Scegli di (non) avere problemi

nessun problema

“E’ facile crogiolarsi nell’oscurità, essere cinici. Essere felici è una scelta coraggiosa. E’ prendere posizione” Sally Hawkins

Questo post è un po’ un paradosso, o meglio una provocazione per tutti noi che nel momento in cui un problema sparisce dal nostro orizzonte quasi ne abbiamo nostalgia.

A noi essere umani piace la sensazione di risolvere problemi, ci piace sentirci intelligenti e in grado di occuparcene.

Ma per avere questa bella soddisfazione, abbiamo bisogno di qualche problema da risolvere. Crediamo dunque di voler evitare i problemi, mentre ci servono per poter vivere l’emozione positiva tipica dell’essere in grado di risolverli con l’iniezione di autostima che ne consegue.

La prova di ciò? Il fatto che, se per un paio di giorni di seguito “tutto va bene” e non ci sono problemi in vista, presto ci sentiamo nervosi, o ci annoiamo, o improvvisamente ci irrita o ci “manca” qualcosa. Oppure ci interessiamo ai problemi altrui.

Starcene semplicemente tranquilli, distesi sul divano, o comodamente seduti in poltrona o a passeggio in un prato, non è da noi: prima o poi sentiamo il bisogno di occuparci di qualcosa, di dimostrare, anche solo di fronte a noi stessi, le nostre capacità, di metterci alla prova.

Questa scelta, quindi, ci porta ad osservare eventuali “problemi” come, appunto cose di cui possiamo occuparci, e come buone occasioni per mettere alla prova la nostra creatività umana. Non solo, possiamo anche notare grazie a quali visioni, scopi, disegni di vita riusciamo ad assegnare significati alle cose adatti a vedervi dei problemi.

Lo so, quello che ho detto potrebbe sembrare alquanto cinico e contraddire le mie capacità empatiche e professionali, in realtà fa parte di quella ricerca di congruenza e consapevolezza della propria vita che è poi il presupposto fondamentale per ri-trovare la parte di sé più autentica.

Immaginiamo una persona che per evitare il grigio dell’inverno, le giornate senza sole, si sia fatta un paio di occhiali da sole con le lenti gialle che la aiutano a “stare su”.

Il problema di questa persona sarà, a questo punto, il come fare a togliersi se si abitua alla bellissima luminosità antidepressiva di questi occhiali.

Per riuscire ad avere questo problema la persona in questione deve desiderare in maniera implicita di evitare ad ogni costo di vedere il cielo grigio.

E questo a pensarci bene è uno pseudo-problema che nasconde uno scopo irraggiungibile: il desiderio di far credere al suo sistema limbico che sia sempre bel tempo è una pia illusione.

L’idea di comprarsi gli occhiali da vista con le lenti gialle era la soluzione che la persona aveva architettato al problema della depressione invernale. Ora che li ha, il problema è il timore di abituarsi.

Sembra allora che i problemi si adattino, malleabili, alla situazione, mutanti come un virus.

So che il problema dell’esempio di cui sopra è profondamente sciocco e chi mi legge potrebbe pensare: “avercene di problemi così ..”.

Tuttavia, molte volte,  anche i problemi “veri” tendiamo a vederli come tante buone occasioni per prenderci la soddisfazione di trovare una soluzione.

Proviamo, partendo dalla prospettiva dello pseudo-problema, a farci queste domande: come ci sentiamo nel farlo? … ci sembra un po’ un trucco come nel caso dell’esempio delle lenti gialle? … ma il significato che diamo alle cose non è una nostra creazione autonoma e personale? …. Allora chi ci vieta di essere felici rispondendo alle sfide della vita? … di metterci alla prova? …

Una specie di diffuso conformismo implicito ci dice di che cosa abbiamo bisogno : di un lavoro che ci dia soddisfazione, di una famiglia che funziona, di una vita felice, di questo e di quello … tutti buoni modi per avere modelli da raggiungere e quindi problemi da risolvere, oltre che per svalutare quello che , come al solito, è come è.

Ma se scelgo di avere i problemi che ho, per poter sentire la tipica contentezza legata al cercare di risolverli come una specie di sudoku speciale della mia vita, come mi sento ad averli? … sono ancora “un problema”? …. O sono le cose che al momento ci caratterizzano, di cui al momento ci occupiamo?

Se è vero che nessuno è infelice, o ha problemi “apposta”, osservarsi con consapevolezza dovrebbe rendere impossibile, la scelta di essere infelici o di avere problemi – infatti non è una scelta: quando sentiamo questo stato mentale possiamo scegliere di osservarlo, e ci possiamo chiedere che cosa ci vuol far fare, la nostra diffusa “infelicità”, ad esempio.

Se ci accorgiamo che l’inquietudine, l’insoddisfazione, l’infelicità sono una specie di benzina, di carburante dell’anima, verso la soluzione dei nostri problemi, ci sentiamo ancora cos’ infelici, ad essere infelici?

