Mese: giugno 2015

La vita solo la vita ….

VITA CHE VIBRA

La  nostra vita è costellata da un imprevisto che ci sorprende ad ogni istante.

La nostra esistenza è fatta di incontri e di separazioni. Ciascuno di questi incontri, ciascuna separazione,rappresentano altrettante nascite future.

Questo fa sì che trascorriamo una parte essenziale della nostra vita a venire al mondo.

Dobbiamo vivere separazioni imposte da perdite, tradimenti, brusco distacco.

Dobbiamo affrontare separazioni scelte, legate al bisogno di allontanarci, di mettere una giusta distanza, di abbandonare una relazione tossica o malsana.

Ogni volta dobbiamo far fronte ai rischi, alle scoperte e allo stupore della solitudine.

E poi viene il giorno che accetteremo di capire che non siamo mai soli, che possiamo collegarci all’intimo nucleo dentro di noi, che rimaniamo depositari di noi stessi.

Il nostro compagno più fidato, il più fedele, quello che ci accompagnerà più lontano, più a lungo nel nostro passaggio su questa terra non possiamo che essere noi.

E’ quindi opportuno imparare a sviluppare un buon rapporto con se stessi, appoggiandosi sui tre pilastri di cui avremo più bisogno, al di là della nostra fede, al di là del nostro entusiasmo, al di là delle nostre credenze: la libertà di amarci, di volerci bene, l’impegno di rispettarci nella quotidianità, la capacità di responsabilizzarci in qualunque occasione.

Il più bel regalo che possiamo offrire al germe di vita posto in noi al momento del concepimento è quello di far crescere dentro di noi la vita fino al limite ultimo della nostra esistenza.

La vita, solo la vita, onorata, magnificata, vivificata fino alla fine !!! ……

“per tutta la vita bisogna imparare a vivere … Seneca”

L’importanza di ascoltare con il cuore

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“Gli Dei hanno dato agli uomini due orecchie e una bocca per poter ascoltare il doppio e parlare la metà.” Talète, 624 a.C.

La capacità di ascolto è un presupposto primario per una comunicazione efficace, sia perché consente di conoscere meglio l’interlocutore, sia perché ci fa rendere conto di eventuali fraintendimenti o problemi relazionali.

Una definizione sintetica capace di esprimere le componenti essenziali coinvolte nei processi di ascolto dice che “l’ascolto è l’arte di accogliere le informazioni di chi parla senza esprimere giudizi, essendo empatici”.

Infatti l’arte dell’ascolto esige la capacità di accogliere/raccogliere ampiamente tutte le informazioni e i significati presenti in una comunicazione senza filtri e/o pregiudizi di alcun tipo.

Un processo d’ascolto effettivo è mosso dall’esigenza di condividere i significati che chi comunica attribuisce alle cose dette; questa esigenza deriva dal fatto che ognuno di noi è diverso dall’altro per cultura, esperienza, età, modo di sentire, sesso sicchè è impossibile capirsi immediatamente. Pertanto l’ascolto richiede un processo di indagine (l’arte del porre domande) per comprendere e un processo di rispecchiamento per mettersi sulla stessa lunghezza d’onda, per sincronizzare pensieri, parole, sentimenti, tra coloro che comunicano.

L’ascolto efficace permette alle persone di riconoscere i punti di vista altrui e avvicinarli nella comprensione dei reciprochi bisogni, così che perlomeno ci sia più verità nella comunicazione.

Un ascolto efficace sposta il focus dal “perché ” l’altro dice, interpreta o vive una situazione al “come ” la dice: avendo, e quindi mostrando, interesse e comprensione (“sei importante, ho stima di te e riconosco, rispetto e condivido il tuo sentimento”).

In questo modo potrebbe succedere che chi parla, sentendosi ascoltato, tenterà di migliorare la comunicazione sia nella quantità che nella qualità a tutto vantaggio della ricchezza delle informazioni, del senso di sicurezza, della fiducia e dell’onestà.

Applicare una più efficiente modalità di ascolto avrà diversi vantaggi nei vari ambiti:

* riduce le incomprensioni.

* induce l’interlocutore ad esprimersi a pieno senza timore: spesso stimola in lui la ricerca delle migliori possibilità espressive, anche nei contenuti!

Da ciò ne deriva un miglior rapporto con  gli altri e di conseguenza un aumento  dell’autostima e della fiducia in se stessi.

La capacità di ascolto si può dividere in tre livelli caratterizzati da determinati comportamenti che hanno effetti sull’efficacia dell’ascolto:

  •  ASCOLTO PASSIVO => chi ascolta passivamente ascolta a scatti, sintonizzandosi alternativamente sulla conversazione poiché poco consapevole degli altri, e presta poca attenzione, soprattutto a se stesso.

Sono generalmente quelle persone per cui la discussione è un pretesto per parlare. Chi ascolta a questo livello è un ascoltatore passivo senza reazioni.

Spesso finge attenzione mentre pensa ad altro, formula giudizi, replica o consiglia, o prepara ciò che vuol dire dopo. Sono i tipici ascoltatori dallo sguardo assente!

  •  ASCOLTO INTERMITTENTE => a questo livello di ascolto, le persone stanno alla superficie della comunicazione e non capiscono i significati più profondi di quello che si dice. Esse cercano di sentire che cosa sta dicendo chi parla, ma fanno poco sforzo per capire l’intenzione di chi parla. Questi ascoltatori tendono ad ascoltare logicamente, interessati più al contenuto che al sentimento rimanendo emotivamente distaccati dalla conversazione.

