Che cosa frena il processo di cambiamento

trapezista

“Il trapezista

            s’immerge sulle funi in volo,

                      d’equilibrio assorto a governar se stesso,

                            sempre in bilico fra verità ed errore,

                                 cercando, volendo

                                    il suo giusto ritmo”

Ritama

Ben Ri-trovati dopo una lunga pausa estiva per raccogliere pensieri e forze, dedicandomi a nuove progettualità, eccomi di ritorno con le mie riflessioni settimanali.

Risistemando la libreria del mio studio, mi è ricapitato tra le mani un libro comprato qualche anno fa “Il potere di cambiare” di Giovanna D’Alessio, una dei pionieri del Coaching in Italia, ricco di spunti pratici per agevolare il lettore nella consapevolezza di sé guardandosi in modo nuovo.

Oggi vorrei quindi soffermarmi su un paragrafo che ci parla di ciò che inibisce la nostra trasformazione frenando gli slanci pro-attivi, lasciandoci così nella stagnazione perenne.

Partiamo dal presupposto che tutti noi abbiamo il potere e le capacità per trasformare i nostri pensieri e gestire le nostre emozioni, il problema è che non sempre lo facciamo. E’ molto più facile che questo accada quando nella vita ci capita veramente qualcosa di “grosso”, piuttosto che rimboccarci le maniche nella quotidianità del nostro sopravvivere.

Cambiare, come più volte descritto in questo blog, include una scelta, una de-cisione, lasciare andare qualcosa per rivolgersi ad altro.

Ognuno di noi ha la possibilità di incamminarsi verso la soddisfazione dei propri bisogni di autorealizzazione assumendosi la responsabilità del proprio grado di evoluzione.

Ognuno, infatti, può scegliere se limitarsi ad esistere secondo un programma naturale, costruitosi nel corso di milioni di generazioni, oppure cercare un grado di consapevolezza sempre maggiore per determinare il corso della propria vita evitando di vivere innestando il pilota automatico.

Tra queste due possibilità non è che una è meglio e l’altra è peggio, si tratta essenzialmente di una scelta personale che impatta soprattutto nella vita di chi sceglie.

Chi decide di togliere l’ancora e salpare per terre sconosciute, osando e magari trovando durante la navigazione mari in tempesta che necessitano la sua messa in gioco totale per raggiungere un approdo, non può dirsi migliore o peggiore di chi, invece, sceglie di muoversi solo in territori conosciuti e già esplorati: ad ognuno andrà il frutto delle sue ricerche il cui grado di soddisfazione dipenderà da quello che la persona cercava.

Tutti noi facciamo scelte, e anche non scegliere è una scelta, vivendone tutte le conseguenze.

Poco importa da quale terra partiamo, quale sia il nostro sistema di valori, che mappa del mondo abbiamo; qualunque sia il punto di partenza siamo noi che facciamo la differenza e su questo possiamo misurare i kilometri percorsi guardando indietro soddisfatti, trovando ancora nuovi stimoli per continuare il viaggio.

Per intraprendere tutto questo cammino c’è bisogno di coraggio, la virtù che i latini denominavano “fortitudo”, che fa sì che chi ne è dotato non si sbigottisca di fronte ai pericoli, non si abbatta per il dolore e, più in generale, affronti a viso aperto la sofferenza, l’incertezza e l’intimidazione. E tutto ciò significa, impegno e continuo lavoro interiore correndo il rischio di uscir fuori dagli spazi protetti delle nostre sicurezze per incamminarci verso mappe inesplorate.

Molto spesso “uscir fuori dal guscio” è troppo per il nostro coraggio; preferiamo non mettere in discussione i nostri paradigmi preferendo al mondo inesplorato la nostra piccola “zona di confort” dove ci sentiamo al sicuro, capaci di gestire quello che incontriamo. Meglio la monotonia dell’assenza di stimoli piuttosto che l’ignoto brivido dell’esplorazione.

Al di là della zona di confort c’è l’immenso “Nuovo Mondo” che potrebbe aprirci a nuovi modi di essere, spalancandoci finestre di nuove possibilità.

Ma per arrivare al Nuovo Mondo bisogna attraversare il confine, una zona di transizione dove si annidano le nostre paure più profonde, dove, da una parte, non abbiamo più contatto con quel posto in cui ci sentivamo sicuri, e dall’altra non abbiamo ancora raggiunto la destinazione finale.

Siamo come trapezisti che si dondolano attaccati alla propria sbarra e che vedono avvicinarsi davanti a sé un’altra sbarra …. Capiamo che per poterla raggiungere dobbiamo buttarci così da completare l’esercizio e crescere professionalmente. Ma c’è un momento in cui, durante il salto, si apre sotto di noi il vuoto, tra quello che abbiamo lasciato e quello che troveremo. Ed è proprio in quello spazio che avviene la trasformazione e questo richiede tutto il nostro coraggio!

La paura, quindi, è il nostro principale freno! E’ importante riconoscere e accogliere le nostre paure, per poter essere consapevoli che quello che temiamo non è la realtà, ma è solo una storia che ci raccontiamo basata sulla storia emotiva dalla quale proveniamo.

Gettare luce, quindi, su quello che ci impedisce di portare un cambiamento nella nostra vita è molto importante per identificare i modi in cui potremmo sabotare noi stessi e più in generale per apprendere quando e come emerge la nostra paura così da poterla gestire con maggiore efficacia.

