Mese: ottobre 2018

Buchi da riempire e paura del vuoto

VITA VELOCE 1

“Abbiamo un bisogno urgente di rallentare, riprendere fiato, di sbarazzarci dall’angoscia di non arrivare a fare tutto quello che si deve fare nell’arco delle ventiquattro ore che fanno la giornata. Nella ricerca della tranquillità, il primo passo è il divorzio dal mito della velocità” Christoph Baker

A volte mi domando, e in questo momento più che in altri, perché ci intossichiamo di cose da fare entrando in circoli viziosi di movimento che hanno ben poco a che fare con i nostri reali obiettivi, facendoci risucchiare da vortici di attività da cui è difficile poi fermarci. Che cosa c’è dietro a tutta questa frenesia da cui così facilmente ci lasciamo invadere e contagiare?

Quasi sempre il risultato è un progressivo allontanamento da noi stessi che ci porta a perdere il ritmo, il nostro, quello con gli altri e con il mondo che ci circonda, diventando come ballerini che seguono automaticamente il passo della musica proposta senza entrarci davvero dentro.

Tutto gira sempre più veloce e noi affannati a cercare di stare dietro ad ogni cosa, proiettati perennemente nel futuro senza tempo di vivere il presente.

Arriva tuttavia un momento in cui sentiamo un richiamo che giunge dalle sconosciute profondità di noi stessi e ci pone un’imbarazzante domanda “Chi sei?”

Molti di noi cresciuti nell’ambito della cultura attuale che in fondo crede che non ci sia nulla di particolarmente affascinante da scoprire dentro di noi, zittisce subito la voce seguitando indaffarata la propria esistenza tra i mille impegni spesso gestiti da un pilota automatico che segue mappe e priorità tracciate da altri.

Non solo il lavoro, ma gli stessi passatempi odierni tendono a occupare ogni singolo istante, colmando tutti gli spazi senza lasciarci più momenti vuoti di riflessione necessari a riconoscere chi siamo, dove stiamo andando, di cosa abbiamo bisogno e cosa vogliamo.

Queste domande, se ignorate, diventano buchi che premono per essere riempiti, ma visto che il fermarci a rispondere comporterebbe la messa in crisi di tutto quello fatto fino ad ora, l’attenzione viene distolta, portata altrove e i buchi vengono colmati con surrogati che servono a tacitare i nostri veri bisogni.

Videogiochi coinvolgenti, film appassionati, riviste patinate che raccontano le vite romanzate di altri, ci fanno vivere emozioni ed esperienze in prestito, per non occuparci delle nostre. Giochini meccanici e ripetitivi fatti al telefono ci ipnotizzano, distogliendoci da un contatto più profondo con la nostra quotidianità.

Il richiamo da questo spazio interiore troppo spesso ignorato e inesplorato e che, nonostante tutto, continua a lanciare segnali, porta con se attrazione e paura.

Attrazione perché “essere ciò che siamo e divenire ciò che siamo capaci di divenire è l’unico scopo nella vita” (B.Spinoza). Paura, perché la scoperta di chi siamo davvero, come ho detto sopra, potrebbe mettere seriamente in discussione tutto quello che fino ad ora abbiamo creato e creduto; oppure, perché davvero pensiamo che ci sia solo dentro di noi una voragine senza fondo che incute terrore.

Quindi se ci fermiamo siamo obbligati gioco forza a confrontarci con questo ignoto e allora facciamo ben attenzione a tenerci sempre occupati in qualche altra attività meno rischiosa.

In realtà questo spazio profondo non è vuoto ma pieno di tantissime cose che il più delle volte non vogliamo vedere: bisogni ignorati, desideri inconfessati, ambizioni nascoste, risorse dimenticate, emozioni inespresse, ricerca di senso…..

Vuoto in realtà affollato, come un oceano che visto da lontano sembra una piatta e anonima distesa orizzontale di acqua, ma in profondità brulica di vita, di tesori e anche di minacce.

