Mese: agosto 2014

Riflettendo sul litigio ….

litigare

Non abbiamo bisogno di impararlo all’università: litigare è una cosa che sappiamo fare benissimo sin da bambini. Crescendo, poi, ne impariamo una più del diavolo e riteniamo di essere sempre più bravi.

Ma è davvero così? Proviamo a guardare la gente intorno a noi, quando litiga nelle più diverse situazioni e ci accorgeremo dell’esistenza di stili diversi di litigio, dal parossismo compulsivo del “Lei non sa chi sono io!” in giù. Alcuni tratti però rimangono costanti, al punto che, con un’attenta osservazione, possiamo ambire di riconoscerli in ogni occasione. Diciamocelo chiaro: in genere si tende a perdere il controllo abbastanza facilmente.

Sappiamo che è un guaio, perché una volta crollata la diga, è poi molto difficile controllare il flusso impetuoso delle acque.

Nella nostra vita, possiamo fare un Vajont ogni giorno, e anche questa è una scelta. Le acque irrompono a valle con potenza distruttiva, non sono arginabili, trasportano ogni sorta di detriti e arrivano a calmarsi soltanto dopo aver travolto tutto al loro passare, quando finalmente trovano una piana o un bacino che riesca ad accoglierle.

Possiamo litigare per vari motivi:

  • Quando ci sentiamo inferiori agli altri e quindi siamo sempre sul chi va là nel timore che essi intendano sopraffarci;
  • perché la situazione che stiamo vivendo mal si sposa con le nostre aspettative e questo ci mantiene in uno stato di continua tensione, che rende più facile lo sbotto improvviso;
  • quando nella nostra relazione di coppia non ci sentiamo riconosciuti e valorizzati in quelle che riteniamo le nostre qualità;
  • realtà professionali dove, al di là dei rispettivi compiti magari anche ben definiti, leggiamo come invasioni di campo o autentiche prevaricazioni le mosse del collega e siamo portati a interpretarle come meschini lavorii indirizzati a nostro esclusivo danno.

Ma quante altre ragioni potremmo aggiungere?

Molto spesso le conseguenze dei nostri scatti d’ira sono più gravi, ben più gravi, delle ragioni che li hanno provocati. A tutti è occorso di accorgersi di quanto difficile sia risultato, una volta scoperchiato l’otre, tentare di ricucire le relazioni e rimettere le cose a posto. Purtroppo, ci rendiamo conto, a nostre spese, di quante ferite mal rimarginate poi, nel tempo, riprendono a sanguinare, L’animo umano non è una corazza impenetrabile e il chiodo ferocemente piantato ieri, per quanto poi dolorosamente estratto con le tenaglie, ha lasciato un solco profondo nel legno dell’anima, che forse si può nascondere, ma mai cancellare del tutto.

Quindi perchè non provare a far scende il campo la “calma”?? Paradosso in un post che parla del litigio??? Calma che molto spesso viene scambiata per assenza totale di emozioni e si sa che in una litigata sono proprio le emozioni a giocare il ruolo da protagoniste.

La calma interiore è una voce forte, purtroppo, però, siamo poco inclini ad ascoltarla, preferendole l’urlo dell’ira incontenibile, quello cui talvolta ci piace lasciarci andare per “far capire chi davvero siamo”.

Abbandonarsi al fluire incontrollato delle nostre emozioni, lasciarsi travolgere dal fiume in piena dei sentimenti ribollenti e dare libero sfogo ai risentimenti dei quali ci sentiamo legittimi titolari, quali passi in avanti ci permetterà di fare in vista dell’affermazione di una nostra giustizia?

Perché in effetti proprio di questo si tratta: è l’ingiustizia subita, patita a denti stretti, mal sopportata per via di una sensibilità acuta, che ci fa gridare.

Come dunque costruire la giustizia partendo da premesse ingiuste? Perdere il controllo non paga. Lo sappiamo bene, soprattutto quando parliamo degli altri. Quando invece accade a noi, allora tutto ci pare giustificato: “Sì, è vero. Però io …”  ,già, però io … e con questo arrivederci e grazie all’intelligenza.

