Mese: novembre 2015

Vivere pienamente

VIVERE 1

“per una volta, quella donna vuole vivere, ma non sa bene cosa significhi. Si chiede se l’ha mai fatto. Se mai lo farà” Alice Walker

Prendo lo spunto da questa frase per una riflessione su una idea che molto spesso ci attraversa ma che altrettanto spesso non sappiamo cogliere nel suo intimo significato.

La maggior parte di noi vorrebbe “vivere pienamente”, ce ne riempiamo la bocca in ogni momento, ne facciamo la capolista degli obiettivi e desideri per ogni anno nuovo e tuttavia quando arriva il momento di mettere in pratica queste parole, scopriamo di non essere più così sicure del loro significato: che cosa vuol dire “vivere pienamente”? Lo abbiamo mai veramente saputo?….

La nostra tentazione è di correre a cercare la risposta nei libri: se riusciremo a trovare il libro giusto, allora sapremo cosa fare, in quanto siamo piuttosto abili nel seguire le istruzioni che ci vengono impartite. Oppure iniziamo a frequentare lezioni e seminari. Proviamo la meditazione oppure una dieta speciale, ci mettiamo a fare ginnastica o ci sottoponiamo a terapie alternative di vario genere. In altri termini, ancora una volta cerchiamo formule e risposte al di fuori di noi, pensando che da qualche parte ci dovrà pur essere un filtro magico in grado di regalarci il ben-essere.

Ad un certo punto, tuttavia, ci rendiamo conto, per una qualche misteriosa illuminazione, che, per quanto validi siano tutti i nostri approcci, dobbiamo ritornare indietro e ammettere che solo noi sappiamo come vivere pienamente. Possiamo accettare alcune indicazioni, ma, in ultima analisi, vivere la nostra vita dipende da noi.

E se impariamo ad ascoltarci, nel profondo del nostro animo noi sappiamo come vivere pienamente, anche se in pratica, non l’abbiamo mai fatto…..

Sugli stati d’animo

stati d'animo 1

“Noi siamo le sole creature sulla terra che possono cambiare la propria biologia col modo in cui pensiamo e sentiamo.”Deepak Chopra

Che cosa sono i miei stati d’animo? Sono tutto ciò di cui prendo coscienza quando esco dai miei automatismi quotidiani, quando mi astraggo dall’agire e mi lascio andare all’osservazione di quanto succede dentro di me.

Gli stati d’animo sono l’eco che risuona dentro di me di quello che sto vivendo, o di quello che ho vissuto, o di quello che non ho vissuto ma mi sarebbe piaciuto vivere, o di quello che spero di vivere.

Sono anche quello che mi continua a ronzare nella testa dopo che mi sono detto: va bene, basta, smettila, non pensarci più.

Insomma gli stati d’animo sono un intero universo, sono il cuore pulsante del nostro legame con il mondo.

Dal punto di vista psicologico si potrebbero definire gli stati d’animo come contenuti mentali consci o inconsci, in cui si mescolano sensazioni fisiche, sottili emozioni e pensieri automatici,e che influenzano la maggior parte dei nostri atteggiamenti. Di solito non prestiamo loro una particolare attenzione, né ci sforziamo di capirli, o di integrarli alla nostra riflessione. Per fortuna tutto questo lo fanno per conto loro: il ruolo e l’influenza che esercitano su ciò che siamo e che facciamo sono immense.

Pensiamo a quanto ci influenzano le nostre malinconie, i nostri dispiacere. Pensiamo alle nostre collere espresse o meno, ma così spesso sproporzionate rispetto ai fatti immediati: tutto questo non proviene forse dal rimuginio di stati d’animo di risentimento, di rancore, oppure di umiliazione e di inquietudine? Stati d’animo rimuginati da tempo, e tanto più potenti quanto meno se ne è consapevoli.

I nostri stati d’animo sono qualcosa di più che pensieri o emozioni: sono la loro mescolanza. Nessuna emozione è priva di pensiero, nessun pensiero è privo del ricordo, nessun ricordo può esistere senza emozione, etc …. Gli stati d’animo sono l’espressione di quella grande commistione indissociabile di tutto ciò che succede dentro di noi e intorno a noi: un misto di emozioni e pensieri. Di corpo e di mente, di fuori e di dentro, di presente e di passato.

Questa mescolanza è ovviamente tanto ricca quanto complessa: unica, labile, sempre rinnovata, mai esattamente la stessa. Come le onde del mare.

Gli stati d’animo non sono solo un accumularsi di idee, emozioni o sensazioni ma sono anche la sintesi che operiamo automaticamente  tra il dentro (stato fisico e visione del mondo) e il fuori (come reagiamo a quello che ci succede); essi collegano passato, presente e futuro in una visione coerente di insieme.

Un’altra caratteristica degli stati d’animo è che perdurano ben oltre le situazioni che li hanno giustificati o scatenati.

Per parlare dei nostri stati d’animo disponiamo di diversi termini: disposizione di spirito, umori, sentimenti . Gli inglesi parlano di feeling, mood . Un bel termine che ho trovato sfogliando vari articoli è “sentimenti di fondo” , la base, lo sfondo da cui poi emergono i nostri diversi “sentire”.

Vi sono diversi modi di accostarsi ai propri stati d’animo. Spesso dobbiamo fermarci e rimanere in ascolto del rumore di fondo; come quando passeggiamo nel bosco, ci fermiamo e tendiamo l’orecchio: allora sentiamo il vento, gli alberi, gli uccelli …. Tutti i rumori che se non restiamo in ascolto ci sfuggono. Il semplice fatto di fermarci e osservare ciò che mormora dentro di noi è sufficiente. Poi, se vogliamo andare un po’ più lontano, scendere un po’ più in profondità, potremo imparare ad ascoltare i nostri stati d’animo per esempio con la mediazione o con la scrittura del diario.

A proposito di meditazione vorrei concludere questo primo post sugli stati d’animo con una metafora a cui si ricorre sovente nella meditazione zen: la cascata.

Ognuno di noi può osservare i propri stati d’animo, restando nelle loro immediate vicinanze, come quell’uomo che, mentre camminava, si è insinuato dietro la cascata, e per un momento si è trovato al riparo tra la roccia e il torrente che precipitava, un po’ bagnato, un po’ tremante, ma protetto e privilegiato.

Uno degli obiettivi della meditazione di “piena consapevolezza” è appunto quello di mettersi per un momento da parte e guardare i propri stati d’animo che passano, scomporli, capirli. Ma senza cercare di arrestarne il flusso: a chi potrebbe venire in mente di fermare l’acqua di una cascata? ….

Ben-Essere e Counseling

benessere2

Con il termine benessere soggettivo si intende il giudizio che l’individuo dà sul valore della propria esistenza, con valenze sia cognitive che affettive.

Secondo alcuni ricercatori che hanno condotto studi sul benessere soggettivo, le componenti principali di tale costrutto sono:

  • Livello elevato di soddisfazione globale;
  • Livello elevato di soddisfazione in più ambiti definiti;
  • Livelli alti di emozioni positive;
  • Livelli bassi di emozioni negative.

Il fattore principale che interviene nella percezione di benessere soggettivo è l’adattamento, un processo importante perché con esso ed in esso si modificano le nostre aspettative e i nostri obiettivi.

Un secondo fattore che incide sulla percezione di benessere soggettivo è il temperamento. Diversi studi hanno rivelato che la felicità dipende tanto dagli eventi di vita quanto dal temperamento dell’individuo; si reagisce ad uno stesso stimolo con modalità differenti, in base alle caratteristiche della propria personalità.

Ultimo fattore che influenza il benessere soggettivo sono le variabili sociali, in particolare l’appartenenza ad una cultura individualistica versus una cultura collettivista. I soggetti appartenenti alla prima ricercano il benessere soggettivo sulla base dei loro sentimenti ed emozioni, mentre individui appartenenti alla seconda tendono ad avere come parametri di riferimento norme che stabiliscono cosa è soddisfacente e cosa non lo è. Ne consegue che si hanno maggiori livelli di soddisfazione nei soggetti di cultura individualistica, ma come risvolto si hanno anche tassi di suicidio e divorzio più elevati, in quanto in tali culture è consentita una più alta possibilità di cambiamento rispetto alle società collettiviste.

Negli anni 60 e 70 numerosi studi sulle illusioni positive hanno dimostrato che in tutti gli individui c’è una distorsione verso il positivo (tranne che nelle persone ansiose e in quelle depresse), e che tali distorsioni sono il segnale di un benessere mentale, determinando un totale spostamento in una prospettiva di salute mentale completamente cambiata, rivalutando e rimodellando così anche il concetto di saluto genesi.

La salute diviene, così la capacità di affrontare e risolvere problemi in modo flessibile e soddisfacente all’interno del contesto familiare e sociale.

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha sviluppato il concetto di promozione della salute: il processo attraverso cui le persone migliorano la gestione e il controllo diretto delle proprie condizioni di benessere. Si passa così da un’ottica in cui l’eziologia era attribuita a caratteri ereditari, agenti patogeni e problemi relazionali nel corso della fase evolutiva, ad una prospettiva in cui per la malattia sono determinanti il comportamento e lo stile di vita dell’individuo.

Si pone l’accento, oltre che sull’assenza di malattia, sugli aspetti positivi della crisi, ritenute opportunità di cambiamento, piuttosto che elementi di danno.

Tale prospettiva si coniuga perfettamente con quanto sostenuto dagli psicologi umanisti come Maslow, Rogers e May, i quali, ribaltando le posizioni della psicoanalisi e del comportamentismo, mettono in evidenza le componenti sane della persona, la sua capacità di auto-organizzarsi, auto-regolarsi e di espandersi. Soprattutto Rogers ha sempre riposto un’estrema fiducia nella tendenza attualizzante dell’individuo; la capacità umana di raggiungere, fermo restando certe condizioni, la realizzazione delle proprie potenzialità.

E’ qui che si inserisce la relazione d’aiuto, in seguito conosciuta come Counseling, concepita principalmente come strumento di libertà, per ricreare intorno alla persona condizioni favorevoli alla sua crescita e consapevolezza.  Il fulcro è l’aspetto positivo ed evolutivo dell’uomo, che tende alla soddisfazione dei propri bisogni e al controllo attivo delle proprie condizioni di vita.

Il Counseling diventa, quindi, il mezzo più idoneo alla promozione della salute, proponendosi come finalità principe la restituzione di un maggior senso di dignità, autonomia ed autostima alla persona permettendogli di vivere la propria vita, piuttosto di farsi vivere da essa.

Esso viene utilizzato allo scopo di affrontare e risolvere problemi specifici, superare crisi contingenti, agevolare lo sviluppo e l’evoluzione personale, prendere decisioni, ottimizzare i rapporti con gli altri e con se stessi, accrescere la consapevolezza e la conoscenza di sé.

Il cliente, attore principale nel processo di counseling, viene posto nelle condizioni di sperimentare, già nel corso del processo di aiuto, un adeguato ed autentico clima di responsabilizzazione, autodeterminazione e valorizzazione. L’agevolazione deve essere intesa come un allenamento all’autonomia, che la persona potrà conquistare attraverso la stessa relazione d’aiuto.

Si ha una relazione d’aiuto valida ed autentica , quando vi è un incontro tra due persone, di cui una si trovi in condizione di malessere,confusione, stress, rispetto ad una determinata area della vita o ad un determinato problema, con un’altra persona che abbia un grado di adattamento, creatività, competenza, abilità e consapevolezza “superiori” alla persona in difficoltà, e che si riesca a stabilire un contatto che agevoli il cliente che ha bisogno di aiuto a compiere movimenti di chiarificazione, apprendimento e maturazione, che lo portino a scegliere e ad acquisire uno stile di vita più consapevole e responsabile, o comunque a rispondere in modo più soddisfacente al proprio ambiente e alle proprie esigenze, abilitando il cliente ad un agire efficace.

Il counselor professionale è un operatore che promuove il benessere dell’individuo. Il suo preminente compito è quello di mobilitare o rimobilitare le energie sopite o latenti, riconoscendo le risorse utili della persona, per usarle come punti di forza per un suo migliore evolversi e divenire.

Il counseling è la grande novità di fine millennio: la prevenzione, l’aiuto psicologico e la promozione del benessere personale, vengono quindi favoriti dal counseling, il quale permette di creare punti di accoglienza per le persone che vogliono sviluppare le proprie attitudini e potenzialità e la propria identità.

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Liberamente tratto da:

E.Giusti – E.Perfetti

Ricerche sulla felicità

Ed.Sovera

 

Il Counseling un’ arte maieutica

COUNSELING

” Se una persona si trova in difficoltà, il modo migliore per aiutarla non è quello di dirle esplicitamente cosa fare, quanto piuttosto di indirizzarla a comprendere la situazione e a gestire il problema facendole prendere, da sola e pienamente, la responsabilità delle proprie scelte e decisioni. Gli individui hanno in se stessi ampie risorse per autocomprendersi e per modificare il loro concetto di sè” Carl Rogers

Autoefficacia,coping,resilienza tutte caratteristiche che sono dentro di noi ma che spesso sono ricoperte da tonnellate di detriti che ne impediscono l’attivazione. Come fare??? Dove andare per essere aiutato ad aiutarsi???

nel grande bacino delle “relazioni d’aiuto” si colloca il Counseling, un modo nuovo di affrontare problemi che coinvolgono l’individuo, di impostare la relazione di aiuto in sintonia con l’esigenza di valorizzare le risorse personali di ognuno.

Il Counseling può essere definito come la conduzione di colloqui che coinvolgono temi personali privati ed emotivamente significativi per l’interlocutore, in cui questo viene “aiutato ad aiutarsi”, a gestire, cioè, i suoi problemi utilizzando le proprie risorse personali senza dipendere da interpretazioni, consigli o direttive fornite da un altro, per quanto esperto possa essere.

E’ un’arte maieutica che non si propone di addestrare, né di curare: il suo obiettivo è quello di tirare fuori le potenzialità presenti in ciascuno. Il presupposto è che una persona abbia già in sé le potenzialità necessarie, deve solo imparare a riconoscerle e usarle.

L’aiuto non consiste tanto nel proporre soluzioni e nell’eseguire complicati riaggiusta menti “terapeutici”, quanto piuttosto nel togliere gli ostacoli che non permettono alle energie che la persona possiede di manifestarsi.

Compito del Counseling è quello di dare al cliente un’opportunità di esplorare, scoprire e chiarire dei modi di vivere più fruttuosi e miranti ad un più elevato stato di Ben-Essere.

Il Counseling è:

  • Ascolto
  • Orientamento
  • Prevenzione
  • Crescita
  • Migliora le tue Relazioni
  • Libera le tue potenzialità
  • Ti aiuta ad affrontare gli ostacoli
  • Ti aiuta a raggiungere i tuoi obiettivi
  • Ti aiuta a ri-trovare le tue risorse

E’ utile per tutte quelle persone che si trovano in qualche momento della vita a “vacillare” e sentono il bisogno di essere ASCOLTATE, ACCOLTE; di ESPRIMERE  loro stessi e le loro EMOZIONI accrescendo la CONSAPEVOLEZZA e l’ACCETTAZIONE di sé in un ambiente protetto e non giudicante per CONTATTARE e RICONCILIARE conflitti emotivi, imparando ad AMARSI e avere così una sempre migliore qualità di vita.

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In parte liberamente tratto da:

M.Danon – Counseling – Ed.RED

Sui confini e sui limiti

confini 3

I limiti non sono fini a se stessi. I nostri limiti e confini servono a proteggere un territorio, una zona che ci appartiene, della quale vogliamo disporre liberamente e di cui ci assumiamo la responsabilità. La delimitazione non è fondamentalmente una questione di confini, ma di territorio da difendere.

I confini in senso concreto (da quelli territoriali di uno stato alla siepe del giardino) rappresentano il passaggio dal territorio di un altro. Così come accade con i confini in senso concreto, lo stesso avviene con i confini in senso figurato: anch’essi segnano il passaggio dal nostro spazio personale a quello di un altro individuo o al mondo esterno. Per questo motivo i confini determinano anche il nostro rapporto con gli altri, con il mondo in generale e anche con noi stessi.

Le tensioni e i conflitti sorgono sempre lungo le linee di confine. Chi conosce i propri limiti, li percepisce, li rispetta e ha il coraggio e la forza sufficienti a segnalarli e difenderli può garantirsi un’esistenza armoniosa e pacifica con gli altri e con se stesso. Percepire e rispettare i nostri limiti e confini ci impedisce di chiedere troppo a noi stessi e, al contempo, ci permette di sviluppare al meglio le nostre possibilità, di evolvere e di assicurarci lo spazio che ci spetta nella nostra esistenza.

L’idea di essere limitati non suscita grande entusiasmo, tanto meno in un’epoca nella quale il delimitare se stessi viene confuso con il limitare le proprie potenzialità, un’epoca dominata dall’idea di possibilità illimitate e da tutte le conseguenze che essa genera: costante senso di insoddisfazione, richieste eccessive poste a se e agli altri, non essere mai nel “qui e ora”.

All’ideologia dell’illimitatezza appartiene anche l’illusione di poter raggiungere qualsiasi traguardo, e dico qualsiasi, se solo lo si desidera. E se non si riesce ad ottenere il massimo dei risultati, significa semplicemente che non ci si è sforzati abbastanza …

L’ideologia del “no-limits” serve in primo luogo a giustificare i forti e i potenti.

Ma dove si trovano esattamente questi nostri limiti? Molte persone, spesso troppo sensibili,coloro incapaci di percepire se stessi con l’attenzione sempre rivolta verso l’esterno non conoscono affatto i propri limiti e, di conseguenza non sono in grado di rispettarli o di difenderli dagli altri.

Così facendo, spesso pretendono da se stessi troppo o troppo poco, percepiscono gli altri come invasori del proprio territorio oppure, a loro volta, invadono lo spazio altrui senza rendersene conto.

Una persona che ha rinunciato via via a percepire se stesso e il proprio corpo pur di adattarsi all’ambiente che lo circonda, finisce per perdere anche il contatto con i propri limiti fisici. E’ ovunque e in nessun luogo, mai nel proprio corpo.

Di questo si rende conto solo quando è troppo tardi, quando ormai ha preteso troppo da se stesso, è andato un’altra volta oltre i limiti.

In tal caso il suo corpo si fa sentire attraverso dolori e sintomi e questo a sua volta non rafforza certo il suo entusiasmo nel percepire se stesso.

Molte, troppe persone sono animate da una sorta di ambizione interiore. La nostra ansia di perfezione ci induce spesso ad andare oltre e ci porta ad esaurire le forze ancor prima di renderci conto di cosa stiamo facendo.

Questa pretesa eccessiva non è priva di conseguenze: all’improvviso compare un disagio generale spesso accompagnato da sintomi di vario genere. A quel punto siamo costretti a limitare le nostre forze, poiché ci sentiamo deboli e privi di energie. Tutto costa troppa fatica.

Ecco allora che ci chiudiamo di fronte al mondo e alle sue pretese eccessive: ci ritiriamo in noi stessi, ben all’interno del nostro territorio chiudendo ogni apertura, alzando muri, cessando ogni scambio.

Ci sentiamo incapaci di raggiungere alcunchè e soprattutto di difendere i nostri confini . Unica soluzione possibile rinchiudersi in una torre d’avorio al riparo dal mondo esterno.

La soluzione? Imparare ad ascoltarsi a 360° , imparando a decifrare tutti i possibili segnali di disagio emotivi e fisici ed agire di conseguenza prima di essere invasi e prima che la corda che teniamo fra le mani tirando tirando si spezzi …..

“Uno non ha che dichiararsi libero, ed ecco che in quello stesso istante si sente limitato. Abbia solo il coraggio di dichiarasi limitato, ed eccolo libero.” Goethe

Siete invidiosi?

INVIDIA

Niente paura: l’invidia è uno dei sentimenti più diffusi. Se scopriamo quale è la nostra invidia prevalente, possiamo capire qualcosa in più delle nostre debolezze e dei nostri bisogni affettivi.

Tra i sentimenti più diffusi e, tuttavia, meno dichiarati, l’invidia può aspirare a occupare un posto in primo piano. Basta che ci guardiamo intorno, fuori e dentro noi stessi, per scoprirla nelle sue diverse forme e tonalità.

Cosa è l’invidia? E’ un dolore verso noi stessi, una fitta al cuore che coglie di fronte a quello che non abbiamo, per ciò che non siamo. E’ un motore di trasformazioni nobili della persona, poiché invita a crescere, a migliorare, a mettersi in pari con i propri progetti di vita quando ci si accorge di essere rimasti indietro. Ma è anche la segreta ispiratrice di malanimi, di difficoltà a stare serenamente con gli altri.

La si ammette malvolentieri per via di quel suo tono particolare: acido, ingeneroso, lamentevole, aggressivo. Un tono che ci mette in cattiva luce. E’ dunque un sentimento da elaborare, da non lasciar trasparire in modo diretto.

Tuttavia combattere l’invidia può essere un’impresa titanica, a volte destinata a fallire se non si comprendono le ragioni della nostra tendenza ad essere invidiosi.

Viviamo in un mondo che mette  tutti in competizione. I modelli del successo sociale e professionale sono sempre più fondati sulla possibilità di esibirsi attraverso segnali di ricchezza, di notorietà, di prevalenza sugli altri.

La competizione per la vita può allora diventare una continua ricerca di questi segnali di successo. Oppure gli sforzi per crescere possono essere indirizzati a prevalere su qualcuno, a essere più “in vista” di quelle determinate persone che ci appaiono immeritatamente più favorite di noi nel lavoro, nelle amicizie, nell’amore …

Consideriamo due modelli affettivi dell’invidia:

  • Un modello che si fonda su affetti della relazione tra madre e bambino molto piccolo: esso ci ispira un’invidia per gli oggetti di consumo e per l’amore. Questo tipo di invidia ci spinge a desiderare molti beni materiali, oppure ci spinge a ricercare una posizione sempre centrale nelle relazioni con gli altri (quasi a testimoniare che la vita, la “mamma”, ci ha proprio nel cuore, guarda solo noi, ci illumina con il suo sguardo amoroso e ci riempie di beni preziosi). Si tratta di un’invidia che si collega ad un’angoscia di esclusione, al timore di non essere amati. Quando si prova questo tipo di sentimento non si riesce a tollerare di stare in posizioni di “contorno”, poiché ci si sente esclusi in maniera troppo cocente. Non si accetta neppure che agli altri possano capitare cose belle e fortunate, poiché ci si sente messi in secondo piano, rispetto a loro dal “destino”.
  • Un modello che si fonda sulla relazione tra padre e bambino durante la crescita: in esso l’invidia si rivolge alle capacità degli altri. Si soffre per sé quando si incontra qualcuno più bravo, più colto, più abile, più brillante o affascinante … etc. E’ un’invidia che rode, soprattutto perché si accompagna a mai sopiti timori di non essere adeguati, all’altezza, capaci. Fa temere di essere lasciati nell’angolino con il cappello dell’asino in testa. La paura è quella di essere scaricati definitivamente, di perdere la prospettiva del futuro a causa di una sorta di sentenza di incapacità.

Vediamo dunque come il “dolore per noi stessi”, che è la vera natura dell’invidia, ci dice molto su come siamo fatti e su quale è la ferita prevalente che ci portiamo dietro.

Quale è la nostra invidia? Se lo scopriamo, possiamo anche capire qualcosa in più delle nostre debolezze e dei nostri bisogni affettivi. Uscire dalle invidie può allora significare imparare a tollerare un po’ di esclusione senza morirne, per crescere e migliorare. Imparare a guadagnare l’amore, a seguire i propri talenti, diventando così veramente “capaci”.

E se si è già (o ci si sente) capaci e fortunati? Allora è bene essere sensibili alle invidie altrui, per non far male (e soprattutto per non farsi male!). Forse un po’ di generosità permette a tutti, invidiosi e invidiati, di vivere meglio ….

“ E di innumerevoli afflizioni è generoso il mondo,

ma i morsi dell’invidia sono tra le ferite più

sanguinose, profonde, difficili, da rimarginare

e complessivamente degne di pietà ..”

D.Buzzati

Tu … seme

germoglio 2 BIS

Un seme nella terra sente che è il momento di spingere con forza contro il suo guscio e di lasciare che si dissolva, mentre inizia a farsi largo nel suo spazio.

E germoglia, mentre la sua coscienza di sempre si fonde con la coscienza della pianta che in potenza, quel seme, già è.

L’energia penetra nella terra fino a raggiungerlo e a ri-svegliare le sue potenzialità latenti, la sua vera natura di pianta. Consapevole di quel sé finito che ancora non è ma già è.

In ogni sua parte la pianta è quel seme, quel piccolo seme che di colpo, risvegliandosi, ha perforato la terra con le sue radici e ne assorbe l’energia insieme a quella del sole, dell’aria, della pioggia.

Tu sei quel seme e, come quel seme, già sei, la pianta intera e i frutti e sei il viandante che si nutre di questi tuoi frutti e sei il suolo che riceve, di nuovo, il seme gettato a terra dal viandante che si è appena sfamato.

La tua vitalità creatrice ti ricorda in ogni istante che sei la vita e che la vita tutta attende la tua nuova creazione…..

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Liberamente tratto da:

S.Garavaglia – 365 pensieri per l’anima – ed-Tecniche Nuove

A proposito del rischio

rischio 2

“Arriva sempre un momento in cui

non c’è altro da fare

che rischiare …”

J.Saramago

L’assunzione dei rischi è legata alla stima di Sé e fa parte integrante del senso di responsabilità di un individuo. Rischiare non vuol dire mettersi in pericolo, quanto piuttosto avere il coraggio di essere gli artefici di ciò che ci accade e di modificare qualcosa di noi o della nostra vita.

Spesso ci rifugiamo in vecchi copioni che se, da un lato, a volte ci vanno stretti, dall’altro ci rassicurano con la loro prevedibilità.

Rischiare significa accettare anche che le cose vadano diversamente da come le si desidera e progetta, ma se ci si pone con un atteggiamento pro-attivo verso il cambiamento le probabilità che questo accada diminuiscono notevolmente. Se rimaniamo immobili e passivi davanti agli eventi questo rischio può diventare una certezza.

Il rischio psicologico può essere sia intrapsichico sia a livello sociale. Entrambi comprendono la possibilità di perdita o di sofferenza interiore la perdita dell’approvazione di altre persone, la vulnerabilità, l’ansia e il malessere che si sperimentano quando si provano impulsi vissuti come pericolosi, quando ci si avvicina ad emozioni spiacevoli e ci si espone al possibile rifiuto da parte degli altri.

Il rischio interiore si riferisce alla consapevolezza di pensieri e sentimenti rifiutati perché considerati inaccettabili o minacciosi. E’ il rischio di scoprire e conoscere. Il rischio è scoprire qualcosa di se stessi , anche qualcosa di cui non si aveva consapevolezza, affrontando l’eventualità che ciò che si teme sia reale almeno in parte (es: “la mia rabbia è incontrollabile”, “non sono degno d’amore” ).

Il rischio interpersonale è simile a quello interiore ma viene stimolato da eventi diversi: è il rischio di rivelarsi, di essere conosciuti scoperti. Comprende al rifiuto interpersonale e la rivelazione del proprio mondo intimo.

Quando non sopportiamo di assumerci il rischio di un eventuale rifiuto, vivendo nell’illusione di “dover essere amati” da tutti, siamo maggiormente inclini ad adottare diverse strategie di comportamento finalizzate ad evitare la nostra paura di soffrire a causa di un possibile rifiuto.

Ed allora facilmente selezioniamo le occasioni o i luoghi di incontro, reprimiamo la nostra curiosità per il nuovo, impieghiamo le nostre energie per scopi ed attività ritualizzate che non prevedono elementi di turbativa emotiva.

Così in qualche maniera evitiamo di “vivere”, ci chiudiamo entro le mura del nostro castello impedendoci di assaporare la varietà e la ricchezza delle esperienze della vita.

Rinunciando ad incontrare l’altro rischiamo ben di più di un suo rifiuto, neghiamo la possibilità di incontrare noi stessi…..

Viva la delusione quando non fa più male ….

delusione 1

“Niente ferisce, avvelena, ammala, quanto la delusione.

Perché la delusione è un dolore che deriva sempre da una speranza svanita, una sconfitta che nasce sempre da una fiducia tradita cioè dal voltafaccia di qualcuno o qualcosa in cui credevamo. E a subirla ti senti ingannato, beffato, umiliato. La vittima d’una ingiustizia che non t’aspettavi, d’un fallimento che non meritavi….”

Oriana Fallaci – “un cappello pieno di ciliegie –

La delusione è il crollo di un’idea a cui abbiamo creduto, spesso troppo, e a cui possiamo anche aver incautamente affidato la nostra felicitá.

L’etimologia latina del termine significa pressapoco “uscire dall’inganno”. Ma quale inganno?

L’illusione spesso ce la creiamo noi, con un meccanismo talvolta raffinato, talaltra banale. Altre volte ce la creano gli altri, ma anche in questo caso, se fossimo onesti, potremmo riconoscerci molte responsabilità , quantomeno per non aver esercitato abbastanza il senso critico e non aver ragionato con la nostra testa.

L’illusione è un male inevitabile, di cui siamo spesso anche consapevoli, ma spesso incapaci di staccarcene. Forse deriva dalla nostra necessità di sognare, di creare mondi buoni per noi, di ricevere ciò di cui abbiamo bisogno. Forse nasce dalla fragilità, dal desiderio cocente di felicità, dal bisogno di essere amati.

Volendo se si è abbastanza “saggi” si potrebbe passare in rassegna le illusione che affollano la mente e che non sono state ancora messe in discussione. Non sarebbe strano trovarne molte, alcune mischiate a diversi elementi di realtà, altre mai messe alla prova dai fatti o così forti da piegare i fatti al loro volere.

Prendiamo un esempio tra i più classici. Quando ci si innamora si vive un’esperienza di vero e proprio “doping” della mente e delle emozioni. La persona amata viene beatificata e messa in salvo dalle critiche, avvolta in un’area luminosa, designata come colei che ha senz’altro il compito e desiderio di renderci felici così come noi desideriamo esserlo.

Impieghiamo talvolta anni ad accettare che l’altro non possa farlo più di tanto e ci restiamo male anzi malissimo, qualcuno al punto di non ritenere più buona e utile per sè la relazione e allora ci si fa la guerra o ci si separa.

L’illusione amorosa e la conseguente delusione sono fenomeni naturali e come tali riguardano tutti. Ma allora perché la delusione porta qualcuno a rompere la relazione e qualcun altro no? Anzi sembra proprio che le relazioni che resistono alla delusione siano più salde e profonde, più fondate e solide.

Il destino delle delusioni può variare molto.

In alcuni casi la delusione scava un solco profondo nella nostra mente,crea un baratro tra noi e la nostra stessa capacità di sperare. Sono le situazioni in cui il richiamo alla realtà non aiuta.

Forse in questi casi l’illusione che è stata travolta era troppo legata alle nostre fragilità, per cui la sua caduta provoca un irrimediabile sentimento di distruzione interiore.

Sono situazioni in cui tutto viene travolto: la persona amata, l’amica o l’amico, il lavoro deludenti vengono sentiti come causa di dolore così profondo da non poter essere ricollocati a nessun costo in una luce positiva.

Gli effetti di tale tipo di delusioni sono devastanti e si protraggono per molti anni, spesso per l’intera vita.

In altri casi, invece, esso è favorevolmente influenzato dalla nostra capacità di restare ancorati a fattori di realtà; riusciremo allora a fare operazioni quali “rattoppare i buchi” (ad esempio accettando di non poter avere fino in fondo quello che desideriamo), oppure valutare cosa abbiamo da perdere separandoci e cosa invece da guadagnare restando.

La delusione può in questo caso indurci a fare un bilancio realistico e aiutarci a superare alcuni vecchi schemi emotivi e di pensiero che ci affliggono, o perlomeno a renderlo più evoluti e raffinati.

Da questo punto di vista, essa ci aiuta a realizzare davvero nella realtà i nostri desideri, venendo a patto con quello che è effettivamente possibile.

La delusione serve a realizzare concretamente quello che era imprigionato nell’illusione, quindi a rischio di non diventare mai realtà.

Talvolta accade che si passi dapprima attraverso sentimenti distruttivi e solo in seguito, smaltita l’onda d’urto della delusione, ad una prospettiva più realistica e propositiva.

liberamente tratto da:

S.Gastaldi – “La terapia degli affetti” – Ed.FrancoAngeli

Sul pettegolezzo

pettegolezzo

Iniziamo con una storia …

“Nella Grecia antica Socrate era tenuto in grande considerazione per la sua saggezza e integrità.

Un giorno una sua conoscenza si presentò da lui tutta eccitata e affannata dicendo: “Socrate, sai cosa ho sentito dire giusto un momento fa su Diogene?”

“Aspetta un attimo – disse Socrate – prima di dirmelo vorrei che passassi un piccolo test, quello dei tre filtri”

“I tre filtri?”, domandò l’latro.

“Esattamente – continuò Socrate – prima di parlarmi di Diogene prendiamoci un momento per filtrare quello che mi vuoi dire. Il primo filtro è la Verità, sei assolutamente certo che quello che stai per dirmi è vero?”

“No – disse il conoscente – in realtà ho solo sentito altri parlarne”

“Va bene –disse Socrate- allora tu non sai per certo se è vero o no. Proviamo il secondo filtro, il filtro della Bontà. Quello che stai per dirmi su Diogene è qualcosa di buono?”

“No, al contrario”

“Allora –continua Socrate – tu vuoi dirmi qualcosa su Diogene che è negativo, magari brutto, anche se non sei certo che sia vero?”

L’uomo alzò le spalle arrossendo, piuttosto imbarazzato, e Socrate continuò: “Forse puoi ancora passare questo test perché c’è il terzo filtro, il filtro dell’Utilità. Quello che mi vuoi dire su Diogene mi sarà utile, mi servirà in qualche modo?”

“No, non credo”

“Bene –concluse Socrate – se quello che mi vuoi dire non è n è Vero, né Buono, né Utile, perché dirlo a me o a chiunque altro?”

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Proviamo a chiederci e a vedere cosa serve il pettegolezzo ….

Il pettegolezzo ha alcune funzioni. La prima è fondamentalmente catartica. Attraverso il pettegolezzo (che è parlare di qualcuno o di qualcosa con un carico di energia giudicante) scarichiamo la pressione interna, mentale ed emozionale generata dal rapporto con il nostro Giudice interiore.

Più o meno funziona così: la carica di aggressività con cui il nostro Giudice ci attacca e cerca di mantenere a tutti i costi il suo posto d’onore, viene deviata verso l’esterno. Questo permette al Giudice di mascherare il controllo nei nostri confronti mantenendo nell’inconscio i materiali pericolosi e nello stesso tempo scaricando l’accumulo di energia, che potrebbe provocare tensione ed ansia , verso l’esterno attraverso pareri negativi, giudizi e svalorizzazioni.

La seconda funzione, più subdola, è che attaccando qualcuno o qualcosa fuori di noi ci alleiamo inconsciamente con il nostro Giudice e per un po’ non sentiamo il nostro conflitto avendo l’impressione di sapere cosa è giusto o sbagliato e di essere detentori di elementi concreti e reali di valutazione.

Ma cosa c’è dietro al pettegolezzo?

Se cerchiamo di osservarne la meccanica ci accorgiamo chiaramente che esso è un modo inconscio di proiettarsi fuori di sé, dove l’effetto immediato è l’evitare e soprattutto l’evitare di sentire , che cosa, di una determinata situazione ci tocca , ha a che fare con noi, quali potrebbero essere le emozioni , le risonanze , i giudizi e i pregiudizi .

In breve il pettegolezzo ci permette di non sentire noi stessi e la nostra vulnerabilità.

Il pettegolezzo diventa così una valvola di sfogo assolutamente controllata dal nostro Giudice interiore e usata per nascondere la sua presenza.

Come ho detto prima il meccanismo di difesa che regola il pettegolezzo è la “proiezione” che ci serve per non sentire la nostra gabbia e i suoi limiti. E ancora di più, la proiezione ci serve per sentirci “buoni e giusti”, migliori degli altri.

Come possiamo allora intervenire su questo meccanismo che può produrre, se non smascherato, effetti deleteri sulle nostre relazioni?

Come sempre, il primo passo è riconoscere la presenza del meccanismo nella nostra vita, osservare i modi in cui si manifesta cercando di togliere qualunque giudizio in merito, perché è proprio questo stesso giudizio che ci impedisce di comprendere a fondo le caratteristiche del meccanismo e il suo funzionamento.

E per togliere di mezzo il giudizio è bene innanzi tutto riconoscere quali sono i giudizi che abbiamo, come si manifestano o si nascondono.

E per concludere ritorno alla storia iniziale su Socrate e introduco un quarto filtro: quello del Cuore.

Se ci troviamo in dubbio su quello che stiamo per dire su qualcun altro e se riconosciamo che spettegolare è una maniera per sfuggire a noi stessi e riconosciamo la carica distruttiva di quello che stiamo per dire, allora facciamo un passo e usiamo il quarto filtro …..

Cominciamo noi stessi (parafrasando Gandhi) ad essere la trasformazione che vogliamo vedere intorno a noi …..

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Liberamente tratto da:

A.E.Costantino – La libertà di essere se stessi – Ed.Tecniche Nuove

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