Mese: giugno 2016

Il cambiamento tra piacere e dolore

cambiamento

“ .. diventiamo il cambiamento che cerchiamo nel mondo …” Gandhi

Per lavorare al cambiamento delle proprie abitudini, oltre al piacere di inseguire i propri obiettivi di miglioramento, può servire, e molto, il dolore di guardare in faccia la realtà e dire le cose come stanno. Essere onesti con se stessi.

Tantissime persone vogliono essere felici, a condizione di non fare alcunché di impegnativo per esserlo. Nulla che porti a migliorarsi, se faticoso.

Eppure è così facile da comprendere: per essere qualcuno che non sei mai stato o per aver qualcosa che non hai mai avuto, è necessario essere disposti a fare qualcosa che non hai mai fatto.

Se dovessi definire in breve la funzione di piacere e dolore, le due leve del cambiamento direi:

  • Piacere => fare qualcosa per inseguire il piacere di risultati, obiettivi o scelte fatte da noi stessi
  • Dolore => fare qualcosa per paura delle conseguenze dell’inazione

Evitare il dolore sembra l’unica cosa che sappiamo fare bene, invece che cercare il piacere. Infatti vivendo con lo scopo di evitare qualcosa che non ci piace, non è detto che ci imbatteremo in qualcosa che ci piaccia; anzi!

Probabilmente continueremo a scoprire nella vita tutto ciò che ci provoca dolore o stati improduttivi e disfunzionali, perché non siamo stati capaci di mettere a fuoco ciò che volgiamo, desideriamo ciò che ci attira, ci provoca piacere: stati produttivi e funzionali. La continua paura di sbagliare persona, porta a trovare spesso proprio la persona sbagliata: manca il focus sull’alternativa, cu quello che vogliamo.

Ed ecco che un’ora di persone vive cercando di sfuggire (mentalmente) dal proprio lavoro, dal proprio rapporto di coppia, dalla propria vita, accontentandosi di bassi standard di professionalità sul lavoro, di stati emotivi appena sufficienti per restare in un rapporto di coppia e così via.

Poiché non c’è grande abitudine a motivarsi tramite i propri valori e i propri obiettivi ma tramite punizioni, da grandi siamo molto più spesso indotti a compiere un cambiamento spinti non dalla leva del piacere, bensì dal dolore.

Ragionare per valori e obiettivi, scelti da noi stessi o che comunque condividiamo, vuol dire usare un processo mentale che da’ forza, propulsione e motivazione.

Quello che impedisce a molte persone di farlo, è la mancanza di motivazione ( leggi qui) , ma questo spesso deriva dalla mancanza di obiettivi ben formulati! ( leggi qui)

Quando abbiamo un obiettivo siamo molto più motivati; passato un po’ di tempo dal suo raggiungimento, la motivazione cala finchè non ci diamo nuovi obiettivi, senza esagerare altrimenti perdiamo il tempo presente.

Muoversi per il piacere di farlo ha un sapore diverso dal muoversi per evitare il dolore del non farlo. Uno dei principi più importanti è iniziare con i fatti ad essere l’esempio di quello che si dice e di quello che si vorrebbe essere e fare …….

“ … le parole insegnano ma

gli esempi trascinano.

Solo i fatti danno

credibilità alle parole …”

Sant’Agostino

Sui lamenti …..proiezioni, reazioni e insoddisfazioni

 bambino che piange 1

Perché, pur in assenza di conclamate cause esterne o interne che producano in noi dolore psicofisico d’intensità superiore alla nostra soglia di sopportazione, tuttavia non riusciamo a resistere alla tentazione della lamentazione?

Per cercare di proporre una risposta semplice a questa domanda complessa potremmo prendere a prestito le teorie dell’Analisi Transazionale dicendo che ci lamentiamo per la nostra incapacità a controllare e contenere il Bambino piagnucoloso che è in noi.

Ma se davvero fosse totalmente così, la risposta conterrebbe anche una corrispondente prospettiva evolutiva e risolutiva.

Proprio la capacità di controllare, contenere e guidare quello stesso Bambino piagnucoloso potrebbe infatti essere appresa per essere poi spesa ogniqualvolta ci troviamo di fronte a dei lamenti. Ciascuno di noi, quindi, potrebbe dedicarsi all’apprendimento di quella competenza grazie alla quale, come dice Berne “l’Adulto “mantiene il controllo del comportamento nelle relazioni con gli altri che potrebbero, consciamente o inconsciamente, tentare di attivare il suo Bambino o Genitore” (Eric Berne “Analisi Transazionale” – Ed.Astrolabio)

E l’Adulto mantiene il controllo del comportamento quando per esempio tu mi provochi, mi sfidi, ovvero il Genitore critico o il Bambino piagnucoloso che sono in te cercano di attivare il Genitore critico o il Bambino piagnucoloso che sono in me, mentre io evito di accogliere la provocazione, lascio cadere la sfida, attivando in me soltanto l’Adulto.

Questo quindi significa che dobbiamo esclusivamente identificarci con l’Adulto che è in noi? No. Come precisa Berne infatti “ciò non significa che soltanto l’Adulto sia attivo nelle situazioni sociali, ma che è l’Adulto a decidere se e quando lasciare libero il Bambino o il Genitore e quando riassumere il controllo” (Berne, Op.citata)

Proiettare sugli altri e attribuire loro intenzioni persecutorie nei nostri confronti senza tuttavia verificare mai l’effettiva presenza di simili intenzioni, può essere il sintomo di psicopatologie gravi: la classica paranoia e i disturbi paranoidi ad essa connessi.

Tuttavia, anche in assenza di conclamate patologie, la diffusione inconsapevole di questa attività proiettiva è sicuramente molto frequente ed è anche all’origine di molte o forse di tutte le lamentazioni possibili.

