La strada verso l’Autoaccettazione

accettazione di sè

Niente è più difficile che accettare sé stessi. Max Frisch

La strada verso l’Autoaccettazione è un percorso da te a te. Si parte lasciandosi alle spalle l’autorifiuto per arrivare, attraverso l’autocompassione, all’autorispetto e quindi all’autoespressione.

In questo viaggio si impara l’impegno verso se stessi e il modo come rivendicare i propri diritti.

Una volta raggiunta la meta ci si troverà di fronte alla svolta decisiva della nostra vita.

Presupposto fondamentale del nostro viaggio è che ognuno è la persona che è e lo sarà sempre.

Siamo il contenitore di ogni nostra esperienza e accettare noi stessi significa accogliere tale spazio e quello che comprende.

Naturalmente non sempre si è felici a volte, o forse spesso, si vorrebbe cambiare qualcosa o magari molte cose e la vita è tutt’altro che perfetta.

Ci sforziamo di essere migliori, di correggere i nostri difetti, di sviluppare abitudini più sane; ciononostante , rimaniamo quello che siamo.

Quando proviamo rabbia, proviamo rabbia.

Quando ci sentiamo offesi, ci sentiamo offesi.

Quando siamo felici, siamo felici.

Possiamo avere problemi; ma siamo noi e soltanto noi che possiamo risolverli. Tutto comincia e finisce con noi!

Ricordiamoci sempre che è nostro diritto essere noi stessi. E’ nostro diritto di nascita, il più fondamentale di tutti i diritti umani, ed io aggiungo l’unico dei doveri.

Ma noi vogliamo essere veramente noi stessi? A cosa serve un diritto se non lo rivendichiamo, anche con forza se occorre.

Quando faccio questa domanda a qualcuno dei miei clienti spesso mi guarda smarrito, pensano che sia la continua autocritica a produrre la crescita e che invece l’autoaccettazione sia una forma di autocompiacimento giustificativo; invece disapprovarsi, giudicarsi e punirsi formano il carattere e rendono l’individuo migliore.

Proviamo ad immaginarci questa scena: la nostra mente come un tribunale dove siamo messi costantemente sotto processo. Nessuna giuria, solo un giudice inflessibile, un pubblico ministero accusatore e un piccolo avvocato difensore. I legali presentano le loro tesi: quello dell’accusa con forza e vigore mentre il difensore ha una voce flebile e incerta, chiamano a deporre testimoni, che chissà per quale strano motivo rafforzano sempre le tesi dell’accusa. Noi siamo l’attore che recita contemporaneamente tutte le parti. E che cosa riguarda il processo? La nostra condanna a morte. L’uccisione della nostra identità colpevole di essersi resa visibile.

Affermare il nostro diritto a esistere quali siamo è il primo segnale sulla strada verso l’autoaccettazione; sapere che meritiamo di farlo è un passo importante.

Quindi difendiamo noi stessi così come siamo, con le nostre gioie, i nostri sbagli, i nostri sbalzi di umore, i nostri problemi.

Accettiamo il miracolo del nostro Sé più profondo al di là di ogni apparenza. L’autorifiuto uccidendo la parte più vera di noi non paga. Le punizioni che ci infliggiamo sono solo dolore senza alcun vantaggio.

Accettiamoci come siamo, amiamoci con tutte le nostre contraddizioni, complicazioni e complessità. Il semplice atto dell’autoaccettazione elimina ogni resistenza. Quello che combattiamo persiste, se cediamo ci liberiamo!

L’autoaccettazione è il grembo da cui nasce l’autostima.

Il curioso paradosso è che quando accetto me stesso per come sono, allora posso cambiare. Carl Rogers

 

liberamente tratto da:

B.Mandel – Percorsi di autostima – Ed.Mediterranee

La Relazione d’aiuto nell’emergenza

psicologia emergenza 1

l’emergenza è rottura di un ordine consueto, è caos e porta con sé una caduta di senso…..

Dal 24 Agosto giorno del terremoto che ha sconvolto l’Italia centrale, parallelamente al pensiero di come aiutare concretamente la popolazione nella ri-presa della loro vita con i tutti quei gesti e quelle azioni apparentemente banali, c’è la preoccupazione di portare un aiuto psicologico per alleviare il trauma causato dal disastro.

Un evento come il terremoto è qualcosa di improvviso ed inaspettato che travolge la sensazione di controllo, comporta la percezione di una minaccia potenzialmente letale, può comprendere perdite emotive o fisiche e violare i presupposti su “come funziona il mondo”. In questo caso un Pronto Soccorso psicologico è altrettanto fondamentale del soccorso civile di sussistenza.

Ricordo a questo proposito la mia esperienza di “soccorso emotivo” dopo il terremoto dell’Aquila.  Facevo parte di un equipe ASPIC e viste le mie competenze espressive ero stata mandata a lavorare con i bambini attraverso laboratori ludico-espressivi che avevano lo scopo di far elaborare in maniera giocosa,attraverso il disegno e il racconto di fiabe, il terrore di quella notte. I bambini hanno in sè una grande capacità autoriparativa e quei disegni anche se raccontavano quei momento da incubo portavano con sè anche la speranza di un nuovo giorno rappresentato spesso da un fiore che nasceva sotto una pietra o dal sole che compariva dietro la montagna. Fu una esperienza incredibile che segnò uno dei passaggi fondamentali della mia crescita umana.

La Psicologia dell’emergenza è il settore della psicologia che si occupa degli interventi clinici e sociali in situazioni di calamità, disastri ed emergenza/urgenza in cui vi è un improvviso momento di perturbazione dell’equilibrio psicologico ed emotivo di una persona, tale da richiedere la mobilitazione di risorse e di strategie di adattamento psicologiche nuove, inusuali o difficilmente fruibili.

Nata a partire dalla Psicologia Militare, dalla Psichiatria d’Urgenza, la Psicologia di Emergenza si è progressivamente sviluppata come insieme di tecniche d’intervento e, soprattutto, modelli di “inquadramento concettuale” degli eventi cognitivi, emotivi, relazionali e psicosociali tipici dell’emergenza. Mentre i modelli anglosassoni prediligono l’approccio cognitivo-comportamentale, altamente protocollizzato e funzionalizzato, i modelli europei propongono una visione più integrata dell’intervento in emergenza.

