Tag: cambiamento

Sulla possibilità di crescere …

CRESCERE

“…. crescere significa diventare quello che siamo sempre stati, ma non siamo mai riusciti ad essere …”

 Tante persone infelici e insoddisfatte aspettano che la felicità venga portata in dono da una fata o un mago che con la bacchetta magica la fa comparire dinanzi a loro confezionata in una bella scatola con il fiocco rosso.

Da molte altre persone, felici e soddisfatte impariamo  che la felicità nasce da una lotta costante e passionale e soprattutto che la si costruisce attimo per attimo, tassello per tassello.

Il cambiamento che porta alla felicità è una manifestazione di coraggio mentre l’immobilismo, il ristagno è appannaggio di quella parte di noi che non vuole correre il rischio di andare alla scoperta dei molteplici aspetti della vita.

Muoversi e percorrere la propria esistenza costituisce l’espressione gioiosa della curiosità dell’esplorazione, ma significa anche accettare l’inquietudine e la paura che il nuovo possono dare .

Se ci atteniamo sempre a quello che ci fa sentire sicuri, non viviamo l’esperienza della crescita. Se non corriamo dei rischi non possiamo acquistare fiducia in noi stessi.

Questa grandiosa possibilità di reinventare, attraverso le nostre scelte, il corso della propria vita è un privilegio esclusivo della specie umana rispetto a tutti gli altri generi animali.

Anche se il materiale di cui disponiamo è costituito di frammenti non solo luminosi bensì disperati e apparentemente da buttare esiste sempre la possibilità di tessere qualcosa di artisticamente armonico pur nella sua imperfezione.

Come diceva Paul Sartre “un uomo può sempre fare qualcosa di ciò che hanno fatto a lui”.

E’ pure vero che, molto spesso, è difficile buttarsi nel grande mare del cambiamento senza una sorta di salvagente che in qualche modo ci rassicuri che in seguito non rimpiangeremo il gesto fatto; nello stesso tempo sappiamo pure che tutto questo è possibile solo a livello immaginativo perché l’assunzione del rischio costituisce l’inevitabile prezzo di qualsiasi rinnovamento.

Voler modificare una situazione, seppur instabile e disfunzionale, significa comunque, cambiare delle abitudini radicate, mettere in discussione delle certezze , disfarsi di un copione che all’origine della sua messa in atto è servito alla nostra sopravvivenza.

Tutto questo comporta un’avida curiosità di vita e una costante flessibilità di pensieri, progetti ed azioni.

Un elemento che può aiutarci nel nostro cammino di evoluzione è porci un obiettivo, poiché l’essere proiettati verso di esso facilita l’insorgere di momenti di entusiasmo e vitalità.

Una meta importante può essere quella di imparare ad amarsi cessando di sottovalutarci, scoprendo invece tutti i propri lati positivi di cui fruire e godere.

In ogni caso, fissarsi un traguardo valido significa contare le tristezze e pareggiarle con le gioie.

Pensiamo a quante volte diciamo a noi stessi frasi come:

HO BISOGNO DI ESSERE AMATO

DEVO RIUSCIRCI

SONO UN MISERABILE

E’ UN DISASTRO

Ottenendo solo di cadere in un’autocommiserazione senza fine, arrotolati su noi stessi come animali, buoni solo a leccarci le ferite che questo mondo crudele ci infligge ogni giorno.

Proviamo ora a fare un esercizio di ottimismo e autorivalutazione, pronunciando frasi equivalenti ma contrarie:

Posso rischiare di essere anche rifiutata

Faccio del mio meglio, accetto il mio limite

Sono davvero una bravissima persona

E’ una situazione del tutto affrontabile

Vedremo che in tal modo, la morsa della nostra inefficacia si allenta , si viene a creare una doppia polarizzazione: da un lato tutta la più cupa tristezza e dall’altro una sana fiducia. Giocando in mezzo a questi due poli riusciremo a trovare un equilibrio emotivo più realistico che porta con sé una maggiore intenzionalità creativa.

Come ho detto all’inizio, il processo di conquista della piena consapevolezza di sé, che porta alla crescita reale e profonda e di conseguenza alla felicità per essere riusciti a prendere in mano la propria vita, non è facile e spesso ci si trova bloccati lungo la strada colti da una improvvisa nebbia o impantanati in una buca piena di fango.

In questi casi un aiuto può venire da un percorso di Counseling che può fornire quella bussola o quella pala necessarie per uscire dall’impasse.

Il Counselor si prende cura di chi ha davanti, accettandolo incondizionatamente, ascoltandolo attivamente , aiutandolo a riconoscere ed elaborare le sue emozioni avendo come obiettivo quello di tirare fuori “maieuticamente” le potenzialità del cliente che si affida a lei/lui per arrivare a quell’autonomia e capacità di autodeterminazione che fa la differenza tra il vivere e il sopravvivere.

Per attraversare la terra di mezzo e raggiungere il paese del vero sé è necessario mettere i piedi a bagno nelle emozioni , percorrere i sentieri interiori sentendoli sulla pelle . Non si può rimanere seduti al tavolino sfogliando dotti capitoli di un libro teorico, poiché allora sarebbe come leggere attentamente un gran libro di cucina…. senza però mai cucinare né mangiare!

 

Se ti interessa prenotare un colloquio GRATUITO e assolutamente non vincolante per scoprire cosa può fare per te il Counseling, compila il modulo di seguito, ti risponderò al più presto 🙂

Che cosa frena il processo di cambiamento

trapezista

“Il trapezista  s’immerge sulle funi in volo,  d’equilibrio assorto a governar se stesso, sempre in bilico fra verità ed errore, cercando, volendo il suo giusto ritmo” Ritama

Domenica pomeriggio risistemando la libreria del mio studio, mi è capitato tra le mani un libro comprato qualche anno fa “Il potere di cambiare” di Giovanna D’Alessio, una dei pionieri del Coaching in Italia, ricco di spunti pratici per agevolare il lettore nella consapevolezza di sé provando ad osservarsi in modo nuovo.

Oggi vorrei quindi soffermarmi su un paragrafo che ci parla di ciò che inibisce la nostra trasformazione frenando gli slanci pro-attivi, lasciandoci così nella stagnazione perenne.

Partiamo dal presupposto che tutti noi abbiamo il potere e le capacità per trasformare i nostri pensieri e gestire le nostre emozioni, il problema è che non sempre lo facciamo. E’ molto più facile che questo accada quando nella vita ci capita veramente qualcosa di “grosso”, piuttosto che rimboccarci le maniche nella quotidianità del nostro sopravvivere.

