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Riflessioni sull’amore

cuori ponte milvio

“Ogni relazione significa definire se stessi attraverso un altro e definire l’altro attraverso se stessi” Ronald Laing

Oggi 14 Febbraio San Valentino, celebrazione universale dell’amore romantico.

Rito annuale dell’amore alla Peynet dove un lui e una lei teneramente seduti su una panchina aprono le finestre dei loro cuori l’uno all’altra.

Festa di tutti quegli innamorati che a Roma hanno circondato i lampioni di Ponte Milvio con i lucchetti come pegno delle loro promesse.

Ma l’amore è realmente questo valzer di cuoricini, fiori, palloncini, stucchevoli cioccolatini… languidi baci e tenere carezze????

A questo punto chi mi legge potrebbe dire:” ma che sei scema??? Lo sanno tutti che amore è anche impegno, progettualità, confronto,darsi reciproco, arrendevolezza …”

Allora vi potreste chiedere  quale è lo scopo di questo post al di là di una mera disquisizione accademica sulle varie facce dell’amore. In realtà l’idea di fermarmi a riflettere sull’universo amore mi è venuta sollecitata dalle esigenze di alcuni miei clienti di esplorare le varie facce dei loro mondi “d’amore” .

  1. uomo passionale fatto di viscere e cuore vorrebbe “perdersi, affondare nell’Amore… darsi alla follia” – “sentirci, amarci, sprofondare l’uno nell’altra, l’altra nell’uno… perdere i confini, sperdersi nel deserto e nella tormenta dei sensi…” per poter esorcizzare la morte “rompendo la cadenza del dolore” . Per lui amore è Eros contrapposto a Thanatos.
  2. giovane donna in perenne ricerca del Principe Azzurro che sogna ogni mattina di trovare dietro l’angolo, incastrata invece in rapporti impossibili con uomini “tormentati” per paura di guardarsi intorno rischiando di trovare l’uomo giusto.
  3. innamorata della seduzione, perennemente in bilico tra il rapporto “serio” ed i sobbalzi del cuore.
  4. E ed E. imprigionate nel ruolo di mamma-compagna.
  5. M.che dopo gli “anta” ha finalmente scoperto la passione e si sente finalmente una donna completa.
  6. P.che al contrario, dopo gli anta, ha abdicato alla passione per una serena e un po’ noiosa laguna senza increspature.
  7. ragazzo giovane già “cinicamente” consapevole delle trappole del cuore.

Il filo che unisce tutti questi cuori è il voler ri-trovare lo stato nascente, la pietra miliare da cui tutto ha avuto inizio nella consapevolezza del “qui e ora”.

E il punto di partenza è sempre ri-trovare se stessi, innamorarsi di se stessi come individui autonomi e indipendenti.

Non si può donare ciò che non si ha. Amare significa essenzialmente dare. Possiamo trasmettere amore all’altro esclusivamente in proporzione all’amore che abbiamo per noi stessi.

Inoltre per poter far dono di se stessi è necessario che vi sia un Sé da offrire e una matura consapevolezza di esso, perché solo un Sé autonomo e libero può essere contemporaneamente individualista e altruista.

Esistono diversi tipi di dipendenza  camuffata da amore, e relazioni di scambio fondate sulla necessità, ma neanche queste sono amore autentico, profondo, spontaneo, poiché questo è legato alla capacità di essere autonomi , quindi non vincola bensì è liberatore.

Nell’atto d’amore il momento di estasi si realizza nella massima unione, nella fusione e con-fusione di testa, cuore e viscere, che consente di attraversare il confine tra l’una e l’altra identità. In questo darsi e trovarsi l’orgasmo può allora essere libero da controlli, ostilità o trionfo, in quanto esiste una interdipendenza di due Sé autonomi che non temono il momentaneo annullarsi e confluire uno nell’altro, poiché sanno tutti e due che da questo temporaneo mescolarsi le due rispettive individualità non potranno che uscire più ricche e più forti.

Proviamo quindi a considerare la “coppia” come un essere/avere “un compagno nella stanza a fianco” . Come quando, vivendo sotto uno stesso tetto ciascuno può stare da solo in una stanza nella consapevolezza però che l’altra stanza non è vuota, bensì ricca di un’altra presenza, non obbligata, ma in ogni momento liberamente raggiungibile e allo stesso modo liberamente allontanabile.

Allo stesso modo, nella coppia psicologicamente matura dove ciascun elemento è autenticamente libero, la consapevolezza del proprio stare insieme costituisce la “casa” calda, rassicurante e gratificante. Ciascuno dei partners, in questo modo, si sente con-tenuto sapendo di poter entrare/uscire dalle “stanze” secondo le rispettive intime esigenze. Anche uscendone, infatti la casa rimane come punto di riferimento e continuità. In tal modo la sicurezza dell’agibilità dell’altro placa la fame di simbiosi e rende capaci di vivere fuori di lui ,cioè autonomi, e nello stesso tempo disponibili a lui, in quanto liberi.

Non possiamo mai sapere

compassione

La compassione non è una relazione tra il guaritore ed il ferito. E’ un rapporto tra eguali. Solo quando conosciamo la nostra stessa oscurità possiamo essere presenti nel buio degli altri. La compassione diventa reale quando riconosciamo la nostra comune umanità.
Pema Chödrö

Il mondo, se lo vediamo bene, è un luogo bellissimo.

E’ vero, la vita spesso è molto difficile, l’essere umano è capace di violenza e atrocità, ma il mondo continua ad essere un posto bellissimo anche e nonostante noi.

Per questo vietiamo al dolore di portarci rancore.

Vietiamo all’amarezza di prevalere sulla dolcezza.

Cerchiamo di essere morbidi e accoglienti.

Vietiamo al mondo di indurirci!

Se potessimo veramente vedere nel cuore degli altri, se potessimo per un istante osservare il mondo attraverso i loro occhi, se mettessimo per un attimo veramente i loro panni, cosa vedremmo?

Se fossero visibili a occhio nudo le cicatrici dell’anima, se per strada potessimo vedere i segni che hanno lasciato i fallimenti, le malattie, il dolore, i torti subiti, le prove affrontate, i cuori spezzati, le perdite, le lacrime versate, cosa succederebbe?

Se potessimo vedere quello che vedono gli altri ….

Se potessimo sentire quello che sentono gli altri ….

Se potessimo provare quello che provano gli altri li tratteremmo forse diversamente?

E poi apprezzeremmo forse di più la nostra vita?

Possiamo essere sì diversi, ma i nostri cuori battono nello stesso modo, vibrano negli stessi sogni, nutrono le stesse speranze e piangono per gli stessi dolori.