La regressione a livello animale è istantanea e francamente anche la più facile. Talmente facile che ci dimentichiamo per strada le forme più elementari di auto controllo.

Buona cosa, quindi, è conservare sempre quel quid di intelligente razionalità che ci permette di riconoscere l’accendersi della miccia. Perché riconoscere l’accensione della miccia è straordinariamente utile per riuscire a controllare gli immediati sviluppi successivi. Che poi, e anche questo lo sappiamo benissimo, accadono in frazioni di tempo infinitesimali. Aspettare, indugiare, sarebbe deleterio. Ci vuole una grande consapevolezza di sé per essere in grado dapprima di riconoscere l’impulso e poi di controllarlo.

Proviamo, a questo punto, a tirare in ballo la caratteristica costante di ogni cosa umana: la fine … tutte le cose umane finiscono e quindi anche l’ira.

Perché sul momento, magari, ci lasciamo andare, non misuriamo più le parole, o peggio, i gesti e lasciamo che lo tsunami si abbatta sulla nostra malcapitata vittima. Ma poi, rientrata la fase acuta eccoci quasi a sorridere della stupidità umana che ci ha fatto rischiare chissà che. E’ quello il momento in cui vengono i sudori freddi, al pensiero di cosa sarebbe potuto accadere ….

Possiamo parlare di ira e di furore, di rabbia e di forte risentimento o di collera, di irritazione, di animosità o di esasperazione: quante sono le sfumature che ci conducono all’abbandono totale del nostro autocontrollo? Ma, parallelamente, quale di queste sfumature ci aiuterà a riconoscere in tempo l’accensione della miccia?

Controllare le nostre azioni non per abolirle, bensì per evitare che ci creino maggiori danni di quelli che già riteniamo di aver subito.

Quante energie destiniamo ogni giorno a correggere azioni compiute in precedenza, delle quali ci siamo poi resi conto che sarebbe stato meglio non fare del tutto o fare in modo diverso??

E quindi quanta parte delle nostre reazioni istintive potrebbero risultare dovute non a una decifrazione attenta e oggettiva dei fatti ma piuttosto ad una interpretazione di questi? Con il risultato che, a quel punto, non stiamo ragionando del fatto in sé, ma di una sua lettura, che ci appare oggettiva ma oggettiva non è, e quindi ci trascina in maldestri fraintendimenti le cui conseguenze non sono difficili da immaginare.

Non sarebbe male nel momento critico trovare la forza di astrarsi dalla situazione che stiamo vivendo, evitando manifestazioni non ragionate, quelle che escono dalla bocca senza adeguato controllo del cervello e del cuore.

Un contrasto lo sappiamo, ha tempi concitati nella sua escalation verso il litigio; il tutto poi procede secondo i rigidi canoni del noto processo azione-reazione. Soffermarsi a riflettere è impegno di frazioni di secondo, sufficienti a diluire la potenzialità dell’esplosivo. Questo modo di procedere non ci rende né deboli né vigliacchi né paurosi, al contrario, riusciremo a dare di noi stessi l’immagine di persone posate e a modo, capaci di non lasciarsi travolgere dall’evolvere dei fatti, in grado di tentare un loro controllo.

E’ un po’ come se ciascuno di noi portasse nella propria valigetta una quantità di tritolo, il terribile esplosivo usato dai terroristi. Le emozioni non controllate  costituiscono il detonatore, ed ecco la tragedia è consumata: tutti morti! …..

Anche fare il kamikaze è una scelta ….

Stima di sé: le domande che è bene rivolgerci ….

ROSPO CON CORONA

Provate a leggere bene queste domande e a rispondere in modo sincero; le vostre risposte vi forniranno indicazioni utili sulla stima che avete di voi stessi.

