La strada verso l’Autoaccettazione

accettazione di sè

Niente è più difficile che accettare sé stessi. Max Frisch

La strada verso l’Autoaccettazione è un percorso da te a te. Si parte lasciandosi alle spalle l’autorifiuto per arrivare, attraverso l’autocompassione, all’autorispetto e quindi all’autoespressione.

In questo viaggio si impara l’impegno verso se stessi e il modo come rivendicare i propri diritti.

Una volta raggiunta la meta ci si troverà di fronte alla svolta decisiva della nostra vita.

Presupposto fondamentale del nostro viaggio è che ognuno è la persona che è e lo sarà sempre.

Siamo il contenitore di ogni nostra esperienza e accettare noi stessi significa accogliere tale spazio e quello che comprende.

Naturalmente non sempre si è felici a volte, o forse spesso, si vorrebbe cambiare qualcosa o magari molte cose e la vita è tutt’altro che perfetta.

Ci sforziamo di essere migliori, di correggere i nostri difetti, di sviluppare abitudini più sane; ciononostante , rimaniamo quello che siamo.

Quando proviamo rabbia, proviamo rabbia.

Quando ci sentiamo offesi, ci sentiamo offesi.

Quando siamo felici, siamo felici.

Possiamo avere problemi; ma siamo noi e soltanto noi che possiamo risolverli. Tutto comincia e finisce con noi!

Ricordiamoci sempre che è nostro diritto essere noi stessi. E’ nostro diritto di nascita, il più fondamentale di tutti i diritti umani, ed io aggiungo l’unico dei doveri.

Ma noi vogliamo essere veramente noi stessi? A cosa serve un diritto se non lo rivendichiamo, anche con forza se occorre.

Quando faccio questa domanda a qualcuno dei miei clienti spesso mi guarda smarrito, pensano che sia la continua autocritica a produrre la crescita e che invece l’autoaccettazione sia una forma di autocompiacimento giustificativo; invece disapprovarsi, giudicarsi e punirsi formano il carattere e rendono l’individuo migliore.

Proviamo ad immaginarci questa scena: la nostra mente come un tribunale dove siamo messi costantemente sotto processo. Nessuna giuria, solo un giudice inflessibile, un pubblico ministero accusatore e un piccolo avvocato difensore. I legali presentano le loro tesi: quello dell’accusa con forza e vigore mentre il difensore ha una voce flebile e incerta, chiamano a deporre testimoni, che chissà per quale strano motivo rafforzano sempre le tesi dell’accusa. Noi siamo l’attore che recita contemporaneamente tutte le parti. E che cosa riguarda il processo? La nostra condanna a morte. L’uccisione della nostra identità colpevole di essersi resa visibile.

Affermare il nostro diritto a esistere quali siamo è il primo segnale sulla strada verso l’autoaccettazione; sapere che meritiamo di farlo è un passo importante.

Quindi difendiamo noi stessi così come siamo, con le nostre gioie, i nostri sbagli, i nostri sbalzi di umore, i nostri problemi.

Accettiamo il miracolo del nostro Sé più profondo al di là di ogni apparenza. L’autorifiuto uccidendo la parte più vera di noi non paga. Le punizioni che ci infliggiamo sono solo dolore senza alcun vantaggio.

Accettiamoci come siamo, amiamoci con tutte le nostre contraddizioni, complicazioni e complessità. Il semplice atto dell’autoaccettazione elimina ogni resistenza. Quello che combattiamo persiste, se cediamo ci liberiamo!

L’autoaccettazione è il grembo da cui nasce l’autostima.

Il curioso paradosso è che quando accetto me stesso per come sono, allora posso cambiare. Carl Rogers

 

liberamente tratto da:

B.Mandel – Percorsi di autostima – Ed.Mediterranee

La Relazione d’aiuto nell’emergenza

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l’emergenza è rottura di un ordine consueto, è caos e porta con sé una caduta di senso…..

Dal 24 Agosto giorno del terremoto che ha sconvolto l’Italia centrale, parallelamente al pensiero di come aiutare concretamente la popolazione nella ri-presa della loro vita con i tutti quei gesti e quelle azioni apparentemente banali, c’è la preoccupazione di portare un aiuto psicologico per alleviare il trauma causato dal disastro.

Un evento come il terremoto è qualcosa di improvviso ed inaspettato che travolge la sensazione di controllo, comporta la percezione di una minaccia potenzialmente letale, può comprendere perdite emotive o fisiche e violare i presupposti su “come funziona il mondo”. In questo caso un Pronto Soccorso psicologico è altrettanto fondamentale del soccorso civile di sussistenza.

Ricordo a questo proposito la mia esperienza di “soccorso emotivo” dopo il terremoto dell’Aquila.  Facevo parte di un equipe ASPIC e viste le mie competenze espressive ero stata mandata a lavorare con i bambini attraverso laboratori ludico-espressivi che avevano lo scopo di far elaborare in maniera giocosa,attraverso il disegno e il racconto di fiabe, il terrore di quella notte. I bambini hanno in sè una grande capacità autoriparativa e quei disegni anche se raccontavano quei momento da incubo portavano con sè anche la speranza di un nuovo giorno rappresentato spesso da un fiore che nasceva sotto una pietra o dal sole che compariva dietro la montagna. Fu una esperienza incredibile che segnò uno dei passaggi fondamentali della mia crescita umana.

La Psicologia dell’emergenza è il settore della psicologia che si occupa degli interventi clinici e sociali in situazioni di calamità, disastri ed emergenza/urgenza in cui vi è un improvviso momento di perturbazione dell’equilibrio psicologico ed emotivo di una persona, tale da richiedere la mobilitazione di risorse e di strategie di adattamento psicologiche nuove, inusuali o difficilmente fruibili.

Nata a partire dalla Psicologia Militare, dalla Psichiatria d’Urgenza, la Psicologia di Emergenza si è progressivamente sviluppata come insieme di tecniche d’intervento e, soprattutto, modelli di “inquadramento concettuale” degli eventi cognitivi, emotivi, relazionali e psicosociali tipici dell’emergenza. Mentre i modelli anglosassoni prediligono l’approccio cognitivo-comportamentale, altamente protocollizzato e funzionalizzato, i modelli europei propongono una visione più integrata dell’intervento in emergenza.

