Mese: maggio 2014

Pratica dell’accettazione di sè

accettazione

 

” Solo se mi accetto come sono posso cambiare ” C.Rogers

Quante volte mi viene fatta questa domanda: “in pratica come faccio ad accettarmi? In teoria è tutto chiaro ma metterlo in pratica è tutta un’altra cosa e non so dove cominciare ….”

L’accettazione di sé non è soltanto un concetto. E’ un modo di essere, che quindi si può acquisire solo per mezzo di una pratica ripetuta.

Ecco quindi alcune tracce su cui poter lavorare regolarmente nel momento in cui emergono alla coscienza quei pensieri automatici e intrusivi che intralciano la via verso l’accettazione di sé.

=> Restare consapevoli. Spesso, non ci rendiamo neanche conto di quanto siamo recalcitranti all’dea di accettarci: il nostro modo di reagire irritandoci o dissimulando ci sembra normale e finiamo per non prestarvi neppure più attenzione. La prima tappa consiste nel prenderne coscienza. Ogni volta che ci indispettiamo per un contrattempo, ogni volta che ci giustifichiamo di fronte ad un’osservazione, ogni volta che ci innervosiamo per un fallimento. Prendiamo coscienza di quello che succede dentro di noi: in generale ci stiamo dicendo di “no”.

=> Dire di si. Esercitarsi a dire semplicemente di “si” nella propria testa. A riconoscere che le cose non vanno sempre come vorremmo e accettarlo. A dirsi: “Si, è così anche se mi da fastidio. La prima e la migliore cosa da fare, è innanzitutto accettare che le cose stiano così”. A non cercare di evitare, negare, minimizzare, giustificarsi.

=> Restare nella situazione presente. Non cominciare a rimuginare sull’ingiustizia e il pregiudizio. Evitare di esagerare e drammatizzare, bensì tornare al contesto della situazione e liberarsi dalle proprie paure. Di solito, dietro al rifiuto dei propri limiti e dei propri fallimenti, c’è la paura: paura della mediocrità (ai propri occhi) e dell’etichetta della mediocrità (agli occhi degli altri). Lo scopo dell’accettazione di sé è di consentirci di ritornare alla realtà ella situazione, di continuare ad agire e interagire.

=> Accettare anche il passato. Più volte ho ripetuto in vari post come sia necessario evitare di lasciarsi sprofondare in quella vischiosità del passato alla quale spesso le nostre sofferenze tendono a farci tornare. Se il nostro passato ci s’impone in questo modo attraverso gli eventi del presente, se le emozioni di un tempo ritornano come fantasmi insistenti, è perché non lo abbiamo accettato. Quando diciamo di esserci riconciliati con il nostro passato, questo non significa che dimentichiamo, ma che in qualche modo siamo riusciti a “ripulire” i ricordi dolorosi della loro carica emozionale ritessendone la trama lacerata. Accettiamo ciò che è stato rinunciando a giudicare o a detestare e ricominciamo a vivere.

E’ bene anche tenere a mente che l’accettazione di sé non si realizza “come alternativa”. Essa non è un’alternativa a vivere, ad agire, a rallegrarsi, a provare emozioni, a brontolare, a essere contenti, a fare salti di gioia … Essa è qualcosa in più. Il suo motto “accettare e poi agire”.

Esercitandosi e apprezzando a poco a poco la qualità e la lucidità dell’azione quando essa procede dall’accettazione.

L’accettazione di sé, quindi, non ci spinge affatto a rinunciare agli sforzi di cambiamento che giudichiamo necessari, al contrario, ci aiuta a perseguirli con nella calma e nella benevolenza verso noi stessi. Dal momento che questi sforzi per evolversi durano tutta la vita, si capisce la necessità di accettarsi per vivere e trasformarsi in un clima interiore sereno. E’ l’unica possibilità per continuare a provare piacere lavorando su di sé nel tempo. L’unica filosofia di vita possibile rispetto a se stessi. L’unico modo di procedere che consenta al lavoro sull’autostima di continuare a d essere un piacere e non una violenza o una costrizione.

 

Parlando un po’ di autosabotatori …

autosabotatore 2

Nel post precedente ho fatto un po’ il punto su cosa sia autoboicottamento , quanto sia subdolo e insinuante ed in che maniera lo mettiamo in atto. Vediamo ora di porre l’attenzione su quali sono   gli auto sabotatori più frequenti che portiamo e alimentiamo dentro di noi molto spesso senza saperlo.

La banalizzazione e l’ironia =>

Banalizzare una parola, una situazione o le convinzioni di una persona significa volerne ridurre l’impatto o deviare la portata.

L’ironia si distingue dall’umorismo perché chi la impiega lo fa con l’intenzione di sminuire la persona verso cui è diretta. Chi ironizza lo fa riducendo tutto, soprattutto le novità, a un fatto conosciuto (“ho già letto qualcosa in proposito, è risaputo” – “Ci sono un sacco di persone che hanno provato senza mai ottenere risultati”) e negando il valore di una scoperta (“ ma sono cose arcinote, lo può fare chiunque).

Respingendo il possibile invito a cambiare punto di vista, rimaniamo aggrappati alla nostra angolazione, a quello per noi noto e controllabile.

Il sarcasmo può essere usato anche per mostrarsi “al di sopra della massa. L’ironia e la banalizzazione vengono impiegate per sfuggire la necessaria umiltà a riconoscere una realtà diversa e per evitare di toccare con mano l’apparire di un’altra verità la quale può essere espressa soltanto mediante l’abbandono di qualunque giudizio e interpretazione.

In questo caso l’autosabotatore adempie ad una funzione, quella di osservare il controllo sulla persona o sulla situazione: non intende lasciarsi sorprendere né superare.

Riflessione …

C’è sempre da imparare, soprattutto quando non siamo d’accordo. Senza dimenticare che nella ricerca della verità, il difficile viene quando la si trova …

 

Il rifiuto di esprimersi, ripiegandosi sul silenzio =>

Per avere il coraggio di esprimersi è necessario un clima di fiducia e soprattutto la sensazione che chi ci ascolta riceverà e magari ci invierà addirittura una sua eco, ampliando così la nostra comprensione. L’espressione di sé può avvenire su diversi livelli: a livello delle idee, delle percezioni, dei sentimenti, delle emozioni, delle credenze o anche a livello di fatti, dell’immaginario o di risonanza. Questo permette una gamma di possibilità che verranno espresse o taciute secondo le circostanze, le persone presenti e le questioni conscie o inconscie che si agitano in chi ha qualcosa da dire a proposito di se stesso o di un altro.