Se l’argomento ti interessa seguimi nei prossimi post ……

Liberamente tratto da:

G.D’Alessio  – Il potere di cambiare – Ed.Rizzoli

 

A casa ….

a-casa

Troppo spesso ci risulta difficile realizzare ciò che ci sta a cuore e, se per certi aspetti possono esserci degli ostacoli davanti a noi, con altrettanta forza accampiamo scuse per non realizzarlo, per paura.

Certo, non possiamo sapere come andrà a finire, ma se sapessimo già il risultato di ogni nostra azione la vita sarebbe poco emozionante.

L’Universo però ci chiede di metterci in gioco.

Rifiutare la chiamata della vita significa stasi e il ristagno non è salutare.

L’energia potenziale racchiusa in ognuno di noi va realizzata altrimenti, prima o poi, pur di trovare un modo per manifestarsi, esploderà e potrà farci anche molto male.

Molte volte la verità è che non crediamo pienamente che qualcosa funzionerà a nostro favore; siamo dubbiosi, ansiosi e troviamo mille ragioni per essere cauti e non osare.

La parola coraggio viene da “aver cuore”. Ci vuole coraggio per agire. Ci vuol cuore, cuore per ciò che stiamo facendo, cuore per noi che lo facciamo.

E questo si traduce in un’altra parola: fiducia!

Procedere con fiducia nella vita, in ogni nostra giornata, in ogni nostra situazione, in ogni nostro pensiero, ci permetterà di realizzare chiaramente quello che dobbiamo fare, ossia realizzare chi siamo.

La fiducia è qualcosa che si ripone, come un’intenzione chiara e aperta, nelle pieghe dell’esistenza.

La fiducia è consapevolezza di chi siamo, terreno fondamentale e punto di partenza per qualsiasi percorso.

Tutto il tempo impiegato a criticare gli altri, le cose che non ci vanno bene, tutti i dubbi, le possibilità negative, tutto il cinismo sul mondo che ci circonda, tutto questo è tempo sprecato. Se vogliamo realizzare ciò per cui siamo qui, ci serve fiducia.

La fiducia è una disposizione d’animo che non è sinonimo di ingenuità o scarsa capacità di analisi e valutazione; fiducia significa guardare avanti e non distogliere lo sguardo, serbando nel nostro cuore la certezza che ogni cosa andrà esattamente come deve andare.

Non facciamoci distrarre dal caos o, peggio ancora, non utilizziamo come alibi. Proviamo a muoverci in quel caos con leggerezza e determinazione.

Nel flusso della vita la nostra intenzione è la nostra guida e il timone sarà la nostra fiducia, sarà quanta consapevolezza abbiamo nel nostro essere presente a noi stessi nel sapere che ogni cosa, ogni circostanza e ogni incontro hanno un senso preciso.

La fiducia è avere tenacia nel procedere. E’ lei che ci permette di non essere in lotta, ma di seguire il flusso degli eventi. La fiducia guarda avanti!

Perciò proviamo ad essere fiduciosi e lasciare il posto alla possibilità.

Accogliamo l’incertezza, camminiamole affianco, diventiamole amica.

Riconsideriamo i dolori e le sofferenze.

Rivalutiamo le difficoltà e gli ostacoli.

Infondiamo coraggio alle nostre emozioni.

Ci sono momenti in cui bisogna fermarsi, certo. Ci sono situazioni che richiedono passi ponderati e cauti. Ma ricordiamoci sempre di scegliere di alzarci.

Quando è il momento. Quando riusciamo. Ma non dimentichiamolo!

La fiducia saprà sempre prenderci per mano e risollevarci.

Non “dobbiamo” essere fiduciosi; non siamolo per dovere. Non siamolo perché temiamo le conseguenze. Non siamolo perché pensiamo che ci possa rendere più capaci di fare.

Siamo fiduciosi perché vogliamo e scegliamo di crescere, di espandere il nostro essere, la nostra vita, le nostre possibilità.

Siamo fiduciosi per esplorare il nostro posto nell’Universo.

Siamo fiduciosi per poterci conoscere e guardare dentro.

Quando si ha fiducia, si impara ad andare oltre le circostanze, impariamo a trascendere. Se siamo concentrati su questo, la confusione del quotidiano avrà poco effetto su di noi.

Questo non significa essere distaccati o disinteressati, ma significa vedere il mondo da un luogo senza tempo che si trova dentro ciascuno di noi.

Fiducia significa trovare quel luogo e farlo diventare la nostra casa …….

____________________________________

Liberamente tratto da: B.Pozzo – La vita che sei – Ed.BUR

Sul “qui e ora” ….

QUI E ORA 1

Un proverbio cinese recita: “l’unico luogo in cui vivere è qui, l’unico tempo in cui vivere è ora”. I latini dicevano hic et nunc,; “qui e ora”. Epicuro esortava: “carpe diem”, cogli l giorno.

Il presente costituisce la parte più importante dell’esistenza, l’unica cosa che abbiamo “qui e ora”; viverre in esso non significa cancellare o rinnegare il passato, quanto ci è accaduto. Il passato è importante perchè contiene le tappe della nostra evoluzione; da come eravamo a come siamo diventati. Insomma racchiude la nostra storia. Dovremmo imparare a considerare il passato con spirito critico e distacco per quanto è possibile, senza cadere nella trappola di una sterile nostalgia. Se sapremo prendere le distanze, quando necessario, dai principi, dalle idee, dagli schemi mentali dettati da altri e da noi stessi, quando questi ci appaiono inopportuni e superati, il passato potrà insegnarci qualcosa.

