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Affrontare le paure III parte

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“La nostra paura del peggio è più forte del nostro desiderio del meglio. Elio Vittorini”

Come ho detto in chiusura dello scorso post in questo articolo vedremo come verificare la veridicità delle nostre credenze.

Per prima cosa iniziamo ad analizzarne le origini => quando abbiamo sviluppato questa credenza?

Normalmente c’è un momento nella nostra vita in cui essa emerge e noi iniziamo a crederci. Potrebbe essere perché ci veniva ripetuta costantemente dai nostri genitori o da chi si prendeva cura di noi e alla fine ci abbiamo creduto. Oppure perché abbiamo avuto un’esperienza da bambini che ci ha impedito di vedere soddisfatti i nostri bisogni. O ancora perché abbiamo visto qualcuno essere in pericolo o punito a causa di questa esperienza. Vero è che quando uno di questi episodi è accaduto, noi non avevamo ancora la capacità di riflettere e di dare un senso a quello che succedeva; così abbiamo catalogato l’esperienza come pericolosa e l’abbiamo generalizzata, ossia abbiamo preso un’esperienza che ci è capitata una volta e abbiamo stabilito che ci sarebbe capitata sempre.

Proviamo ora ad andare indietro nel tempo cercando di individuare l’esperienza chiave che ha fatto sì che noi sviluppassimo la credenza legata alla paura che ci blocca oggi. Cosa è successo nella nostra vita in quel momento? Che tipo di emozioni abbiamo provato? Che cosa ci ha fatto veramente paura?

Secondo passo, analizzare le conseguenze => se continuiamo a credere a questa storia, quali conseguenze creiamo?

I pensieri che crediamo sono dei grandi condizionatori di realtà e a loro volta condizionano i nostri comportamenti i quali genereranno risposte provenienti dall’ambiente che non faranno altro che rafforzare le nostre credenze. Ossia le storie che ci raccontiamo diventano profezie che si autoavverano.

Proviamo a riflettere su questi punti:

  • Quando diamo retta alla nostra credenza come ci comportiamo con gli altri?
  • Come conseguenza, quale reazione stimoliamo negli altri che può alimentare la nostra credenza?
  • Quale nuovo comportamento potremo adottare in modo da cambiare radicalmente la reazione degli altri?

Terzo passo, analizzare le probabilità => quali probabilità ci sono che si verifichi questa credenza se adottiamo un nuovo comportamento?

Proviamo ad immaginare una situazione in cui potrebbe scattare la paura legata alla nostra credenza. Ora immaginiamo che, invece di reagire come abbiamo sempre fatto, riusciamo ad adottare il nuovo comportamento individuato nel passo precedente. Quante probabilità abbiamo che la credenza si verificherà nuovamente?

Quarto passo, analizzare il contrario => puoi dimostrare che è vera anche la credenza contraria?

Proviamo a trovare quanti più esempi possibili che dimostrano che è vera anche la supposizione opposta. Ad esempio se la nostra credenza è “se avessi bisogno, nessuno verrebbe in mio aiuto”, dovremo trovare alcuni momenti della nostra vita nei quali abbiamo ricevuto aiuto.

L’ultimo passo, forse il più importante e forse quello a cui non abbiamo mai pensato è quello di integrare le qualità del bisogno opposto al nostro.

Le persone che potrebbero metterci più in difficoltà, in realtà sono per noi dei grandi maestri di vita perché hanno accesso a quelle qualità e talenti che noi non abbiamo ancora sviluppato.

La maturità psicologica risiede proprio nell’equilibrio delle contraddizioni; se abbiamo paura di rimanere soli o di essere abbandonati, guardiamo al profilo opposto (vedi schema) qualcuno con un forte bisogno di autonomia. L’integrazione sarà cercando di diventare persone sempre più indipendenti. A questo punto chiediamoci quindi cosa potrebbe aiutarci a spostare il nostro costante bisogno di attenzione e accudimento verso una visione più autonoma e indipendente di noi stessi? Quale relazione nella nostra vita sarebbe più avantaggiata se imparassimo ad essere indipendenti invece di aspettare continuamente una conferma dagli altri di quanto valiamo?

