Gestire gli errori

ERRORI

Vignetta di Massimo Cavezzali ( Cavez)

“Il più grande sbaglio nella vita è quello di avere sempre paura di sbagliare.” Elbert Hubbard

Una delle principali caratteristiche delle persone con poca autostima è la difficoltà di ammettere di avere sbagliato. Infatti riconoscere gli errori sarebbe un ulteriore conferma della propria inadeguatezza e mancanza di valore avendo come modello un ideale irraggiungibile di perfezione.

Questo pensiero trova le sue radici nell’infanzia quando si viene rimproverati e corretti se il nostro comportamento non è conforme alle aspettative di genitori, educatori o altre persone per noi significative. Queste correzioni, purtroppo troppo spesso, non sono circoscritte alla nostra condotta ritenuta “sbagliata” ma vengono accompagnate dal messaggio “tu sei sbagliato”, creando le basi per una considerazione negativa di sé.

Questi rimproveri genitoriali nel momento in cui vengono interiorizzati alimentano il nostro Critico Interiore che perpetua il rimprovero nel momento in cui commettiamo un errore o quando il nostro comportamento non corrisponde agli standard stabiliti.

L’autostima non ha nulla a che vedere con la perfezione e non significa evitare gli errori: vuol dire, invece, accettarsi incondizionatamente con difetti ed errori, con ciò che ci piace e ciò che non ci piace.

Imparare a ridimensionare i nostri sbagli interpretandoli in maniera nuova e diversa limita la loro minacciosità e ce li fa considerare come eventi naturali, addirittura validi per la propria vita.

Questa diversa prospettiva ci permette di apprendere dagli errori e di andare oltre. D’altra parte gli errori sono una funzione della crescita e della consapevolezza, in quanto requisito indispensabile per qualsiasi processo di apprendimento: è difficile imparare qualcosa senza commettere alcuno sbaglio.

Ogni errore ci indica che cosa bisogna correggere e ci porta sempre più vicino al comportamento più efficace.

Chi non rischia per paura di fallire ha poche opportunità di imparare cose nuove e crescere: gli errori non sono degli strumenti di valutazione della nostra intelligenza o del nostro valore, sono semplicemente dei passi verso un obiettivo.

Inoltre gli errori sono un requisito fondamentale per la spontaneità: la paura di commetterne inibisce la libera espressione di sé.

Se non ci diamo il permesso di sbagliare, non ci sentiremo mai sicuri e liberi di esprimere nemmeno le cose giuste. La paura di sbagliare porta all’isolamento ed impedisce la spontaneità, perché costringe a vigilare costantemente sulle proprie azioni e rende timorosi e ciechi di fronte ad ogni opportunità che offre la vita.

Quando prendiamo una decisione, in genere scegliamo l’azione che ci sembra poter soddisfare maggiormente i bisogni che premono al momento. Questa capacità di scelta dipende in gran parte dalla consapevolezza con cui si percepiscono e si comprendono tutti i fattori riferiti al bisogno che si vuole soddisfare. “Errore” è una definizione che applichiamo al nostro comportamento in un secondo tempo, quando la nostra consapevolezza è cambiata e siamo di fronte alle conseguenze della nostra azione per cui avremmo voluto agire diversamente.

La definizione di azione “giusta” o “sbagliata” , “buona” o “cattiva” ci spinge a punirci inutilmente.

Valutazioni più ragionevoli come “saggio”, “efficace”, “inefficace”, oltre a non colpevolizzarci tengono conto del fatto che le nostre azioni possono essere influenzate da una scarsa consapevolezza.

E’ importante, quindi, essere consapevole dei nostri bisogni e di come cerchiamo di soddisfarli per poter riconoscere le nostre azioni inefficaci in modo da poter compiere scelte adeguate e funzionali all’obiettivo che vogliamo raggiungere.

Contraddizioni

contraddizioni

“ ….. Era ormai buio quando la donna smise di parlare. Rimasero lì a guardare insieme la luna che sorgeva.

<<Molte delle cose che mi hai detto sono in contraddizione fra loro >> disse lui.