  • Chi sono io? Quali sono le mie qualità e i miei difetti? Di che cosa sono capace? In che cosa ho avuto successo e dove invece ho fallito, quali sono le mie competenze e i miei limiti? Quanto, secondo me valgo, agli occhi di chi mi conosce e come mi giudico io stesso?
  • Mi considero degno di simpatia, affetto, amore da parte degli altri oppure, al contrario, dubito spesso delle mie capacità di farmi apprezzare e voler bene? Riesco a fare quello che voglio? Il mio stile di vita corrisponde ai miei desideri e al mio modo di pensare oppure, al contrario, soffro del divario tra quello che vorrei essere e quello che sono? Sono in pace con me stesso oppure mi capita sovente di sentirmi insoddisfatto?
  • Quando è stata l’ultima volta in cui mi sono sentito deluso da me stesso, scontento e triste? E quando, invece, mi sono sentito fiero di me, soddisfatto e felice?

Aver fiducia in se stessi, essere se stessi, sentirsi realizzati …. I termini e le espressioni impiegati nel linguaggio abituale per indicare la stima di sé sono innumerevoli. In effetti ciascun modo di esprimersi su questo argomento si riferisce a uno dei suoi molteplici aspetti, proviamo ad analizzarli insieme.

 

ESPRESSIONE

DESCRIZIONE

RIFLESSIONI

 

Avere fiducia in se stessi

Credere nelle proprie capacità di agire in modo efficace

In questo caso si sottolinea l’importanza del rapporto tra la stima di sé e l’agire.

Sentirsi contenti, soddisfatti di sé

Essere soddisfatti del proprio modo di agire

Senza stima di sé, neppure i successi sono vissuti come tali

Essere sicuri di sé

Credere nelle proprie competenze e nei propri punti di forza, in qualunque contesto

La stima di sé consente di esprimere se stessi in ogni circostanza

Amore di sé

Essere ben disposti verso se stessi, volersi bene in maniera incondizionata

Focalizzazione sulla componente affettiva dell’autostima

Amor proprio

Avere una consapevolezza molto (troppo) forte della propria dignità

La stima di sé risente soprattutto delle critiche

Conoscenza di sé

Sapersi descrivere e analizzare in maniera precisa

E’ importante sapere chi si è per potersi stimare

Affermazione di sé

Difendere, nel rapporto con gli altri, i propri punti di vista e i propri interessi.

Per stimare se stessi è necessario saper difendere il proprio territorio.

Sapersi accettare

Integrare “qualità” e “difetti” per ottenere un’immagine globalmente accettabile di sé

Avere difetti non preclude la stima di sé

Credere in se stessi

Essere convinti di poter raggiungere gli obiettivi prefissati

La stima di sé si nutre anche di convinzioni

Essere fieri di sé

Accrescere il senso del proprio valore personale in seguito a un successo

La stima di sé ha bisogno di essere alimentata da successi.

In realtà, la stima di sé è fondata su tre “ingredienti”: l’amore di sé, la visione di sé e la fiducia in se stessi. Il dosaggio corretto di ciascuna di queste tre componenti è indispensabile per ottenere una stima di sé equilibrata …. 

 

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liberamente tratto da: C.Andrè-F.Lelord, La stima di Sè -Ed. TEA Pratica

Bravi ragazze e bravi ragazzi non abbiamo imparato a dire né a sentirci dire “NO”

dire no

Il titolo espone un’altra grande trappola che troviamo sulla strada per arrivare alla felicità. Ci siamo abituati a credere che fossimo amati per ciò che facevamo e non per ciò che eravamo. Così abbiamo preso l’abitudine di dire sì anche quando pensiamo no e di fare tante cose per comprare l’affetto e la riconoscenza.

Non abbiamo imparato a dire “No” quando lo volevamo, ed ancora meno adirlo con disinvoltura e senza aggressività. Di conseguenza, abbiamo spesso accumulato così tanti “Sì” insinceri, che finiamo, come una pentola a pressione sul fuoco, per esplodere, strillando un aggressivo “No!” in faccia al primo che capita, oppure implodiamo cadendo in preda allo sfinimento, al burn-out o alla depressione, o ancora ci assestiamo nella lamentosa litania della vittima, credendoci sfruttati da tutti e senza nessuna colpa.

E ci ritroviamo infelici! Innanzitutto, perché non siamo riusciti a dire “No” al momento giusto, né alla persona giusta; poi perché siamo esplosi così aggressivamente, spesso riversando le nostre frustrazioni accumulate, sulla persona sbagliata, che diventa il nostro capro espiatorio. Infine, perché noi stessi ci condanniamo senza pietà e senza appello.