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(schema da “il potere di cambiare” di G.D’Alessio)

Se invece, al contrario, abbiamo paura di essere soffocati dagli altri dovremo imparare a dare noi stessi, permettendoci di entrare in intimità con qualcuno. Quale relazione nella nostra vita ne uscirebbe rinnovata?

Se abbiamo paura di perdere il controllo, dovremo imparare ad apprezzare il cambiamento lasciandoci andare a quello che la vita ci porta e in questo modo proviamo a riflettere cosa potrebbe diventare possibile se evitassimo di preoccuparci di quanta incertezza dovremmo affrontare per una vita ricca di esperienze. Quali relazioni potrebbero trarre vantaggio se smettessimo di assumerci troppa responsabilità e invece lasciassimo andare il nostro lato più libero?

Se, al contrario, abbiamo paura di sentirci intrappolati e regole e confini ci fanno venire l’orticaria dovremo imparare ad accettare di più la routine, gli impegni e gli accordi. Se fossimo più organizzati e prevedibili quali parti della nostra vita migliorerebbero? E quali relazioni rifiorirebbero se non ci identificassimo più con una persona costantemente ribelle?

Proviamo a considerare la paura come una nostra grande amica; ricordiamoci che molto spesso le esperienze che danno inizio ad un processo di crescita ed evoluzione interiore partono proprio da una paura. Una volta incontrata e chiamata con il suo nome abbiamo l’opportunità di fare una grande scelta: guardarla negli occhi e passarci attraverso integrando nel cammino la qualità opposta che l’ha generata e che magari prima avremo criticato negli altri.

Più integriamo aspetti di noi che abbiamo negato o che non ci siamo dati il permesso di vivere, più la nostra esperienza della vita diventa piena, leggera e appagante.

 

 

 

lberamente tratto da: G.D’Alessio – Il Potere di cambiare – Ed.Rizzoli

 

Affrontare le paure II parte

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Photo by tertia van rensburg on Unsplash

Animiamo la paura di cose inesistenti, che sembrano spine e sono soltanto piume in agguato dietro i muri. Fabrizio Caramagna

Eccoci al secondo passo per cercare di affrontare le nostre paure più ancestrali e continuare così il viaggio più leggeri.

Una delle strade più efficaci per tras-formarci personalmente è quella di identificare e poi mettere in discussione la storia che ci raccontiamo per rendere necessaria la paura.

Queste credenze il più delle volte sono solo costruzioni mentali che usiamo per dare un significato a quello che ci succede, noi però le trattiamo come se fossero realtà e ne siamo così inconsapevoli che ci sorprendiamo se gli altri non concordano con noi.

La grande utilità di mettere in discussione le nostre storie è proprio quello di modificarle da parte integrante di noi, così appiccicate a noi stessi da non riuscire più a distinguere noi da loro, a oggetto di riflessione sul quale possiamo sviluppare una prospettiva diversa. Per fare questo è necessario spostarle dal dentro al fuori; un esercizio utile che ci può aiutare in questo compito è di provare a riflettere, scrivendo poi su un grande foglio, sulla paura che abbiamo identificato nel passo precedente (vedi il post prima) e chiedersi su quali basi l’abbiamo costruita. Domandandoci poi cosa diciamo a noi stessi sul motivo per cui temiamo che quello di cui abbiamo paura possa accadere.

Se abbiamo difficoltà a individuare la storia con la quale ci raccontiamo il motivo della paura, proviamo a verificare se per caso assomiglia a queste supposizioni che scrivo di seguito:

Paura di rimanere soli, di essere abbandonati

  • Se dico la verità, o qualcosa di negativo, gli altri mi eviteranno
  • Sono OK se piaccio agli altri
  • Se deludo gli altri, non mi vorranno più
  • Devo essere all’altezza delle aspettative degli altri
  • Non sono brava abbastanza

Paura di sentirsi soffocati dagli altri

  • Non posso fidarmi di nessuno
  • Se i dovessi aprire troppo gli altri mi ferirebbero
  • Non ho bisogno degli altri per stare bene
  • Io sono nel giusto, sono gli altri che sbagliano
  • Devo essere migliore degli altri per sentirmi bene
  • Sento di valere quando gli altri mi guardano con ammirazione