Forse potremmo smettere di giudicare con facilità. E’ difficile sapere il motivo che si nasconde dietro un comportamento che non ci piace.

C’è un rimedio abbastanza facile per i giudizi affilati che spesso accompagnano il nostro disappunto verso  gli altri e consiste in una semplice frase. “non si sa mai”.

Proviamo ad usarlo prima di saltare alle conclusioni emettendo una sentenza svalutativa e giudicante in presenza di un comportamento che non vorremmo fosse così.

Dietro ad ogni azione c’è una storia.

Quante volte anche noi abbiamo tenuto dentro il nostro dolore nascondendolo pensando Se solo gli altri sapessero…”.

Infatti non si può mai sapere ……

Ecco perché sarebbe buona cosa avere compassione.

Compassione letteralmente significa “soffrire con”, vuol dire partecipazione al sentire degli altri apertura del cuore che accoglie con rispetto e comprensione l’esistenza di qualsiasi essere vivente.

Questo non significa giustificare qualsiasi gesto, né subire le angherie di chi ci sta di fronte o sottomettersi al malo modo di chi troviamo durante il nostro cammino. Se qualcuno ci fa star male è assolutamente “sano” e doveroso proteggersi e rispondere con assertività alle invasioni di campo.

Non si tratta quindi di “buonismo”  parola sfruttata e declinata in tutte quelle forme che vanno dal compiacimento alla piaggeria; molto spesso si tende a criticare ad oltranza a non accettare nulla che non sua gradevole per noi, si tende a sputare sentenze che come unico effetto rendono il nostro cuore spigoloso, la mente chiusa e l’anima bloccata tra le mura dei nostri pregiudizi.

Tutto ciò serve a poco.

Compassione è ricordarsi sempre che “non si sa mai”.

Non possiamo sapere se a quella persona scortese è stata appena fatta una diagnosi che potrebbe mettere a rischio tutto quello che ha.

Non possiamo sapere se quella persona scostante si sveglia ogni mattina pensando di non farcela e crede che chiunque altro al mondo sia migliore di lei.

Non possiamo sapere se il suo spirito bambino è stato spezzato da cose indicibili.

Non possiamo sapere se ha appena perso una persona cara.

Non possiamo sapere se per lei è una giornata particolarmente dura.

Non possiamo sapere se è sempre spaventata e resiste stringendo i denti.

Non possiamo sapere! Possiamo avere compassione!

La compassione è molto diversa dalla pietà.

La pietà è un atteggiamento mentale che provoca il distacco da chi soffre.

La compassione è molto più profonda e nobile della pietà.

La pietà ha le sue radici nella paura e porta in sé un senso di arroganza e condiscendenza, alle volte anche una compiaciuta sensazione del tipo: “Meno male che non è capitato a me”.

 “Quando la tua paura tocca il dolore di qualcuno, diventa pietà; quando è il tuo amore a toccare il dolore di qualcuno, diventa compassione”. Stephen Levine

Praticare la compassione significa essere consapevoli che tutti gli esseri sono uguali e soffrono nello stesso modo, onorare tutti coloro che soffrono e sapere che non siamo né separati da alcuno, né superiori ad alcuno.

Non possiamo sapere che lotta si stia svolgendo laggiù dove lo spirito incontra il corpo nel suo strato più profondo e originario.

Sulla strada della compassione, ognuno fa la sua, di strada.

Ricordandoci che per ognuno di noi ci sono giorni migliori e giorni peggiori.

Sulla strada per la compassione si va incontro alla vita con Amore; la vita che ci è stata data per un motivo ben preciso, perché sia vissuta tutta pienamente.

Una vita in cui non siamo soli. Ci sono altri che hanno cuore e occhi come noi. Che hanno un cuore come noi. E per ciascuno di loro, proprio come per noi, c’è una storia, un dolore, un amore vissuto, un amore perduto, un motivo di gioia, un mare di lacrime da piangere, un sogno da realizzare, una paura che paralizza, una luce che si accende.

Comprendere e non trarre conclusioni è un monumentale atto d’Amore.

“La grande compassione penetra fin nel midollo delle ossa. E’ il sostegno di tutti gli esseri viventi. Come l’amore del genitore per il suo unico figlio, la tenerezza del compassionevole pervade ogni cosa.” Nagarjuna

 

 

liberamente tratto da:

B.Pozzo – La vita che sei – ED.BUR

 

Pensieri e sentimenti nella ricerca d’amore

amore e stress

Ieri sistemando la mia zeppa libreria in continua crescita vista la mia compulsiva voracità di mangiatrice di libri, ho ritrovato un testo molto interessante di Katie Byron ideatrice di “The Work” una metodologia per identificare e indagare i pensieri che causano la sofferenza che impedisce alle nostre vite di decollare.

Il testo in questione è “Ho bisogno del tuo amore. È vero?” Riflessioni ed esercizi su come smettere di cercare amore e approvazione e cominciare invece a trovarli.

Visto che in questo periodo il mio lavoro di counselor è soprattutto incentrato ad agevolare le persone ad esplorare il loro mondo di coppia cercando di ripercorrere pensieri ed emozioni che possono causare difficoltà ed impasse nella relazione, mi sembra interessante, questa mattina, postare una riflessione tratta liberamente da questo testo.

All’inizio, dice Katie Byron, può sembrare strano vedere l’infelicità in amore in termini di pensieri. Tuttavia se diamo un’occhiata più profonda ci accorgeremo che esiste sempre un pensiero particolare che innesca qualsiasi situazione che provoca stress.

L’ansia relativa all’amore è il risultato di pensieri semplici e per lo più infantili “Ho bisogno del tuo amore” “Senza di te mi sento persa”; pensieri, questi che pretendono di guidarci verso il vero,amore ma che se non esplorati nella loro dinamica rischiano di diventare grosso ostacoli.

Molto spesso le persone immerse in questo stato di ansia e turbamento non riescono a individuare il pensiero che lo provoca, riescono solo a sentirne il flusso emotivo.

Immaginiamo, ad esempio di aprire il nostro cuore al nostro “lui” e che “lui” non solo non risponda ma anche che si alzi e lasci la stanza. Noi, rimaniamo sulla sedia con la sensazione che il mondo sia finito. Il primo pensiero potrebbe esser “Non gli interesso” che potrebbe diventare “perché mi preoccupo? A nessuno importa veramente di me”.

Proviamo ora a ricordare una sensazione passata in cui questa sensazione di turbamento era molto forte, in silenzio lasciamo emergere questa sensazione. Se non riusciamo a trovare il pensiero che sta dietro l’emozione, cerchiamo di penetrare più in profondità verso il luogo dove la sensazione è più intensa. Questo significa immergerci completamente nella sensazione fisica legata a quell’emozione cercando di ascoltare il corpo, dandogli contemporaneamente voce. Se l’emozione potesse parlare, cosa direbbe e a chi?