Un esempio fra tutti, quello riportato da Paul Watzlawick “la Storia del martello” . “ un uomo vuole appendere un quadro. Ha il chiodo, ma non il martello. Il vicino ne ha uno, così decide di andare da lui e di farselo prestare. A questo punto gli sorge un dubbio: “e se il mio vicino non me lo vuole restare? Già ….. ieri mi ha salutato appena. Forse aveva fretta, ma forse la fretta era soltanto un pretesto ed egli ce l’ha con me. E perché? Io non gli ho fatto nulla, è lui che si è messo in testa qualcosa. Se qualcuno mi chiedesse un utensile, io glielo darei subito. E perché lui no? Come si può rifiutare al prossimo un così semplice piacere? Gente così rovina l’esistenza agli altri. E per giunta si immagina che io abbia bisogno di lui solo perché possiede un martello. Adesso basta!”. E così si precipita di là, suona, il vicino apre, e prima ancora che questo abbia il tempo di dire: “Buongiorno”, gli grida: “si tenga pure il suo martello, villano!”

Quando ci lamentiamo di qualcuno lo facciamo perché egli ci perseguita, ci ostacola, ci invidia, ci ha preso di mira, non ci capisce, non collabora, non si fida … oppure perché noi siamo convinti che così sia e di conseguenza gli attribuiamo queste cattive intenzioni???

In questo caso, in assenza di verifiche dirette, potremmo scoprire oppure potremmo anche non scoprirlo mai, e questo sarebbe anche peggio, che in realtà quelle nostre convinzioni negative, quelle nostre attribuzioni, erano del tutto prive di fondamento.

Bisogna allora riconoscere che ogni proiezione ed ogni attribuzione non verificata ci solleva sì dalla responsabilità di cercare una soluzione positiva alle difficoltà in cui ci stiamo trovando, ma quelle stesse proiezioni ci inducono o ci condannano anche a vivere di lamenti.

Anche nel caso in cui non si trattasse di proiezioni, poiché il fondamento delle nostre convinzioni negative è stato verificato, siamo proprio sicuri che lamentarci della collega, del capo, del fidanzato geloso o del vicino di casa, sia l’unica e migliore iniziativa possibile?

Non sarebbe meglio, di fronte ai loro attacchi, ridimensionarli, senza tuttavia fingerli di non vederli, sdrammatizzarli, senza tuttavia banalizzarli e ironizzare, senza tuttavia svalutare le persone, per riuscire poi, magari anche in loro compagnia , a farci …. una bella risata ????

Reagisco quando lascio che prevalgano dentro di me, e quindi di esprimano senza alcun controllo, i miei impulsi. Di conseguenza può sembrare che ogni reazione, e quindi anche ogni lamentazione, proprio in quanto trova nell’istinto e nell’impulso la propria legittimazione, non solo sia naturale e quindi “sana”, ma sia anche utile e quindi vantaggiosa.

Come si usa dire: “quando ce vò, ce vò!”.

Sul fronte opposto rispetto a istinto e impulso, c’è ragione e intelligenza. Queste assicurano sì saggezza a chi le sa utilizzare in modo appropriato ma si rivelano impotenti di fronte all’emergenza delle reazioni impulsive ed istintive.

A questo proposito può venirci in aiuto l’ Intelligenza Emotiva che può essere definita proprio come la capacità non soltanto di controllare, ma soprattutto di gestire, guidare e governare istinti, impulsi ed emozioni, invece di esserne controllati e dominati.

Creare e ricreare equilibrio in questo rapporto, ottimizzandolo e migliorandolo continuamente, è la condizione per riuscire a reagire di meno, attraverso lamentazioni e recriminazioni tendenzialmente auto-distruttive, per agire di più, attraverso comportamenti realisticamente finalizzati ad una soddisfacente affermazione di sé.

L’insoddisfazione, bruciante e immediata o latente e ritardata, è infatti il risultato, più probabile che riesce a conseguire chi, passando da una reazione all’altra, nel lavoro come in amore come nella vita, non sa rinunciare all’onnipotente impulso infantile che si riassume nell’alternativa: “o tutto o niente”.

Tra il “tutto o niente” ci sono infatti sempre il qualcosa, il poco, il molto, in altre parole “la giusta misura”, che, adeguatamente apprezzata, può non solo fare evaporare il combustibile di ogni possibile lamentazione, ma anche offrire la miscela più appropriata per produrre, perfino nei contesti meno favorevoli, ogni possibile soddisfazione ….

Il pensiero degli altri (II parte)

pensiero altri

Un altro argomento è: come vedono i vostri problemi le persone intorno a  voi? Ovviamente, conoscerne le cause è molto importante, e a volte noi non siamo in grado di raggiungere un distacco sufficiente a vederle.

Purtroppo tendiamo a chiedere consiglio agli altri per ricevere conforto e conferma della nostra presunzione di essere nel giusto; ma questo ha mai risolto qualche cosa?

Più spesso abbiamo già le soluzioni dentro di noi, ma è doloroso vederle; quindi speriamo che gli altri possano offrirci soluzioni alternative meno traumatiche.

Spesso per farci accettare dagli altri arriviamo ad ogni sorta di sotterfugio. Come quello di parlare in “negativo”. Quindi di finire con il pensare in negativo.

Un po’ per abitudine, un po’ come giustificazione per piccoli o grandi errori o ancora per (falsa) modestia, arriviamo a dire e a ripetere cose come: “Non sono dotato per le lingue”, “la matematica non è il mio forte”, “non ho memoria per le date”, “non riesco a capire” … e così via.

D’accordo, è una convenzione sociale, è “solo” un’abitudine. Ma è nefasta. Perché il pensiero, come ben sappiamo, è il motore più forte che esista per mettere in moto reazioni e fatti; quindi, ogni volta che affermiamo una cosa, la rafforziamo ulteriormente.

Altrettanto diffusa è l’affermazione: “Si fa così”. Se per esempio cercate di comprendere perché vi suggeriscono (o impongono) di svolgere un lavoro in un dato modo, è facile sentire la questa risposta. Tuttavia è sempre lecito, anzi doveroso, chiedere “perché?” e “chi l’ha detto?”. Solo grazie a domande di questo tipo è stato possibile agli esseri umani progredire, inventare, cambiare.