Vivere nel presente non significa neppure non pensare al futuro, essere imprevidenti, non dare un minimo di programmazione alla nostra vita, ponendoci obiettivi e facendo progetti. Non bisognerebbe farsi ossessionare dai nostri fantasmi, dalla paura di vivere, altrimenti le nostre potenzialità e risorse vengono soffocate, i nostri orizzonti si chiudono, la nostra libertà è compressa.

L’intera nostra vita è fatta da attimi e noi dovremmo riuscire a cogliere di essi il massimo ,con disponibilità e consapevolezza.

Se prima di poter amare noi stessi aspettiamo di raggiungere la perfezione, avremo sprecato la nostra vita. Siamo già perfetti, proprio ora e in questo luogo.

Dovremo allenarci a pensare che la realtà è sempre aperta e mutevole, e quindi a non temere i grandi spazi né le grandi opportunità che la vita ci offre.

Impariamo a vedere il presente per quello che è: un luogo infinito dove tutto possiamo osare e nel quale tutto può accadere. E’ a questo punto che potremmo sperimentare emozioni e sentimenti molto intensi, e avere più fiducia e stima di noi stessi.

I sentimenti, così come le emozioni, sono multidimensionali e contengono elementi istintivi, intuizioni, esperienza fisica e sensoriale.

Quando avremo imparato a vivere veramente “l’attimo fuggente”, scopriremo con meraviglia e sorpresa che non vi è più spazio né tempo per rimpiangere il passato o temere il futuro.

“ Non esiste il passato, ma solo il presente del passato

(che si chiama memoria). Non esiste il futuro, ma solo

il presente del futuro (che si chiama speranza). L’unico

ad avere qualche probabilità di esistere potrebbe essere

il presente del presente (che poi in ultima analisi sarebbe

l’intuizione)” L.De Crescenzo – Il tempo e la felicità –

Ci sono possibilità

coppia-bici

“I dwell in possibility” E.Dickinson

Anche se oggi sembra minacciata, l’avventura dello stare in coppia resta una proposta magnifica, stupefacente e a volte esplosiva!

Con questo post, nato sulla scia di un libro stupefacente, lucido e a volte chirurgicamente spietato che sto leggendo “Eccomi” di Jonathan Safran Foer, voglio invitare tutti coloro che si impegnano in questa avventura a trovare i mezzi per affrontarla nel migliore dei modi cercando di non farsi intrappolare da:

  • l’accusa dell’altro “é colpa tua, hai sempre ragione, non parli mai, non ti si può dire mai nulla, non ci sei mai”
  • l’autoaccusa: “non vedo mai nessuno, non sono interessante, i miei genitori non mi hanno mai amato, non ho mai avuto possibilità…”
  • il non detto: tutte quelle parole sospese che per paura, noia, fatica, si vanno ad accumulare  dando origine a distanze sempre più incolmabili ….

La vita a due ha bisogno di responsabilizzazione ad ogni istante, di presenza di quell’Eccomi  senza se e senza ma.

Se non ci lasciamo definire dai desideri e dalle paure dell’altro, se non tentiamo di definirlo in funzione dei nostri desideri o delle nostre paure, possiamo sperare di alimentare una relazione viva e duratura con un essere amato o una persona che ci ama.

E’ possibile cominciare a restare in piedi senza vacillare, senza piegarsi sotto la paura …

E’ possibile cominciare a camminare, senza essere titubanti; a scegliere un proprio cammino, ad aprirsi un varco attraverso gli ostacoli e i dubbi.

E’ possibile cominciare a parlare, forse esitando, ma con parole proprie.

E’ possibile osare.

E’ possibile esprimere il proprio stato d’animo, le proprie emozioni, le proprie posizioni.

E’ possibile correre il rischio di perdersi, di soffrire.

E’ possibile correre il rischio di non essere sempre compresi o ascoltati.

E’ possibile abituarsi ad una maggiore solitudine per incontrare meglio la parte migliore di sé.

E’ possibile cominciare ad uscire dai bisogni e dalle mancanze che l’altro proietta su du noi, per vivere relazioni di piacere in cui il desiderio possa esprimersi in tutta libertà nello spazio dentro di noi, nello spazio necessario ad ogni incontro.

E’ possibile vivere inizi e nascite senza ferirsi, senza entrare nelle ferite altrui.

E’ possibile cominciare a nascere di nuovo più vicini a se stessi. Riconoscersi nel sogno, nella tenerezza, nella condivisione delle parole.

Quando l’impossibile attraverso l’ascolto e lo sguardo dell’altro si trasforma in possibile è …. MERAVIGLIA!!!

Vivere la coppia in modo duraturo e in una relazione di creatività prima di tutto vuol dire correre il rischio di assumere una posizione il più possibile chiara nelle nostre aspettative, nei nostri contributi e nelle nostre zone di intolleranza e vulnerabilità.

Vuol dire proporre all’altro di stabilire i suoi confini, di affermarsi anche nelle sue richieste, nelle sue aspettative e nelle sue zone di intolleranza e vulnerabilità.