Cambiare, come più volte descritto in questo blog, include una scelta, una de-cisione, lasciare andare qualcosa per rivolgersi ad altro.

Ognuno di noi ha la possibilità di incamminarsi verso la soddisfazione dei propri bisogni di autorealizzazione assumendosi la responsabilità del proprio grado di evoluzione.

Ognuno, infatti, può scegliere se limitarsi ad esistere secondo un programma naturale, costruitosi nel corso di milioni di generazioni, oppure cercare un grado di consapevolezza sempre maggiore per determinare il corso della propria vita evitando di vivere innestando il pilota automatico.

Tra queste due possibilità non è che una è meglio e l’altra è peggio, si tratta essenzialmente di una scelta personale che impatta soprattutto nella vita di chi sceglie.

Chi decide di togliere l’ancora e salpare per terre sconosciute, osando e magari trovando durante la navigazione mari in tempesta che necessitano la sua messa in gioco totale per raggiungere un approdo, non può dirsi migliore o peggiore di chi, invece, sceglie di muoversi solo in territori conosciuti e già esplorati: ad ognuno andrà il frutto delle sue ricerche il cui grado di soddisfazione dipenderà da quello che la persona cercava.

Tutti noi facciamo scelte, e anche non scegliere è una scelta, vivendone tutte le conseguenze.

Poco importa da quale terra partiamo, quale sia il nostro sistema di valori, che mappa del mondo abbiamo; qualunque sia il punto di partenza siamo noi che facciamo la differenza e su questo possiamo misurare i kilometri percorsi guardando indietro soddisfatti, trovando ancora nuovi stimoli per continuare il viaggio.

Per intraprendere tutto questo cammino c’è bisogno di coraggio, la virtù che i latini denominavano “fortitudo”, che fa sì che chi ne è dotato non si sbigottisca di fronte ai pericoli, non si abbatta per il dolore e, più in generale, affronti a viso aperto la sofferenza, l’incertezza e l’intimidazione. E tutto ciò significa, impegno e continuo lavoro interiore correndo il rischio di uscir fuori dagli spazi protetti delle nostre sicurezze per incamminarci verso mappe inesplorate.

Molto spesso “uscir fuori dal guscio” è troppo per il nostro coraggio; preferiamo non mettere in discussione i nostri paradigmi preferendo al mondo inesplorato la nostra piccola “zona di confort” dove ci sentiamo al sicuro, capaci di gestire quello che incontriamo. Meglio la monotonia dell’assenza di stimoli piuttosto che l’ignoto brivido dell’esplorazione.

Al di là della zona di confort c’è l’immenso “Nuovo Mondo” che potrebbe aprirci a nuovi modi di essere, spalancandoci finestre di nuove possibilità.

Ma per arrivare al Nuovo Mondo bisogna attraversare il confine, una zona di transizione dove si annidano le nostre paure più profonde, dove, da una parte, non abbiamo più contatto con quel posto in cui ci sentivamo sicuri, e dall’altra non abbiamo ancora raggiunto la destinazione finale.

Siamo come trapezisti che si dondolano attaccati alla propria sbarra e che vedono avvicinarsi davanti a sé un’altra sbarra …. Capiamo che per poterla raggiungere dobbiamo buttarci così da completare l’esercizio e crescere professionalmente. Ma c’è un momento in cui, durante il salto, si apre sotto di noi il vuoto, tra quello che abbiamo lasciato e quello che troveremo. Ed è proprio in quello spazio che avviene la trasformazione e questo richiede tutto il nostro coraggio!

La paura, quindi, è il nostro principale freno! E’ importante riconoscere e accogliere le nostre paure, per poter essere consapevoli che quello che temiamo non è la realtà, ma è solo una storia che ci raccontiamo basata sulla storia emotiva dalla quale proveniamo.

Gettare luce, quindi, su quello che ci impedisce di portare un cambiamento nella nostra vita è molto importante per identificare i modi in cui potremmo sabotare noi stessi e più in generale per apprendere quando e come emerge la nostra paura così da poterla gestire con maggiore efficacia.

 

 

______________________________________________________

Liberamente tratto da:

G.D’Alessio  – Il potere di cambiare – Ed.Rizzoli

 

“To be or not to be …”

to be or not not to be

Vi sono persone che hanno superato lo scoglio! Hanno cambiato vita, aspetto, lavoro. Molte di esse ne escono rifiorite, trasformate, perché il passaggio all’azione era desiderato e pensato come salutare per il loro equilibrio. Queste persone esprimono allora un’allegria e un entusiasmo reali e tangibili.

Il cambiamento può essere vissuto come una formidabile opportunità, poiché è un invito a scoprire quello che siamo e ad esprimerlo. E’ necessario tuttavia che esso sia pensato, riflettuto e maturato prima di passare all’azione; solo in questo modo diviene un gesto di liberazione e realizzazione.

Quindi, potremmo chiederci, dove trovare l’energia necessaria per il cambiamento?

In momenti diversi della nostra vita tracciamo dei bilanci. Compleanno, capodanno, matrimonio … sono altrettante tappe che ci spingono a lasciarci alle spalle un periodo e a situarci in rapporto alle proiezioni del passato. Sono diventata quello che volevo essere? Sono felice? Mi piace vivere in questo modo? La risposta negativa ad una di queste domande dovrebbe stimolare un desiderio di cambiamento, perché ci porterebbe a constatare che il nostro Io non si è affermato ma, al contrario, vive atrofizzato. Eppure, non tutti abbiamo le stesse armi per passare all’azione.

Freud , padre fondatore della psicoanalisi, osservava che le persone  tengono più alle loro “nevrosi”, al loro malessere, che a ciò che sono. Egli identificava nell’essere umano due forza antagoniste: una pulsione di vita (fatta di elementi dinamici, di desideri che stimolano al cambiamento) e una pulsione di morte (che ci mantiene in uno stato di inerzia) alla quale la prima si oppone. Queste due pulsioni sono collegate alla nostra parte più primitiva e noi non abbiamo altra scelta che rifuggire la seconda e instaurare un compromesso tra queste due forze che si scontrano in noi. L’equilibrio raggiunto è più o meno stabile e può generare crisi  di varia intensità, dalla semplice percezione di ansia all’angoscia più nera.