Tuttavia anche accettare che è disumano essere-sempre-felici mi pare una buona scelta, soprattutto per quei giorni in cui ci sentiamo meno coraggiosi del solito…..

Polarità e conflitti

polarità

I conflitti interiori più insanabili non nascono dalla contrapposizione tra cuore e cervello, ma dal contrasto del cuore con sé stesso. Giovanni Soriano

Ritengo che una delle condizioni indispensabili della conoscenza, della felicità, del ri-trovare se stessi amandoci così come siamo e vivere finalmente una vita piena sia da ritrovare nell’idea del ricongiungimento delle differenze, ossia nella integrazione delle nostre polarità e nell’accettazione del conflitto come strumento di crescita.

Il conflitto può essere sano e creativo oppure confluente e sterile. Quest’ultimo si ha quando non si capisce se stessi e si accusano gli altri di qualcosa di cui siamo colpevoli mettendo in atto il meccanismo della proiezione: attribuisco a te parti di me che “non voglio” riconoscere.

Il conflitto sano si ha quando ognuno di noi è una persona integrata con una certa autoconsapevolezza e un chiaro senso di differenziazione.

Il conflitto nasce quando c’è un chiaro senso di disaccordo su qualcosa che tra di noi rappresenta un problema reale; non è il risultato della proiezione sull’altro di ciò che non siamo in grado di affrontare dentro di noi. Il conflitto sano, se gestito abilmente, produce dei buoni sentimenti tra le persone; è una situazione vincente-vincente e non vincente-perdente.

Inoltre il conflitto dà la possibilità di differenziare noi stessi dai confini di altre personalità. Molto spesso coloro che hanno profondi legami tendono anche a perdersi l’uno nei confini dell’altro, al punto da sembrare simili. Quando, invece, due confini chiaramente differenziati entrano in attrito, le persone vivono un felice senso di contatto.

Lo stesso vale per i conflitti intrapsichici o interiori. Quando vengono portati alla consapevolezza con chiarezza, i conflitti permettono alla persona di avere il senso della propria differenziazione interiore e, a livello di creatività, danno la possibilità di un comportamento integrato, un comportamento che è nettamente adattivo perché spazia nell’intera gamma di risposte tra poli estremi. La persona, in questo caso, è in grado di rispondere con flessibilità ad una varietà di situazioni che non rientrano in quella gamma. Al contrario le risposte polari sono generalmente limitate, povere di immaginazione e hanno scarsa relazione con gli stress della vita quotidiana. Il conflitto che si ripete in maniera stereotipata, senza soluzioni uniche, senza che si impari nulla, porta alla confluenza invece che al contatto con le persone.

Non si può parlare di conflitti senza parlare di polarità: immaginiamo l’individuo come un conglomerato di forze polari che si intersecano fra di loro.

Con un esempio molto semplificato, potremmo dire che una persona ha dentro di sé la qualità della gentilezza e anche la crudeltà, la durezza ma anche la dolcezza. Inoltre una persona non possiede solo un opposto, ma diversi opposti correlati fra loro. Per esempio, la crudeltà può non essere l’unica polarità della gentilezza; un’altra potrebbe essere l’insensibilità, l’indifferenza verso i sentimenti di un’altra persona.

Tutto questo è ovviamente correlato al retroterra del singolo individuo e alla sua percezione della realtà interiore che è costituita da realtà accettabili o inaccettabili per il sé.

Spesso il concetto che abbiamo di noi stessi esclude la dolorosa consapevolezza delle forze polari dentro di noi. Preferisco pensare a me stessa come ad una persona brillante piuttosto che noiosa, aggraziata anziché goffa, tenera e non rude, gentile e non crudele.

In teoria, la persona “sana”, che vive il suo ben-essere,  è un cerchio intero che possiede migliaia di polarità integrate e interconnesse, tutte fuse insieme. Essa è consapevole delle molte polarità dentro di sé, compresi quei sentimenti e quei pensieri che la società disapprova, ed è in grado di accettarsi così come è.

Questa persona dice a se stessa:” qualche volta sono tenera, ma nelle situazioni in cui sono minacciato mi piace molto la mia durezza. Quando sono in fila e qualcuno deliberatamente cerca di passarmi davanti non mi sento tenera e va bene così”.

Una persona può essere in genere aggraziata e tuttavia goffa in certe situazioni. Una persona integrata può scontrarsi con un cameriere in un ristorante senza dover dire a se stessa “che disastro che sono”.

Ci possono essere comunque dei “punti ciechi” nella consapevolezza di questa persona. Può riconoscere la propria dolcezza ma non essere consapevole della durezza dentro di sé. Quando questa durezza viene portata alla sua attenzione, può provare sofferenza, ma comunque essere disposta ad incorporare questa nuova idea di se stessa. Essa non sempre approva tutte le sue polarità, ma il fatto che è pronta a soffrire per conoscerle è un aspetto significativo della sua forza interiore.

