e che accade intorno a lei con una serietà talmente inflessibile da diventare penosa per chi la circonda.

Una persona di questo tipo non sopporta che in un incontro vi sia anche il minimo accenno di gioia o di piacere. Nulla lo fa ridere o lo distoglie dalla sua ieratica serietà. Per lui la vita è irrimediabilmente seria ragion per cui non va presa alla leggera.

Riflessioni …

Chi non sa sorridere di se stesso non conosce il piacere di ridere per un nonnulla, semplicemente per il piacere di ridere …

 

La pratica del pensiero magico =>

Il pensiero magico è una modalità di rappresentazione divisa dal pensiero logico e razionale; consiste nel credere che la realtà si adegui alle proprie aspettative o che il pensiero trasformerà la realtà per permettere di evitare una delusione, di superare una difficoltà, di risparmiarsi un obbligo o di sfuggire un rifiuto.

Il pensiero magico domina la mente del bambino e in numerose circostanze si protrae fino all’età adulta: “Se prendo un bel voto”, pensa il bambino, “magari questa sera il papà non litiga con la mamma”

Questo tipo di pensiero si manifesta spesso all’inizio di una storia d’amore: “Se quel piccione si posa ancora una volta sul bordo della ringhiera sono sicura che lui mi telefonerà per propormi di uscire …”.

Che il pensiero magico sia presente nell’infanzia è del tutto comprensibile, considerato l’immenso divario tra i mondo dell’infanzia e la realtà della vita. Tale pensiero permette al bambino di affrontare quella parte di ignoto e di mistero che lo circonda: “il nonno se n’è andato in paradiso; anche io un giorno ci andrò e così ci rivedremo e continueremo a parlare di orsi e di balene ..”.

Tuttavia, quando in età adulta questo pensiero diventa il principale sistema di rappresentazione, in qualche modo ci infantilizza e ci trattiene nella persistente illusione che la soluzione è negli altri , oppure solo nella nostra volontà senza che dobbiamo entrare in azione per modificare la situazione nella quale ci troviamo.

Il pensiero magico rappresenta un freno alla responsabilizzazione e rischia di spingerci a scrollarci di dosso la responsabilità di fronte alla realtà, imprigionandoci in uno stato di perenne attesa “del provvidenziale zio d’America, del caso o degli dei” che invochiamo e che si occuperanno di dar forma al nostro futuro.

Riflessione …

Spetta a me di accettare di essere responsabile del modo in cui affrontare quello che si presenta nella mia vita. Non ho potere su quello che mi accade, che viene toccato, risvegliato o ferito dentro di me, ma il modo in cui lo affronto è responsabilità mia. Se mi affido troppo alla magia dei miei pensieri, dovrò comunque interrogarmi sulle mancanze, le carenze o le pecche che l’immaginario mi permette di colmare…..

Appropriarsi dell’infelicità altrui =>

Per alcuni, prendere su di sé il dolore altrui, appropriarsi dell’altrui infelicità e tentare di porvi rimedio rappresentano attività a tempo pieno. Tuttavia, soffrendo al posto dell’altro, identificandosi nelle difficoltà di un amico o di uno sconosciuto, queste persone si risparmiano di occuparsi di loro stesse, evitando così di doversi concentrare sui propri interrogativi e sulle proprie ferite.

Chi mette in atto la tecnica della spugna si inquina, perché assorbe ogni cosa, buona o meno buona. Di conseguenza, nel suo intimo (trasformato in pattumiera vivente) non c’è più ninete di buono!

Naturalmente è necessario non confondere questi auto sabotatori con chi prova una vera compassione, il quale ha ben chiara la differenza tra ciò che accade all’altro e ciò che prova lui: emozioni, amore e disponibilità verso una persona che vive una sofferenza o una difficoltà. Compassione che è al tempo stesso desiderio non di prendere su di sé l’infelicità, bensì di essere presente, di accompagnare la persona che soffre per permetterle di superare la prova.