Ovviamente le probabilità di cambiare sono maggiori quando le cose non vanno o, peggio, quando si soffre. Il cambiamento comporta allora una reazione di fronte ad una saturazione, ad un recipiente che ormai ha raggiunto l’orlo e rischia di tracimare.

“To be or not to be …”, “Essere o non essere …” ancora una volta tutto ci riporta a ciò che siamo e a ciò che non siamo. A quello che rinunciamo ad essere o a quello che accettiamo di essere …“A essere o a non essere …”

Essere necessita di un intimo dialogo con se stessi. Questo ci rimanda una volta ancora al nostro “lì e allora”.  Per esistere dobbiamo passare da una posizione di sottomissione, in cui facevamo di tutto per essere amati, ad uno stato d’azione, di affermazione e quindi di cambiamento.

Esistere implica la capacità di proiettarsi nell’avvenire attraverso azioni piacevoli, non costrittive, che apportano soddisfazione e arricchimento interiore, attingendo alle nostre risorse, alla nostra insita capacità di raggiungere ciò che ci fa stare bene.

Essere non è altro che dialogare con la nostra “pulsione di vita”, accompagnarla, mantenerla e ovviamente incanalarla.

Essere significa divenire. La questione è sapere quali sono i nostri specifici desideri, quelli che alimentano la nostra esistenza ….

Non puoi tornare indietro e cambiare l’inizio, ma puoi iniziare dove sei e cambiare il finale. C.S. Lewis

Linfa nuova per i nostri obiettivi

nuovi-orizzonti-1

Fissare degli obiettivi è il primo passo per trasformare l’invisibile in visibile.
Anthony Robbins

Se non sappiamo dove stiamo andando, non possiamo certo perderci ma è anche evidente che non arriveremo mai.

Non avere uno scopo nella vita significa soprattutto essere incapaci di decidere fra le mille opportunità che ci vengono offerte, finendo per prendere ciò che capita a portata di mano, senza però attribuire un particolare significato alla cosa perché non si riesce ad inserirla in uno schema personale.

In altre parole quello che finiamo per fare non proviene dalla nostra motivazione interna, quel motore che ci spinge ad agire a prescindere dalla meta, che pompa il sangue nelle nostre vene dandoci l’inebriante sensazione di vivere pienamente. Bensì proviene da quella che possiamo chiamare motivazione esterna, ossia la spinta all’azione per raggiungere un determinato obiettivo che ci fa raggiungere un certo risultato che non smuove però la potenza propulsiva del nostro motore interno.

Talvolta poi, specialmente se la nostra motivazione nel raggiungere uno scopo è del secondo tipo, attraversiamo periodi in cui siamo stanchi di tutto quello che facciamo, in cui nulla riesce a catturare il nostro interesse: la professione ci annoia, la vita privata è monotona e ci sembra che il futuro non abbia nulla in serbo per noi.

E’ come se avessimo inserito il pilota automatico, tutto diventa meccanico e cala il gusto per ogni nuova sfida.

Questa difficoltà interiore a muoversi a lungo andare comparirà anche in visibili segni esteriori: ci si lascia andare, ci si preoccupa meno del nostro aspetto, si diventa più stressati nel ripetere costantemente le stesse cose. Tutti questi sono campanelli d’allarme da non sottovalutare, sappiamo quanto può essere pericolosa la china discendente per il nostro benessere psico-fisico…..

E’ ora d’immettere nuova linfa! E’ venuto il momento di reinventare la nostra vita! Occorre trovare nuovi interessi, darsi nuovi obiettivi.

Attorno a noi la vita muta costantemente e, se non andiamo di pari passo con questi mutamenti, un giorno o l’altro, ci troveremo costretti a prendere in fretta decisioni che non avevamo mai vuoto nemmeno considerare.

D’altra parte c’è chi potrebbe obiettare a questa azione di forza per trovare nuovi scopi proponendo l’attesa, invece di prefiggersi degli obiettivi e provocare intenzionalmente un mutamento,  aspettando che il cambiamento maturi spontaneamente.

Certo si può sperare che, cambiando le circostanze, la situazione migliori da sola e su questo non c’è nulla da dire, almeno finchè si è soddisfatti di come vanno le cose.

Se però si continua ad essere scontenti e insoddisfatti, aspettare i cambiamenti invece di provocarli in prima persona è una strategia frustrante e snervante che non porta a nulla se non ad aumentare progressivamente la sfiducia in noi stessi e nelle nostre capacità.

E in ogni caso, fino a quando si può aspettare? Se non ci poniamo una scadenza precisa da rispettare l’attesa può rivelarsi una scusa per l’inattività.

Perseguire nuovi obiettivi, siano essi grandi o piccoli, spesso può essere più semplice di quanto si crede e pure divertente se attiviamo quella parte giocosa e libera sempre pronta a nuove scoperte ed esplorazioni.

Proviamo a scoprire che cosa è che ci rende quella persona unica che siamo e riconsideriamo le priorità che ci siamo posti; cambiamole, generiamo nuove idee e proviamo ad allargare il nostro orizzonte, può anche essere che troviamo il paesaggio dei nostri sogni ….. perché no?

Non sei mai troppo vecchio per fissare un altro obiettivo o per sognare qualcosa di nuovo. C.S. Lewis

Tras-formarci ….

finestra aperta 5

“Avevo sempre creduto che crescere fosse automatico, invece è un qualcosa che bisogna decidere di fare…” B.Lawrence

Se uno è Peter Pan, che vive nell’Isola Che Non C’è, là dove tutti siamo bambini e ci amiamo, anche quando il corpo invecchia, resta con una coscienza infantile. Il crescere molte volte è in relazione con l’accettazione che i sogni siano sogni.

Nel corso delle nostre vite abbiamo visto che una delle maggiori difficoltà è proprio quella di lasciare andare le illusioni dell’infanzia e dell’adolescenza. Illusioni che ci dicono che saremo sempre giovani, che nessun essere amato morirà, che avremo una mamma buona che ci proteggerà ovunque, che potremo vivere in un mondo felice così come siamo.

Quando queste illusioni continuano a vivere anche nell’età adulta, ci portano a voler restare giovani, con la pelle senza rughe, a costo di operazioni e torture inflitte al nostro corpo, a depositare il ruolo di madre o padre buono in una persona idealizzata e di continuare a crederlo anche molto avanti negli anni. Potremo addirittura cercare di creare comunità di “pari”, nelle quali crediamo che non ci saranno aggressività, gelosie, ingiustizie.