Paura della mancanza di controllo

  • I cambiamenti sono pericolosi
  • Se la mia vita non è ben organizzata mi sento insicura
  • Il fallimento è la fine per me
  • Le procedure e le regole sono fatte per essere seguite
  • Esporsi con le proprie idee è pericoloso

Paura di sentirsi intrappolati

  • L’abitudine mi uccide
  • Prendere un impegno vuol dire intrappolarsi
  • Ho bisogno di novità, di cambiamenti continui per sentirmi vivo
  • Le regole sono fatte per essere violate

Leggendo queste “supposizioni” alcune potrebbero sembrarci vere, mentre altre assolutamente lontane da noi o di incerta collocazione. Questo perché la storia che ci raccontiamo si basa su esperienze reali vissute nel passato che ci hanno dato un certo imprinting su cui poi ha attecchito la nostra paura; oppure su cose che abbiamo sentito o che abbiamo immaginato, leggendo in maniera distorta comportamenti di altri, ma mai realmente provato.

L’esplorazione di queste supposizioni possono però aprirci le porte verso un nuovo mondo, un mondo che forse non ci siamo mai dati il permesso di scoprire, un mondo dove finalmente possiamo togliere i limiti che ci siamo autoimposti liberando così il nostro potenziale.

Ci sono modi diversi di vedere la realtà e noi come novelli ricercatori abbiamo il dovere nei confronti di noi stessi di trovarne il più possibile per riuscire a vivere con sempre maggior sintonia la nostra avventura esistenziale.

Nel prossimo post una strategia per verificare le credenze legate alle paure ….

 

 

 

 

liberamente tatto da: G.D’Alessio – Il potere di cambiare – ed. Rizzoli

 

Nati per evitare la sofferenza

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“Chi teme di soffrire, soffre già di ciò che teme” M. de Montaigne

Continuando il discorso iniziato con il post precedente andando avanti nella riflessione ….

Quando nasciamo siamo incapaci di vivere in modo autonomo; abbiamo bisogno di costante protezione e amore incondizionato, uniti all’essere considerati e visti.

Quando questi bisogni vengono soddisfatti, la nostra esperienza del mondo è positiva, di completa fiducia così da poter accedere alla nostra vera natura.

Siamo curiosi di conoscere il mondo intorno a noi, accettando le piccole sfide che esso ci propone per imparare a gestire noi stessi e quello che sta fuori di noi.

Da bambini non esiste la concezione del tempo; passato e futuro non esistono, viviamo immersi in un “infinito” momento presente, dove quello che conta è ciò che si fa nel momento.

Da bambini abbiamo anche un’incredibile capacità di sentire le nostre emozioni e di viverle appieno; magari ci manca la capacità di contenerle, ma esprimiamo tutto quello che passa dentro di noi senza filtri. Siamo completamente autentici!

E così senza filtri cominciamo a ad accogliere i messaggi che provengono dall’ambiente intorno a noi, prima di tutto quelli che arrivano dai nostri genitori. E prima ancora di decifrare il linguaggio verbale, siamo bravissimi a “leggere” le emozioni e le reazioni degli adulti, decodificando i significati e le conseguenze per noi e a comprendere quello che li fa felici o scontenti e di conseguenza impariamo a rispondere in modo adeguato.

Quando l’esperienza è dolorosa, impariamo a reagire attraverso schemi protettivi basati sulla paura che si manifestano con i comportamenti di “combattimento – fuga – immobilizzazione” esattamente come fanno gli animali.

Tra i 2 e i 4 anni, iniziamo a sviluppare il “cervello limbico”, responsabile dell’origine e della gestione delle emozioni, insieme alla capacità di verbalizzare quello che pensiamo e proviamo. Cominciamo a capire e apprendere dalle persone che ci circondano chi siamo o chi dovremmo essere e invece non siamo. Siamo ancora piccoli e quello che ci viene detto per noi è legge, abbiamo fiducia di mamma e papà! Dobbiamo per forza crederci, altrimenti come potremmo sopravvivere?

E se loro dicono che siamo belli ci crediamo, ma crediamo anche quando ci dicono che siamo stupidi e non valiamo nulla. Comprendiamo anche quello che ci manca per poter essere degni di quell’amore che per noi è vita. Capiamo che se non siamo buoni, ci sarà un castigo e che se non facciamo quello che ci viene detto verrà l’uomo nero o la polizia a portarci via……

Impariamo la triste verità che non possiamo essere amati così come siamo, ma lo saremo solo a certe condizioni. E questa paura di non essere amati incondizionatamente può dominare la nostra esistenza per tutta la vita.

