Polarità e conflitti

polarità

I conflitti interiori più insanabili non nascono dalla contrapposizione tra cuore e cervello, ma dal contrasto del cuore con sé stesso. Giovanni Soriano

Ritengo che una delle condizioni indispensabili della conoscenza, della felicità, del ri-trovare se stessi amandoci così come siamo e vivere finalmente una vita piena sia da ritrovare nell’idea del ricongiungimento delle differenze, ossia nella integrazione delle nostre polarità e nell’accettazione del conflitto come strumento di crescita.

Il conflitto può essere sano e creativo oppure confluente e sterile. Quest’ultimo si ha quando non si capisce se stessi e si accusano gli altri di qualcosa di cui siamo colpevoli mettendo in atto il meccanismo della proiezione: attribuisco a te parti di me che “non voglio” riconoscere.

Il conflitto sano si ha quando ognuno di noi è una persona integrata con una certa autoconsapevolezza e un chiaro senso di differenziazione.

Il conflitto nasce quando c’è un chiaro senso di disaccordo su qualcosa che tra di noi rappresenta un problema reale; non è il risultato della proiezione sull’altro di ciò che non siamo in grado di affrontare dentro di noi. Il conflitto sano, se gestito abilmente, produce dei buoni sentimenti tra le persone; è una situazione vincente-vincente e non vincente-perdente.

Inoltre il conflitto dà la possibilità di differenziare noi stessi dai confini di altre personalità. Molto spesso coloro che hanno profondi legami tendono anche a perdersi l’uno nei confini dell’altro, al punto da sembrare simili. Quando, invece, due confini chiaramente differenziati entrano in attrito, le persone vivono un felice senso di contatto.

Lo stesso vale per i conflitti intrapsichici o interiori. Quando vengono portati alla consapevolezza con chiarezza, i conflitti permettono alla persona di avere il senso della propria differenziazione interiore e, a livello di creatività, danno la possibilità di un comportamento integrato, un comportamento che è nettamente adattivo perché spazia nell’intera gamma di risposte tra poli estremi. La persona, in questo caso, è in grado di rispondere con flessibilità ad una varietà di situazioni che non rientrano in quella gamma. Al contrario le risposte polari sono generalmente limitate, povere di immaginazione e hanno scarsa relazione con gli stress della vita quotidiana. Il conflitto che si ripete in maniera stereotipata, senza soluzioni uniche, senza che si impari nulla, porta alla confluenza invece che al contatto con le persone.

Non si può parlare di conflitti senza parlare di polarità: immaginiamo l’individuo come un conglomerato di forze polari che si intersecano fra di loro.

Con un esempio molto semplificato, potremmo dire che una persona ha dentro di sé la qualità della gentilezza e anche la crudeltà, la durezza ma anche la dolcezza. Inoltre una persona non possiede solo un opposto, ma diversi opposti correlati fra loro. Per esempio, la crudeltà può non essere l’unica polarità della gentilezza; un’altra potrebbe essere l’insensibilità, l’indifferenza verso i sentimenti di un’altra persona.

Tutto questo è ovviamente correlato al retroterra del singolo individuo e alla sua percezione della realtà interiore che è costituita da realtà accettabili o inaccettabili per il sé.

Spesso il concetto che abbiamo di noi stessi esclude la dolorosa consapevolezza delle forze polari dentro di noi. Preferisco pensare a me stessa come ad una persona brillante piuttosto che noiosa, aggraziata anziché goffa, tenera e non rude, gentile e non crudele.

In teoria, la persona “sana”, che vive il suo ben-essere,  è un cerchio intero che possiede migliaia di polarità integrate e interconnesse, tutte fuse insieme. Essa è consapevole delle molte polarità dentro di sé, compresi quei sentimenti e quei pensieri che la società disapprova, ed è in grado di accettarsi così come è.

Questa persona dice a se stessa:” qualche volta sono tenera, ma nelle situazioni in cui sono minacciato mi piace molto la mia durezza. Quando sono in fila e qualcuno deliberatamente cerca di passarmi davanti non mi sento tenera e va bene così”.

Una persona può essere in genere aggraziata e tuttavia goffa in certe situazioni. Una persona integrata può scontrarsi con un cameriere in un ristorante senza dover dire a se stessa “che disastro che sono”.

Ci possono essere comunque dei “punti ciechi” nella consapevolezza di questa persona. Può riconoscere la propria dolcezza ma non essere consapevole della durezza dentro di sé. Quando questa durezza viene portata alla sua attenzione, può provare sofferenza, ma comunque essere disposta ad incorporare questa nuova idea di se stessa. Essa non sempre approva tutte le sue polarità, ma il fatto che è pronta a soffrire per conoscerle è un aspetto significativo della sua forza interiore.