Abbiamo però visto che tutte queste illusioni hanno le gambe corte e proprio quando queste cadono, e dopo il dolore per la loro perdita, riusciamo ad accettare la verità della vita così come è, qui e ora. E allora scopriremo la sua bellezza, la sua unicità e la sua irripetibile creatività.

La perdita delle illusioni spesso è associata al fallimento. Tuttavia il “fallimento” insegna  e in questo senso, più che una sconfitta è una vittoria,. C’era un’aspettativa, la speranza di qualcosa, e questa è svanita. Accettare il fallimento significa perdere l’onnipotenza infantile, significa maturare. Imparare che c’è qualcosa che rientra nelle nostre possibilità, ma c’è anche molto che resta fuori e che questo è umano!

Questa concezione implica di non investire le nostre energie in cambiamenti illusori, ma nel cambiamento di consapevolezza.

Trasformare significa aver sviluppato uno sguardo inclusivo ed accogliente, un’accettazione amorevole di ciò che è ed un’azione conseguente a questo cambio di visione.

L’esperienza ci dice che questo cambiamento avviene semplicemente come conseguenza naturale dell’esserci trasformati. Immaginiamo l’esempio di una bambina che fino a ieri giocava con le bambole e che oggi si ritrova cresciuta e lascia le bambole da parte. Senza sforzo e con naturalezza. Ormai è cresciuta e l’attraggono altri giochi.

Ma, a differenza del cambio di interessi causato dalla crescita naturale come nel caso della bambina con le bambole, il cambiamento del quale sto parlando non è dato né garantito dalla natura. E’ il prodotto di un desiderio, di un’intenzione, di un nostro lavoro interiore di consapevolezza. Affinchè quindi il cambiamento si produca dolcemente, è necessario aver lavorato interiormente in modo molto profondo prendendoci la responsabilità della nostra crescita.

Riallacciandomi ad un post precedente un cambiamento è apparente o profondo in base a dove si origina la motivazione per il cambiamento stesso: rifiuto o accettazione. E’ possibile che siano necessari molto sforzi per non lasciarci condurre dalla meccanicità della negatività, della lamentela, dell’indolenza o del ripiegamento in se stessi ”perché le cose non sono come mi piacerebbe che fossero”.

Per ottenere questo cambiamento e tras-formarci ci occorre fare un lavoro molto importante: quello che ci porta al risveglio e forse è proprio questo il vero cambiamento: passare dall’essere dormienti all’essere un po’ più svegli!

Sull’autoefficacia

autostima 1

“Le convinzioni che le persone nutrono sulle proprie capacità hanno un profondo effetto su queste ultime. Chi è dotato di self-efficacy si riprende dai fallimenti; costoro si accostano alle situazioni pensando a come fare per gestirle, senza preoccuparsi di ciò che potrebbe eventualmente andare storto”. Albert Bandura

Dopo la prova finale sulla gestione del colloquio avvenuta ieri nella scuola di Counseling che dirigo, una breve riflessione sull’autoefficacia intimamente legata all’accettazione e alla fiducia che riponiamo in noi stessi e alle convinzioni che abbiamo sulle nostre capacità di farcela.

Sì perchè l’efficacia personale non è l’insieme delle abilità e competenze che ci rendono capaci o meno di fare qualcosa. È ciò che noi pensiamo riguardo le nostre possibilità di riuscire.

Prova ad immaginare un albero. Di che tipo di albero si tratta? Una quercia poderosa, un cipresso che svetta nel cielo, un pacifico olivo o un timido arbusto? Ognuno di essi ha la sua bellezza, così come ognuno di noi è unico ed irripetibile, nel suo insieme complesso di fattori biologici, psicologici e sociali.

Un po’ come nel caso dell’albero, anche noi siamo l’incredibile risultato del corredo genetico (il seme dell’albero), fattori ambientali (il terreno, la temperatura, altitudine) e fattori storici (eventi climatici, talvolta eventi traumatici). Come sono le radici di questo albero? Salde, possenti, sicure… o forse delicate, insicure, lacerate? Quando le radici sono vigorose e vitali, neppure un vento forte riuscirà a sradicare il nostro albero. Al di là dei nostri sforzi, quanto ci sentiamo realmente sicuri di noi stessi e delle nostre capacità?

L’Autoefficacia è la “convinzione della propria capacità di fornire una certa prestazione… …organizzando ed eseguendo le sequenze di azioni necessarie per gestire adeguatamente le situazioni che si incontreranno”. (A.Bandura)

“Sono capace di…” o “Riuscirò a …”

L’autoefficacia è la percezione della propria abilità di raggiungere un obiettivo. E’ una costruzione soggettiva esposta a distorsioni, è l’autoesame che ciascuno fa per verificare le sue probabilità di riuscire in un compito.

Per compiere un’azione, quindi, non basta volerlo, è necessario anche credere nelle proprie capacità, o meglio saperle valutare bene prima di agire.

Il livello di autoefficacia,  può essere considerato come la variabile più importante nel determinare i nostri comportamenti, perché prima di mettere in atto qualcosa noi ci immaginiamo tutto lo scenario che incontreremo (ostacoli, difficoltà, vantaggi, energie da impiegare eccetera), e questa rappresentazione mentale ci fa decidere se agire oppure no. Ma è proprio questa rappresentazione che viene determinata dal grado di autoefficacia.

 La percezione delle nostre abilità si basa su un processo di autovalutazione che chiama in causa la nostra storia personale di successi e insuccessi, rispetto al superamento dei compiti incontrati fino a quel momento.

Una valutazione ragionevolmente accurata delle proprie capacità svolge un ruolo importante nel funzionamento del successo. Tali autovalutazioni conducono le persone ad intraprendere compiti realisticamente stimolanti e forniscono la motivazione per il progressivo auto sviluppo delle proprie capacità. Un’accurata autovalutazione è sostenuta dal promuovere scelte d’azione con un ampia probabilità di successo. Se non sono irrealisticamente esagerate, tali credenze sul Sé incoraggiano lo sforzo perseverante necessario per raggiungere risultati personali e sociali.