Tutti vorremmo essere amati e apprezzati dagli altri ma spesso finiamo con il vivere in funzione di questo, o per dimostrare che abbiamo ragione, che siamo buoni, che abbiamo valore etc…

Tutti hanno aspettative su di noi, a partire dai genitori, fino agli amici e al datore di lavoro. Si potrebbe dire che tutti hanno nella mente un “programma” per noi: su come dovremmo agire, ragionare, comportarci.

Noi possiamo soddisfare o deludere queste persone, ma siamo qualcosa di diverso da quel programma.

Se per caso noi “deludiamo” queste persone, loro sopravvivono. E noi, nel tentativo di essere all’altezza delle loro aspettative? Noi rischiamo di identificarci totalmente con quello che produciamo o rappresentiamo o interpretiamo al punto di perdere la nostra identità e di diventare incapaci di creare qualche cosa di nostra volontà.

Identificarsi con un ruolo è sempre un affare ad alto rischio, sia che si tratti di un ruolo scelto da altri per noi, sia che riteniamo di averlo forgiato a nostra misura; in ogni cosa ci toglie la facoltà di osservare “da fuori” e di scegliere di cambiare liberamente.

Se noi non siamo (a ragion veduta e non per comodità) d’accordo su un giudizio negativo di un altro su di noi, il “problema” è dell’altro che non ha osservato bene o non ha compreso. Può dispiacere, ma non toglie nulla alle nostre qualità.

Se riusciamo a vederci senza illusioni, ma ugualmente con comprensione e amore, ci sono due possibilità: l’altra persona si convincerà da sola, osservando meglio; oppure non si convincerà e allora noi non abbiamo perso granchè.

Non fare agli altri … quello che non vorresti fosse fatto a te. E non pensare degli altri … quello che non vorresti che loro pensassero di te.

Vi propongo un esercizio. Prendete cinque fogli e scrivete su ognuno il nome di cinque persone che conoscete. A sinistra scrivete le cose di loro che ritenete positive, a destra quelle che pensate siano negative. Datevi due minuti per compilare ognuno dei cinque fogli.

Ora esaminate il risultato. Credete che piacerebbe alle persone esaminate? E a voi piacerebbe se gli stessi giudizi fossero stati espressi sul vostro conto?

Se la seconda risposta è “no” può darsi che vi siate attorniati di persone non particolarmente positive. Se anche la prima è “no”, la situazione potrebbe essere ancor più critica: forse siete più severi con gli altri che con voi stessi.

Quello che pensiamo degli altri ci torna indietro. I pensieri sono vibrazioni che vengono decodificate dal cervello. Le vibrazioni simili vengono riconosciute e riattivate più facilmente. Quindi nonostante un nostro sorriso di circostanza, un pensiero poco gentile viene registrato e riconosciuto dall’altra persona, e sotto una forma o l’altra riceveremo pan per focaccia.

Se per esempio diamo per scontato che “non cambieranno mai”, rafforziamo questa eventualità  avendo poi a che fare con persone che davvero non cambiano.

Goethe disse “Tratta le persone come se fossero già quello che dovrebbero essere; aiutale a svilupparsi al massimo della loro potenzialità”. Questo significa credere negli altri. Non ciecamente bensì tenendo conto delle loro possibilità, come vorremmo che facessero loro con noi.

E significa anche evitare di giudicare le persone in modo utilitaristico, in funzione di quanto possano essere utili a noi, bensì semplicemente accettarle nella loro unicità e complessità …..

Il pensiero degli altri (I parte)

pensieri altri

Quanti dei nostri pensieri sono davvero nostri e quanti sono invece frutto di condizionamenti?

La sproporzione è impressionante: sin dalla più tenera età ci vengono proposti modelli e schemi, e sostanzialmente questo continua per il resto della nostra vita. Certo, impariamo a leggere, a scrivere, a fare i conti, storia, geografia e tante cose ancora, e impariamo a come usare il computer o come guidare l’automobile. Impariamo soprattutto a copiare esattamente, mentre viene poco o per nulla favorito il pensiero autonomo.

Anzi, spesso, questo viene vissuto come scomodo e potenzialmente pericoloso. Le rivoluzione non sono forse nate tutte da pensieri fuori dagli schemi imposti?

Questo pensiero condizionato è particolarmente nefasto per quanto riguarda l’opinione degli altri su di noi: perché senza neppure accorgerci l’abbiamo fatta nostra ogni giorno della nostra vita.

Il più potente freno al cambiamento da parte nostra è proprio l’opinione ormai preformata degli altri e il nostro accordo, consapevole o più spesso inconsapevole, su di essa.

Come mai restiamo poco soddisfatti dalla maggior parte delle nostre fotografie e dei nostri video? Una delle ragioni è certamente che noi ci vediamo in modo diverso da quello che può essere un punto di vista esterno. Eppure finiamo con il fare nostre, senza accorgercene, le opinioni che gli altri hanno su di noi, a partire dai genitori.

Per modificare questo stato di cose e decidere davvero noi stessi come vogliamo essere, può essere utile un primo esame: capire come davvero ci vedono gli altri.

Non è facile, perché le emozioni, i sentimenti di discrezione, di timore, di rivalsa e molti altri ancora rischiano di inficiare i giudizi espressi anche dalle persone più vicine a noi.

Un piccolo trucco è la compilazione di un elenco, volutamente neutro e piuttosto lungo, di caratteristiche, in cui si dà il meno possibile una valenza ai singoli aspetti del carattere e degli atteggiamenti personali; ad esempio:

  • Comprensione dei problemi degli altri,
  • obiettività di giudizio,
  • modestia,
  • cura della propria persona,
  • memoria,
  • modo di dare collaborazione,
  • modo di ascoltare,
  • modo di parlare,
  • atteggiamenti,
  • abitudini,
  • preferenze,
  • piccole manie,
  • senso di responsabilità,
  • disponibilità,
  • ospitalità,
  • generosità,
  • modo di reagire in situazioni di stress, situazioni affettive, situazioni quotidiane.

Allungate l’elenco a piacere; potete mescolare le voci oppure raggrupparle.

Poi pregate diverse persone di leggerlo attentamente e di sottolineare con una matita verde quegli aspetti di voi che a loro piacciono e che magari vorrebbero rinforzare; e con una matita rossa gli aspetti critici, cioè quelli che non condividono.