Vuol dire anche accettare di scoprire con stupore e disagio la possibilità o l’impossibilità di una relazione viva e sempre da costruire, da alimentare e sviluppare con la persona che ci ha scelto e che noi abbiamo scelto.

Ogni relazione contiene una parte aleatoria, imprevedibile, un’incognita legata alle evoluzioni, alle rivelazioni e agli incontri che costellano ogni esistenza. Questo è il rischio legato ad ogni forma di vita.

Un rischio sempre più ridotto se preso in considerazione da uno sguardo lucido sulla realtà.

Vorrei concludere con una sorta di Dichiarazione dei diritti all’amore da leggere ogni tanto insieme strada facendo ….

  • Amarti senza sottometterti
  • Addomesticarti senza metterti in gabbia
  • Conosceti senza irrigidire la mia visione
  • Trovarti senza nascondermi
  • Raggiungerti senza minacciarti
  • Accoglierti senza trattenerti
  • Chiederti senza obbligarti
  • Darti senza svuotarmi
  • Rifiutarti senza ferirti
  • Lasciarti senza dimenticarti
  • Riempirti senza colmarti
  • Esserti fedele senza tradirmi
  • Sorriderti e intenerirmi
  • Scoprirti e stupirmi
  • Meravigliarmi e lasciarmi andare alla fluidità dello slancio
  • E restare così viva e libera, aperta alle possibilità dei nostri incontri

 

 

 

Catene ….

CATENA

“Si giunge al mattino solo attraverso le ombre della notte” J.R.R. Tolkien

Vorrei riallacciarmi a questo post sul lasciare andare, scritto un po’ di tempo fa, per una riflessione su ciò che ci ostacola nel “mollare la presa” , su tutte quelle credenze, abitudini e timori che ci tengono legati alla catena ponendoci dei limiti che in realtà non ci sono e facendoci sospirare per quella che crediamo essere la nostra schiavitù.

Il primo ostacolo consiste proprio in quelle opinioni e abitudini che molto spesso hanno la loro origine nei messaggi che riceviamo da parte delle persone che ci circondano durante l’infanzia e l’adolescenza.

Messaggi che l’analisi transazionale chiama “Proibizioni” o “Ingiunzioni” e che si rafforzano in noi man mano che gli anni passano portandoci a riconoscere nell’ambiente solo ciò che può confermarle.

Il secondo ostacolo consiste nel voler far dipendere  la propria felicità da circostanze esterne … se il mio compagno mi dà l’attenzione che desidero, mi sentirò appagata e amata… se nel lavoro riceverò la promozione che sogno, allora tutto mi andrà bene etc…

In questo modo non saremo mai totalmente felici perché molto spesso la vita non ci concede tutto quello che desideriamo.

Il terzo ostacolo è la co-dipendenza che ci fa credere che qualcosa all’esterno di noi stessi, possa darci la gioia e la realizzazione che cerchiamo portandoci quindi, a negare e disconoscere tutti i nostri bisogni a favore di un’altra persona che si desidera controllare per il suo bene. Si cerca di vivere la vita di quella persona, si è ossessionati da quello che le succede, invece di mollare la presa e vivere in modo pieno la propria esistenza.

Il quarto ostacolo è collegato agli obiettivi che ci prefiggiamo. Questi sicuramente sono importanti perché imprimono una direzione ai nostri sforzi e motivano le nostre azioni, diventano un ostacolo quando sono così importanti nella nostra vita che finiamo per con-fonderci con essi cosicchè se per una ragione qualsiasi dobbiamo rinunciarvi non riusciamo a mollare la presa. L’equilibrio sta nel mezzo: “Mi dirigo verso questo obiettivo, facendo tutto ciò che è necessario per raggiungerlo, sapendo comunque che forse dovrò cambiare qualcosa”. Adattarsi creativamente all’ambiente è mollare la presa.

Il quinto ostacolo risiede nelle emozioni negative che possiamo nutrire come il risentimento, il rancore, l’odio, il desiderio di vendetta o la paura.

Queste emozioni se non riconosciute ed espresse “fanno il nido” dentro di noi finendo per condizionare totalmente la nostra vita e indurire irrimediabilmente i nostri cuori.

Il sesto ostacolo consiste nell’incapacità di porre fine a certe situazioni, di separarsi, di lasciare andare ciò che non ha più ragione di essere.

Molte persone alimentano le proprie ferite psicologiche, impedendo loro di rimarginarsi, rifiutano di affrontare il loro dolore non riuscendo quindi a liberarsi e ad aprirsi al presente, al nuovo.

Questi tipi di ostacoli sono alcuni dei più importanti tra quelli che tengono l’essere umano nello sconforto e nel malessere.

L’importante è sapere che ognuno di essi PUO’ ESSERE SUPERATO!!!

MOLLARE LA PRESA E’ POSSIBILE……..

Tu dipendi da te …..

liberta 3

Se ti soffermi a pensare o leggi ad alta voce il titolo di questo post “tu dipendi da te”, sentirai che la frase torna su se stessa come il ballo spontaneo di un bambino che gira su se stesso, come il movimento della terra, che gira nonostante tutto … E’ la sua naturalezza/verità che ci attrae e/o ci allontana.

Se ancora ti soffermi a pensare o leggi ad alta voce “tu dipendi da te” coglierai l’ulteriore e straordinario messaggio di relazione di dipendenza che rende possibili, vere e costruttive, relazioni con  gli altri, tanto più si è centrati sulla relazione con se stessi.