Secondo Albert Bandura, lo psicologo americano che nei primi anni del secolo scorso ha formulato il concetto di autoefficacia, la self efficacy è caratterizzata da tre aspetti :

  • Ampiezza: quanto si è competenti in un ambito; ordinando per difficoltà varie attività, troviamo che le aspettative di efficacia di alcune persone sono limitate alle più semplici, a differenza di altre persone: l’individuo perciò si cimenterà con certi compiti, non con altri più impegnativi.
  • Forza: capacità di risollevarsi dopo un insuccesso; aspettative forti sopravviveranno più a lungo a dei feedback negativi o all’assenza di risultati positivi, aspettative deboli verranno meno prematuramente e porteranno l’individuo a desistere in un compito o in un’attività.
  • Generalizzabilità: in quanti ambiti ci si sente competenti ; alcune esperienze positive (o negative) creano delle aspettative di efficacia strettamente circoscritte a quell’ambito particolare, altre inducono aspettative più generalizzate che investono ambiti che vanno al di là della situazione specifica in esame o in trattamento: ne risulteranno cambiamenti in più ambiti.

Dal livello di self-efficacy che una persona possiede derivano:

  • la modalità di reazione alle difficoltà della vita,
  • l’entità dello sforzo e la capacità di perseverare di fronte agli ostacoli e alle esperienze di fallimento,
  • la quantità di stress e depressione vissuta.

Sempre secondo Bandura, queste convinzioni influenzano il modo in cui le persone pensano, trovano le motivazioni personali ed agiscono.

  • Attribuire a se stessi sia i successi che gli insuccessi: consente di riconoscere i propri meriti senza insuperbire e di affrontare gli insuccessi senza abbattersi, perché essendo questi ultimi dipesi dal soggetto, egli può individuare gli errori e correggerli.
  • Attribuire a se stessi gli insuccessi, alle circostanze i successi: produce vittimismo (sincero o strategico) oppure ostentazione di umiltà
  • Attribuire a se stessi i successi, alle circostanze gli insuccessi: produce vanagloria, delirio di onnipotenza e attribuzione di meriti infondati
  • Attribuire alle circostanze sia i successi che gli insuccessi: la persona si sente in balia degli eventi, si rassegna passivamente a tutto quello che accade (“impotenza appresa”)

Ancora una volta il centro del discorso è sulla fiducia in noi stessi e su quanto ci aspettiamo dalle nostre azioni. Abbiamo già detto come queste aspettative possono essere a volte distorte, sia in senso negativo che positivo, in altre parole possiamo aspettarci troppo o troppo poco da noi stessi. L’importante è comunque essere sempre pronti a mettersi in discussione, perché partire con le aspettative sbagliate non vuol dire aver già fallito. Se nell’attuare un certo comportamento abbiamo sopravvalutato troppo le nostre capacità, oppure le abbiamo sottovalutate e quasi stiamo decidendo di lasciar perdere, è bene essere sempre disposti a cambiare idea, aggiustando le nostre aspettative man mano che le cose succedono. A questo scopo può essere utile dividere le nostre azioni e i nostri obiettivi in tanti piccoli segmenti, da affrontare uno alla volta ricordandoci sempre che i soli protagonisti della nostra vita siamo NOI!!!

La fiducia in se stessi non assicura il successo, ma la mancanza di fiducia origina sicuramente il fallimento. A.Bandura

_________________________________________________________________

Bibliografia:

A.Bandura, Autoefficacia, Ed.Erickson

A.Bandura, Il senso di autoefficacia, Ed. Erickson

E.Giusti-A.testi, L’Autoefficacia, Ed.Sovera

L’arte di seguire la propria intuizione ….

intuizione-7

Dobbiamo avere il coraggio di seguire il nostro cuore e la nostra intuizione. In qualche modo, essi sanno che cosa vogliamo realmente diventare. Tutto il resto è secondario. Steve Jobs

Riallacciandomi ad un post di qualche tempo fa e ad una sessione di qualche giorno fa con una mia cliente, vorrei aggiungere ancora qualche riflessione sull’intuizione e su come sia importante per il nostro ben-essere ascoltare la saggezza della nostra voce interiore.

Ascoltare, fidarsi e agire in base alla propria guida intuitiva è un’arte e come ogni arte o disciplina richiede un certo impegno. E’ un processo in continuo divenire in cui siamo sempre sfidati a muoverci ad un livello più profondo di fiducia in noi stessi.

Per molti di noi imparare a lasciarsi guidare dall’intuizione significa vivere in modo nuovo, un modo molto diverso da quello che ci hanno insegnato in passato. A volte questo può apparire alquanto disagevole e anche un pochino inquietante.

Se siamo stati abituati  ad accostarci alla vita in maniera del tutto razionale, a seguire certe regole o a fare quello che pensiamo che gli altri vogliono che facciamo, allora cominciare a seguire il nostro interiore sentimento del vero rappresenta una metamorfosi. E’ quindi naturale che tale cambiamento richieda del tempo, e in certi momenti può essere difficile e spiazzante. E’ necessario quindi , in questo percorso, essere molto indulgenti con se stessi.

In certi casi possiamo essere chiaramente consapevoli delle diverse voci in conflitto dentro di noi. Una parte di noi può sentirsi eccitata dai cambiamenti, mentre magari un’altra parte li vede con terrore. Se saremo in grado di riconoscere e rispettare tutte le nostre diverse voci interiori e le diverse emozioni che emergono, la nostra intuizione ci mostrerà il passo adeguato da compiere.

Quanto più ci abituiamo a seguire la nostra intuizione, tanta più fiducia avremo, perché vedremo che funziona davvero. Non solo non sta accadendo nulla di grave (come nelle nostre peggiori paure) ma la nostra vita sta effettivamente migliorando.

Molto probabilmente ,la nostra intuizione ci darà una spinta gentile per farci prendere dei rischi adeguati e farci sperimentare nuovi copioni. Essa potrebbe cercare di mostrarci che abbiamo una nuova direzione da prendere o che in noi c’è un desiderio che sta cercando di affermarsi. Proviamo a concederci il permesso di provarci, seguiamo il nostro impulso intuitivo e stiamo a vedere cosa succede. Potrebbe aprirci una nuova porta. Potrebbe darci la chance di scoprire un nuovo lato di noi che non avevamo imparato ad esprimere fino ad ora.

Mentre apprendiamo a vivere seguendo l’intuizione, potremmo scoprire che anche il processo decisionale cambia, invece di cercare soltanto di figurarci le cose nella mente immaginando come potrebbero cambiare, impariamo a fidarci della nostra “vocina saggia” cominciando ad esplorare le possibilità  che essa ci offre.