In Italia la Psicologia dell’Emergenza è stata posta solo di recente all’attenzione degli operatori del settore ed all’interesse della Protezione Civile e delle organizzazioni non governative di volontariato ed ora si sta superando, man mano, la fase pionieristica e stanno fiorendo una serie di numerose iniziative di formazione privata, alle quali si vanno affiancando corsi di perfezionamento e master universitari. Il contesto italiano è caratterizzato, a differenza di quanto avviene in altre nazioni, da una forte presenza di organizzazioni di volontariato e l’assistenza di tipo psicologico, nelle calamità naturali e nei disastri, appartiene stabilmente e chiaramente al mondo dell’organizzazione dei soccorsi. Le funzioni positive di questo tipo di assistenza sono state ampiamente sperimentate sia a livello di sostegno dei sopravvissuti che dei soccorritori. Le prestazioni psicologiche, in questo determinato settore, richiedono una formazione specifica ed uno specifico addestramento del personale, le linee guida sono razionali e concrete ed il setting richiede sia innovazioni metodologiche che il possesso di adeguate caratteristiche di personalità da parte dei soccorritori.

Fondamentale in questa disciplina il ruolo attivo dello psicologo o altro operatore psicosociale debitamente formato (Counselor dell’Emergenza): andare alla ricerca delle vittime invece di aspettare che siano loro a farsi avanti, informare delle attività offerte, cercare di coinvolgere più persone possibile per contenere il maggior numero di crisi, prevenire e attenuare angoscia, evitare un possibile aggravamento delle problematiche psicologiche, condurre il soggetto nella ripresa di un contatto autonomo con il suo ambiente.

In più le condizioni non sono quelle di un normale setting poiché si tratta di lavorare in luoghi spesso affollati e caotici, con poco tempo a disposizione e molte persone da tenere sotto controllo e l’interesse è focalizzato a supportare e proporre tecniche di fronteggiamento della situazione altamente stressante piuttosto che interessarsi delle motivazioni precoci il disturbo o della ristrutturazione della personalità.

Bisogna ricordare che ci si rivolge a persone “normali” che reagiscono normalmente ad una situazione anormale, estrema, mostrando reazioni che non sono da considerare patologiche e non richiedono interventi terapeutici tradizionali, piuttosto pongono la necessità di far conoscere strategie di coping adeguate di fronte ad uno stress elevato e facilitare un reinquadramento dell’esperienza con la normalizzazione delle reazioni.

Va sottolineata,inoltre, l’importanza di calibrare tali interventi in base ai contesti, al tipo di cultura della zona interessata, alle modalità di vita della popolazione, al maggiore o minore sviluppo di una rete di risorse che renda agevole un’assistenza continuata nel post-emergenza.

Teniamo a mente che l’individuo che avremo di fronte si trova improvvisamente espropriato dal proprio spazio, tempo, legami familiari, dai propri oggetti e dal loro significato simbolico relativo alla propria concezione del mondo e della vita, dell’identità sociale. È pertanto costretto, in tempi brevi, a mettere in atto un processo di adattamento ad una situazione che ha cancellato i propri segni di riconoscimento. Di fronte ad un caos esterno, si trova a dover fronteggiare angosce esistenziali provenienti dal caos interno.

Le capacità di reazione normalmente funzionali non sono sufficienti a controllare senso di vulnerabilità e angoscia estrema, pertanto i sintomi più comuni che possono comparire durante o immediatamente dopo l’esperienza sono:

  • reazioni di dissociazione con depersonalizzazione e derealizzazione, amnesia, fuga
  • ripetizione di esperienza traumatica attraverso ricordi, flashback, incubi, ripetizione automatica di esperienza
  • evitamento di luoghi o persone che ricordano l’evento
  • iperattivazione con episodi di panico, reazioni di trasalimento, problemi di collera, disturbo del sonno, difficoltà di concentrazione
  • ansia che si manifesta con preoccupazione eccessiva, vulnerabilità, senso di impotenza, sensazione di essere sopraffatti dalle forti emozioni
  • depressione attraverso anedonia, senso di indegnità, perdita di interessi, senso di affaticamento,mancanza di motivazione, senso di colpa
  • sintomi psicotici come deliri, allucinazioni, immagini bizzarre, catatonia, distorsioni, perdita dell’obiettività.

Si tratta comunque di condizioni prevedibili che tendono tuttavia ad estinguersi col passare dei giorni riconducendo il soggetto ad un progressivo recupero del funzionamento normale; è importante comunque contrastare il cristallizzarsi di tali reazioni in modo che non degenerino nel Disturbo Post Traumatico da Stress . (continua…)

L’opera principale dello Psicologo dell’Emergenza consiste nell’aiutare a gestire lo sconvolgimento emozionale, a facilitare il recupero funzionale abituale, a rafforzare la resilienza e a prevenire il peggioramento dei sintomi.

L’intervento sul campo è strutturato in 3 fasi:

  • assistenza immediata che va dal momento dell’evento fino a 30-45 giorni dopo e vede lo psicologo impegnato in attività di normalizzazione dell’esperienza e informazione delle tecniche di gestione dello stress attraverso una presenza continuata sul campo, sostegno psicologico, counseling individuale e di gruppo,pronto soccorso emotivo.

Il periodo di “assistenza immediata” implica una fase di stabilizzazione che include le prime 24-48 ore e punta ad interventi psico-educazionali volti a far sentire persone protette e sostenute, così da promuovere senso di controllo e regolazione affettiva tramite la coesione di gruppo.

Il Defusing ed il De-briefing sono le due tecniche di gestione dello stress da evento critico utilizzate in questa fase e rappresentano due momenti rilevanti all’interno del Programma CISM ( Critical Incident Stress Management = Gestione dello Stress da Incidenti Critici). La tecnica del defusing viene utilizzata “a caldo”, immediatamente dopo che si sia verificato l’evento critico. Il CISM è un programma globale e sistematico per l’attenuazione dello stress legato ad eventi critici, affronta le situazioni del momento, dovute all’evento critico, e non quelle personali, a meno che queste non emergano.