“Certo che quando non si conosce l’esistenza della profondità sotto la superficie di questo oceano, il profilo di un relitto che si intravede sott’acqua, una balena che emerge a crogiolarsi al sole, vulcani sottomarini che occasionalmente si attivano, conglomerati di rifiuti affioranti, possono destare qualche preoccupazione. E quando manca lo spirito di avventura la scelta più facile è girare la testa dall’altra parte e tenersi occupati con qualcosa da fare” (M.Danon – Il potere del riposo).

Quindi la paura del vuoto, in realtà è paura della profondità; calarsi come uno speleologo nelle nostre grotte più interne alla ricerca del senso più intimo della nostra esistenza.

L’antidoto? Fare il “morto a galla” che se può essere utile, come ho scritto nel post precedente, per emergere dalle “sabbie mobili del dolore”, in questo caso diventa strumento per distogliere l’attenzione da se stessi verso un altrove fatto di esperienze “mordi e fuggi”, relazioni “usa e getta” che hanno l’unico scopo di mantenere l’attenzione ben salda in superficie.

Entrare in intimità con noi stessi è oggi merce rara, qualcosa da evitare a tutti i costi; vietato rallentare, vietato respirare, vietato sostare anche solo per un minuto, vietato perfino guardarsi allo specchio se non per controllare che l’outfit del giorno sia quello cool del momento.

Quando invece, osiamo varcare la soglia, permettendoci un momento di sano far nulla in ascolto di quel richiamo verso noi stessi ecco che stiamo facendo un passo in più verso la preziosa consapevolezza di Esserci davvero e “se sei consapevole di esistere, allora esisti”

 

 

liberamente tratto da:

M.Danon – Il potere del riposo – ED Urra feltrinelli

 

Cosa ci fa soffrire?

DOLORE 7

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia riarsa,
era il cavallo stramazzato.
Eugenio Montale

Perché proviamo dolore? Perchè siamo vivi. Il dolore è necessario, ha una chiara funzione adattiva. Tutti gli esseri viventi è necessario che siano capaci a reagire ad uno stimolo nocivo o a una minaccia. Il dolore è un meccanismo essenziale che ci avvisa della presenza di qualcosa che potrebbe ferirci a livello fisico o emotivo.

Il dolore è quindi un meccanismo fisiologico adattivo molto complesso che la natura e l’evoluzione hanno messo a punto e perfezionato per permetterci di vivere. A volte però, nonostante l’eccellenza del dispositivo, possiamo soffrire per cose che non sono mai successe e mai succederanno.

Ma quali sono le cause delle nostre sofferenze? Partendo dal presupposto che non è possibile fare una mappa esaustiva e dettagliata di tutto ciò che può creare sofferenza, anche perché ognuno di noi ha i suoi personali “attivatori”, proviamo a delineare i motivi più generali che potrebbero risvegliare i nostri recettori del dolore.

Il dolore emozionale nella maggior parte dei casi nasce dalle avversità. Ogni giorno affrontiamo centinaia di situazioni contrarie ai nostri interessi. Tutti noi vorremmo condurre una vita tranquilla, ignari del fatto che le difficoltà sono frequenti. Il dolore ben gestito ci permette di crescere. Spesso, invece, soffochiamo il dolore con farmaci e autoinganni, ma questo ci impedisce di affrontare il problema a viso aperto, risolvendolo e diventando così più forti e sicuri. Se riusciamo a trasformare le difficoltà in una sfida potremo perdere la loro negatività.

Altra causa del dolore emozionale sono le frustrazioni che proviamo quando le nostre aspettative non si realizzano. Ma quali sono le nostre aspettative? Come ci immaginiamo la vita? Abbiamo speranza incerte e nebulose. Fissiamo mete che spesso sono irraggiungibili e finiscono per farci soffrire.