Lei si alzò

<<Addio>> disse <<tu sapevi che le campane in fondo al mare non erano una leggenda. Ma sei riuscito ad udirle solo quando hai capito che il vento, i gabbiani, il fruscio delle palme facevano parte del rintocco delle campane. Allo stesso modo il Guerriero della Luce sa che tutto quanto lo circonda – le sue vittorie, le sue sconfitte, il suo entusiasmo e il suo scoramento – fanno parte del Buon Combattimento. E saprà adottare la giusta strategia nel momento in cui ne avrà bisogno.

Un Guerriero non cerca di essere coerente: apprende, piuttosto, a vivere con le sue contraddizioni.>>

<< Chi sei? >> le domandò lui.

Ma la donna si stava allontanando. Camminava sulle onde del mare, in direzione della luna che sorgeva ….”

P.Coelho – Manuale del guerriero della luce –

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Citando Whitman: “Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono grande, contengo motitudini ..”

E “moltitudine” vuol dire ricchezza, vuol dire possibilità, vuol dire capacità di vedere le cose da più angolazioni.

Vuol dire anche pieno e vuoto e poi pieno e ancora vuoto.

Vuol dire Essere quello che si è … non più divisi … ma in-dividui unici e irripetibili …

Vuol dire accettare le nostre polarità, le nostre con-fusioni, integrarle dentro di noi ….

Vuol dire guardare la vita con dolcezza e decisione “tenendo botta” da una parte e lasciando andare quello che non serve più dall’altra.

Vuol dire VIVERE PIENAMENTE !!! ….

Consapevolezza, distacco e assenza di giudizio: il giusto mix per ri-trovarsi

consapevolezza 9

“Quando sai cosa stai facendo, allora puoi fare quello che vuoi” M.Feldenkrais

Facendo seguito a vari post su questo tema, vorrei oggi inoltrarmi su una riflessione più approfondita sugli ingredienti necessari per una buona conoscenza di sé: la consapevolezza – il distacco e l’assenza di giudizio.

Spesso si usa il termine “autoconsapevolezza” come sinonimo di “autoconoscenza” in realtà non sono la stessa cosa. “Autoconsapevolezza” è la capacità di dirigere coscientemente l’attenzione verso ciò che avviene fuori e dentro di noi; “autoconoscenza” è la capacità di collegare correttamente i dati raccolti mediante la consapevolezza.

Oltre al saper osservare è necessario, poi, sapersi guardare intorno, imparando a cogliere quei segnali che le altre persone o le circostanze della vita hanno in serbo per noi. Infatti ogni cosa che ci succede, ogni incontro è una esperienza che, piacevole o spiacevole che sia, può insegnarci qualcosa su noi stessi.

Ogni situazione che ci troviamo a vivere è come uno specchio in cui, se sappiamo osservare bene, possiamo vedere riflesse parti di noi che al momento non conosciamo ancora.

Ecco quindi che di fronte ad ogni evento della vita sarebbe opportuno chiederci “che cosa posso imparare da questo? Con quale parte di me che ancora non conosco mi mette in contatto?”.

Queste domande ci mettono in comunicazione con le due parti in cui si divide la “consapevolezza”, quella “interiore” ossia il percepire coscientemente ciò che avviene dentro di noi, nello stesso momento in cui avviene (“qui e ora”) e quella “esteriore” ossia il percepire coscientemente ciò che avviene fuori di noi, nel preciso istante in cui avviene.

Per fare questo è necessario il “distacco”, ovvero, l’atto del percepire come se lo facesse un’altra persona non coinvolta. Per quanto riguarda la “consapevolezza interna” ad esempio sentire nitidamente le sensazioni corporee, le proprie emozioni, osservare il fluire dei propri pensieri, avvertire i bisogni. In ugual modo servirsi dello stesso “io osservatore” per la “consapevolezza esterna”: dunque osservare i fenomeni fisici, atmosferici e ancora di più quelli relazionali, ossia, i comportamenti, le espressioni, gli sguardi delle persone con cui interagiamo, ascoltarne le parole ma anche le tonalità della voce e le pause, avvertirne empaticamente le emozioni, cogliere le loro reazioni alle nostre parole e comportamenti.