Imparare a dire “No” non è facile per riuscire a dirlo in modo affermativo e non aggressivo, si tratta innanzitutto di ascoltare il bisogno dell’altro senza credersi immediatamente obbligati a soddisfarlo. Possiamo certamente contribuire alla sua soddisfazione per piacere, per desiderio, per amore, ma rimanendo consapevoli del fatto che l’altro è pienamente responsabile dei suoi bisogni.

Si tratta poi di ascoltarsi, per riconoscere i propri bisogni e, tra questi, le proprie priorità. Questa operazione consiste nel concedersi tempo e spazio. E non c’è niente che faccia così paura alle persone! Infatti, fare, agire, rispondere “sempre pronta!”, correre da tutte le parti per provare a guadagnarsi o mantenere l’approvazione degli altri, è molto spesso, inconsciamente, un modo di evitare di rimanere soli con se stessi. E’ un modo corretto, sul piano sociale e familiare, di essere nella fuga e non nell’incontro, e questo, sotto la più lodevole denominazione di dovere o di attenzione verso gli altri.

In fondo, non si tratta tanto di imparare a dire “No”, quanto di imparare a non fuggire né a rifuggire la relazione autentica. Con questo voglio sottolineare che si può andare incontro agli altri e dedicarsi alle proprie occupazioni e allo stesso tempo prendersi cura di sé e del proprio essere, senza cercare in ogni modo di fuggire e trascurare i propri bisogni.

Se poco alla volta ci sentiamo sempre più a nostro agio nel dire “No” quando vogliamo, può darsi che ci resti ancora da sviluppare la capacità di accogliere il No dell’altro, quando ci confrontiamo con esso.  La vita nel momento in cui decidiamo di VIVERLA non ci risparmierà questo disagio:nessuno ci dirà Sì tutte le volte, e questo potrebbe essere spesso difficile da vivere.

Il pericolo è quello di rinunciare a noi stessi quando l’altro dice No, per sottometterci alle sue aspettative, oppure di interpretare il No come un rifiuto e quindi di ribellarci contrattaccando. Si crea così fuga o aggressione, di certo non l’incontro.

Quando l’altro ci dice No raramente ascoltiamo tranquillamente i suoi bisogni, ciò a cui dice di Sì, quando pronuncia un No.

Facciamo poi fatica a far valere i nostri bisogni per trovare una soluzione equa per entrambi. Ascoltare l’altro e trovare una soluzione rispettosa dei bisogni di entrambi, non sempre è comodo. Può volerci molto tempo, e costringerci a rinunciare a quello a cui teniamo o a lasciare la presa.

Abbiamo spesso la tendenza a privilegiare la facilità di argomentazioni, espresse come una raffica di proiettili del tipo “Ho ragione perché ….. Hai torto perché …..”; come in guerra, questo scambio di proiettili mira a spostare l’altro dalla sua posizione con la forza. Oppure preferiamo la facilità della rinuncia, con propositi del tipo “ Ok, ok, d’accordo, hai ragione. Lascio perdere e non ti chiedo più niente”, che puntano a trovare la pace attraverso la diserzione. In entrambi i casi siamo infelici per la nostra aggressività o per la nostra passività.

Negoziare o convivere con il No dell’altro, con determinazione e assertività, è tutta un’altra storia!

Così riuscire a dire “No”, in modo cosciente e non telecomandato dall’inconscio, come accettare il “No” dell’altro, presuppone il disagio di conoscersi nelle proprie fragilità e contraddizioni, di accogliersi nella propria impotenza e frustrazione, di sentirsi combattuti o lacerati tra scelte difficili.

Assumersi la responsabilità dei propri “No”, come dei propri “Sì”, accettando anche quelli degli altri, ci rende allo stesso tempo liberi e responsabili delle proprie scelte. Ecco secondo me la fonte di una delle più grandi gioie: il decidere della propria vita osando anche il rifiuto . E non vedo come potremmo vivere questo senza attraversare con coraggio ogni tipo di disagio.

 

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