Una buona relazione con se stessi è, infatti, condizione fondamentale per costruire relazioni positive con gli altri, per oggettivare mete e perseguire obiettivi.

Tu puoi realizzare te stesso, tu puoi perseguire le tue finalità fondamentali, tu hai il potere di trasformare la tua vita, tu puoi sceglierti, tu puoi scegliere.

Tu puoi scegliere chi essere, cosa e come essere, cosa e come fare.

Tu puoi scegliere con chi e come relazionarti con gli altri.

Tu puoi coltivare desideri e speranze, tu puoi vivere pienamente.

Tu puoi rispettare te stesso e gli altri.

Per scegliersi è necessario ritenere di avere un valore, di potere fare la differenza, di potere essere significativi nel determinare eventi e situazioni, di essere , in definitiva, il nostro meglio, per fare scelte e raggiungere obiettivi.

Migliorare la relazione con se stessi e con gli altri, realizzare le proprie mete, è possibile sempre, a qualsiasi età, in ogni luogo, divenendo padroni e non schiavi dei propri comportamenti, delle proprie reazioni emotive, dei propri contesti sociali, del proprio passato e presente, o dei propri progetti per il futuro.

Credere nelle proprie possibilità è la prima condizione perché le possibilità si realizzino, imparando ad apprezzarsi come preziosa risorsa, ricca di potenzialità umane e non di pregi e difetti, riuscendo sempre più a distinguere tra ciò che vogliamo realmente, tra le nostre finalità fondamentali e ciò che è:

  • solo apparenza (desideri messi sopra per sollecitazioni esterne, per abitudine) e alla fine, infatti non ci soddisfa come ci aspettavamo;
  • solo illusoria costrizione (gli altri hanno potere su di noi solo se glielo diamo).

Migliorando la conoscenza di noi stessi, imparando ad ascoltarci, possiamo toccare con mano, cosa ci soddisfa e cosa no e capire quali sono le direzioni importanti su cui investire il nostro tempo e le nostre energie, evitando di sprecare tempo ed energie, se non per scelta.

Noi pensiamo che sia normale avere dei sogni da bambini o da ragazzi e non averli da adulti, ma questo non è normale, nel senso di sano ed inevitabile ma solo nel senso che è quello che accade nella norma, ma accade quello che ci si aspetta che accada perché l’essere umano cerca conferme alle proprie idee e sensazioni e generalmente teme il cambiamento e la diversità.

Ma la realtà è in continuo divenire, non è fissa e immutabile e quindi crescere, evolversi, presuppone il cambiamento, la disconferma, il coraggio del dubbio e la fiducia nelle proprie possibilità.

Tuttavia il punto non è solo cosa possiamo, bensì cosa vogliamo e a quale prezzo ci interessa, maturando flessibilità sul come e quando realizzare l’obiettivo, perché questo, nella maggior parte dei casi, non dipende solo da noi. Siamo, infatti, la variabile più significativa nel condizionare cosa ci accade e ci accadrà, ma non l’unica.

La nostra realizzazione passa attraverso gli altri in senso ampio. Infatti, qualsiasi obiettivo vogliamo realizzare è nell’ambito di un contesto sociale, quindi possiamo essere fermi sull’obiettivo, ma flessibili nei tempi e modalità, essendo disponibili a negoziare, tali termini.

Quando non realizzo quello che voglio è perché qualcosa non ha funzionato in me o fuori. Si tratta di capire cosa, e valutare l’opportunità di ritentare, essendo attenti al come e al quando.

In questa valutazione è importante tenere a mente che:

  • noi siamo la variabile più significativa
  • l’unica su cui possiamo esercitare il massimo controllo e la massima influenza
  • noi siamo l’unica che può dipendere da noi al 100%
  • gli altri, la fortuna, gli eventi esterni sono influenzabili solo parzialmente e solo attraverso noi stessi, quindi ancora una volta: credere nelle proprie possibilità è la prima condizione perché le possibilità si realizzino.

Credere nelle proprie possibilità ed esprimerlo con i comportamenti pratici, significa darsi delle opportunità e assumersi la responsabilità della propria vita, delle proprie scelte, dei propri risultati.

Significa non poter più ricorrere al “ho dovuto farlo, mi hanno obbligato, devo farlo …”, come eventuale giustificazione per tutto quello che nella nostra vita non ci soddisfa; ma vuol dire soprattutto riaffermare la sovranità e il potere dell’individuo rispetto ai suoi contesti di vita, significa poter dire “nel bene e nel male, sono il regista della mia vita, ogni conseguenza deriva da mie scelte”, “sono io a decidere come comportarmi, non mi limito a re-agire agli altri, ai contesti, all’ambiente”.

Non accettare la responsabilità conseguente all’avere il potere di scegliere è negarsi la possibilità di realizzarsi, di essere felici, di avere successo, di vivere consapevoli che “vivere” è già un successo.

In troppi hanno già perso la speranza…..

Ci si accontenta del lavoro che capita, di risultati mediocri, di amicizie tappabuchi, di relazioni di coppia che al massimo sono di sostegno e sempre meno di amore, di ambienti di lavoro , spesso solo, falsamente sereni, carichi di tensioni e ipocrisie, dove ci si rincorre per sottolineare le qualità negative di ognuno, gli errori e raramente le qualità positive, i meriti.

Troppo forte è la tentazione di accontentarsi di quello che si riesce ad avere senza grandi sforzi, perché non crediamo abbastanza che quello che siamo  e abbiamo dipende da ciò che facciamo e da come pensiamo, sentiamo e agiamo.

Diciamo: “a che pro sforzarsi di ottenere qualcosa di più, tanto non dipende da me c’è il caso, ci sono gli altri …” Se io non mi do chance, perché pretendere chance dagli altri o dalla fortuna ?? Solo realizzando il viaggio so che arriverò!

Ma crediamo di non aver niente da perdere a lasciarci vivere. Mentre crediamo di avere molto da perdere a rischiare di impegnarci per un risultato che poi, magari, malgrado gli sforzi non si realizza; tra l’altro senza considerare che il processo, il realizzare il percorso, è già parte del risultato atteso.

Noi siamo il risultato degli apprendimenti, soprattutto inconsapevoli, che abbiamo realizzato fin qui: siamo contemporaneamente gli attori, i costruttori ed il risultato delle esperienze che abbiamo fino ad ora realizzato; siamo l’insieme delle conoscenze, capacità, opinioni, atteggiamenti, emozioni e sentimenti, che abbiamo allenato di più, vivendo e scegliendo di vivere alcune esperienze fra le tante possibili, scegliendo il chi, il cosa, come, quanto, quando e perché.

Riconoscendo e riaffermando il “diritto di proprietà” della nostra propria vita e rafforzando la capacità di scegliere e realizzare obiettivi per se stessi, noi possiamo partecipare consapevolmente alla nostra realizzazione.

Noi siamo la nostra migliore occasione!!!!

Noi siamo la risorsa più preziosa che abbiamo per essere soddisfatti di noi stessi, della nostra vita, delle nostre relazioni. Troppo spesso invece, rischiamo di sentirci ininfluenti, quasi in balia degli altri e della fortuna. Fondamentale è allora l’acquisizione ed il rafforzamento della convinzione che il nostro presente e il nostro futuro dipende (può dipendere!) da noi, che al di là di quello che siamo quello che conta è ciò che vogliamo essere.

L’augurio che mi faccio e faccio a chi legge è quindi un “in bocca al lupo” dove al posto del lupo ci siamo noi …..  “In bocca” quindi alla nostra fiducia e volontà, al nostro impegno, “in bocca” ai nostri sogni trasformati in progetti …….

 

La fragilità come risorsa

cristallo

Una riflessione che a prima vista può sembrare una contraddizione: la via verso la consapevolezza va mano nella mano con la fragilità che diventa risorsa nel quotidiano.

“In un’epoca che ha fatto del decisionismo e dell’arroganza delle virtù, sostenere che la fragilità è un valore umano potrebbe suonare come un’eresia. Eppure ogni giorno i piccoli passi e le grandi svolte della nostra vita ci insegnano che non sono affatto le dimostrazioni di forza a farci crescere, ma le nostre mille fragilità: tracce sincere della nostra umanità, che di volta in volta ci aiutano nell’affrontare le difficoltà, nel rispondere alle esigenze degli altri con partecipazione, aprendoci – quando serve – al loro dolore” (Prefazione all’”uomo di vetro” di V.Andreoli).

Se nel nostro cammino siamo arrivati al punto di avere riconosciuto e accettato la nostra imperfezione umana volendoci sentire “responsabili di” e non “colpevolizzati per” il passaggio successivo è valorizzare e celebrare la nostra fragilità.

La parola “fragilità” deriva dal verbo “frangere” ed indica la capacità di rompere una resistenza o un proposito per andare incontro a qualcos’altro; è il cancello che si varca per incontrare l’ignoto, la novità, la diversità.

Ecco come la strada verso la consapevolezza di noi stessi ha come compagna di viaggio la fragilità: mentre il senso di impotenza od onnipotenza ci piegano alla vita oscurando la percezione dei nostri limiti nel tentativo di imporci un ideale dell’io richiesto dall’esterno, la fragilità ci offre la possibilità di accedere alla mutevolezza della realtà. Mette alla prova la sicurezza infantile che ricerchiamo nelle nostre relazioni continuamente volte alla creazione o ri-creazione di quella “base sicura” residuo o miraggio della nostra infanzia. Inoltre ci aiuta ad attrezzarci per saper affrontare gli imprevisti che l’altro può mostrarci e ci suggerisce come stare nelle relazioni tirando fuori dall’imperfezione e l’ordinarietà del quotidiano quello che può essere nutriente per la nostra vita.

In questa ottica quindi la fragilità diventa un’alleata, una risorsa, ci apre parti di noi e anche dell’altro che non avevamo sperimentato offrendoci nuove direzioni e nuove sfide con noi stessi.

Secondo questo punto di vista perché allora non provare a considerare le nostre imperfezioni come elementi dissonanti che plasmano la nostra diversità, che caratterizzano la nostra originalità, togliendoci dall’omologazione imperante della società?

Accettiamo l’imprevisto, l’errore,il limite: recuperiamo le proiezioni lanciate per paura all’esterno di noi stessi, integriamo il nostro disobbediente “lato oscuro”, la parte nera della luna ,per accogliere una conoscenza realistica e più ampia di noi stessi. Tenendo sempre a mente che la fragilità non è debolezza, si pensi ad un vaso di cristallo, è fragile, sì, ma questa sua fragilità è una sua caratteristica strutturale, una caratteristica che lo rende prezioso, non è un difetto. È il vaso.

A casa …

fiducia in se stessi

“La magia è credere in se stessi.

Se riusciamo a farlo allora possiamo fare

accadere qualsiasi cosa ..” J.W.Goethe

Troppo spesso ci risulta difficile realizzare ciò che ci sta a cuore e, se per certi aspetti possono esserci degli ostacoli davanti a noi, con altrettanta forza accampiamo scuse per non realizzarlo, per paura.

Certo, non possiamo sapere come andrà a finire, ma se sapessimo già il risultato di ogni nostra azione la vita sarebbe poco emozionante.

L’Universo però ci chiede di metterci in gioco.

Rifiutare la chiamata della vita significa stasi e il ristagno non è salutare.

L’energia potenziale racchiusa in ognuno di noi va realizzata altrimenti, prima o poi, pur di trovare un modo per manifestarsi, esploderà e potrà farci anche molto male.

Molte volte la verità è che non crediamo pienamente che qualcosa funzionerà a nostro favore; siamo dubbiosi, ansiosi e troviamo mille ragioni per essere cauti e non osare.

La parola coraggio viene da “aver cuore”. Ci vuole coraggio per agire. Ci vuol cuore, cuore per ciò che stiamo facendo, cuore per noi che lo facciamo.

E questo si traduce in un’altra parola: fiducia!

Procedere con fiducia nella vita, in ogni nostra giornata, in ogni nostra situazione, in ogni nostro pensiero, ci permetterà di realizzare chiaramente quello che dobbiamo fare, ossia realizzare chi siamo.

La fiducia è qualcosa che si ripone, come un’intenzione chiara e aperta, nelle pieghe dell’esistenza.

La fiducia è consapevolezza di chi siamo, terreno fondamentale e punto di partenza per qualsiasi percorso.

Tutto il tempo impiegato a criticare gli altri, le cose che non ci vanno bene, tutti i dubbi, le possibilità negative, tutto il cinismo sul mondo che ci circonda, tutto questo è tempo sprecato. Se vogliamo realizzare ciò per cui siamo qui, ci serve fiducia.

La fiducia è una disposizione d’animo che non è sinonimo di ingenuità o scarsa capacità di analisi e valutazione; fiducia significa guardare avanti e non distogliere lo sguardo, serbando nel nostro cuore la certezza che ogni cosa andrà esattamente come deve andare.

Non facciamoci distrarre dal caos o, peggio ancora, non utilizziamo come alibi. Proviamo a muoverci in quel caos con leggerezza e determinazione.

Nel flusso della vita la nostra intenzione è la nostra guida e il timone sarà la nostra fiducia, sarà quanta consapevolezza abbiamo nel nostro essere presente a noi stessi nel sapere che ogni cosa, ogni circostanza e ogni incontro hanno un senso preciso.

La fiducia è avere tenacia nel procedere. E’ lei che ci permette di non essere in lotta, ma di seguire il flusso degli eventi. La fiducia guarda avanti!

Perciò proviamo ad essere fiduciosi e lasciare il posto alla possibilità.

Accogliamo l’incertezza, camminiamole affianco, diventiamole amica.

Riconsideriamo i dolori e le sofferenze.

Rivalutiamo le difficoltà e gli ostacoli.

Infondiamo coraggio alle nostre emozioni.

Ci sono momenti in cui bisogna fermarsi, certo. Ci sono situazioni che richiedono passi ponderati e cauti. Ma ricordiamoci sempre di scegliere di alzarci.

Quando è il momento. Quando riusciamo. Ma non dimentichiamolo!

La fiducia saprà sempre prenderci per mano e risollevarci.

Non “dobbiamo” essere fiduciosi; non siamolo per dovere. Non siamolo perché temiamo le conseguenze. Non siamolo perché pensiamo che ci possa rendere più capaci di fare.

Siamo fiduciosi perché vogliamo e scegliamo di crescere, di espandere il nostro essere, la nostra vita, le nostre possibilità.

Siamo fiduciosi per esplorare il nostro posto nell’Universo.

Siamo fiduciosi per poterci conoscere e guardare dentro.

Quando si ha fiducia, si impara ad andare oltre le circostanze, impariamo a trascendere. Se siamo concentrati su questo, la confusione del quotidiano avrà poco effetto su di noi.

Questo non significa essere distaccati o disinteressati, ma significa vedere il mondo da un luogo senza tempo che si trova dentro ciascuno di noi.

Fiducia significa trovare quel luogo e farlo diventare la nostra casa …….

____________________________________

Liberamente tratto da:

B.Pozzo – la vita che sei – Ed.BUR

Cosa è la crescita personale?

crescita personale

Si parla di crescita personale, di percorsi evolutivi, di cammini di consapevolezza, di sviluppo personale … ma cosa vuol dire tutto questo? Provo a dare qualche risposta a queste domande facendomi aiutare da quello che ha scritto Giuseppe Falco nel suo libro “Scegli di essere felice”.

Da sempre l’uomo ha dovuto adattarsi all’ambiente naturale e sociale in cui viveva, risolvere problemi pratici e relazionali e dare un significato alla propria vita. Queste esigenze lo hanno portato spesso ad andare oltre i suoi limiti mentali e materiali per ideare e realizzare tecnologie, stabilire regole di convivenza civile, etc.

Da questo punto di vista, il concetto di crescita personale non è nuovo. Guide alla condotta quotidiana e all’evoluzione spirituale sono vecchie quanto l’uomo, basti pensare a tutta la tradizione religiosa e filosofica che ci accompagna da millenni.

Tuttavia il termine specifico “crescita personale”, in inglese “personal growth”, compare per la prima volta negli Stati Uniti grazie al “movimento per lo sviluppo del potenziale umano”, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta del secolo scorso. Lo scopo del movimento era quello di contribuire allo sviluppo delle potenzialità individuali attraverso vari approcci tra cui i gruppi di incontro o la psicoterapia di tipo umanistico.

Quest’ultima, che diede la base teorica al movimento, ebbe tra i suoi principali teorici Abraham Maslow, Carl Rogers e Fritz Perls.  L’obiettivo del movimento e della psicoterapia umanistica erano:

  • Portare l’attenzione su ciò che è tipicamente umano piuttosto che su ciò che condividiamo con gli animali;
  • Aiutare l’individuo in un processo di crescita aperta, piuttosto che finalizzarla ad un maggior adattamento sociale;
  • Interessarsi al “qui e ora” piuttosto che alla storia passata del soggetto o i suoi supposti conflitti inconsci;
  • Favorire uno sviluppo non solo intellettivo ma integrale del soggetto, per esempio nutrendo il suo lato creativo o spirituale;
  • Occuparsi del funzionamento ottimale dell’uomo, piuttosto che della patologia.

In sintesi lo scopo della psicologia umanistica è quello di aiutare l’individuo a fare pieno uso delle sue capacità personali per giungere all’auto-realizzazione, che richiede l’integrazione di tutte le componenti della propria personalità fisica, emotiva, intellettiva, comportamentale e spirituale.

Le caratteristiche di una persona auto-realizzata sono quindi: maturità, auto-consapevolezza e autenticità.

Dell’approccio umanistico beneficiano non solo persone che hanno ovvi problemi di salute mentale ma chiunque sia interessato alla propria crescita.

Sebbene ancora oggi l’approccio umanistico si utilizzi sia nella terapia che nella formazione, non è più l’unico possibile nel campo dello sviluppo personale. Si assiste anzi ad un proliferare di metodi diversi come: costellazioni familiari, rebirthing, PNL, EFT, Bioenergetica,  etc…

Al di là delle tecniche usate possiamo comunque intendere la crescita personale come un processo di cambiamento del nostro abituale modo di pensare, sentire o agire che ci permette di affrontare meglio le difficoltà quotidiane e vivere una vita più piena, reale e profonda.

Quindi possiamo dire che cresciamo quando cambiamo a livello cognitivo, emotivo o comportamentale o per adattarci meglio alle richieste dell’ambiente oppure per realizzare le nostre potenzialità, aspirazioni e valori più profondi.

Ma come può avvenire questo cambiamento? A partire dal riconoscimento dei nostri schemi o concezioni limitanti.

Se osserviamo una nostra giornata tipo, ci rendiamo conto che alcuni nostri pensieri, emozioni e comportamenti tendono a ripetersi. Sono quelli che chiamiamo schemi. Ora alcuni di questi possono essere molto limitanti : immaginiamo, per esempio, una persona che trova ogni occasione per polemizzare con gli altri. Si tratta di uno schema che limita la sua capacità di vivere relazioni interpersonali, in quanto la imprigiona in un modo rigido di relazionarsi con il mondo.

Possiamo dire che uno schema è limitante quando:

  • Ci causa problemi
  • Ci impedisce di vivere una vita piena, profonda e reale.

Riconoscere che un proprio schema di vita è limitante è quindi il primo passo per avviare un processo di crescita personale.

Di seguito, capire che noi non siamo i nostri schemi limitanti, bensì un campo di possibilità in larga parte irrealizzate. E’ come se dentro di noi esistesse un’orchestra formata da un numero enorme di strumenti e possibili melodie: il nostro compito di crescita personale consiste quindi nel consapevolizzare che i nostri schemi di vita limitanti ci portano a suonare quasi sempre gli stessi strumenti e le stesse melodie . Crescere significa risvegliare queste voci latenti.

Il secondo passo, che potremo chiamare di “apertura”, è confrontarsi con visioni del mondo o pratiche diverse dalle nostre ; in questo caso il confronto dei nostri schemi limitanti  con stili alternativi porta ad una relativizzazione e ad un indebolimento dei nostri schemi e alla loro conseguente perdita di potere.

Il terzo passo è l’azione; a nulla vale infatti conoscere, se poi non mettiamo in pratica nei nostri comportamenti quotidiani quello che abbiamo appreso, se no tutto ciò che scopriamo rischia di galleggiare solo come una foglia morta sul fiume della nostra vita.

Azione quindi che ci fa diventare i veri protagonisti del nostro vivere, abili nell’imprimere la direzione che vogliamo alle nostre azioni . Efficaci nel trovare il “giusto mezzo” , capace di trasformare i nostri modi rigidi di interagire con il mondo che ci circonda in contatti più funzionali ed equilibrati.

Azione che ci fa approdare a nuove idee, nuovi modi di pensare e sentire . Scenari alternativi che alimentano nuovi progetti di vita con prospettive diverse che ci arricchiscono e ci permettono di vivere in un modo più pieno.