Proviamo a considerare la consapevolezza come un punto di vista neutrale come un testimone che osserva dall’esterno qualcosa in cui non è in alcun modo coinvolto. Per arrivare a tale neutralità è necessario “sospendere il giudizio” ossia: osservare senza giudicare. Porsi con mente aperta libera da pregiudizi, condizionamenti e credenze che possono distorcere la nostra prospettiva.

Consapevolezza => sapere con, è la condizione in cui la cognizione di qualcosa si fa interiore, profonda, perfettamente armonizzata col resto di noi stessi, in un uno coerente. È quel tipo di sapere che dà forma alle azioni della nostra vita rendendole autentiche.

Non solo ….. rendendoci coscientemente conto dei nostri bisogni si sapranno, poi, meglio riconoscere e accettare quelli degli altri; accogliendo le proprie emozioni si potranno accogliere più facilmente quelle degli altri; riconoscendo i propri schemi e le proprie maschere si potranno accompagnare più semplicemente gli altri a liberarsi delle loro e tutto questo ci porterà ad instaurare relazioni più sincere e costruttive.

Si tratta dunque di un processo evolutivo circolare, in cui l’esteriorità rimanda all’interiorità e questa di nuovo alla prima e così via fino ad una completa e cosciente integrazione tra queste due sfere dell’esistenza.

E in questo processo circolare di progressiva coscienza di sé si amplia la nostra visuale e di conseguenza muta anche il nostro rapportarci agli altri. Parallelamente si presta più attenzione a se stessi e agli altri al di là degli schemi consueti, rendendosi conto che ciò che accade realmente nel “qui e ora” non è ciò che “dovrebbe accadere” in base alle proprie teorie e aspettative.

Spesso crediamo di vedere le cose come realmente sono, mentre le percepiamo distorte dai nostri schemi mentali, dalle nostre speranze e paure. Non si tratta di fare a meno degli schemi bensì di utilizzare schemi sufficientemente flessibili, essendo disponibili in ogni momento a rivederli e all’occorrenza abbandonarli.

In ultimo, per essere davvero consapevoli è necessario affrancarsi il più possibile da pregiudizi, condizionamenti, credenze che possono distorcere la nostra percezione. Questa è la prima fase di ogni serio percorso verso la consapevolezza per un vivere più consono alla nostra unica e irripetibile natura

 

Camminare …..

camminare 4

Riappropriarsi del tempo. Camminare salendo piano e fermarsi, solo qualche secondo, ad ascoltare il silenzio del nulla. E poi, piano, ricominciare a muoversi.

Fermarsi di nuovo a pensare, parlarsi e rispondersi, ritrovandosi.

Stendersi poi sulla terra, sull’erba e stando giù cambiare la prospettiva e guardare tutto da un altro luogo.

Stendersi ed aprire il sipario su piccole foglie argentate e tremolanti. E stesi così rinascere dalla terra con gli occhi rivolti altrove, su, per incontrarsi in modo nuovo.

Arrampicarsi, aggrapparsi sudando ed ansimando sentire il respiro caldo e vivo. Ansimare in modo naturale e ritmico in sincronia con tutto il resto. E poi fermarsi di nuovo.

Mangiare e sentire sapori nuovi. Gli stessi colori, le stesse rotondità, questa volta vive, entrare lentamente e finalmente essere accolte e riconosciute come amiche.

Mangiare rispettando ogni piccolo pezzo, mangiare mordendo piano, lasciare alla bocca tempo e spazio per esplorare ed assimilare, viva, ciò che è vita.

E poi ricominciare a camminare riscaldati dagli scarponi sporchi di terra, pregni di fango e di vita, umidi di memoria e di emozioni. Lasciarli andare liberi e sporchi, lasciarli scivolare sulla crema nocciolata delle zolle in cima ad una collina fleshata dall’oro metallico.

Camminare fino a quando le luci appaiono ormai lontane, il tramonto riparato, ed i passi riecheggiano nel silenzio e nell’oscurità che è un’oscurità che non minaccia. Tutto senza fretta, assolutamente senza uno scopo, nemmeno quello di arrivare. Lentamente e dolcemente.