Appropriandosi invece dell’infelicità o delle difficoltà altrui, questi individui rendono la loro vita più interessante, più dinamica, la fanno uscire dalla monotonia o dalla banalità.

Riflessioni …

Non è prendendo su di me la sofferenza altrui che allevio questa sofferenza. Tutt’al più mi evito di trovarmi di fronte alla mia …

 

La vertigine del successo e la tanto invitante tentazione del fallimento =>

Alcuni non riescono a sopportare il successo. Sono capaci di mettere in moto energie e risorse notevoli per tentare di ottenere un risultato, di raggiungere un obiettivo, di guadagnare parecchio denaro o di ottenere quello che desiderano. Poi quando il risultato previsto è stato acquisito si comportano come se il successo riuscisse loro insopportabile.

Assieme al successo, all’obiettivo raggiunto, si instaura un insidioso meccanismo di sabotaggio: un concatenamento di coincidenze sfortunate e di decisioni non adatte, avventate o inconsapevolmente incaute che si riveleranno disastrose e produrranno un crollo, sfociando alla fine in un fallimento che paradossalmente verrà vissuto come un sollievo da chi lo ha messo in moto.

In alcuni si manifesta quasi un bisogno compulsivo di inimicarsi il mondo intero, di essere rifiutati dall’ambiente. Puntano a scatenare tuoni e fulmini per riuscire a ritrovare tutte le loro possibilità, attingere ad ogni loro risorsa. Tutto accade come se, di fronte all’incomprensione del mondo, il loro intero potenziale si risvegliasse.

Il fatto di emarginarsi di “avere tutto il mondo contro”, alimenta un’autoimmagine attraverso la quale tentiamo di imporci agli altri, di dar prova che siamo migliori di quanto gli altri pensano. E’ questo il prezzo attraverso il quale viene attuata la differenziazione, nel caso in cui essa si sviluppi a partire da un’identità dal profilo vago e poco delimitato.

Riflessioni …

A chi farò del male se mi arrischio a riuscire?

Chi metterò in difficoltà se mi arrischio ad essere felice?

Chi si sentirà costernato se sono me stesso?

… e ce ne sarebbero molti altri … forse è meglio fermarsi qui ….!!

L’Autobiografia: raccontarsi come cura di sè

AUTOBIOGRAFIA

“ ..fogli bianchi sono la dismisura dell’anima

e io su questo sapore agrodolce

vorrò un giorno morire,

perché il foglio bianco è violento.

Violento come una bandiera,

una voragine di fuoco,

e così io mi compongo

lettera su lettera all’infinito

affinchè uno mi legga

ma nessuno impari nulla

perché la vita è sorso,

e sorso di vita i fogli bianchi

dismisura dell’anima..”

Alda Merini

Cercavo un incipit per parlare di autobiografia, qualcosa che toccasse il cuore delle persone e le incuriosisse in modo da arrivare in fondo all’articolo e “per caso” mi è capitato tra le mani un romanzo “Treno di notte per Lisbona” di Pascal Mercier e tra le pagine di questo libro un brano che ha colpito tutti i miei sensi, intenerito la mia anima e dato forse un senso a quello che leggerete dopo…..

“delle mille esperienze che facciamo, riusciamo a tradurne in parole al massimo una e anche questa solo per caso e senza l’accuratezza che meriterebbe. Fra tutte le esperienze mute si celano quelle che, a nostra insaputa, conferiscono alla nostra vita la sua forma, il suo colore, la sua melodia. Allorchè ci volgiamo, quali archeologi dell’anima, a questi tesori scopriamo quanto sconcertanti essi siano. L’oggetto che prendiamo in esame si rifiuta di stare fermo, le parole scivolano via dal vissuto e alla fine sulla carta rimangono pure affermazioni contraddittorie. Per lungo tempo ho creduto che questa fosse una mancanza, una pecca, qualcosa che si dovesse superare. Oggi penso che le cose stiano diversamente: che il riconoscimento dello sconcerto sia la via regia per giungere alla comprensione di quelle esperienze tanto familiari quanto enigmatiche. Tutto ciò può suonare strano, anzi singolare, lo so. Ma da quando vedo la faccenda in questo modo, ho la sensazione di essere per la prima volta davvero vigile e vivo…..”