Certe persone temono che fidarsi dell’intuizione possa portarli a fare cose da puri egoisti, da irresponsabili o cose che danneggiano gli altri. In realtà è vero il contrario. Siccome l’intuizione è connessa con la nostra parte più autentica essa ci guida sempre verso il nostro bene e di conseguenza verso il maggior bene delle persone coinvolte.

Può accadere, tuttavia, che seguendo la nostra intuizione e comportandoci in modi differenti le altre persone rimangano deluse o turbate. Per esempio, se siamo una persona abituata a compiacere gli altri, la nostra intuizione potrebbe spingerci a imparare a dire “no” quando davvero non vogliamo qualcosa e a porre confini più fermi con le persone. Dapprima questo potrebbe portare scompiglio e delusione ma a lungo andare, tuttavia, il rapporto ne beneficerà proprio in virtù della nostra maggior congruenza tra i nostri bisogni e le nostre azioni.

Mentre imparano a seguire l’intuizione, certe persone attraversano un periodo in cui sembra che la loro vita vada in frantumi. Certi rapporti possono finire o cambiare drammaticamente. Tutto ciò è indizio del fatto che si sta abbandonando certi aspetti della vecchia identità, dei vecchi copioni; se opponiamo resistenza cercando di trattenerli finiremmo per limitare e imprigionare noi stessi.

E’ questione di aver fiducia nel fatto che, anche quando le cose non stanno andando esattamente nella direzione sperata, il percorso ha una sua profonda coerenza. Nuovi rapporti interpersonali, una nuova creatività, un nuovo lavoro possono apparire all’orizzonte riflettendo la nostra maturazione e il nostro sviluppo.

Imparare a seguire l’intuizione può talvolta darci l’impressione di vivere sull’orlo di un precipizio. In un certo senso, significa imparare a vivere senza quel falso sentimento di sicurezza che proviene dal cercare di controllare tutto quello che accade. Gradualmente diventiamo meno timorosi e impariamo a convivere con l’incertezza. Possiamo addirittura imparare a godere del fatto di non sapere molte cose. E’ in effetti una sensazione molto eccitante e rivitalizzante.

Possiamo imparare a muoverci nell’ignoto confidando nel fatto che abbiamo in noi una forza che ci guida e che ci indica la strada.

“Tutto diventa più chiaro se smettiamo di capire e ci affidiamo all’intuizione, a un altro modo modo di vedere il mondo…” Raffaele Morelli

Il dolore è il prezzo della libertà

BCC931D9-E0D6-43EA-A2C4-13AB87DDF147

Le nostre ferite sono spesso le aperture nella parte migliore e più bella di noi.
David Richo

Una riflessione sull’onda della bellissima lezione di domenica al corso triennale in counseling di ADYCA 

Uno dei requisiti essenziali per la vera crescita e per una profonda trasformazione personale è rappresentato dal fare pace con il dolore.

Nessuna evoluzione può aver luogo senza cambiamento e i periodi di cambiamento non sempre sono agevoli. Cambiamento significa porre una sfida a ciò che ci è familiare e avere il coraggio di mettere in questione i nostri tradizionali bisogni di sicurezza, comodità e controllo. Questa esperienza viene spesso percepita come dolorosa.

Acquisire familiarità con questo dolore fa parte della nostra crescita. Anche se non possiamo gradire affatto le sensazioni di fastidio interiore, dobbiamo essere in grado di stare tranquillamente all’interno di noi stessi e di fronteggiarle, se vogliamo sapere da dove provengono.

Una volta riusciti a fronteggiare i nostri tormenti ,ci accorgeremo che esiste uno strato di dolore profondamente radicato nel nucleo centrale del nostro cuore. Esso è talmente scomodo e impegnativo da farci trascorrere tutta la vita a evitarlo.

Molto spesso la nostra personalità è costruita intorno a modi di essere, di pensare, di agire e di credere che sono stati sviluppati al fine di evitare questo dolore.

Poiché schivare questo dolore ci impedisce di esplorare quella parte di noi che sta al di là di quello strato, la vera crescita ha luogo quando finalmente decideremo di affrontare il dolore.

Essendo situato nel nucleo centrale del cuore, il dolore si irradia all’esterno e influisce su qualsiasi cosa facciamo. Esso è sempre presente, sotterraneo, nascosto fra le pieghe dei nostri pensieri e delle nostre emozioni.

La  nostra psiche è fatta per evitare questo dolore e di conseguenza, alle sue fondamenta, essa teme il dolore.

Per comprendere meglio ciò facciamo caso al fatto che se per noi l’emozione del rifiuto costituisce un grosso problema, avremo timore di tutte quelle esperienze che possono provocare il rifiuto. Quella paura andrà a costituire la nostra psiche e anche se gli eventi veri e propri che causano il rifiuto sono rari, avremo continuamente a che fare con la paura del rifiuto. E’ così che creiamo un dolore che è sempre presente.

Arriveremo a renderci conto che qualunque schema di comportamento basato sulla fuga dal dolore si trasforma in un vero e proprio portale di ingresso del dolore stesso.

Al fine di evitare il dolore del rifiuto, lavoreremo duramente per mantenere le nostre amicizie. Poiché è possibile essere rifiutati perfino dagli amici, lavoreremo sempre più duramente per evitare che questo accada. Per riuscirci, dovremo fare in modo che tutto ciò che facciamo sia accettabile agli occhi degli altri. Questo determinerà il modo in cui ci vestiamo e il nostro comportamento.

In questo modo non siamo più direttamente focalizzati sul rifiuto; ora la questione si è estesa allontanandoci di uno strato dal nucleo centrale del dolore.

Ecco quindi che partendo dal dolore centrale per cercare di evitarlo si costruiscono a poco a poco strati su strati che ci allontanano sempre più dalla fonte del “problema”, portando tuttavia il potenziale del dolore primigenio in tutte le cose che facciamo.

Passare la vita ad evitare il dolore significa averlo sempre alle spalle.

Vogliamo davvero tenerci dentro tutto questo ed essere obbligati a manipolare il mondo per evitare di sentirlo? Come sarebbe la nostra vita se non fosse governata da quel dolore? Saremo liberi!

E per essere liberi la prima cosa da fare è non aver paura del dolore e del tumulto interiore. Fintanto che temiamo il dolore, cercheremo di proteggerci, la paura ci costringerà a farlo.

Pertanto è necessario guardare dentro di noi e decidere che da ora in poi il dolore non ci crea problema. E’ solo una delle cose che esistono nell’universo. Qualcuno può dirci o farci qualcosa che infiamma il nostro cuore, riaprendo quell’antica ferita, ma poi passa. E’ una esperienza temporanea, accogliamola, osserviamola, stiamoci …..