Questo esercizio ha il vantaggio di non mettere in imbarazzo la persona intervistata e di causarvi minore coinvolgimento emotivo alla lettura; e al tempo stesso, specie se confrontate i risultati di diverse “interviste”, potete formarvi un’idea abbastanza chiara circa l’opinione degli altri sul vostro conto.

Non piacete a tutti? Pazienza! In fondo, a voi piacciono proprio tutti?

Inoltre siete d’accordo con quanto gli altri dichiarano di pensare su di voi? Attenzione, non è affatto detto che loro vi vedano nel modo più giusto, ma sarà comunque difficile togliere quella etichetta che ormai, nella loro mente, vi hanno messo.

E il vostro problema sta non nel convincerli che si sbagliano ma nel vedervi per quello che realmente siete e soprattutto per quello che potete diventare avendo fiducia nel vostro potenziale….

…. Segue nel prossimo post

 

Sull’integrazione ….

integrazione

L’integrazione  avviene quando c’è una profonda accettazione di quello che siamo, dei nostri lati oscuri, delle nostre imperfezioni e di tutto ciò che nel passato ci ha procurato paura e dolore.

Integrazione non significa smettere di crescere, significa invece che cominciamo a smettere di sforzarci di essere diversi, accettando quello che intimamente siamo.

Accettando quello che siamo, aprendoci avendo più fiducia in noi stessi,diventiamo più umani, più raggiungibili.

Tuttavia lungo il viaggio per diventare “in-dividuo” ci possono essere momenti in cui è difficile apprezzare i cambiamenti che stanno avvenendo, spesso manca quella distanza necessaria a vedere le cose in modo chiaro. E in questi momenti di ristagno, quando la sfiducia torna a prendere il sopravvento, il nostro giudice interiore diventa fortemente critico e severo soprattutto se pretendiamo di vivere in base a standard elevati in cui il vecchio e mai soddisfatto ideale dell’io torna a bussare.

Quando veniamo colpiti da un attacco di vergogna, da un rifiuto o da una perdita, quando ci accorgiamo di agire in modi che non ci piacciono o quando siamo presi da emozioni “scomode”, possiamo facilmente avere la sensazione che niente sia cambiato. Allora ci sembra di essere tanto negativi, collerici, frustrati, inutili, inquieti quanto siamo sempre stati.

Per lo più i cambiamenti nella consapevolezza e nella fiducia in sé avvengono a piccoli passi e se ci focalizziamo solo sulle mete finiremo per mancarle e per scoraggiarci. E’ importante, quindi, essere consapevoli dei piccoli cambiamenti e accettare che a volte regrediremo e ci ritroveremo a sentirci in modo simile a come ci sentivamo nel passato . Niente paura … il passo successivo sarà un ulteriore cammino più consapevole del precedente.

Abbracciare le nostre ferite può sembrare facile se paragonato all’abbracciare le  nostre parti oscure. Teniamo ben presente che queste parti non sono fondamentalmente difetti del nostro essere , bensì provengono da una sfiducia profonda. Essi sono meccanismi di sopravvivenza nati dal panico e dalle ferite accumulate durante un lungo periodo di tempo.

Ci vollero anni per convincerci che quel modo era l’unico modo per sopravvivere e quando la nostra sopravvivenza viene minacciata ricorriamo ad ogni genere di strategie. Quando la ferita del tradimento viene provocata, per il bambino interiore è questione di vita o di morte.

E’ difficile non giudicare queste nostre parti. Ma quando giudichiamo qualcosa, ci viene a mancare lo spazio per essere presenti a noi stessi.

In un certo senso le nostre relazioni sono uno specchio fedele del nostro livello di maturità e fiducia, e sono una palestra in cui possiamo veramente allenarci.

Nelle aree del lavoro è più facile nascondere la nostra mancanza di integrazione dietro l’energia dell’ambizione e della determinazione. E se la nostra vita è fondata sul compiacere, non è difficile eccellere in certi settori senza accorgerci di quanto poco integrati siano gli aspetti più profondi del nostro essere.

Nel lavoro e nelle nostre relazioni meno intime possiamo rimanere ancorati a vecchie identità, difese e modi di comportamento senza crearci grossi problemi.

Ma nella nostra vita sentimentale non possiamo aggrapparci alle vecchie abitudini e aspettarci di continuare a ricevere amore, fiducia e nutrimento. Niente è statico nella vita. L’energia vitale si muove e fluisce senza sosta.

L’integrazione si mostra nelle nostre relazioni quando cominciamo a prenderci la responsabilità di guardare dentro di noi e via via che lo spazio interiore cresce, possiamo lasciare andare cose alle quali invece in passato sentivamo di dover reagire.

Il nostro bambino “regresso” sarà probabilmente sempre reattivo e in difesa. Ma gradualmente diveniamo sempre più capaci di accorgerci delle nostre ferite e della nostra reattività con un certo distacco comprendendo la loro origine.

Con il tempo, quando qualcosa ci provoca, abbiamo sempre più possibilità di scelta tra reagire nel vecchio modo o trovare modi nuovi di essere con noi stessi. Se lo spazio interiore cresce, possiamo scegliere di stare con il disagio delle nostre emozioni invece di reagire ciecamente.

Forse i vecchi modi sono l’accusare, il tagliare ed isolarci, il soffrire in silenzio senza esprimerci … Ma con il tempo giungiamo a vedere che questi vecchi modelli sono vicoli ciechi che abbiamo imboccato infinite volte nella nostra vita e sappiamo non condurre ad altro che ad un più profondo isolamento e dolore. E anche se le vecchie reazioni non scompaiono così velocemente, integrandoci cominciamo ad adottare nuove risposte che nascono dall’accogliere tutte le nostre parti che ,come strumenti di una unica orchestra, concorrono a suonare la nostra sinfonia ….

Perché relazionarsi è così difficile?