Al contrario la persona in difficoltà con se stessa, che vive il suo mal-essere, ha una visione rigida e stereotipata di sé e non è in grado di accettare molte parti di se stessa. Essa rinnega le cosiddette polarità negative, cioè quegli aspetti di sé che è stata condizionata a ritener inaccettabili e tendo invece a proiettare queste caratteristiche sugli altri. Il fatto di diventare consapevole di queste polarità inaccettabili la rende ansiosa. Il risultato sono i sintomi nevrotici, laddove la nevrosi rappresenta la sua incapacità a controllare l’ansia.

Prova ora, se ti va, a rispondere alle seguenti domande… lascia che le risposte affiorino senza porre barriere con la mente …. Ascoltati potrebbe essere l’occasione per mettere a fuoco i tuoi punti ciechi …

  • Quale sentimento ho difficoltà ad accettare? …
  • Perché è inaccettabile per me? …
  • Cosa nascondo di me? …
  • Quando lo faccio e con chi? …
  • Cosa succederebbe se non mi nascondessi? …
  • Cosa fingo di me? …
  • Quando lo faccio e con chi? …
  • Cosa succederebbe se non fingessi? …

Dinamica della preoccupazione e delle inquietudini.

ansia

“La mia mente non fa altro che scannerizzare il futuro! E’ come un radar sempre in funzione, che cerca di vedere le seccature in arrivo prima ancora che siano arrivate”, così mi raccontava un giorno una mia cliente a cui avevo chiesto di trovare una metafora che descrivesse il suo continuo stato di pre-occupazione.

La pre-occupazione è in effetti un rimuginio rivolto verso il futuro. E’ costituita da un concatenarsi di stati d’animo negativi e dolorosi riguardo a quello che potrebbe accadere ( ma quando si è oltremodo ansiosi si sopprime il condizionale e si dice “quello che accadrà”) in un futuro più o meno prossimo.

La sequenza di pensiero disfunzionale messa in atto dalla pre-occupazione è stata largamente studiata dai cognitivisti:

  1. Si producono costantemente ipotesi su eventuali pericoli futuri
  2. Si scambia l’ipotesi per una certezza
  3. Si reagisce come se essa fosse realtà.

Nel corpo e nel cervello dell’ansioso non c’è differenza tra pensare un problema ed averlo. Se  mi metto a pensare alla mia morte, a poco a poco il mio corpo e la mia mente reagiranno come se dovessi morire presto.

Tuttavia, ad un certo punto, questa tensione di tutto il nostro essere diventa troppo dolorosa: allora cerchiamo di allontanarcene, provando a scacciare le nostre inquietudini, cosa che non funziona affatto, pensando a qualcosa di altro, o buttandoci in una qualsiasi attività. Ma, dal momento che questa distanza rappresenta un “controllo” meno efficiente del problema, ci ricaschiamo. E ci ricaschiamo continuamente.

Questo continuo movimento di avvicinamento ed evitamento a cui è stato dato il nome di “flip-flap delle preoccupazioni” è descritto in maniera superba da Woddy Allen, sagace interprete dei meccanismi dell’animo umano: “credo che il mio esaurimento peggiori. La mia asma anche. Quando respiro si sentono dei sibili e la testa mi gira sempre più. Soffoco fino a sentirmi mancare. La mia stanza gronda umidità ed io ho continui brividi e palpitazioni cardiache. Ho anche notato che non ho più asciugamani puliti. Fino a quando andrà avanti tutto questo?”

Il brano riportato sopra è un bell’esempio di uno dei meccanismi dello humor che è tipico dell’ansia: non appena si comincia ad avvicinarsi troppo a quello che fa paura, cambiare subito argomento e abbassare la tensione con una battuta di spirito. Abbiamo la sensazione di poter controllare la preoccupazione solo con la fuga; ma, d’altro canto, subito dopo inconsciamente non siamo tranquilli all’idea di lasciarci alle spalle dei problemi irrisolti. Quindi ci ritorniamo sopra, ma è troppo dura, e allora torniamo a fuggire e così all’infinito ….

Perché non impariamo niente dalla vita??? Tutti abbiamo visto e sperimentato che un sacco di volte la nostra inquietudine non è servita a nulla: vuoi perché non c’era nessun pericolo, vuoi perché non era poi così tremendo e siamo riusciti a sopravvivere.

L’inquietudine è un po’ come l’adesione ad una fede. E’ un po’ vero per tutti gli stati d’animo, che tendono a farci aderire ad una visione del mondo, ma sembra sia più evidente per gli stati d’animo ansiosi. Per esempio diffidiamo molto di più dei nostri stati d’animo collerici per paura di quello a cui potrebbero portarci, e individuiamo più facilmente i nostri stati d’animo tristi, perché appesantiscono il nostro corpo e frenano le nostre azioni.

L’ansia, invece, sa perfettamente come sussurrarci all’orecchio: “io sono tua amica, non sono altro che prudenza, lucidità, vigilanza. Abbi fiducia. Vai avanti insieme a me!”.

Il credo degli ansiosi è:

  • Il mondo è pieno di pericoli e minacce
  • Io sono fragile e quelli che amo sono fragili
  • E’ possibile sopravvivere, o aumentare le possibilità di sopravvivenza, all0unica condizione di adottare tutte le precauzioni adeguate.