L’ascolto a questo livello porta a incomprensioni pericolose perché chi ascolta è concentrato solo superficialmente su ciò che si dice. A questo livello, chi parla può essere indotto a un falso senso di essere ascoltato e capito.

  •  ASCOLTO EMPATICO => in questo caso chi ascolta si astiene dal giudicare chi parla e si mette nei panni dell’altro, tentando di vedere le cose dal punto di vista dell’interlocutore. E’ attento e presente confermando e rispondendo, non lasciandosi distrarre, ponendo attenzione a tutta la comunicazione di chi parla, incluso il linguaggio del corpo, essendo empatici con i sentimenti e i pensieri dell’altro, sospendendo i propri e “sentendo” di dare solo attenzione all’ascolto dell’altro. L’ascolto efficace richiede che chi ascolta mostri, sia verbalmente sia non verbalmente, che sta realmente ascoltando.

Il segreto di tutto è ascoltare con il cuore, cosa che apre la porta alla comprensione, all’attenzione,all’empatia.

L’uso dell’ascolto attivo permette di guidare il nostro interlocutore dove vuole andare, di entrare nella sua mappa del mondo, di accogliere il suo linguaggio.

Marianella Sclavi ,celebre antropologa, nel suo libro “Arte di ascoltare e mondi possibili” rilancia l’attenzione sulla differenza tra ascolto passivo e ascolto attivo nell’ambito della comunicazione interculturale, partendo dalla riflessione su situazioni concrete. Proprio l’analisi di eventi della vita quotidiana permette di cogliere l’importanza della comunicazione ma, anche, le difficoltà della comunicazione tra le quali possiamo considerare i malintesi, l’imbarazzo, la diffidenza.

Nel suo testo l’autrice propone sette regole per esprimere completamente l’arte di ascoltare:

  • Non avere fretta di arrivare a delle conclusioni. Le conclusioni sono la parte più effimera della ricerca,
  • Quel che vedi dipende dal tuo punto di vista. Per riuscire a vedere il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista,
  •  Se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva,
  • Le emozioni sono degli strumenti conoscitivi fondamentali se sai comprendere il loro linguaggio. Non ti informano su cosa vedi, ma su come guardi. Il loro codice è relazionale e analogico,
  • Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili. I segnali più importanti per lui sono quelli che si presentano alla coscienza come al tempo stesso trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti, perché incongruenti con le proprie certezze,
  •  Un buon ascoltatore accoglie volentieri i paradossi del pensiero e della comunicazione interpersonale. Affronta i dissensi come occasioni per esercitarsi in un campo che lo appassiona: la gestione creativa dei conflitti,
  • Per divenire esperto nell’arte di ascoltare devi adottare una metodologia umoristica.

Ma quando hai imparato ad ascoltare, l’umorismo viene da sè.

Se e vero che ascoltare è un’arte è altrettanto vero che l’arte può essere appresa; imparare l’arte dell’ascoltare gli altri apre l’opportunità di imparare ad ascoltare se stessi. Si pensi a quanto analfabetismo nel riconoscimento delle (proprie) emozioni c’è in giro e al fatto che se non si sa dare parola alle proprie emozioni, non si riesce nemmeno ad intendere quelle degli altri.

Un modo semplice per capire come ascoltare è quello di ricordarsi quelle volte in cui noi ci si è sentiti ben ascoltati, cogliere che cosa, in quella esperienza, ha dato la qualità dell’ascolto.

Capire il nostro modo abituale di essere ascoltati e di ascoltare gli altri è già un passo importante.

“Ascoltare è una cosa magnetica e speciale, una forza creativa. Gli amici che ci ascoltano sono quelli che avviciniamo. Essere ascoltati, ci fa aprire e espandere.” K.Manninger

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Per chi volesse approfondire:

Marianella Sclavi “Arte di ascoltare e mondi possibili. Come si esce dalle cornici di cui siamo parte”, Bruno Mondadori, Milano 2000.

L’ostinazione nel proseguire un relazione ormai esaurita ….

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Molto spesso i rapporti “alla deriva” continuano a causa del senso di conforto e di sicurezza che la familiarità offre unita alla paura di stare da soli. Ciò detto accade sovente che, quando la persona osa interrompere un rapporto ormai esaurito, si renda conto dell’infondatezza dei suoi timori provando, invece, un alleggerimento e un n uovo senso di vitalità ed energia.

Altri, invece, perseverano nella relazione sperando di poterla migliorare. Eppure, troppo spesso il torpore erode la forza vitale stessa del rapporto, facendo affievolire ogni speranza di cambiamento.

Altri ancora un giorno si accorgono all’improvviso che stanno vivendo e dormendo accanto a qualcuno che non amano più, e riescono a trovare dentro di sé, nell’esigenza di difendere la propria energia vitale, il coraggio di andarsene.

Il fatto di perseverare in relazioni ormai esaurite può essere il risultato di un rapporto genitore-figlio debole, impersonale o formale, segnato da una repressione dell’amore genitoriale. Questo tipo di inibizione comprende di solito uno o più dei seguenti aspetti:

  • Cultura familiare che privilegia le buone maniere e la forma
  • Repressione delle manifestazioni d’amore e mancanza di spontaneità al riguardo: il genitore non dice mai al bambino “ti voglio bene” o “sei un amore”, o lo fa molto di rado
  • L’amore è limitato a piccoli gesti affettuosi, come ad esempio l’offerta di cibo
  • Il bambino non si sente adeguatamente aiutato quando è angosciato
  • Il bambino sente che i genitori non condividono la sua gioia o addirittura viene criticato per essersi sovraeccitato

Il messaggio implicito che arriva al bambino è che, nel caso in cui dovesse provare grandi emozioni, come rabbia, angoscia o cocente delusione, i suoi genitori non sarebbero in grado di rispondere adeguatamente. Spesso per effetto di come sono stati trattati da bambini, questi genitori non sono in grado di affrontare le emozioni più intense dei figli, e pertanto si allontanano da loro (fuga) o li criticano (attacco). Come risultato, il bambino impara che le forti emozioni sono pericolose e minacciose e devono essere bloccate.