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“ Siate due colonne che sostengono lo stesso tetto, ma non cercate di possedere l’altra persona, lasciate che rimanga indipendente. Sorreggete lo stesso tetto: quel tetto è l’amore “ K.Gibran

Perché non sei ancora un vero essere. Dentro di te c’è un vuoto interiore e hai paura che, entrando in relazione con qualcun altro, prima o poi questo vuoto sia portato allo scoperto; ti sembra quindi più sicuro mantenere una certa distanza dalla gente, così almeno, puoi fingere di esistere.

Non sei ancora nato; sei solo una potenzialità, non sei ancora un essere completo, e soltanto due persone realizzate possono relazionarsi.

Due semi non possono entrare in relazione, perché sono chiusi; due fiori possono relazionarsi, perché sono aperti, e possono effondere il loro profumo l’uno verso l’altro, possono danzare nello stesso raggio di sole e nello stesso alito di vento e possono dialogare e sussurrare fra loro. Ma per due semi tutto ciò è impossibile, perché sono completamente chiusi, privi di finestre: come potrebbero relazionarsi?

La situazione in cui ti trovi è questa: l’essere umano nasce sotto forma di seme, e può diventare un fiore oppure restare un seme. Dipende tutto da te, da cosa decidi di fare; crescere o no dipende interamente da te; si tratta di una tua scelta, ed è necessario affrontarla momento per momento, perché ogni istante rappresenta un crocevia.

Milioni di persone decidono di rinunciare a crescere, restano semi e si fermano allo stato potenziale; non sanno cosa sia la realizzazione e l’attuazione del proprio essere, non sanno cosa significhi ESISTERE, e vivono e muoiono in modo del tutto vuoto. Come possono relazionarsi? Se lo facessero metterebbero in mostra se stesse, la propria nudità, sembra quindi molto più saggio  mantenere le distanze.

Persino gli amanti mantengono le distanze; si avvicinano solo fino a un certo punto e stanno molto attenti a indietreggiare al momento giusto; stabiliscono confini che non attraversano mai, restandone imprigionati. Certo tra di loro esiste una sorta di legame, ma non è quello della relazione, bensì quello del possesso. Ma possedere non significa relazionarsi, al contrario, il possesso distrugge ogni possibilità di entrare in relazione.

Entrare in relazione con una persona significa rispettarla: non puoi possederla. Quando ci si relaziona, c’è riverenza e si giunge ad essere davvero molto, molto vicini, in profonda intimità, senza però interferire con la libertà dell’altro, che resta un individuo indipendente. La relazione che si crea non coinvolge un soggetto ed un oggetto ma due soggetti alla pari.

Perché milioni di persone hanno scelto di rimanere semi? La ragione delle loro scelta è che la condizione del seme è più sicura di quella del fiore. Il fiore è fragile, mentre il seme sembra molto più resistente; il fiore può essere distrutto molto facilmente, perché basta una raffica di vento per far volare via i suoi petali, mentre il seme non può essere disperso dalle correnti con altrettanta facilità, perché è protetto, al sicuro.

Il fiore è molto esposto e, pur essendo così delicato, è sottoposto a moltissimi rischi: può arrivare un forte vento, può piovere a dirotto, il sole può essere troppo caldo … Ad un fiore può accadere qualsiasi cosa ed è costantemente in pericolo, mentre il seme è al sicuro; per questo milioni di persone scelgono di rimanere semi , il rischio è troppo forte.

Ma restare semi significa rimanere in uno stato di morte, senza un minimo di vitalità; certo, si tratta di una condizione sicura, ma priva di vita. La morte è una cosa sicura, mentre la vita è incertezza! Chi vuole VIVERE davvero dovrà farlo in mezzo al pericolo; chi desidera raggiungere la vetta deve assumersi il rischio di smarrirsi; chi vuole salire fino alla cima più alta deve correre il rischio di cadere e di scivolare. Più è grande il desiderio di crescere, più occorre accettare il pericolo.

Il primo requisito per relazionarsi è ESSERE, diventare un vero individuo, perché se ESISTI veramente, nasce anche un grande desiderio di avventura, di scoperta e quando sei pronto ad andare in esplorazione, sarai anche pronto per relazionarti…….

 

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liberamente tratto da:

Osho – il mistero femminile – Mondadori

Per una ecologia emotiva (II parte)

emozioni cuore 1

Molte delle emozioni che viviamo nascono dal fatto che siamo in relazione con altri esseri, con individui o gruppi. Una delle caratteristiche delle emozioni  è che ci mettono in collegamento con il mondo, anzi potremmo dire che fanno da ponte tra il nostro io e quello che sta al di fuori di noi.

Già da piccolissimi impariamo a riconoscere dal non verbale degli adulti che abbiamo intorno, la differenza tra piacere e dolore, tra paura e perplessità. Per sentirci in un mondo sicuro e accogliente, occorre che le persone che ci sono vicine siano coerenti in quello che dicono e nel come lo dicono.

I bambini percepiscono i segnali non verbali e per un certo periodo si basano solo su quelli. In una fase successiva, anche se non parlano ancora, imparano ad etichettare ciò che sentono dire e lo confrontano con sguardi, toni di voce, mimica del viso. Confrontando il detto al percepito, riconoscono e immagazzinano la sensazione di smarimmento se i due livelli sono in contraddizione.

Tutti noi impariamo prestissimo a riconoscere chi mente o chi cerca di camuffare le proprie emozioni. La coerenza tra i due livelli di comunicazione (verbale e non verbale) è un elemento di importanza vitale per il benessere mentale di ogni individuo.

Se una madre dice alla propria bambina: “lo so che sei capace di abbottonarti da sola il golfino” e poi frettolosamente con un sorrisetto lo abbottona lei stessa, questo crea sconcerto nella bimba che non riuscirà a chiedere alla mamma direttamente se ha fiducia o meno nelle sue capacità. Se poi il comportamento sarà frequente e diffuso a lungo andare la bambina potrebbe avere parecchi disagi circa la sua autostima/efficacia.

Successivamente riusciremo a distinguere anche quali possano essere le reazioni e le conseguenze che le singole emozioni si portano dietro, tuttavia può anche capitare di male interpretare i segnali che ci inviano le altre persone. Alcune emozioni sono accompagnate da messaggi chiarissimi, altre sono meno facili da decodificare. Possono scendere lacrime di gioia, di tristezza o anche di commozione oppure di rabbia, per decifrarli quindi occorre avere presente il contesto in cui i gesti si compiono.