Il rifiuto di esprimersi e il ripiegarsi su di sé sono talvolta alimentati da un alibi che potremmo enunciare :”A ogni modo, parlare non serve a niente” oppure “Nessuno può capirmi” e ancora: “Ogni volta che ho voluto parlare la cosa si è ritorta contro di me”. Spesso una sorta di autocompiacimento accompagna questo rinchiudersi in se stessi in modo da potersi poi considerare”incompresi”.

Questo auto sabotatore permette inoltre di mantenere le distanze in una bolla protettiva di autocompiacimento, evitando pertanto di rimettersi in discussione. Non offro all’altro nessuna presa per permettergli di penetrare nel mio intimo. Così facendo, non corro nessun rischio di essere influenzato, ma al tempo stesso mi privo di tutto ciò che un cambiamento potrebbe offrirmi.

Riflessione …

Correre il rischio di formulare parole all’indirizzo degli altri può permettermi anche di capirli …

 

Fare un’importante richiesta attraverso un rimprovero diretto o implicito =>

Quando telefoniamo al nostro ragazzo per chiedergli se domenica è libero e subito esordiamo dicendo: “Oggi non mi hai chiamato!” rischiamo di sabotare il rapporto prima di vederlo.

Se scriviamo a qualcuno per chiedergli aiuto e ci organizziamo per muovergli una critica del genere:” lei ha deliberatamente tralasciato di dirmi che poteva aiutarmi” è assai probabile che non otterremo una risposta soddisfacente. La qual cosa ci confermerà che questa persona “non è in grado di aiutarci”.

Ricorrere alla fatalità con un velo di vittimismo che ci spinge a dire “a ogni modo, doveva capitarmi”, significa aprire una porta per ritrovare la strada che ci permetterà di portare avanti il ciclo di insoddisfazioni.

La sensazione di essere in questo mondo per fungere da catalizzatore di tutte le disgrazie dell’universo può essere alimentata da un modo di pensare pseudo altruistico: per lo meno, cadendo su di me il fulmine ha risparmiato qualcun altro!”. Questo fa sì che non abbiamo alcun motivo di cambiare o modificare il modo in cui diamo inizio ad uno scambio …

Riflessione …

Ogni volta che invoco la fatalità mi risparmio di interrogarmi sulla mia responsabilità personale.

 

La repressione immaginaria  =>

L’assidua pratica della repressione immaginaria costituisce un auto sabotatore molto diffuso. Può tuttavia avere conseguenze dolorose che assumono le sembianze di blocchi, inibizioni, precauzioni e prudenze eccessive o di paralizzanti limiti che ci impediscono di esprimerci, osare, chiedere o semplicemente di correre il minimo rischio nei nostri rapporti e nei vari impegni della vita.

La repressione immaginaria si attua a partire da un processo di proiezione che ci induce a immaginare in anticipo ciò che potrebbe capitarci se facciamo o intraprendiamo la tal cosa, se pronunciamo la tal parola, se prendiamo la tal decisione.

La repressione immaginaria ci trattiene alle dipendenze dei nostri stessi diktat. In questo senso è infantilizzante per se stessi e per gli altri. Immaginare, pensare al posto dell’altro, dirsi che non riuscirà a sopportare quello che stiamo per rivelargli, che crollerà se compiamo una determinata azione o se gli diciamo quello che pensiamo equivale in un certo qual modo ad alimentare la dipendenza di questa persona, giacchè la crediamo incapace di far fronte a quello che potremmo dirgli. Metterla in pratica significa usare violenza a se stessi (privazioni e divieti non giustificati dai fatti) e all’altro (decidere al posto suo quello  che va bene o non va bene).

Per alcuni abbandonare la repressione immaginaria significa dover correre il rischio di prendere posizione, fermarsi e rinunciare al bisogno di approvazione che talvolta domina la loro vita.

Questa anticipazione “negativizzante” del pensiero, del giudizio o del comportamento altrui nella maggior parte dei casi ci inibisce e ci induce a non dire o non fare quello che riteniamo auspicabile o valido per noi. Essa uccide la spontaneità, generando ,in chi vi si abbandona, depositi di amarezza, montagne di residui,voragini di rimpianti; alimenta nubi di scorie e agita nella quotidianità tempeste di insoddisfazioni.

La repressione che imponiamo a noi stessi contribuisce inoltre a rafforzare la svalutazione di sé, il disprezzo, il senso di impotenza e il culto del fallimento.

 Riflessioni …

Provare ad evitare di pensare al posto dell’altro, lasciargli al responsabilità di ciò che prova, sente o immagina da sé e non esitare a prendersi cura delle proprie aspirazioni ….

 

Rimani con me … non è ancora finito ….

 

A proposito di certezze … credenze e convinzioni

CREDENZE

“Niente è più pericoloso di un’idea quando è l’unica che si ha” E.Chartier

Abbiamo credenze su ogni aspetto della nostra vita: alimentazione, amore, salute, divertimento, lavoro, amicizia. Su noi stessi, sulle nostre capacità , sul nostro valore. La stessa autostima è la più rilevante delle credenze: incide su tutto.

Le convinzioni sono il nostro modo di interpretare la realtà, ma non la realtà stessa! Moltissime persone scambiano le proprie convinzioni per la verità assoluta, esse invece sono personalissime mappe che servono ad ognuno di noi per interpretare il territorio ossia la realtà.

Una convinzione è quello che riteniamo essere vero, perché abbiamo avuto una o più esperienze (o anni della stessa esperienza) che ci hanno portato a credere una determinata cosa e nel fare questo molto spesso dimentichiamo che si tratta solo di interpretazioni, troppe volte inconsapevoli, delle nostre esperienze personali.

Ci sono molti modi per parlare delle credenze. Uno dei più noti è la “profezia autoavverantesi”: più sei convinta di qualcosa più quella cosa tende a realizzarsi. Le aspettative, le convinzioni, portano ad agire di conseguenza, rafforzando la credenza originaria e rilevando ciò che ci si aspetta di cogliere nel bene o nel male.

Quando l’aspettativa che viene trasmessa riguarda una particolare abilità che si possiede e questa è positiva, ciò può fare aumentare la nostra autoefficacia e autostima o al contrario- nel caso in cui l’aspettativa sia negativa – può condannarci ad una scarsa opinione di noi e ad una conseguente bassa efficacia.