In Italia la Psicologia dell’Emergenza è stata posta solo di recente all’attenzione degli operatori del settore ed all’interesse della Protezione Civile e delle organizzazioni non governative di volontariato ed ora si sta superando, man mano, la fase pionieristica e stanno fiorendo una serie di numerose iniziative di formazione privata, alle quali si vanno affiancando corsi di perfezionamento e master universitari. Il contesto italiano è caratterizzato, a differenza di quanto avviene in altre nazioni, da una forte presenza di organizzazioni di volontariato e l’assistenza di tipo psicologico, nelle calamità naturali e nei disastri, appartiene stabilmente e chiaramente al mondo dell’organizzazione dei soccorsi. Le funzioni positive di questo tipo di assistenza sono state ampiamente sperimentate sia a livello di sostegno dei sopravvissuti che dei soccorritori. Le prestazioni psicologiche, in questo determinato settore, richiedono una formazione specifica ed uno specifico addestramento del personale, le linee guida sono razionali e concrete ed il setting richiede sia innovazioni metodologiche che il possesso di adeguate caratteristiche di personalità da parte dei soccorritori.

Fondamentale in questa disciplina il ruolo attivo dello psicologo o altro operatore psicosociale debitamente formato (Counselor dell’Emergenza): andare alla ricerca delle vittime invece di aspettare che siano loro a farsi avanti, informare delle attività offerte, cercare di coinvolgere più persone possibile per contenere il maggior numero di crisi, prevenire e attenuare angoscia, evitare un possibile aggravamento delle problematiche psicologiche, condurre il soggetto nella ripresa di un contatto autonomo con il suo ambiente.

In più le condizioni non sono quelle di un normale setting poiché si tratta di lavorare in luoghi spesso affollati e caotici, con poco tempo a disposizione e molte persone da tenere sotto controllo e l’interesse è focalizzato a supportare e proporre tecniche di fronteggiamento della situazione altamente stressante piuttosto che interessarsi delle motivazioni precoci il disturbo o della ristrutturazione della personalità.

Bisogna ricordare che ci si rivolge a persone “normali” che reagiscono normalmente ad una situazione anormale, estrema, mostrando reazioni che non sono da considerare patologiche e non richiedono interventi terapeutici tradizionali, piuttosto pongono la necessità di far conoscere strategie di coping adeguate di fronte ad uno stress elevato e facilitare un reinquadramento dell’esperienza con la normalizzazione delle reazioni.

Va sottolineata,inoltre, l’importanza di calibrare tali interventi in base ai contesti, al tipo di cultura della zona interessata, alle modalità di vita della popolazione, al maggiore o minore sviluppo di una rete di risorse che renda agevole un’assistenza continuata nel post-emergenza.

Teniamo a mente che l’individuo che avremo di fronte si trova improvvisamente espropriato dal proprio spazio, tempo, legami familiari, dai propri oggetti e dal loro significato simbolico relativo alla propria concezione del mondo e della vita, dell’identità sociale. È pertanto costretto, in tempi brevi, a mettere in atto un processo di adattamento ad una situazione che ha cancellato i propri segni di riconoscimento. Di fronte ad un caos esterno, si trova a dover fronteggiare angosce esistenziali provenienti dal caos interno.

Le capacità di reazione normalmente funzionali non sono sufficienti a controllare senso di vulnerabilità e angoscia estrema, pertanto i sintomi più comuni che possono comparire durante o immediatamente dopo l’esperienza sono:

  • reazioni di dissociazione con depersonalizzazione e derealizzazione, amnesia, fuga
  • ripetizione di esperienza traumatica attraverso ricordi, flashback, incubi, ripetizione automatica di esperienza
  • evitamento di luoghi o persone che ricordano l’evento
  • iperattivazione con episodi di panico, reazioni di trasalimento, problemi di collera, disturbo del sonno, difficoltà di concentrazione
  • ansia che si manifesta con preoccupazione eccessiva, vulnerabilità, senso di impotenza, sensazione di essere sopraffatti dalle forti emozioni
  • depressione attraverso anedonia, senso di indegnità, perdita di interessi, senso di affaticamento,mancanza di motivazione, senso di colpa
  • sintomi psicotici come deliri, allucinazioni, immagini bizzarre, catatonia, distorsioni, perdita dell’obiettività.

Si tratta comunque di condizioni prevedibili che tendono tuttavia ad estinguersi col passare dei giorni riconducendo il soggetto ad un progressivo recupero del funzionamento normale; è importante comunque contrastare il cristallizzarsi di tali reazioni in modo che non degenerino nel Disturbo Post Traumatico da Stress . (continua…)

L’opera principale dello Psicologo dell’Emergenza consiste nell’aiutare a gestire lo sconvolgimento emozionale, a facilitare il recupero funzionale abituale, a rafforzare la resilienza e a prevenire il peggioramento dei sintomi.

L’intervento sul campo è strutturato in 3 fasi:

  • assistenza immediata che va dal momento dell’evento fino a 30-45 giorni dopo e vede lo psicologo impegnato in attività di normalizzazione dell’esperienza e informazione delle tecniche di gestione dello stress attraverso una presenza continuata sul campo, sostegno psicologico, counseling individuale e di gruppo,pronto soccorso emotivo.

Il periodo di “assistenza immediata” implica una fase di stabilizzazione che include le prime 24-48 ore e punta ad interventi psico-educazionali volti a far sentire persone protette e sostenute, così da promuovere senso di controllo e regolazione affettiva tramite la coesione di gruppo.

Il Defusing ed il De-briefing sono le due tecniche di gestione dello stress da evento critico utilizzate in questa fase e rappresentano due momenti rilevanti all’interno del Programma CISM ( Critical Incident Stress Management = Gestione dello Stress da Incidenti Critici). La tecnica del defusing viene utilizzata “a caldo”, immediatamente dopo che si sia verificato l’evento critico. Il CISM è un programma globale e sistematico per l’attenuazione dello stress legato ad eventi critici, affronta le situazioni del momento, dovute all’evento critico, e non quelle personali, a meno che queste non emergano.