Non stupisce quindi che bambini educati in questo modo crescendo riescano ad instaurare solo rapporti emotivi superficiali. Da adulti potranno sposarsi, avere dei bambini, un buon lavoro, ma non riusciranno mai ad arricchire il loro rapporto con una intimità spontanea e/o condividendo con il partner le loro sensazioni più profonde riguardo a se stessi, la vita e il partner stesso.

Alcune persone, invece, mantengono rapporti ormai in via d’esaurimento in età adulta sempre per motivi che affondano nell’infanzia, ma di tenore ben diverso. Queste persone hanno assistito a troppi spaventosi sfoghi vulcanici di una figura genitoriale. Da questo hanno anch’esse imparato che le emozioni forti sono pericolose. Pertanto, le reprimono in se stessi privilegiando rapporti caratterizzati da un blando investimento emotivo perché vi si sentono più al sicuro. Tuttavia, come abbiamo visto nel post precedente, ironicamente è proprio questa “sicurezza” a privare una relazione della sua forza vitale.

Un altro esempio di relazione che può trascinarsi per forza d’inerzia è la relazione simbiotica dove entrambi i partner hanno una tale fobia del conflitto da “concordare” di avere gli stessi punti di vista sulla vita, le stesse sensazioni sulle persone che li circondano, le stesse opinioni su politica, società, cultura. Ciò significa poter tener ben lontana dalla loro relazione quella cosa pericolosa che risponde al nome di “conflitto”.

In una relazione simbiotica i due partner si fondono sotto molti aspetti in una persona sola. Possono persino cominciare a dire cose come “noi pensiamo”, “noi sentiamo” etc … Alcune coppie simbiotiche hanno anche, letteralmente o metaforicamente, un qualche “rifugio” cui possono accedere solo loro, sbarrando la porta ad ogni altra avventura o esplorazione.

Alcune relazioni simbiotiche sopravvivono a lungo perché entrambi i partner amano trascorrere un sacco di tempo a lagnarsi degli altri, trasferendo in tal modo sugli altri tutte le sensazioni di rabbia, rancore e amarezza che provano l’uno nei riguardi dell’altro, collusi a giocare a “tu e io contro il mondo”.

Nel caso in cui , però, uno dei due dovesse mai  rompere il tacito accordo di non concordare su tutto, e osasse comportarsi in modo diverso o esprimere un’opinione diversa, potrebbe suscitare l’indignazione della’altro. Quest’ultimo potrebbe prorompere in un “Come osi dire/pensare questo? Hai infranto il nostro patto!”. Sarebbe come far esplodere una bomba nel rapporto. La ricaduta potrebbe essere tanto esplosiva e violenta da distruggere la relazione stessa.

Concludendo, spesso è difficile valutare la qualità di una relazione importante. Di conseguenza, è arduo decidere se convenga mantenerla e lavorarci su o chiuderla e passare oltre. Da una parte c’è il rischio di allontanarsi da un rapporto fondamentalmente arricchente perché non corrisponde ad una immagine fiabesca e idealizzata di come dovrebbe essere una relazione intima. Dall’altro, quello di perseverare in un rapporto sempre più povero di emozioni soltanto perché sicuro e confortevole.

Ricordiamoci, tuttavia, che per vivere pienamente è necessario osare e il coraggio di lasciare andare quello che ci accorgiamo essere diventato una zavorra è la condizione necessaria per poter godere del cammino ……

“Aprendo la porta di servizio, Colin rabbrividì alla ventata

di aria fresca proveniente dal mondo esterno …” Cook

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liberamente tratto da:

M.Sunderland – Disegnare le relazioni – ED.Erickson

Relazioni alla deriva

LASCIARSI

“ Ci vuole una grande abilità per capire quando una cosa è finita …” Polste

I rapporti finiti o in via di esaurimento sono quelli in cui nessuna delle due parti prospera, quotidianamente segnati da troppe comunicazioni disturbate, affievolite e senza interesse. Può ancora esserci dell’affetto genuino, ma nel rapporto è rimasta ormai troppo poca musica ….

Alcuni di questi rapporti sono anche affetti da una sterilità emotiva che nel corso del tempo può propagarsi su ogni cosa, soffocando qualsiasi possibilità di uno scambio significativo.

Quando è esaurita una relazione non va più da nessuna parte. Le due persone non nutrono più una curiosità di base l’una verso l’altra o un reale interesse per  quello che l’altra potrebbe stare pensando o provando. Non ci sono più conversazioni oneste e significative, ci si tiene dentro troppe cose. Tutti i pensieri e le emozioni più intime non vengono più condivise.

In qualche modo si manda avanti il rapporto ma la relazione ha perso la sua anima.

Ci sono poi rapporti in cui uno dei partner è contendo di vivere con un investimento emotivo blando e sicuro e l’altro invece desidera ardentemente ravvivare e vivere con passione. Quest’ultimo è profondamente consapevole di quello che manca nella  sua relazione e del fatto che nessuno dei due stia realmente crescendo in essa. Può capitare, quindi, che inizialmente una delle due persone tragga profitto dalla relazione , ma che in seguito il fatto di stare con l’altro soffochi la sua forza vitale.