Il defusing che stimola una comprensione dei pensieri e sentimenti associati all’esperienza, pertanto è opportuno prima valutare la disponibilità della persona a sostenere una conversazione più quotidiana sull’evento da poco avvenuto e se sottoporla alle reazioni degli altri rischia di intensificare la sua sofferenza

emotiva, aggravando stress o problemi già preesistenti. Per tutti quelli che non versano in una condizione a rischio, viene creato un momento di discussione di gruppo dalla durata tra i 20 e 45 minuti, che prevede una fase introduttiva in cui i leader si presentano e spiegano la funzione di tale attività volta a condividere l’esperienza e le reazioni, senza alcun intento di indagine più approfondita, ognuno può partecipare senza comunque alcun obbligo di parlare; viene enfatizzata la riservatezza. Si comincia focalizzandosi sui fatti così come ognuno li ha vissuti, visto che sono più facili da descrivere ed affrontare rispetto alle emozioni; da tale descrizione si passa ad indagare l’area cognitiva con domande sui pensieri associati ai fatti e utilizzando poi la descrizione dei pensieri vengono proposte domande in merito alle esperienze emotive, che è il momento più delicato. Il defusing è un Pronto Soccorso emotivo, esso non mira ad esplorazione approfondita, pertanto bisogna evitare da far emergere senso di vulnerabilità e di scatenare maggiore ansia; è opportuno invece monitorare come le persone si comportano nel parlare delle emozioni, convalidare le loro preoccupazioni, ma anche “depatologizzare” le reazioni dando informazioni sulla normalità di queste di fronte ad evento anormale che ha sconvolto assetto funzionale abituale. Con il defusing si tenta di fornire alle vittime sostegno attraverso un ascolto attivo e la condivisione di un’esperienza comune per contrastare l’isolamento psicologico, mitigare autobiasimo, ansia, impotenza e favorire una sensazione di maggior controllo, ha una struttura circolare con funzione di contenimento che partendo da livello cognitivo torna a questo con gli insegnamenti degli operatori sulle tecniche di gestione dello stress.

Il De-briefing è successivo al defusing, (tra le 24 e le 76 ore sucessive all’evento) qualora sia stato effettuato, ed è una tecnica più strutturata ed articolata volta a far comprendere e gestire le emozioni intense, elaborare in modo più completo l’esperienza, riuscire a dare un significato all’evento per integrarlo nella propria vita e attraverso il sostegno del gruppo facilitare la catarsi.

Sono previsti un de-briefing iniziale e uno di follow-up non si tratta di psicoterapia né di couseling.  I gruppi dovrebbero essere composti in maniera omogenea con un numero di partecipanti da 8 a 10 soggetti cosicché ognuno abbia la possibilità di parlare e la durata è intorno alle 2 ore e mezza, il lavoro deve essere condotto in ambiente tranquillo e ogni partecipante deve poter rimanere fino alla fine senza che ci siano condizioni di disturbo. I due conduttori cominciano presentandosi e specificando che si tratta di un’opportunità per esprimere le proprie impressioni sull’esperienza e condividerle con gli altri, non è obbligatorio parlare ma è incoraggiato farlo. Il de-briefing è strutturato in fasi anche se poi nella pratica difficilmente vengono seguite; anche qui si inizia dal racconto dei fatti come ognuno li ha percepiti e vissuti, cercando di far emergere le situazioni più difficili da raccontare, probabilmente legate a intensi sentimenti di paura o colpa. Dopo si passa ad esplorare i pensieri relativi all’esperienza, in particolare quelli più trascurati con l’intento di normalizzare le reazioni cognitive e dimostrare che anche gli altri possono aver pensato le stesse cose. La fase delle reazioni è quella più difficile perché richiede di tirar fuori le emozioni, è opportuno farlo con discrezione visto che non si conosce ancora bene la capacità di fronteggiamento della persona. La fase dei sintomi punta a conoscere quelle che sono le forme di reazione allo stress di ciascuno, come continuano a perdurare, così che nella fase di insegnamento, presente durante tutto il de-briefing, i conduttori possano informare sulla normalità di certe reazioni, sul modo di controllare lo stress e dove si può richiedere aiuto.

  • assistenza estesa, dai 40 giorni ai 3 mesi. In questa fase lo psicologo continua a seguire le vittime e i gruppi, affianca i servizi sanitari e prevede interventi sull’intera comunità. E’ importante promuovere la creazione di gruppi di auto-aiuto poiché favoriscono il coinvolgimento di tutti quanti nell’attività di sostegno reciproco e di convalida dell’esperienza, permettono una gestione condivisa dei problemi pratici e sviluppo di piani d’azione per una ripresa della vita quotidiana, alimentano il senso di comunità, facilitano lo scambio di informazioni, intensificano il senso di controllo.
  • assistenza continuata comincia dopo i tre mesi, lo psicologo non è più impegnato sul campo, ma continua la sua azione con interventi sulle vittime attraverso tecniche più specifiche e approfondite. L’invio ad un trattamento più lungo e strutturato va progettato per persone che mostrano Disturbi Post Traumatici da Stress, disturbi d’ansia, depressione, nei casi in cui c’è bisogno di un intervento non più focalizzato solo sugli stressor relativi all’evento ma anche sulla valutazione della storia pregressa del soggetto, sulla modalità di funzionamento della personalità, sulle risorse personali e sociali di cui dispone.

Vorrei concludere questo excursus descrivendo lo zainetto dello psicologo o counselor dell’emergenza per la sua sopravvivenza emotiva:

  • Flessibilità intesa come adattamento creativo alla situazione
  • Capacità di lavorare in squadra
  • Capacità di chiedere aiuto
  • Sapersi “ascoltare”, nel senso di saper ascoltare le proprie mozioni senza voler strafare
  • Confini “psicologici” intesi come EMPATIA => giusta distanza per evitare invischia menti e confluenza
  • Senso del limite
  • Possibilità di accettare un eventuale “fallimento”

Parola chiave= ESSERCI in maniera trasparente, autentica, congruente; condividendo il loro vissuto , ascoltando attivamente le loro emozioni….