Il defusing che stimola una comprensione dei pensieri e sentimenti associati all’esperienza, pertanto è opportuno prima valutare la disponibilità della persona a sostenere una conversazione più quotidiana sull’evento da poco avvenuto e se sottoporla alle reazioni degli altri rischia di intensificare la sua sofferenza

emotiva, aggravando stress o problemi già preesistenti. Per tutti quelli che non versano in una condizione a rischio, viene creato un momento di discussione di gruppo dalla durata tra i 20 e 45 minuti, che prevede una fase introduttiva in cui i leader si presentano e spiegano la funzione di tale attività volta a condividere l’esperienza e le reazioni, senza alcun intento di indagine più approfondita, ognuno può partecipare senza comunque alcun obbligo di parlare; viene enfatizzata la riservatezza. Si comincia focalizzandosi sui fatti così come ognuno li ha vissuti, visto che sono più facili da descrivere ed affrontare rispetto alle emozioni; da tale descrizione si passa ad indagare l’area cognitiva con domande sui pensieri associati ai fatti e utilizzando poi la descrizione dei pensieri vengono proposte domande in merito alle esperienze emotive, che è il momento più delicato. Il defusing è un Pronto Soccorso emotivo, esso non mira ad esplorazione approfondita, pertanto bisogna evitare da far emergere senso di vulnerabilità e di scatenare maggiore ansia; è opportuno invece monitorare come le persone si comportano nel parlare delle emozioni, convalidare le loro preoccupazioni, ma anche “depatologizzare” le reazioni dando informazioni sulla normalità di queste di fronte ad evento anormale che ha sconvolto assetto funzionale abituale. Con il defusing si tenta di fornire alle vittime sostegno attraverso un ascolto attivo e la condivisione di un’esperienza comune per contrastare l’isolamento psicologico, mitigare autobiasimo, ansia, impotenza e favorire una sensazione di maggior controllo, ha una struttura circolare con funzione di contenimento che partendo da livello cognitivo torna a questo con gli insegnamenti degli operatori sulle tecniche di gestione dello stress.

Il De-briefing è successivo al defusing, (tra le 24 e le 76 ore sucessive all’evento) qualora sia stato effettuato, ed è una tecnica più strutturata ed articolata volta a far comprendere e gestire le emozioni intense, elaborare in modo più completo l’esperienza, riuscire a dare un significato all’evento per integrarlo nella propria vita e attraverso il sostegno del gruppo facilitare la catarsi.

Sono previsti un de-briefing iniziale e uno di follow-up non si tratta di psicoterapia né di couseling.  I gruppi dovrebbero essere composti in maniera omogenea con un numero di partecipanti da 8 a 10 soggetti cosicché ognuno abbia la possibilità di parlare e la durata è intorno alle 2 ore e mezza, il lavoro deve essere condotto in ambiente tranquillo e ogni partecipante deve poter rimanere fino alla fine senza che ci siano condizioni di disturbo. I due conduttori cominciano presentandosi e specificando che si tratta di un’opportunità per esprimere le proprie impressioni sull’esperienza e condividerle con gli altri, non è obbligatorio parlare ma è incoraggiato farlo. Il de-briefing è strutturato in fasi anche se poi nella pratica difficilmente vengono seguite; anche qui si inizia dal racconto dei fatti come ognuno li ha percepiti e vissuti, cercando di far emergere le situazioni più difficili da raccontare, probabilmente legate a intensi sentimenti di paura o colpa. Dopo si passa ad esplorare i pensieri relativi all’esperienza, in particolare quelli più trascurati con l’intento di normalizzare le reazioni cognitive e dimostrare che anche gli altri possono aver pensato le stesse cose. La fase delle reazioni è quella più difficile perché richiede di tirar fuori le emozioni, è opportuno farlo con discrezione visto che non si conosce ancora bene la capacità di fronteggiamento della persona. La fase dei sintomi punta a conoscere quelle che sono le forme di reazione allo stress di ciascuno, come continuano a perdurare, così che nella fase di insegnamento, presente durante tutto il de-briefing, i conduttori possano informare sulla normalità di certe reazioni, sul modo di controllare lo stress e dove si può richiedere aiuto.

  • assistenza estesa, dai 40 giorni ai 3 mesi. In questa fase lo psicologo continua a seguire le vittime e i gruppi, affianca i servizi sanitari e prevede interventi sull’intera comunità. E’ importante promuovere la creazione di gruppi di auto-aiuto poiché favoriscono il coinvolgimento di tutti quanti nell’attività di sostegno reciproco e di convalida dell’esperienza, permettono una gestione condivisa dei problemi pratici e sviluppo di piani d’azione per una ripresa della vita quotidiana, alimentano il senso di comunità, facilitano lo scambio di informazioni, intensificano il senso di controllo.
  • assistenza continuata comincia dopo i tre mesi, lo psicologo non è più impegnato sul campo, ma continua la sua azione con interventi sulle vittime attraverso tecniche più specifiche e approfondite. L’invio ad un trattamento più lungo e strutturato va progettato per persone che mostrano Disturbi Post Traumatici da Stress, disturbi d’ansia, depressione, nei casi in cui c’è bisogno di un intervento non più focalizzato solo sugli stressor relativi all’evento ma anche sulla valutazione della storia pregressa del soggetto, sulla modalità di funzionamento della personalità, sulle risorse personali e sociali di cui dispone.

Vorrei concludere questo excursus descrivendo lo zainetto dello psicologo o counselor dell’emergenza per la sua sopravvivenza emotiva:

  • Flessibilità intesa come adattamento creativo alla situazione
  • Capacità di lavorare in squadra
  • Capacità di chiedere aiuto
  • Sapersi “ascoltare”, nel senso di saper ascoltare le proprie mozioni senza voler strafare
  • Confini “psicologici” intesi come EMPATIA => giusta distanza per evitare invischia menti e confluenza
  • Senso del limite
  • Possibilità di accettare un eventuale “fallimento”

Parola chiave= ESSERCI in maniera trasparente, autentica, congruente; condividendo il loro vissuto , ascoltando attivamente le loro emozioni….

 

Fonte:liberamente tratto da  http://www.counselling-care.it/default.htm

 

Le quattro matrioske: temperamento – carattere – personalità – identità (II parte)

IDENTITà 5

René Magritte, Décalcomanie, 1966

Continuiamo a occuparci delle nostre matrioske e passiamo alla terza: la personalità.

Essa contiene le due precedenti, il temperamento e il carattere, ma va oltre queste.

“La “personalità” viene definita come lo stile di comportamento stabile e relativamente prevedibile nel tempo. E’ il modo che ci connota soggettivamente a livello delle percezioni, dei pensieri su noi stessi e sul mondo: le nostre credenze, il nostro sistema valoriale, i nostri ideali impliciti ed espliciti. E’ inoltre, il nostro modo di espressione ei regolazione pulsionale, è il nostro stesso sentire affettivo nel metterci in relazione con gli altri” (da E.Spalletta – Personalità sane e disturbate – ed. Sovera).