Se credi di non avere molte speranze nel fare qualcosa, quanto impegno ci metterai? Poco , discreto o pari allo zero? Quanta energia, se non credi di farcela? Quanto tempo potrai dedicare a fare qualcosa che sei convinta  già di non riuscire a fare?

Dunque tendiamo a realizzare e confermare quello che pensiamo, crediamo, ci aspettiamo, perché partendo da quello che crediamo vero, ci comportiamo di conseguenza.

Le convinzioni sono così radicate in noi che ci guidano nell’interpretare il mondo, distorcendolo e modificandolo a nostro piacimento. E questo accade costantemente, ogni giorno per molte volte, a ognuno di noi: siamo convinti di qualcosa e puff, magicamente, quella cosa tende ad accadere.

Una delle mie convinzioni preferite è: “quel che non mi ammazza mi rende più forte”. Che tipo di comportamenti posso generare con questa certezza dentro di me, quando mi accade qualcosa di negativo? Apprendimento, fiducia, crescita. E se invece io credessi nella convinzione opposta? “Capitano tutte a me!”, Che comportamenti potrei produrre? Vittimismo, arrendevolezza, eccesso di prudenza.

Ricorda: tendiamo a realizzare quanto crediamo essere vero.

Credenze giuste, sbagliate, vere, false, assurde, perfette, valide erronee?? Nessuno di questi aggettivi va bene. Sai perché? Perché le credenze nascono da nostre personali interpretazioni delle esperienze.

Per “esperienza” intendo qualsiasi avvenimento di pochi secondi o molti anni che influenzi la nostra mappa cognitiva. Dunque non solo episodi vissuti in prima persona, ma anche trasmessici da altri, persino un film o un libro sono capaci di innestare riflessioni che portano alla creazione di certezze.

Ambiente, famiglia, scuola, amici, colleghi: tutte le esperienze che ci sono capitate contribuiscono a creare credenze. Un genitore troppo severo potrebbe averci convinto che nella vita “non farai mai abbastanza” o “qualsiasi cosa tu dica non farà la differenza”.

In altre parole, le esperienze ci fanno credere che qualcosa sia assolutamente vera perché l’abbiamo provata sulla nostra pelle, perché la vediamo ogni giorno, perché è successa alla nostra amica più cara. Dimentichiamo, però, che gli eventi subiscono costantemente la nostra personalissima interpretazione, che a sua volta dipende da altre credenze collegate. Interpretiamo, prestiamo attenzione, ricordiamo, distorciamo, cancelliamo continuamente ciò che succede a noi e agli altri.

Se quello che stimiamo essere vero dipende dal significato soggettivo che diamo alle situazioni, perché mai dovremmo formulare un giudizio sulla loro bontà, sulla loro verità? Come facciamo a valutare ciò i cui credono gli altri, se il metro di giudizio varia da persona a persona? Ecco perché non possiamo etichettare le convinzioni come vere, false, giuste, sbagliate. Esse sono il frutto del vissuto di ognuno di noi e poiché siamo tutti diversi e unici, non abbiamo propri gli strumenti per definirle e catalogare quello che crediamo, come buono o cattivo sempre, in modo definitivo.

Tu hai fatto alcune esperienze fino a ora e hai imparato determinate cose mettendo in atto i tuoi singolari filtri interpretativi, così come io ho fatto altre esperienze e ne ho tratto altre conclusioni. Che senso ha, quindi, giudicare le tue interpretazioni, considerandole vere oppure sbagliate? Nessuno , sarebbe bene invece considerare che effetti ha questa credenza sul tuo comportamento?

Questa è la domanda magica per capire se credi in qualcosa di più o meno utile al tuo benessere, alla tua felicità. E’ importante capire gli effetti che le convinzioni hanno sulle risorse di cui disponi.

Esse ci guidano nel comprendere quando accelerare e procedere spedita o quando è il momento di fermarci e tirare il freno a mano. Indicano cosa possiamo o non possiamo fare.

Possiamo distinguerle in “potenzianti” e “limitanti” …. ma questa è un’altra storia e se ti va di sentirla … seguimi ….

Sulle aspettative …..

aspettativa 4

“Aspettativa” – olio su tela  http://www.inartepixel.com/opererecenti.html

La fonte e l’alimento del nostro agire e pretendere proviene dalle aspettative. Tutti noi nutriamo aspettative reciproche che, se rimangono inconsce, possono distruggere qualsiasi tipo di armonia e intimità desideriamo creare. Perché le aspettative trasformano l’altra persona in un oggetto per i nostri voleri. Entriamo nella parte del “bambino che pretende” e ci sentiamo vittime della gente, delle situazioni e della vita. Per conseguire una maggior consapevolezza del nostro “pretendere”, dobbiamo esaminare le nostre aspettative.

Portare allo scoperto le aspettative è più facile a dirsi che a farsi. Entrare in contatto con le nostre aspettative è uno dei lavori più difficili su se stessi. Prima di tutto perchè spesso non vogliamo nemmeno ammettere di averle.

Allora come facciamo a riconoscere le nostre aspettative?

Uno dei modi è notare quando ci sentiamo delusi e reagiamo, sia colpevolizzando e arrabbiandoci che isolandoci con rassegnazione. A seconda del nostro temperamento, possiamo scagliare la rabbia e la delusione sull’altra persona perché non soddisfa i nostri bisogni, oppure possiamo trattenerle dentro di noi e “cuocere nel nostro brodo”. E’ imbarazzante vedere quanto ci aspettiamo dagli altri. Per questo non abbiamo voglia di analizzare questa parte di noi. Ogni  qualvolta sentiamo rabbia o frustrazione, un’aspettativa è stata delusa.

Un altro modo per scoprire un’aspettativa è esaminare cosa si nasconde sotto il nostro giudizio. Spesso proprio dietro ad un giudizio c’è qualcosa che vogliamo o ci aspettiamo da qualcuno.

Un terzo modo per cominciare a riconoscere le nostre aspettative è quello di prendere qualcuno che ci è molto vicino e vedere tutti i modi in cui possiamo incolpare questa persona. Incolpiamola per tutto quello che non va in lei, per tutto ciò che non ci da’, per tutti ciò che vorremmo cambiasse. Sotto ognuna di queste colpe c’è un’aspettativa.