Al contrario la persona in difficoltà con se stessa, che vive il suo mal-essere, ha una visione rigida e stereotipata di sé e non è in grado di accettare molte parti di se stessa. Essa rinnega le cosiddette polarità negative, cioè quegli aspetti di sé che è stata condizionata a ritener inaccettabili e tendo invece a proiettare queste caratteristiche sugli altri. Il fatto di diventare consapevole di queste polarità inaccettabili la rende ansiosa. Il risultato sono i sintomi nevrotici, laddove la nevrosi rappresenta la sua incapacità a controllare l’ansia.

Prova ora, se ti va, a rispondere alle seguenti domande… lascia che le risposte affiorino senza porre barriere con la mente …. Ascoltati potrebbe essere l’occasione per mettere a fuoco i tuoi punti ciechi …

  • Quale sentimento ho difficoltà ad accettare? …
  • Perché è inaccettabile per me? …
  • Cosa nascondo di me? …
  • Quando lo faccio e con chi? …
  • Cosa succederebbe se non mi nascondessi? …
  • Cosa fingo di me? …
  • Quando lo faccio e con chi? …
  • Cosa succederebbe se non fingessi? …

Manuali per “sopravvivere”

Stacks of books

Da sempre l’uomo si è “scontrato” con la necessità di elaborare le difficoltà che incontra nella vita.

A volte si tratta di difficoltà materiali, gravi a tal punto da minare la sua sopravvivenza fisica; altre volte si tratta di difficoltà emotive che altrettanto gravemente possono minare la sua sopravvivenza psicologica.

Per questo motivo, da che mondo è mondo, siamo tutti interessati a conoscere tecniche e strategie per risolvere i problemi del vivere.

Si inizia addirittura da bambini essendo la nostra educazione altamente infarcita da prescrizioni o orientamenti alla sopravvivenza che i nostri genitori ci trasmettono attraverso approvazioni e disapprovazioni, segnali d’allarme e di “via libera” …

Molte strategie che mettiamo in atto per sfuggire agli insidiosi trabocchetti del vivere quotidiano derivano da una rielaborazione soggettive delle conoscenze e competenze acquisite per prove ed errori. Sono queste, nella maggior parte dei casi, tecniche che valgono soprattutto per la persona che le utilizza poiché intimamente legate con la sua storia. Altre volte, invece, queste strategie sono condivisibili perché messe a punto sulla base di molte esperienze di persone diverse e quindi depurate da fattori troppo soggettivi.

Ogni tanto sui giornali o in libreria vengono pubblicati articoli o libri, che a volte diventano casi editoriali, che parlano di persone uscite (o che potrebbero uscire) da situazione altamente problematiche con l’aiuto di rimedi apparentemente un po’ folkloristici. Ora non ho nulla verso chi trova aiuto, fosse anche solo la consolazione di non essere unico in tali situazioni, in queste tecniche.

Mi chiedo, tuttavia, se esiste un modo, quando qualcuno ci propone una strada per la sopravvivenza, per valutare la reale efficacia del suggerimento senza aderire ad occhi chiusi sul “come” e “cosa” fare.

Ad esempio una modalità potrebbe essere quella di non soffermarsi sulle specifiche proposte che ci vengono fatte, cercando invece di capire quali sono i valori che esse contengono e se questi si adattano al nostro vero sentire. In questo modo il “manuale” potrebbe diventare una sorta di guida al proprio mondo interiore per sviluppare quella parte intuitiva di noi che conosce già tutte le risposte e magari scegliere quella proposta con la consapevolezza che è proprio “quella” arrivata al momento giusto.

Pensandoci bene i manuali di sopravvivenza hanno tutti un po’ ragione e il bello sta proprio nell’optare nella “soluzione” che sentiamo più vicino a noi in quel determinato momento. Gli stili di “sopravvivenza” sono tanti possono coesistere e cambiare nel tempo seguendo il flusso della vita personale.

A questo proposito può essere utile e perché no anche divertente questa specie di auto-test. Scegliendo un manuale piuttosto che un altro potremo avere una immagine approssimativa della nostra identità. Possiamo ad esempio scoprire di essere timidi e di aver bisogno di strumenti per stare bene in mezzo agli altri perché scegliamo volentieri manuali della serie “Come aver successo con ..” o “Migliora la tua capacità di …”

Oppure capiamo di essere particolarmente ansiosi perché ci indirizzeremo subito su manuali che ci dicono che senz’altro “si può”.

O ancora ci orienteremo su manuali più prosaici come pubblicazioni di sociologia o psicologia generale che ci inducono a formarci opinioni sulla vita, il suo significato con l’obiettivo di indicarci una strada per trovare il nostro posto nel mondo.

Insomma siamo immersi fino al collo in un mondo di messaggi, consigli, opinioni, suggerimenti di tecniche e strategie per sopravvivere …. Per venirne fuori c’è solo una strada: l’ascolto profondo della nostra parte più intima che ci può indicare la strada giusta, anche scegliendo tra le mille che gli altri hanno pensato per noi.

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Spunto fornitomi da

S.Gastaldi “La terapia degli affetti” – FrancoAngeli

Solo se Ascolto me, Ascolto te …..