Spesso interiorizziamo e facciamo nostre le aspettative degli altri. Ci dicono come dobbiamo essere, quando dobbiamo aspettare o quando possiamo agire e noi ci crediamo. Diamo per certa questa immagine del mondo costruita confondendo il reale con ciò che desideriamo, che poi non sempre si compie, provocandoci una sofferenza gratuita che avremmo potuto evitare.

Il dolore emozionale nasce anche dalla delusione. Spesso, infatti, non vediamo la realtà per come è ma per come la desideriamo. Le persone sono come sono, non come speriamo che siano, e così anche la vita. Ci autoinganniamo: vogliamo credere che le cose andranno bene e che i problemi si risolveranno da soli, come per magia. Ipotechiamo la nostra vita per una felicità apparente e chiudiamo gli occhi davanti alle difficoltà. Quando poi la realtà ci manda i suoi segnali di allarme sotto forma di ansia, inquietudine, malessere, invece di chiederci cosa sta accadendo, cerchiamo di distrarci. Ma la realtà insiste, allora ricominciamo con la nostra menzogna, cercando di costruirci una facciata convincente. Ma l’imbroglio in cui viviamo inizia a sgretolarsi, così dobbiamo mentirci più sfacciatamente e passare al livello successivo. Finchè l’illusione si rompe del tutto e il film che stavamo montando si inceppa, portando con sé enormi dosi di dolore.

Soffriamo anche per il cambiamento. Cambiare ci costa molto, soprattutto perché partiamo da un’idea di base scorretta. Cerchiamo la stabilità credendo che ci darà sicurezza e felicità, mentre la vita è per sua natura instabile e in continuo mutamento. Ci sforziamo di controllare l’incontrollabile, proviamo a costruire parapetti che ci proteggano dal cambiamento, finendo così per perdere le nostre energie. Che l’esistenza si in continua trasformazione è una buona notizia, perché vuol dire che anche la peggiore delle disgrazie avrà una fine, se lavoriamo nella giusta direzione.

La sofferenza può nascere anche dall’immaginazione. Ci assilliamo per catastrofi e problemi che magari non si verificheranno mai, siamo terrorizzati da quello che potrebbe accadere ai nostri figli, la nostra mente prefigura malattie, incidenti, difficoltà, impregnando di paura il futuro. Non solo soffriamo per ciò che è già accaduto, ma ci arrovelliamo su quello che può succedere e che, per quanto spesso irreale, provoca un dolore che è effettivamente percepito dal nostro organismo e finisce per alterarlo e destabilizzarlo proprio come farebbe un dolore reale.

A volte la vita ci fa soffrire, non possiamo evitarlo. Proviamo senza successo a vivere nel mondo delle fate, ma quando muore qualcuno vicino a noi, ci viene diagnosticata una malattia, vediamo soffrire un figlio o piangere un bambino ci troviamo faccia a faccia con il volto più crudele della vita. Tuttavia, possiamo arrivare a controllare parte di questa sofferenza imparando ad analizzare la realtà, a prendere le decisioni giuste e ad automotivarci. Si tratta di attivare le nostre forze emozionali per poter affrontare quello che ci scoraggia perché, se non possiamo cambiarlo, possiamo almeno cercare di gestirlo.

Vi propongo ora un esercizio: analizzate il dolore che sentite e provate ad identificarne l’origine. Prendete carta e penna e riflettete ……

E RICORDIAMOCI:

  • Il dolore ben gestito permette di crescere
  • Correggiamo le aspettative che abbiamo sulla vita
  • Chiediamoci se ci autoinganniamo e, se sì, smettiamo di mentirci
  • Accettiamo il fatto che la vita è un cambiamento continuo
  • Smettiamo di rimuginare e trasformiamo le preoccupazioni in azioni
  • Evitiamo di confondere il possibile con il probabile
  • Teniamo a freno la nostra immaginazione, rendendola costruttiva
  • Evitiamo di anticipare ciò che non è ancora accaduto

Liberamente tratto da:

T.Navarro – “Kintsukuroi” -Ed.Giunti

Le onde sono acqua

onda-3

C’è un deposito millenario di acqua fresca nella mia anima. Abdelmajid Benjelloun

Guardando la superficie del mare puoi vedere le onde che salgono e scendono: le puoi descrivere con aggettivi: alta o bassa, grande o piccola, più o meno vigorosa, più o meno bella . Puoi descrivere un’onda in termini di inizio e di fine, di nascita e di morte …..