Da piccoli, però, abbiamo bisogno dei genitori per sopravvivere e quindi faremo di tutto per ottenere il loro amore e la loro approvazione, rinunciando a tutte quelle parti di noi non “gradite”, infilandole in quel famoso “sacco” che ci trascineremo sulle spalle, dando vita alla nostra “Ombra”.

Con il linguaggio impariamo anche ad assimilare i paradigmi della nostra famiglia come se fossero verità assolute, ingurgitandole senza masticarle … “un uomo vero non piange” …. “il mondo è pericoloso” ….. “i soldi sono sporchi” … etc…

Dopodichè iniziamo a costruire le nostre “verità”, in modo da sentirci al sicuro, sviluppando valori, credenze,pensieri, emozioni e comportamenti associati a tutte le esperienze vissute, positive e negative, incluse quelle in cui i nostri bisogni insoddisfatti nell’infanzia o negli anni successivi continuano a non essere esauditi.

Ad esempio abbiamo paura di non essere apprezzati, allora la carriera e il successo professionale sarà l’altare su cui sacrificheremo tutta la nostra vita per dimostrare in ogni modo possibile che siamo all’altezza.

Oppure abbiamo imparato che per essere amati è necessario essere perfetti, così dedicheremo tutta la nostra esistenza all’arduo compito di raggiungere quella perfezione ideale che però non è mai abbastanza. Ecco la necessità di sviluppare quel controllo su tutto e tutti, compresi noi stessi, per assicurarci quel risultato finale che tanto non ci soddisferà mai!

O ancora il bisogno fallito di amore incondizionato può averci reso particolarmente attenti a mettere i bisogni degli altri prima di noi stessi, perché se riusciamo a far felici gli altri, forse quelli ci ameranno. Ci mettiamo quindi infaticabilmente al servizio altrui, senza renderci conto che, per prima cosa, non stiamo rispettando noi stessi.

I nostri valori, quello che per noi è veramente importante, rischiano di essere anche la giustificazione per i nostri comportamenti non funzionali.

Ad esempio una smaniosa richiesta di libertà in una relazione, sbandierata sotto il vessillo “l’indipendenza è necessaria e giusta”, può coprire la paura dell’intimità, proteggendoci dal rischio del rifiuto: do valore all’indipendenza, quindi non mi lego completamente aprendomi totalmente all’altro e così non sarò rifiutato o abbandonato.

Più forte sentiamo un valore, più siamo pronti a difenderlo con le unghie e con i denti, e maggiore sono le possibilità che sia stato sviluppato come mezzo di protezione per evitare l’ennesima insoddisfazione del bisogno.

Con questo non voglio dire che non è bello raggiungere buoni risultati nel proprio lavoro, o che non è bene aiutare gli altri, o ancora non bisogna mantenere spazi di autonomia all’interno di una relazione. Dico solo che quando questi comportamenti sono guidati da un meccanismo di protezione che non ci permette di calibrarli e gestirli, allora ne diventiamo schiavi perché l’obiettivo sotteso ad essi sarà solo il tentare di soddisfare quell’antico bisogno disatteso.

I bisogni insoddisfatti dell’infanzia, con gli anni, si sviluppano e prendono strade più o meno tortuose a seconda delle nostre esperienze.

Di certo tutti i nostri bisogni insoddisfatti possono risalire a uno dei quattro bisogni di base, che vedremo meglio nel prossimo post, con i quali nasciamo:

  • Amore e Appartenenza
  • Autoespressione
  • Sicurezza – Prevedibilità
  • Varietà – Imprevedibilità

E poiché tutto l’apparato funzioni, dobbiamo anche credere che la soddisfazione dei nostri bisogni arrivi dall’esterno. Quando questo non accade, ci comportiamo come vittime. Se le cose non vanno come vogliamo la responsabilità non è nostra.