In altri casi, la sensazione di andare alla deriva, di non andare da nessuna parte insieme, uccide gradualmente il rapporto. Alcune persone hanno il coraggio di parlare di questo, altre invece no permangono nella speranza illusoria che qualcosa possa cambiare da sola …

La soluzione???? Esplicitare il disagio, affrontare il problema esprimendo e riconoscendo la crescente sensazione di alienazione e la conseguente perdita di interesse verso l’altro.

Ma come si arriva a tutto questo???

Una relazione può guastarsi nel tempo dopo che troppi sforzi per stabilire un contatto sono falliti, troppi tentativi di avvicinarsi all’altro sono andati nel verso sbagliato, troppe espressioni di sofferenza sono rimaste inascoltate, troppe emozioni non comunicate.

Altri rapporti cominciano ad andare alla deriva perché entrambi i partner hanno tacitamente concordato di non esprimere mai disaccordo nei confronti dell’altro. Nel tentativo di mantenere buona la relazione non si sono mai concessi alcuna espressione di rabbia o risentimento.

Alcuni dicono, e sono quelli che mi fanno più paura, :” Abbiamo un rapporto fantastico. Non litighiamo mai”., e negano decisamente di aver mai avuto pensieri o impulsi distruttivi nei confronti del partner. Questo accade spesso perché si ha paura di questi impulsi, ritenendoli troppo pericolosi per poterli non solo esplicitare ma anche pensare. Il risultato è che nel giro di poco tempo l’intensità emotiva della relazione va scemando. Alla fine, la collera repressa può finire per rendere impossibili sia l’amore che il sesso.

Spesso, una relazione comincia a ristagnare, a spegnersi o si esaurisce del tutto a causa di un accumulo di sentimenti di rabbia e risentimento inespressi, che la privano della sua linfa vitale. In altre parole, al di sotto dell’apparente “piacevolezza” del apporto arde un focolaio di emozioni inespresse che lo prosciuga della sua energia.

Nell’Analisi Transazionale si parla di “raccolta punti” per indicare il modo in cui le persone accumulano tacitamente rancori nei confronti del partner. A livello superficiale si mostrano affabili nei loro riguardi, ma una volta raccolti punti a sufficienza passano alla cassa, chiedendo il divorzio, instaurando una relazione extraconiugale o uscendo dalla porta per non tornare più.

Quando due persone cercano di ingannare se stesse, aggrappandosi al pensiero che, a parte poche e trascurabili noie, entrambe nutrono solo un sentimento d’amore l’una verso l’altra, rivelano una incapacità di comprendere la condizione umana. La realtà, naturalmente, è che dove c’è amore forte, le inevitabili sofferenze che ci si ritroverà a vivere saranno altrettanto forti, semplicemente in virtù dell’enorme importanza che riveste per entrambe le parti l’altra persona. Se questo dolore non viene espresso e affrontato, può trasformarsi in un muro d’odio ….

Segue nel prossimo post …..

Essere insieme (II parte)

coppia che balla 1

“ .. Odio e amo. Forse ti chiederai come sia possibile.

Non lo so, ma mi accorgo che accade, e mi tormento”

Catullo

Oltre che per motivi di natura temporale e strutturale, come abbiamo visto nel post precedente, la coppia percorre un ciclo di crescita che, se si conclude, porta alla formazione di una coppia “sana”.

La lettura di tale ciclo si basa sul concetto di autonomia e di separazione-individuazione della Mahler . Il ciclo di autonomia della coppia va, infatti, da una fase di dipendenza ad una di controdipendenza, quindi passando per l’indipendenza raggiunge l’interdipendenza. In ognuna di queste fasi per raggiungere l’autonomia la coppia vive esperienze emozionali particolari.

Queste fasi sono:

DIPENDENZA => detta anche delirio passionale, durante il quale l’idealizzazione del partner è estrema, si pensa a lui come l’anima gemella e l’oggetto che soddisfa ogni proprio desiderio. In questa fase la coppia vive un rapporto simbiotico che, per essere sano, non deve durare più di due anni. Nella dipendenza si ha l’esigenza di avere l’altro e, nello stesso tempo, si vive la paura di assoggettarsi all’altro. Una frase tipica che caratterizza questa fase è: “ti amo perché ho bisogno di te”. Si è molto egoisti rispetto ai propri bisogni che hanno la precedenza sul resto e che, comunque sembrano essere totalmente appagati dall’altro. Questa prima fase si interrompe per favorire il passaggio alla successiva con i primi conflitti legati all’ambiguità e alla ricerca di differenziazione: si manifestano le prime crisi di ansia, utili, appunto, allo scioglimento della simbiosi.

CONTRODIPENDENZA => fase caratterizzata dalla differenziazione: è il periodo della disillusione, della sofferenza dovuta alla scissione tra l’ideale e il reale, nascono i primi sintomi di incompatibilità, si comincia a pensare di creare una giusta distanza. Nascono così le crisi depressive causate da una cattiva gestione della rabbia, generata dalla scoperta che il partner è diverso da come lo immaginavamo. Il conflitto in questo periodo è centrale e fisiologico. Una buona elaborazione di questa fase permette il passaggio alla fase successiva.