Osservando in profondità vediamo anche che le onde, allo stesso tempo, sono acqua.

Un’onda potrebbe mettersi a cercare la propria vera natura. Potrebbe soffrire di qualche paura, avere qualche complesso, potrebbe dire: “Non sono grande come le altre onde”, “Sono depressa”, “Non sono bella come le altre onde”. L’onda potrebbe soffrire di tutte queste cose, di queste idee, ma se si china e tocca la sua vera natura si rende conto di essere acqua. Allora tutte le paure e i complessi scompaiono.

L’acqua è libera dalla nascita e morte di un’onda. L’acqua è libera da alto e basso, più bello o meno bello. Puoi parlare in termini di più bello o meno bello, alto o basso, solo se parli di onde; per quel che riguarda l’acqua tutti questi concetti non hanno alcun valore.

Per entrare in contatto con la nostra vera natura non occorre che andiamo da nessuna parte: l’onda non deve mettersi a cercare l’acqua, perché è già acqua.

Tu sei ciò che stai cercando. Sei già quello che vuoi diventare …..

Pratica come un’onda. Datti il tempo di osservare in profondità dentro di te e di riconoscere la tua vera natura; così facendo puoi aprirti un varco verso la libertà e l’assenza di paura …..

Celebra la vita

celebrare la vita

 

In questo giorno così triste, ho perso il papà di mio marito che volutamente non chiamo suocero perchè così non l’ho mai vissuto. Era un persona bellissima con l’animo integro e da fanciullo, anche se la “giovinezza” con lui non era stata certo prodiga di doni, aveva vissuto la guerra e il campo di concentramento, ma la sua vena ironica, l’acutezza nel pensiero e un grande attaccamento alla vita ha sempre accompagnato i suoi passi. Papà di quattro figli e nonno tenero e affettuoso di 8 nipoti la sua vita è stata lunga e piena.

Mi ha accolto in casa sua più di 30 anni fa con una gentilezza di altri tempi e un affetto che nel corso degli anni ho sentito sempre più forte, mai un giudizio ma sempre una comprensione e una presenza delicata.

Nonno Ugo e Nonna Fiorella sono stati e sono  un punto di riferimento stabile in questa mia vita affettivamente “sbandata” ….. mi mancherai molto …..

In tuo onore ho deciso quindi di di postare, attraverso le parole di Osho, una celebrazione alla vita perchè tu l’hai amata molto questa vita e ti ringrazio perchè il tuo amore era contagioso …..

ciao Nonno Ugo vola libero e se incontri il mio papà salutamelo cuoricino

“Continui a ripeterci di celebrare la vita. Che cosa c’è da celebrare?”

“Posso capire. La tua domanda è importante: sembra che non ci sia niente da celebrare. Che cosa c’è da celebrare?….

C’è da celebrare tutto. Ogni momento è così fantastico, così immenso ogni momento porta una tale estasi….. ma tu sei addormentato.

L’estasi arriva, ti volteggia intorno e se ne va….  La brezza arriva, ti danza intorno e se ne va ….. Ma tu continui a dormire.

I fiori sbocciano e la loro fragranza giunge fino a te, ma tu dormi…

Mi chiedi: che cosa c’è da celebrare? Che cosa non c’è per non celebrare? Qui c’è tutto ciò che uno possa immaginare. Qui c’è tutto ciò che uno possa desiderare. C’è più ancora di quanto tu possa immaginare…..