Prendiamoci il nostro tempo, senza fretta. Cerchiamo di essere più precisi possibile, altrimenti potremmo dire qualcosa di saggio e amorevole, dando voce a quello che pensiamo “dover” pensare, invece di quello che pensiamo e ci fa star male.

Molto spesso nel momento del dolore, ci sono pensieri che abbiamo avuto per così tanto tempo che non ci rendiamo nemmeno conto di averli lì stretti a noi.

Il secondo passo del “Lavoro” che ci insegna Katie Byron è, dopo aver trovato il pensiero, sotteso all’emozione dolorosa, chiederci se è vero. Questo vuol dire tornare nuovamente dentro noi stessi per vedere se il pensiero che provoca turbamento è realmente in accordo con la realtà che stiamo vivendo; molto spesso ci accorgeremo che non è così.

Nel nostro viaggio attraverso la vita i pensieri sono come spari nel buio, tentativi imprecisi per cercare di comprendere cosa accade dentro e fuori di noi. Quando cerchiamo amore, approvazione e riconoscimento, molto pensieri che facciamo hanno il compito di decifrare il comportamento delle persone che ci interessano e soprattutto fare ipotesi su quello che sta succedendo nelle loro teste, come se avessimo il potere di leggervi dentro.

Come bambini ci focalizziamo sull’aspetto allarmante; tornando all’esempio di prima: lui non mi risponde, si alza e se ne va ….. non gli interessa nulla di quello che dico, non mi vede! E poi reagiamo di conseguenza, come se il pensiero fosse un fatto. Soffriamo: ci rinchiudiamo in noi stessi o attacchiamo, invece di rispondere alla domanda che il pensiero, come tutti i pensieri, implica “è questo quello che è successo veramente?”.

Ogni sensazione di stress e malessere è un allarme che ci fa sapere che stiamo credendo ad un pensiero non vero.

In questo passaggio, ci dice sempre la Byron, cerchiamo di analizzare cosa provoca quel pensiero nella nostra vita fisica ed emozionale. Quando siamo intrappolati dentro a quel pensiero, chiediamoci “come ci influenza?” “ come trattiamo noi stessi e gli altri, quando crediamo a quel pensiero?” “ ci compatiamo?” “ ci sentiamo feriti e arrabbiati?” “ è qui che diventiamo vittime?”

Dopo di che facciamo un salto con la fantasia e immaginiamo cosa sarebbe la nostra vita senza quel pensiero, se non gli credessimo e se addirittura fossimo incapaci a pensarlo. Evitiamo di preoccuparci se sia vero o no, lo scopo di questo passaggio è sperimentare come sarebbe la nostra vita se non crediamo a quel pensiero. Durante il processo immaginativo, guardiamo il nostro “lui” senza il pensiero “ non gli importa nulla di me”  provando a rimanere un po’ in quell’esperienza.

Lo scopo di questo esercizio è quello di farci notare le conseguenze del credere ad un pensiero e poi provare un assaggio di vita senza pensiero.

Il terzo e ultimo passo dell’indagine sul pensiero è “rigirare” il pensiero.

Come uno specchio la mente ha un modo di comprendere le cose correttamente ma capovolte.

Quindi riprendiamo il nostro pensiero e rigiriamolo, ossia letteralmente invertiamolo in tutti i modi possibili. Poi chiediamoci se queste versioni invertite sembrano altrettanto vere o perfino più vere del pensiero originario.

Facciamo sempre l’esempio di prima e proviamo:

  • Sono io in realtà che non ho riconosciuto e che non mi importa di lui, quando mi sento ferita, mi rinchiudo o mi arrabbio, saltando subito alle conclusioni, giudicandolo duramente.
  • Non mi importa di me stessa, ho trasformato un’azione probabilmente innocente in rifiuto. Sono io che ho creato il disconoscimento  nella mia mente e i miei pensieri arrabbiati mi hanno fatto sentire piccola e inutile.
  • Lui non mi ha rifiutata, gli importa di me, forse stava pensando a qualcosa di altro. Non posso davvero sapere quale fosse la sua intenzione.

Quando la mente vuole provare che ha ragione, può cadere in un solco, come una macchina che si è impantanata. Provare dei rigiri e considerare se possono essere veritieri è come spingere avanti e indietro la nostra macchina per liberarla dal fango.

Quindi ogni volta che abbiamo un pensiero stressante, Katie Byron ci lascia quattro domande da farci che possono guidarci verso una nuova valutazione di ciò che provoca il nostro malessere :

  1. È vero?
  2. Possiamo sapere con assoluta certezza che è vero?
  3. Come reagiamo, cosa avviene quando crediamo a quel pensiero?
  4. Cosa saremmo senza il pensiero?

Se l’articolo vi è stato utile seguitemi nei prossimi post per altri interessanti spunti di riflessione sull’argomento ….

“Io non controllo i pensieri, sono loro che controllano me, fino a quando non li indago” Katie Byron

liberamente tratto da: K.Byron – Ho bisogno del tuo amore, è vero? – ed. Il punto d’incontro

 

 

 

 

 

Danzare sul filo del rasoio …

danzare sul filo 2

Riflessioni dopo una sessione di counseling …..

Il grande paradosso dell’amore è che ci stimola ad essere pienamente noi stessi e a rispettare la nostra verità individuale, e al tempo stesso anche ad abbandonarci senza riserve. Se ci allontaniamo troppo da noi stessi avvicinandoci al partner, cominciamo a perderci, se però ci tratteniamo e rimaniamo troppo autosufficienti, non è possibile un contatto profondo.

Se una relazione vogliamo che vada avanti non è possibile restare aggrappati ad una posizione unilaterale. Momento per momento è necessario essere capaci di mantenere le nostre posizioni, ma anche di lasciarci andare e modificare la nostra prospettiva se cambia la situazione. Non possiamo aggrapparci a nessuna delle situazioni sicure e abituali, sia di separatezza che di fusione, sia di dipendenza che di indipendenza, sia di attaccamento che di distacco.

Ecco perché vivere in genuina presenza e intimità con un’altra persona ci costringe a vivere sul margine dell’ignoto.

Un confine o un margine, come punto di incontro di due mondi differenti, è un luogo di enorme potere. Sulla riva, dove si incontrano mare e terra, si sprigionano energie poderose e tumultuose. La nostra pelle è elettrica, perché in essa si riconciliano l’interno e l’esterno, il sentimento e il mondo.