Ciò che è utile ricordare sempre è che tutta questa costruzione, paradigmi e sistemi reattivi di protezione, è composta da strati in cui ci avvolgiamo come una cipolla per proteggerci ma che alla lunga diventano muri che nascondono a noi stessi e agli altri la nostra vera natura.

Quella che noi chiamiamo personalità, spesso non è altro che la nostra corazza sotto la quale ci siamo ancora noi, unici, meravigliosi e amabili come quando siamo nati. Solo che l’armatura è talmente dura, e denudarci ci fa così paura, che ci convinciamo di essere l’armatura e non colei o colui che c’è dentro.

Quando costruiamo un modo di essere e di agire basato sull’eludere il dolore, e qui finalmente vengo al titolo del post, forniamo agli altri uno strumento per ottenere quello che vogliono da noi. Infatti i meccanismi che mettiamo in atto per proteggerci vengono immediatamente percepiti dagli altri. E’ come avere una pulsantiera sulle spalle, noi non la vediamo, ma gli altri si e possono premere un bottone per scatenare una risposta prevedibile.

Ad esempio se ci portiamo dietro il bisogno insoddisfatto di riconoscimento e vogliamo affrontare il nostro capo per chiedergli un aumento di stipendio, potremmo ritrovarci a ricevere molti complimenti che ci faranno sentire così apprezzati da passare sopra a quel ”no” che il capo fa scivolare nella conversazione, lasciando il suo ufficio perfino soddisfatti.

Più cerchiamo di evitare di soffrire, più rendiamo visibile la nostra pulsantiera e più facilmente ci predisponiamo a farci manipolare.

Senza rendercene conto, creiamo dei fili ai quali ci leghiamo e li mettiamo a disposizione di chi diventerà il nostro burattinaio.

Anziché cercare di vivere la vita senza soffrire, chiusi dentro una corazza che il più delle volte invece di proteggerci ci rende più vulnerabili,  dovremmo imparare a vivere la sofferenza in modo diverso, usandola per crescere e accettandola come un capitolo in più della storia della nostra vita, che ha contribuito a farci arrivare dove siamo.

La spesa intelligente

supermercato

Dopo i precedenti post  in cui le parole, note di un immaginario pentagramma, scivolando via leggere, ci hanno portato in un mondo ovattato un po’ sospeso, una sorta di  “intermezzo” tra il sonno e la veglia, rimettiamoci al lavoro ….

Oggi è tempo di andare a fare un po’ di spesa e poi di riordinare un po’ “casa nostra”.

Immagina il tuo supermercato preferito, luccicante e ordinato, bello, ricco di prodotti, con sconti e offerte … e immagina che al posto di alimentari, bevande e detersivi ci siano altri cartelli che indicano:

  • Credenze fresche per l’autostima
  • Credenze buone per tenersi in forma
  • Credenze utili per la gestione del tempo
  • Credenze fresche per imparare a dire di “No!”
  • Credenze sulle relazioni
  • Credenze sugli altri

Immagina di avere tutti i soldi che vuoi perché la valuta corrente in questo tipo di supermercato è la voglia di migliorare e di provare.

E’ tempo di comprare, di riempire il carrello di tutto ciò che ritieni utile cambiare: che siano due o tre credenze su di te o sugli altri, o che siano una ventina non importa, te lo puoi permettere. Se in futuro vorrai, poi, cambiare questi acquisti, non preoccuparti, potrai sempre farlo, senza scontrino, senza limiti di tempo e senza chiedere nulla a nessuno.

Ora fai i tuoi acquisti di credenze utili e appuntali in un elenco ….

Dopo essere ritornata a “casa”, è necessario trovare il posto per la nuova spesa.

Immagina di fare proprio come se fosse un giorno di grandi pulizie ….

Fai un giro di perlustrazione della tua mente, metti la musica che ti piace e inizia il giro …

Getta nel grande sacco nero tutte le credenze che non ti vanno più, quelle strette, quelle limitanti, quelle inutili, quelle dannose, quelle puzzolenti, quelle che sanno di naftalina ….

Riempi bene il sacchettone, chiudilo con il cordoncino apposito e immagina di scendere in strada e di gettarlo nel cassonetto delle credenze non più desiderabili.