Pensa ad un uomo cieco. Non ha mai visto fiorire una rosa. Che cosa ha perso? Lo sai? Non ha mai visto un arcobaleno. Non ha mai visto un’alba o un tramonto. Non ha mai visto il verde delle foglie sugli alberi. Non ha mai visto i colori….

E tu che hai gli occhi chiedi: che cosa c’è da celebrare?

C’è l’arcobaleno, c’è il tramonto, ci sono gli alberi verdi, c’è un’esistenza così piena di colori …..

Eppure capisco. La tua domanda è importante. Capisco che questa domanda ha una certa rilevanza.

C’è l’arcobaleno, c’è il tramonto, l’oceano, ci sono le nuvole, c’è tutto… ma tu sei addormentato…

Non hai mai guardato una rosa. Ci sei passato accanto, hai visto la rosa, ma non l’hai mai guardata… non le hai mai dedicato un momento della tua attenzione.. non ti sei mai sintonizzato con lei… non ti sei mai messo vicino a lei, non ti sei mai seduto vicino, in comunione. Non le hai mai detto “ciao!”….

La vita scorre e tu sei semplicemente lì , senza partecipazione. Tu non sei in rapporto con la vita: ecco perché la tua domanda è significativa.

Hai gli occhi, eppure non vedi; hai le orecchie, eppure non senti; hai un cuore, eppure non ami… sei profondamente addormentato….”

Osho

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E allora cosa aspetti a svegliarti?…. apri gli occhi, scegli la tua rosa, il tuo filo d’erba, la tua onda del mare, il tuo pezzo di cielo, il tuo raggio di sole, la tua goccia di pioggia e VIVIIIIIIIIII perchè la vita non è scontata ………….

 

Non possiamo mai sapere

compassione

La compassione non è una relazione tra il guaritore ed il ferito. E’ un rapporto tra eguali. Solo quando conosciamo la nostra stessa oscurità possiamo essere presenti nel buio degli altri. La compassione diventa reale quando riconosciamo la nostra comune umanità.
Pema Chödrö

Il mondo, se lo vediamo bene, è un luogo bellissimo.

E’ vero, la vita spesso è molto difficile, l’essere umano è capace di violenza e atrocità, ma il mondo continua ad essere un posto bellissimo anche e nonostante noi.

Per questo vietiamo al dolore di portarci rancore.

Vietiamo all’amarezza di prevalere sulla dolcezza.

Cerchiamo di essere morbidi e accoglienti.

Vietiamo al mondo di indurirci!

Se potessimo veramente vedere nel cuore degli altri, se potessimo per un istante osservare il mondo attraverso i loro occhi, se mettessimo per un attimo veramente i loro panni, cosa vedremmo?

Se fossero visibili a occhio nudo le cicatrici dell’anima, se per strada potessimo vedere i segni che hanno lasciato i fallimenti, le malattie, il dolore, i torti subiti, le prove affrontate, i cuori spezzati, le perdite, le lacrime versate, cosa succederebbe?

Se potessimo vedere quello che vedono gli altri ….

Se potessimo sentire quello che sentono gli altri ….

Se potessimo provare quello che provano gli altri li tratteremmo forse diversamente?

E poi apprezzeremmo forse di più la nostra vita?

Possiamo essere sì diversi, ma i nostri cuori battono nello stesso modo, vibrano negli stessi sogni, nutrono le stesse speranze e piangono per gli stessi dolori.

Forse potremmo smettere di giudicare con facilità. E’ difficile sapere il motivo che si nasconde dietro un comportamento che non ci piace.

C’è un rimedio abbastanza facile per i giudizi affilati che spesso accompagnano il nostro disappunto verso  gli altri e consiste in una semplice frase. “non si sa mai”.

Proviamo ad usarlo prima di saltare alle conclusioni emettendo una sentenza svalutativa e giudicante in presenza di un comportamento che non vorremmo fosse così.