L’essenza di una relazione è di riunire gli opposti, pertanto ci fornisce continuamente l’opportunità di passare dall’una all’altra parte di noi: maschile e femminile, noto e ignoto, amore e paura, condizionato e incondizionato, cielo e terra. L’alchimia dell’amore fiorisce in questo gioco, perché il calore e il contrasto delle differenze fra due persone spingono ad esplorare nuovi modi di essere. Tuttavia, la nostra paura dell’ignoto, spesso, ci induce a chiuderci e tirarci indietro dal margine vibrante dove i nostri opposti si incontrano e a volte si scontrano.

Così, se ci teniamo a usare le grandi occasioni che le relazioni ci offrono, dobbiamo imparare a restare vigili e aperti rispetto alla paura, alla tensione e all’ambiguità che esse fanno nascere.

Il confine dove gli opposti si incontrano è affilato come il filo del rasoio, poiché incide attraverso la serie di abitudini e routine comode e familiari che identifichiamo con “me”, “come sono io”. Riconosciamo questo filo sensibile ogniqualvolta sentiamo l’acutezza del contatto, l’intensità dell’essere toccati, colpiti e trafitti da un altro.

Nell’aprirci all’altro incontriamo l’ignoto; ci sentiamo vulnerabili, incerti sul da fare. Aprirci? Proteggerci? Un po’ di ciascuna cosa? Che ne sarà di noi se non ci aggrappiamo alle vecchie strategie? Dove ci porterà? Che fare? … Ci gira la testa ….

Nessuna di queste domande può portarci ad una soluzione soddisfacente ma solo a distoglierci dal filo del rasoi dove ci sentiamo trafitti dal nostro amore e dalla nostra vulnerabilità. Perché sentiamo il bisogno di essere trafitti in questo modo, ci sentiamo più pienamente svegli e vivi.

Qui sul filo del rasoio, scopriamo l’essenziale precarietà dell’amore. Qui possiamo anche imparare a danzare con il flusso e l’incertezza che si presentano continuamente in una relazione. Un acrobata non mantiene la sua posizione su una corda tesa tentando di tenersi in perfetto equilibrio. Piuttosto lascia che il suo equilibrio lo faccia muovere avanti e indietro, trovando così nuovi equilibri.

Aprirsi a un altro, inevitabilmente, mette alla prova anche il nostro equilibrio interiore, smuovendo parti di noi da cui ci siamo da tempo distaccati. Perciò, in una relazione, ogni momento di incertezza indica diversi lati di noi stessi o quei lati che cercano di raggiungere un nuovo equilibrio tra di loro. Possiamo scoprire come procedere, in questi momenti, soltanto osando sentire e riconoscere entrambi i lati e vedere dove ci portano.

Così, invece di attenerci a un qualche stato di ideale armonia, possiamo imparare a far uso dell’azione stessa di cadere da un estremo all’altro per risvegliarci e vedere dove siamo e, nel risveglio, trovare un nuovo equilibrio.

Naturalmente può fare abbastanza paura mantenersi in equilibrio sul filo del rasoi, esplorando cosa significa essere presenti rispetto ad un’altra persona, senza contare più sulle vecchie strategie e formule. In questo caso la paura è un richiamo perché ci stiamo muovendo da un territorio noto ad uno ignoto e più vasto che sta davanti e intorno a noi. Ci mette in guardia dal non dare nulla per scontato restando svegli rispetto a quanto ci sta succedendo e rispetto a quello che la situazione richiede.

La paura e la vulnerabilità che sentiamo, quando non abbiamo niente di concreto in mano, ci indica che stiamo evolvendo. Così, sebbene qualcuno abbia detto “l’amore è abbandonare la paura”, questa visione appare semplicistica e visto che la paura è la compagna dell’intimità, potremmo piuttosto dire che “l’amore è fare amicizia con la paura “ ….

Avere relazioni consapevoli (2° parte)

relazioni consapevoli

“La consapevolezza è un processo al quale tutti noi siamo chiamati ad aderire: nessuno ci ha educati all’amore, nessuno ci ha insegnato ad AMARE. Semplicemente, ognuno di noi ha come modello di relazione quello dei genitori e, più o meno inconsciamente, tende a vivere le sue relazioni affettive o replicando il primo o creandone uno diametralmente d opposto. Quello che ci hanno insegnato con la nostra educazione (il comportarci bene, l’avere buone maniere, avere regole e valori), non è assolutamente sufficiente. La mancanza di consapevolezza è una delle cause dell’infelicità umana che ci porta sempre a fare gli stessi errori perché vengono ignorati i meccanismi sottostanti. Spesso non siamo neppure consapevoli dei nostri bisogni affettivi e delle nostre paure e nella relazione di coppia, proprio dove questi vengono maggiormente amplificati, questa non conoscenza porta a enormi sofferenze”

(http://www.buonerelazioni.it/2011/02/07/la-consapevolezza-nelle-relazioni-damore/)

Quando entriamo in una relazione amorosa lo facciamo con aspettative e desideri più o meno espliciti. Sappiamo bene quali sono i nostri? E quelli del nostro partner? E sappiamo bene che nessuno è su questa terra per rimarginare le nostre ferite ? E che è necessario chiedere al partner se vogliamo che i nostri bisogni siano soddisfatti?

Molti tutto questo non lo sanno, o preferiscono evitare di saperlo, e, se qualcosa li turba, si aspettano dal loro partner completa disponibilità e comprensione illimitata senza esplicitare nulla. Non si rendono conto che anche il loro partner ha lo stesso desiderio, e neppure di quanto raramente riesca a soddisfarlo. Psicologicamente non si sono mai evoluti oltre lo stadio della relazione genitore-figlio, che è essenzialmente asimmetrica : il figlio prende, il genitore dà incondizionatamente.

Tutti noi abbiamo la responsabilità all’interno di una relazione; è necessario avere ben chiaro se la qualità dello scambio ci soddisfa e in caso contrario , se pensiamo che ci siano margini di recupero confrontarci, dialogare. L’intento deve essere quello di imparare qualcosa, crescere e non di giustificare i propri comportamenti . Difendere a tutti i costi le nostre posizioni è contrario alla consapevolezza.

Parlate con due persone innamorate da anni e scoprirete che agiscono nei confronti dell’altro con un alto livello di attenzione. Non danno mai nulla per scontato. Rimangono consapevoli dei valori e dei tratti che li hanno fatti innamorare inizialmente, e li rilevano nei loro incontri e nel loro interagire di ogni giorno. Hanno mantenuto la capacità di vedere e apprezzare. Il loro amore è attivo mentalmente. Se, al contrario, si è passivi mentalmente, nessuna eccitazione può durare, né l’amore romantico, né nessun altra passione. Se la passività mentale è la normalità e la consapevolezza attiva l’anormalità, l’idea di un amore durevole può essere percepita solo come un illusione, e la nostra condizione abituale è la noia.