 

Fonte:liberamente tratto da  http://www.counselling-care.it/default.htm

 

Le quattro matrioske: temperamento – carattere – personalità – identità (II parte)

IDENTITà 5

René Magritte, Décalcomanie, 1966

Continuiamo a occuparci delle nostre matrioske e passiamo alla terza: la personalità.

Essa contiene le due precedenti, il temperamento e il carattere, ma va oltre queste.

“La “personalità” viene definita come lo stile di comportamento stabile e relativamente prevedibile nel tempo. E’ il modo che ci connota soggettivamente a livello delle percezioni, dei pensieri su noi stessi e sul mondo: le nostre credenze, il nostro sistema valoriale, i nostri ideali impliciti ed espliciti. E’ inoltre, il nostro modo di espressione ei regolazione pulsionale, è il nostro stesso sentire affettivo nel metterci in relazione con gli altri” (da E.Spalletta – Personalità sane e disturbate – ed. Sovera).

La personalità si forma nell’adolescenza attraverso l’internalizzazione del valore, ossia in quella fase della crescita in cui i valori vengono fatti propri in termini personali, momento faticoso di ricerca delle proprie personalissime motivazioni per aderire al valore.

In realtà uscire dall’infanzia vuole dire superare la pura adesione ai così detti comportamenti corretti per paura delle reazioni genitoriali, seguendoli invece in nome di una propria scelta.

Tutto questo necessariamente deve avvenire attraverso una fase di elaborazione personale che può portare con sé errori e opposizioni che hanno lo scopo di conquistare quella libertà indispensabile per seguire ciò che è giusto, senza essere condizionati dalle reazioni altrui o dal timore delle conseguenze. In questo modo l’adolescente può decidere che tipo di persona vuole diventare, che tipo di studente, di figlio e di uomo o donna intende essere.

L’adolescenza coincide con la scoperta dei propri valori, di ciò che ti fa vibrare. Alcuni possono sentirsi attratti dal senso di giustizia, altri dalla vicinanza con chi sta nel bisogno, piuttosto che attirati dal successo e dalla notorietà.

Conoscere i propri valori significa scoprire qualcosa della propria anima. Essi danno slancio ed entusiasmo, sono qualcosa per cui si si appassiona. Sentire di avere qualcosa per cui spendersi, che meriti una dedizione piena, fa venire voglia di vivere intensamente dando il meglio di sé.

I valori, dunque, a cui affidare la propria realizzazione personale fondano la nostra personalità e modificano sensibilmente le dinamiche affettive del temperamento e del carattere, esaltandone alcune e abbassandone altre armonizzandole, così, con la filosofia di vita scelta.

Il carattere predispone alla scelta di alcuni valori, ad esempio un figlio sensibile sarà incline a ritenere un valore il rispetto degli altri, mentre un figlio che tende ad essere sempre più forte degli altri è spontaneamente affascinato da chi comanda anche se fosse una figura negativa. Tuttavia rimane sempre un certo margine di libertà per riconoscere che alcune cose sono sbagliate anche se piacciono; esiste sempre la possibilità di rendersi conto che un certo tipo di comportamento non è giusto e che non è apprezzabile essere un tipo così.

Questa è la ragione per cui i figli diventando grandi possono “maturare” ed essere così persone migliori: possono lasciarsi progressivamente guidare da quello che è giusto e da ciò che valutano essere bene o male.

I valori quindi modificano il carattere, modellando le inclinazioni naturali rafforzandole o depotenziandole.

La scelta dei valori è relativamente indipendente dalla capacità educativa dei genitori. Essa è molto influenzata dai mass media e dalla cultura dominante come dagli incontri e dalle frequentazioni amicali. L’eredità valoriale della famiglia può, infatti, essere accettata o rifiutata, come gli insegnamenti dei genitori possono essere fatti propri o rimandati al mittente.

L’adolescente che intraprende il cammino della scoperta di sé, arriva alla meta non quando sa descrivere in modo realistico il proprio carattere o non ha più alcun dubbio sulla professione da scegliere, bensì quando intuisce il “tipo di vita” che lo fa sentire vivo, detta in una parola la sua “mission”.

La quarta matrioska che racchiude in sé tutte le altre è l’identità propriamente detta.

“Il concetto d’identità, riguarda la concezione che un individuo ha di se stesso nell’individuale e nella società, quindi l’identità è l’insieme di caratteristiche uniche che rende l’individuo unico e inconfondibile, e quindi ciò che ci rende diverso dall’altro. L’identità non è immutabile, ma si trasforma con la crescita e cambiamenti sociali” (da Wikipedia)

L’identità contiene in sé le tracce del temperamento, l’influenza dovuta alle circostanze della vita (carattere) e le decisioni guidate dai valori scelti, tutto ricollocato in un orizzonte più vasto. Essa si riferisce al “senso della vita”, al significato che noi vogliamo dare alla nostra esistenza.

Il processo di formazione dell’identità che trova la sua completezza intorno ai 45/50 anni si può distinguere in quattro fasi: “identificazione, di individuazione, di imitazione e di interiorizzazione. Attraverso l’identificazione  il soggetto si rifà alle figure rispetto alle quali si sente uguale e con le quali condivide alcuni caratteri; produce il senso di appartenenza a un’entità collettiva definita come “noi” (famiglia, patria, gruppo di pari, comunità locale, nazione fino ad arrivare al limite all’intera umanità). Con la componente di individuazione il soggetto fa riferimento alle caratteristiche che lo distinguono dagli altri, sia dagli altri gruppi a cui non appartiene (e, in questo senso, ogni identificazione/inclusione implica un’individuazione/esclusione), sia dagli altri membri del gruppo rispetto ai quali il soggetto si distingue per le proprie caratteristiche fisiche e morali e per una propria storia individuale (biografia) che è sua e di nessun altro. Attraverso l‘imitazione, che è intesa come attività di riproduzione conscia e inconscia di modelli comportamentali, l’individuo si muove in maniera differente all’interno della società a seconda del contesto sociale in cui si trova. Infine, l’interiorizzazione permette al soggetto di creare un’immagine ben precisa di sé grazie all’importanza che hanno i giudizi, gli atteggiamenti, i valori e i comportamenti degli altri sui noi stessi” (da Wikipedia)

Il compimento del progetto identitario porta con sé il disincanto di poter vincere su tutto e l’accettazione della propria e altrui umanità.

Parallelamente è il momento della riconferma definitiva del proprio “modo di vedere la vita”; si avverte che nonostante tutto non si può rinunciare alla propria maniera unica di essere.

E’ il momento della scelta definitiva di se stessi; e questa accettazione finale della propria identità si esprime attraverso cambiamenti che possono essere descritti in questo modo:

  • La persona acquista essenzialità: si va al sodo concentrandosi sull’essenziale. Si intuisce la sostanza delle cose e anche il giudizio sugli uomini e le vicende umane va oltre la mera apparenza.
  • Si rafforza la dedizione verso la propria “mission”: si lasciano perdere le cose marginali per concentrarsi su quello che è davvero importante per la propria realizzazione. E’ la stagione in cui compare il nucleo significativo e centrale di sé: si vive con più intensità e concentrazione, con più coraggio senza le paure e i dubbi che rallentano il passo. A questo punto il carattere perde importanza, ciò che acquisisce valore è invece la visione della vita che decide, dentro, cosa vale e cosa non vale, cosa merita o non merita la nostra dedizione.
  • Si chiarifica la personalità, poiché si lascia ispirare più profondamente dai principi e dalle convinzioni, la persona lascia intravedere più apertamente la sua anima.

Vivere la vita in modo conforme al proprio sentire più profondo, genera la soddisfazione dell’identità quasi volesse trasparire, senza più filtri, anche la contentezza del nostro Creatore.

 

liberamente tratto da:

O.Poli – “la mia vita senza di me”

Le quattro matrioske: temperamento – carattere – personalità – identità

matrioske

Come vi ho promesso in questo post oggi vorrei soffermarmi nel delineare i quattro aspetti distintivi del nostro carattere: il temperamento, il carattere propriamente detto, la personalità e l’identità.

Metaforicamente possiamo rappresentarli come quattro matrioske contenute una nell’altra; cominciamo con la prima.

Il temperamento che possiamo considerare come la matrioska più piccola è “una tendenza costituzionale, stabile, presente fin dalla nascita, geneticamente predisposta e regolata da fattori ormonali e da neurotrasmettitori” (da E.Spalletta – Personalità sane e disturbate – ed. Sovera).

Al temperamento appartengono gli aspetti più generali del carattere come essere estroversi o introversi, timidi o sicuri di sé, docili o tendenzialmente ribelli. Le aree in cui si manifestano queste tendenze sono le emozioni, l’attenzione e l’attività motoria.

Possiamo definire il ”temperamento” come l’indole di fondo di ogni individuo non riconducibile ad altro che ad una misteriosa combinazione di fattori ereditari. E’ importante ribadire che esiste un temperamento dato in natura per non correre il rischio di cadere nel “determinismo educativo” ispirato dal presupposto che è la qualità del rapporto educativo a rappresentare l’unica variabile in grado di determinare il comportamento, l’orientamento valoriale e la riuscita della vita dei nostri figli.

Gli errori dei figli sarebbero quindi sempre e necessariamente riconducibili ad errori educativi e i loro comportamenti inadeguati ad errori dei genitori. Causa questa dell’incubo che tiene aperta l’industria dell’angoscia materna di non essere una madre “sufficientemente buona” ventiquattro ore su ventiquattro.

Al verificarsi di ogni problema dei figli, per chi segue la cultura del “determinismo educativo” la domanda è una: “dove sono i genitori?” Passando severamente al vaglio il loro impegno e la loro capacità educativa e poichè nessun genitore è perfetto, il colpevole è presto trovato.

Questi infatti avrebbero dovuto prevedere ciò che non va. L’errore del figlio è quindi irrimediabilmente causato dal fallimento educativo del genitore, come se questi fosse onnipotente e l’educazione potesse tutto, indipendentemente dalle caratteristiche innate del figlio e dalla sua capacità di decidere da sé.

Questo presupposto, che non tiene conto della nozione sul “temperamento”, non fa altro che assegnare al genitore un eccesso di responsabilità con l’unico risultato di sentirsi perennemente ansioso e fallito se il figlio non è come dovrebbe.

C’è una grande differenza tra il genitore disperato iper-responsabilizzato e quello che soffre per gli errori dei figli. La sofferenza del primo è “malata” perché dettata dal senso di colpa, la seconda è sana perché motivata dal vero dispiacere.

I genitori generano i figli ma non li creano; anche i figli sono portatori di debolezze affettive e morali tipiche di una natura, nella sua grandezza, imperfetta e limitata. Il compito dei genitori è di accoglierli nella loro umanità, aiutarli nel riconoscimento di loro stessi e delle loro debolezze, accompagnandoli nel rafforzamento delle loro potenzialità e nell’accettazione dei loro limiti. Solo la consapevolezza e l’accettazione possono “contenere” e valorizzare quello che la natura ci dà in dono.

Il carattere è la seconda matrioska, entro cui è contenuto il “temperamento”.

Il “carattere” è “la componente della personalità maggiormente plasmata dall’ambiente. Coincide con  l’espressione delle funzioni cognitive, con l’elaborazione di idee e concetti su di sé e sugli altri e sul mondo” (da E.Spalletta – Personalità sane e disturbate – ed. Sovera).

Come si può evincere da ciò che ho scritto sopra, le circostanze educative, in questo caso, possono molto nella formazione del carattere. Non è ininfluente nascere in una famiglia serena ed equilibrata piuttosto che in una famiglia disfunzionale.

E’ proprio nella formazione del carattere che più si dispiega il potere educativo dei genitori che possono, molto spesso inconsapevolmente, alimentarne alcuni aspetti e scoraggiarne altri contribuendo in modo significativo alla configurazione del software psicologico del loro figlio. Se, ad esempio, un genitore si sente in colpa nei confronti del figlio, non sarà sufficientemente determinato nel gestire i suoi capricci finendo per viziarlo.

Se dunque è pur vero che i materiali da costruzione, ossia il “temperamento”, sono dati in natura, il progetto educativo è elaborato dai genitori, che con la mano destra traccia linee armoniose ed equilibrate, e con la sinistra spesso cancellano o distorcono il disegno originale. Vogliono il bene del loro figlio ma inconsciamente ne alimentano gli aspetti meno positivi.

…… se ti interessa leggere anche delle altre due matrioske “personalità” e “identità” ti do appuntamento a domani ….

liberamente tratto da:

O.Poli – “la mia vita senza di me”

Cogliere le opportunità

aprire la porta

“Perfezionare il momento d’oro dell’opportunità e cogliere ciò che di buono è a portata di mano costituisce l’arte sublime del vivere.” Samuel Johnson

Ci sono possibilità che remano a nostro vantaggio praticamente ovunque. Riconoscerle è una cosa, ma poi occorre accettare l’occasione offerta, ossia è necessario oltrepassare la soglia e agire.

Ognuno di noi determina le proprie chance e prepara il terreno per l’azione attraverso le scelte, l’analisi, la concentrazione e l’impegno. Tuttavia, a volte, indipendentemente da quanto si è preparati e da quanto si desideri qualcosa, nonché dalla consapevolezza che quella può essere la vera grande occasione, non riusciamo a cogliere l’opportunità che bussa alla nostra porta, forse a causa del timore di un rifiuto o dell’insuccesso.

Chi fa l’attore lo sa bene che non è possibile ottenere la parte se non si partecipa all’audizione, questo per dire che chi non prova non può sapere se questo vuol dire lasciare andare l’occasione della vita.

Uno dei pensieri più tristi che possiamo avere è quello di non avere mai scoperto un giardino incantato perché non abbiamo mai provato a raggiungere la soglia ed aprire il cancello.

E’ necessario sempre aprire ogni porta che si presenta sul nostro cammino sapendo che, se lo facciamo, ci saranno grandi possibilità che ci aspettano. Tutte le esperienze vissute profondamente, indipendentemente dalle difficoltà sono opportunità di apprendimento. La perdita più grande l’abbiamo quando non ci avviciniamo a queste opportunità per paura di fallire. Quando non si tenta o ci si arrende troppo facilmente, si volta la schiena a quella porta che solo noi possiamo aprire.

Poche sono le persone che sanno quanto è grande il loro potenziale, proviamo a credere più in noi stessi (leggi QUI). Il nostro grande compito come essere umani è quello di arrivare ad esprimere pienamente i nostri poteri e capacità personali; c’è sempre molto di più di quanto ci si aspetta da attingere da se stessi.

Molte persone hanno la tendenza a tenersi indaffarate, riempiendo il calendario di impegni, accettando ogni responsabilità, le più delle quali non derivano da scelte personali, convincendosi in tal modo che non può esserci niente di più grande a cui tendere.

Proviamo, invece, a concederci ogni giorno un po’ di tempo per fare quello che desideriamo fare, sarà più facile accorgersi delle opportunità che ci passano davanti.

Afferriamo le occasioni! Non siamo riluttanti attendendo la comparsa della Sola GRANDE OCCASIONE, rivolgiamo la nostra attenzione anche alle piccolo opportunità che abbiamo a portata di mano. Proviamo a prendere tutto quello che capita e sfruttiamolo al meglio, ricavandone quanti più benefici possibile.

In questo modo accetteremo la sfida di esprimere tutto il nostro potenziale.

Perseguiamo attivamente i nostri sogni e desideri. Cerchiamo uno spiraglio, una buona possibilità di successo; ricordiamoci che siamo noi che creiamo le circostanze giuste.

Offriamoci alla vita anima e corpo. Apriamo porte e cancelli. Inoltriamoci lungo il sentiero. Se avessimo solo dea di quante opportunità esistono fatte apposta per noi!

Tutti noi sfruttiamo solo una frazione dei nostri poteri, ma abbiamo la capacità di diventare molto di più.

Accettiamo il dono dell’opportunità quando la incontriamo, poiché le opportunità sono fugaci e la vita non aspetta.

“Ci vuole totale impegno a vivere una vita piena, in cui nessuna opportunità rimanga inesplorata e nessuna potenzialità dormiente”. M.Csikszentmihalyi

Rituali che fanno l’ordinario stra-ordinario

cerimonia del the

“La mancanza di rituali nella società moderna è tale che ne risultiamo impoveriti” J.L.Larsen

Tutto quello che abbiamo nella nostra vita è sotto i nostri occhi. Il modo migliore per vivere bene è imparare ad enfatizzare l’ordinario, come se lo si ponesse sotto una lente di ingrandimento, creando piccoli rituali mano mano che trascorre la giornata.

Il ben-essere ha il suo fondamento nel non dare mai nulla per scontato, partecipando di tutte le gioie dei sensi a nostra disposizione, nel momento in cui gli avvenimenti accadono.

Trascorrere la vita come se fosse un lungo promemoria di impegni, lavorando ad ogni cosa così duramente da esserne alla fine esausti ed esauriti è veramente frustrante.

La maggior parte delle persone stenta a godersi sul serio una cena tra amici perché sono così occupate a “fare” da non “essere e stare” in quello che stanno vivendo.

Noi abbiamo la facoltà di scegliere quale atteggiamento assumere quotidianamente, potremmo sorprenderci a trarre piacere ad ogni piè sospinto. Quando riusciremo ad accogliere gioiosamente la vita di scelta in scelta, di dettaglio in dettaglio, consapevoli di quanto gioia possiamo ricavare vivendo “in presenza” ogni esperienza umana, allora staremo vivendo bene. Non importa quanto “ordinaria” sia, ogni cosa ha la sua importanza!

Scegliamo allora di cogliere l’occasione per inventarci piccole cerimonie non affrettando le cose, lasciando che l’esperienza si dipani spontaneamente.

Ovunque siamo, qualunque sia l’esperienza che stiamo vivendo, concentriamoci completamente, diventiamo quell’esperienza. In questa attenta consapevolezza al momento presente, ridesteremo i sensi: i suoni saranno più armoniosi, i colori più vibranti, gli odori più stuzzicanti e il gusto ne sarà esaltato.

Decidiamo consapevolmente, ad esempio, di trasformare in un piccolo rituale il semplice gesto di lavarci le mani, magari con una saponetta speciale.

Proviamo a fare una lista su come apprezzare i piccoli piaceri intorno a noi, scegliendo di rendere straordinario, assaporandone ogni istante, un momento che altrimenti entrerebbe nella routine giornaliera di gesti fatti per abitudine.

  • Una doccia fredda in un pomeriggio caldo e umido
  • Rimettere ordine nel portafoglio scoprendo magari un biglietto con una frase appuntata e creduta persa.
  • Prendere una strada secondaria, per il troppo traffico e accorgersi di scoprire un mondo nuovo
  • Uscire sul balcone dopo cena, non solo d’estate, e sedersi per guardare la luna e le stelle
  • Andare in un posto piacevole e iniziare a leggere un nuovo libro del nostro autore preferito
  • La prossima volta che si mette a piovere improvvisamente, indossare gli stivali di gomma e uscire a caccia di un arcobaleno
  • Innaffiare le piante aspirandone il profumo
  • Sedersi alla scrivania, scegliere un bel biglietto e scrivere una lettera “d’amore” a nostro figlio/a lontano invece della solita mail
  • Disfare la borsa della spesa godendoci il rituale di mettere ogni cosa a suo posto pensando come combinare gli ingredienti per un nuovo piatto
  • Preparare un bel pacchetto per un regalo speciale pensando alla persona a cui lo darete
  • Prepariamoci una tazza di Tè curando i dettagli e poi sediamoci assaporandone lentamente l’aroma
  • Risistemare gli oggetti sulla scrivania lasciando il posto per un fiore

Molti piaceri non costano quasi nulla ma potrebbero cambiare le nostre giornate. Impariamo a sorprenderci con poco, consapevoli della ricchezza di ciò che proviamo mettendo attenzione in quello che facciamo.

Tutti i dettagli che compongono una vita ricca, ricca e piena sono qui davanti a noi proprio ora. Quando ce ne dimentichiamo e ci lasciamo prendere dalla frenesia, fermiamoci: lasciamoci cadere sul letto, sul divano o su una poltrona e respiriamo profondamente contando fino a dieci. Poi, rimettiamoci in moto, innestiamo la marcia ma con mente più limpida e spirito più ricettivo. Scegliamo di celebrare delle semplici cerimonie per ricordarci sempre quanto è MERAVIGLIOSA la VITA!

Di seguito un’immagine tratta dal libro di Valentina Harper “La magia dei colori Ispirazioni” Ed Armenia, puoi salvarla sul tuo pc e stamparla, magari ingrandendola, scegliere di fare una pausa  nella tua giornata per perderti tra i colori  rendendo così stra-ordinario un momento del tuo tempo ….. cuoricino

ELEFANTE DA COLORARE

 

” Sulla durata della tua vita non puoi farci nulla, ma puoi fare qualcosa per darle spessore e profondità” E.Esar

Sveliamo la nostra Potenza

manifestare la potenza

La nostra Potenza, simile ad un frutto gravido dei suoi semi, trabocca e si mostra in tutta la sua pienezza.

Non confondiamola con il potere. Il potere lo cerchiamo quando non ci sentiamo interi entrando in quel dualismo che ci fa afferrare altrove quello che ci manca.

La Potenza è altro! E’ sentire dentro di noi di avere già tutta la completezza e pienezza, smettendo di avere aspettative nei nostri confronti, né nei confronti degli altri essendo ben sicuri del nostro posto nel mondo.

La nostra Potenza parte dalla nostra interiorità. Il potere ce lo creiamo noi dall’esterno appiccicandoci addosso quello che non abbiamo e quello che non siamo.

Smettiamo di aver paura di VIVERE , entriamo nella nostra pienezza e il resto lasciamolo al mondo duale dove tutto si oppone a tutto, dove tutto è una lotta per dimostrare qualcosa, dove tutto è sfida. Il nemico è solo dentro di noi! Non abbiamo di colmare i nostri vuoti giudicando le vite altrui.

La nostra energia comincerà a traboccare senza nemmeno il bisogno che ci sia un senso preciso, una direzione precisa. Il nostro frutto maturo è così gravido di semi da poterli spargere ovunque. Il nostro germe matura nel nostro essere perché da questo contatto con ogni nostra potenzialità che preme, nascerà la nostra nuova forma nel mondo e nella vita.

Una nuova luce si fa strada dentro di noi per illuminare il tessuto della nostra individualità; lasciamo che questa luce rischiari e ci lasci vedere ciò che è da forgiare, da cesellare, da modellare. Ora finalmente possiamo vedere di cosa siamo fatti, quale è la nostra vera natura.

Non accontentiamoci di una visione panoramica focalizziamo la nostra attenzione in modo analitico, entriamo nel particolare e afferriamolo. Da lì all’interno di quella piccola cosa, potremo più avanti lasciare che l’intera nostra creazione prenda forma.

Prendiamoci cura di noi e di quello che sta per nascere da noi. Portiamo luce nella nostra specificità, non cerchiamo quella di un altro e non cerchiamo neppure di essere quella specificità che abbiamo creduto di desiderare da noi.

Noi non siamo quello che gli altri vorrebbero che fossimo o avrebbero voluto farci diventare. Siamo esattamente quello che siamo in questo momento; ed è da questa materia che dobbiamo partire per scoprire la nostra nuova forma.

Non abbiamo desiderio di diventare chissà che cosa, già siamo quello che siamo ed è da qui che la nuova energia, la nuova Potenza ora si manifesta.

Partiamo esattamente da dove siamo. Il punto in cui siamo è la nostra realtà!

liberamente tratto da:

S.Garavaglia – 365 pensieri per l’anima – Ed.Tecniche Nuove

Perdona te stesso ….

bambino che corre

Uno degli ostacoli che non ci permette di mollare la presa verso quelle situazioni che ci creano pesantezza e interrompono il nostro flusso vita sono le emozioni e  i sentimenti negativi , tra cui, i più nocivi sono quelli che ci riguardano direttamente: il senso di colpa e il risentimento verso noi stessi.

In questo caso il perdonare, il lasciare andare diventa ancora più difficile perché comporta accettare i propri limiti, ridimensionare i nostri vagheggiamenti di esseri “perfetti”.