Questa percezione di un mondo pericoloso implica ovviamente un estremo desiderio di evitare il minimo rischio.

Certo, le basi di questo credo comportano una parte di verità, ma solo una parte; proviamo quindi a rimodularle:

  • E’ vero, il mondo è pericoloso, ma soprattutto in determinati momenti e in determinati luoghi, ve ne sono altri in cui possiamo sentirci al sicuro.
  • E’ vero che siamo fragili e adottare qualche precauzione è utile, ma non al punto di adottare tutte le precauzioni possibili e vivere sotto una campana di vetro
  • E’ vero che stando attenti aumentiamo le nostre possibilità di sopravvivenza; è inutile tuttavia farne un’ossessione che deteriorerebbe la nostra qualità di vita, facendoci sopravvivere a lungo, ma chiusi nella gabbia della iper-protezione.

La nostra inquietudine dura anche perché noi la coviamo, la alimentiamo chiudendoci nelle nostre convinzioni. Diventiamo intolleranti ad altre visioni del mondo.

Quando siamo invischiati in stati d’animo ansiosi, tendiamo a provare stupore o collera di fronte alle persone allegre, a quelle che non si preoccupano, agli ottimisti: le vediamo unicamente come persone a cui manca qualcosa, l’intelligenza o la lucidità, ma non come persone che hanno qualcosa più di noi, per esempio una propensione per la felicità.

Ci piace immaginare che non abbiano avuto a che fare con la preoccupazione per un caso fortunato “la vita li ha favoriti”, per negazione “fanno come gli struzzi”, o per stupidità “non hanno mai capito nulla di come va il mondo”.

Non riusciamo a goderci la vita e non riusciamo a capire come gli altri possano farlo: “ho qualcosa di meglio da fare che rallegrarmi: preoccuparmi! E’ più importante! E’ più utile!”

E’ curioso questo complesso di superiorità che ci invade quando siamo sotto l’influsso delle nostre pre-occupazioni. In quei momenti qualcuno che veda le cose più serenamente di noi è uno che non si cura di nulla, vale a dire un incosciente. Un povero miscredente che non ha capito il nostro credo.

Un’altra mia cliente in un giorno di particolare scoramento mi diceva: “l’ansia vince sempre”. Io non credo che siamo condannati a vederla sempre vincere, ma, di fatto, accogliere che gli stati d’animo di ansia, inquietudine siano sempre lì pronti ad entrare nelle nostre vite come ospiti indesiderati che ci sforzeremo comunque di ascoltare  …….

Strategie di ottimismo: come rimanere ottimisti quando le cose vanno male.

germoglio pietra

Quando un particolare problema ritarda lo sviluppo dei progressi che avevamo messo in conto, capita di frequente che siamo subito pronti a dubitare di noi stessi,della validità dell’obiettivo che ci siamo dati e dei risultati da ottenere.

Gli eventi inaspettati che portano scompiglio nella routine delle nostre attività costituiscono una minaccia per la nostra stabilità; la nostra reazione allora sarà esagerata e proprio questo panico improvviso ci impedisce di risolvere il problema al più presto possibile.

Non è il problema in sé a scuotere la fiducia in noi stessi, ma il nostro atteggiamento nei suoi confronti che ci preclude il superamento dell’ostacolo in maniera rapida e incisiva.

Se ci facciamo prendere dal panico non appena le cose vanno male indeboliamo notevolmente le nostre capacità di risoluzione delle situazioni. Non appena percepiamo un segnale di pericolo, ci irrigidiamo nella convinzione di non riuscire ad affrontarlo, decidendo per la fuga o l’abbandono; in altri termini non sviluppiamo appieno il nostro potenziale. Se pensiamo di essere dominati da forze al di fuori del nostro controllo, la nostra risposta sarà conseguente, ma se crediamo nella nostra capacità di dirigere gli eventi, possiamo attivarci per mettere in pratica le nostre idee.

Quello di cui abbiamo bisogno è la consapevolezza della nostra forza per poterne disporre in caso di emergenza.

Ogni problema ha un punto debole, ed è lì che occorre fare leva per sbarazzarsene: prima di risolverlo però bisogna affrontare tutta intera la difficoltà; cercare di sfuggirvi rappresenta solo una liberazione a breve termine. Occorre quindi analizzare bene quello che ci infastidisce e ci fa indugiare troppo: allora scopriremo che il problema non era poi così difficile come pensavamo.

Svisceriamolo in tutti i dettagli e poi sbrogliamo la matassa verso la soluzione: ci accorgeremo di quanto ci sentiremo sollevati e sicuri delle nostre capacità. Concentrarsi sull’ostacolo da superare ci permette di perdere il controllo della situazione, privandola così dell’aspetto minaccioso. Smontando il problema in tutte le sue parti, sapremo trattarle ad una ad una con successo.