Se amiamo consapevolmente sappiamo che il modo in cui reagiamo al partner comporta un continuo processo di scelta. Se il mio compagno esprime un desiderio, sono consapevole di come reagisco e di effettuare una scelta. Se il mio compagno esprime un bisogno, qualunque cosa io scelga di fare, la faccio consapevolmente. Inoltre, non eleggo il mio umore del momento ad autorità massima o guida infallibile delle mie reazioni.

A volte, nonostante tutta la mia buona volontà, non riesco a fare quello che il mio partner mi chiede, ma questo non mi impedisce di trattare i suoi desideri con rispetto. Posso comunicargli che lo amo anche quando non mi sento di assecondarlo.

Ognuno di noi mette nell’amore un diverso livello di consapevolezza. Alcuni, la minoranza, ce ne mettono moltissima, ma la maggioranza tollera in quella che dichiara essere la relazione più importante della propria vita un livello di non-consapevolezza veramente scioccante. Per queste persone, la “casa” è dove vanno a riposare dalla faticosa giornata di lavoro.

Amare consapevolmente non significa sottoporre la relazione ad una continua analisi. Spesso questa “analisi” è un esercizio che ha ben poco a che fare con la consapevolezza. Bisogna invece saper Vedere ed Ascoltare. Prestare attenzione. Dare un chiaro feedback. Osservare le proprie emozioni e quelle del partner. Osservare la qualità della comunicazione. Notare il carattere della relazione così come viene ricreata ogni giorno.

Una delle cose più significative da osservare è la gestione dei conflitti. Nei momenti di frizione, chi fa che cosa? Si cerca di trovare una soluzione o un colpevole? Si prova a capire o ci si critica a vicenda? Le differenze vengono viste con benevolenza o con paura ed ostilità? Che cosa è più importante: proteggere il rapporto o giustificare se stessi? Se ci si allontana, chi fa il primo passo per ri-avvicinarsi? Che cosa fa l’altro nel frattempo?

Se quello che vediamo non ci piace, possiamo provare comportamenti diversi. Ma questa possibilità esiste solo se vediamo con chiarezza i nostri comportamenti attuali. Se la radice di tutti i mali è la negazione della realtà, la radice di tutte le virtù è il rispetto di essa.

Quanto sei consapevole tu che leggi queste righe? Stai facendo un paragone con la tua vita? Oppure l’intero discorso fluttua nel regno remoto e prudente dell’astrazione?

Anche in questo caso possiamo osservare la relazione reciproca tra autostima e vivere consapevolmente: più la nostra autostima è alta, più è probabile che operiamo consapevolmente all’interno della relazione amorosa. E più operiamo consapevolmente, più alimentiamo la nostra autostima. Ecco perché una relazione può essere veicolo di crescita personale. Accettando questa sfida, si cresce anche come persone …..

Ricordiamoci che “la premessa fondamentale è che tutte le nostre relazioni sono basate su quella che abbiamo con noi stessi. Non possiamo infatti imparare ad amare gli altri se non riusciamo ad amare noi stessi” (http://www.buonerelazioni.it/2011/02/07/la-consapevolezza-nelle-relazioni-damore/)

Avere relazioni consapevoli

RELAZIONE 1

 Photo by: http://www.flickr.com/photos/richardstep/7438002534/

Il livello di consapevolezza con cui trattiamo gli altri varia in funzione della natura del rapporto. Razionalmente, più la relazione è importante per noi, più vi prestiamo attenzione; in questo modo se amiamo e ne siamo coscienti (cioè se non siamo solo ciecamente infatuati), capiamo quella persona sicuramente meglio di quanto non capiamo chiunque altro.

A qualunque livello di intimità, uno dei modi per trasmettere il nostro rispetto ad un altro essere umano è mettere consapevolezza nell’incontro; cioè vederlo, ascoltarlo e rispondergli in modo che l’altro si senta compreso. Al contrario, con la distrazione  trasmettiamo mancanza di rispetto, come dire: “tu, i tuoi pensieri e le tue emozioni non siete degli della mia attenzione.

Abbiamo una profonda necessità di essere visti, capiti e apprezzati in modo coerente con la nostra percezione di noi stessi. E’ così che sperimentiamo una forma di oggettività sul nostro io e le sue espressioni, vale a dire una forma di autoaffermazione.

La necessità di questa esperienza è insita nella nostra natura umana, e quando viene frustrata ne risentono la crescita e il benessere generale.

Quando i bambini vengono trattati non come persone, ma come oggetti fastidiosi o buffi gocattoli, si sentono invisibili e la loro autostima spesso soccombe. Se un uomo sente di essere visto dalla moglie non come un essere umano ma come un oggetto di successo o una macchina dalle grandi prestazioni, oppure quando una moglie si sente vista dal marito non come una persona ma come un oggetto sessuale o un trofeo, il risultato è un senso di invisibilità, e la relazione ne soffre.

Il grido muto: “quando parli con me, per favore, vedimi” significa: “quando parli con me, per favore, siine consapevole”.

Quando mettiamo nell’incontro con un altro un alto livello di consapevolezza, ci accorgiamo di quello che dice, del suo aspetto e del sottotono emotivo della sua comunicazione. Registriamo molte più informazioni del contenuto letterale delle sue parole. Ma nel contempo siamo consci anche delle nostre parole e del nostro sottotono emotivo, nonché dei molteplici segnali che noi stessi inviamo. Sarebbe ingenuo pensare che gli altri reagiscano solo, e ricevano solo, le nostre dichiarazioni verbali. Quindi, se agiamo con attenzione, riconosciamo la complessità dei nostri scambi, e le nostre reazioni riflettono in vari gradi la nostra consapevolezza.

Non tutti gli incontri richiedono tuttavia questo livello di concentrazione; è il contesto a determinare il giusto livello di consapevolezza.

Domandiamoci: che cosa vuol dire agire consapevolmente in una relazione amorosa?

Amare un altro essere umano significa conoscere e amare la sua persona. Questo presuppone un impegno a vedere e capire l’oggetto del nostro amore. L’”amore” senza vista e conoscenza è una contraddizione di termini. Come posso di dire di amarti se non ti vedo, non so chi sei e non mostro nessun desiderio di saperlo? Sarebbe come dire: “per favore, non distrarmi con la realtà di quello che sei. Sono tutta presa dal mio sogno di te”.