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“Ascoltare è una forma di accettazione” S.T.Mann

Ascoltare è un’arte tra le più difficili. Sappiamo come siano rare le persone che sono veramente in grado di ascoltare, intendendo con questo com-prendere realmente quanto viene detto loro, tuttavia, capita qualche volta di incontrarne.

Si tratta di persone per le quali le parole che pronunciamo diventano dense di significato perché ci “vedono” e desiderano ardentemente aprire uno spazio di condivisione , facendoci sentire non più viaggiatori solitari spersi nel vaso mondo, bensì soggetti in cammino uniti da un comune destino.

Questo “ascolto pieno” va al di là delle parole pronunciate, perché include una attenzione più profonda non solo a quello che di verbale viene messo in comune ma anche verso tutti i canali analogici da noi utilizzati, perlopiù in modo inconsapevole.

Si tratta quindi di un ascolto a 360° che rivela una evidente capacità di empatia e un sincero desiderio di conoscenza di chi si ha di fronte.

Molto più spesso invece, quando iniziamo una conversazione con qualcuno, ci capita di non trovare ascolto e di non darne nemmeno, questo perché nella maggior parte dei casi, quando parliamo con un interlocutore siamo portati a ricercare l’eco delle nostre parole e il riverbero delle nostre percezioni.

Invece di ascoltare l’altro ascoltiamo noi stessi impedendoci di percepire veramente i messaggi di chi abbiamo di fronte. Interpretiamo i discorsi dell’altro e i suoi comportamenti secondo le nostre esigenze, volti soprattutto a trovare conferme e riconoscimento.

Il disaccordo delle opinioni ci disturba e ci predispone ad un atteggiamento di chiusura e sospetto. Ci proclamiamo curiosi delle diversità ma in verità siamo alla ricerca delle somiglianze e delle analogie.

La dissonanza degli intenti ci infastidisce, se poi unita a questa abbiamo sentore di biasimo e note giudicanti, l’inquietudine e l’irritazione prendono il sopravvento, rendendoci totalmente incapaci a costruire uno spazio di vera condivisione con il prossimo.

In molti casi il dissenso può sfociare in aperto conflitto che può lasciare una traccia indelebile nella relazione. Oppure, l’incomprensione genera una chiusura totale e ostile tra gli interlocutori che, se non risolta rapidamente, può portare alla rottura definitiva.

La difficoltà a comunicare è un argomento molto gettonato da coloro che si avvicinano ad una relazione d’aiuto e il nostro compito di operatori diventa una ricerca di strategie volte a facilitare nei clienti la consapevolezza e quindi la trasformazione di rigidi copioni relazionali in capacità di confronto.

La disponibilità all’Ascolto, come ho detto all’inizio, presuppone una buona dose di empatia; sintonizzarsi sui bisogni dell’altro “mettersi nei suoi panni” anche se manteniamo i nostri. Spesso invece siamo talmente concentrati sulle nostre convinzioni e pretese che le parole del nostro interlocutore diventano solo un fluire ininterrotto di suoni che neppure ci scalfisce; una sorta di rassicurante rumore di fondo che ci tiene compagnia.

Questa attenzione verso noi stessi, tuttavia, non va confusa con una effettiva capacità di contatto con la nostra sfera più intima e profonda. Molti di noi rifugge l’Ascolto di sé, quella decodifica del proprio “sentire” che favorisce appunto l’ascolto della propria voce interiore.

Si pensa tanto, si sente poco. La nostra consapevolezza è, troppo spesso, alquanto carente. Il più delle volte ci accontentiamo di una approssimativa raccolta dati, saltando frettolosamente alle conclusioni che spesso sono molto lontane alla realtà della nostra essenza più profonda. Questo perché vogliamo evitare di impegnare il cuore e la mente per paura di scoprire aspetti di noi che potrebbero non piacerci e per il bisogno, quindi, di coltivare una immagine di noi stessi idealizzata che possa garantirci l’apprezzamento da parte degli altri.

L’ascolto degli altri passa attraverso l’ascolto di noi stessi, un ascolto consapevole, profondo, senza evitamenti, senza nasconderci dietro illusioni o compiacimenti. Un ascolto congruente seguendo il ritmo dei pensieri e il battito del nostro cuore, abbandonando paure e insicurezze.

Se scaviamo con sincerità all’interno del nostro animo, al di là delle nostre ombre, troveremo un tesoro di risorse che potranno alimentare la nostra autostima e rafforzare le nostre competenze relazionali. L’altro non ci farà più paura e porci al suo ascolto vorrà dire veramente aprirsi ad un nuovo mondo.

Solo confidando in noi stessi, nella ricchezza della nostra vita interiore saremo finalmente in grado di avere accesso a questo altro mondo …..

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liberamente tratto da:

I.castoldi “Se bastasse una sola parola” URRA Feltrinelli

Ascoltare se stessi, per ascoltare meglio …

ASCOLTARSI

Gran parte dell’efficacia dell’ascolto deriva, oltreché dal sapere utilizzare le tecniche proprie dell’ascolto, dalla motivazione all’ascolto che abbiamo nei singoli contesti.