La personalità si forma nell’adolescenza attraverso l’internalizzazione del valore, ossia in quella fase della crescita in cui i valori vengono fatti propri in termini personali, momento faticoso di ricerca delle proprie personalissime motivazioni per aderire al valore.

In realtà uscire dall’infanzia vuole dire superare la pura adesione ai così detti comportamenti corretti per paura delle reazioni genitoriali, seguendoli invece in nome di una propria scelta.

Tutto questo necessariamente deve avvenire attraverso una fase di elaborazione personale che può portare con sé errori e opposizioni che hanno lo scopo di conquistare quella libertà indispensabile per seguire ciò che è giusto, senza essere condizionati dalle reazioni altrui o dal timore delle conseguenze. In questo modo l’adolescente può decidere che tipo di persona vuole diventare, che tipo di studente, di figlio e di uomo o donna intende essere.

L’adolescenza coincide con la scoperta dei propri valori, di ciò che ti fa vibrare. Alcuni possono sentirsi attratti dal senso di giustizia, altri dalla vicinanza con chi sta nel bisogno, piuttosto che attirati dal successo e dalla notorietà.

Conoscere i propri valori significa scoprire qualcosa della propria anima. Essi danno slancio ed entusiasmo, sono qualcosa per cui si si appassiona. Sentire di avere qualcosa per cui spendersi, che meriti una dedizione piena, fa venire voglia di vivere intensamente dando il meglio di sé.

I valori, dunque, a cui affidare la propria realizzazione personale fondano la nostra personalità e modificano sensibilmente le dinamiche affettive del temperamento e del carattere, esaltandone alcune e abbassandone altre armonizzandole, così, con la filosofia di vita scelta.

Il carattere predispone alla scelta di alcuni valori, ad esempio un figlio sensibile sarà incline a ritenere un valore il rispetto degli altri, mentre un figlio che tende ad essere sempre più forte degli altri è spontaneamente affascinato da chi comanda anche se fosse una figura negativa. Tuttavia rimane sempre un certo margine di libertà per riconoscere che alcune cose sono sbagliate anche se piacciono; esiste sempre la possibilità di rendersi conto che un certo tipo di comportamento non è giusto e che non è apprezzabile essere un tipo così.

Questa è la ragione per cui i figli diventando grandi possono “maturare” ed essere così persone migliori: possono lasciarsi progressivamente guidare da quello che è giusto e da ciò che valutano essere bene o male.

I valori quindi modificano il carattere, modellando le inclinazioni naturali rafforzandole o depotenziandole.

La scelta dei valori è relativamente indipendente dalla capacità educativa dei genitori. Essa è molto influenzata dai mass media e dalla cultura dominante come dagli incontri e dalle frequentazioni amicali. L’eredità valoriale della famiglia può, infatti, essere accettata o rifiutata, come gli insegnamenti dei genitori possono essere fatti propri o rimandati al mittente.

L’adolescente che intraprende il cammino della scoperta di sé, arriva alla meta non quando sa descrivere in modo realistico il proprio carattere o non ha più alcun dubbio sulla professione da scegliere, bensì quando intuisce il “tipo di vita” che lo fa sentire vivo, detta in una parola la sua “mission”.

La quarta matrioska che racchiude in sé tutte le altre è l’identità propriamente detta.

“Il concetto d’identità, riguarda la concezione che un individuo ha di se stesso nell’individuale e nella società, quindi l’identità è l’insieme di caratteristiche uniche che rende l’individuo unico e inconfondibile, e quindi ciò che ci rende diverso dall’altro. L’identità non è immutabile, ma si trasforma con la crescita e cambiamenti sociali” (da Wikipedia)

L’identità contiene in sé le tracce del temperamento, l’influenza dovuta alle circostanze della vita (carattere) e le decisioni guidate dai valori scelti, tutto ricollocato in un orizzonte più vasto. Essa si riferisce al “senso della vita”, al significato che noi vogliamo dare alla nostra esistenza.

Il processo di formazione dell’identità che trova la sua completezza intorno ai 45/50 anni si può distinguere in quattro fasi: “identificazione, di individuazione, di imitazione e di interiorizzazione. Attraverso l’identificazione  il soggetto si rifà alle figure rispetto alle quali si sente uguale e con le quali condivide alcuni caratteri; produce il senso di appartenenza a un’entità collettiva definita come “noi” (famiglia, patria, gruppo di pari, comunità locale, nazione fino ad arrivare al limite all’intera umanità). Con la componente di individuazione il soggetto fa riferimento alle caratteristiche che lo distinguono dagli altri, sia dagli altri gruppi a cui non appartiene (e, in questo senso, ogni identificazione/inclusione implica un’individuazione/esclusione), sia dagli altri membri del gruppo rispetto ai quali il soggetto si distingue per le proprie caratteristiche fisiche e morali e per una propria storia individuale (biografia) che è sua e di nessun altro. Attraverso l‘imitazione, che è intesa come attività di riproduzione conscia e inconscia di modelli comportamentali, l’individuo si muove in maniera differente all’interno della società a seconda del contesto sociale in cui si trova. Infine, l’interiorizzazione permette al soggetto di creare un’immagine ben precisa di sé grazie all’importanza che hanno i giudizi, gli atteggiamenti, i valori e i comportamenti degli altri sui noi stessi” (da Wikipedia)

Il compimento del progetto identitario porta con sé il disincanto di poter vincere su tutto e l’accettazione della propria e altrui umanità.

Parallelamente è il momento della riconferma definitiva del proprio “modo di vedere la vita”; si avverte che nonostante tutto non si può rinunciare alla propria maniera unica di essere.

E’ il momento della scelta definitiva di se stessi; e questa accettazione finale della propria identità si esprime attraverso cambiamenti che possono essere descritti in questo modo:

  • La persona acquista essenzialità: si va al sodo concentrandosi sull’essenziale. Si intuisce la sostanza delle cose e anche il giudizio sugli uomini e le vicende umane va oltre la mera apparenza.
  • Si rafforza la dedizione verso la propria “mission”: si lasciano perdere le cose marginali per concentrarsi su quello che è davvero importante per la propria realizzazione. E’ la stagione in cui compare il nucleo significativo e centrale di sé: si vive con più intensità e concentrazione, con più coraggio senza le paure e i dubbi che rallentano il passo. A questo punto il carattere perde importanza, ciò che acquisisce valore è invece la visione della vita che decide, dentro, cosa vale e cosa non vale, cosa merita o non merita la nostra dedizione.
  • Si chiarifica la personalità, poiché si lascia ispirare più profondamente dai principi e dalle convinzioni, la persona lascia intravedere più apertamente la sua anima.