Molti hanno una relazione con, o sposano, non una persona, ma una fantasia, e poi se la prendono con quella stessa persona perché non è all’altezza della loro fantasia. Evitano di esaminare i processi mentali che li hanno portati a selezionare proprio quel partner preferendo prendersela con un mondo in cui la strada della non-consapevolezza non porta alla soddisfazione finale.

Le ragioni per cui ci innamoriamo di una persona sono molte complesse, e non tutte prontamente accessibili alla coscienza. Uno dei piaceri degli innamorati è proprio quello di cercare a livelli sempre più profondi i tratti del partner che li ispirano e li eccitano. Questo processo può andare avanti per anni e diventare una fonte incessante di piacere e di crescente intimità.

Ma all’inizio della relazione in genere possiamo chiederci: che cosa mi piace e mi stimola di più in questa persona? Che cosa mi piace dei suoi progetti? Che cosa ammiro nel suo carattere? Ho delle riserve, dei dubbi? Se sì, a quale proposito e come posso verificarli? Che cosa non mi piace e che importanza ha per me nella scala dei miei valori? Che cosa sembriamo avere in comune, e perché penso che sia così? In cosa potremmo essere incompatibili e perché penso che sia così?

Forse non riusciremo mai ad elencare tutti gli elementi che ci ispirano amore e attrazione, ma questo non deve fermare i nostri tentativi di identificarne quanti più possibile, perché è uno dei modi in cui cresce l’amore e l’intimità, sempre che la relazione abbia una base solida e sana……

se ti è piaciuto questo post seguimi domani per la seconda parte ….. 🙂

Essere insieme (I parte)

coppia pinguini

Dopo una serie di post in cui si è parlato di innamoramento, anima gemella, amore, passione, tradimenti e gelosia mi sembra corretto fermarsi a riflettere cosa sia una coppia ripercorrendone le sue fasi evolutive.

La coppia si ritiene, solitamente formata da tre elementi, i due individui che la compongono ed una relazione; IO-TU-NOI. Il termine coppia deriva dal latino “copula” che significa legame, insieme, congiunzione.

Una coppia si forma in seguito ad una proposta consapevole o inconsapevole di relazione, basata sulle istanze personali di un individuo e con modalità che sono conformi alle rappresentazioni interne che fanno parte della propria esperienza.

Ogni relazione sentimentale incomincia con un contatto dopo un incontro. Progressivamente, ci si rende conto che si sta bene in compagnia di quella persona, stare insieme stimola la curiosità di conoscere l’altro ed il desiderio di raccontarsi.

Si sviluppa una situazione di attrazione che rende felici, nasce un sentimento e parlarsi, comunicare in tutte le forme di cui si è capaci, avvia il rapporto verso l’amore reciproco

Per quanto riguarda la scelta del partner possiamo dire che essa si basa su una strana mescolanza tra mito familiare, copione e bisogni più strettamente personali.

Si può cercare e quindi scegliere un partner per una serie svariata di motivi che vanno da quello utilitaristico, come vantaggio economico, a motivi connessi ad una pressione sociale legata al raggiungimento di un’età biologica in cui tutti si aspettano che la vita debba avere un’evoluzione, in realtà i motivi principali sono legati ad alcuni bisogni fondamentali dell’uomo, in particolare quello di attaccamento, accadimento e sessuale.

Questo insieme di elementi determina quella che Goethe ha chiamato “affinità elettive”, “sottile affinità chimica in virtù della quale le passioni si attirano e si respingono, s’associano, si neutralizzano e poi si separano e si ricompongono un’altra volta”.

Ognuno, poi, cerca di sperimentare le modalità di contatto che gli sono proprie e cerca di prevedere le reazioni e i comportamenti dell’altro con la speranza di utilizzare queste sensazioni per riuscire a rendere concreto il proprio bisogno di avviare le relazioni affettive.

A questo punto il soggetto che riceve il messaggio ascolta le proprie modalità di contatto e, se si sente predisposto alla relazione affettiva, accetta la proposta e rende possibile lo scambio della comunicazione. Ecco ,quindi, che si realizza nella coppia un monitoraggio affettivo che conferma l’accordo tra i due individui e che produce, nel tempo, un’evoluzione della relazione affettiva appena instaurata.

triangolo sternberg

Un elemento fondamentale per creare e mantenere unita una coppia è l’amore che secondo Sternberg, professore di psicologia e pedagogia a Yale, ha la forma di un triangolo ai cui vertici troviamo l’impegno come componente cognitiva => io ti scelgo, l’intimità come componente emotiva =>io ti amo e la passione come componente motivazionale dell’amore => io ti desidero

La coppia attraversa nell’arco della sua esistenza varie fasi che la caratterizzano e che rendono necessaria una trasformazione della propria organizzazione interna:

  • Nascita della coppia => a questa fase appartengono l’innamoramento, l’amore, la scelta del matrimonio o della convivenza. E’ lo stadio in cui si comincia a formare l’identità della coppia che si differenzia dalla famiglia di origine creando confini sempre più definiti.
  • Nascita del primo figlio => porta con sé una nuova ridefinizione dei confini all’interno della coppia considerando la genitorialità
  • La coppia, di fronte ai figli adolescenti => in questa fase, il compito evolutivo fondamentale riguarda il naturale processo di separazione reciproca; c’è la necessità di una ridefinizione della relazione coniugale, i momenti di intimità e solitudine della coppia aumentano, è quindi indispensabile costruire nuovi spazi sociali come singoli e come coppia di genitori. Appartiene a questa fase anche il favorire la costruzione per il figlio di una propria identità separata, sviluppando un atteggiamento di protezione flessibile, aumentare la duttilità dei confini familiari per permettere e favorire il cambiamento rimanendo tuttavia una guida sicura, soprattutto nei momenti di difficoltà.
  • La coppia con i figli adulti => come i figli devono costruirsi una propria vita affettiva e lavorativa autonoma e indipendente, anche i genitori devono accettare la separazione da loro ridefinendo la relazione genitori-figli nella direzione di un rapporto alla pari. In questa fase i figli escono di casa con lo status di adulti e i genitori possono soffrire della sindrome del nido vuoto. I coniugi si riguardano negli occhi e si riscoprono partner, sperando che si piacciano.
  • Fase del pensionamento => Se la coppia riesce ad adattare le proprie modalità relazionali e a raggiungere un maggior senso di intimità e solidarietà, questa fase può diventare una delle più belle di tutta la vita, perché entrambi i coniugi sono meno impegnati professionalmente e come genitori; possono quindi viversi più serenamente il proprio rapporto di coppia.