Il clima sociale nel quale siamo inseriti non sempre stimola l’individuo a cogliere la propria parte emotiva, bensì incoraggia la persona a negare e anestetizzare le sensazioni che prova e a rendere formali le relazioni; del resto se pensiamo alla nostra esperienza, ci rendiamo conto che non è semplice vivere emozionandosi.

Se la persona nasce con una certa dose di istintività rispetto alle emozioni, è pur vero che senza un’educazione che parte dal proprio ambiente familiare per poi allargarsi al contesto sociale, senza dei modelli che sappiano comunicare il valore del “sentire” le esperienze, egli non sarà in grado di scegliere veramente. A questo si aggiunge il fatto che la società attuale è caratterizzata da un notevole sviluppo tecnologico, dalla sempre maggiore specializzazione delle competenze, dal bisogni di emergere e distinguersi. Tutto questo va di pari passo con l’ansia del “fare” e, in parallelo, con la perdita del “sentire”, dell’accogliersi  e ascoltare.

La fretta e l’ansia da prestazione ci fanno correre, tanto che non abbiamo il tempo di assaporare quello che le relazioni e le situazioni ci offrono.

Tendiamo sempre più a riempire lo spazio (non solo temporale ma anche mentale) occupandolo con impegni e appuntamenti. Si tratta di un modo di essere che non riguarda solo la vita di noi adulti, ma che inevitabilmente proiettiamo sui figli che affidino a specialisti in grado di fornire loro competenze specifiche: corsi di musica, ballo, lingue, informatica etc. Se tutto questo può essere positivo e può rappresentare una alida risorsa per stare al passo con una società in continua trasformazione, allo stesso tempo rende la persona incapace di vivere le esperienze oltre che con la mente, anche con il cuore e con la “pancia” cioé di “sentirle”.

Chi si trova in questa situazione, in genere vaga come in cerca di una meta, di un punto d’arrivo che non trova proprio per l’incapacità di guardare oltre il visibile, oltre l’apparenza.

La nostra è una corsa continua per raggiungere mete e obiettivi, per realizzare noi stessi, spesso senza riuscirci veramente perché incapaci di vivere appieno quelle esperienze, di collocarle in uno spazio interiore dove possano essere elaborate e vissute emotivamente.

Un antidoto a tutto questo?

Autorizzatevi quotidianamente a dedicare del tempo a voi stessi e permettetelo anche ai vostri figli. Starete sicuramente pensando: ” dove trovo il tempo?” Non servono intere ore libere, è sufficiente un quarto d’ora, ma questo solo ed esclusivamente tutto vostro.

Lasciate che la vostra mente si senta libera, che il vostro cuore possa aprirsi facendo scorrere le sensazioni della giornata, ascoltatevi e accoglietevi come fareste con un bambini che ha bisogno di voi ….

Per una ecologia emotiva (I parte)

emozioni sentire

A volte si incontrano persone che appaiono in grande difficoltà rispetto alle emozioni. Altri invece risultano freddi, stabili e nella loro quasi imperscrutabilità sembrano essere completamente padroni di sè. In realtà hanno semplicemente imparato a non lasciar trapelare quello che provano, ma approfondendo la conoscenza non è detto che così facendo siano sereni e in definitiva stiano bene con se stessi e con gli altri.

Una persona equilibrata non è quella che non è mai arrabbiata, triste o timorosa, ma neppure quella che è sempre triste, arrabbiata e insicura e pare non conoscere altri toni e modi nella vita.

La nostra ecologia psicologica e relazionale è necessario che si avvalga di tutte le sfumature che le emozioni possono offrirci.

Non con tutte le persone riusciamo ad instaurare lo stesso tipo di legame e del resto sarebbe assurdo pretendere di voler bene a tutti o di provare dell’affetto per un estraneo. Quotidianamente ognuno di noi entra in contatto con colleghi, conoscenti, compagni di corso in palestra etc. senza che si debba necessariamente sentire un particolare trasporto verso queste persone. Ma provate a immaginare la nostra vita se tutte le relazioni fossero di questo tipo! Se cioè provassimo della pura e semplice indifferenza per tutti gli altri. I nostri volti rivelerebbero una profonda apatia, le nostre azioni e i nostri gesti diverrebbero automatici e privi di qualsiasi espressione e forma di vitalità. Le nostre reazioni davanti agli avvenimenti sarebbero nulle,perché non saremmo spinti da nessun tipo di motivazione.

Non avremmo più paura di nulla con la conseguenza che rischieremmo continuamente la vita. Non proveremmo gioia di fronte ad un nuovo amore, alla nascita di un figlio. Qualsiasi cosa potrebbe succedere senza il rischio di addolorarci e renderci tristi. Gli altri potrebbero fare qualsiasi cosa, senza farci arrabbiare.

Senza emozioni non ci sarebbe sopravvivenza. È impossibile non provare emozioni perché esse sono comunque presenti dentro di noi, fanno parte della nostra vita, di quello che siamo.

Purtroppo, spesso, la cultura e l’educazione ci hanno insegnato a soffocarle, perché si pensa possano minare l’integrità fisica e psichica e quindi di prendere decisioni giuste. Tuttavia le emozioni che reprimiamo trovano comunque la via per emergere, sfuggono al nostro controllo e si manifestano in sintomi fisici o in stati d’animo complessi.

Spesso esprimiamo la tristezza invece dell’emozione che realmente in quel momento proviamo, ma che temiamo di far emergere : la rabbia o la paura.

Ogni emozione influenza il nostro atteggiamento di fronte agli avvenimenti, la nostra memoria, il nostro giudizio ed esercita una notevole influenza nelle nostre relazioni interpersonali. Reprimere le emozioni non è mai positivo in quanto conduce all’attivazione di tutta una serie di meccanismi di difesa, fino a manifestarci con sintomi fisici.