INDIPENDENZA => è la fase in cui la coppia sente l’esigenza di uscire dal nucleo a due ed esplorare l’esterno. E’ forse il periodo più problematico e pressante dal punto di vista conflittuale, si presentano litigi anaffettivi, ognuno cerca di andare per la propria strada, si presentano crisi emozionali legate all’alternarsi di rimpianti e speranze. E’ il momento in cui aumenta il rischio di rottura e tradimenti ma anche la voglia di conoscersi meglio e di lottare per un’unione piuttosto che per una separazione.

INTERDIPENDENZA => quest’ultima fase è rappresentata dall’accettazione di un legame imperfetto: si riconosce l’imperfezione e i successi dell’altro, senza caduta di stima e di sostegno e senza entrare in competizione. E’ la fase finale e matura del rapporto di coppia, non vengono fatte proiezioni dei propri genitori sul partner, i bisticci sono su quello che sta capitando e non si mira a colpire intimamente l’altro. I partners possono riunirsi e separarsi senza le paure dell’abbandono e dell’invasione e non si preoccupano più di chi sta dando o prendendo di più.

“ Essere insieme è sapersi ogni volta ri-trovare con entusiasmo nella presenza,

dopo essersi inevitabilmente separati …”

(E.Giusti, A.Pitrone – Essere insieme – Ed.Sovera)

Essere insieme (I parte)

coppia pinguini

Dopo una serie di post in cui si è parlato di innamoramento, anima gemella, amore, passione, tradimenti e gelosia mi sembra corretto fermarsi a riflettere cosa sia una coppia ripercorrendone le sue fasi evolutive.

La coppia si ritiene, solitamente formata da tre elementi, i due individui che la compongono ed una relazione; IO-TU-NOI. Il termine coppia deriva dal latino “copula” che significa legame, insieme, congiunzione.

Una coppia si forma in seguito ad una proposta consapevole o inconsapevole di relazione, basata sulle istanze personali di un individuo e con modalità che sono conformi alle rappresentazioni interne che fanno parte della propria esperienza.

Ogni relazione sentimentale incomincia con un contatto dopo un incontro. Progressivamente, ci si rende conto che si sta bene in compagnia di quella persona, stare insieme stimola la curiosità di conoscere l’altro ed il desiderio di raccontarsi.

Si sviluppa una situazione di attrazione che rende felici, nasce un sentimento e parlarsi, comunicare in tutte le forme di cui si è capaci, avvia il rapporto verso l’amore reciproco

Per quanto riguarda la scelta del partner possiamo dire che essa si basa su una strana mescolanza tra mito familiare, copione e bisogni più strettamente personali.

Si può cercare e quindi scegliere un partner per una serie svariata di motivi che vanno da quello utilitaristico, come vantaggio economico, a motivi connessi ad una pressione sociale legata al raggiungimento di un’età biologica in cui tutti si aspettano che la vita debba avere un’evoluzione, in realtà i motivi principali sono legati ad alcuni bisogni fondamentali dell’uomo, in particolare quello di attaccamento, accadimento e sessuale.

Questo insieme di elementi determina quella che Goethe ha chiamato “affinità elettive”, “sottile affinità chimica in virtù della quale le passioni si attirano e si respingono, s’associano, si neutralizzano e poi si separano e si ricompongono un’altra volta”.

Ognuno, poi, cerca di sperimentare le modalità di contatto che gli sono proprie e cerca di prevedere le reazioni e i comportamenti dell’altro con la speranza di utilizzare queste sensazioni per riuscire a rendere concreto il proprio bisogno di avviare le relazioni affettive.

A questo punto il soggetto che riceve il messaggio ascolta le proprie modalità di contatto e, se si sente predisposto alla relazione affettiva, accetta la proposta e rende possibile lo scambio della comunicazione. Ecco ,quindi, che si realizza nella coppia un monitoraggio affettivo che conferma l’accordo tra i due individui e che produce, nel tempo, un’evoluzione della relazione affettiva appena instaurata.

triangolo sternberg

Un elemento fondamentale per creare e mantenere unita una coppia è l’amore che secondo Sternberg, professore di psicologia e pedagogia a Yale, ha la forma di un triangolo ai cui vertici troviamo l’impegno come componente cognitiva => io ti scelgo, l’intimità come componente emotiva =>io ti amo e la passione come componente motivazionale dell’amore => io ti desidero

La coppia attraversa nell’arco della sua esistenza varie fasi che la caratterizzano e che rendono necessaria una trasformazione della propria organizzazione interna:

  • Nascita della coppia => a questa fase appartengono l’innamoramento, l’amore, la scelta del matrimonio o della convivenza. E’ lo stadio in cui si comincia a formare l’identità della coppia che si differenzia dalla famiglia di origine creando confini sempre più definiti.
  • Nascita del primo figlio => porta con sé una nuova ridefinizione dei confini all’interno della coppia considerando la genitorialità
  • La coppia, di fronte ai figli adolescenti => in questa fase, il compito evolutivo fondamentale riguarda il naturale processo di separazione reciproca; c’è la necessità di una ridefinizione della relazione coniugale, i momenti di intimità e solitudine della coppia aumentano, è quindi indispensabile costruire nuovi spazi sociali come singoli e come coppia di genitori. Appartiene a questa fase anche il favorire la costruzione per il figlio di una propria identità separata, sviluppando un atteggiamento di protezione flessibile, aumentare la duttilità dei confini familiari per permettere e favorire il cambiamento rimanendo tuttavia una guida sicura, soprattutto nei momenti di difficoltà.
  • La coppia con i figli adulti => come i figli devono costruirsi una propria vita affettiva e lavorativa autonoma e indipendente, anche i genitori devono accettare la separazione da loro ridefinendo la relazione genitori-figli nella direzione di un rapporto alla pari. In questa fase i figli escono di casa con lo status di adulti e i genitori possono soffrire della sindrome del nido vuoto. I coniugi si riguardano negli occhi e si riscoprono partner, sperando che si piacciano.
  • Fase del pensionamento => Se la coppia riesce ad adattare le proprie modalità relazionali e a raggiungere un maggior senso di intimità e solidarietà, questa fase può diventare una delle più belle di tutta la vita, perché entrambi i coniugi sono meno impegnati professionalmente e come genitori; possono quindi viversi più serenamente il proprio rapporto di coppia.