Il fatto di riuscire a perdonare se stessi permette di andare avanti, lasciandoci alle spalle ciò che è stato ieri per dare tutta la propria attenzione a quello che si può vivere oggi.

Mollare la presa sul risentimento contro se stessi significa smettere di vivere con i propri vecchi fantasmi e prepararsi ad accogliere pienamente quello che la vita ci offre.

E tu sei pronto a perdonare te stesso?…..

Seguimi…..

Metti una musica dolce e rilassante. Poi prendi un foglio e una penna e lascia vagare la mente…..

Ritorna indietro nel passato e pensa a tutte le cose per cui sei risentito, arrabbiato, furioso con te stesso.

Scrivile tutte….

Lo so….. è difficile… è più facile perdonare gli altri che se stessi…. continua, ammorbidisci la presa della penna…. respira…. continua….

Spesso, troppo spesso, siamo duri, da noi  pretendiamo la perfezione, forse chissà l’unica via per arrivare al cuore di coloro da cui vogliamo essere amati e accettati….. e quindi ogni errore che facciamo deve essere severamente punito ….

Ora è giunto il tempo di superare questo vecchio atteggiamento perché è attraverso gli errori che puoi imparare. Se fossi perfetto, non avresti nulla da imparare, non avresti bisogno di stare sulla terra…..

Inoltre “essere perfetto” non ti guadagnerà neppure l’amore e l’approvazione dei genitori, ti farà solo sentire in torto e mai abbastanza bravo…

Lascia questo peso…. prova ad attaccarlo ad un palloncino e molla la presa….

PERDONATI…….

Datti lo spazio per essere spontaneo e libero….

Non hai bisogno di provare vergogna e sensi di colpa…..

Ricordati di quanto era meraviglioso correre libero da bambino! …..

Ascoltati…. Senti quello strano formicolio che parte dalla punta dei piedi e piano piano sale lungo le gambe…. la pancia…. il cuore…. il viso… la testa…. quella voglia di leggerezza…. le spalle più morbide …. il respiro più fluido ….

Cogli l’attimo … vivi il presente ….esci….

Vai sulla spiaggia, o in un parco, o anche in un parcheggio vuoto e mettiti a correre…. correre …. correre…: non una corsetta composta, ma una corsa libera e selvaggia….

E se proprio ti senti ridicolo monta sul letto … salta…. balla …. E mentre lo fai ridi!!! Porta con te il tuo bambino interiore e divertitevi….

Che importa se qualcuno ti vede??? Questa è la tua libertà!!!!!

Celebra la vita

celebrare la vita

“Continui a ripeterci di celebrare la vita. Che cosa c’è da celebrare?”

“Posso capire. La tua domanda è importante: sembra che non ci sia niente da celebrare. Che cosa c’è da celebrare?….

C’è da celebrare tutto. Ogni momento è così fantastico, così immenso ogni momento porta una tale estasi….. ma tu sei addormentato.

L’estasi arriva, ti volteggia intorno e se ne va….  La brezza arriva, ti danza intorno e se ne va ….. Ma tu continui a dormire.

I fiori sbocciano e la loro fragranza giunge fino a te, ma tu dormi…

Mi chiedi: che cosa c’è da celebrare? Che cosa non c’è per non celebrare? Qui c’è tutto ciò che uno possa immaginare. Qui c’è tutto ciò che uno possa desiderare. C’è più ancora di quanto tu possa immaginare…..

Pensa ad un uomo cieco. Non ha mai visto fiorire una rosa. Che cosa ha perso? Lo sai? Non ha mai visto un arcobaleno. Non ha mai visto un’alba o un tramonto. Non ha mai visto il verde delle foglie sugli alberi. Non ha mai visto i colori….

E tu che hai gli occhi chiedi: che cosa c’è da celebrare?

C’è l’arcobaleno, c’è il tramonto, ci sono gli alberi verdi, c’è un’esistenza così piena di colori …..

Eppure capisco. La tua domanda è importante. Capisco che questa domanda ha una certa rilevanza.

C’è l’arcobaleno, c’è il tramonto, l’oceano, ci sono le nuvole, c’è tutto… ma tu sei addormentato…

Non hai mai guardato una rosa. Ci sei passato accanto, hai visto la rosa, ma non l’hai mai guardata… non le hai mai dedicato un momento della tua attenzione.. non ti sei mai sintonizzato con lei… non ti sei mai messo vicino a lei, non ti sei mai seduto vicino, in comunione. Non le hai mai detto “ciao!”….

La vita scorre e tu sei semplicemente lì , senza partecipazione. Tu non sei in rapporto con la vita: ecco perché la tua domanda è significativa.

Hai gli occhi, eppure non vedi; hai le orecchie, eppure non senti; hai un cuore, eppure non ami… sei profondamente addormentato….”

Osho

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E allora cosa aspetti a svegliarti?…. apri gli occhi, scegli la tua rosa, il tuo filo d’erba, la tua onda del mare, il tuo pezzo di cielo, il tuo raggio di sole, la tua goccia di pioggia e VIVIIIIIIIIII………….

 

Alla ricerca della felicità

happy

“Meneceo, Non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità.
A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’anima. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l’età….” Epicuro – Lettera sulla felicità

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E tu … cosa aspetti a prenderti cura di te??? A scoprire quello che ti fa felice ???

Spesso ce la prendiamo con la sorte, con il destino, perchè non riusciamo a vedere la nostra, come una vita piena e felice.

Ma siamo proprio sicuri che sia tutta colpa della sfortuna?

Non è forse il caso di cominciare a riflettere su quali siano i nostri reali sforzi per costruirci una vita felice?

Bisogna sempre ricordarsi che la ricerca della felicità non è mai qualcosa legato all’esterno, ma è un movimento interiore, fatto di conoscenza di ciò che vogliamo o meno, e di scelte conseguenti.

La felicità è una scelta ricordalo e non è mai troppo tardi per iniziare a viverla !!!!!

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Suggerimento:

Yves-Alexandre Thalmann

Quaderno d’esercizi di allenamento alla felicità

Edizioni AValiardi