Quando un’aspettativa non è soddisfatta possiamo avere una reazione esplosiva o implosiva. Le aspettative che provocano il primo tipo di reazione sono “positive”; esse hanno una energia che le sorregge e sono accompagnate dalla sensazione che meritiamo di vederle soddisfatte. Le ritengo “positive” perché quando c’è energia è più facile riconoscerle e cercare il bisogno insoddisfatto, il buco nella nostra vita che esse ricoprono. Le aspettative sono il coperchio dei buchi interiori. Invece di sentire la paura e il dolore che questi buchi provocano, trasformiamo l’energia nell’aspettativa che qualcuno, o la vita stessa, li colmino.

Le aspettative “negative” sono, invece, convinzioni che tratteniamo e che ci impediscono di ammettere che in realtà vogliamo o ci aspettiamo qualcosa. Quando neghiamo di aver bisogni e desideri o quando ci sentiamo così indegni che non pensiamo di meritare nulla, le nostre aspettative vengono sepolte in profondità.

Per esempio, alcuni di noi vivono nell’illusione che non abbiamo bisogno di niente da nessuno. Altri provano così tanta vergogna che pensano di non meritare niente. In realtà continuiamo ad avere aspettative, solo che si manifestano indirettamente sotto forma di risentimenti inespressi, di depressione cronica, di aggressione passiva o di chiara violenza.

E’ possibile che non riconosciamo assolutamente il fatto di avere dei bisogni. Li abbiamo rinnegati così a lungo che è diventano quasi impossibile averne consapevolezza. Le nostre aspettative negative si trovano al fondo delle nostre ferite interiori. E creano una grande disperazione: non saremo mai amati, accettati o compresi.

Sia che le nostre aspettative si manifestino sotto forma di rabbia, delusione o accusa, sia che possano essere identificate come una convinzione negativa che copre i nostri desideri e bisogni, esse continuano a coprire una parte dentro di noi profondamente ferita e affamata.

Il nostro bambino interiore proietta le sue vecchie esperienze sul presente, con tutta la paura e la diffidenza che quelle esperienze gli hanno insegnato. Il presente può anche essere molto più sicuro e amorevole di quanto crediamo ma noi non ce ne possiamo accorgere. Continuiamo a reagire come farebbe un bambino. Per portare allo scoperto questo bambino, dobbiamo scoprire le nostre aspettative.

Senza consapevolezza e comprensione è facile sentirsi vittimizzati dall’esistenza per quello che succede piuttosto che vedere che siamo noi stessi a crearlo.

Solo identificando lo schema con profonda compassione e con intuito, possiamo cominciare a modificarlo.

Il Presente

passato presente futuro 1

Se avete praticato yoga, meditazione, tai-chi, probabilmente siete stati invitati dal vostro insegnante a concentrarvi sul momento presente, allontanando da voi ogni latro pensiero. Vivere il presente è un efficace antidoto allo stress.

Può darsi che un’eccessiva enfasi sul “qui e ora” abbia fatto nascere in voi qualche dubbio. Per esempio, avreste potuto domandarvi se ciò sia conciliabile o meno con il tipo di società in cui viviamo e con il nostro bisogno di pianificare il futuro.

Come sempre, si tratta di trovare il giusto equilibrio.

Partiamo da un concetto molto semplice: “Noi viviamo ora”. Questo è un fatto inconfutabile: il passato non c’è più, il futuro non c’è ancora, l’unico momento davvero reale è l’attimo presente.

Le persone ansiose sono tipicamente concentrate sul tempo che passa, sul tempo che non è mai abbastanza e , così entrando in un circolo vizioso bizzarramente tragico, finiscono con lo sprecare l’attimo fuggente. Non appena ne acquisiscono consapevolezza, se ne dispiacciono e l’ansia, così, non fa che aumentare.

Eppure, quando eravamo bambini, eravamo perfettamente in grado di goderci la vita. E’ con l’adolescenza che sono cominciati i guai, così poi, diventati adulti, eccoci alle prese col dover riapprendere quello che abbiamo disimparato nel corso degli anni.

Un bambino non si interroga sul futuro, semplicemente perché si affida agli adulti, quindi gli è più facile concentrarsi sul “qui e ora”. E’ questo il Paradiso terrestre, nel quale nessuno si deve pre-occupare ed è naturale apprezzare ogni momento che la vita ci regala.

IL prezzo per entrare nella condizione adulta sta proprio nella consapevolezza della morte, delle malattie, dei possibili ostacoli che incontreremo. Così, prima o poi, usciamo tutti dal Paradiso terrestre ed entriamo nella difficoltà del vivere quotidiano. Eppure è proprio questa stessa consapevolezza che ci salverà da un inutile sofferenza. Essere consapevoli della limitatezza dell’esistenza rende prezioso il nostro vivere; non potremmo apprezzare la luce se, ogni tanto, non sperimentassimo le tenebre. Non potremmo apprezzare il bene se non sapessimo che esiste anche il male. Se da bambini eravamo felici senza saperlo, ora che siamo adulti possiamo imparare a goderci ogni attimo , essendone consapevoli.

Le due nevrosi che più frequentemente si incontrano nei paesi occidentali, dove c’è maggiore agiatezza, sono l’ansia e la depressione. L’ansia, come ho già scritto in molti post, riguarda la paura del futuro, la depressione affonda spesso le proprie radici nella infelicità dell’oggi a causa di un passato insoddisfacente o di una felicità perduta che, molto probabilmente, all’epoca, nemmeno avevamo apprezzato. Lo sguardo rivolto all’indietro o troppo in avanti spesso ci impedisce di apprezzare quello che abbiamo e stiamo vivendo.

Vivere il presente significa ignorare le distrazioni e focalizzarsi su ciò che più conta, adesso.

Vorrei a questo punto sfatare una falsa credenza sul “qui e ora”. Per alcuni vivere nel presente significa inseguire i propri capricci del momento, equivale alla negazione del passato e, peggio ancora, alla mancanza di progettualità.

Proprio quando siamo infelici nel presente è il momento di guardare al passato per imparare. Si potrà, quindi, sulla base dell’esperienza, progettare il futuro. Come?

Il passato è la nostra storia. Negarlo equivarrebbe a negare una parte di noi. L’errore che spesso commettiamo è guardare TROPPO al passato: questo nega il presente e preclude ogni progresso verso il futuro. Ciò che è stato è stato e non torna più. Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo cambiare il significato che esso ha ora per noi. Il valore del passato sta proprio, infatti, nelle lezioni che la storia ci regala.