È stato dimostrato che le emozioni provocano una serie di modificazioni all’interno del nostro organismo in grado di influenzare le funzioni regolate dal sistema neurovegetativo  o autonomo (quelle che avvengono indipendentemente dalla volontà del soggetto).

La rabbia che non ci autorizziamo ad esprimere, la sofferenza che non lasciamo trasparire e la paura che ci paralizza non ci danno la possibilità di mostrarci agli altri per quello che siamo realmente e di instaurare con essi un rapporto equilibrato. Molte ricerche hanno evidenziato la presenza di una chiara relazione fra la rabbia repressa o espressa e il rischio cardiovascolare; sembra che il pericolo maggiore per il cuore sia attribuibile a un globale atteggiamento di ostilità verso gli altri.

Impariamo a riconoscere , attribuire ad esse un nome, a esprimerle e a utilizzarle positivamente, per evitare che esse prendano il sopravvento e ci travolgano. Le emozioni che reprimiamo hanno infatti la capacita di assumere potere. È fondamentale trasformare la sofferenza in parole e trovare una modalità personale che consenta di riconoscere, elaborare e gestire le emozioni. Talvolta il dolore che ci portiamo dentro si esprime nel nostro corpo; la rabbia e la tristezza, se non espresse, si manifestano a livello somatico in una postura caratteristica: spalle incurvate, bacino rigida, schiena dolorante.

Impariamo a parlare con il nostro corpo; tiriamo fuori la rabbia, la tristezza dialogando con le parti del corpo che ci fanno male. In questo modo iniziamo a prendere coscienza delle nostre emozioni e a esprimerle.

Provate a fare questo esercizio:

  • Descrivete le emozioni che avete vissuto nel corso di questa giornata. Vi ritroverete senza rendervene conto, a raccontare gli avvenimenti
  • Evitate di elencare le cose fatte, bensì soffermatevi sulle vostre sensazioni.

 E’ difficile fare tutto questo manca l’abitudine, tuttavia potrebbe essere un buon primo passo per riconoscere e attribuire il giusto nome alle nostre sensazioni, ai nostri vissuti emotivi.

Segue nel prossimo post ……

Sottomissione e dipendenza

indipendenza

Comunque sia stata la tua infanzia, qualunque siano la tua storia e le tue capacità, se lavori in una società molto gerarchizzata, che funziona sull’attribuzione di un giudizio di rendimenti sui dipendenti, con un capo molto presente, avrai certamente meno fiducia in te che se avessi la fortuna di lavorare in un’impresa a carattere cooperativo, attenta ai problemi dei dipendenti.

Quando vediamo riconosciuti i nostri meriti, ci sentiamo ascoltati e valorizzati, la nostra autostima tende ad aumentare. Se invece dobbiamo soltanto ubbidire agli ordini, conformandoci alle direttive, se ci sentiamo repressi, se gli obiettivi del nostro lavoro sono decisi da altri, la nostra autostima si sgretola rapidamente. Ma tutto questo non avviene a caso: infatti è proprio con questa strategia che i capi mantengono la loro autorità.

La mancanza di autostima è proporzionale all’assenza di potere sulla propria persona.

Lavorare in un’impresa che umilia i dipendenti, vivere accanto ad un marito che ti disprezza, oppure accanto a genitori che ti offendono e ti minacciano, distrugge l’autostima anche se una persona è solida ed equilibrata. In questi casi è necessario fare appello a tutta la propria forza d’animo e uscire prima possibile da quella situazione.

Spesso vengono da me persone che mi chiedono di aiutarle a trovare la forza di sopravvivere in una condizione familiare o lavorativa insopportabile. Non vorrebbero andarsene, anche se si sentono oppressi e ne soffrono, perchè sono convinti che la responsabilità sia la loro. È un pò come camminare con scarpe troppo strette. A un certo punto dobbiamo assolutamente dirci: ” mi sono sbagliata, queste scarpe che ho comprato non sono della mia misura, me le tolgo e ne indosso altre”, decisamente meglio che tentare ogni tipo di pomata o di calmare per soffrire meno.

La mancanza di autostima, quindi, non è una caratteristica innata di una persona, ma una conseguenza, una reazione a un ambiente o una situazione specifica.

Che una persona sia dipendente da una donna, da un uomo, dalla sigaretta o dall’alcol: è la dipendenza stessa a imprigionarla nella mancanza di autostima. Da un alto essa genera una forma di sicurezza, ma dall’altra indica una certa fragilità e vulnerabilità.

Se la nostra disinvoltura dipende da un bicchiere di vino, il nostro atteggiamento spigliato da una sigaretta, la nostra calma da una compressa di ansiolitico, significa che non siamo perfettamente a nostro agio con noi stessi e ne siamo consapevoli, anche se riusciamo a ingannare chi ci sta accanto.

La dipendenza forse è nata proprio dalla mancanza di autostima. Abbiamo scoperto che, mangiando una tavoletta di cioccolato o accendendo una sigaretta, riusciamo a tenere sotto controllo emozioni troppo forti. Ma la dipendenza finisce per rendere schiavi e può essere pericolosa: se per caso un giorno viene a mancare quell’appoggio esterno,sopraggiunge il panico, il crollo …

La dipendenza ci mostra, giorno dopo giorno, un’immagine sempre più svilita di noi stessi. E la situazione peggiora, ovviamente, quando la persona cui siamo fortemente vincolati ci umilia, ci disprezza, ci fa sentire “inferiori”.

Poiché manco di autostima, a chi affido il potere?

Quando acquisto potere sull’altro, in che modo la sua dipendenza mi rassicura?

Ampliando il discorso ricordiamo che  la sottomissione, la mancanza di autostima di una parte della popolazione ha permesso al modello gerarchico di durare nel tempo.

Oggi cerchiamo di uscire da quella struttura piramidale che limita la creatività e rende utopica la nostra speranza di democrazia.

Per esempio, per restituire autostima a ogni persona seduta intorno ad un tavolo per uno stage di gruppo, non basta far fare individualmente un lavoro “psicologico”: è necessario anche modificare la conformazione del gruppo e le regole di funzionamento.

