Mese: aprile 2014

Sovraposizionarsi: alta autostima fragile

alta autostima

Continuando l’articolo di ieri, parliamo oggi di quelle persone che apparentemente sembrano dotate di una grande autostima; queste persone presentano in realtà le stesse fragilità di quegli individui descritti nel post precedente. Tuttavia il loro modo di lottare con i propri dubbi è diverso.

Di qui un’aggiunta di altre caratteristiche più sfavillanti: tentativi di brillare, dominare, farsi amare e ammirare, caratteristiche che si accatastano sopra le inquietudini dell’autostima. Ma, purtroppo, il tutto sfocia in una costruzione sbilenca, che spesso crolla miseramente.

In queste persone, gli sforzi per mantenere l’autostima ad un livello elevato fungono da meccanismo di difesa per non rendersi troppo conto dei propri limiti o per non doverli accettare.

I confronti sociali sono, anche in questo caso, costanti: verso l’altro si diventa gelosi; a volte, per ridurre lo scarto si sminuisce, non innalzando se stessi, ma abbassando l’altro.

Come comprendere e definire queste forme di alta autostima fragile? A seconda dei ricercatori vengono denominate in modi diversi: instabili, insicure, difensive, false …  Tuttavia studiare queste persone non è semplice. Prima di tutto evitano accuratamente ogni tipo di percorso di crescita o psicoterapeutico , in secondo luogo non sanno mai chiaramente loro stesse come funzionano.

Convinti che in materia di giudizio sociale la miglior difesa sia l’attacco, questi soggetti dedicano maggiori sforzi alla promozione della propria autostima che non ad una solida costruzione di essa. Si lanciano volentieri nell’azione, per via delle loro notevoli esigenze di gratificazione, ma soffrono di una forte intolleranza agli insuccessi, s di una complessiva difficoltà a mettersi in discussione: troppo costoso, troppo rischioso.

Di fronte ad un dubbio, cercano di preservare il loro rango ad ogni costo, di assumere la posa, di adottare la postura della dominanza.

Questa sopravvalutazione di sé esprime il tentativo di costruire un “io eccezionale”, personaggio sociale che protegge la persona sottostante, assai più fragile.

Questo “io eccezionale” ha un gran bisogno di riconoscimento distinguendosi dal gruppo : “Se mi accontento di essere normale sprofonderò. Devo mettermi in vista, al di sopra degli altri. Così sarò protetto, e non mi potranno avvicinare troppo, sarò troppo in alto o troppo impressionante. Si vedrà solo la mia immagine, il mio personaggio, che tengo sotto controllo”.

Imporsi per proteggersi ….. Vi è quindi piuttosto spesso nelle forme di alta autostima fragile, un disagio di fronte ad ogni forma di avvicinamento : dal momento che si cerca di costruire un’immagine forte e dominante, la vicinanza e l’intimità rappresentano dei pericoli.

Ovviamente queste strategie generano stress e hanno un costo emozionale molto elevato. L’ossessione di riconoscimento e di prestazione rappresenta un eccesso di investimenti in termini di energia interiore. Di qui  un’usura e un infragilimento, oltre a frequenti manifestazioni ansiose, in concomitanza con le aspirazioni dell’autostima verso l’alto: per paura di non arrivarci o di essere smascherati.

Ma anche un rischio depressivo, in concomitanza con le brusche prese di coscienza della fragilità della propria autostima o in occasione di forti affaticamenti legati alla difesa permanente del proprio personaggio.

Questa forma di alta autostima fragile e il loro logorante sovra posizionamento rappresentano per il soggetto una situazione senza via d’uscita che è addirittura peggiore di quella determinata dalle forme di bassa autostima. Una volta che si è protetti da un simile gioco di ruolo, come si può uscire dal proprio personaggio? Come diventare sinceri ed avanzare a viso scoperto? Dopo che ci si è nascosti per tanti anni e la cosa ha funzionato. E, d’altra parte, perché assumersi un rischio del genere? Che cosa ci si guadagnerebbe???

La figura estrema di questa categoria è il “narcisista” che gli psichiatri definiscono una forma di ipertrofia dell’autostima.

Queste persone sono convinte di essere superiori agli altri , e di meritarsi il meglio: trattamenti migliori, posti migliori. Convinti altresì di dover beneficiare di diritti superiori, dal momento che sono superiori.

Del loro successo non traggono fierezza ma serve solo a gonfiare oltre misura il loro ego. Essi compiono molti sforzi per dimostrare di non essere persone qualsiasi, e cercare di catturare sistematicamente l’attenzione, cosa che peraltro riesce loro spesso, con un certo talento.

Preoccupate di ottenere molto in termini di rispetto e di attenzione, le personalità narcisistiche in compenso non si curano troppo delle nozioni di reciprocità, ascolto ed empatia. L’altro esiste soltanto some spalla, come avversario, come ostacolo.

Il massimo della cecità dell’autonomia. Nessuna via d’uscita, né per resistere né per progredire ….

Autostime vulnerabili: quelle basse e quelle false

autostima alta bassa

Immagine: Simon Howden / FreeDigitalPhotos.net

“Lo spirito del dubbio sospeso

sopra la mia testa, veniva a instillarmi

nelle vene una goccia di veleno..”

A.de Musset

Molti di noi soffrono di una forte sensazione di vulnerabilità. In questo caso ci sentiamo minacciati dal semplice svolgersi della vita quotidiana e delle sue vicissitudini: i piccoli rischi ai quali ci si espone (sbagliare, fallire, avere torto, trovarsi coinvolti in una situazione competitiva ..) evocheranno per noi altrettante minacce.

Questa sensazione di fragilità può portarci a compiere mille errori: il primo è quello di porre l’immagine e l’autostima al centro delle nostre preoccupazioni e dei nostri sforzi, dal quale deriva la segreta ossessione di sé. Il secondo risiede nella tentazione di difendere a ogni costo la propria autostima e di ricorrere in modo sistematico ad un atteggiamento offensivo (per promuoverla) oppure difensivo (per proteggerla).

Queste due strategie differiscono esteriormente, ma in realtà poggiano sulle stesse basi: una sensazione di vulnerabilità, consapevole nel primo caso, che è quella delle forme di basa autostima, e meno consapevole, se non addirittura totalmente inconscia, nell’altro caso, che è quello delle forme di alta autostima fragile.

Che siano autostime alte e fragili o basse, questi due profili di autostima sono così vicini che a volte si può assistere ad un passaggio dall’uno alla’altro a seconda dei periodi della vita.

D’altro canto questi due profili possono anche coesistere nello stesso momento nella medesima persona secondo le situazioni: ci si può comportare in base alle regole di un’autostima con i familiari (vantarsi, sputare sentenze, pavoneggiarsi) ma adottare i riflessi di una bassa autostima con gli sconosciuti o con persone che incutono soggezione.

Un esempio di questa mescolanza talvolta stupefacente: i timidi, nei quali comportamenti i bassa autostima in un contesto sociale possono coesistere con un’alta autostima nelle fantasticherie. A volte presentano anche dei soprassalti di rivolta o di incoscienza, soprassalti che alla fine lo spingono ad osare, dotati come sono di quella leggendaria “audacia dei timidi”, che purtroppo per loro è rara e imprevedibile.

Uno dei comportamenti più comuni di chi è dotato di poca autostima è l’arte di “sottrarsi”: lo sminuirsi.

Mi diceva E. all’inizio del suo percorso:

“Sono assolutamente convinta di valere meno degli altri. In tutti i campi fisico e psicologico. E’ semplice: se qualcuno mi fa dei complimenti, in me si scatena un disagio fisico. Un desiderio di fuggire o di mettermi a piangere. Se qualcuno si interessa a me, mi dico che è per sbaglio, perché la persona in questione non sa ancora chi sono in realtà. E passato il primo momento di riconoscenza vengo sopraffatta dall’angoscia: che cosa farò di quella stima che sembra tributarmi?Quanto tempo ci vorrà perché la deluda e ricada quindi nell’anonimato?”

Quanto espresso è un esempio esemplificativo di come le persone con una bassa autostima  sono cieche a tutto quello che di buono e di bello e degno di stima vi è in loro. Non si tratta di un delirio, non si inventano i propri difetti, non li creano di sana pianta: sono proprio lì tutte quelle manchevolezze e limitazioni. Ma sono quelle di tutti, più o meno. Solo che nelle persone con bassa autostima, manca la capacità di relativizzare, nessuna distanza, nessuna clemenza nei confronti di queste incrinature.

E gli altri vengono osservati e sorvegliati, ma non per vedere come facciano a vivere bene con i loro difetti. Li si sorveglia perché ci si dedica costantemente al gioco malsano dei confronti sociali: non solo malsano, ma anche obliquo, perché si guarda e si vede negli altri solo il meglio. Di conseguenza il confronto è più doloroso.

In che modo vivere dunque? Innanzitutto è necessario evitare i rischi. Unica parola d’ordine: la protezione dell’autostima. Se si osa cercare un qualche riconoscimento del proprio valore, lo si fa con prudenza, evitando qualsiasi rischio di fallire. Si agisce con cautela, senza assumersi il minimo rischio. Si cerca l’accettazione ad ogni costo, si cerca di farsi accogliere e apprezzare, piuttosto che dimostrarsi combattivi o intraprendenti. Si evitano i conflitti, e tutto quello che potrebbe provocare un rifiuto: esprimere il proprio parere, chiedere qualcosa che potrebbe disturbare. Insomma si dipende molto dalla benevolenza altrui e a forza di pensare a che cosa pensano gli altri di noi, ci si dimentica di pensare a se stessi.

La bassa autostima è una forma di alienazione: non c’è da stupirsi se alla fine si ha la sensazione di essere vuoti e noiosi. In fondo si passa la vita a forza di impedirsi di esistere, obbedendo alla logica del “soprattutto non farmi notare né rifiutare”.

La loro scelta è quella della “rinuncia”, sottrarsi e posizionarsi al di sotto delle loro capacità è il loro pane quotidiano. Queste persone hanno sviluppato una vera e propria arte di evitare il rischio del giudizio sociale: quello che conta è restare incollati al gruppo, non cercare di smarcarsi, o di farsi sganciare. La loro mancanza di fiducia consiste in questo:agire il meno possibile, per paura non solo di fallire, ma anche delle conseguenze sociali del fallimento.

A forza di evitare i fallimenti, però, si evita di agire. E in questo modo si evita anche il successo con una conseguente reale svalutazione, lave a dire non solo una sensazione, ma una vita oggettivamente meno ricca e intensa.

Un altro rischio precipitare nella frustrazione e nell’amarezza, a forza di rinunce, a forza di vedere che gli altri, non migliori di noi, ci superano, ce la fanno, riescono, assaporano ed esibiscono il loro successo ……

 

…. Seguimi nel prossimo post parleremo del sovra posizionamento delle persone con un alta (apparente) autostima ….

 

L’umorismo e l’arte di sdrammatizzare

clown

Il senso d’ironia è una grande garanzia di libertà.
Maurice Barrès

La capacità di ridere di se stessi presuppone che si sappia in genere su cosa si possa ridere.

Ridiamo spesso volentieri delle disavventure degli altri soprattutto quando ne sono i diretti responsabili. Si parla di “terzo che gode” riferendosi ad una persona estranea alla situazione, che osserva una lite e ne ride proprio perché non ne è coinvolta. Il provare gioia per il male altrui è una forma aggressiva di umorismo.

Nella comicità, nell’ironia e quindi nell’autoironia, c’è bisogno di distanza, ma anche di compassione, bisogna vedere l’altro non come uno stupido che commette degli errori che noi non faremmo mai, bensì come una persona cui è capitato di sbagliare come potrebbe succedere a chiunque. Dovremmo sentirci partecipi della situazione dolorosa che l’altro sta vivendo, e allo stesso tempo, non essendo direttamente coinvolti, riconoscere le circostanze che lo hanno portato all’errore.

Per sviluppare un vero senso dell’umorismo, ci si deve conoscere bene ed essere disposti a prendersi in giro esattamente come faremmo con gli altri.

Una dimostrazione a questo riguardo è proprio la capacità di esagerare i nostri errori abituali ridendoci su, uno stratagemma che nella vita di tutti i giorni può aiutarci a tollerare meglio i nostri insuccessi. Forse in questo modo capiremo che siamo proprio noi a fare in modo che ci capitino sempre le stesse disavventure, acquisiremo più controllo e potere decisionale sulla nostra vita, ci rilasseremo diventando più tolleranti verso noi stessi.

La comicità e l’improvvisazione si influenzano a vicenda, e allo stesso tempo offrono possibilità e suggerimenti per la vita di tutti i giorni che ci avvicinano all’umorismo, sollevandoci dall’inerzia.

Se interrompiamo le nostre abitudini, la vita può cambiare e la gioia aumentare. A questo proposito perché non utilizzare alcune strategie proprie dell’arte comica inserendole nella vita quotidiana?

L’esagerazione è la base della comicità dalla quale discendono la maggior parte delle altre tecniche

Partendo ad esempio dal fare la caricatura di alcuni rituali personali o comportamenti ricorrenti, fino a sdrammatizzare le situazioni stressanti e cogliendo solo l’aspetto comico degli eventi.

Possiamo scoprire tante possibilità comiche in noi stessi. Proprio quando qualcosa va storto, possiamo provare a celebrare la sconfitta trovando forze creative che ci diano energia. Se siamo in grado di accettare i fallimenti e le disavventure che incontriamo nella nostra vita, finiamo con il temerle meno e col liberarci così da paure inutili.

Autoironia come sdrammatizzazione del proprio ruolo e leggero umorismo diretto alla propria persona significa quindi conoscenza dei propri limiti. Quando si riesce a ridere per qualcosa, nel nostro organismo si verifica una scarica di tensioni accumulate che nella mente producono il benefico effetto di sdrammatizzare quello che appariva come un groppo difficile da digerire. Dunque ridere è come versare del lubrificante negli ingranaggi. Tutto tende a divenire meno complicato e più alla portata di qualche soluzione positiva. Avere il dono dell’umorismo è come essere fornito di un passaporto che ci fa superare facilmente molte frontiere senza pagare prezzi esorbitanti.

L’umorismo aiutandoci a scaricare le tensioni ci insegna a relazionarci meno drammaticamente con il mondo e ad avere anche un rapporto migliore con noi stessi. L’autoironia è un segno di equilibrio, di maturità e di saggezza. Chi sa ridere di sé si presenta nel modo migliore agli occhi degli altri e facilità le relazioni smussando i contrasti.

Accettarsi e riuscire a prendersi in giro significa amare se stessi così come si è: riuscire a farlo è indice di una personalità che sa giocare con se stessa e con gli altri.

L’umorismo è una forma particolare di autorappresentazione di sé che ci costringe a guardarci da angolature sempre diverse e che ci permette di riprendere la nostra vera essenza umana, scrostandola da tutte quelle false facciate che adottiamo per vivere in società.

Lavorare sul proprio umorismo, quindi, vuol dire rimettersi in gioco continuamente, e questo non significa affatto dimenticarci del nostro ruolo nella vita ordinaria, ma semplicemente non viverlo in modo totalizzante e annullante. Se riusciamo a fare questo, riusciamo anche a guardare il resto del mondo che ci circonda con un occhio diverso, leggero e divertito, impariamo a comunicare e condividere con gli altri questa nostra particolare visione, migliorando le nostre relazioni e di conseguenza il nostro Ben-Essere.

 

 

Accettare quello che è accaduto in passato

dolore ter

Un principe possedeva un enorme diamante di cui andava fierissimo. Questa pietra preziosa era costruita in una teca protetta.

Un giorno il principe chiese ad un suo servo di portargli il diamante, perché desidera ammirarlo più da vicino. Prendendolo tra le mani, quale non fu il suo stupore nello scoprire un enorme graffio sulla parte del diamante che di solito non vedeva!

Il principe divenne molto infelice; non riusciva a smettere di pensare a quella pietra preziosa e al difetto di cui non era stato consapevole. Decise di radunare il consiglio e di esporre il problema.

Alcuni consiglieri volevano avviare una grande indagine per trovare i colpevoli, quelli che avevano rigato il diamante. Altri intendevano creare una commissione scientifica per cercare di capire cosa potesse essere più duro del diamante e graffiarlo. Altri ancora suggerivano di rimettere il diamante nella teca e cercare di dimenticare che avesse un lato imperfetto.

Il consigliere più anziano e più saggio prese la parola: “Vostra maestà, credo che la soluzione migliore consista nell’utilizzare questo difetto nel diamante per farne qualcosa che ne aumenti il valore”.

Tutti i consiglieri si misero a ridere di questa proposta, che giudicavano stramba. Il principe fece loro segno di tacere e si rivolse all’anziano: “E come pensi si possa fare?”.

“Vostra maestà, conosco un orafo incredibilmente dotato che abita nei dintorni. Potremmo farlo venire”. “E sia – disse il principe – lo si vada a chiamare”.

Si vide allora arrivare un artigiano vestito con semplicità, dallo sguardo caloroso e dal  sicuro. Quando gli fu presentato il problema, rispose che poteva fare qualcosa. Il principe non si sentiva molto rassicurato, ma ripose fiducia nell’orafo.

Tre giorni dopo, l’artigiano andò dal principe reggendo su un vassoio coperto di velluto il diamante, che scintillava di mille luci. Dal graffio l’uomo aveva ricavato lo stelo di una splendida rosa che aveva inciso nel diamante; era riuscito a creare il fiore in modo tale da aumentare la bellezza e lo splendore del diamante.

Il principe era meravigliato. Ricompensò l’orefice e ordinò di riporre nuovamente il diamante nella teca, con il lato inciso in evidenza, per poterlo ammirare. Non c’era più nulla da nascondere, il graffio “della vergogna” era diventato il supporto di una splendida rosa…

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Questa metafora riassume bene quanto può succedere quando accettiamo quello che è stato in passato.

Alcuni, come i consiglieri del principe, vogliono trovare i colpevoli, smascherarli, punirli … farlo tuttavia non cambia ciò che è.

Altri vogliono capire il perché, perché io, da dove deriva? Si arriva a risalire nel tempo, magari per trovare l’origine del problema alcune generazioni prima. Questo non cambia ciò che è.

Infine, come i consiglieri del principe, un gran numero di persone preferisce “dimenticare”: è passato, è finito, non parliamone più. Neanche questo cambia ciò che è. Tutte queste strategie seguitano ad alimentare una sofferenza non accettata.

L’unica via che permette di andare verso la serenità consiste nel confrontarsi con il proprio dolore, i rimpianti, il rancore, l’odio, la paura, accettarne l’esistenza e il fatto che spesso abbiano buoni motivi per esistere,

E’ poi necessario esprimerli, parlandone a qualcuno (un percorso di Counseling può aiutarti a fare questo), mettendoli per iscritto, disegnandoli, dipingendoli, scolpendoli, interpretandoli, cantandoli … insomma, dando loro una forma al di fuori di noi.

Occorre poi guardarli in faccia, considerarli come materiale da costruzione e cercare di capire cosa farne.

Una volta trovato il modo di procedere a questa sublime alchimia che consiste nel trasformare la sofferenza in compassione, il dolore del passato può essere accettato pienamente e la nostra vita essere finalmente vissuta per intero ….

A proposito di Assertività

ASSERTIVITA

 

” La differenza di fondo tra l’essere assertivo e l’essere aggressivo sta nel come le nostre parole e il nostro comportamento intaccano i diritti ed il benessere degli altri” S.A.Bower

L’assertività viene definita prevalentemente come una competenza sociale che caratterizza colui che realizza se stesso manifestando le proprie doti ed esprimendo le proprie esigenze nel contesto relazionale.

Tra le varie definizioni di assertività proposte questa mi sembra la più completa:

“capacità individuale di riconoscere le proprie esigenze (o i propri diritti) e di esprimerle con efficacia, mantenendo, nel contempo,una positiva relazione con gli altri; legittima e onesta espressione dei propri diritti, sentimenti, convincimenti e interessi, evitando la violazione o la negazione dei diritti degli altri”.

L’assertività viene descritta da vari autori lungo un continuum  comportamentale  che va dalla “passività” all’”aggressività”nella zona intermedia ed è fondata sul rispetto e l’autoresponsabilità.

Il soggetto con un comportamento assertivo è colui che è capace di avere un atteggiamento positivo verso se stesso e verso gli altri e di riconoscere, rispettare ed esprimere i propri bisogni nel rispetto di quelli degli altri.

La persona assertiva si esprime in modo efficace e autentico, sa ascoltare e chiedere chiarimenti. Si assume la responsabilità di quanto dice o fa, accetta le critiche costruttive, rifiutando quelle manipolative o svalutanti. Rifiuta di fare ciò che non desidera e persegue coerentemente i propri obiettivi. Entra in contatto con le sue emozioni, sa accettare le sconfitte. Tutto questo assicura una maggiore consapevolezza e serenità nell’affrontare le situazioni quotidiane problematiche facilitando le relazioni aumentando così la soddisfazione e il ben-essere personale.

La filosofia di vita della persona assertiva è la seguente:

•  Non mi aspetto che gli altri si comportino come io vorrei

•  È un diritto dell’altro fare richieste

•  È un nostro diritto rifiutare

•  È un diritto comunicare le emozioni.

 

Relazionandoci agli altri avendo ben in mente questi principi, evitiamo di sentirci frustrati ogni qual volta le nostre aspettative non sono soddisfatte, impariamo a fare serenamente delle richieste, ad esprimere i nostri desideri accantonando la paura del rifiuto, a rispondere all’altro con empatia anziché con amarezza o aggressività. Dobbiamo partire dal presupposto che non possiamo cambiare gli altri ma possiamo cambiare noi .

Essere assertivi, dunque significa avere un comportamento efficace ed adeguato per ottenere il risultato desiderato, comunicarlo con autenticità, rispettando il proprio interlocutore.

Il Counseling può aiutare a sviluppare la propria assertività in modo da poter comunicare ed avere un comportamento che consenta di affermare se stessi, pur rispettando l’altro. Inoltre aiuta a trovare strategie efficaci per la soluzione dei problemi e ad acquisire maggiori competenze utili a risolvere i conflitti con una comunicazione adeguata nelle varie situazioni che le relazioni quotidiane ci propongono.

 

Durante il percorso di Counseling verranno infatti potenziate tutte quelle strategie che conducono all’acquisizione di un “sano” comportamento assertivo quali:

  • Migliore conoscenza di se stessi e capacità di osservazione dei propri comportamenti manifesti e nascosti;
  • Costruzione di una buona immagine di sé superando paure ed inibizioni
  • Apprendimento di una comunicazione sicura ed efficace, potenziando le proprie capacità interpersonali;
  • Realizzazione di un comportamento equilibrato e costruttivo che non sia connotato da passività o aggressività e che sia frutto di scelte responsabili.

 

Ricordiamo sempre che l’ Assertività non è un modo di imporsi sugli altri bensì una forma di Autoaffermazione.

 

 

 

Saper dire di “No!”

dire di no

Oggi un post che vuole essere un memento principalmente per me, eternamente in bilico tra l’ascolto dei miei bisogni e il “dover” compiacere gli altri per paura di non essere amata per quello che sono…..

E’ molto importante saper dire “NO” al momento giusto. Non riuscire a negare qualcosa , quando desideriamo farlo, significa dare maggiore importanza ai bisogni delle altre persone, invece che ai  nostri.

Dire “No” quando è quello che si sente, diventa una forma di rispetto e di onestà oltre che verso noi stessi anche verso gli altri.

Le fondamenta del saper dire “No” risiedono nella capacità di essere assertivi. Quando una persona “asserisce” qualcosa, la afferma con convinzione e tenacia, pienamente convinta di ciò che sostiene e con la completa assunzione della responsabilità di quel comportamento e di quella affermazione.

La persona assertiva non è accondiscendente né oppositiva, bensì onesta e sincera nell’affermare ciò che è disposta a fare o non are avendo ben chiare le sue priorità, le sue esigenze e la sua disponibilità.

Tuttavia, dire “No” rappresenta un problema per la maggior parte delle persone, poiché la parola è legata emotivamente al rifiuto personale. Inoltre ci sono anche i molti condizionamenti educativi che portano ad associare la parola “No” con un comportamento egoistico, cattivo, presuntuoso, duro.

Proviamo a vedere quello che ci blocca, quando dobbiamo negare qualcosa a qualcuno e non lo facciamo:

  • “Se dico “No” l’altro potrebbe sentirsi rifiutato e ferito”: questo è possibile, tuttavia rifiutare una particolare richiesta non vuol dire respingere una persona nel suo insieme.
  • “Se dico “No” questa volta, gli altri non mi accetteranno piu”: se fosse così chiediamoci se vogliamo avere amici che non rispettano il nostro diritto a dire “No”.
  • “Se ora dico “No” non mi chiederanno più nulla”: è possibile ma irrilevante. Cerchiamo di affrontare una situazione alla volta.
  • “Mi dispiace per chi mi ha posto una richiesta, perciò non posso dire “No”: se per qualche motivo vogliamo dire “No” e poi facciamo il contrario, ci sentiamo sotto pressione fino a sentirci arrabbiati con noi stessi e di conseguenza risentiti con gli altri.

Corinne Sweet, nel suo libro “Come dire no”, individua quattro trappole psicologiche che ci spingono a dire “SI” quando vorremmo dire “NO”:

  • Voler essere gentili
  • Voler essere amati, rispettati, accettati
  • La paura di perdere amici, familiari, lavoro, posizione sociale, successo, denaro
  • La sensazione di non avere diritto di dire “No”

 

“Spesso non sappiamo dire di no perché temiamo di perdere l’affetto dell’altro; ciò è comprensibile, ma non dobbiamo dimenticare che è sempre nostro dovere  continuare a credere in noi stessi anche quando gli altri non ci approvano o ci rifiutano e che un no, detto al momento opportuno, può aiutarci ad uscire dalla trappola di chi crede di potersi accettare solo in cuna condizione di sudditanza e compiacenza” (F.Nanetti “La forza di ritrovarsi. Assertività ed Emozioni”).

Molte persone (e tra queste ci sono senz’altro io…) non riescono a dire “No” a causa di una eccessiva compiacenza nei confronti degli altri. Fanno delle cose per gli altri senza porsi dei limiti, mettono gli altri al primo posto non curandosi delle proprie necessità.

Molto probabilmente sono stati bambini molto ubbidienti, remissivi, che non creavano problemi, ritenendo così di evitare di essere rifiutati. Bambini a cui non è mai stato insegnato a delimitare e proteggere il loro territorio.

In alcuni momenti essere compiacente, rischiando di far tacere le proprie esigenze, può essere utile per il buon proseguimento di una relazione o se ci si accorge che l’altro ha veramente bisogno di aiuto e ci si sente di volerglielo dare. Il problema nasce quando ci si considera e ci si comporta come se si fosse uno zerbino da poter calpestare ogni qual volta qualcuno lo desidera.

Se si vuole essere disponibili e gentili con tutti, a prescindere da come ci trattano, significa che non si hanno limiti; in tal modo ci si espone ad abusi e sfruttamento anche da parte di persone a cui vogliamo bene. Inoltre non difendendo i propri spazi rischiamo di essere travolti dalle aspettative e dalle richieste degli altri, ostacolando così ogni nostra affermazione e iniziativa.

Essere incapaci a dire “No” vuol dire perdere il contatto con noi stessi, anestetizzare le nostre sensazioni, bloccare sul nascere ogni “figura” che emerge dallo sfondo.

A questo punto chi legge potrebbe dire:” Si…. Ok…. Ho capito tutto e a livello razionale sono assolutamente d’accordo… la pratica e tutt’altra cosa….”

Ecco alcuni suggerimenti che potrebbero agevolare la conquista del “No”:

  • Inizia a rispondere con un chiaro, fermo udibile “No” a partire dalle piccole cose
  • Non ti scusare o giustificare fornisci solo le tue ragioni
  • RICORDA CHE HAI IL DIRITTO DI DIRE “NO!”
  • Se devi ancora decidere cosa rispondere, chiedi maggiori informazioni al riguardo
  • Riconosci quando sei insicuro e hai bisogno di tempo per rispondere
  • Riconosci a te stesso il diritto di chiedere tempo per pensare, prima di concordare, di non concordare o di prendere decisioni
  • Riconosci a te stesso il diritto di riflettere e di cambiare idea.
  • Sii chiaro e specifico, ad esempio: “Non sono sicuro. Mi piacerebbe rifletterci. Ti chiamerò più tardi per farti sapere”.

 

E per finire un piccolo esercizio:

Pensa ad una situazione della tua vita in cui dici (oppure hai detto, o pensi che dirai) “Si” quando vorresti dire “No”….

Ora chiediti perché stai dicendo “Si”?……

Cosa potrebbe succedere se facessi valere la tua liberà di scelta e dicessi “No!”?……

 

 

 

 

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Per approfondire:

Corinne Sweet

Come dire No

Ed.Armenia  € 12,50

 

Franco Nanetti

La forza di ritrovarsi. Assertività ed Emozioni

Ed. Pendragon  € 14,00

 

Marie Haddou

Saper dire No senza sensi di colpa.

Ed. Fabbri  €16,00

 

Esperienza creativa di sè.

creativita aforisma

E’ da millenni che la conoscenza di sé  viene indicata quale obiettivo fondamentale dell’uomo. Come tutti sanno i greci lo scolpivano nel marmo, sul frontespizio dei templi – “Conosci te stesso” – . Un monito da applicare quotidianamente e da non dimenticare mai. Dobbiamo però riflettere bene su come possiamo impostare oggi una conoscenza creativa di sé, che sia applicabile alla vita di tutti i giorni. Che non sia una chimera irraggiungibile e che sia davvero utile ed efficace per migliorare la qualità della nostra vita rendendoci così artisti di noi stessi capaci di costruire la più importante e preziosa opera d’arte che sia consentita ad un uomo: la libera e massima espressione di se stesso.

Tuttavia non può esserci coscienza di sé se non si rimuovono tutta una serie di false immagini accumulate nel corso di un lungo processo di introiezione e inibizione della creatività che ha le sue radici  nelle ingiunzioni e nei divieti subiti da bambini.

Per poter esprimere liberamente tutto il nostro potenziale è necessario prendere consapevolezza di queste immagini distorte e autodistruttive che abbiamo imparato ad elaborare così da poterci liberare dai pregiudizi, che ci hanno insegnato e che ripetiamo automaticamente, credendo in essi come se fossero verità documentate. In questo modo potremo renderci conto che la nostra identità è una cosa ben diversa dai nostri preconcetti e immagini false . La  nostra personalità non si identifica con i nostri comportamenti o con il nostro abituale linguaggio autodistruttivo. E’ necessario rendersi conto che siamo noi ad elaborarlo ed è importante riappropriarsi di questa paternità e consapevolizzare che il nostro vero Sé non consiste in questo modo di fare; sono solo abitudini acquisite, che è possibile, con la creatività, cambiare completamente.

Siamo noi gli artefici dei nostri pensieri, delle nostre immagini mentali: capito questo , abbiamo già fatto un passo significativo per la vera conoscenza di Sé. Ma  non basta. Andando avanti ci accorgeremo che la nostra personalità è ben diversa, che la nostra creatività può risvegliarsi consentendoci di essere artefici di ben altre immagini e di un linguaggio positivo molto più utile e piacevole

Anche le abituali generalizzazioni ci portano fuori strada nella conoscenza della nostra identità e vanno riviste e opportunamente corrette. “Sono sempre la stessa ….” – “Sono una fallita!” – “Faccio sempre gli stessi errori” – “Non sono mai capace di …” – “ Sono negata per …. “ – “Sono una debole ….” Ecc. ecc. ecc . così via generalizzando, cioè trasformando un dettaglio o un fatto episodico in una regola generale. E ci convinciamo che queste nostre elaborazioni, questi nostri errori interpretativi siano la realtà. Dobbiamo imparare ad assumerci la paternità di queste regole, capire che come le abbiamo inventate, così possiamo cambiarle. E soprattutto è necessario distinguere lucidamente i contenuti falsi di quelle dalla verità del nostro Sé.

Addirittura può essere utile all’inizio esercitarsi nello scrivere su un quaderno queste frasi, in modo da analizzarle obiettivamente. Assumerne una chiara coscienza e utilizzarle in senso positivo, modificandole opportunamente (nel prossimo post ti insegnerò come).

Tuttavia non dovete accontentarvi di conoscere i vostri pensieri più evidenti. E’ utile capire fino in fondo gli schemi abituali, il vostro stile personale di elaborare i fatti accaduti, di filtrare gli stimoli, di selezionare i dati e i ricordi. Vi renderete conto che molto spesso si da più importanza a quei fatti che confermano i nostri pre-giudizi anziché a quelli che li contraddicono, anche se questo sono più significativi e numerosi. Addirittura potrete accorgervi che le vostre previsioni si avverano (“profezie autoavverantesi”) . Cioè le vostre aspettative vi portano a condizionare gli avvenimenti in modo che effettivamente accade ciò che vi aspettavate, sia nel bene che nel male.

Ricordiamoci che la nostra mente ha un potere straordinario sulla realtà e sulla nostra vita. Mai pensare di aver capito già tutto di noi stessi. Noi usiamo abitualmente solo il 10% del nostro cervello, se arriviamo al 20% siamo considerati dei geni. E allora non vi fermate proseguite nella conoscenza di voi stessi: scoprirete nuovi modi di vedere le stesse cose, modi di pensare completamente diversi, interpretazioni originali della realtà. Originali sia nel senso che sono innovative, sia nel senso che hanno origine da voi senza condizionamenti.

Una piena coscienza di sé è strettamente correlata alla libertà di esprimersi, di rivelare ogni parte nascosta di Sé, anche ciò che è stato represso per anni, ciò di cui siamo stati abituati a vergognarci.

Esperienza creativa di Sé significa liberare e accettare ogni tratto diverso della propria personalità, prenderne consapevolezza e rispettarlo. Scoprirete in voi un mondo interno sconosciuto e sorprendente, una varietà e una ricchezza inaspettate. Un tesoro dal valore inestimabile, sommerso per anni, ma intatto nel suo valore e nel suo potere.

Ma per fare emergere tutto questo è necessario non fermarsi in superficie, bensì farsi continue domande e lasciarsi la libertà di esprimersi tranquillamente senza pregiudizi, senza valutazioni e senza critiche o moralismi ipocriti. Le risposte non vanno selezionate né giudicate, bando ad ogni rigidità e conformismo, è necessaria la tolleranza e la ricerca di un’integrazione tra opposte polarità.

Potete vivere, con perfetta armonia, tutte le parti della vostra identità, anche quelle apparentemente inconciliabili. Violini e tromboni sono completamente diversi tra loro, ma convivono nella stessa orchestra e si armonizzano perfettamente creando una sintonia meravigliosa.

L’esperienza creativa di Sé riesce ad armonizzare tratti di personalità completamente diversi tra loro, non ha bisogno di distruggere nulla. Anzi proprio per raggiungere la liberazione completa del sé, deve elaborare nuove formulazioni, completamente differenti da quelle cui è stata abituata per anni facendo venire a galla inaspettatamente muove modalità di vivere la realtà. Un nuovo modo di parlare di se stessi, un nuovo metodo di proiettarsi immagini interne. E’ tutto un nuovo linguaggio, non più distruttivo, che emerge liberamente e che non si immaginava si nascondesse proprio dentro di noi.

 

Mollare la presa …..

palloncini cuori volano

“La vita è ciò che avviene inesorabilmente, mentre siamo occupati a correre dietro alle nostre aspettative e alle preoccupazioni…”

Saper abbandonare ciò che non ha più motivo di esistere per andare incontro al nuovo.

Mollare la presa su tutto ciò che ci limita e ci fa soffrire per poter procedere “a testa alta”…

Mollare la presa significa accettare di aprirsi a ciò che arriva, di cambiare il proprio punto di vista, di modificare la propria lettura degli eventi.

Significa, a volte, mettere una pietra sopra a qualcosa a cui tenevamo, ma anche perdonare e porre la propria attenzione su ciò che è “qui e ora”

“Mollare la presa non vuol dire mostrarsi indifferenti; significa semplicemente ammettere che non possiamo agire al posto di qualcun altro….

Mollare la presa non vuol dire troncare i legami; significa prendere coscienza del fatto che non possiamo controllare gli altri…

Mollare la presa non vuol dire essere passivi; al contrario; significa trarre insegnamenti dalle conseguenze di un avvenimento…

Mollare la presa non vuol dire biasimare o voler cambiare gli altri; significa, piuttosto, dare il meglio di se stessi…

Mollare la presa non vuol dire assistere, bensì incoraggiare….

Mollare la presa non vuol dire giudicare; significa accordare agli altri il diritto di essere umani e quindi di sbagliare….

Mollare la presa non vuol dire occuparsi di tutto quello che accade; al contrario, significa lasciare che gli altri gestiscano il proprio destino….

Mollare la presa non vuol dire essere troppo protettivi nei confronti degli altri; significa permettere loro di affrontare la realtà….

Mollare la presa non vuol dire respingere ma, al contrario, significa accettare….

Mollare la presa non vuol dire assillare, ammonire o rimproverare, bensì cercare di individuare le proprie debolezze e liberarsene…

Mollare la presa non vuol dire rimpiangere il passato; significa vivere e crescere per l’avvenire….

Mollare la presa vuol dire temere di meno e amare di più…..

E tu sai mollare la presa?……

 

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Per approfondire:

Rosette Poletti – Barbara Dobbs

Mollare la presa

Ed. Il punto d’incontro

Cosa è la crescita personale

crescita personale

“conoscendo noi stessi potremo sapere come dobbiamo

prenderci cura di noi, mentre, se lo ignoriamo,

non lo potremo sapere”. Socrate

Si parla di crescita personale, di percorsi evolutivi, di cammini di consapevolezza, di sviluppo personale … ma cosa vuol dire tutto questo? Provo a dare qualche risposta a queste domande facendomi aiutare da quello che ha scritto Giuseppe Falco nel suo libro “Scegli di essere felice”.

 

Da sempre l’uomo ha dovuto adattarsi all’ambiente naturale e sociale in cui viveva, risolvere problemi pratici e relazionali e dare un significato alla propria vita. Queste esigenze lo hanno portato spesso ad andare oltre i suoi limiti mentali e materiali per ideare e realizzare tecnologie, stabilire regole di convivenza civile, etc.

Da questo punto di vista, il concetto di crescita personale non è nuovo. Guide alla condotta quotidiana e all’evoluzione spirituale sono vecchie quanto l’uomo, basti pensare a tutta la tradizione religiosa e filosofica che ci accompagna da millenni.

Tuttavia il termine specifico “crescita personale”, in inglese “personal growth”, compare per la prima volta negli Stati Uniti grazie al “movimento per lo sviluppo del potenziale umano”, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta del secolo scorso. Lo scopo del movimento era quello di contribuire allo sviluppo delle potenzialità individuali attraverso vari approcci tra cui i gruppi di incontro o la psicoterapia di tipo umanistico.

Quest’ultima, che diede la base teorica al movimento, ebbe tra i suoi principali teorici Abraham Maslow, Carl Rogers e Fritz Perls.  L’obiettivo del movimento e della psicoterapia umanistica erano:

  • Portare l’attenzione su ciò che è tipicamente umano piuttosto che su ciò che condividiamo con gli animali;
  • Aiutare l’individuo in un processo di crescita aperta, piuttosto che finalizzarla ad un maggior adattamento sociale;
  • Interessarsi al “qui e ora” piuttosto che alla storia passata del soggetto o i suoi supposti conflitti inconsci;
  • Favorire uno sviluppo non solo intellettivo ma integrale del soggetto, per esempio nutrendo il suo lato creativo o spirituale;
  • Occuparsi del funzionamento ottimale dell’uomo, piuttosto che della patologia.

In sintesi lo scopo della psicologia umanistica è quello di aiutare l’individuo a fare pieno uso delle sue capacità personali per giungere all’auto-realizzazione, che richiede l’integrazione di tutte le componenti della propria personalità fisica, emotiva, intellettiva, comportamentale e spirituale.

Le caratteristiche di una persona auto-realizzata sono quindi: maturità, auto-consapevolezza e autenticità.

Dell’approccio umanistico beneficiano non solo persone che hanno ovvi problemi di salute mentale ma chiunque sia interessato alla propria crescita.

Sebbene ancora oggi l’approccio umanistico si utilizzi sia nella terapia che nella formazione, non è più l’unico possibile nel campo dello sviluppo personale. Si assiste anzi ad un proliferare di metodi diversi come: costellazioni familiari, rebirthing, PNL, EFT, bioenergetica, Yoga etc…

Al di là delle tecniche usate possiamo comunque intendere la crescita personale come un processo di cambiamento del nostro abituale modo di pensare, sentire o agire che ci permette di affrontare meglio le difficoltà quotidiane e vivere una vita più piena, reale e profonda.

Quindi possiamo dire che cresciamo quando cambiamo a livello cognitivo, emotivo o comportamentale o per adattarci meglio alle richieste dell’ambiente oppure per realizzare le nostre potenzialità, aspirazioni e valori più profondi.

Ma come può avvenire questo cambiamento? A partire dal riconoscimento dei nostri schemi o concezioni limitanti.

Se osserviamo una nostra giornata tipo, ci rendiamo conto che alcuni nostri pensieri, emozioni e comportamenti tendono a ripetersi. Sono quelli che chiamiamo schemi. Ora alcuni di questi possono essere molto limitanti : immaginiamo, per esempio, una persona che trova ogni occasione per polemizzare con gli altri. Si tratta di uno schema che limita la sua capacità di vivere relazioni interpersonali, in quanto la imprigiona in un modo rigido di relazionarsi con il mondo.

Possiamo dire che uno schema è limitante quando:

  • Ci causa problemi
  • Ci impedisce di vivere una vita piena, profonda e reale.

Riconoscere che un proprio schema di vita è limitante è quindi il primo passo per avviare un processo di crescita personale.

Di seguito, capire che noi non siamo i nostri schemi limitanti, bensì un campo di possibilità in larga parte irrealizzate. E’ come se dentro di noi esistesse un’orchestra formata da un numero enorme di strumenti e possibili melodie: il nostro compito di crescita personale consiste quindi nel consapevolizzare che i nostri schemi di vita limitanti ci portano a suonare quasi sempre gli stessi strumenti e le stesse melodie . Crescere significa risvegliare queste voci latenti.

Il secondo passo, che potremo chiamare di “apertura”, è confrontarsi con visioni del mondo o pratiche diverse dalle nostre ; in questo caso il confronto dei nostri schemi limitanti  con stili alternativi porta ad una relativizzazione e ad un indebolimento dei nostri schemi e alla loro conseguente perdita di potere.

Il terzo passo è l’azione; a nulla vale infatti conoscere, se poi non mettiamo in pratica nei nostri comportamenti quotidiani quello che abbiamo appreso, se no tutto ciò che scopriamo rischia di galleggiare solo come una foglia morta sul fiume della nostra vita.

Azione quindi che ci fa diventare i veri protagonisti del nostro vivere, abili nell’imprimere la direzione che vogliamo alle nostre azioni . Efficaci nel trovare il “giusto mezzo” , capace di trasformare i nostri modi rigidi di interagire con il mondo che ci circonda in contatti più funzionali ed equilibrati.

Azione che ci fa approdare a nuove idee, nuovi modi di pensare e sentire . Scenari alternativi che alimentano nuovi progetti di vita con prospettive diverse che ci arricchiscono e ci permettono di vivere in un modo più pieno.

 

Fluisci come il fiume

FIUME 3

” La felicità è quando ciò che pensi,

ciò che dici e ciò che fai sono in armonia …” M.Gandhi

Siamo felici? Diciamo la verità, non è una domanda che ci facciamo volentieri. Siamo così indaffarati nelle cose della vita, tra impegni, corse, doveri da assolvere e obiettivi da raggiungere che ci manca il tempo. In realtà temiamo, ponendoci seriamente questa domanda, di trovarci di fronte ad una risposta non troppo  felice ….

Provate invece a chiudere gli occhi per un istante e pensare: “qual è l’ultima volta che sono stata davvero felice?”, di quella felicità serena, di quel senso di appagamento per cui ogni cosa è al suo posto e noi in armonia con il tutto.

Vi immagino scuotere la testa pensando: “è impossibile! Questo è un sogno irrealizzabile. Non dipende da me. Non è per me.”

Se nella vostra mente si sono affacciati questi pensieri, sappiate che è la nostra cultura ad averci abituato a ritenerli normali. La nostra cultura ha scambiato la felicità con il divertimento, con l’effimera soddisfazione che deriva dal possesso, con l’orgoglio di poter dire “io sono questo o quest’altro”. Spaccia per felicità ciò che felicità non è, un sottoprodotto che dura lo spazio di un secondo e si dissolve istantaneamente nel momento in cui viene meno il “prodotto” di questa felicità.

Ma non è tutto. La nostra cultura ha fatto anche di peggio. Non solo ci ha convinti che la felicità sia un continuo stato di sovraeccitazione, l’assoluta negazione del dolore, ma ci ha messo in testa che possiamo raggiungere questo risultato solo rivolgendoci fuori di noi.

In questo modo ci costringiamo ad un’interminabile attività di caccia e conquista: comprando oggetti, aderendo a ruoli prestabiliti, riempiendoci la testa di ideologie preconfezionate da mostrare al momento giusto per ottenere quel momento di gloria così necessario alla nostra autostima.

Per questo, quando diventiamo adulti, abbandoniamo quelle che definiamo “illusioni giovanili” e diciamo: “non si può essere sempre felici, nella vita ci sono anche sofferenze, delusioni e i sogni spesso non si realizzano”. E ci sembra pure di dire una cosa sensata.

Ma che buon senso è quello per cui il compito dell’uomo sulla terra sarebbe di barcamenarsi alla ricerca del vestito più alla moda, dell’opinione più adeguata, del ruolo sociale più rispettato?

E ancora, pensiamo sia di buon senso pensare che le donne e gli uomini non sono fatti per la felicità ma, al massimo, per ottenere, a prezzo di grandi sforzi, qualche piccola gioia, talmente piccola da essere poi irrilevante di fronte alla vastità dell’universo?

Così ragioniamo come se un dio maligno ci avesse gettato qui sulla terra e condannati ad un destino senza significato e senza vera felicità. Niente di strano se, in fondo a noi stessi, ci sentiamo infelici. Come potrebbe essere diversamente?

Ma come è successo tutto questo? Da cosa ci siamo allontanati così tanto da non essere più in grado di vedere le cose se non dietro ad uno schermo di rassegnata malinconia?

Abbiamo separato noi stessi dal grande fiume della vita, dal suo fluire con i suoi vuoi e i suoi pieni, che non sa nulla di bene e di male, gioia e dolore, dei nostri fini e delle idee della nostra mente. In cui tutto semplicemente sboccia, cresce e tramonta naturalmente.

Noi invece giudichiamo con un metro piccolissimo; pensiamo per schemi preconfezionati e ci immaginiamo che la felicità consista solo nel fuggire il dolore e nel cercare la gioia, come se queste emozioni fossero di natura assolutamente opposta.

Se vogliamo trovare la vera felicità , che non è poi quella chimera che vive solo nei nostri sogni, dobbiamo prima di tutto fare il contrario di quello a cui siamo abituati: è necessario svuotarci!

Svuotare la mente di tutte le cose che ci abbiamo infilato e che ci impediscono di fare la cosa più semplice: vivere secondo la nostra natura.

La verità profonda , che spesso vogliamo occultare perché in fondo così banale, è che la vera felicità non è un stato isterico di continua allegria, ma è la realizzazione del nostro progetto , il progetto che la vita ha per noi, racchiuso all’interno di noi stessi, come il seme per il frutto.

La vera felicità, allora, non ha nulla a che vedere con quello che ci sta attorno, non dipende da quello che abbiamo, dalla nostra forza o debolezza, dal fatto di aver capito o non capito qualcosa, dall’aver vissuto più gioie o più dolori. La felicità dipende solo da noi stessi!

Da come sappiamo osservarci senza giudicarci, da come lasciamo che la vita, tutta la vita in tuee le sue forme può scorrere in noi. Con i nostri giudizi noi permettiamo o impediamo alla vita di sgorgare. La deviamo, la costringiamo, la mortifichiamo, la spegniamo. E ci condanniamo così all’insensatezza e all’infelicità.

Felicità è osservare serenamente la vita mentre ci forma e ci crea. Osservare i doloro e lasciarli venire, la tristezza e lasciarla venire, la gioia e lasciarla venire. Allargare lo sguardo!

Solo così, nella consapevolezza, diventiamo davvero donne e uomini e smettiamo di recitare come burattini …..

 

 

 

 

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Liberamente tratto da:

R.Morelli – Come essere felici – Oscar Mondadori

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