Quando qualcosa di doloroso viene a contatto con il nostro corpo, tendiamo istintivamente a ritrarci. Anche la nostra psiche fa la stessa cosa: se viene toccata da qualcosa che la disturba tende a ritirarsi. Possiamo sentirne l’effetto sotto forma di una specie di contrazione all’interno del nostro cuore. Se abbocchiamo, il dolore diventerà una parte di noi. Per anni ci resterà dentro e andrà a costruire proprio uno dei mattoni della nostra vita. Darà forma ai nostri pensieri, alle nostre reazioni e preferenze future.

Se la vita fa qualcosa che provoca una sensazione di fastidio all’interno di noi, anziché tirarci indietro lasciamo che ci attraversi come un vento … facciamo l’opposto del contrarci e chiuderci . Rilassiamoci e rilasciamo. Rilassiamo il nostro cuore ferito finchè non arriviamo faccia a faccia proprio con il punto esatto che fa male. Rimaniamo aperti e ricettivi per poter essere presenti là, dove si manifesta la tensione. Dobbiamo essere disposti a restare presenti proprio nel punto in cui proviamo irrigidimento e dolore, poi rilassiamoci per scendere ancora più in profondità.

Quando ci rilasseremo e avvertiremo la resistenza, il cuore vorrà ritrarsi, chiudersi, proteggersi e difendersi. Continuiamo a rilassarci. Rilassiamo le spalle e rilassiamo il cuore. Lasciamo andare e facciamo spazio al  dolore affinchè ci possa attraversare.

Ogni singola volta in cui ci rilassiamo e lasciamo andare, un tassello del nostro dolore ci lascerà per sempre. Ma ogni volta in cui opponiamo resistenza e ci chiudiamo, edifichiamo il dolore all’interno di noi.

Se vogliamo essere liberi, prima dobbiamo accettare che c’è dolore nel nostro cuore. Siamo stati noi a stivarlo lì. E abbiamo fatto tutto il possibile per conservarlo, tenendolo molto in profondità, in modo da non doverlo mai sentire. In noi ci sono anche gioia, bellezza, pace, ma si trovano sull’altra faccia del dolore. Dobbiamo essere disposti ad accettare il dolore per poter attraversare dall’altra parte. Accettiamo semplicemente che c’è e che lo sentiremo. Accettiamo che, se ci rilassiamo, si presenterà per qualche attimo davanti alla nostra consapevolezza, per poi scorrere via.

In verità è il dolore il prezzo della libertà. Non appena saremo disposti a pagare quel prezzo, non avremo più paura. Nell’attimo in cui non temeremo più il dolore, saremo in grado di affrontare senza paura tutte le situazioni della vita e  riusciremo a muoverci nel mondo finalmente totalmente padroni di noi stessi ……

Affrontare le paure III parte

paura 7

“La nostra paura del peggio è più forte del nostro desiderio del meglio. Elio Vittorini”

Come ho detto in chiusura dello scorso post in questo articolo vedremo come verificare la veridicità delle nostre credenze.

Per prima cosa iniziamo ad analizzarne le origini => quando abbiamo sviluppato questa credenza?

Normalmente c’è un momento nella nostra vita in cui essa emerge e noi iniziamo a crederci. Potrebbe essere perché ci veniva ripetuta costantemente dai nostri genitori o da chi si prendeva cura di noi e alla fine ci abbiamo creduto. Oppure perché abbiamo avuto un’esperienza da bambini che ci ha impedito di vedere soddisfatti i nostri bisogni. O ancora perché abbiamo visto qualcuno essere in pericolo o punito a causa di questa esperienza. Vero è che quando uno di questi episodi è accaduto, noi non avevamo ancora la capacità di riflettere e di dare un senso a quello che succedeva; così abbiamo catalogato l’esperienza come pericolosa e l’abbiamo generalizzata, ossia abbiamo preso un’esperienza che ci è capitata una volta e abbiamo stabilito che ci sarebbe capitata sempre.

Proviamo ora ad andare indietro nel tempo cercando di individuare l’esperienza chiave che ha fatto sì che noi sviluppassimo la credenza legata alla paura che ci blocca oggi. Cosa è successo nella nostra vita in quel momento? Che tipo di emozioni abbiamo provato? Che cosa ci ha fatto veramente paura?

Secondo passo, analizzare le conseguenze => se continuiamo a credere a questa storia, quali conseguenze creiamo?

I pensieri che crediamo sono dei grandi condizionatori di realtà e a loro volta condizionano i nostri comportamenti i quali genereranno risposte provenienti dall’ambiente che non faranno altro che rafforzare le nostre credenze. Ossia le storie che ci raccontiamo diventano profezie che si autoavverano.

Proviamo a riflettere su questi punti:

  • Quando diamo retta alla nostra credenza come ci comportiamo con gli altri?
  • Come conseguenza, quale reazione stimoliamo negli altri che può alimentare la nostra credenza?
  • Quale nuovo comportamento potremo adottare in modo da cambiare radicalmente la reazione degli altri?

Terzo passo, analizzare le probabilità => quali probabilità ci sono che si verifichi questa credenza se adottiamo un nuovo comportamento?

Proviamo ad immaginare una situazione in cui potrebbe scattare la paura legata alla nostra credenza. Ora immaginiamo che, invece di reagire come abbiamo sempre fatto, riusciamo ad adottare il nuovo comportamento individuato nel passo precedente. Quante probabilità abbiamo che la credenza si verificherà nuovamente?

Quarto passo, analizzare il contrario => puoi dimostrare che è vera anche la credenza contraria?

Proviamo a trovare quanti più esempi possibili che dimostrano che è vera anche la supposizione opposta. Ad esempio se la nostra credenza è “se avessi bisogno, nessuno verrebbe in mio aiuto”, dovremo trovare alcuni momenti della nostra vita nei quali abbiamo ricevuto aiuto.

L’ultimo passo, forse il più importante e forse quello a cui non abbiamo mai pensato è quello di integrare le qualità del bisogno opposto al nostro.

Le persone che potrebbero metterci più in difficoltà, in realtà sono per noi dei grandi maestri di vita perché hanno accesso a quelle qualità e talenti che noi non abbiamo ancora sviluppato.