Osservando la coppia in questo modo possiamo vedere come essa sia qualcosa che va avanti nel tempo. L’evoluzione è saper rispondere in modo adeguato alle richieste esterne e interne alla persona, ed è possibile maggiormente quando nella coppia esistono due individui che hanno la capacità di distinguersi uno dall’altro, mantenendo dentro di sé l’altro.

Continua ……

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Bibliografia:

Giannella,Palumbo,Vigliar  “Mediazione familiare e affido condiviso”  Ed.Sovera

Giusti, Pitrone  “Essere insieme”  Ed. Sovera

Rinnegare se stessi per “meritare” l’amore …

bravo bambino

Maria Lassnig – Ritratto di un bravo bambino-

Raramente un figlio viene accettato per ciò che è, e quasi sempre i genitori tendono, consapevolmente o meno, a desiderarlo diverso e a plasmarlo secondo qualche loro modello ideale. Lo stesso fanno poi gli insegnanti quando il bambino inizia ad andare a scuola.

La situazione non è, ovviamente, uguale per tutti: alcuni genitori e insegnanti sono al riguardo più severi ed esigenti, altri più amorevoli e disposti a sostenere il bambino rispettandone l’indole e le predisposizioni.

L’educazione dovrebbe essere il processo attraverso il quale il potenziale di ogni individuo viene riconosciuto e aiutato a germogliare, a venire fuori, invece quello che si fa in famiglia e a scuola è spesso immettere dentro di lui i valori e gli schemi mentali e comportamentali degli adulti. Sia la famiglia che la scuola, nella maggior parte dei casi, vogliono che i bambini si comportino in modo conforme alle loro aspettative, valori esigenze e regole, e a tal fine usano premi e punizioni, minacce e promesse: “se sei buono e bravo (nel modo in cui io adulto intendo tali termini) allora ti amerò, altrimenti no, e ti punirò”.

I modi in cui ciò avviene non sono quasi mai così espliciti e spesso i messaggi assumono forma implicita, allusiva, non verbale, senza per questo essere meno incisivi.

Già attorno ai due anni di età il bambino si accorge che attuando determinate azioni o esprimendo certi lati del suo carattere i genitori non rispondono come lui vorrebbe, anzi, talvolta lo puniscono, quindi tende a reprimere tali lati enfatizzando invece quelli che raccolgono consensi.

Man mano che cresce si fa un’idea sempre più chiara del sistema di valori e regole che caratterizza il proprio ambiente e quindi la maschera diventa sempre più definita: in alcuni casi sarà quella del bravo bambino, qualora il bambino si trovi a viere in una famiglia in cui obbedire e comportarsi secondo le regole costituiscono un buon modo per ricevere apprezzamenti; il altri casi si tratterà invece della maschera del bambino autonomo, magari perché i genitori lavorano entrambi e spingono il figlio a rendersi precocemente indipendente. Vi sono poi famiglie molto avare di apprezzamenti, costituite da genitori distratti, assenti o competitivi, nelle quali l’unico modo per avere un po’ di attenzioni è di competere con gli adulti per il potere, e altre famiglie ancora, in cui l’unica possibilità per farsi notare è combinare qualche guaio, mentre adattarsi o rendersi autonomi vorrebbe dire vivere in un clima di assoluta indifferenza.

Tutti i genitori sostengono di amare i propri figli e la maggior parte di essi sono in buona fede; purtroppo non tutti hanno le idee chiare su cosa sia l’amore e soprattutto su cosa sia l’amore incondizionato

Trovare una misura

fusione

“Il controllo assoluto su un altro essere umano non è possibile e tantomeno auspicabile. Ed è sempre distruttivo. Uno dei grandi miti sul vero amore vorrebbe che le vite di un uomo e di una donna fossero intrecciate per sempre, incamminate sulla stessa via, protese verso le stesse mete e i medesimi interessi, e che ogni istante di separazione fosse per loro un’eternità. Quand’anche ciò fosse possibile, a me sembra tristissimo!Sentirsi uniti, protetti, solidali è un sentimento del tutto naturale. Ma diventa un problema quando noi ne facciamo un’esigenza esclusiva. Chi focalizza il proprio amore su un unico soggetto ha difficoltà nei suoi rapporti con gli altri. Constatare che le persone che amiamo sanno amare, oltre a essere amate, dovrebbe essere un conforto, non una minaccia ….” (Leo Buscaglia – Vivere, amare, capirsi – )

Il primo passo verso la risoluzione delle dipendenze affettive è certamente riconoscere di avere un problema. Esistono, dei confini estremamente sottili tra ciò che in una coppia è normale e ciò che, nell’abitudine cronica, diviene dipendenza. La difficoltà nell’individuazione del problema risiede anche nei modelli di amore che, come si è detto, una persona affettivamente dipendente conserva nella propria memoria e che fanno ritenere determinati abusi e sacrifici di sé come “normali” in nome dell’amore.

Secondo passo: chiedere aiuto, ci si può avvalere del supporto psicologico individuale, a volte può essere necessaria una psicoterapia, ma ciò che è certamente utile per velocizzare e stabilizzare i miglioramenti è il confronto in gruppo tra persone che vivono lo stesso problema perché ciò consente di prendere un impegno con gli altri, davanti agli altri e di cominciare a riconoscere le distorsioni della realtà, grazie alle somiglianze della propria vita con la vita altrui che consentono di vincere le difese che non permettono di vedere la verità sulla propria storia personale.

Spesso, paradossalmente, è la “speranza” che fa sopravvivere il problema e che tende a cronicizzarlo: la speranza in un cambiamento impossibile, soprattutto in un contesto relazionale in cui si sono consolidati, e persino pietrificati, dei ruoli e dei copioni da cui è, più o meno, impossibile uscire. Così, paradossalmente, l’inizio del cambiamento arriva quando si raggiunge il fondo e si sperimenta la disperazione, che rappresenta la possibilità di sotterrare le illusioni che hanno nutrito a lungo il rapporto patologico.

Come ho detto all’inizio la descrizione del dipendente affettivo e del suo annullamento nell’altro secondo lo schema ebbrezza, dose e perdita dell’io è praticamente identica a quello dell’innamorato, perduto in un mondo parallelo, dimentico del resto, concentrato ossessivamente sull’oggetto unico e insostituibile del suo amore. Dove è la differenza? Perché una è una bolla bellissima che tutti guardano con invidia e l’altra, invece, è un’orrenda prigione dove si consuma un copione di dolore e annientamento?

Tra l’innamoramento e la dipendenza, tra la passione e l’annullamento, come ho scritto più sopra, il confine è labilissimo. Per questo poi è così difficile capire dove comincia una cosa e dove finisce l’altra. Si può provare, però, a mettere dei paletti.