Ecco dunque i tre passi principali per conservarsi decisi a proseguire anche in una situazione difficile:

OSSERVARE – DECIDERE – AGIRE

Facciamo un esempio. Un giorno notate che una vostra collega di lavoro vi risponde a malapena: sembra che sia furiosa. Vi chiedete cosa possa essere successo e se avete fatto qualcosa per irritarla tanto, per cui cominciate ad osservare come si comporta con gli altri. E’ scortese con tutti o solo con voi?

A seconda di come valutate il suo comportamento, dovrete decidere cosa fare. Se la collega è ostile solo nei vostri confronti, potete girarle al largo e aspettare che passi la tempesta (non-azione), oppure potete chiederle che problema ci sia (azione). A seconda del vostro grado di sicurezza scegliete l’una o l’altra opzione (azione o non-azione).

Se però notate che la collega è brusca con tutti, avete sempre due possibilità: se vi è indifferente, probabilmente la ignorerete per un po’ (non –azione); se siete interessati a lei o a mantenere un’atmosfera gradevole in ufficio, forse vorrete rivolgerle la parola per scoprire le ragioni del suo cattivo umore (azione).

Il più delle volte si sceglie la non-azione perché si teme di andare a scoprire la realtà. Invece di chiarire la situazione, ci avveleniamo la vita elucubrando sulla possibilità di avere fatto qualcosa all’altra persona per offenderla. Invece di puntare a scoprire la verità, ci torturiamo rivolgendoci accuse ed evocando fantasmi; in altre parole, ci rifugiamo nell’elucubrazione mentale, ma così non facciamo altro che crearci delle angosce.

Assumere un atteggiamento costruttivo per la soluzione delle difficoltà allarga lo spettro delle possibilità che abbiamo perché meglio sapremo risolvere le piccole difficoltà e più grande è la probabilità di essere in grado di tener testa nelle situazioni più difficili. Imparando a trattare i problemi spinosi, estenderemo i confini di ciò che siamo consapevoli di fare e sperimentare, collocandoci giustamente sulla strada che porta alla nostra pena realizzazione.

Proviamo a rimuovere gli ostacoli e poi a dimenticarcene. Possiamo fare davvero tutto quello che vogliamo, possiamo superare le difficoltà e, mente le vinciamo, conosceremo meglio noi stessi, le nostre capacità e le nostre potenzialità per ottenere le cose

Una teoria del vivere ….

teoria del vivere

“Non si può fare a meno di aver continuamente presenti i problemi: se li abbandoni, quando ci ripensi è peggio …” Molti pensano così alla vita. Tutti attraversiamo momenti in cui i pericoli e le preoccupazioni occupano per intero la nostra emotività e i nostri pensieri. Possiamo allora sentirci timorosi, come bambini che stanno rintanati, oppure avere l’impressione di essere come soldati appostati dietro le fortificazioni, impossibilitati ad allentare la guardia, destinati per sempre ad attendere l’arrivo del nemico.

Non vi è nulla di strano o di sbagliato in questi sentimenti; è importante però capire che si tratta di nostre opzioni, di modi di essere che adottiamo per affrontare la vita e non, come spesso crediamo, di ineluttabili necessità generate dalle pur reali difficoltà del vivere. Sono strategie di sopravvivenza.

In questo modo possiamo anche pensare che c’è talvolta un po’ di esagerazione nei nostri pensieri, che il continuo orientamento ai pericoli ed ai problemi rischia di farci sfuggire felicità, soddisfazioni, emozioni anche se si sa che prima o poi i barbari potranno premere ai confini.

La capacità di vivere momenti (o anche lunghi periodi) di felicità e serenità fa parte delle potenzialità affettive dell’essere umano. Essa è collegata ad una sorte di “fiducia di base” che non tutti possediamo in modo uguale e che si genera in fasi precocissime della vita, ma che può essere aiutata a svilupparsi anche in seguito, e non ha nulla a che vedere con la superficialità o l’ottimismo a tutti i costi.

La fiducia di base ci rende speranzosi non tanto e non solo circa il buon esito delle nostre traversie, attuali o future, quanto nel fatto che in quelle traversie sapremo trovare il modo, pur soffrendo, di realizzare, per quanto possibile, compiti importanti della nostra vita o di cavarcela, ricostruendo sulle ceneri di quello che è andato perduto.

In qualche modo la fiducia di base ci facilita la vita perché non ci costringe ad occuparci continuamente della morte.

Già perchè il punto è questo, la paura della morte. Tutti moriamo e tale destino biologico è anche un evento affettivo presente in infinite forme nelle nostre emozioni.

Alla morte ci prepariamo inconsapevolmente nel corso di tutta la nostra vita. Ad essa non abbiamo nulla da opporre tranne la nostra stessa capacità di vivere e di lasciare nella vita qualcosa di noi.

Abbiamo una tensione interna a sopravvivere sia nella specie attraverso i figli, sia nella cultura e nella memoria tramite i ricordi, le ricchezze, gli affetti, i frutti del nostro talento o della nostra creatività. Possiamo quindi dire che vivere bene è in qualche modo collegato ad una pacificazione con l’idea della morte.