Ora vai a recuperare la tua spesa e immagina di fare un nuovo giro per la tua mente visitando le parti che gestiscono la tua stima, la tua libertà, le tue possibilità, la tua forza, le relazioni, la visione del mondo e riempi gli spazi lasciati vuoti dalle pulizie con le nuove credenze utili.

Fai un bel respiro e passa in rassegna il cervello con gli occhi interni della mente come quando entri in una stanza in ordine e pulita, luminosa e brillante. …

Guardati in giro, nota le differenze e rilassa il corpo …

Benissimo, hai fatto i tuoi acquisti, pulito la casa, sistemato la spesa, immaginando come potrebbe essere la tua vita con queste nuove credenze.

Tuttavia come i prodotti freschi al supermercato, anche le credenze che hai da poco acquistato hanno una scadenza che è rappresentata dalla motivazione e dall’impegno messo per poter usare al meglio una credenza.

Cosa significa questo? Che fare le pulizie e immaginare solo una volta di rimpiazzare le credenze non utili con delle nuove scelte non basta, ci vuole del tempo …

Questo vuol dire che dopo aver individuato le nuove credenze e aver immaginato uno o due volte come sarebbe la tua vita con queste nuove convinzioni, non  ti puoi aspettare di averle cambiate per sempre. Le credenze che hai scelto resteranno nella tua mente ancora per poco se non le consolidi, moriranno quando altre novità ruberanno la tua attenzione e la motivazione sarà dedicata ad altri obiettivi quotidiani.

E allora cosa fare per consolidare adesso le convinzioni scelte?

E’ IMPORTANTE IMMAGINARE E PRATICARE, GODERE E RICORDARE!!!

Prova così: prendi ciascuna credenza acquistata e per ciascuna rispondi alle seguenti domande ….

  • Quando nel mio passato ho manifestato comportamenti che la rispecchino?
  • Come mi sono sentita?
  • Se non ti viene in mente niente, prova a immaginare come ti sentiresti adesso?
  • Come mi comporterei?
  • Chi conosco che possiede questa convinzione?
  • Come mi sentirò domani con questa nuova credenza?
  • E nelle prossime occasioni in cui sarebbe utile averla?
  • Come posso ricordarmi di convalidare questa credenza e renderla sempre più vera per me?

Trova esperienza nel passato in cui ti sei comportata come se avessi quella credenza, ricorda come ti sei sentita, immagina di sentirlo ora e proiettalo nel futuro ….

Ad esempio se una tua vecchia credenza era quella di non essere all’altezza, sicuramente al supermercato avrai comprato una credenza opposta: io sono sempre all’altezza e se non lo sono posso imparare…..

Ora prova a convalidarla dentro di te:

  • Ho già vissuto situazioni in cui mi sentivo adeguata e all’altezza? Come mi sono sentita?
  • Se non lo ricordi prova a usare la fantasia immaginando di esserti sentito all’altezza in un a determinata situazione ….
  • Come ci si sente dentro quando si crede di essere all’altezza? Some sento la sensazione nel corpo? Come scorre? Che idea mi dà?
  • Quale metafora può aiutare a ricordarmi questo stato emotivo?
  • Chi conosco che sembra all’altezza della situazione?
  • Come si comporta? Cosa fa che mi piacerebbe fare?
  • Come parla? Come si muove?
  • Come sta con gli altri? E quando è solo?

Concludendo è importante sapere che molte volte le credenze sono date per scontate e questo è un errore; quando vengono individuate, bisogna capire che nella maggior parte dei casi, esse non sono nostre ma apprese per educazione.

Le credenze sono come tutte le abitudini: con la voglia e l’impegno,  un po’ di pratica e di tecniche giuste si possono cambiare in quello che vogliamo e questo TE LO ASSICURO PROPRIO!!!

 

Convinzioni potenzianti e convinzioni limitanti

convinzioni potenzianti 1

” Possono perché credono di potere” Virgilio

Le convinzioni potenzianti sono quelle funzionali, che ti aiutano, ti sostengono, ti permettono di accedere alla cassaforte che contiene i beni più preziosi, le tue risorse: tempo, determinazione,energia, coraggio, impegno, costanza, entusiasmo, passione, dedizione, risoluzione tantissime altre ancora.

Quelle limitanti invece sono disfunzionali, ti impediscono di attingere al bottino delle risorse e annebbiano le tue potenzialità; esse sono dannose per la tua salute, il tuo equilibrio, per il tuo benessere.