Il primo riguarda il considerare da quanto tempo dura la simbiosi. Un rapporto fusionale è pressoché inevitabile nella fase iniziale di una relazione, poi però, se dà il passo e l’andatura a tutta la storia, se si mangia via ogni possibile evoluzione e cambiamento, allora, forse, c’è qualcosa che non va.

Secondo paletto: la quantità. Un rapporto d’amore tenderà almeno un po’ alla fusione simbiotica ma non deve tenderci troppo. Un esempio concreto: cercare di stare il più possibile con l’altro è una faccenda connaturata con l’amore; stare solo e soltanto con lui rifiutando ostinatamente qualunque altro contatto è una cosa cui prestare attenzione.

Ricapitolando: non troppo e non troppo a lungo, altrimenti forse siamo davanti ad un problema di dipendenza, forse dobbiamo drizzare le antenne.

Però non è ancora sufficiente. Troppo è un concetto abbastanza relativo: come si può misurare davvero se il limite è stato superato, se stiamo deragliando verso qualcosa di distruttivo e malsano?

Qui c’è una regola infallibile; bisogna misurare la sofferenza che si sente . Più soffro, più amo è il modello dell’amore per noi occidentali. Ce lo hanno passato, tra l’altro, secoli e secoli di letteratura e svariati decenni di cinema, canzoni e televisione. Tutti più o meno, volenti o nolenti, prendiamo questa malsana equazione come punto di riferimento assoluto.

Avere consapevolezza vuol dire cercare di capire sempre quello che ci succede, ascoltarsi e sentire riconoscere le note dissonanti, vuol dire non crogiolarcisi dentro, vuol dire immaginare che è possibile anche diversamente.

Il modello dell’amore come annullamento è terribilmente seducente. Non c’è niente da fare, se guardi Adele H. di Truffaut, pensi che quella donna, una delle più grandi drogate d’amore della storia del cinema, una che insegue un uomo che nemmeno la vuole fino all’altro capo del mondo, è pazza, ma ne rimani completamente affascinato e stregato.

Si tratta, in conclusione, di trovare una misura. Si tratta di mantenere sempre un punto di vista critico. Si tratta di continue triangolazioni e aggiustamenti per trovare la giusta distanza con le cose, con i modelli per portarle nella propria vita in modo creativo e personale.

……. e non abbiamo ancora finito, se ti va continua a seguirmi …..

Come si diventa dipendenti affettivi?

dipendenza affettiva 5

I motivi per i quali una persona può finire nella rete  vischiosa della dipendenza affettiva sono moltissimi. Primo fra tutti quello legato al vissuto personale da ricercare negli affetti primari e nei vuoti, nelle carenze e nei traumi che si sono avuti in eredità.

In particolare nel rapporto instaurato durante l’infanzia con i genitori, se quest’ultimi hanno lasciato insoddisfatti i bisogni infantili costringendo i bambini i cui bisogni d’amore rimanevano inappagati ad adattarsi imparando a limitare i loro bisogni.  Questo processo di limitazione può portare al formarsi di pensieri del tipo: “I miei bisogni non hanno importanza” o “non sono degno di essere voluto bene”.Da adulti, questi “bambini non amati” dipendono dagli altri per quanto concerne il proprio benessere psico-fisico e la soluzione dei loro problemi. Vivono nella paura di essere rifiutati, scappano dal dolore, non hanno fiducia nelle loro capacità e si giudicano persone non degne d’amore. E da adulti, nelle relazioni d’amore che avranno, ripeteranno lo stesso identico schema, lo stesso copione, la stessa storia. Penseranno di non meritarsi un bel niente, annullandosi completamente e chiedendo continuamente conferme.

Inoltre quanto più i suddetti bisogni rimangono insoddisfatti all’interno del legame significativo infantile (quello madre-bambino), tanto più tale legame si rinnova immodificato nei confronti delle nuove figure di riferimento: il partner in questo caso. Allo stesso tempo più una relazione deve adempiere ad esigenze basilari di protezione e di sicurezza, tanto più forte è il legame che si sviluppa e tanto maggiori sono le minacce potenziali che possono provenire da qualsiasi situazione esterna che metta in discussione tale legame.

Tra le caratteristiche della storia familiare e personale condivise da chi è coinvolto in un problema di dipendenza affettiva ci sono:

  • la provenienza da una famiglia in cui sono stati trascurati, soprattutto nell’età evolutiva, i bisogni emotivi della persona;
  • una storia familiare caratterizzata da carenze di affetto autentico che tendono ad essere compensate attraverso una identificazione con il partner, un tentativo di salvare lui/lei che in realtà coincide con un tentativo interiore di salvare se stessi;
  • una tendenza a ri-attribuirsi nella propria vita di coppia, più o meno inconsapevolmente, un ruolo simile a quello vissuto con i genitori che si è tentato a lungo di cambiare affettivamente, in modo da poter riprovare a ottenere un cambiamento nelle risposte affettive pressoché inesistenti ricevute nella propria vita;
  • l’assenza nell’infanzia della possibilità di sperimentare una sensazione di sicurezza che genera, nel contesto della co-dipendenza, un bisogno di controllare in modo ossessivo la relazione e il partner, che viene nascosto dietro un’apparente tendenza all’aiuto dell’altro.

Da tutto ciò vediamo come il peso dell’infanzia sia fondamentale nel nostro vissuto sentimentale e nella scelta del partner. Tuttavia voglio sottolineare anche che, tendenzialmente una persona tenterà, in maniera del tutto inconsapevole, di trovare nell’amore e nelle relazioni affettive non solo qualcosa dell’antico amore originario provato per le figure genitoriali ma cercherà pure, di rimettere i conti a posto con quel passato lontano, se quel passato è stato fonte di sofferenza, se ha inferto ferite o causato vuoti.

Un esempio semplice. Nel caso di una donna che abbia avuto un padre distante e anaffettivo, l’innamorarsi di una figura simile, che presenti gli stessi tratti caratteriali e comportamentali, che induca la messa in scena dello stesso tipo di copione, donerà l’iillusione di colmare i vuoti patiti nell’infanzia, di riavere indietro quello che non si è ricevuto, quello per cui si sente di essere in pesante credito.

Molte delle donne coinvolte in dipendenze affettive hanno subito gravi abusi e maltrattamenti nella loro infanzia. Da adulte cercano il riscatto, pretendendo amore dal loro carnefice.

Ha ragione Hanif Kureishi quando dice:” Siamo molto precisi quando scegliamo le persone d’amare. Specialmente quando scegliamo quelle sbagliate”. Siamo precisi perché quella persona sbagliata è in realtà giusta, giustissima per realizzare l’antico copione cui ci “costringe” il nostro vissuto infantile.

….. e ancora ……

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