Dietro ad ogni azione c’è una storia.

Quante volte anche noi abbiamo tenuto dentro il nostro dolore nascondendolo pensando Se solo gli altri sapessero…”.

Infatti non si può mai sapere ……

Ecco perché sarebbe buona cosa avere compassione.

Compassione letteralmente significa “soffrire con”, vuol dire partecipazione al sentire degli altri apertura del cuore che accoglie con rispetto e comprensione l’esistenza di qualsiasi essere vivente.

Questo non significa giustificare qualsiasi gesto, né subire le angherie di chi ci sta di fronte o sottomettersi al malo modo di chi troviamo durante il nostro cammino. Se qualcuno ci fa star male è assolutamente “sano” e doveroso proteggersi e rispondere con assertività alle invasioni di campo.

Non si tratta quindi di “buonismo”  parola sfruttata e declinata in tutte quelle forme che vanno dal compiacimento alla piaggeria; molto spesso si tende a criticare ad oltranza a non accettare nulla che non sua gradevole per noi, si tende a sputare sentenze che come unico effetto rendono il nostro cuore spigoloso, la mente chiusa e l’anima bloccata tra le mura dei nostri pregiudizi.

Tutto ciò serve a poco.

Compassione è ricordarsi sempre che “non si sa mai”.

Non possiamo sapere se a quella persona scortese è stata appena fatta una diagnosi che potrebbe mettere a rischio tutto quello che ha.

Non possiamo sapere se quella persona scostante si sveglia ogni mattina pensando di non farcela e crede che chiunque altro al mondo sia migliore di lei.

Non possiamo sapere se il suo spirito bambino è stato spezzato da cose indicibili.

Non possiamo sapere se ha appena perso una persona cara.

Non possiamo sapere se per lei è una giornata particolarmente dura.

Non possiamo sapere se è sempre spaventata e resiste stringendo i denti.

Non possiamo sapere! Possiamo avere compassione!

La compassione è molto diversa dalla pietà.

La pietà è un atteggiamento mentale che provoca il distacco da chi soffre.

La compassione è molto più profonda e nobile della pietà.

La pietà ha le sue radici nella paura e porta in sé un senso di arroganza e condiscendenza, alle volte anche una compiaciuta sensazione del tipo: “Meno male che non è capitato a me”.

 “Quando la tua paura tocca il dolore di qualcuno, diventa pietà; quando è il tuo amore a toccare il dolore di qualcuno, diventa compassione”. Stephen Levine

Praticare la compassione significa essere consapevoli che tutti gli esseri sono uguali e soffrono nello stesso modo, onorare tutti coloro che soffrono e sapere che non siamo né separati da alcuno, né superiori ad alcuno.

Non possiamo sapere che lotta si stia svolgendo laggiù dove lo spirito incontra il corpo nel suo strato più profondo e originario.

Sulla strada della compassione, ognuno fa la sua, di strada.

Ricordandoci che per ognuno di noi ci sono giorni migliori e giorni peggiori.

Sulla strada per la compassione si va incontro alla vita con Amore; la vita che ci è stata data per un motivo ben preciso, perché sia vissuta tutta pienamente.

Una vita in cui non siamo soli. Ci sono altri che hanno cuore e occhi come noi. Che hanno un cuore come noi. E per ciascuno di loro, proprio come per noi, c’è una storia, un dolore, un amore vissuto, un amore perduto, un motivo di gioia, un mare di lacrime da piangere, un sogno da realizzare, una paura che paralizza, una luce che si accende.

Comprendere e non trarre conclusioni è un monumentale atto d’Amore.

“La grande compassione penetra fin nel midollo delle ossa. E’ il sostegno di tutti gli esseri viventi. Come l’amore del genitore per il suo unico figlio, la tenerezza del compassionevole pervade ogni cosa.” Nagarjuna

 

 

liberamente tratto da:

B.Pozzo – La vita che sei – ED.BUR

 

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