La vita ci presenta infinite morti sotto forma di perdite, sconfitte, disillusioni, rovesci, eventi che ci costringono a ricominciare, a sentire l’abbandono, l’incertezza, la solitudine, il fallimento.

Per alcuni questi accadimenti possono assumere la tinta fosca di un destino atroce, di una persecuzione malevola ed è facile che a questo proposito venga elaborata una teoria del vivere in cui vengono eliminate o ridotte al minimo la possibilità di piacere e felicità. Una teoria in cui è bene “non illudersi” ed è pertanto opportuno mantenere alzata la guardia, vivendo ogni momento come se stesse già accadendo quello che si teme potrà accadere. In questo modo l’infelicità viene utilizzata come una barriera immunitaria di fronte al rischio dell’attesa e della disillusione. Meglio vivere nello scontento che affrontare i rischi di un brusco disincanto.

Tuttavia credo che nessuno possa dire che la realtà sia veramente come il sogno. Il sogno è il motore della vita, ma è fatto per spingerci e per motivarci, quasi mai per essere realizzato così come è.

In fin dei conti, aver realizzato i propri sogni significa quasi sempre aver trovato una strada per sentirci amati, capaci, in pace con se stessi e questo avviene percorrendo vie impreviste, affrontando l’incertezza e il dolore come aspetti inevitabili ma utilizzabili per cambiare e per crescere.

E poi i sogni sono come i bambini: possiamo aiutarli, proteggerli, accudirli, ma dobbiamo anche affidali alla vita se vogliamo che crescano …

Alibi … scuse … e lamentele …

LAMENTELE

Partiamo da questa frase di Stephen Covey, stimata autorità nel campo della leadership esperto della famiglia, insegnante e consulente aziendale “se pensate che il problema sia all’esterno, è quello stesso pensiero il problema!”

Questo è “il” problema. Tante persone cercano scuse per non fare ciò che desiderano fare perché costa fatica. Preferiscono fermarsi ai problemi e incolpare elementi esterni (persone, cose e situazioni) piuttosto che iniziare a cercare soluzioni.

Tutti noi abbiamo desideri, obiettivi, aspettative in merito alla nostra vita, al nostro presente e al nostro futuro. Alcuni di noi trovano forza in tutto questo e lo utilizzano come un motore, come la freccia che viene scagliata dall’arco solo dopo essersi caricata della forza dell’arciere.

Altri, pur sapendo nel profondo cosa desiderano e quali risultati vorrebbero ottenere, fanno finta di non vedere, di non ascoltare la vocina interiore che li sprona ad andare in quella precisa direzione. Ti sei mai chiesto il perché?

Per quale motivo molte persone si nascondono dietro gigantesche scuse, illudendosi di non essere viste?

Paura di non riuscire, paura della fatica, incapacità di perseverare e andare fino in fondo. Questi alcuni dei motivi che impediscono all’essere umano di costruire la propria felicità. Gli uomini sono travolti dagli eventi esterni solo fino a che credono di essere una foglia al vento in una giornata autunnale di vento forte. Sballottati da una parte all’altra, senza poter decidere dove andare, spinti, guidati, travolti dalla tramontana: questo siamo noi finchè deleghiamo al mondo esterno problemi, risultati, stati emotivi e sconfitte.

Le circostanze, le condizioni esterne, le persone, la società, i colleghi, i clienti, sono solo degli attori, rappresentano la scenografia all’interno della quale si snoda la vicenda della nostra vita. Ma la regia, che dirige i lavori e stabilisce chi fa cosa, i tempi, le modalità di recitazione spetta ad ognuno di noi. O meglio: a coloro che hanno deciso di prendersi questa responsabilità.

Se vuoi fare qualcosa, trovi un modo. Se non vuoi fare qualcosa, trovi una scusa!!!!

Ecco una serie di domande e affermazioni usate spesso da chi vive nella deresponsabilizzazione, intesa come mancanza di iniziativa nel risolvere problemi e ottenere i risultati sperati:

=> Perché devo sempre fare tutto io?

=> Perché il mio capo non mi valorizza?

=> Perché proprio io?

=> Perché non mi prendono sul serio?

=> Perché non mi dedicate più tempo?

=> Quando imparerete ad ascoltarmi?

=> Lei/lui non mi capisce.

=> Io sono fatta così …

=> E io cosa posso fare se …

E queste sono solo alcune delle domande o affermazioni che ogni giorno ascoltiamo e pronunciamo. Quando non riusciamo nel nostro intento, quando ci sono dei problemi, difficoltà, circostanze impegnative, tendiamo a non essere più noi i responsabili e accusiamo il mondo esterno di quanto ci succede.