“C’è un momento nel corso della nostra vita, come dice Duccio Demetrio ,in cui si sente il bisogno di raccontarsi in modo diverso dal solito. “Capita a tutti, prima o poi …. da quando forse, la scrittura si è assunta il compito di raccontare in prima persona quanto si è vissuto e di resistere all’oblio della memoria….” (D.Demetrio – “Raccontarsi” p.1).

Raccontare di sé, della propria vita, dei propri ricordi, dei successi e delle sconfitte, dei sentimenti, delle paure, degli amici e degli amori,…l’autobiografia è uno sforzo di attenzione/cura di sé che collega parti differenti della nostra vita fornendo un repertorio di modi di essere di sé nel tempo e nello spazio ed un senso del proprio posto nel mondo, secondo una prospettiva di continua costruzione e ri-costruzione della propria immagine identitaria.

E’, dunque, da un lato, organizzazione e formalizzazione dell’identità vissuta, dall’altro raccolta e organizzazione di elementi costitutivi l’immagine di sé capaci di essere strumenti per scoprire la personale chance evolutiva che ognuno di noi possiede quella “tendenza attualizzante”, coniata da Rogers in base al quale ogni individuo ha in sé la capacità di realizzare le proprie potenzialità . La rivisitazione della propria vita è così sempre un invito e quasi una necessità di ricominciare a vivere e a cercare, abilitandosi a vivere il tempo futuro, consapevole che ogni abilitazione non è mai l’ultima e che ogni abilità maturata nasconde sempre un’altra faccia di sé che è quella del non-ancora-realizzato.

Scrivere di sè è un modo di attribuire un significato alle esperienze passate per poter costruire il proprio futuro;  può aiutarci a ripensare a chi siamo e alla nostra storia; ci obbliga a fermarci un attimo e a capire dove siamo.

Narrare di Sé riattualizzando il passato sollecita nelle persone il recupero di “ quelle tracce di senso” esistenziali, spirituali, relazionali, cognitive, affettive presenti lungo il continuum esperienziale della personale storia di vita e, spesso, sommerse, e in-comprese dalla tumultuosità di quello che ci accade, unite spesso, dalla superficialità e automaticità che accompagnano le azioni della vita quotidiana. Azioni vissute frequentemente come disunite e apparentemente prive di connessioni, per le molteplici interferenze e imprevisti che accrescono il disagio, il disorientamento e ci costringono reattivamente a patteggiare, ad operare scelte, non senza sofferenza e frustrazioni, in un continuo costruire e ri-costruire contesti di vita.

Parlando di sé ci si consente inoltre di sentirsi autore, protagonista e regista di quello che si sta scrivendo. Questo sentirsi personaggio principale ci ricompensa di tutto quel tempo in cui la vita ci ha “obbligato” ad essere comparse, spettatori a volte muti di tutto quanto si è fatto.

Lo spazio autobiografico è il tempo della “tregua”, una “base sicura” nata da noi stessi per noi stessi, in cui pressante diventa il rintracciare i molti ruoli, le molte parti recitate non per colpevolizzarci, bensì per attendere alla “sutura”, alla ri-composizione di tutti i frammenti.

Ri-tessendo le trame della nostra esistenza, alla moviola di uno spazio-tempo  per sé, si genera, altresì, quel momento essenziale di distanza emotiva da se stessi mentre si rivive se stessi, necessario per guardarsi sulla scena cercando di individuare ruoli, battute, esibizioni superflue o viceversa cruciali.

Fare autobiografia è un darsi pace, pur affrontando il dolore del ricordo: scrivendone, infatti, si allevia la sofferenza e se ne rielabora il senso.

E’ trovare una stanza tutta nostra in cui far emergere dallo sfondo indistinto cose ,fatti, sensazioni, figure.

E’ un guardarsi dall’alto osservandoci “come un paesaggio affatto ordinato dove, in quanto autori, stabiliamo simmetrie e asimmetrie, zone oscure o chiarificate, picchi o pianure, vie maestre e sentieri…. non sempre le figure emergono evidenti. E’ però un tentativo della mente di ritrovare un punto, un’ansa ….. al quale ancorarsi. Almeno per qualche istante, tra giochi della memoria e riflessioni sul senso degli accadimenti…” (D.Demetrio “Raccontarsi” pag.34).

Raccontare la propria storia, cercando di portare alla luce dalla penombra dell’oblio le immagini più lontane che si credevano perdute ma che invece sono ancora lì tra le pieghe della nostra memoria, è un atto di solidarietà e amore verso se stessi, è un voler prendersi per mano entrando in contatto in modo autentico con il nostro mondo emozionale iniziando un viaggio verso la parte più profonda di noi stessi portandola alla luce in tutta la sua ricchezza e le sue sfaccettature.

Da tutto ciò possiamo delineare i benefici della pratica autobiografica in un percorso di Arteterapia.

Raccontare la nostra storia, scriverla, buttarla fuori, è già di per se stesso un atto liberatorio. Non può cancellare il dolore o la sofferenza, ma può essere almeno un modo per prenderne le distanze, per mettere un punto. Questo è uno dei motivi più profondi (e per questo curativi) dell’autobiografia. Scrivere di sé è qualcosa che aiuta a stare bene, o meglio.

Prendendosi del tempo per sé, vuol dire aver cura di noi, in sintesi: volerci più bene. Inoltre l’ascolto di noi stessi ci aiuta anche ad aumentare la nostra capacità di ascolto verso gli altri.

Ritornare con la mente ad eventi ed emozioni passate ci fa capire il motivo di scelte che forse oggi non faremmo più ma in quel momento rappresentavano l’unico modo possibile e questo ci aiuta a perdonarci, ad alleviare quei sensi di colpa che spesso avvelenano la nostra vita.

Andare alla scoperta di pezzi lontani della nostra storia vuol  dire anche riannodare fili che credevamo persi , trovando il coraggio di elaborare eventi che sembravano compiuti , giungendo a spiegazioni fino a quel momento rimaste nascoste, aprendosi così spazi di progettualità e cambiamento e permettendoci di intravedere ciò che è possibile fare ancora.

Andare alla ricerca dei ricordi, serve anche a ricercare la bellezza di tanti momenti che abbiamo dimenticato . Gli esercizi della memoria, ci aiutano a tirarli fuori, e così ….. a sorridere di più.

Scrivere di sé e condividere la nostra esperienza con altri, significa offrire ad altri la possibilità di conoscerci così come noi ci percepiamo riscoprendo il nostro valore , arricchendo la nostra immagine e di conseguenza aumentando la nostra autostima. Ci permette inoltre di trovare cose comuni e punti di contatto sentendosi così vicini e sviluppando sentimenti di unione. Crea comunicazione.

Narrare di sé, aiuta ad acquisire sicurezza. Ad operare delle scelte ascoltando le nostre intuizioni più profonde, superando la paura del  giudizio degli altri.

E da ultimo l’aspetto più importante è sentire che si è vissuto e che si sta ancora vivendo…..

Per saperne di più:

Duccio Demetrio “Raccontarsi” Ed. Raffaello Cortina

Duccio Demetrio “Il gioco della vita “ Ed.Guerini e Associati

Natalie Goldberg “Scrivere Zen” Ed. Ubaldini

Fernando Pessoa “Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares” Ed. Feltrinelli

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