La motivazione all’ascolto è determinata essenzialmente dall’autostima e dalla considerazione che abbiamo dei soggetti coinvolti nella situazione secondo la logica del: “io sono OK – tu sei OK” ( nell’Analisi Transazionale le posizioni esistenziali”)

La consapevolezza di sé cresce gradualmente imparando a conoscere come parliamo a noi stessi, come si svolge il nostro dialogo interno. Se il dialogo interno è di carattere negativo ed è divenuto un “abito mentale”, le sue risposte si traducono in comportamenti non produttivi, difensivi, circoli viziosi, stress e soprattutto il livello di autostima diminuisce.

E’ importante ascoltarsi senza giudicarsi, essere i migliori amici di se stessi invece di essere i “peggiori nemici”. Capire quali credenze ci guidano o addirittura vivono la nostra vita. Ricordandoci che “nessuno può farci sentire inferiori senza il nostro consenso!”.

Spesso, quando si diventa coscienti di come si parla a se stessi, si è colpiti dal tono negativo del proprio dialogo interiore. Queste reazioni automatiche possono essere causa di comportamenti non produttivi che sfociano in chiusura, difesa, stress e poca determinazione. E’ difficile capire gli altri fino a quando non impariamo ad ascoltarci efficacemente.

Vivere con consapevolezza significa instaurare un accordo tra i nostri valori e i nostri obiettivi, agire in equilibrio con quello che siamo riconoscendo la propria specificità e autenticità.

La consapevolezza può portare alla com-prensione delle convinzioni sulle quali ci si basa per vivere.

Queste convinzioni possono sfociare nel pensiero che forze esterne controllano la nostra vita e che non siamo padroni di ciò che facciamo e proviamo.

Identificando i dialoghi interni non produttivi, possiamo riesaminare la convinzione che causa quel processo di pensiero.

Questo autoesame ci permette di imparare quando un determinato processo di pensiero è utile e quando è disfunzionale.

Nella vita noi formuliamo molto presto delle convinzioni che influenzano tutto il nostro comportamento e anche come ci parliamo internamento.

Ciascuno di noi per sentirsi OK mette in atto degli espedienti, chiamati in Analisi Transazionale “copioni”, “un piano di vita che si basa su una decisione presa durante la prima infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata dagli eventi successivi e che culmina con una scelta determinante”, che ci permettono di affrontare le difficoltà e i problemi di adattamento all’ambiente.

Alla base dei copioni ci sono gli “imperativi” calati nella nostra coscienza come eco delle “ingiunzioni” ricevute dai nostri genitori o educatori, che se da un lato sono funzionali alla nostra efficacia, dall’altro hanno aspetti negativi che ci allontanano dall’ascolto di noi stessi….

IMPERATIVO: SII PERFETTO!!

CARATTERISTICHE: Persone che hanno bisogno di sapere e controllare tutto. Temono la delega. Tendono ad essere sopraffatti dai particolari. Prendere una decisione risulta molto difficile.

ASPETTI POSITIVI: Senso dell’organizzazione

ASPETTI NEGATIVI: Perfezionista ad oltranza. Problemi nella decisione. paura di lasciarsi sfuggire un particolare che possa compromettere la completa conoscenza dell’argomento

ASCOLTIAMOCI: Non si può riuscire a fare tutto, né tanto meno al primo tentativo: accettiamo i nostri limiti. Accettiamo gli errori, possono essere fonte di insegnamento.

IMPERATIVO: SII FORTE!!

CARATTERISTICHE: Soggetti addetti all’arte di arrangiarsi, sta a loro individuare da soli la soluzione. Non si fanno condizionare dagli altri né dalle proprie emozioni.

ASPETTI POSITIVI: Tenacia , affidabilità e resistenza

ASPETTI NEGATIVI: Freddi, distaccati, controllati. Parlano delle emozioni ma non le esternano mai. Perenne lotta tra la “forza” e la “debolezza”

ASCOLTIAMOCI: le emozioni fanno parte della nostra vita. Rappresentano il motore della nostra attività e della nostra efficacia.

IMPERATIVO: SBRIGATI!!

CARATTERISTICHE: Persone che non hanno mai tempo. Hanno sempre qualcosa da fare e più sono sotto pressione più hanno l’impressione che le loro azioni siano utili e legittime. La fretta e i lavori all’ultimo minuto li stimolano moltissimo

ASPETTI POSITIVI: Velocità ed efficacia. Capacità di partire da capo di fronte all’imprevisto.

ASPETTI NEGATIVI: Bisogno di essere precipitosi per sentirsi gratificati. Ridursi all’ultimo momento.

ASCOLTIAMOCI: Abbiamo bisogno di tempo per decidere da soli i nostri obiettivi e portarli a termine solo così potremmo ottimizzare la nostra energia e la nostra efficacia. Abbiamo il diritto di non metterci sotto pressione!