Osservando la coppia in questo modo possiamo vedere come essa sia qualcosa che va avanti nel tempo. L’evoluzione è saper rispondere in modo adeguato alle richieste esterne e interne alla persona, ed è possibile maggiormente quando nella coppia esistono due individui che hanno la capacità di distinguersi uno dall’altro, mantenendo dentro di sé l’altro.

Continua ……

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Bibliografia:

Giannella,Palumbo,Vigliar  “Mediazione familiare e affido condiviso”  Ed.Sovera

Giusti, Pitrone  “Essere insieme”  Ed. Sovera

Rinnegare se stessi per “meritare” l’amore …

bravo bambino

Maria Lassnig – Ritratto di un bravo bambino-

Raramente un figlio viene accettato per ciò che è, e quasi sempre i genitori tendono, consapevolmente o meno, a desiderarlo diverso e a plasmarlo secondo qualche loro modello ideale. Lo stesso fanno poi gli insegnanti quando il bambino inizia ad andare a scuola.

La situazione non è, ovviamente, uguale per tutti: alcuni genitori e insegnanti sono al riguardo più severi ed esigenti, altri più amorevoli e disposti a sostenere il bambino rispettandone l’indole e le predisposizioni.

L’educazione dovrebbe essere il processo attraverso il quale il potenziale di ogni individuo viene riconosciuto e aiutato a germogliare, a venire fuori, invece quello che si fa in famiglia e a scuola è spesso immettere dentro di lui i valori e gli schemi mentali e comportamentali degli adulti. Sia la famiglia che la scuola, nella maggior parte dei casi, vogliono che i bambini si comportino in modo conforme alle loro aspettative, valori esigenze e regole, e a tal fine usano premi e punizioni, minacce e promesse: “se sei buono e bravo (nel modo in cui io adulto intendo tali termini) allora ti amerò, altrimenti no, e ti punirò”.

I modi in cui ciò avviene non sono quasi mai così espliciti e spesso i messaggi assumono forma implicita, allusiva, non verbale, senza per questo essere meno incisivi.

Già attorno ai due anni di età il bambino si accorge che attuando determinate azioni o esprimendo certi lati del suo carattere i genitori non rispondono come lui vorrebbe, anzi, talvolta lo puniscono, quindi tende a reprimere tali lati enfatizzando invece quelli che raccolgono consensi.

Man mano che cresce si fa un’idea sempre più chiara del sistema di valori e regole che caratterizza il proprio ambiente e quindi la maschera diventa sempre più definita: in alcuni casi sarà quella del bravo bambino, qualora il bambino si trovi a viere in una famiglia in cui obbedire e comportarsi secondo le regole costituiscono un buon modo per ricevere apprezzamenti; il altri casi si tratterà invece della maschera del bambino autonomo, magari perché i genitori lavorano entrambi e spingono il figlio a rendersi precocemente indipendente. Vi sono poi famiglie molto avare di apprezzamenti, costituite da genitori distratti, assenti o competitivi, nelle quali l’unico modo per avere un po’ di attenzioni è di competere con gli adulti per il potere, e altre famiglie ancora, in cui l’unica possibilità per farsi notare è combinare qualche guaio, mentre adattarsi o rendersi autonomi vorrebbe dire vivere in un clima di assoluta indifferenza.

Tutti i genitori sostengono di amare i propri figli e la maggior parte di essi sono in buona fede; purtroppo non tutti hanno le idee chiare su cosa sia l’amore e soprattutto su cosa sia l’amore incondizionato

Il Mago della Coscienza

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Anche se a volte evitiamo di osservarci perché abbiamo paura che ci risulti troppo doloroso, spesso distogliamo lo sguardo solo perché abbiamo inserito il pilota automatico.

Reagiamo agli eventi, alle emozioni e ai pensieri senza immaginare che, basandoci sulla nostra esperienza attuale, potremmo creare qualcosa di diverso.

L’unico modo per disinnescare il pilota automatico della mente che produce reazioni emotive istantanee di paura, dubbio, collera o ansia consiste nell’abituarsi a destare l’io osservante. Questo testimone interiore è la manifestazione più evidente del nostro Io superiore o “anima”, una sorta di grande Mago della Coscienza con una bacchetta magica che gli permette di conoscere tutto.

Il Mago della Coscienza è la parte di noi che riconosce che logica e ragione non sono sempre gli strumenti più efficaci per fuggire da una regione emotivamente ostile e tornare in un luogo felice.

Il Mago in noi sa rasserenarci i pensieri e ci aiuta a superare la mancanza di prospettive causata da emozioni troppo forti. E’ come se toccasse con la bacchetta magica il fiume della coscienza e ci rimettesse in relazione con la saggezza dell’universo stesso.

Quando noi cambiamo, la nostra visione del mondo cambia e, come per magia, tutto quello che ci circonda inizia a trasformarsi.