Lamentele, scuse, giustificazioni condiscono la nostra esistenza, rendendo gli altri, il fato, Dio, la società, il lavoro, la crisi le cause dei nostri problemi e più raramente anche degli eventi positivi. Insita nell’essere umano c’è questa tendenza sacrosanta a delegare a tutto e tutti la responsabilità di quanto si vive. E’ innegabile che siamo tutti inseriti in un ambiente caratterizzato da persone ed eventi che ci sfiorano e ci attraversano lasciando cicatrici. E’ da approfondire però il peso della capacità di scegliere e la possibilità che permette di imprimere una direzione, quella che preferiamo, all’imbarcazione che stiamo guidando.

Tempeste, forti venti, correnti, nebbia, sole, guasti al motore, secche: la vita è piena di imprevisti ed eventi da gestire per ognuno di noi.

A chi tocca agire? Molti si crogiolano nel vittimismo e nell’attribuire la colpa a qualcuno o qualcosa: e la libertà che ci spetta di diritto? Siamo influenzati o completamente determinati dall’ambiente? Siamo essere umani che si autodeterminano o siamo robot più simili agli animali che reagiscono agli stimoli esterni senza poter scegliere cosa fare?

E’ facile e comodo fermarsi al problema: lamentarsi è quasi gratificante, un’ottima valvola di sfogo. E poi? I problemi restano: il traffico, il prodotto che non vende, il partner egoista, i genitori oppressivi, il brutto carattere di qualcuno, le esperienze negative passate: tutto ciò non fa che alimentare una cultura della colpa. Più vittime, pedine, comparse prese e spostate nel grande film della vita invece che registi di se stessi.

Proviamo a pensare cosa succederebbe se fossimo noi i primi a sorridere al cliente “insopportabile” così da contribuire ad un rapporto più empatico? E se chi è un po’ insicura iniziasse a guardarsi allo specchio con amore invece che aspettare flebo di affetto da parte degli altri? E se per ogni maledetto problema che la vita ci fa incontrare, fossimo in grado di pensare in termini di soluzioni invece che di lamentele o di scuse, di quanto crescerebbe la qualità della nostra vita ????

“ Nell’universo c’è un unico angolo che possiamo essere certi di migliorare e quell’angolo siamo noi …” Aldous Huxley

I problemi sono occasioni positive

problema-opportunita

“Dietro ogni problema c’è un’opportunità” Galileo Galilei

Avere dei problemi è indice che le cose non stanno andando secondo i piani prestabiliti. Si dice che una situazione è problematica quando viene sconvolto lo svolgimento degli avvenimenti che avevamo programmato. Abbiamo la percezione che le cose stiano andando male quando non riusciamo ad ottenere precisamente quello che vogliamo nel tempo esatto in cui lo vogliamo, mentre gli imprevisti mettono immediatamente a rischio l’intera impresa. O per lo meno ci comportiamo come se lo facessero: ci arrabbiamo, ci irritiamo, ci sentiamo tristi e frustrati se la vita non ci assicura graziosamente la realizzazione rapida e senza intoppi dei nostri desideri.

Ma è questo l’unico modo di reagire ai problemi? Di sicuro non è quello migliore!

Avere delle difficoltà non è così allarmante come crediamo, anzi di solito si rivela utile per molti aspetti.

La causa del panico sta nella nostra immaginazione che inizia a lavorare in eccesso, quando incontriamo un ostacolo abbiamo la tendenza ad abbandonarci alla disperazione, comportandoci come se l’intera faccenda dovesse fallire: di qui la pre-occupazione, il nervosismo e la disposizione alla rinuncia.

Se pensiamo a tutte le centinaia di volte in cui abbiamo in contrato difficoltà, spesso superandole, è strano rilevare come ci dimostriamo incapaci a non agitarci ogni volta che si presenta un nuovo problema.

Di regola, la vita non va liscia, sia per i “falliti” sia per le persone di successo. L’unica differenza fra queste due categorie è che i perdenti rinunciano a lottare, mentre i vincenti tengono duro.

Visto che, quindi, non possiamo far altro che riconoscere l’esistenza degli ostacoli che si possono frapporre alla realizzazione dei nostri piani, abbiamo sempre la possibilità di trarne comunque un vantaggio. I problemi fanno parte della vita quotidiana e come tali è necessario che siano accettati; meno si resiste loro e più sapremo mantenere la calma, il che ci permetterà di affrontarli in maniera migliore.

E’ come mettersi in cammino per giungere al castello dei sogni dovendo superare continuamente le barricate lungo la strada. Potete farvi innervosire colpendo a mani nude l’ostacolo, oppure potete osservarlo attentamente escogitando il modo per venirne a capo.

E’ di legno o di cemento? C’è una fessura da qualche parte attraverso la quale potete insinuarvi senza doverlo smantellare? Potete scavalcarlo, aggirarlo o spostarlo? Riflettete un po’ sulle possibili soluzioni che avete, cercando di sprecare meno energia emotiva possibile sul problema particolare, riservandone la maggior parte per perseguire l’obiettivo finale.

E’ evidente che, se vogliamo risolverli , i problemi è necessario affrontarli, ma non diamo loro più importanza di quella che meritano. Continuiamo a tenere bene in vista l’obiettivo finale e lo raggiungeremo certamente, a prescindere dagli ostacoli che dovremo scavalcare, abbattere, travolgere o aggirare.