Quello che comunemente chiamiamo “fallimento” o “errore” in realtà è solo un’esperienza che ha prodotto un risultato per noi insoddisfacente. Le esperienze perfino quelle più negative, possono essere recuperate per quello che sono in grado di insegnarci. Spesso, invece, assistiamo al ripetersi inesorabile di copioni perdenti.

Se voglio ottenere un risultato diverso da quelli ottenuti in passato, non dovrò far altro che rileggere la mia storia in chiave didattica, sfruttando gli errori di ieri per imparare a non ripeterli oggi. Come ho detto sopra, non possiamo cambiare quello che è stato, però possiamo usare quello che è stato per vivere meglio il presente e progettare un futuro migliore.

A proposito del futuro, se è vero che “del doman non c’è certezza”, perché nessuno di noi può conoscerlo a priori, è altrettanto vero che possiamo aumentare le probabilità di raggiungere quello che vogliamo, lavorando sul presente. E’ qui che entra in gioco la nostra capacità di progettare.

Definisco oggi i miei obiettivi di domani, agisco oggi per ottenere qualcosa nel futuro, mi concentro oggi su quello che voglio ottenere, e poi … mi godo il viaggio per arrivare fino alla meta desiderata.

L’elemento chiave per raggiungere un risultato soddisfacente è infatti non sprecare gli attimi che abbiamo a disposizione: voltarsi indietro quel tanto che basta per imparare, guardare avanti quel tanto che basta per impostare un progetto, quindi procedere, passare all’azione, passo dopo passo.

Così, ogni momento potrà essere assaporato per ciò che di buono ci porterà. Vivendo il presente con pienezza, sapremo accettare quello che la vita ci offrirà, senza stancarci mai di agire, con atteggiamento di apertura al cambiamento.

Permettete a voi stessi di essere l’essere che siete ….

amare se stessi 2

Che cosa è esattamente l’amore verso se stessi? Secondo la mia esperienza è qualcosa di molto più sottile e profondo di un tonificante discorso di incoraggiamento, senza togliere nulla neanche a questo, portato avanti da vari guru dell’autoaiuto che proclamano: “Credi in te stesso, sei fantastico, e accidenti a te, piaci alla gente!!”

L’amore per se stessi è qualcosa di molto più sacro e misterioso di così. E’ una luce interna o un’atmosfera di calore che gradualmente ci attraversa man mano che impariamo a dire di sì a noi stessi come siamo proprio ora. La cosa più amorevole che possiamo fare per noi stessi è permettere a noi di essere. Essere cosa? Quelli che siamo, naturalmente.

Questa è la definizione di amore che vi propongo per voi stessi: permettere a voi di essere l’essere che siete ….

L’amore per se stessi comporta un sì a me stesso in ogni esperienza di vita, anziché una visione rigida di cosa o come dovrei essere. Qualunque idea abbia su chi io sia o su chi dovrei essere non è mai perfetta perché è sempre inferiore alla mia presenza vivente, che si manifesta in modo nuovo in ogni momento. Chi sono non è un’entità fissa ma una corrente dinamica di esperienza viva in ogni momento: ogni volta che mi lascio essere.

Provate a fare questo esperimento: che cosa accade quando permettete a voi stessi soltanto di esistere, proprio in questo momento, senza fare affidamento su nessuna delle immagini familiari e delle convinzioni immagazzinate sull’hard disk della memoria per sapere chi siete? All’inizio si può provare un senso di disorientamento. Se siete in grado semplicemente di rilassarvi in questa esperienza per un attimo, ci può essere un istante in cui sentite voi stessi in modo nuovo, come una presenza viva, un essere misterioso e insondabile che è aperto e sveglio e pronto a rispondere alle mutevoli correnti di ogni momento.

Lasciatevi aderire a questo essere anche se all’inizio sarà per un momento, ogni tanto. Vi aiuterà ad entrare in contatto con voi stessi, facendovi immediatamente assaporare la vostra dignità e il vostro valore intrinsechi.

Momenti come questi rendono possibile la felicità per il mero fatto di essere vivi.

Un ulteriore passo nella crescita dell’amore di sé consiste nell’essere in grado di apprezzare ciò che solo noi possiamo offrire. Ognuno di noi ha uno speciale contributo da dare al mondo, soprattutto quando veniamo fuori come gli esseri che siamo.

L’abitudine di paragonarsi agli altri o di provare ad assomigliare a loro è uno dei maggiori ostacoli all’amore per sé. La preoccupazione di essere come gli altri, o migliori o peggiori di loro, è un modo di rifiutare se stessi. Ognuno di noi ha un talento proprio ed esclusivo: una persona può essere una madre di tipo speciale, un’altra un efficace comunicatore, un’altra un ascoltatore sensibile. La bellezza di questi talenti può brillare soltanto quando apprezziamo ciò che vuole passare attraverso di noi senza cercare di essere all’altezza di uno standard prestabilito nella nostra mente.

Vado oltre: anche tale descrizione dei talenti della persona fallisce il bersaglio perché il dono più speciale che abbiamo da offrire è la qualità viva della vostra esperienza, la scintilla indescrivibile che fa di noi Noi ….

Ogni anima ha il suo carattere pieno di sfaccettature come una pietra preziosa. Anche se nessuno può stabilire cosa sia questo “qualcosa di speciale”, è ciò che le persone amano in noi.

Specificità significa “proprio così”. Tu sei proprio così alla tua maniera, io sono proprio così alla mia. Noi tutti siamo quello che siamo e alla fine dei conti non possiamo essere altro che ciò che siamo. E questa è una ragione per rallegrarsi.

Amare se stessi per come si è potrebbe sembrare egoismo. In realtà fornisce la base più forte di tutte per amare gli altri. Lasciare noi stessi l’essere che siamo ci aiuta a riconoscere di lasciare che anche gli altri siano quello che sono. Uno dei più grandi atti d’amore è di permettere agli altri di essere diversi da noi e liberarli dalle nostre richieste e dalle nostre aspettative. Quando capiamo che gli altri hanno le loro leggi e devono seguire la propria strada nello stesso modo in cui lo facciamo noi, il bisogno di controllarli o di renderci più importanti di loro svanisce.

Allentare i concetti di sé, permettere a noi stessi di fare la nostra esperienza, permettere a noi stessi di essere l’essere che siamo, dire di sì a noi stessi, essere benevolmente comprensivi verso le nostre debolezze sono tutti modi di aprire a noi stessi il nostro cuore. Quanto più gustiamo di trovarci interiormente in contatto con noi stessi, tanto più sorge una luce interiore che è l’esperienza diretta e immediata dell’amore per noi stessi.

 

Cosa vuol dire amare se stessi?

amarsi

“ Amare se stessi è l’inizio di una storia d’amore

lunga tutta una vita ..” O.Wilde

 

Qualche punto da tenere presente e un percorso in tre tappe facendomi aiutare dalle parole di Claudia Rainville ( ” Nati per essere felici, non per soffrire”- Ed.Amrita).

  •  Amarsi è concedersi d’essere così come si è, concedersi di vivere le proprie esperienze
  • amarsi è pensare a te senza dimenticare gli altri e pensare agli altri senza dimenticare se stessi
  • Amarsi è rispettarsi
  • Amarsi è trattassi bene
  • Amarsi è avere stima di sè
  • Amarsi significa darci quello che può renderci felici
  • Amarsi è riconoscere il proprio valore
  • Amarsi è perdonarsi per gli errori commessi
  • Amarsi è cercare continuamente di migliorarsi, per Amarsi ancora di più

 

La 1° tappa per amare se stessi consiste nell’accettare e nell’apprezzare quello che si è. Se un girasole vuole essere una rosa, sarà infelice tutta la vita. Ma se accetta di essere un girasole, scoprirà tutta la ricchezza della sua peculiarità e sarà felice.


 


 

Fai una lista di tutti i tuoi aspetti fisici che non accetti; per esempio: il peso, i capelli, la statura, le gambe e così via.

Può trattarsi anche di tratti del carattere, per esempio: la possessività, il disordine, l’aggressività, la gelosia, l’essere dispersivo, etc ..

Ora osserva come puoi migliorare questi tuoi aspetti.


 


 

Accettare non significa esserne soddisfatti ; significa ammettere, riconoscere , in modo di poter far fronte ai problemi o alla situazione, come sappiamo, fuggire dinanzi ad un problema non significa risolverlo.

Se potessimo soltanto accettare che tutti gli esseri umani hanno qualità da sviluppare e punti deboli da superare, sarebbe più facile accettarci per come siamo. Nella nostra interpretazione delle cose, però, essere amati equivale ad essere perfetti: i primi della classe, i più belli, i più buoni, i più intelligenti … Erano, infatti, spesso i più preferiti. A volte ci sentivamo incapaci di conseguire un primo posto, allora ci ribellavamo contro quei “primi” e contro l’autorità che ritenevamo ingiusta nel distribuire complimenti e affetto.

Da oggi in poi prova a prendere l’abitudine di dire a te stesso: ” posso permettermi di… ”

  • Posso permettermi di pensarla altrimenti
  • Posso permettermi di essere diverso
  • Posso permettermi di voler vivere la vita a modo mio

 

Ti puoi permettere di essere tutto quello che sei; tuttavia se ti rendi conto che un tuo atteggiamento ti costa intermini di felicità e di relazioni con gli altri, starà a te chiederti da dove venga , che cosa voglia dire e intraprendere un processo trasformativo.

Se noi possiamo essere come siamo anche agli altri è concessa la stessa cosa. Il fatto però che l’altro abbia pieno diritto di essere come è non significa automaticamente che la cosa ci vada bene; a questo punto smetto di voler cambiare l’altro, ma scelgo me stesso, scegliendo di vivere delle situazioni che mi stanno bene e agisco per amor mio.



Fai ora almeno una lista di dieci cose per cui hai voglia di congratularti con te stesso.



 

Apprezzare ciò che sei significa congratularti con te stesso invece di svilirti. Ci sono persone che passano il tempo a parlare male di  ma poi non sopportano che qualcuno muova loro la minima critica.

Ci è stato insegnato:”non fare agli altri quello che non vorresti che fosse fatto a te”, ma nessuno ci ha insegnato :” non fare a te quello che non faresti mai agli altri”. Se non ci amiamo come possiamo chiedere agli altri di amarci? Tutto quello che facciamo a noi stessi è l’autorizzazione, per gli altri, a farci altrettanto, nel bene come nel male. Se non pensiamo mai a noi stessi, se ci dimentichiamo di noi annullandoci per gli altri, gli altri, a loro volta, ci dimenticheranno.

Tutto comincia da noi. Il mondo che ci circonda è il nostro specchio.

Quello che fai a te stesso è l’autorizzazione per gli altri a farti altrettanto, quindi:

  • Se ti giudichi o ti critichi, gli altri ti giudicheranno e ti criticheranno. Prima di dire che il tale continua a criticarti, verifica se non sei tu a criticarti per primo. Se è così, allora sii più tollerante con te stesso e vedrai gli altri diventare più indulgenti nei tuoi confronti.
  • Se ti rimproveri, gli altri ti rimprovereranno. Inoltre se ti senti colpevole, i rimproveri Ltrui amplificheranno ” l’effetto biasimo” che ti infliggi da solo.
  • Se eviti di ascoltare i tuoi sentimenti, nessun altro li ascolterà
  • Se rifiuti il posto che ti compete, nessuno te lo darà
  • Se manchi di autostima, come puoi aspettasti che gli altri ne abbiano per te?
  • Se hai poca fiducia in te stesso, come puoi aspettarti che gli altri si fidino di te?
  • Se ti dimentichi di te in continuazione, non potrai prendertela se gli alti ti dimenticheranno.
  • Se ti manchi di rispetto, non potrai accusare gli altri di mancarti di rispetto.

 

È vero però anche l’inverso:

  • Se ti vuoi bene, gli altri ti ameranno
  • Se pensi a te, gli altri penseranno a te
  • Se hai rispetto per te stesso , gli altri ti rispetteranno
  • Se tu ti apprezzi, gli altri ti apprezzeranno
  • Se sei onesto con te stesso, gli altri saranno onesti con te
  • Se sei indulgente con te stesso, anche gli altri lo saranno
  • Se hai fiducia in te, gli altri ti daranno fiducia.

 

 

“colui che sa amare, ama se stesso;

se sa amare soltanto gli altri, allora non ama affatto”

Eric Fromm

 

 

 

Il segreto della felicità

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“Il segreto della felicità non è di fare sempre ciò che si vuole, ma di volere sempre ciò che si fa” Leone Tolstoj

E’ quello che ognuno di noi vorrebbe conoscere. Per cominciare è bene interrogarci su cosa siamo e su cosa abbiamo fatto per diventarlo. Palese è ciò che intravediamo e sperimentiamo del mondo intorno a noi è piccola cosa rispetto all’immensità invisibile di tutto quello che esso contiene e che genera poi il mondo visibile.

“Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”, fa dire Shakespeare ad Amleto, e la felicità sembra appunto provenire dal lato più misterioso della nostra esistenza. Così come la morte è l’altra faccia della vita, l’incertezza è una costante della condizione umana. Mentre la Storia continua e si potrebbe raccontarla uguale e diversa per ogni essere umano. Arriva sempre il momento in cui sentiamo il bisogno di raccontarci, così come per il segreto della tanto agognata felicità.

E’ molto difficile che qualcun altro lo possa scoprire per noi, è un segreto che si può trovare solo con le proprie forze ed è proprio questa la bellezza del suo mistero. Non esiste una ricetta uguale per tutti . La ricerca della felicità, inoltre, offre grande vantaggi rispetto a molte altre attività: non comporta speciali mezzi economici, non presuppone un livello di istruzione elevato, non richiede amicizie particolari o potenti. La felicità è “democraticamente” aperta a tutti!

Oltretutto, la felicità non sembra avere controindicazioni; è salutare tanto per la persona che la scopre, quanto per quelle con cui entra in contatto.

Ognuno arriva alla sua felicità in modo strettamente personale. Verosimilmente, le condizioni della felicità come quelle dell’esistenza dovrebbero essere simili per ogni persona, ma così non è; vi saranno sempre differenze individuali nei mezzi e nelle vie più idonee ed efficaci per raggiungerla.

La tensione alla felicità ha sempre origine da una insoddisfazione di fondo. Una felicità completa, se ci pensiamo bene,  porterebbe all’arresto dell’agire umano. Molte persone, specialmente dopo un periodo critico, provano un senso di oppressione e persino una sorta di dolore provano un senso di oppressione e persino una sorta di dolore spirituale quando trovano un po’ di felicità.

La sensazione di felicità è sempre percezione di un contrasto, che nasce inevitabilmente dall’alternarsi degli alti e bassi dell’esistenza umana. Alla fine questa sensazione continua a rimanere un mistero; la commozione ch proviamo nel riabbracciare un nostro caro a lungo lontano, o la luce che si accende in noi quando comprendiamo che il nostro amore è corrisposto, il sorriso di nostro figlio, sono terremoti di gioia che già per la loro difficile riproducibilità e la loro unicità si sottraggono ad una piena comprensione.

Per difficile che possa essere la vita, siamo di casa in questo mondo. Per questa pura e semplice ragione, aspirare alla felicità non sembra chiedere troppo ….

La felicità è adesso. La vita non è una prova generale per un appuntamento successivo, è qui e ora. L’invisibile attimo eterno che tutti abbiamo cercato è proprio qui, in questo momento ….

Così è necessario essere semplicemente essere se stessi, camminare, correre se lo desideriamo. Sulla nostra vita il sole sorgerà da solo nel cielo, le stelle brilleranno da sole nella notte …..

“Il segreto della felicità è in te, in quella goccia di amore divino che ti ha voluto fin dall’eternità…” Powell

 

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Liberamente tratto da:

E.Giusti – E.Perfetti

Ricerche sulla felicità

Ed.Sovera

Carote, uova, caffè ….una metafora

carota uova caffè

 

Una figlia si lamentava con suo padre circa la sua vita e di come le cose le risultavano tanto difficili.

Non sapeva come fare per proseguire e credeva di darsi per vinta. Era stanca di lottare.

Sembrava che quando risolveva un problema, ne apparisse un altro.

Suo padre uno chef di cucina,la portò al suo posto di lavoro. Lì, riempì tre pentole con acqua e le pose sul fuoco.

Quando l’acqua nelle tre pentole iniziò a bollire, in una collocò alcune carote, in un’altra collocò delle uova e nell’ultima collocò dei grani di caffè. Lasciò bollire l’acqua senza dire parola.

La figlia aspettò impazientemente, domandandosi cosa stesse facendo il padre….

Dopo venti minuti il padre spense il fuoco. Tirò fuori le carote e le collocò in un piatto.
Tirò fuori le uova e le collocò in un altro piatto. Finalmente, colò il caffè e lo mise in una scodella. Guardando sua figlia le disse: “Cara figlia mia, carote, uova o caffè?”

La fece avvicinare e le chiese che toccasse le carote, ella lo fece e notò che erano soffici; dopo le chiese di prendere un uovo e di romperlo mentre lo tirava fuori dal guscio, osservò l’uovo sodo. Dopo le chiese che provasse a bere il caffè, ella sorrise mentre godeva del suo ricco aroma.

Umilmente la figlia domandò: “Cosa significa questo, padre?”. Egli le spiegò che i tre elementi avevano affrontato la stessa avversità, “l’acqua bollente”, ma avevano reagito in maniera differente.

La carota arrivò all’acqua forte, dura, superba; ma dopo essere passata per l’acqua, bollendo era diventata debole, facile da disfare.

L’uovo era arrivato all’acqua fragile, il suo guscio fine proteggeva il suo interno molle, ma dopo essere stato in acqua, bollendo, il suo interno si era indurito.

Invece, i grani di caffè, erano unici: dopo essere stati in acqua, bollendo, avevano cambiato l’acqua.

“Quale sei tu figlia?” le disse. “Quando l’avversità suona alla tua porta, come rispondi?”.

“Sei una carota che sembra forte ma quando i problemi ed il dolore ti toccano, diventi debole e perdi la tua forza?”.

“Sei un uovo che comincia con un cuore malleabile e buono di spirito, ma che dopo una morte, una separazione, un licenziamento, un ostacolo durante il tragitto, diventa duro e rigido? Esternamente ti vedi uguale, ma dentro sei amareggiata ed aspra con uno spirito ed un cuore indurito?”

“O sei come un grano di caffè? Il caffè cambia l’acqua, l’elemento che gli causa dolore. Quando l’acqua arriva al punto di ebollizione il caffè raggiunge il suo migliore sapore.”

“Se sei come il grano di caffè, quando le cose si mettono peggio, tu reagisci in forma positiva, senza lasciarti vincere, e fai si che le cose che ti succedono migliorino, che esista sempre una luce che, davanti all’avversità, illumini la tua strada e quella della gente che ti circonda”.

Per questo motivo non mancare mai di diffondere con la tua forza e la tua positività il “dolce aroma del caffè”.

 

Barbara Berger

 

Quale paura per quale ferita ….. istruzioni per l’uso

paura 1

Per un bambino che è impotente, innocente e totalmente dipendente, ogni abuso, ogni intolleranza, ogni mancanza di attenzione è un’esperienza di abbandono. Noi proviamo che lì con noi non c’è nessuno che si prenda cura dei nostri bisogni. Questa sensazione provoca il panico.

Anche se ora siamo adulti e possiamo realisticamente provvedere di persona alle necessità, quando la ferita si apre il nostro bambino interiore riesce soltanto a ricordare una situazione precedente in cui la paura era devastante. Perciò evitiamo di aprire questa ferita.

E’ spesso difficile risalire alle fonti di questa ferita. Per quelli che sono stati di fatto abbandonati da uno o da entrambi i genitori, o per coloro che hanno subito un abuso fisico o sessuale, la causa è più ovvia. Ma può non essere altrettanto chiaro per altri.

Allo scopo di “guarire” il nostro bambino ferito, non è così importante scoprire perché ciò si è verificato. Ma è importante riconoscere che è successo e riconoscere le ramificazioni di questo evento nella nostra vita quotidiana, particolarmente nelle nostre relazioni. Alcuni di noi possono aver trovato sistemi più efficaci per coprire, negare o “compensare” la ferita, ma tutti quanti ce la portiamo addosso.

Sentirla invece che fuggirla richiede un coraggio immenso.

Come, quindi, affrontare la ferita?

  • Riconoscere che le nostre pretese coprono le nostre paure dell’abbandono e della privazione => la nostra reattività e le nostre pretese, le nostre strategie, i nostri sforzi di controllare, dominare, manipolare l’altro, non sono altro che una copertura per la nostra ferita dell’abbandono. In maniera inconscia il nostro bambino interiore spera che troverà, alla fine, qualcuno che soddisfi tutti i bisogni insoddisfatti della sua infanzia. Il nostro adulto può riconoscere razionalmente che ciò non è possibile, ma il nostro bambino non abbandona mai questa speranza. E questa speranza viene quindi proiettata, per lo più inconsciamente, sulla persona che amiamo o sulla vita, in generale. La nostra ferita dell’abbandono viene stuzzicata nel momento in cui cominciamo a sentire che i nostri bisogni non sono soddisfatti. Perciò il primo passo è riconoscere che la ferita dell’abbandono è stata stuzzicata. Per il nostro bambino quello che sta accadendo nel momento presente è un reale abbandono.. Non riesce a distinguere il fattore scatenante dalla fonte originale. Quando l’evento originante si è verificato era troppo devastante da sentire. E ora che il dolore viene provocato, al nostro bambino interiore sembra che abbia la stessa intensità.
  • Accettare la paura e il dolore e dare loro spazio => più siamo disponibili ad affrontare la ferita quando arriva, più facilmente la supereremo. Se usiamo la relazione per evitare di sentire questo vuoto, non funzionerà mai, stiamo usando la relazione per fuggire da noi stessi. La nostra mente non vuole entrare nel vuoto. Per attitudine preferiremmo essere felici. Ma con una tale attitudine non è possibile attraversare il dolore, quando essi si presenta. Questo stato di cose si acuisce nella relazione perché, condizionati dalla convinzione romantica, crediamo, che il nostro partner ci darà ciò che da bambini non abbiamo ricevuto. Quando poi la nostra relazione ha superato il periodo di “luna di miele”, in cui tutto è meraviglioso e il nostro amato incarna tutti i bisogni e desideri più grandi, ci dirigiamo inevitabilmente verso la delusione, è qui che iniziano i problemi. Per un certo periodo possiamo vivere nella negazione dei sentimenti oppure adattarci, ma in realtà stiamo covando del risentimento. Questo risentimento può essere espresso in molti modi indiretti: sarcasmo, atteggiamento di critica e di giudizio etc.. Nel frattempo la relazione si fa sempre più amara e probabilmente alla fine abbandoneremo la relazione, assolutamente convinti che era necessario perché l’altra persona non era in grado di soddisfare i nostri bisogni. Stiamo omettendo di riconoscere che ogni relazione provocherà, in qualche modo, la nostra privazione e il nostro abbandono. Mentre è proprio provando questi dolori con consapevolezza che possiamo lentamente riempire i nostri vuoti. Questo può aiutarci ad accettare il nostro essere soli. Solo quando abbiamo la volontà di affrontare questo processo in maniera completa possiamo cominciare a trovare un po’ di armonia nella nostra vita amorosa e un po’ di grazia nella traversata della nostra vita.
  • Andare in cerca di sostegno => quando la ferita è aperta ci può essere un’ansia tremenda. Talvolta l’oscurità e la solitudine sembrano senza fondo, interminabili e pensiamo di impazzire. Possiamo sentirci profondamente depressi, diventare pesantemente autocritici e una generale negatività e perdita di fiducia oscura tutte le nostre giornate. In queste occasioni il primo passo è rischiare e chiedere aiuto all’esterno, senza aspettarsi che qualcuno faccia sparire il dolore. Molti di noi sopportano questo dolore nell’isolamento, rafforzando la convinzione che dobbiamo affrontare da soli il dolore. Questo è un falso modo di essere soli, basato più sulla contrazione che sull’espansione, sulla diffidenza e la paura piuttosto che sulla fiducia. C’è una voce interiore che dice: “Nessuno può starmi vicino quando mi sento così”, oppure, ” Sono un peso”. Ma la nostra “guarigione” arriva proprio rivolgendoci a qualcuno quando soffriamo. Quando ho trovato il coraggio di rivolgermi a qualcuno, molta della paura è svanita.

 

In conclusione il maggior aiuto per superare la ferita è proprio la VOLONTA’ di sentirla. Una volta che rivolgiamo verso l’interno l’energia e cominciamo ad assumerci le nostre responsabilità per il dolore, le cose sembrano cambiare radicalmente. Quando il dolore è stato stimolato e la rabbia o la delusione si presentano, in quel momento ci stiamo permettendo di sentire la paurae prorpio da quel momento inizia la risalita …..

 

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