La gente ci vede in modo diverso. Il nostro aspetto, il modo di camminare e di muoverci nel mondo sono differenti. Poiché ora c’è un legame nuovo con la vita nel suo complesso e la presa di coscienza che sperimentiamo si riversa sulle persone che ci circondano, influenzandole.

Proviamo a svegliare il Mago che dorme: solo allora cominceremo a vedere più chiaramente il territorio circostante e capiremo dove ci troviamo.

“ Dovete abbandonare la città della comodità personale

per addentrarvi nel mondo selvaggio dell’intuizione.

Scoprirete qualcosa di magnifico perché scoprirete

Voi stessi …” Alan Alda

Il sintomo come segnale di allarme

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La consapevolezza di attraversare una crisi esistenziale presuppone la capacità di un’osservazione critica di sé. Ugualmente, il riconoscere il proprio stato si smarrimento esige la presenza dentro di sé di un referente affidabile che ci consenta di prendere coscienza del concetto di mancare di Identità o di averla persa.

In realtà chi si trova a vivere un periodo di confusione il più delle volte non se ne rende conto e quello che avverte sono, quasi sempre, solo una serie di sensazioni corporee che segnalano e accentuano lo stato di sofferenza. Queste sensazione corporee “negative” sono quello che chiamiamo “Sintomi”.

Quale è il meccanismo alla base di tutto questo? E quale è la funzione del sintomo? Sostanzialmente il sintomo è un segnale di allarme.

Come dice Henri Laborit biologo filosofo ed etologo francese, quando un individuo si trova in uno stato di stress eccessivo, deve aggredire l’ambiente, fonte dello stress, o fuggire da esso. Ma quando è incapace di attuare una di queste soluzioni, allora si inibisce e sviluppa un sintomo.

I sintomi fisiologici fello stress: gola chiusa, collo teso, respiro corto, polso accelerato, inducono nella persona uno stato di ansia che prepara l’organismo a reagire ad una aggressione, con il fenomeno attacco/fuga.

Distrutto o evitato l’elemento aggressore, ritrovato un ambiente sicuro, l’individuo potrà tirare il famoso “sospiro di sollievo”, mentre il suo organismo recupererà l’equilibrio necessario al rilassamento e alla ripresa.

Quotidianamente ognuno di noi si trova a vivere un’ampia gamma di situazioni stressanti e di conseguenza reagirà di volta in volta con l’aggressione o con la fuga.

Esempi tipici di attacco all’ambiente sono ad esempio i comportamenti aggressivi di un padre o di una madre nei confronti dei figli, dei più grandi verso i più piccoli, oppure nel contesto lavorativo, quelli dei superiori verso i subalterni. Ogni attacco ben riuscito scarica lo stress e il rilassamento è ritrovato. In questo modo diverse persone, anche “psichicamente disturbate” , attraverso la posizione di dominio che concede loro il privilegio di “curarsi psicologicamente” a spese degli altri, riescono a compensare bene le frustrazioni e a vivere senza mai prendere coscienza del proprio stato di profondo disagio interiore.

Il comportamento alternativo all’aggressione, cioè la fuga, è altrettanto comune e si attua rifugiandosi freneticamente nelle più disparate attività esterne all’ambiente quotidiano, oppure, caso tipico di molti, rifugiandosi nel lavoro. Anche così l’insoddisfazione che si prova verso la propria vita, compensata dalla iperattività permette alla persona di sopportare le frustrazioni scaricandole altrove.

Il problema insorge quando il tipo, o l’ambiente di lavoro non permettono di scaricarsi, quando la famiglia è refrattaria o si ribella alla scarica, quando non esiste la possibilità di attività compensatorie. E anche quando il nostro ruolo di esseri civilizzati ci impone di affrontare e/o attuare le aggressioni in maniera socialmente accettabile, mentre alcune parti di noi vorrebbero risposte fisiche (pugno, calcio etc..).

A questo punto lo stress è continuo, il respiro non ritrova il suo ritmo, i muscoli rimangono tesi, il cuore lavora sotto sforzo.

Senza la possibilità di rilassamento non rimane che uno spostamento continuo di questa energia che, non scaricandosi nell’attacco/fuga, finisce per rivolgersi contro noi stessi, in una sorta di autoaggressione, generando prima sintomi, poi disfunzioni, poi vere e proprie patologie organiche.

L’insorgere della sofferenza fisica, segnalata dai sintomi, costringerà la persona a consultare uno specialista: il medico che gli prescriverà medicinali e giorni di riposo.

Risultato: ritiro dall’ambiente, tramite una fuga autorizzata, e quindi recupero dello stato di rilassamento.

Terminato l’intervallo curativo, l’individuo si re immergerà nell’ambiente e riprenderà la vita di sempre. Ma la radice è nel profondo e il problema non è stato realmente risolto. La sofferenza ricomincerà e la persona tornerà dal medico, per sentirsi nuovamente autorizzata a dire sia al lavoro che a casa: “Sto male, lasciatemi in pace!” ottenendo così il visto per un nuovo ritiro/fuga , per un nuovo illusorio rilassamento.

Per rompere questo circolo vizioso occorre un’autentica revisione esistenziale, che pochi, però, sono disposti a intraprendere, troppo legati ancora al tabù che il male dell’anima sia di predominio dei “folli”.

Fare il punto, fermarsi per guardare dentro se stessi, riconoscere che si sta vacillando , che si è perso l’orientamento vuol dire prendersi cura di se stessi.

Significa smettere di perdere tempo a preoccuparsi e cominciare ad occuparsi per ri-trovare il proprio ben-essere.