Una volta imparato a trattare costruttivamente i problemi e le difficoltà si vedrà che essi esercitano su di noi un effetto positivo: gli alti e bassi della vita ci mantengono duttili e ci aiutano a sviluppare nuove abilità, ci inducono ad adottare prospettive differenti e ci rafforzano nella sicurezza di poter gestire gli eventi.

Se consideriamo i problemi come una sfida, non come una minaccia, sapremo servircene a nostro vantaggio facendone pietre miliari sulla strada verso una vita felice e realizzata.

Come liberarsi dai “blocchi” emozionali ..

blocco emozionale

Essere bloccati a livello emozionale non è divertente, anzi: è molto doloroso, poiché ci tiene intrappolati in schemi obsoleti di autodistruzione. I sentimenti che ci incatenano ci impediscono di realizzare i desideri del cuore e dell’anima.

Tuttavia noi vogliamo avere sia i sentimenti e le emozioni che i pensieri; i primi danno colore alla vita, la fanno scorrere, i secondi contraddistinguono gli eventi della nostra vita; quando li elaboriamo, sappiamo chi siamo, quando li ricordiamo, sappiamo chi eravamo e chi potremo diventare. Quando i sentimenti e le emozioni ci stimolano, ci sentiamo vivi; quando i pensieri ci guidano, siamo “saggi”.

Come possiamo dunque svincolarci da tutte quelle introiezioni che bloccano il libero fluire della nostra energia?

La risposta apparentemente è facile: è necessario liberare i primi dai secondi e lasciarli agire indipendentemente. A parole sembra facile, ma solo se si comprende il concetto fondamentale si riuscirà nell’intento. Una emozione nasce da una sensazione e da un pensiero, ma non è né una sensazione né un pensiero. Quando sentiamo qualcosa a livello interiore, abbiamo una sensazione, ma non siamo la sensazione; quando pensiamo, siamo coloro che elaborano il pensiero, non quest’ultimo. Le emozioni sono, dunque, una proiezione di sensazioni e pensieri; ciò che li unisce è l’energia che conferiamo a questa proiezione.

Credo che emozioni, sensazioni e pensieri siano come un film: l’immagine cinematografica che vediamo sullo schermo viene creata dalla proiezione di due bobine, ognuna delle quali viene attraversata da una luce. L’interazione fra questa e le immagini riprodotte sulle bobine dà origine a quanto vediamo sullo schermo; da sole le singole immagini non hanno vita, non suscitano né sensazioni né pensieri. La loro realtà è determinata da noi mediante l’energia che inviamo al testo, alla rappresentazione, al film, che vive solo grazie ad essa.

Ogni tanto, tuttavia, sorgono problemi nel processo di registrazione, di osservazione o di interpretazione. Forse qualcuno interferisce con il funzionamento del proiettore immettendovi sensazioni e pensieri che non ci appartengono. Talora le proiezioni delle sensazioni e dei pensieri entrano in conflitto tra loro: non riusciamo più a separarli, a distinguere ciò di cui ha bisogno il corpo e ciò di cui necessita la mente. Forse il nostro hardware è danneggiato e la luce non funziona; quanto vediamo sullo schermo genera confusione; in alcuni casi potrebbe addirittura essere bianco. Da tale problema nascono disturbi organici, squilibri del sistema energetico e blocchi emotivi; al di là delle sue specifiche manifestazioni, sensazioni, pensieri e processi emozionali possono risultare gravemente compromessi.

Unica soluzione AFFRONTARE IL PROBLEMA, l’unico modo per risolvere uno stato di confusione emozionale è AFFRONTARLO!

A poco servirà evitarlo cercando di razionalizzarlo oppure tentando di identificare possibili scappatoie.

Prima o poi, come bravi tecnici, dovremo infatti esaminare ogni punto valutando la presenza di possibili “errori” e apportando le debite “correzioni”.

E’ necessario, quindi, eliminare strato per strato, schemi o difficoltàemozionali, seguendo le luci e le “indicazioni” che ci riportano alla corretta percezione di sensazioni e pensieri. In questo caso un percorso di Counseling potrebbe fare al nostro caso. Il Counselor, come una guida, potrebbe accompagnarci in questo viaggio nelle profondità di noi stessi alla ricerca della “luce”, le risorse momentaneamente perdute, ma sempre pronte ad essere riscoperte e riportate in superficie.

Riacquistare e sviluppare il proprio potenziale porterà, quindi, ad un innalzamento della propria autonomia personale con la conseguente maggiore capacità decisionale. Il risultato di tutto questo, dunque, sarà un ritrovato ben-essere e un sostanziale aumento dell’autostima.

Prima di tutto questo è necessario:

  • Porre sentimenti ed emozioni al centro del palcoscenico
  • Isolare la sensazione che ci ha causato il blocco
  • Isolare il pensiero in rapporto alla sensazione
  • Saldare il debito a cui la sensazione e il pensiero erano legati

 

Ne riparlerò ancora  nei prossimi post …….