La maturità psicologica risiede proprio nell’equilibrio delle contraddizioni; se abbiamo paura di rimanere soli o di essere abbandonati, guardiamo al profilo opposto (vedi schema) qualcuno con un forte bisogno di autonomia. L’integrazione sarà cercando di diventare persone sempre più indipendenti. A questo punto chiediamoci quindi cosa potrebbe aiutarci a spostare il nostro costante bisogno di attenzione e accudimento verso una visione più autonoma e indipendente di noi stessi? Quale relazione nella nostra vita sarebbe più avantaggiata se imparassimo ad essere indipendenti invece di aspettare continuamente una conferma dagli altri di quanto valiamo?

paure schema

(schema da “il potere di cambiare” di G.D’Alessio)

Se invece, al contrario, abbiamo paura di essere soffocati dagli altri dovremo imparare a dare noi stessi, permettendoci di entrare in intimità con qualcuno. Quale relazione nella nostra vita ne uscirebbe rinnovata?

Se abbiamo paura di perdere il controllo, dovremo imparare ad apprezzare il cambiamento lasciandoci andare a quello che la vita ci porta e in questo modo proviamo a riflettere cosa potrebbe diventare possibile se evitassimo di preoccuparci di quanta incertezza dovremmo affrontare per una vita ricca di esperienze. Quali relazioni potrebbero trarre vantaggio se smettessimo di assumerci troppa responsabilità e invece lasciassimo andare il nostro lato più libero?

Se, al contrario, abbiamo paura di sentirci intrappolati e regole e confini ci fanno venire l’orticaria dovremo imparare ad accettare di più la routine, gli impegni e gli accordi. Se fossimo più organizzati e prevedibili quali parti della nostra vita migliorerebbero? E quali relazioni rifiorirebbero se non ci identificassimo più con una persona costantemente ribelle?

Proviamo a considerare la paura come una nostra grande amica; ricordiamoci che molto spesso le esperienze che danno inizio ad un processo di crescita ed evoluzione interiore partono proprio da una paura. Una volta incontrata e chiamata con il suo nome abbiamo l’opportunità di fare una grande scelta: guardarla negli occhi e passarci attraverso integrando nel cammino la qualità opposta che l’ha generata e che magari prima avremo criticato negli altri.

Più integriamo aspetti di noi che abbiamo negato o che non ci siamo dati il permesso di vivere, più la nostra esperienza della vita diventa piena, leggera e appagante.

 

 

 

lberamente tratto da: G.D’Alessio – Il Potere di cambiare – Ed.Rizzoli

 

Affrontare le paure II parte

PAURA 1

Photo by tertia van rensburg on Unsplash

Animiamo la paura di cose inesistenti, che sembrano spine e sono soltanto piume in agguato dietro i muri. Fabrizio Caramagna

Eccoci al secondo passo per cercare di affrontare le nostre paure più ancestrali e continuare così il viaggio più leggeri.

Una delle strade più efficaci per tras-formarci personalmente è quella di identificare e poi mettere in discussione la storia che ci raccontiamo per rendere necessaria la paura.

Queste credenze il più delle volte sono solo costruzioni mentali che usiamo per dare un significato a quello che ci succede, noi però le trattiamo come se fossero realtà e ne siamo così inconsapevoli che ci sorprendiamo se gli altri non concordano con noi.

La grande utilità di mettere in discussione le nostre storie è proprio quello di modificarle da parte integrante di noi, così appiccicate a noi stessi da non riuscire più a distinguere noi da loro, a oggetto di riflessione sul quale possiamo sviluppare una prospettiva diversa. Per fare questo è necessario spostarle dal dentro al fuori; un esercizio utile che ci può aiutare in questo compito è di provare a riflettere, scrivendo poi su un grande foglio, sulla paura che abbiamo identificato nel passo precedente (vedi il post prima) e chiedersi su quali basi l’abbiamo costruita. Domandandoci poi cosa diciamo a noi stessi sul motivo per cui temiamo che quello di cui abbiamo paura possa accadere.

Se abbiamo difficoltà a individuare la storia con la quale ci raccontiamo il motivo della paura, proviamo a verificare se per caso assomiglia a queste supposizioni che scrivo di seguito:

Paura di rimanere soli, di essere abbandonati

  • Se dico la verità, o qualcosa di negativo, gli altri mi eviteranno
  • Sono OK se piaccio agli altri
  • Se deludo gli altri, non mi vorranno più
  • Devo essere all’altezza delle aspettative degli altri
  • Non sono brava abbastanza

Paura di sentirsi soffocati dagli altri

  • Non posso fidarmi di nessuno
  • Se i dovessi aprire troppo gli altri mi ferirebbero
  • Non ho bisogno degli altri per stare bene
  • Io sono nel giusto, sono gli altri che sbagliano
  • Devo essere migliore degli altri per sentirmi bene
  • Sento di valere quando gli altri mi guardano con ammirazione

Paura della mancanza di controllo

  • I cambiamenti sono pericolosi
  • Se la mia vita non è ben organizzata mi sento insicura
  • Il fallimento è la fine per me
  • Le procedure e le regole sono fatte per essere seguite
  • Esporsi con le proprie idee è pericoloso

Paura di sentirsi intrappolati

  • L’abitudine mi uccide
  • Prendere un impegno vuol dire intrappolarsi
  • Ho bisogno di novità, di cambiamenti continui per sentirmi vivo
  • Le regole sono fatte per essere violate

Leggendo queste “supposizioni” alcune potrebbero sembrarci vere, mentre altre assolutamente lontane da noi o di incerta collocazione. Questo perché la storia che ci raccontiamo si basa su esperienze reali vissute nel passato che ci hanno dato un certo imprinting su cui poi ha attecchito la nostra paura; oppure su cose che abbiamo sentito o che abbiamo immaginato, leggendo in maniera distorta comportamenti di altri, ma mai realmente provato.

L’esplorazione di queste supposizioni possono però aprirci le porte verso un nuovo mondo, un mondo che forse non ci siamo mai dati il permesso di scoprire, un mondo dove finalmente possiamo togliere i limiti che ci siamo autoimposti liberando così il nostro potenziale.

Ci sono modi diversi di vedere la realtà e noi come novelli ricercatori abbiamo il dovere nei confronti di noi stessi di trovarne il più possibile per riuscire a vivere con sempre maggior sintonia la nostra avventura esistenziale.

Nel prossimo post una strategia per verificare le credenze legate alle paure ….

 

 

 

 

liberamente tatto da: G.D’Alessio – Il potere di cambiare – ed. Rizzoli

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: