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Tras-formarci ….

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“Avevo sempre creduto che crescere fosse automatico, invece è un qualcosa che bisogna decidere di fare…” B.Lawrence

Se uno è Peter Pan, che vive nell’Isola Che Non C’è, là dove tutti siamo bambini e ci amiamo, anche quando il corpo invecchia, resta con una coscienza infantile. Il crescere molte volte è in relazione con l’accettazione che i sogni siano sogni.

Nel corso delle nostre vite abbiamo visto che una delle maggiori difficoltà è proprio quella di lasciare andare le illusioni dell’infanzia e dell’adolescenza. Illusioni che ci dicono che saremo sempre giovani, che nessun essere amato morirà, che avremo una mamma buona che ci proteggerà ovunque, che potremo vivere in un mondo felice così come siamo.

Quando queste illusioni continuano a vivere anche nell’età adulta, ci portano a voler restare giovani, con la pelle senza rughe, a costo di operazioni e torture inflitte al nostro corpo, a depositare il ruolo di madre o padre buono in una persona idealizzata e di continuare a crederlo anche molto avanti negli anni. Potremo addirittura cercare di creare comunità di “pari”, nelle quali crediamo che non ci saranno aggressività, gelosie, ingiustizie.

Abbiamo però visto che tutte queste illusioni hanno le gambe corte e proprio quando queste cadono, e dopo il dolore per la loro perdita, riusciamo ad accettare la verità della vita così come è, qui e ora. E allora scopriremo la sua bellezza, la sua unicità e la sua irripetibile creatività.

La perdita delle illusioni spesso è associata al fallimento. Tuttavia il “fallimento” insegna  e in questo senso, più che una sconfitta è una vittoria,. C’era un’aspettativa, la speranza di qualcosa, e questa è svanita. Accettare il fallimento significa perdere l’onnipotenza infantile, significa maturare. Imparare che c’è qualcosa che rientra nelle nostre possibilità, ma c’è anche molto che resta fuori e che questo è umano!

Questa concezione implica di non investire le nostre energie in cambiamenti illusori, ma nel cambiamento di consapevolezza.

Trasformare significa aver sviluppato uno sguardo inclusivo ed accogliente, un’accettazione amorevole di ciò che è ed un’azione conseguente a questo cambio di visione.

L’esperienza ci dice che questo cambiamento avviene semplicemente come conseguenza naturale dell’esserci trasformati. Immaginiamo l’esempio di una bambina che fino a ieri giocava con le bambole e che oggi si ritrova cresciuta e lascia le bambole da parte. Senza sforzo e con naturalezza. Ormai è cresciuta e l’attraggono altri giochi.

Ma, a differenza del cambio di interessi causato dalla crescita naturale come nel caso della bambina con le bambole, il cambiamento del quale sto parlando non è dato né garantito dalla natura. E’ il prodotto di un desiderio, di un’intenzione, di un nostro lavoro interiore di consapevolezza. Affinchè quindi il cambiamento si produca dolcemente, è necessario aver lavorato interiormente in modo molto profondo prendendoci la responsabilità della nostra crescita.

Riallacciandomi ad un post precedente un cambiamento è apparente o profondo in base a dove si origina la motivazione per il cambiamento stesso: rifiuto o accettazione. E’ possibile che siano necessari molto sforzi per non lasciarci condurre dalla meccanicità della negatività, della lamentela, dell’indolenza o del ripiegamento in se stessi ”perché le cose non sono come mi piacerebbe che fossero”.

Per ottenere questo cambiamento e tras-formarci ci occorre fare un lavoro molto importante: quello che ci porta al risveglio e forse è proprio questo il vero cambiamento: passare dall’essere dormienti all’essere un po’ più svegli!

Attesa

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Il pulcino rimane nell’uovo in attesa di sentire l’attimo che lo spinge a uscire alla luce. Allo stesso modo anche noi restiamo ancora per un poco incantati, nell’attesa di sentire il richiamo del nostro progetto che ci chiama alla luce.

La vita ora ci arriva ovattata, suoni da lontano si tuffano sulla nostra pelle con l’intensità di un uragano. A pelle viva, senza protezione … ogni suono un sussulto, una gioia, un richiamo. Niente ci è estraneo in un mondo che ci sembra tutto nuovo, tutto si getta addosso e noi lo assorbiamo, lo temiamo, lo cacciamo via e poi ce lo riprendiamo. Suoni che si accavallano … si dissolvono … come se no fossimo sott’acqua.

Non chiediamoci perché, non ha senso ora portare a coscienza ogni cosa. Tra poco tutto ci sarà più chiaro, abbandoniamoci ora a questi suoni ovattati … La vita che ha inizio, e poi si affaccia non sempre gentile, talvolta forte, potente … Il piacere, il dolore, tutto questo passa sulla nostra pelle con forza, abbiamo tolto ogni armatura … fluttuiamo da un’onda all’altra, da un istante all’altro senza cercare risposte ora …

La vita che ci attende ha ora il sapore e l’odore di tutto quello che vogliamo. Ogni nstro respiro risuona nell’universo …

Alla mercè delle emozioni e delle sensazioni che arrivano portandoci lacrime che non comprendiamo e che forse non hanno senso, qualcosa si scioglie, qualcosa che desideriamo … una sensazione ci travolge impetuosa mentre ci lasciamo cullare nell’ovatta.

Sospesi nell’assoluto, ci abbandoniamo al flusso fino a trovare il senso della nostra trama.

Ancora non sappiamo chi siamo, intuiamo solo una impercettibilelieve sensazione che ci spinge a desiderare che questo sia un inizio glorioso. Non sappiamo perchè nè ancora dove si manifesterà la nostra gloria in questo nuovo anno che si apre in tutta la sua luce, nè ora ci interessa saperlo

Respiriamo con la terra tutta, mentre i mari inspirano ed espirano il profumo di sale nell’aria, e il vento che respira le piante, e ali che inspirano ed espirano continuamente il cielo.

Sospinti da questa sensazione appagata, desideriamo soltanto che sia un buon inizio e che, finalmente, tutto quanto grida gioia, di nascere in noi, riceva ascolto e ci cresca dento per portare i suoi frutti.

Il vecchio si sbriciola e il pulcino vedrà la luce ancora umido, e si bagnerà il becco nella sua stessa appiccicaticcia umidità …. Ma adesso aspettiamo, rimaniamo ancora un poco nel nido. Sentiremo quando l’attimo ci chiamerà perché noi possiamo espanderci.

L’impeto di questa luce che ci attende è tutta energia di risveglio … ma c’è tempo per ogni cosa ….

 

liberamente tratto da:

S.Garavaglia – “365 pensieri per l’anima” Ed.Tecniche Nuove

 

Affrontare le paure III parte

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“La nostra paura del peggio è più forte del nostro desiderio del meglio. Elio Vittorini”

Come ho detto in chiusura dello scorso post in questo articolo vedremo come verificare la veridicità delle nostre credenze.

Per prima cosa iniziamo ad analizzarne le origini => quando abbiamo sviluppato questa credenza?

Normalmente c’è un momento nella nostra vita in cui essa emerge e noi iniziamo a crederci. Potrebbe essere perché ci veniva ripetuta costantemente dai nostri genitori o da chi si prendeva cura di noi e alla fine ci abbiamo creduto. Oppure perché abbiamo avuto un’esperienza da bambini che ci ha impedito di vedere soddisfatti i nostri bisogni. O ancora perché abbiamo visto qualcuno essere in pericolo o punito a causa di questa esperienza. Vero è che quando uno di questi episodi è accaduto, noi non avevamo ancora la capacità di riflettere e di dare un senso a quello che succedeva; così abbiamo catalogato l’esperienza come pericolosa e l’abbiamo generalizzata, ossia abbiamo preso un’esperienza che ci è capitata una volta e abbiamo stabilito che ci sarebbe capitata sempre.

Proviamo ora ad andare indietro nel tempo cercando di individuare l’esperienza chiave che ha fatto sì che noi sviluppassimo la credenza legata alla paura che ci blocca oggi. Cosa è successo nella nostra vita in quel momento? Che tipo di emozioni abbiamo provato? Che cosa ci ha fatto veramente paura?

Secondo passo, analizzare le conseguenze => se continuiamo a credere a questa storia, quali conseguenze creiamo?

I pensieri che crediamo sono dei grandi condizionatori di realtà e a loro volta condizionano i nostri comportamenti i quali genereranno risposte provenienti dall’ambiente che non faranno altro che rafforzare le nostre credenze. Ossia le storie che ci raccontiamo diventano profezie che si autoavverano.

Proviamo a riflettere su questi punti:

  • Quando diamo retta alla nostra credenza come ci comportiamo con gli altri?
  • Come conseguenza, quale reazione stimoliamo negli altri che può alimentare la nostra credenza?
  • Quale nuovo comportamento potremo adottare in modo da cambiare radicalmente la reazione degli altri?

Terzo passo, analizzare le probabilità => quali probabilità ci sono che si verifichi questa credenza se adottiamo un nuovo comportamento?

Proviamo ad immaginare una situazione in cui potrebbe scattare la paura legata alla nostra credenza. Ora immaginiamo che, invece di reagire come abbiamo sempre fatto, riusciamo ad adottare il nuovo comportamento individuato nel passo precedente. Quante probabilità abbiamo che la credenza si verificherà nuovamente?

Quarto passo, analizzare il contrario => puoi dimostrare che è vera anche la credenza contraria?

Proviamo a trovare quanti più esempi possibili che dimostrano che è vera anche la supposizione opposta. Ad esempio se la nostra credenza è “se avessi bisogno, nessuno verrebbe in mio aiuto”, dovremo trovare alcuni momenti della nostra vita nei quali abbiamo ricevuto aiuto.

L’ultimo passo, forse il più importante e forse quello a cui non abbiamo mai pensato è quello di integrare le qualità del bisogno opposto al nostro.

Le persone che potrebbero metterci più in difficoltà, in realtà sono per noi dei grandi maestri di vita perché hanno accesso a quelle qualità e talenti che noi non abbiamo ancora sviluppato.

La maturità psicologica risiede proprio nell’equilibrio delle contraddizioni; se abbiamo paura di rimanere soli o di essere abbandonati, guardiamo al profilo opposto (vedi schema) qualcuno con un forte bisogno di autonomia. L’integrazione sarà cercando di diventare persone sempre più indipendenti. A questo punto chiediamoci quindi cosa potrebbe aiutarci a spostare il nostro costante bisogno di attenzione e accudimento verso una visione più autonoma e indipendente di noi stessi? Quale relazione nella nostra vita sarebbe più avantaggiata se imparassimo ad essere indipendenti invece di aspettare continuamente una conferma dagli altri di quanto valiamo?

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(schema da “il potere di cambiare” di G.D’Alessio)

Se invece, al contrario, abbiamo paura di essere soffocati dagli altri dovremo imparare a dare noi stessi, permettendoci di entrare in intimità con qualcuno. Quale relazione nella nostra vita ne uscirebbe rinnovata?

Se abbiamo paura di perdere il controllo, dovremo imparare ad apprezzare il cambiamento lasciandoci andare a quello che la vita ci porta e in questo modo proviamo a riflettere cosa potrebbe diventare possibile se evitassimo di preoccuparci di quanta incertezza dovremmo affrontare per una vita ricca di esperienze. Quali relazioni potrebbero trarre vantaggio se smettessimo di assumerci troppa responsabilità e invece lasciassimo andare il nostro lato più libero?

Se, al contrario, abbiamo paura di sentirci intrappolati e regole e confini ci fanno venire l’orticaria dovremo imparare ad accettare di più la routine, gli impegni e gli accordi. Se fossimo più organizzati e prevedibili quali parti della nostra vita migliorerebbero? E quali relazioni rifiorirebbero se non ci identificassimo più con una persona costantemente ribelle?

Proviamo a considerare la paura come una nostra grande amica; ricordiamoci che molto spesso le esperienze che danno inizio ad un processo di crescita ed evoluzione interiore partono proprio da una paura. Una volta incontrata e chiamata con il suo nome abbiamo l’opportunità di fare una grande scelta: guardarla negli occhi e passarci attraverso integrando nel cammino la qualità opposta che l’ha generata e che magari prima avremo criticato negli altri.

Più integriamo aspetti di noi che abbiamo negato o che non ci siamo dati il permesso di vivere, più la nostra esperienza della vita diventa piena, leggera e appagante.

 

 

 

lberamente tratto da: G.D’Alessio – Il Potere di cambiare – Ed.Rizzoli

 

Affrontare le paure II parte

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Photo by tertia van rensburg on Unsplash

Animiamo la paura di cose inesistenti, che sembrano spine e sono soltanto piume in agguato dietro i muri. Fabrizio Caramagna

Eccoci al secondo passo per cercare di affrontare le nostre paure più ancestrali e continuare così il viaggio più leggeri.

Una delle strade più efficaci per tras-formarci personalmente è quella di identificare e poi mettere in discussione la storia che ci raccontiamo per rendere necessaria la paura.

Queste credenze il più delle volte sono solo costruzioni mentali che usiamo per dare un significato a quello che ci succede, noi però le trattiamo come se fossero realtà e ne siamo così inconsapevoli che ci sorprendiamo se gli altri non concordano con noi.

La grande utilità di mettere in discussione le nostre storie è proprio quello di modificarle da parte integrante di noi, così appiccicate a noi stessi da non riuscire più a distinguere noi da loro, a oggetto di riflessione sul quale possiamo sviluppare una prospettiva diversa. Per fare questo è necessario spostarle dal dentro al fuori; un esercizio utile che ci può aiutare in questo compito è di provare a riflettere, scrivendo poi su un grande foglio, sulla paura che abbiamo identificato nel passo precedente (vedi il post prima) e chiedersi su quali basi l’abbiamo costruita. Domandandoci poi cosa diciamo a noi stessi sul motivo per cui temiamo che quello di cui abbiamo paura possa accadere.

Se abbiamo difficoltà a individuare la storia con la quale ci raccontiamo il motivo della paura, proviamo a verificare se per caso assomiglia a queste supposizioni che scrivo di seguito:

Paura di rimanere soli, di essere abbandonati

  • Se dico la verità, o qualcosa di negativo, gli altri mi eviteranno
  • Sono OK se piaccio agli altri
  • Se deludo gli altri, non mi vorranno più
  • Devo essere all’altezza delle aspettative degli altri
  • Non sono brava abbastanza

Paura di sentirsi soffocati dagli altri

  • Non posso fidarmi di nessuno
  • Se i dovessi aprire troppo gli altri mi ferirebbero
  • Non ho bisogno degli altri per stare bene
  • Io sono nel giusto, sono gli altri che sbagliano
  • Devo essere migliore degli altri per sentirmi bene
  • Sento di valere quando gli altri mi guardano con ammirazione

Paura della mancanza di controllo

  • I cambiamenti sono pericolosi
  • Se la mia vita non è ben organizzata mi sento insicura
  • Il fallimento è la fine per me
  • Le procedure e le regole sono fatte per essere seguite
  • Esporsi con le proprie idee è pericoloso

Paura di sentirsi intrappolati

  • L’abitudine mi uccide
  • Prendere un impegno vuol dire intrappolarsi
  • Ho bisogno di novità, di cambiamenti continui per sentirmi vivo
  • Le regole sono fatte per essere violate

Leggendo queste “supposizioni” alcune potrebbero sembrarci vere, mentre altre assolutamente lontane da noi o di incerta collocazione. Questo perché la storia che ci raccontiamo si basa su esperienze reali vissute nel passato che ci hanno dato un certo imprinting su cui poi ha attecchito la nostra paura; oppure su cose che abbiamo sentito o che abbiamo immaginato, leggendo in maniera distorta comportamenti di altri, ma mai realmente provato.

L’esplorazione di queste supposizioni possono però aprirci le porte verso un nuovo mondo, un mondo che forse non ci siamo mai dati il permesso di scoprire, un mondo dove finalmente possiamo togliere i limiti che ci siamo autoimposti liberando così il nostro potenziale.

Ci sono modi diversi di vedere la realtà e noi come novelli ricercatori abbiamo il dovere nei confronti di noi stessi di trovarne il più possibile per riuscire a vivere con sempre maggior sintonia la nostra avventura esistenziale.

Nel prossimo post una strategia per verificare le credenze legate alle paure ….

 

 

 

 

liberamente tatto da: G.D’Alessio – Il potere di cambiare – ed. Rizzoli

 

Che cosa frena il processo di cambiamento

trapezista

“Il trapezista

            s’immerge sulle funi in volo,

                      d’equilibrio assorto a governar se stesso,

                            sempre in bilico fra verità ed errore,

                                 cercando, volendo

                                    il suo giusto ritmo”

Ritama

Ben Ri-trovati dopo una lunga pausa estiva per raccogliere pensieri e forze, dedicandomi a nuove progettualità, eccomi di ritorno con le mie riflessioni settimanali.

Risistemando la libreria del mio studio, mi è ricapitato tra le mani un libro comprato qualche anno fa “Il potere di cambiare” di Giovanna D’Alessio, una dei pionieri del Coaching in Italia, ricco di spunti pratici per agevolare il lettore nella consapevolezza di sé guardandosi in modo nuovo.

Oggi vorrei quindi soffermarmi su un paragrafo che ci parla di ciò che inibisce la nostra trasformazione frenando gli slanci pro-attivi, lasciandoci così nella stagnazione perenne.

Partiamo dal presupposto che tutti noi abbiamo il potere e le capacità per trasformare i nostri pensieri e gestire le nostre emozioni, il problema è che non sempre lo facciamo. E’ molto più facile che questo accada quando nella vita ci capita veramente qualcosa di “grosso”, piuttosto che rimboccarci le maniche nella quotidianità del nostro sopravvivere.

Cambiare, come più volte descritto in questo blog, include una scelta, una de-cisione, lasciare andare qualcosa per rivolgersi ad altro.

Ognuno di noi ha la possibilità di incamminarsi verso la soddisfazione dei propri bisogni di autorealizzazione assumendosi la responsabilità del proprio grado di evoluzione.

Ognuno, infatti, può scegliere se limitarsi ad esistere secondo un programma naturale, costruitosi nel corso di milioni di generazioni, oppure cercare un grado di consapevolezza sempre maggiore per determinare il corso della propria vita evitando di vivere innestando il pilota automatico.

Tra queste due possibilità non è che una è meglio e l’altra è peggio, si tratta essenzialmente di una scelta personale che impatta soprattutto nella vita di chi sceglie.

Chi decide di togliere l’ancora e salpare per terre sconosciute, osando e magari trovando durante la navigazione mari in tempesta che necessitano la sua messa in gioco totale per raggiungere un approdo, non può dirsi migliore o peggiore di chi, invece, sceglie di muoversi solo in territori conosciuti e già esplorati: ad ognuno andrà il frutto delle sue ricerche il cui grado di soddisfazione dipenderà da quello che la persona cercava.

Tutti noi facciamo scelte, e anche non scegliere è una scelta, vivendone tutte le conseguenze.

Poco importa da quale terra partiamo, quale sia il nostro sistema di valori, che mappa del mondo abbiamo; qualunque sia il punto di partenza siamo noi che facciamo la differenza e su questo possiamo misurare i kilometri percorsi guardando indietro soddisfatti, trovando ancora nuovi stimoli per continuare il viaggio.

Per intraprendere tutto questo cammino c’è bisogno di coraggio, la virtù che i latini denominavano “fortitudo”, che fa sì che chi ne è dotato non si sbigottisca di fronte ai pericoli, non si abbatta per il dolore e, più in generale, affronti a viso aperto la sofferenza, l’incertezza e l’intimidazione. E tutto ciò significa, impegno e continuo lavoro interiore correndo il rischio di uscir fuori dagli spazi protetti delle nostre sicurezze per incamminarci verso mappe inesplorate.

Molto spesso “uscir fuori dal guscio” è troppo per il nostro coraggio; preferiamo non mettere in discussione i nostri paradigmi preferendo al mondo inesplorato la nostra piccola “zona di confort” dove ci sentiamo al sicuro, capaci di gestire quello che incontriamo. Meglio la monotonia dell’assenza di stimoli piuttosto che l’ignoto brivido dell’esplorazione.

Al di là della zona di confort c’è l’immenso “Nuovo Mondo” che potrebbe aprirci a nuovi modi di essere, spalancandoci finestre di nuove possibilità.

Ma per arrivare al Nuovo Mondo bisogna attraversare il confine, una zona di transizione dove si annidano le nostre paure più profonde, dove, da una parte, non abbiamo più contatto con quel posto in cui ci sentivamo sicuri, e dall’altra non abbiamo ancora raggiunto la destinazione finale.

Siamo come trapezisti che si dondolano attaccati alla propria sbarra e che vedono avvicinarsi davanti a sé un’altra sbarra …. Capiamo che per poterla raggiungere dobbiamo buttarci così da completare l’esercizio e crescere professionalmente. Ma c’è un momento in cui, durante il salto, si apre sotto di noi il vuoto, tra quello che abbiamo lasciato e quello che troveremo. Ed è proprio in quello spazio che avviene la trasformazione e questo richiede tutto il nostro coraggio!

La paura, quindi, è il nostro principale freno! E’ importante riconoscere e accogliere le nostre paure, per poter essere consapevoli che quello che temiamo non è la realtà, ma è solo una storia che ci raccontiamo basata sulla storia emotiva dalla quale proveniamo.

Gettare luce, quindi, su quello che ci impedisce di portare un cambiamento nella nostra vita è molto importante per identificare i modi in cui potremmo sabotare noi stessi e più in generale per apprendere quando e come emerge la nostra paura così da poterla gestire con maggiore efficacia.

Se l’argomento ti interessa seguimi nei prossimi post ……

Liberamente tratto da:

G.D’Alessio  – Il potere di cambiare – Ed.Rizzoli

 

Chi sono? ….. la Voce e il Testimone

testimone di sè

photo by Gregory Colbert

Ancora qualche spunto di riflessione pensando al Residenziale ADYCA appena passato ….

Avete mai fatto caso che in ogni attimo della nostra vita c’è una voce nella nostra testa che commenta, giudica, rimugina? Proviamo ad ascoltare questa voce e farne esperienza adesso, proprio ora che stai leggendo queste righe. E se in questo momento stai dicendo a te stesso “Ma di che voce parla? Io non ho nessuna vocina nella testa”, questa è esattamente la voce di cui ti sto parlando.

Quindi riprova e ascolta …. Se ci facciamo caso questa voce è sempre attiva. Salta spesso di palo in frasca e alle volte è anche divertente, tuttavia la maggior parte delle volte dice cose inutili.

Molto spesso è estremamente attiva a fare congetture e ipotesi sul futuro che sono, nella maggior parte dei casi, completamente false e basate su nessun dato oggettivo.

Facciamo un classico esempio: appuntamento alle 10 con il fidanzato, passano le 10 e lui non arriva. Lo chiami al cellulare e non risponde ….. e la voce maligna comincia a sussurrarti …

Aveva detto le 10 o le 11? No, sono sicura aveva detto le10? Che strano lui è un tipo che avvisa se è in ritardo. Forse è impegnato al telefono di casa e non può chiamarmi o rispondere al cellulare. Chi è così importante da tenerlo al telefono quando dovrebbe essere qui? Magari è quella vipera della sua ex, lo sento che è ancora interessata a lui. Ce la ritroviamo davanti dovunque andiamo. Tutte quelle volte che lui risponde al telefono e parla in modo sibillino … ma certo che sarà lei. Quando arriva gliene dico quattro. Ma che mi ha preso per stupida?

E puntualmente quando il nostro lui arriva scusandosi peri il ritardo perché non trovava parcheggio, noi siamo cariche di energia esplosiva che detona nella sua più totale incredulità. E siamo capaci di rovinare la nostra giornata con discussioni senza senso che alimentiamo con l’eccesso di energia emotiva che è montata in noi a causa della “voce”.

La voce parla in continuazione; a volte è così rumorosa che non ci fa dormire o ci sveglia nel mezzo della notte non facendoci più riaddormentare. E’ capace di affermare con forza una cosa e un momento dopo sostenere l’esatto contrario mandandoci in totale confusione.

Come mai questa voce parla così incessantemente? Le ragioni possono essere varie. Una di esse è lo stato di squilibrio interiore dovuto ad un accumulo di emozioni di rabbia, paura, ansia, gelosia, insicurezza. L’energia che queste emozioni pompano nel corpo viene liberata attraverso l’attivazione della voce. A volte, essa parla perchè ricorda quello che ci è stato detto nei primi anni della nostra vita riguardo a quello che avremmo dovuto fare o meno per ottenere amore e attenzione dalle nostre figure di riferimento. Allora ogni giudizio e rimprovero veniva acquisito come assoluta verità. Ancora oggi, in determinate circostanze, la voce ci ricorda quello che dobbiamo fare e non fare perchè crede, in questo modo, di farci evitare punizioni o conquistare amore e attenzione.

In altri momenti della nostra vita, la voce ci racconta le esperienze che stiamo vivendo, rendendoci un servizio inutile perché ci distoglie dall’essere calati totalmente nell’esperienza. E mentre ci racconta il mondo intorno a noi, le esperienze che viviamo vengono portate nel dominio dei nostri pensieri e mischiate a tutti gli altri flussi di pensieri. Questo mix altera profondamente l’esperienza della realtà, ed è qui che iniziamo a mescolare i fatti accaduti con i nostri giudizi e le nostre interpretazioni, creando un modello tutto personale di significati. Quindi quello che arriva alla nostra coscienza è il nostro modello mentale della realtà, ma non la realtà.

In questo senso la mente fa un ottimo lavoro gestendo le nostre esperienze attuali allineandole con quelle passate e le aspettative per il futuro, dandoci una sensazione di maggior controllo. Lo scopo? Provare un senso di dominio sugli eventi; infatti possiamo manipolare e controllare i nostri pensieri anche se non possiamo manipolare o controllare la realtà. Il prezzo di questo processo? Vivere nella mente, invece di essere pienamente presenti a quello che ci accade.

Proviamo ora a chiederci: Chi sono io?

Molti si costruiscono una gabbia, spesso anche dorata, nella quale perpetuano ad infinitum una storia di sé che non porta loro soddisfazione o gioia perché non è la loro storia. Ecco l’importanza di una profonda riflessione su chi siamo.

Provate a seguirmi andando al di là delle parole …..

Ci identifichiamo con il nostro nome, ma non siamo il nostro nome che è un’etichetta che convenzionalmente ci diamo per distinguerci gli uni dagli altri. Dire “Io Sono Gabriella” sottolinea la mia natura unica ma la trascende pure ponendo l’accento su quel “IO SONO” a prescindere.

Non siamo neanche la nostra professione perché vorrebbe dire che in altri momenti della nostra vita, se ad esempio cambio lavoro o vado in pensione, non sono più io.

Non siamo neanche il corpo riflesso nello specchio perché il corpo e il viso che vediamo sono completamente diversi nei differenti momenti della vita. Chi è che vent’anni fa vedevamo nello specchio e chi è che vediamo oggi? Ecco …. Siamo sempre noi coloro che guardano, in una continuità dell’essere.

Siamo noi che guardiamo e facciamo esperienza degli oggetti al di fuori e dentro di noi.

Quindi non siamo la nostra professione, il ruolo di moglie, fidanzata, single o genitore che svolgiamo. Non siamo le nostre emozioni, come non siamo i nostri pensieri e non siamo la nostra voce nella testa.

Chi siamo? …… la consapevolezza di esistere. E noi esistiamo con o senza determinati pensieri, con o senza ricordi, con o senza etichette.

Torniamo a notare la voce nella nostra testa. Non preoccupiamoci di ciò che dice o di come lo fa, semplicemente notiamola. Noi siamo coloro che ascoltano e notano. Noi siamo il testimone, l’osservatore.

La realizzazione che non siamo la voce della mente ma semplicemente chi la ascolta, è spesso il primo passo verso la trasformazione personale, verso la realizzazione della nostra storia.

La trasformazione personale inizia con il riconoscere quelle parti di noi che hanno paura e hanno bisogno di essere protette. Uno dei modi per farlo è quello di continuare a ricordare che non siamo quella voce che parla nella nostra testa.

Ogni volta che abbiamo un problema cerchiamo di risolverlo cambiando quello che è fuori di noi e raramente questo funziona. Prima o poi torniamo ad incontrare lo stesso problema. La soluzione sta nell’individuare quale parte di noi vive l’esperienza come un problema. Per fare questo è necessario entrare nella posizione del Testimone osservatore. Fare ciò ci evita di essere parte del problema: siamo solo chi osserva ed è testimone di qualcosa. Questo esercizio ci consente di non perderci, di non farci risucchiare dai problemi. E ci allena a vedere dentro di noi per cercare le soluzioni, perché la soluzione non è modificare quello che è fuori di noi.

Quindi alla domanda “Chi siamo?” possiamo ora rispondere che siamo il Testimone, che dalla posizione in cui si trova, guarda ed è consapevole di eventi, oggetti, pensieri ed emozioni che scorrono davanti a lui.

Questo è essere al centro di noi stessi, la nostra vera casa, il centro del nostro Sé.

 

Riflessione dopo la lettura di : G.D’Alessio – Il potere di cambiare – Ed.Rizzoli

La strada del Ben-essere: dall’apparire all’Essere

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“L’individuazione non ha altro scopo che liberare il Sé, per un lato dai falsi involucri della Persona, per l’altro dal potere suggestivo delle immagini inconsce” C.G.Jung

Che cosa è il benessere? La parola stessa ci suggerisce la risposta: ben-essere. E’ quello stato mentale che ci fa star bene, stare bene con noi stessi e con gli altri.

Che cosa si può fare per raggiungere il ben-essere? Il ben-essere è raggiungibile attraverso le strade dell’apparire? O  l’apparire è uno stato di mal-essere che può portare verso nuove vie per il ben-essere?

A volte si rincorrono vie impervie o facili, strade difficoltose o lineari, ma che si scelgano le une o le altre è importante la meta che ci si propone.

E allora è bene porsi in ascolto di sé per capire che cosa si vuole raggiungere per stare bene nel nostro mondo, per stare bene nel  mondo.

A volte l’individuo sente il bisogno di essere diverso dal suo essere e quindi inventa un modo di essere, l’apparire, che può dare gratificazioni immediate, ma a lungo andare puà divientare fonte di gravi difficoltà interiori.

Nel voler essere diverso dalla propria vera essenza si costruiscono pesanti catene che rendono faticoso l’andare nel mondo e che renderanno faticoso l’uscire dalla prigionia della maschera, dalla galera dell’apparire in falsi panni, in false sembianze.

Ciascuno di noi porta in sé un germe, un’intima natura, un’impronta che sembra data per essere ascoltata: nell’ascolto di questa natura inconscia e nell’ascolto dell’istinto ad essa legato nasce la possibilità del ben-essere.

Ascoltare la propria “natura selvaggia”, quella parte nascosta e troppo spesso inascoltata, significa far fluire energia vitale benefica, significa lasciarsi raggiungere dall’intuito, da quella forma che prepotentemente spinge verso la via della sostanza pura e libera da sovrastrutture appiattenti la spontaneità e la libertà di ciascuno.

Ascoltare l’intuito non significa certo condurre una vita facendo ciò che si vuole o essere noncuranti di quello che ci circonda, bensì significa ascoltare il sano istinto che guida verso uno spazio e un tempo e che dona energia vitale perché rispettoso del proprio e dell’altrui mondo.

A volte è più facile indossare delle maschere e proporsi agli altri con “false sembianze” perché, con questo modo di porsi, ci si sente protetti e rassicurati, perché ciò che più conta è sentirsi accettati dagli altri, sentirsi valorizzati dagli altri.

Ma quale ben-essere può giungere da una base non veritiera?

Ed ecco allora che dobbiamo parlare  di risposte al mondo in termini di meccanismi di difesa: se si soffre per il proprio stato e si ha una difficoltà rispetto al proprio sentire, rispetto al proprio vivere con gli altri, è necessario trovare un modo per attenuare la sofferenza. E un modo per soffrire meno è porre in atto una difesa: l’evitamento o la negazione, la rimozione o la proiezione.

Le malattie psicosomatiche che tanto “furoreggiano” in questi tempi, nascono proprio in funzione del rifiuto del sé, del non essere come “si deve essere” e quindi dalla costruzione di una maschera che consenta di stare nel gruppo per come il gruppo ci vuole, oppure di indossare falsi panni per timore di perdere il partner o un’amicizia.

Ma tutto ciò non è altro che la costruzione del “falso sé”, cioè non è altro che vita non vera, vita sprecata.

E così, spesso, il tempo trascorre senza essere ben vissuto perché si desidera qualcosa  che non si ha o si pensa di non avere oppure perché si è costretti o ci si lascia costringere ad una vita non naturale.

La base dell’uomo è costituita dall’istinto, ma se l’uomo non riconosce e non integra le parti “animali” genera il suo danno: le parti istintive represse possono essere pericolose perché, essendo inascoltate e recluse nell’inconscio, possono agire in modo inconsapevole e quindi diventare parte inconsapevole e dannatamente dannosa.

Spesso queste parti appaiono nei sogni attraverso immagini di animali che bussano appunto alla porta per farsi riconoscere; questi animali portano un messaggio che chiede di essere letto e portato alla coscienza.

Se l’istinto viene reso alla coscienza, si può restaurare la pienezza dell’uomo e iniziare a condurre una vita più integra e più sana. Se l’uomo primitivo era tutta azione, l’uomo moderno dovrebbe aver raggiunto una consapevolezza tale da riuscire a “sentire” l’istinto, portarlo alla coscienza e integrare le parti, donandosi ben-essere nel pensiero e nell’azione.

Certo l’uomo è sottoposto sia alle vibrazioni interiori sia a quelle del mondo esterno e , quando si trova a dover affrontare forze non gradite e contrastanti, preferisce attribuirle all’esterno o al destino infausto manlevandosi così dalle sue responsabilità e dalle sue possibilità di trasformazione.

Il cambiamento apparente e il cambiamento profondo

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“Il vero cambiamento, la vera rivoluzione avviene abbandonando il noto per l’ignoto… ; sostituire al noto qualcos’altro che conosciamo non è un cambiamento.” Krishnamurti

A volte succede che qualcuno che mangiava in modo compulsivo, si controlli e mangi poco; o che un tipo antipatico impari tecniche di seduzione e diventi più simpatico; che un violento riesca a nascondere la sua violenza; un maleducato vada ad un corso di buone maniere e impari finalmente come si sta a tavola e come ci si esprime correttamente.

Questi tipi di “cambiamento” sono superficiali e apparenti, possiamo dire “cosmetici”: le rughe continuano ad esserci, le abbiamo soltanto dissimulate o abbiamo imparato a non mostrarle.

Forse la persone ha pensato che si sarebbe sentita meglio nel nuovo modo e invece verifica, sicuramente con rammarico, che esso non le ha recato più felicità o benessere; ha soltato resa più profonda la disillusione.

Il nostro obiettivo è quello di imparare a differenziare il cambiamento apparente e immaginario dal cambiamento profondo. Per questo è necessario rinunciare ai cambiamenti fasulli; sche sono solo barlumi di colore senza sostanza e imparare a percepirli come tali.

Ad un livello più sottile, il cambiamento è un’altra cosa; è quello chiamato “trasformazione”, che avviene nei piani interiori e che arriva come conseguenza di una presa di consapevolezza, frutto di un serio processo di riflessione e di autoconoscenza.

Questo cambiamento lo chiamiamo trasformazione perché c’è stato qualcosa che ci ha cambiato a partire dal più profondo di noi stessi e fino al più profondo di noi stessi, qualcosa che ci ha fatto accedere ad un altro livello di coscienza.

Per esempio, cresciamo nella coscienza della nostra responsabilità individuale quando smettiamo di accusare i nostri genitori come responsabili della nostra situazione, quando comprendiamo invece di giudicare, quando compiamo un’azione invece di lamentarci, quando ci consideriamo esseri adulti che possono scegliere il loro comportamento ed assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Usando una metafora proviamo a paragonare l’uomo, con le sue caratteristiche particolari, la tipologia del suo corpo e i suoi talenti, ad uno strumento musicale. Allora: la chitarra è di legno e ha una cassa di risonanza particolare, il flauto è di metallo e ha la capacità di produrre un suono al passaggio dell’aria attraverso le sue aperture.

Anche noi esseri umani abbiamo forme e caratteristiche diverse, che non possiamo cambiare, che dobbiamo conoscere, ri-conoscere, accettare come il nostro bagaglio e la nostra forma. Possiamo così utilizzare il nostro strumento, chitarra, flauto o qualunque altro strumento, per compiere la nostra missione particolare, cioè il ruolo che ciascuno di noi occupa nell’orchestra.

Il problema sorge quando la chitarra vuole essere potente come un tamburo e il trombone delicato come un flauto. E’ l’inganno delle forme e del confronto, al posto della comprensione che ciascuno è perfetto così come è, che il cambiamento non ha nulla a che vedere con un cambiamento di forma o di apparenza, bensì con la crescita nello sviluppo del proprio potenziale e nello svolgere al meglio il ruolo che abbiamo scelto.

Che la chiave è fare del propri meglio nel luogo che è toccato a ciascuno, secondo le proprie caratteristiche e secondo le circostanze.

Nella metafora dello strumento possiamo essere un violino più o meno accordato ma saremo sempre un violino. Abbiamo bisogno di imparare a rispettare il corpo che abbiamo e ad accettare che c’è una sofferenza necessaria ed inevitabile.

Quando comprendiamo chi siamo come strumento, quali sono le nostre possibilità e quale è il nostro suono, allora smetteremo di credere che un destino sia migliore o peggiore di un altro, che sarebbe meglio o peggio avere un’altra forma e saremmo più o meno felici se fossimo qualcun altro invece che essere noi stessi …..

La relazione creativa

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immagine tratta dal sito: http://www.isideacademy.it/blog/i-colori-dellanima/

“La creatività è la risposta che apre”. A.Carotenuto

Ormai gran parte degli studiosi in ogni campo concorda nel dire che la creatività è una dote naturale di ogni essere umano.

Quando si parla di creatività si parla di quella caratteristica che ciascuno di noi ha potenzialmente come dotazione naturale alla nascita e ci accomuna tutti.

E’ ciò che ha consentito ad uno sconosciuto 25.000 anni fa di dipingere meravigliosi bisonti sulla parete di una grotta. La stessa che ha consentito ad un certo signore di Vinci di trasformare un pezzo di tela nella Gioconda. Oppure ad un fuoriuscito fiorentino di mettere insieme parole in un modo che, dopo quasi mille anni, ancora ci crea divine emozioni. E ancora ad un giovane ventenne di cavare da una grossa pietra un’opera commovente come la Pietà.

Ed è la stessa creatività che permette a tanti sconosciuti di trasformare pezzi di legno, metallo o stoffa in opere stupende, che ci accompagnano nella nostra vita quotidiana. Oppure dà a tante donne la capacità di mettere insieme alcuni modesti ingredienti per creare capolavori che fanno godere le nostre papille gustative.

E così via in una storia di millenni dove potremmo trovare una serie infinita di esempi di questa nostra meravigliosa e unica creatività.

Perché la creatività, come non mi stancherò mai di ripetere, è una dote comune a tutti gli esseri umani fin da piccoli. Perché la creatività è una capacità che accomuna l’attività artistica con ogni altra esperienza creativa dell’essere umano, anche quelle più banali della vita quotidiana che non comportano la produzione di un oggetto o la soluzione di un problema.

La creatività non è una cosa astratta, né un tratto del carattere o un’abilità tecnica o una capacità che coinvolga una sola dimensione dell’essere umano.

E’ molto più corretto quando si parla di creatività parlare di atti creativi, esperienze creative e soprattutto relazioni creative.

Che cosa significa relazione creativa?

E’ una relazione empatica in cui hanno un ruolo centrale la percezione e la comunicazione di emozioni umane profonde. Ed è proprio questo rapporto che da anima all’atto creativo.

Sia che tu sei un artista, un insegnante, un medico, un counselor, un cuoco etc….. ci si accorge presto di questa verità. Quando non si riesce a stabilire una relazione empatica con il pubblico o con i clienti, quando si lavora solo per il dovere o per il denaro, quando non si riesce a vivere o far vivere emozioni, entusiasmo, partecipazione profonda, è un fallimento.

Se invece ci si mette il cuore, l’anima, cambia tutto. Il segreto è proprio questo: stabilire un rapporto intimo, profondo tra noi e l’altro, vivere ogni esperienza con entusiasmo, come un atto creativo.

Gli elementi che caratterizzano la relazione creativa sono, come dice Fromm (“L’atteggiamento creativo”, 1972),: la “capacità di vedere” e la “capacità di rispondere”.

La “capacità di vedere” è la capacità di percepire creativamente, sviluppando un rapporto empatico profondo con l’oggetto (la persona) cogliendone gli elementi piò intimi e autentici.

La “capacità di rispondere” è la capacità di elaborare ed esprimere liberamente le proprie emozioni all’interno del rapporto. E’ un vibrare spontaneamente e liberamente in perfetta sintonia con l’oggetto/altro. La risposta creativa è la conferma di una relazione empatica per cui il soggetto è riuscito ad entrare nel mondo dell’altro.

La cosa fondamentale è che sia una risposta fondata sul rispetto, un rispecchiare senza modificare né giudicare. Non influenzata dal pregiudizio o dal bisogno di imporre le proprie convinzioni o le proprie valutazioni di bello/brutto, buono/cattivo, giusto/sbagliato.

Una risposta che tenda ad aprire ulteriormente la comunicazione invece che chiuderla in rigidi ruoli, che portano all’annullamento di ogni autentico e creativo rapporto.

Gli elementi che secondo Fromm caratterizzano la relazione creativa sono:

  • La capacità di meravigliarsi intesa non come fenomeno esteriore, bensì di un vissuto profondo ed emozionale; ciò che rende il semplice “vedere” un atto creativo. E’ quella capacità di scoprire la bellezza e l’unicità in un modo sempre rinnovato senza aspettare un evento straordinario o eccezionale.
  • La capacità di concentrarsi sul presente ossia vivere quello che ci è dato, nel momento in cui ci è dato con tutta il nostro sé unito mente emozioni e corpo, con un attenzione costante allo svolgersi del processo.
  • L’esperienza integrata di sé ossia la piena consapevolezza, rimanendo in ascolto e contatto autentico con noi stessi …. “IO SONO, io sono vivo, io sono me stesso …” (D.Winnicott, Gioco e realtà, 1974)
  • Tolleranza, armonia e integrazione. I conflitti, la contemporanea presenza di polarità opposte fanno parte della nostra vita quotidiana. E’ dall’integrazione degli opposti che nasce la vita; tutti noi nasciamo dall’unione di due entità diverse (maschile e femminile) ed proprio la coesistenza di elementi antitetici che crea il movimento, il cambiamento e la crescita. La tolleranza intesa come atteggiamento di apertura, disponibilità e rispetto per la diversità che a volte si pone in aperto conflitto con quelli che sono i nostri credo; e tolleranza verso gli ostacoli, ossia l’attitudine ad accogliere ciò che si oppone a noi rendendoci difficile la realizzazione del nostro obiettivo.
  • La ri-nascita, ciò che Fromm chiama la “disposizione a nascere ogni giorno”, ossia ad affermare quotidianamente la propria indipendenza, avendo coraggio di esprimere sempre il proprio modo di pensare, di sentire, di essere. Ri-nascita intesa anche come riappropriarsi della curiosità, di quella ingenuità e spontaneità proprie dei bambini che non danno mai nulla per scontato. In una frase: vivere ogni esperienza come un’avventura. Ma ri-nascita significa anche saper rinunciare alle certezze facili, ai sostegni sicuri; osare, mettersi costantemente in gioco avendo il coraggio di affrontare il cambiamento. La ri-nascita implica la capacità di differenziarsi dagli altri e richiede, spesso, la forza di affrontare la solitudine pur di non rinunciare al proprio sé. Esige anche la forza di esporsi in prima persona a costo di subire critiche giudizi pur di non abdicare alle proprie convinzioni, pur di non intaccare la libertà di essere se stessi

“La prima cosa che si nota nell’atto creativo è che si tratta di un incontro … la creatività è il confronto dell’essere umano intensivamente conscio con il suo mondo…” Rollo May

 

liberamente tratto da V.Cei – Libera la tua creatività – FrancoAngeli

La notte oscura dell’anima

NOTTE BUIA

Molti mistici, durante il loro cammino alla ricerca di Dio, hanno fatto riferimento ad un periodo di smarrimento, di tristezza, di paura e di hanno solitudine che hanno definito “la notte  oscura dell’anima”. Molti di noi, pur non essendo mistici, sanno bene che quando oltrepassiamo quel luogo chiamato “identità” per andare alla ricerca del nostro vero sé, entriamo in un altro pieno di dubbi e di confusione. In questo nuovo spazio l’essere umano si sente perduto e stenta a pensare con lucidità. E’ circondato dalla nebbia e non riesce a capire dove sta andando.

Cominciano a comparire emozioni come l’ansia, la paura; la mente giudicante comincia a tormentarci con interpretazioni e giudizi al solo scopo di dissuaderci dal continuare la nostra esplorazione e farci tornare al punto di partenza, dal quale non avremmo mai dovuto allontanarci.

E’ un invito alla rassegnazione, al conformismo, a credere che la trasformazione personale non sia altro che una nobile utopia.

Quando ci inoltriamo nella notte oscura è necessario fare molta attenzione, poiché in realtà quello che sta accadendo è esattamente il contrario di quello che sembra. Se arrivati  a quel punto abbandoniamo l’impresa, se ancora una volta lasciano che queste emozioni prendano il sopravvento, perderemo gran parte di ciò che avevamo conquistato quando con coraggio eravamo usciti dalla nostra zona confort.

Se ci sentiamo smarriti e confusi significa che stiamo per scoprire qualcosa,  dietro a quella zona di oscurità esiste uno spazio di scoperta dove possiamo iniziare a capire più a fondo certe cose. E’ questo il luogo dove la nostra creatività può manifestarsi e dove possiamo trovare altre strade per accedere a quello che prima ci teneva a distanza.

E’ questo il momento di dimostrare che abbiamo un cuore da guerriero capace di avanzare in mezzo allo smarrimento e all’oscurità. E’ fondamentale non perdere il coraggio e continuare ad avere fiducia e a credere assolutamente che qualcosa di prezioso sta affiorando al profondo di noi stessi.

Se quando siamo nel bel mezzo della nostra notte oscura ci sentiamo angosciati, non è perché stiamo male veramente, ma perché, essendo abituati a credere che noi siamo la nostra identità, viviamo dentro di noi le emozioni della nostra identità che si sta trasformando.

Resistere alle emozioni che stiamo provando è esattamente il contrario di quanto dovremmo fare, dal momento che resistere significa rifiutare, opporsi a quello di cui abbiamo maggiormente bisogno. Accettare queste scomode emozioni, per quanto ci possa sembrare irrazionale, è esattamente quello di cui abbiamo bisogno se vogliamo crescere ed evolverci come individui.

E’ in queste situazione che è necessario essere determinati ad andare avanti, ad accettare quello che proviamo e a viverlo fino in fondo, affidandoci senza riserve a questo processo.

Anche in questi momenti di sofferenza e di amarezza possono esistere sprazzi di gioia e di entusiasmo, quando capiamo che, una volta passato lo smarrimento, arriverà la lucidità, cioè al termine della notte oscura sorgerà l’alba più bella.

La ricerca di se stessi, di chi siamo veramente, è sempre un atto di eroismo che implica un superamento dei propri limiti, che lentamente ci consente di espandere i confini della nostra identità. Solo così riusciremo a scoprire quello che di straordinario si nasconde nell’ordinario.

Esistono dimensioni nascoste della realtà che si manifesteranno solo quando avremo superato la nostra oscura notte dell’anima. I nostri sensi potranno cogliere elementi di quella realtà che fino a quel momento rimanevano inaccessibili alla nostra mente giudicante.

Ricordiamo poi che ogni essere umano avrà bisogno di un tempo diverso per attuare il suo processo di trasformazione che avviene quando meno ce lo aspettiamo.

L’unica cosa che possiamo fare è spianargli al strada e aspettare la vittoria, soltanto in questo modo riusciremo a vincere …..

 

“ … anche se un uomo vince in battaglia mille volte mille nemici, colui che vince se stesso è il più grande dei guerrieri ..” Dhammapada

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