Ma cosa vai a fare?

Cammino dentro….. Ed è bellissimo………

 

Daniela Fregosi

 

 

La bussola della vita

BUSSOLA

Su una carta geografica ci si può orientare se si impara a leggere quello che segnala la rosa dei venti. Se la guardiamo da vicino, vediamo che esistono infinite rotte, ma che le quattro fondamentali sono quelle che corrispondono ai punti cardinali: Nord, Sud, est e Ovest.

Più o meno lo stesso accade con il senso della vita: ci sono infinite risposte, ma i grandi gruppi possibili non sono molti.

Se dovessi fare una lista per classificare la gente in base alle risposte date alla domanda: “per che cosa vivi e in che direzione vai?”, credo che non ci sarebbe bisogno di fare più di quattro gruppi:

  • Quelli che cercano il piacere
  • Quelli che cercano il potere
  • Quelli che cercano il compimento di una missione
  • Quelli che cercano la trascendenza

Si può essere d’accordo con questo schema o si può costruire la propria struttura di pensiero a partire da qualcosa di altro, ben consapevoli che è la nostra scelta e di certo nessuno può prenderla per noi. Questo non funzionerebbe perché, per essere responsabili del proprio cammino, bisogna accettare che il senso dipende da noi e, quindi, decidere come indirizzarlo nella direzione prescelta.

La realizzazione personale è un bisogno da conseguire con calma. Quello che non si deve fare è rimanere immobili ad aspettare che qualcuno venga a cercarti o paralizzarsi nel’attesa che il senso della tua vita conduca sulla giusta strada.

Lo dico con assoluta responsabilità e molta consapevolezza del dolore che può causare quello che sto dicendo: se non si riesce a trovare un senso alla propria vita, con il passare del tempo potrebbe smetterne di averne uno!

E’ importante sottolineare che questo cammino solitario e personale, è il nostro ponte verso gli altri, l’unico anello di congiunzione che ci unisce irrimediabilmente con il resto del mondo.

Una volta decisa in che direzione andare non lasciarti convincere che ci sono altri fini più elevati, più nobili, migliori, più operativi o più ben visti del tuo. Lascia che niente ti distragga dal tuo sentiero,soprattutto ciò che dicono gli altri. Difendi il tuo scopo e se, effettivamente, scopri che è quello che dà il senso alla tua vita, vivi per esso!

La ricerca della Felicità non è solamente un diritto di alcuni, è, secondo me, un dovere naturale di tutti!!!!

Lasciati sorprendere…

galleggiare 2

Il destino ha un’inventiva che supera ogni nostra più fervida immaginazione. Quante volte immaginiamo scenari che non si realizzeranno mai, quante volte crediamo di sapere già prima cosa accadrà dopo? Ma la nostra mente, per quanto si accanisca a erigere barriere razionali e a mettere in atto tutte le strategie difensive del caso per esercitare il controllo sugli eventi futuri e sulle emozioni, non riuscirà mai a cogliere il mistero insondabile dell’esistenza o a scongiurare improvvisi e meravigliosi cambiamenti nelle nostre vite.

E’ inutile usare le nostre menti razionali per calcolare le infinite combinazioni: lasciate che il futuro mantenga la sua magia e vi sorprenda.

In Cina un proverbio ci regala una pillola di grande saggezza: “Se il cielo lascia cadere una prugna, apri la bocca”.

Così anche noi…. poniamoci in attesa… sicuri che il destino sta elaborando il miglior piano per noi…..

Questa estate lasciamoci sorprendere…. In assenza di gravità lasciamo che il tempo diventi nostro alleato …. riappropriamoci dei ritmi dettati dal corpo.. restiamo in ascolto ..… respirando….

 

 

BUONE VACANZE….

 

a chi passa di qui per caso…

a chi passa di qui cercandomi…..

a chi passa per noia…..

a chi passa per bisogno….

a chi passa incuriosito…

a chi invece non è curioso ma passa lo stesso…..

e per non lasciarvi troppo soli programmerò una serie di post che vi terranno compagnia 😉 durante questa estate lenta e pigra …. a tutti …..

Buon galleggiamento , lasciando andare le zavorre e

godendo dell’assenza di peso …….

Sull’autoironia

autoironia 4

La capacità di ridere di se stessi presuppone che si sappia in genere su cosa si possa ridere.

Ridiamo spesso volentieri delle disavventure degli altri soprattutto quando ne sono i diretti responsabili. Si parla di “terzo che gode” riferendosi ad una persona estranea alla situazione, che osserva una lite e ne ride proprio perché non ne è coinvolta. Il provare gioia per il male altrui è una forma aggressiva di umorismo.

Nella comicità, nell’ironia e quindi nell’autoironia, c’è bisogno di distanza, ma anche di compassione, bisogna vedere l’altro non come uno stupido che commette degli errori che noi non faremmo mai, bensì come una persona cui è capitato di sbagliare come potrebbe succedere a chiunque. Dovremmo sentirci partecipi della situazione dolorosa che l’altro sta vivendo, e allo stesso tempo, non essendo direttamente coinvolti, riconoscere le circostanze che lo hanno portato all’errore.

Per sviluppare un vero senso dell’umorismo, ci si deve conoscere bene ed essere disposti a prendersi in giro esattamente come faremmo con gli altri.

Una dimostrazione a questo riguardo è proprio la capacità di esagerare i nostri errori abituali ridendoci su, uno stratagemma che nella vita di tutti i giorni può aiutarci a tollerare meglio i nostri insuccessi. Forse in questo modo capiremo che siamo proprio noi a fare in modo che ci capitino sempre le stesse disavventure, acquisiremo più controllo e potere decisionale sulla nostra vita, ci rilasseremo diventando più tolleranti verso noi stessi.

La comicità e l’improvvisazione si influenzano a vicenda, e allo stesso tempo offrono possibilità e suggerimenti per la vita di tutti i giorni che ci avvicinano all’umorismo, sollevandoci dall’inerzia.

Se interrompiamo le nostre abitudini, la vita può cambiare e la gioia aumentare. A questo proposito perché non utilizzare alcune strategie proprie dell’arte comica inserendole nella vita quotidiana?

L’esagerazione è la base della comicità dalla quale discendono la maggior parte delle altre tecniche

Partendo ad esempio dal fare la caricatura di alcuni rituali personali o comportamenti ricorrenti, fino a sdrammatizzare le situazioni stressanti e cogliendo solo l’aspetto comico degli eventi.

Possiamo scoprire tante possibilità comiche in noi stessi. Proprio quando qualcosa va storto, possiamo provare a celebrare la sconfitta trovando forze creative che ci diano energia. Se siamo in grado di accettare i fallimenti e le disavventure che incontriamo nella nostra vita, finiamo con il temerle meno e col liberarci così da paure inutili.

Autoironia come sdrammatizzazione del proprio ruolo e leggero umorismo diretto alla propria persona significa quindi conoscenza dei propri limiti. Quando si riesce a ridere per qualcosa, nel nostro organismo si verifica una scarica di tensioni accumulate che nella mente producono il benefico effetto di sdrammatizzare quello che appariva come un groppo difficile da digerire. Dunque ridere è come versare del lubrificante negli ingranaggi. Tutto tende a divenire meno complicato e più alla portata di qualche soluzione positiva. Avere il dono dell’umorismo è come essere fornito di un passaporto che ci fa superare facilmente molte frontiere senza pagare prezzi esorbitanti.

L’umorismo aiutandoci a scaricare le tensioni ci insegna a relazionarci meno drammaticamente con il mondo e ad avere anche un rapporto migliore con noi stessi. L’autoironia è un segno di equilibrio, di maturità e di saggezza. Chi sa ridere di sé si presenta nel modo migliore agli occhi degli altri e facilità le relazioni smussando i contrasti.

Accettarsi e riuscire a prendersi in giro significa amare se stessi così come si è: riuscire a farlo è indice di una personalità che sa giocare con se stessa e con gli altri.

L’umorismo è una forma particolare di autorappresentazione di sé che ci costringe a guardarci da angolature sempre diverse e che ci permette di riprendere la nostra vera essenza umana, scrostandola da tutte quelle false facciate che adottiamo per vivere in società.

Lavorare sul proprio umorismo, quindi, vuol dire rimettersi in gioco continuamente, e questo non significa affatto dimenticarci del nostro ruolo nella vita ordinaria, ma semplicemente non viverlo in modo totalizzante e annullante. Se riusciamo a fare questo, riusciamo anche a guardare il resto del mondo che ci circonda con un occhio diverso, leggero e divertito, impariamo a comunicare e condividere con gli altri questa nostra particolare visione, migliorando le nostre relazioni e di conseguenza il nostro Ben-Essere.

Scegliere la libertà

catena spezzata

In genere, quando proviamo una sensazione forte e intensamente disturbante in relazione a qualcosa, soprattutto quando l’agitazione è sproporzionata rispetto a quello che sta accadendo, siamo di fronte al segnale che un’abitudine emotiva sia entrata in azione.

E qui si pone il punto di svolta: possiamo lasciare che la reazione prenda il sopravvento, nella trance indotta dall’abitudine, oppure portare un’attenzione più piena a ciò che sta accadendo, entrando ancora di più in contatto con  il disagio e con qualsiasi altro sentimento doloroso, o anche disperato, si nasconda sotto la superficie.

Se, invece di esaminare l’emozione con piena coscienza, la mettiamo semplicemente in atto, non facciamo altro che rafforzare l’abitudine. Se invece scegliamo di confrontarci con l’abitudine, diventando più attenti al miscuglio di pensieri impazziti e sentimenti sconvolgenti, evitando di farci spingere all’azione da loro, si verificherà una progressione tipica il cui risultato sarà che le emozioni inzieranno a fluire attraverso di noi, piuttosto che a controllarci.

Inizialmente, quando rivolgiamo la consapevolezza verso l’esperienza è probabile che i sentimenti diventino anche più intensi e dolorosi. Ma, se rimaniamo con loro, li sentiremo indebolirsi progressivamente e diventare più sopportabili. Poi, se continuiamo a sostenere l’attenzione con continuità mentre la nostra mente attraversa i vari stadi del cambiamento, può succedere che dalla con-fusione emergano intuizioni sulle nostre continue coazioni a ripetere, sui nostri “schemi” comportamentali. L’emergere delle intuizioni e delle possibili soluzioni e vie d’uscita portano con sé l’indebolimento del meccanismo che ci tiene prigionieri.  E’ come se lo schema sapesse che non abbiamo più tanta paura di provare quelle emozioni e allentasse la presa per poi scomparire dalla nostra mente.

La prossima volta che esso comparirà avremo quindi una maggiore familiarità con lui e una maggiore consapevolezza di quello che sta accadendo riuscendo così a distinguere con più chiarezza come opera.

Se vogliamo spezzare la catena dell’abitudine è necessario cercare di diventare coscienti del “magico quarto di secondo”, l’intervallo tra l’intenzione e l’azione, raffinando la consapevolezza così da poterci soffermare con una precisione pienamente cosciente sulle nostre intenzioni.

Un mezzo per sviluppare questa qualità è la pratica della meditazione che si esegue camminando.

Prima di ogni passo , prima di ogni cambio di direzione, la mente genera l’intenzione di compiere un movimento. La piena coscienza porta quel momento, quarto di secondo, a livello di consapevolezza.

State in piedi con le gambe divaricate in modo che tra un piede e l’altro ci sia una distanza simile a quella dell’ampiezza delle vostre spalle. Prendete consapevolezza delle sensazioni che provate, mentre passate mentalmente in rassegna il corpo.

Provate le sensazioni che provengono dalle gambe e dai piedi: la pressione del vostro peso distribuita sulle suole, le sensazioni in ciascuna delle vostre gambe, che stanno facendo piccoli movimenti per mantenervi in equilibrio …

Se la mente si rivolge ad altri pensieri, riportatela semplicemente alle sensazioni legate ai piedi e alle gambe.

Ora iniziate gradualmente a spostare il peso su un solo piede. Osservate le sensazioni legate al movimento … la leggerezza o la pesantezza di ciascuna gamba…

Verificate quanta accuratezza riuscite a mettere nell’osservazione della sensazione che provate, mentre spostate il peso sull’altro piede. Stabilite se si tratta di fatica, pressione, tensione, o tremore e prendetene nota.

Ora sollevate lentamente un piede e appoggiatelo sul pavimento davanti a voi, spostando su di esso il vostro peso. Sperimentate le sensazioni mutevoli suscitate dal vostro movimento, il contatto con il pavimento, lo spostamento dei muscoli quando muovete la gamba …

Quando arrivate alla fine del tratto di strada che state percorrendo, oppure avete bisogno di cambiare direzione, prendete prima consapevolezza del fatto che siete in piedi, poi del processo necessario per girarvi e cambiare direzione.

Muovetevi con circospezione, assorti nell’esperienza di camminare e nelle sensazioni delle vostre gambe e dei vostri piedi, concentrandovi sull’esperienza presente. Quando la mente si distrae tornate con consapevolezza alle sensazioni legate al movimento.

Camminate ad un ritmo che vi consenta di essere pienamente coscienti…..

Potete fare questa esperienza di osservazione in qualsiasi altra situazione, anche con le vostre reazioni emotive. Provate a fare pratica durante la giornata, in modo da capire quanti momenti di intenzione riuscite a cogliere in quel “quarto di secondo” che precede ogni azione.

Per esempio se qualcuno fa qualcosa che vi irrita, prima di reagire fermatevi e portate la consapevolezza sulle vostre intenzioni. Osservate quale sia il vostro impulso, che cosa avreste voglia di fare, e provate a considerare altre possibili reazioni.

E’ sorprendente con quanta velocità il cervello riesca ad elaborare le informazioni, facendo rientrare moltissimi dati in quel quarto di secondo che vi accorgerete sarà più che sufficiente per liberarsi della catena delle reazioni “abitudinarie”

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liberamente tratto da:

T.Bennett-Goleman – Alchimia Emotiva ed. BUR

Addio bianco e nero …..

bianco nero rosa

Troppe volte pensiamo che la nostra vita sia fatta solo di bianco o di nero, di positivo o di negativo.

Se una giornata inizia “storta” difficilmente prendiamo in considerazione la possibilità che con il passare delle ore si possa “raddrizzare”, viceversa “se ci dice bene” viviamo con il terrore che il momento “si” possa passare … perché tanto si sa il bel tempo dura poco…..

Provate a fare questo semplicissimo esercizio….

Prendi un foglio e traccia su di esso una riga verticale che lo divida esattamente in due parti.

Procurati due matite , una rosa e una nera.

La rosa indicherà la positività, i momenti sì, le emozioni piacevoli, il nero la negatività, le burrasche del cuore, i momenti “storti”, le emozioni spiacevoli.

Alla fine della giornata, prendi un momento tutto per te e cerca di individuare l’emozione prevalente della giornata appena trascorsa.

Una volta che è individuata, tieni il foglio davanti a te e associa mentalmente il colore alla giornata: rosa o nera?…

Ora ripercorri con il pensiero le ore appena trascorse e le emozioni che hai provato, anche le più sfumate. E man mano che le “incontri” scrivile sul foglio inserendole nella metà rosa o nera a seconda del colore alle quale le associ.

Quando hai finito alzati, distraiti e torna lì dopo qualche minuto.

Guarda il foglio attentamente cercando di rimanere neutrale, semplicemente osservando le emozioni che si sono alternate nella giornata.

Ripeti l’esercizio per qualche giorno.

Grazie a questa tecnica otterrai una visione più panoramica e realistica della tua vita e ti renderai conto che questa è colorata di entrambe le polarità del vivere in un continuo fluire di “pieni e vuoti”, emozioni e stati d’animo differenti e opposti sono sempre compresenti, anche quando una giornata appare, a prima vista, tutta bella o tutta brutta, positiva o negativa…….

L’ascolto del dolore

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“L’uomo dovrebbe imparare ad affrontare il dolore perché non è tutto da gettare via. C’è un dolore che tormenta e uno che matura. Un dolore che distrugge e un altro che avvisa per tempo di ciò che occorre fare.” Romano Battaglia

Un altro post, di questo blog, sul dolore che in questo periodo di profonda crisi politica, sociale, economica sembra essere prepotentemente alla ribalta, declinandosi in tutti i suoi aspetti. Primo fra tutti la perdita di identità , quel sottile tarlo , di colpo diventato realtà, di non appartenere a se stessi …..

Molte persone scoprono di vivere una vita in-autentica, mentre desiderano vivere pienamente, o almeno sentirsi vive. La loro rinascita è sempre preceduta da una lunga sofferenza; in molti casi, al dolore in un primo momento è negata dignità e valore. Si impongono di non pensarci o si sforzano di convincersi che tutto vada bene. Se la raccontano, come si dice.

Vari anestetici sono disponibili allo scopo, con nomi commerciali quali: “sono io quella sbagliata”, “c’è chi sta peggio di me”, “sono infelice perché corro dietro a fantasie”, “sono troppo sensibile e mi lamento per cose da poco”, “sono io che chiedo troppo”.

Molti sono i convincimenti con cui si cerca di anestetizzare il dolore, dai più popolari: “ma si, va beh, fa lo stesso”, “non importa”, al più filosofico “la felicità che io cerco è in realtà un’illusione” e al rassegnato “in fondo le mie amiche stanno peggio di me”.

Tali anestetici sono spesso iniettati in vena, a titolo di aiuto, proprio dalle persone che ti vogliono bene, o dovrebbero volertene. Tuttavia, anch’esse vanno capite: farsi carico dell’altrui dolore è molto disturbante. Bisogna amare molto chi sta male, per condividere la sua sofferenza e attraversare insieme la lunga e oscura notte del “perché sono infelice e cosa devo fare per non esserlo più”.

Ci vuole grande forza per lasciarsi investire dal dolore altrui, dargli un senso, partecipare al disorientamento di chi soffre. E non tutti hanno questa forza.

E così minimizza le parole del dolore, facendole apparire sciocche, esagerate , superficiali . E’ più facile tergiversare, far finta di non capire, non dare peso, scoraggiare, far balenare i pericoli che il cambiamento potrebbe provocare.

Ma se il dolore non è accolto e se non si trovano le parole esatte per dirlo, è costretto ad aprirsi nuovi varchi, a cercare sbocchi anche laddove non saprebbe consentito.

Il passaggio decisivo è smettere di fuggire, lasciare che la sofferenza non ci risparmi, permetterle di diffondersi fino a sentirne la ferita profonda. Rifiutare le facili anestesie, sentire, percepire, vivere il dolore. Trattarlo come un utile campanello d’allarme, piuttosto che un ospite indesiderato.

Spesso il dolore dell’identità negata genera un sommovimento interiore, una ribellione di cui si intuisce l’enorme potere deflagrante, in grado di destabilizzare la situazione personale. Il vulcano che si riaccende è l’immagine più adeguata. La persona percepisce di avere dentro di sé una bomba con la miccia accesa. Molti si propongono di spegnerla, immergendola nell’acqua della rassegnazione, del senso di colpa che in realtà nascondono un’oggettiva complicità con il male che ha generato l’infelicità.

La perdita della propria identità si comunica spesso alla coscienza con immagini che alludono alla morte. La più classica è la sensazione di soffocamento, di mancanza d’aria, di spazio vitale.

Ma anche la sensazione di vivere in un sarcofago, di indossare un abito che non è il proprio. Non diversamente dal sentirsi spenti, insensibili e anestetizzati e dal non doversi fare più alcuna domanda e farsi andare bene tutto, per non soffrire.

Domina una sensazione di appiattimento, di perdita generale di interesse per la vita.

Molte volte mi raccontano anche la sensazione di estraneità alla propria storia personale: di aver fatto molte cose , ma per costrizione, per senso del dovere, senza un’intima partecipazione. E comunque non per quello che sono o eseguendo cose “che non mi appartengono, in cui non mi riconosco”.

Il cambiamento, e lo ripeto ancora,  richiede di stare dentro al proprio dolore, sentirlo, lasciarsene invadere, lasciarlo entrare e dargli un nome.

La consapevolezza, è bene saperlo, è sempre figlia del dolore …..