IMPERATIVO: CERCA DI PIACERMI!!

CARATTERISTICHE: Persone che non trovano mai il coraggio di dire di “No”. A loro piace sentirsi amate, coccolate e sono propense a soddisfare le richieste che vengono loro rivolte.

ASPETTI POSITIVI: Flessibilità Capacità di adattamento

ASPETTI NEGATIVI: Dire di “Sì” quando si pensa il contrario. Non riuscire a manifestare chiaramente le proprie intenzioni.

ASCOLTIAMOCI: Solo concentrandoci sui nostri obiettivi potremo migliorare. Rispettiamoli!! Rispettiamoci!! Impariamo a dire di “NO!”

IMPERATIVO: SFORZATI!!

CARATTERISTICHE: Persone che continuano a provare. La vita è dura e difficile e ognuno deve farsi coraggio perché deve lottare e lavorare sodo per emergere.

ASPETTI POSITIVI: Costanza Testardaggine

ASPETTI NEGATIVI: Credere che se una cosa non è difficile non è importante

ASCOLTIAMOCI:Possiamo riuscire anche senza distruggerci! Rispettiamo i nostri ritmi personali e i nostri bisogni

La caccia è aperta…. Quale è il prossimo????

Le donne e l’autoaccettazione

vivere la vita 2

Uno dei problemi fondamentali della donna moderna del XXI secolo continua ad essere quello di accettare, rispettare e stimare se stessa. La mancanza di autostima impedisce a molte donne di impegnarsi con coraggio per i propri obiettivi e ideali.

Spesso è difficile e laborioso guardarsi in maniera sincera, accettarsi senza riserve ed esaminare la propria natura più autentica senza illusioni. Per farlo partner, amici o il mondo esterno possono solo fungere da catalizzatori, non possono tenere pronta la soluzione; ogni donna possiede la chiave, la sua chiave, per riuscirci. La responsabilità per la propria vita è unicamente sua. Questa può essere un acquisizione sconvolgente, ma allo stesso tempo anche straordinariamente liberatoria.

Camminando sulla strada dell’autodeterminazione un ringraziamento va fatto a Bert Hellinger, di cui non so molto ma quel tanto che basta per capire l’importanza del metodo delle “costellazioni familiari” nel rendersi conto in che modo, spesso drammatico, il presente di un individuo possa essere influenzato, anche a distanza di decenni, dalle vecchie radici familiari.

Se a quest’ultimo è stato continuamente trasmesso che le sue esigenze dovevano essere messe da parte per permettere agli “altri” di stare bene, l’individuo in questione avrà enormi difficoltà a trovare se stesso e a realizzare il proprio progetto di vita. Chi è stato sollecitato a più riprese a delegare la responsabilità della propria vita “agli altri”, avrà enormi difficoltà a prendere coraggiosamente in mano la propria esistenza. Specialmente le donne, a questo proposito, è necessario che superino vecchie forme di pensiero che determinano ancora, o tentano di limitare, il loro destino e la loro libertà.

Nei miei colloqui di counseling è impressionante vedere in quale misura le donne dispongano della capacità di soffocarsi in nome dell’armonia, di ritirarsi e ammutolire. Dall’esterno sembra dominare l’armonia, ma nella loro interiorità è tutto un fermento e un ribollire; e questa lava impedita a esplodere si raffredda e si indurisce con il passare del tempo.

Se non si dà spazio ai propri processi interiori o si reprimono i propri (legittimi!!!) bisogni, allora questi subiscono una mutazione . Divengono OMBRE. Ombre che ci circondano e inducono due tipi di sviluppi spiacevoli: ci impediscono di vivere spensierate perché ci fagocitano; e oscurano la Luce. Qualsiasi definizione si voglia dare alla luce, questa è la vera Forza nella quale è immersa la nostra vita e dalla quale la nostra vita trae nutrimento. Se le ombre vengono trasformate, la nostra luce appare più bella e radiosa e tutto nel suo insieme apparirà più luminoso.

Ovviamente, va da sé, che confrontarsi con le proprie forze oscure non è né semplice, né piacevole. Vederle negli altri è di gran lunga meno problematico. E’ anche molto più gradevole richiamare l’attenzione del nostro interlocutore sui suoi errori rispetto a subire un richiamo sulle nostre ombre o sui nostri errori. Ma sono proprio queste situazioni spiacevoli a essere i nostri migliori maestri. Ed è proprio dalle relazioni o dagli incontri difficili e dolorosi che ci costringono ad una sfida con la realtà, che possono arrivare i benefici, sempre ammesso che si dia loro spazio , che li si affronti e che si traggano insegnamenti da queste esperienze. In questo caso ci saranno più occasioni in cui si individueranno nuovi aspetti della propria personalità. Ci si avvicinerà al nucleo della propria identità e si svilupperà passo dopo passo la propria vera forza interiore da cui avrà inizio una nuova vita.

Tutto ciò significa: ACCETTA TE STESSA! Vivi i tuoi pensieri e attraverso loro la tua vita! Liberati dall’oppressione facendo tutto ciò con coscienza e amore. La “battaglia dei sessi” è un disconoscimento della reale problematica. AMA TE STESSA  e smettila di preoccuparti!

Solo tu stessa puoi fare in modo di ESSERE TE STESSA.

La vita ti aspetta. Abbi il coraggio di accettarti per come sei. La vita ti ha voluta così!!!!

Accettare i propri sentimenti….

accettare i propri sentimenti

Proseguendo nel cammino per ri-trovarsi un’altra tappa fondamentale è l’accettazione dei propri sentimenti qualunque essi siano.

Molto spesso le persone tendono a nascondere aspetti di sé di cui non vanno fiere e che hanno a che fare con l’esperienza di alcune emozioni quali il dolore, la rabbia, la paura, la gelosia, la sofferenza…

Come ha sottolineato Jung queste parti di noi tenute nascoste vanno a costituire la nostra “Ombra” e sono condizionate dal timore profondo che la loro manifestazione sarebbe criticata o avrebbe conseguenze terribili e spaventose.

Fin da bambini ci viene insegnato che è bene nascondere alcune emozioni e che esprimere le proprie “debolezze” emotive ci può esporre al rischio di essere vulnerabili.

I messaggi che abbiamo ricevuti sottesi a questa credenza sono:

  •  Non mostrare i tuoi sentimenti
  • I tuoi sentimenti possono spaventare gli altri
  • E’ pericoloso manifestare le tue emozioni

La paura di esprimere le proprie emozioni è ancora più netta, poi, se si è cresciuti in quei contesti familiari in cui sentimenti come odio e rabbia sono stati banditi. Ne consegue, quindi, che fin dall’infanzia si radica la convinzione di essere persone diverse da tutte le altre per cui sbagliate proprio perché si hanno fantasie o sentimenti negativi e inaccettabili.

 Una delle esperienze di cui le persone hanno più paura è quella del dolore.

Accettare se stessi significa accettare anche il dolore che può esserci dentro di noi e che spesso ha radici molto antiche. A volte ci rifugiamo nell’evitamento e nella negazione come difese che ci consentono di non far emergere i sentimenti dolorosi.

Quando proviamo un dolore intenso, fisico o psicologico questo prende tutta la nostra attenzione, rendendo difficile ricordare quando la sofferenza non c’era e immaginare di poter di nuovo sperimentare sensazioni positive.. E’ come se il dolore cancellasse tutto il passato e il possibile futuro. Siamo talmente presi nel gorgo del dolore e della paura che non ci rendiamo conto che esso viene ad ondate ed il nostro unico pensiero è rivolto a: quanto sarà forte? Quanto durerà? Sopravviverò?

Siamo davanti ad una scelta : cogliere l’opportunità di ri-conoscere la propria sofferenza attraverso i vissuti dolorosi, com-prenderne il significato integrandoli nella propria vita oppure ripiegare ancora una volta nella fuga lasciando questi aspetti nell’Ombra.

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A questo punto ti invito a provare il seguente esercizio: se ti trovi in un momento della tua vita in cui stai sentendo dolore e sofferenza per qualcuno o qualcosa prova a farti queste domande:

  • In quale parte del tuo corpo senti il tuo dolore e la tua sofferenza?
  • Se le tue lacrime potrebbero parlare cosa direbbero?
  • Cosa ti impedisce ti accettare questo dolore?
  • Cosa ti impedisce di superare questo dolore?

Prendi un foglio di carta e senza pensare troppo inizia a scrivere per almeno 15 minuti, non rileggere subito quello che hai scritto….

Prendi un altro foglio, sceglie un colore che senti in questo momento ti appartiene e prova a dare una forma al tuo dolore…..

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 Se si ha paura di soffrire, si finisce per soffrire di paura. Solo accettando il dolore possiamo verificare che l’onda fa il suo corso, alternandosi ad intervalli meno intensi che permettono il recupero dell’energia e del coraggio e che  ci ricordano “che passerà…” E’ d’aiuto in questi momenti usare affermazioni positive come : “quello che sento non è quello che sono…” piuttosto che concentrarsi su pensieri negativi come “durerà per sempre…”.

Per concludere: è fondamentale non negare i propri sentimenti, non rimproverarsi ed essere punitivi con se stessi, piuttosto cerchiamo di ascoltare i loro messaggi domandandosi se esiste un modo per soddisfare i propri bisogni senza entrare in conflitto con i propri valori. Dare la priorità al nostro bisogno più importante, senza giudicarsi per i nostri desideri contraddittori, significa riappropriarci della nostra interezza.

Anche quando abbiamo difficoltà ad accettare le nostre emozioni è comunque importante riconoscere le nostre resistenze: il primo passo per uscire da una situazione comincia proprio da dove ci troviamo.

Ri-conoscendo le nostre resistenze aumentiamo la consapevolezza e questo è un passo fondamentale verso l’integrazione.

Vivere pienamente

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“per una volta, quella donna vuole vivere, ma non sa bene cosa significhi. Si chiede se l’ha mai fatto. Se mai lo farà” Alice Walker

Prendo lo spunto da questa frase per una riflessione su una idea che molto spesso ci attraversa ma che altrettanto spesso non sappiamo cogliere nel suo intimo significato.

La maggior parte di noi vorrebbe “vivere pienamente”, ce ne riempiamo la bocca in ogni momento, ne facciamo la capolista degli obiettivi e desideri per ogni anno nuovo e tuttavia quando arriva il momento di mettere in pratica queste parole, scopriamo di non essere più così sicure del loro significato: che cosa vuol dire “vivere pienamente”? Lo abbiamo mai veramente saputo?….

La nostra tentazione è di correre a cercare la risposta nei libri: se riusciremo a trovare il libro giusto, allora sapremo cosa fare, in quanto siamo piuttosto abili nel seguire le istruzioni che ci vengono impartite. Oppure iniziamo a frequentare lezioni e seminari. Proviamo la meditazione oppure una dieta speciale, ci mettiamo a fare ginnastica o ci sottoponiamo a terapie alternative di vario genere. In altri termini, ancora una volta cerchiamo formule e risposte al di fuori di noi, pensando che da qualche parte ci dovrà pur essere un filtro magico in grado di regalarci il ben-essere.

Ad un certo punto, tuttavia, ci rendiamo conto, per una qualche misteriosa illuminazione, che, per quanto validi siano tutti i nostri approcci, dobbiamo ritornare indietro e ammettere che solo noi sappiamo come vivere pienamente. Possiamo accettare alcune indicazioni, ma, in ultima analisi, vivere la nostra vita dipende da noi.

E se impariamo ad ascoltarci, nel profondo del nostro animo noi sappiamo come vivere pienamente, anche se in pratica, non l’abbiamo mai fatto…..

Sui confini e sui limiti

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I limiti non sono fini a se stessi. I nostri limiti e confini servono a proteggere un territorio, una zona che ci appartiene, della quale vogliamo disporre liberamente e di cui ci assumiamo la responsabilità. La delimitazione non è fondamentalmente una questione di confini, ma di territorio da difendere.

I confini in senso concreto (da quelli territoriali di uno stato alla siepe del giardino) rappresentano il passaggio dal territorio di un altro. Così come accade con i confini in senso concreto, lo stesso avviene con i confini in senso figurato: anch’essi segnano il passaggio dal nostro spazio personale a quello di un altro individuo o al mondo esterno. Per questo motivo i confini determinano anche il nostro rapporto con gli altri, con il mondo in generale e anche con noi stessi.

Le tensioni e i conflitti sorgono sempre lungo le linee di confine. Chi conosce i propri limiti, li percepisce, li rispetta e ha il coraggio e la forza sufficienti a segnalarli e difenderli può garantirsi un’esistenza armoniosa e pacifica con gli altri e con se stesso. Percepire e rispettare i nostri limiti e confini ci impedisce di chiedere troppo a noi stessi e, al contempo, ci permette di sviluppare al meglio le nostre possibilità, di evolvere e di assicurarci lo spazio che ci spetta nella nostra esistenza.

L’idea di essere limitati non suscita grande entusiasmo, tanto meno in un’epoca nella quale il delimitare se stessi viene confuso con il limitare le proprie potenzialità, un’epoca dominata dall’idea di possibilità illimitate e da tutte le conseguenze che essa genera: costante senso di insoddisfazione, richieste eccessive poste a se e agli altri, non essere mai nel “qui e ora”.

All’ideologia dell’illimitatezza appartiene anche l’illusione di poter raggiungere qualsiasi traguardo, e dico qualsiasi, se solo lo si desidera. E se non si riesce ad ottenere il massimo dei risultati, significa semplicemente che non ci si è sforzati abbastanza …

L’ideologia del “no-limits” serve in primo luogo a giustificare i forti e i potenti.

Ma dove si trovano esattamente questi nostri limiti? Molte persone, spesso troppo sensibili,coloro incapaci di percepire se stessi con l’attenzione sempre rivolta verso l’esterno non conoscono affatto i propri limiti e, di conseguenza non sono in grado di rispettarli o di difenderli dagli altri.

Così facendo, spesso pretendono da se stessi troppo o troppo poco, percepiscono gli altri come invasori del proprio territorio oppure, a loro volta, invadono lo spazio altrui senza rendersene conto.

Una persona che ha rinunciato via via a percepire se stesso e il proprio corpo pur di adattarsi all’ambiente che lo circonda, finisce per perdere anche il contatto con i propri limiti fisici. E’ ovunque e in nessun luogo, mai nel proprio corpo.

Di questo si rende conto solo quando è troppo tardi, quando ormai ha preteso troppo da se stesso, è andato un’altra volta oltre i limiti.

In tal caso il suo corpo si fa sentire attraverso dolori e sintomi e questo a sua volta non rafforza certo il suo entusiasmo nel percepire se stesso.

Molte, troppe persone sono animate da una sorta di ambizione interiore. La nostra ansia di perfezione ci induce spesso ad andare oltre e ci porta ad esaurire le forze ancor prima di renderci conto di cosa stiamo facendo.

Questa pretesa eccessiva non è priva di conseguenze: all’improvviso compare un disagio generale spesso accompagnato da sintomi di vario genere. A quel punto siamo costretti a limitare le nostre forze, poiché ci sentiamo deboli e privi di energie. Tutto costa troppa fatica.

Ecco allora che ci chiudiamo di fronte al mondo e alle sue pretese eccessive: ci ritiriamo in noi stessi, ben all’interno del nostro territorio chiudendo ogni apertura, alzando muri, cessando ogni scambio.

Ci sentiamo incapaci di raggiungere alcunchè e soprattutto di difendere i nostri confini . Unica soluzione possibile rinchiudersi in una torre d’avorio al riparo dal mondo esterno.

La soluzione? Imparare ad ascoltarsi a 360° , imparando a decifrare tutti i possibili segnali di disagio emotivi e fisici ed agire di conseguenza prima di essere invasi e prima che la corda che teniamo fra le mani tirando tirando si spezzi …..

“Uno non ha che dichiararsi libero, ed ecco che in quello stesso istante si sente limitato. Abbia solo il coraggio di dichiarasi limitato, ed eccolo libero.” Goethe

Amare se stessi per essere se stessi

amore per sè

 

Vuol dire sapersi interrogare ed ascoltare. Conoscersi. Vuol dire verificare se le risposte, gli atteggiamenti, i comportamenti, le scelte, i desideri, i bisogni che riconosciamo abitualmente come nostri, nostri lo sono veramente. Se corrispondono cioè alle nostre attitudini, alla nostra natura più intima e segreta, alla nostra sensibilità.

Essere se stessi vuol dire cambiare se non ci corrispondiamo. Fare ciò che realmente ci interessa e ci appassiona. Divenire la persona che più profondamente aspiriamo ad essere.

Questa decisione porta delle conseguenze: scoprire l’impagabile sensazione di essere liberi e in armonia con se stessi, trovare subito e spontaneamente una maggiore determinazione, una maggiore energia, ottenere validi risultati nelle attività che vorremo intraprendere, sentirci meglio nella nostra dimensione fisica.

Essere se stessi vuol dire ancora saper agire senza dover attendere autorizzazioni o investiture, cercando di esprimere al meglio tutto il nostro potenziale.

Essere se stessi è una formula che non può comprendere alcuna regola o principio, ma che invece rispetta e rispecchia l’evoluzione interiore di ogni persona.

Essere se stessi testimonia anche un riconoscimento di valore e di significato alla nostra vita che riveste un’importanza fondamentale; che raggiunge il confine con l’amore per noi stessi.

Noi siamo importanti, in quanto espressione della vita che da sempre, nel tempo e nello spazio, in infiniti modi si manifesta. Le relazioni che sviluppiamo e stabiliamo con noi stessi, con il nostro personaggio, con la nostra immagine nei suoi lineamenti fisici e psicologici, sanno il senso alla nostra esistenza. Possiamo accettarci, migliorarci, vivere. Oppure rifiutarci e fermarci.

La nostra verità interiore è la realtà più sicura ed autentica da cui possiamo partire. Dobbiamo riconoscere l’importanza, la meraviglia e il significato della nostra vita per il solo fatto di esistere e di partecipare all’espressione della grande Vita che si manifesta in infiniti modi fuori e dentro noi; nei colori, nelle luci, nelle forme, nei suoni, nel divenire, nelle complesse interrelazioni, nel silenzio, nella continuità, nel cambiamento.

Ascoltiamo e guardiamo con libertà interiore. Diveniamo consapevoli del valore della nostra presenza, dei nostri atteggiamenti, di tutto ciò che esprimiamo, di ogni nostro gesto, oltre che del nostro lavoro.

Ha valore un sorriso, il complimento e l’apprezzamento delle cose belle e buone che vediamo.

Ha valore una carezza, il contatto, il calore del tuo corpo per il corpo e la vita interiore degli altri.

Ha valore la disponibilità , l’affetto e la comprensione.

Hanno valore a volte la calma, a volte l’entusiasmo. In taluni casi ha valore anche una risposta ferma che ci liberi da ambivalenze e ambiguità.

Ha valore aver cura del nostro corpo; ascoltarlo, impararlo, apprezzarlo per lo straordinario lavoro che compie ogni giorno e ogni notte di tutta la nostra esistenza; assecondarne i ritmi e le esigenze, in quanto strumento fondamentale di esperienze e di conoscenza: noi conosciamo il mondo attraverso i nostri sensi. Perché è fonte di piacere. Perché attraverso il corpo comunichiamo e sviluppiamo le nostre relazioni con il mondo.

Amare se stessi non è dunque egoismo. L’armonia personale è anche un bene sociale, è il fondamento di una buona società….

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