Vivere la vita in modo conforme al proprio sentire più profondo, genera la soddisfazione dell’identità quasi volesse trasparire, senza più filtri, anche la contentezza del nostro Creatore.

 

liberamente tratto da:

O.Poli – “la mia vita senza di me”

Le quattro matrioske: temperamento – carattere – personalità – identità

matrioske

Come vi ho promesso in questo post oggi vorrei soffermarmi nel delineare i quattro aspetti distintivi del nostro carattere: il temperamento, il carattere propriamente detto, la personalità e l’identità.

Metaforicamente possiamo rappresentarli come quattro matrioske contenute una nell’altra; cominciamo con la prima.

Il temperamento che possiamo considerare come la matrioska più piccola è “una tendenza costituzionale, stabile, presente fin dalla nascita, geneticamente predisposta e regolata da fattori ormonali e da neurotrasmettitori” (da E.Spalletta – Personalità sane e disturbate – ed. Sovera).

Al temperamento appartengono gli aspetti più generali del carattere come essere estroversi o introversi, timidi o sicuri di sé, docili o tendenzialmente ribelli. Le aree in cui si manifestano queste tendenze sono le emozioni, l’attenzione e l’attività motoria.

Possiamo definire il ”temperamento” come l’indole di fondo di ogni individuo non riconducibile ad altro che ad una misteriosa combinazione di fattori ereditari. E’ importante ribadire che esiste un temperamento dato in natura per non correre il rischio di cadere nel “determinismo educativo” ispirato dal presupposto che è la qualità del rapporto educativo a rappresentare l’unica variabile in grado di determinare il comportamento, l’orientamento valoriale e la riuscita della vita dei nostri figli.

Gli errori dei figli sarebbero quindi sempre e necessariamente riconducibili ad errori educativi e i loro comportamenti inadeguati ad errori dei genitori. Causa questa dell’incubo che tiene aperta l’industria dell’angoscia materna di non essere una madre “sufficientemente buona” ventiquattro ore su ventiquattro.

Al verificarsi di ogni problema dei figli, per chi segue la cultura del “determinismo educativo” la domanda è una: “dove sono i genitori?” Passando severamente al vaglio il loro impegno e la loro capacità educativa e poichè nessun genitore è perfetto, il colpevole è presto trovato.

Questi infatti avrebbero dovuto prevedere ciò che non va. L’errore del figlio è quindi irrimediabilmente causato dal fallimento educativo del genitore, come se questi fosse onnipotente e l’educazione potesse tutto, indipendentemente dalle caratteristiche innate del figlio e dalla sua capacità di decidere da sé.

Questo presupposto, che non tiene conto della nozione sul “temperamento”, non fa altro che assegnare al genitore un eccesso di responsabilità con l’unico risultato di sentirsi perennemente ansioso e fallito se il figlio non è come dovrebbe.

C’è una grande differenza tra il genitore disperato iper-responsabilizzato e quello che soffre per gli errori dei figli. La sofferenza del primo è “malata” perché dettata dal senso di colpa, la seconda è sana perché motivata dal vero dispiacere.

I genitori generano i figli ma non li creano; anche i figli sono portatori di debolezze affettive e morali tipiche di una natura, nella sua grandezza, imperfetta e limitata. Il compito dei genitori è di accoglierli nella loro umanità, aiutarli nel riconoscimento di loro stessi e delle loro debolezze, accompagnandoli nel rafforzamento delle loro potenzialità e nell’accettazione dei loro limiti. Solo la consapevolezza e l’accettazione possono “contenere” e valorizzare quello che la natura ci dà in dono.

Il carattere è la seconda matrioska, entro cui è contenuto il “temperamento”.

Il “carattere” è “la componente della personalità maggiormente plasmata dall’ambiente. Coincide con  l’espressione delle funzioni cognitive, con l’elaborazione di idee e concetti su di sé e sugli altri e sul mondo” (da E.Spalletta – Personalità sane e disturbate – ed. Sovera).

Come si può evincere da ciò che ho scritto sopra, le circostanze educative, in questo caso, possono molto nella formazione del carattere. Non è ininfluente nascere in una famiglia serena ed equilibrata piuttosto che in una famiglia disfunzionale.

E’ proprio nella formazione del carattere che più si dispiega il potere educativo dei genitori che possono, molto spesso inconsapevolmente, alimentarne alcuni aspetti e scoraggiarne altri contribuendo in modo significativo alla configurazione del software psicologico del loro figlio. Se, ad esempio, un genitore si sente in colpa nei confronti del figlio, non sarà sufficientemente determinato nel gestire i suoi capricci finendo per viziarlo.

Se dunque è pur vero che i materiali da costruzione, ossia il “temperamento”, sono dati in natura, il progetto educativo è elaborato dai genitori, che con la mano destra traccia linee armoniose ed equilibrate, e con la sinistra spesso cancellano o distorcono il disegno originale. Vogliono il bene del loro figlio ma inconsciamente ne alimentano gli aspetti meno positivi.

…… se ti interessa leggere anche delle altre due matrioske “personalità” e “identità” ti do appuntamento a domani ….

liberamente tratto da:

O.Poli – “la mia vita senza di me”

Perdona te stesso ….

bambino che corre

Uno degli ostacoli che non ci permette di mollare la presa verso quelle situazioni che ci creano pesantezza e interrompono il nostro flusso vita sono le emozioni e  i sentimenti negativi , tra cui, i più nocivi sono quelli che ci riguardano direttamente: il senso di colpa e il risentimento verso noi stessi.

In questo caso il perdonare, il lasciare andare diventa ancora più difficile perché comporta accettare i propri limiti, ridimensionare i nostri vagheggiamenti di esseri “perfetti”.

Il fatto di riuscire a perdonare se stessi permette di andare avanti, lasciandoci alle spalle ciò che è stato ieri per dare tutta la propria attenzione a quello che si può vivere oggi.

Mollare la presa sul risentimento contro se stessi significa smettere di vivere con i propri vecchi fantasmi e prepararsi ad accogliere pienamente quello che la vita ci offre.

E tu sei pronto a perdonare te stesso?…..

Seguimi…..

Metti una musica dolce e rilassante. Poi prendi un foglio e una penna e lascia vagare la mente…..

Ritorna indietro nel passato e pensa a tutte le cose per cui sei risentito, arrabbiato, furioso con te stesso.

Scrivile tutte….

Lo so….. è difficile… è più facile perdonare gli altri che se stessi…. continua, ammorbidisci la presa della penna…. respira…. continua….

Spesso, troppo spesso, siamo duri, da noi  pretendiamo la perfezione, forse chissà l’unica via per arrivare al cuore di coloro da cui vogliamo essere amati e accettati….. e quindi ogni errore che facciamo deve essere severamente punito ….

Ora è giunto il tempo di superare questo vecchio atteggiamento perché è attraverso gli errori che puoi imparare. Se fossi perfetto, non avresti nulla da imparare, non avresti bisogno di stare sulla terra…..

Inoltre “essere perfetto” non ti guadagnerà neppure l’amore e l’approvazione dei genitori, ti farà solo sentire in torto e mai abbastanza bravo…

Lascia questo peso…. prova ad attaccarlo ad un palloncino e molla la presa….

PERDONATI…….

Datti lo spazio per essere spontaneo e libero….

Non hai bisogno di provare vergogna e sensi di colpa…..

Ricordati di quanto era meraviglioso correre libero da bambino! …..

Ascoltati…. Senti quello strano formicolio che parte dalla punta dei piedi e piano piano sale lungo le gambe…. la pancia…. il cuore…. il viso… la testa…. quella voglia di leggerezza…. le spalle più morbide …. il respiro più fluido ….

Cogli l’attimo … vivi il presente ….esci….

Vai sulla spiaggia, o in un parco, o anche in un parcheggio vuoto e mettiti a correre…. correre …. correre…: non una corsetta composta, ma una corsa libera e selvaggia….

E se proprio ti senti ridicolo monta sul letto … salta…. balla …. E mentre lo fai ridi!!! Porta con te il tuo bambino interiore e divertitevi….

Che importa se qualcuno ti vede??? Questa è la tua libertà!!!!!

Celebra la vita

celebrare la vita

“Continui a ripeterci di celebrare la vita. Che cosa c’è da celebrare?”

“Posso capire. La tua domanda è importante: sembra che non ci sia niente da celebrare. Che cosa c’è da celebrare?….

C’è da celebrare tutto. Ogni momento è così fantastico, così immenso ogni momento porta una tale estasi….. ma tu sei addormentato.

L’estasi arriva, ti volteggia intorno e se ne va….  La brezza arriva, ti danza intorno e se ne va ….. Ma tu continui a dormire.

I fiori sbocciano e la loro fragranza giunge fino a te, ma tu dormi…

Mi chiedi: che cosa c’è da celebrare? Che cosa non c’è per non celebrare? Qui c’è tutto ciò che uno possa immaginare. Qui c’è tutto ciò che uno possa desiderare. C’è più ancora di quanto tu possa immaginare…..

Pensa ad un uomo cieco. Non ha mai visto fiorire una rosa. Che cosa ha perso? Lo sai? Non ha mai visto un arcobaleno. Non ha mai visto un’alba o un tramonto. Non ha mai visto il verde delle foglie sugli alberi. Non ha mai visto i colori….

E tu che hai gli occhi chiedi: che cosa c’è da celebrare?

C’è l’arcobaleno, c’è il tramonto, ci sono gli alberi verdi, c’è un’esistenza così piena di colori …..

Eppure capisco. La tua domanda è importante. Capisco che questa domanda ha una certa rilevanza.

C’è l’arcobaleno, c’è il tramonto, l’oceano, ci sono le nuvole, c’è tutto… ma tu sei addormentato…

Non hai mai guardato una rosa. Ci sei passato accanto, hai visto la rosa, ma non l’hai mai guardata… non le hai mai dedicato un momento della tua attenzione.. non ti sei mai sintonizzato con lei… non ti sei mai messo vicino a lei, non ti sei mai seduto vicino, in comunione. Non le hai mai detto “ciao!”….

La vita scorre e tu sei semplicemente lì , senza partecipazione. Tu non sei in rapporto con la vita: ecco perché la tua domanda è significativa.

Hai gli occhi, eppure non vedi; hai le orecchie, eppure non senti; hai un cuore, eppure non ami… sei profondamente addormentato….”

Osho

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E allora cosa aspetti a svegliarti?…. apri gli occhi, scegli la tua rosa, il tuo filo d’erba, la tua onda del mare, il tuo pezzo di cielo, il tuo raggio di sole, la tua goccia di pioggia e VIVIIIIIIIIII………….

 

Alla ricerca della felicità

happy

“Meneceo, Non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità.
A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’anima. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l’età….” Epicuro – Lettera sulla felicità

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E tu … cosa aspetti a prenderti cura di te??? A scoprire quello che ti fa felice ???

Spesso ce la prendiamo con la sorte, con il destino, perchè non riusciamo a vedere la nostra, come una vita piena e felice.

Ma siamo proprio sicuri che sia tutta colpa della sfortuna?

Non è forse il caso di cominciare a riflettere su quali siano i nostri reali sforzi per costruirci una vita felice?

Bisogna sempre ricordarsi che la ricerca della felicità non è mai qualcosa legato all’esterno, ma è un movimento interiore, fatto di conoscenza di ciò che vogliamo o meno, e di scelte conseguenti.

La felicità è una scelta ricordalo e non è mai troppo tardi per iniziare a viverla !!!!!

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Suggerimento:

Yves-Alexandre Thalmann

Quaderno d’esercizi di allenamento alla felicità

Edizioni AValiardi

Imparare a scorgere le possibilità positive ….

fare la differenza

Le nostre aspettative tradiscono la nostra personalità. Sono sicura che conoscete qualcuno che, quando si abbozza una nuova idea, la scarta subito adducendo una serie di motivi per cui secondo lui/lei non potrà mai funzionare. E se vi mostrate scoraggiati, magari scusandosi, non potrà tuttavia fare a meno di sottolineare come le sue obiezioni siano soltanto realistiche.

Aspettarsi il peggio è altrettanto irreale che vedere la realtà dipinta di rosa. L’ottimismo e il pessimismo sono due segnali stradali che puntano in direzioni opposte e sta a noi decidere quale delle due prendere. Si è sempre tanto felici quanto lo si vuole essere.

Essere ottimisti  non equivale a essere scollegati dalla realtà, e non significa neppure negare l’esistenza di ostacoli: vuol solo dire aver fiducia di poterli superare.

Il pessimista è colui che, se ne potesse fare a meno, non si cimenterebbe mai in una nuova sfida: arresterebbe il suo sviluppo presagendo difficoltà e ostacoli immaginari senza riuscire poi a ricordarsi quale era il suo obiettivo originario. Il pessimismo conduce dunque spesso alla sconfitta, proprio come l’ottimismo, nella maggior parte dei casi, porta alla crescita personale e all’autorealizzazione.

Come ho più volte scritto in vari post il modo di pensare influisce direttamente sull’espressione delle emozioni e sul modo di agire.

Proviamo a fare un esempio: se io collocassi sul pavimento un’asse di legno lunga tre metri e larga trenta centimetri chiedendo a qualcuno di camminarci sopra, la persona potrebbe accontentarmi facilmente; ma cosa succederebbe se sospendessi la stessa asse anche a soli due metri dal suolo? La stessa persona comincerebbe a calcolare la distanza da terra, la possibilità di cadere, di farsi del male e probabilmente inizierebbe a sentirsi meno sicura dei suoi passi, sebbene non sia mutata la larghezza dell’asse; dato che pensa al pericolo che corre, il cervello invia al corpo segnali di allarme, così che la persona comincerà ad irrigidirsi rendendo più probabile la caduta.

Se, d’altro canto, sospendessi l’asse sempre a due metri da terra ma, grazie ad un’illusione ottica, facessi in modo che appaia ben ancorata al pavimento, la persona si rilasserebbe di nuovo e ci camminerebbe sopra senza temere nulla.

Attendersi che i risultati ci diano ragione e ci conducano al successo non fa altro che rendere più probabile la riuscita. Aspettarsi dei problemi e riempirsi la testa di complicazioni genera infiniti dubbi e pericolose apprensioni, mettendo a rischio il risultato finale.

Quando occorre raggiungere un fine, le attese positive o negative fanno la differenza. Esse influenzano la nostra capacità di perseverare con tenacia, e anche il successo del tentativo.

Le aspettative diventano realtà più facilmente di quanto crediamo: i nostri atteggiamenti danno forma al futuro.

Detto questo due possibili suggerimenti pratici :

  • DEDICATE DEL TEMPO A PENSARE AL VOSTRO OBIETTIVO => fatene un punto focale della vostra vita. Lottare per nuovi obiettivi è eccitante e appagante. Entrate nell’ottica del pensiero positivo e godetevi la prospettiva di impegnarvi a raggiungere lo scopo.
  • VISUALIZZATE IL SUCCESSO OTTENUTO => indulgere in pensieri pessimistici è nocivo per il risultato dell’operazione poiché fa sorgere dubbi sulle nostre capacità e finisce per minare la fiducia in noi stessi. Visualizzare significa vedere con gli occhi della mente e dimenticare per un attimo il presente. Proiettare i pensieri nel futuro e immaginare di vedervi dopo che avrete raggiunto lo scopo. Sulla strada che porta al raggiungimento dell’obiettivo si incontreranno naturalmente degli ostacoli e si dovrà necessariamente cercare di  superarli risolvendo tutti i problemi connessi. Tuttavia, mentre si è ancora occupati con queste difficoltà, per tenere alto il morale, si rivela molto utile continuare a visualizzare il risultato raggiunto, come se si avesse già superato l’ostacolo che vi si frappone. Quando si è nel mezzo di una situazione complicata, è facile farsi tentare dalla rinuncia perché non si scorge una via d’uscita. La visualizzazione ci permette di procedere anche durante i periodi di tensione, e può convincerci a non abbandonare il progetto.

Creandoci nuovi obiettivi, portiamo varietà e ricchezza nella vita, e se ci adoperiamo per perseguirli, facciamo in  modi di impegnarci a fondo.

Evitiamo di abbassare la testa davanti alle difficoltà e teniamo sempre ben presente lo scopo finale; più lo abbiamo chiaro in mente e più ci sentiremo sicuri, e più alte saranno le possibilità di riuscire …..

Riprendi in mano la tua vita

BARCHETTE IN MANO

Quante volte ci troviamo catapultati in situazioni che non volevamo?

Quante volte accade qualcosa che non ci sentiamo pronti ad affrontare?

A tutti capita di sentirsi in balia degli eventi, incapaci di uscire da una spirale di negatività che ci trascina e ci fa sentire impotenti.

Vorremmo riprendere il controllo della nostra vita, cambiare direzione ma spesso travolti al caos non sappiamo da dove iniziare.

Ecco 7 suggerimenti (Fonte: www.blessyou.me) per riscrivere il copione della nostra vita  ed esserne finalmente il protagonista.

  1. ASCOLTATI. Ascolta il dolore, l’ansia lo stress, la stanchezza. Cosa ti stanno comunicando? Quale è l’area della tua vita che sta boccheggiando, desidera aria fresca e ha sete di cambiamento? Accettare e ascoltare le emozioni negative richiede molto coraggio ma è la porta per la vera felicità. Cosa è che ti fa battere il cuore? Smetti di liquidare quel sogno, quel desiderio con la logica della paura che ripete incessantemente che “non si può-non è il momento-non ha senso-sarà troppo difficile-ma se poi…”. Ascolta il tuo istinto, rinnova le aree della tua vita, che non rispondono più ai tuoi desideri più profondi. Osa sognare e permettiti di vivere i tuoi desideri e le tue passioni.
  2. DIVENTA PADRONE DELLA TUA MENTE. Sono i pensieri che attraversano la nostra mente e creano la realtà che ci circonda. Il modo in cui pensi a te stesso plasma l’immagine che hai di te. Quando ti capita di avere pensieri negativi domandati se ti appartengono o sono frutto di condizionamenti del passato e di giudizi esterni a te stesso. Chiediti in che modo possono esserti utili. Se non lo sono, lasciali scivolare via e sostituiscili con altri che arricchiscano la tua vita. I pensieri governano le tue azioni e le tue reazioni ad ogni evento. E’ qui che risiede la chiave di volta. Padroneggia i tuoi pensieri, scegli con cosa nutrire la tua mente e diventerai padrone della tua vita.
  3. IMPARA A LASCIARE ANDARE. Oggi è il primo girono della tua vita. Ieri è già andato e domani, credimi, non arriverà prima di domani. Oggi, ora, adesso è l’unico momento su cui hai potere. Per quanto doloroso sia stato il tuo passato, per quanti sbagli credi di avere commesso, per tutte le cose che sarebbero potute andare diversamene, ormai sono andate. Vuoi cambiare qualcosa? Fai ora, adesso, qualcosa di diverso. Lascia andare il senso di colpa, la rabbia, il dolore, la tristezza e prima di lasciarli andare domanda loro cosa ti hanno voluto insegnare di utile per rendere diverso, migliore il tuo oggi.
  4. ALLENA L’ASSERTIVITA’. Meriti di dire “Sì” quando vuoi dire “sì” e “No” quando senti che quella determinata richiesta non è in linea con te stesso e non è giusta per te in quel momento. Non c’è niente da guadagnare ma tutto da perdere a lasciare che siano gli altri a decidere per te. Essere assertivi significa avere il coraggio di essere ed esprimere se stessi e ti permette di evitare la trappola del “se avessi fatto/detto, se fossi stato diverso…”. Che senso ha cercare di essere diverso da ciò che sei nel profondo?
  5. APPREZZA E GODI DELLE PICCOLE COSE DI OGNI GIORNO. Ormai numerosi studi scientifici hanno ampiamente dimostrato come esprimere gratitudine aumenti stabilmente il nostro livello della felicità. Un modo per riconoscere quelle cose che ci rendono grati della vita è godere del momento che stiamo vivendo ora. Stai mangiando? Gusta ogni boccone, assaporalo. Nota come questo cambi il semplice atto di mangiare. Stai chiacchierando con un amico/amica? Ascoltato apertamente, sospendi il giudizio e fai domande. Goditi la conversazione, le risate, i silenzi.
  6. RIDI, SORRIDI, GIOCA. Diceva Nietzsche “non si può ridere di tutto e tutti ma ci si può provare” Inizia da te stesso, guarda al lato comico dei problemi e delle difficoltà che incontri. Riuscirai a creare il distacco necessario per vederle da altre angolazioni. Ridi delle tue paure è uno dei migliori modi per affrontarle con coraggio. Sorridi. Non per convenzione o convenienza. Sorridi perché non c’è niente di più bello che poterlo fare. Entra in un bar la mattina e senti come cambia il tuo stato d’animo e l’atmosfera intorno a te regalando un sorriso sincero. Gioca. Torna bambino, scherza. Prova ad affrontare un compito noioso come se fosse un gioco divertente. Ti aiuterà a focalizzarti sugli aspetti piacevoli che non avevi minimamente considerato, stimolerà la tua creatività e ti aprirà a nuovi punti di vista.
  7. SCEGLI IL BICCHIERE MEZZO PIENO. La vita è piena di sfide. Affrontarle con sano ottimismo significa rivolgere la propria attenzione alle possibilità racchiuse dentro le difficoltà. Ricordati che dietro ogni vincolo c’è sempre un’opportunità, che ogni crisi può essere un’occasione e che il dolore porta sempre con sé il seme di una meravigliosa rinascita. Tocca a te scegliere se raccoglierlo!

Allora , tu che mi leggi, sei pronto per riappropriarti della tua vita?

 

Noi, artisti della vita …..

artista della vita

[…] Quando ti chiedi se si possa raggiungere la piena felicità, probabilmente credi di poter conquistare, individualmente e autonomamente, un modo di vivere più gradevole, degno e soddisfacente; e sei disponibile a fare quel tipo di sforzo e a sopportare forse quel tipo di sacrificio che qualsiasi causa degna richiede e a fare ciò che di scomodo essa impone a chi la sostiene.

In altri termini, ponendoti tale domanda hai indicato che, anziché accettare placidamente e docilmente lo stato di cose esistente, sei propenso a misurare la tua forza e la tua capacità secondo gli standard, i compiti e gli obiettivi che hai definito per la tua vita, e non viceversa: a misurare le tue ambizioni e finalità con le forze che ritieni di avere o di poter mobilitare in questo momento.

Hai certamente fatto ipotesi del genere, e agito di conseguenza: altrimenti non ti saresti preso la briga di porti queste domande. Se lo hai fatto significa che agisci in base alla convinzione che il mondo che ti circonda non sia “dato” una volta per tutte, che possa essere cambiato, e che tu, proprio tu, possa a tua volta cambiare mentre ti dedichi a cambiare il mondo. Significa che tu parti dall’idea che lo stato del mondo possa essere diverso da come è, e che il modo in cui cambierà dipenderà da ciò che fai, e che questo è vero come (e più) del fatto che ciò che fai, o non fai, dipende dallo stato del mondo (passato,presente,futuro).

Significa che confidi nella tua capacità di “fare la differenza”: una differenza per la tua vita, ma anche per il mondo in cui vivi.

In breve significa che pensi di essere un artista in grado di creare e di dar forma alle cose parimenti di essere tu stesso un prodotto di quel creare e dare forma ….

L’affermazione secondo cui “la vita è un’opera d’arte” non è un postulato o un monito (del tipo “prova a rendere la tua vita bella, armoniosa, dotata di senso e ricca di significato, come i pittori o i musicisti cercano di fare con le loro opere), ma una constatazione di fatto.

La vita, se è vita umana – la vita di un essere dotato di volontà e libertà di scelta – non può non essere un’opera d’arte.

Volontà e scelta lasciano la propria impronta sulla forma di vita, per quanto si tenti di negarne la presenza e/o di nasconderne il potere attribuendo il ruolo di causa alla presunta pressione schiacciante di forze esterne che impongono l’”io devo” dove avrebbe dovuto esserci l’”io voglio” e restringono in tal modo il ventaglio delle scelte plausibili. […]

[…] L avita si vive nell’incertezza, per quanto ci si sforzi del contrario. Ogni decisione è condannata ad essere arbitraria; nessuna sarà esente da rischi e assicurata contro insuccesso e rimpianti tardivi. Per ogni argomento a favore di una scelta si trova un argomento contrario non meno pesante. […]

[…] Quando ci incamminiamo a modo nostro verso una vita rispettabile, dignitosa, soddisfacente, degna (e felice!), per evitare errori e sfuggire all’incertezza facciamo affidamento sulla guida di una stella che abbiamo scelto per la sua luce rassicurante. Ma in tutto ciò ci renderemo conto presto che la nostra scelta della stella-guida è stata, in ultima analisi, nostra, ed è gravida di rischi come lo sono state, e sono destinate ad essere tutte le nostre scelte – e rimarrà fino alla fine la nostra scelta, come nostra è la responsabilità di averla fatta …

Zygmunt Bauman – L’Arte della vita – pagg.68-73)