Sempre più imprese abbandonano il modello gerarchico tradizionale, e anche se le “alte sfere” hanno molte difficoltà a rinunciare alle loro prerogative e ai vantaggi acquisiti, la rivoluzione è in corso.

Internet, in particolare, ci introduce a una nuova forma di intelligenza collettiva non piramidale.

Molte persone ritrovano l’autostima grazie al computer. Navigando nella rete, non vengono mai giudicate o rimproverate, possono arricchire autonomamente la loro cultura, partecipare a forum di discussione. Il loro parere è preso in considerazione come quello di chiunque altro. Possono anche condividere le loro conoscenze, e persino collaborare all’enciclopedia libera universale, Wikipedia.

Su Internet niente più esasperate formule di cortesia, che miravano al rispetto della gerarchia sociale: sul web hanno tutti pari dignità.

L’autostima dà autonomia e l’autonomia dà autostima.

Oggi la sfida è questa: fare coesistere autonomia e rispetto dell’altro ……

E tu cosa pensi di tutto questo???? Ti va di lasciare un tuo commento????

L’ottovolante delle abitudini

ottovolante

Qualche tempo fa  nelle mie solite scorribande in libreria mi è capitato tra le mani un manuale che in primis mi ha colpito per il suo titolo “Ascolta i grilli e scendi dall’ottovolante : manuale di indipendenza emotiva” di Debora Conti coaching e trainer PNL.

Grilli, ottovolanti, indipendenza parole che mi sono risuonate parecchio e metafore azzeccatissime per descrivere l’incessante rumore , come il canto dei grilli d’estate, che spesso producono i nostri pensieri nel cercare una soluzione alle vecchie abitudini, ai ruoli ormai obsoleti, alle continue scelte sbagliate che spesso ci troviamo a fare e rifare come se non riuscissimo a scendere da una immaginaria ottovolante……

“ Perché in alcune circostanze, ci sembra di rivivere sempre la stessa storia, di percorrere lo stesso girone dantesco, di personificare la teoria di Giambattista Vico dei “ corsi e ricorsi storici”, cioè di rimanere sempre uguali a noi stessi?

L’ottovolante rappresenta le abitudini che adottiamo più spesso e le situazioni ricorrenti in cui ci troviamo di frequente.

Conosci i tuoi ottovolanti? Cioè, conosci le tue abitudini? Ti pare di rivivere continuamente situazioni imbarazzanti, pesanti, difficili, noiose, stressanti? Sai il perché?

Un’abitudine è un’azione ripetuta più volte, un comportamento che, tempo fa, abbiamo messo in atto per soddisfare un bisogno. La ripetizione di quel comportamento ha generato un percorso neuronale nel nostro cervello e ora lo attiviamo automaticamente, senza davvero scegliere ogni volta che cosa fare. […]

Tutti noi abbiamo diversi ottovolanti su cui saliamo ormai automaticamente: alcuni ci consentono ancora di soddisfare un bisogno, altri non più, perché li abbiamo talmente generalizzati e messi in atto che non ci danno più quello che ci davano prima.

Tutti noi, inoltre, abbiamo svariati ottovolanti utili e alcuni non utili.

Per utile intendo un comportamento che ti offre un vantaggio a breve e anche a lungo termine.

Non utile o non più utile è invece un mezzo che non rispetta più il tuo senso di libertà, di benessere, di miglioramento.

Ci serviamo dei termine “utile” e “non utile” perché sono più efficaci di “buono” e “cattivo” o “positivo” e “negativo”. Ciò che è utile al tuo benessere può infatti essere quantificato senza margini di errore in base ai vantaggi che ti può portare. L’utilità è quindi un’unità di misura oggettiva, mentre buono, cattivo, positivo e negativo implicano sempre un giudizio soggettivo.[…]

Quando un comportamento non dà più alcuna utilità diventa una NON scelta, una sorta di “aspirapolvere succhia libertà”, una negazione del proprio potere di scelta.

Qualsiasi azione svolta per soddisfare un bisogno – star bene, dedicare un momento a se stessi, rilassarsi, prendersi del tempo , coccolarsi – rimane utile se compiuta per scelta e in libertà. Diventa invece “un aspirapolvere succhia libertà”, un’abitudine non utile, quando non funziona più: non ci si accorge di farla, non la si vuole fare e non ci si ricorda nemmeno più quale stato emotivo ci si aspettava da quella azione.[…]

Come si può smettere di fare una cosa che non desideriamo più fare, ma che abbiamo fatto per così tanto tempo che è apparentemente più forte di noi? Come è possibile scendere da un ottovolante che non ci diverte più?

La risposta è: usando la tua mente conscia per aiutare la tua mente inconscia.

( la mente inconscia è quella parte della mente preposta alla gestione del respiro, del flusso sanguigno, dalla salivazione, del metabolismo, del sistema endocrino, delle emozioni; essa coordina tutte le nostre azioni automatiche e le abitudini. Una volta appreso un comportamento e immagazzinatolo in memoria, noi (la parte conscia, cognitiva, pensante) decidiamo che possiamo smettere di pensarci e inseriamo il pilota automatico, la parte inconscia.)

In altre parole: tu che leggi, tu che pensi, tu che immagini, tu che crei, insomma tu che sei la parte conscia di te stesso è necessario che impari a parlare con l’altra parte di te (quella inconscia) che ogni tanto sembra si faccia gli affari suoi.”

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Primo passo: conoscere i propri ottovolanti , quelli da cui vuoi scendere da sempre.

Prendere consapevolezza delle tue “abitudini” ormai diventate disfunzionali è fondamentale per decidere di cambiare ri-trovando la vera parte di te …..

Prova ora, se ti va, a pensare ai tuoi ottovolanti non più utili, quelli da cui vuoi scendere ma ti sembra di non riuscirci e appuntali su un foglio….

Poi prova ad esercitarti pensando al passato… prova a pronunciare i tuoi ottovolanti al passato usando il tempo imperfetto e ascoltati…. Cosa senti? ….

Ecco il primo passo è stato fatto e spesso è proprio questa la differenza…..

 

Per approfondire:

Debora Conti – “Ascolta i grilli e scendi dall’ottovolante” – Ed. Sperling & Kupfer

 

 

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