Chiedere aiuto ad un professionista che ascoltando incondizionatamente e senza giudizio può sostenerti nella ricerca delle tue soluzioni vuol dire essere un adulto consapevole dei propri limiti , non sempre si può fare tutto da soli, e questo è il primo passo verso lo scioglimento del disagio.

Il Counseling può essere un buon inizio; non ti da soluzioni preconfezionate, bensì ti aiuta a trovare le tue ritenendo che ogni individuo abbia in sé la capacità intrinseca di ri-trovare la sua strada. Per questo il Counselor ha nei confronti del proprio cliente un atteggiamento attivo, propositivo e stimolante le capacità di scelta volto ad incentivare il concetto di responsabilità individuale.

Il Counseling ti aiuta a ri-prendere in mano il timone della tua vita lasciando a te la scelta della rotta, direzione e velocità.

Il Counseling è un processo di apprendimento interattivo: facendo leva sulle capacità qualità e risorse della persona coinvolta nella situazione problematica, il Counselor mira a sviluppare nel cliente nuovi processi di esplorazione, comprensione e apprendimento, al fine di raggiungere una migliore espressione del proprio sé.

L’obiettivo principale del processo di Counseling è quello di fornire ai clienti l’opportunità di procedere in modo più autonomo, verso una vita più soddisfacente e piena di risorse, come individui e membri di una società più ampia.

Stress e resistenze

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Abbiamo visto nei post precedenti come la maggiore fonte di stress non sono tanto i fatti del mondo esterno, ma siamo noi, il nostro stile di vita, il nostro modo di affrontare le cose.

Insomma noi siamo abituati a dare la colpa di tutto a fattori esterni: il lavoro eccesivo, il traffico, i parenti insopportabili, gli amici noiosi. Ci tocca fare troppe cose e di questa la maggior parte non le vorremmo fare: per questo ci sentiamo stressati.

Se ci pensiamo bene questa è una “diagnosi” senza speranza. Il lavoro è sfibrante, ma non possiamo certo vivere di aria. I parenti spesso sono una palla al piede, ma in fondo gli vogliamo bene. Il traffico non possiamo certo deciderlo noi. Dunque non se ne esce, non c’è speranza!!

E se invece provassimo a spostare il tiro? … e se fossimo noi che orchestriamo male tutto quanto? …. E se non fossero le azioni che dobbiamo fare – controvoglia – a stressarci, ma la nostra resistenza? …. Ebbene sì, la nostra resistenza all’azione innesca il circolo vizioso che ci fa fare azioni inutili e che ci impedisce, alla fine, di essere felici.

Proviamo a pensarci: noi non vogliamo fare quello che stiamo facendo, che sia lavoro o altro, e quindi scantoniamo, tergiversiamo, rimandiamo, accumuliamo …. Accumuliamo lavoro, accumuliamo rabbia, viviamo male gli impegni … e perché tutto questo? Perché sogniamo di fare altre cose più interessanti. Perché abbiamo assimilato la cultura che dice: devi avere un posto interessante, di prestigio, di successo. Soprattutto non devi fallire. Una cultura che trasforma in un modello ciò che è socialmente accettato, e pretende che noi ci adeguiamo a quel modello.

Cosa accade allora? Accade che non godiamo quello che facciamo, perché, vivendo ogni cosa in funzione di qualcos’altro, la giudichiamo indegna di noi, seguendo i criteri del mondo.

Inoltre non impariamo nulla, perché si impara solo facendo e sperimentandosi, gettandosi dentro le cose: non impariamo nulla di noi, di ciò che sappiamo o non sappiamo fare e quindi di ciò che ci piacerebbe davvero. E infine, limitandoci a sognarlo, non otterremo mai nemmeno ciò che continuamente sogniamo.

E’ questo il vero inizio dello stress. Perché la nostra energia vitale, che saprebbe benissimo dove condurci se solo la ascoltassimo, è sopraffatta da tutto il mormorio della nostra mente, piena di questi pregiudizi e di queste false mete. E non potendo fluire si ritorce contro di noi, ritorna indietro, trasformandosi in tensione, insoddisfazione, irritabilità, rabbia repressa, stanchezza, delusione, frustrazione, apatia …. in una sola parola … stress!

E allora se vogliamo uscire dallo stress la nostra soluzione è …. sognare!!!

Basta vivere per il fine settimana, basta demandare i nostri momenti di gioia alla serata davanti alla TV o alle vacanze estive, basta fantasticare sulla vincita al totocalcio.

In realtà più sogniamo questi momenti, meno sapremo goderceli. Anzi, essi aumenteranno ancora di più il nostro stress perché li avremo caricati di aspettative salvifiche, regolarmente smentite e vivendoli già penseremo alla loro fine come ad un’eterna condanna che ci colpisce.

Se vogliamo uscire dallo stress non è al riposo che dobbiamo rivolgerci, bensì all’azione consapevole. E non serve affatto fare cose impossibili; l’azione che rende felici è semplice perché è ogni azione che facciamo, se la facciamo nela consapevolezza: se ci abbandoniamo a lei, senza scopo, diventa perfetta e non richiederà alcuno sforzo.

Si ri-creerà ogni giorno grazie alla sua capacità di mantenersi costante che non è obbligo, ma è la stessa costanza che fa crescere ogni giorno lo stelo di un fiore.

E’ l’adesso, ogni adesso cui non manca nulla. Non è la costanza dell’orario fisso, l’autocostrizione, ma è la capacità di essere nelle cose, imparando a misurarsi con esse diventando progressivamente capaci di scegliere, di tenere e di scartare.

Non di sognare un futuro migliore, ma di VIVERE un presente che abbiamo scelto …..

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