E attenzione le credenze che ti sostengono in alcune circostanze , con alcune persone, in alcuni momenti della vita, potrebbero non sostenerti quando cambia il contesto di riferimento, l’interlocutore ,il tempo. Quindi, il procedimento per usare il cervello nella maniera corretta è valutare di volta in volta la credenza che è più utile sposare,in quella determinata occasione, in base all’obiettivo che vuoi perseguire.

Per esempio, credi sia funzionale essere convinta ” di non poter trovare lavoro, in questo momento di crisi nera?” Come si comporterà, presumibilmente , una persona che ha perso il lavoro, con questa convinzione? Non credo avrà accesso diretto alle proprie risorse. Se già in partenza sa di non avere possibilità con quanta ” convinzione” ( dedizione, tempo, costanza ecc.) controllerà gli annunci di lavoro, caricherà il suo curriculum su vari siti Internet, si proporrà alle aziende, affronterà i colloqui, investirà sulla sua crescita con corsi di formazione per migliorare le sue competenze e capacita relazionali?

Siamo ancora di fronte ad una profezia che si auto avvera, in una cornice davvero poco utile al benessere e all’obiettivo del nostro amico.

“Se sono determinato, un lavoro che mi faccia guadagnare bene lo trovo”: una convinzione del genere, invece, che impatto avrà sullo stesso disoccupato dell’esempio sopra citato? Il problema assumerà una forma completamente diversa: spinto dal fuoco dellea determinazione e della fiducia, batterà ogni strada possibile, cercherà occasioni profittevoli e … anche in questo caso la profezia avrà molte più possibilità di avverarsi. Nulla di matematicamente certo, naturalmente, ma quando spalanchiamo la porta della cassaforte delle risorse, poco o nulla può impedirci di andare dove vogliamo, se lo vogliamo veramente.

Non è quello che accade che fa la differenza, ma come noi interpretiamo quello che accade!

Riassumendo: quando crediamo che qualcosa sia vera, stiamo dicendo al nostro cervello di rappresentarcela in quel modo; per questo le nostre convinzioni personali hanno enorme influenza sul nostro comportamento. Anzi sono direttamente collegate ad esso!

Sono le mappe interne con cui interpretiamo il territorio: quello che facciamo, ciò che diciamo, come ci vestiamo, come trattiamo gli altri; dipende tutto dalle credenze che abbiamo in merito.

Le credenze sono filtri potenti attraverso cui interpretiamo ciò che accade. ” Sposata” una, inconsciamente, dimentichiamo che è solo un’interpretazione della realtà e la trattiamo come verità assoluta. Indossiamo i paraocchi, inseriamo il pilota automatico, puntiamo il mirino inconscio, seguiamo il nostro Vangelo e ci comportiamo di conseguenza.  Tutto a livello inconscio, senza rendercene conto. Favoloso, vero?

Quindi sei tu che devi scegliere a cosa credere. Non che tu non lo faccia già, silo che lo fai soprattutto inconsciamente. Per dirla alla Murphy, ” la probabilità di dirigere consapevolmente gli eventi verso ció che ti fa star bene, è proporzionale alla convinzione di poterlo fare e di conseguenza, al farlo”.

A volte succede che le convinzioni limitanti che abbiamo siano frutto di un tessuto socio-storico-culturale. A volte costituiscono l’eredità di genitori, parenti, amici.

Ciò che a lungo si è ritenuto vero può diventare improvvisamente ridicolo ( pensa a Babbo Natale, il Topolino che porta i soldi oer ogni dente caduto, la Cicogna) e quello che era ( creduto) assolutamente impossibile, con il empo, la tecnologia, le scoperte scientifiche si è rilevato possibile e certo.

Hai una vaga idea di cosa sarebbe successo in passato e di cosa succederebbe nel presente o nel futuro, se le convinzioni limitanti avessero la meglio, paralizzando innovatori, inventori, scienziati, ricercatori, creativi?

Se tutti noi ci fermassimo al ” non è possibile” rischieremmo di trasformarci in zavorre pesantissime, ostacolando il volo a noi stessi e a chi ci è attorno. Hai presente i sub che indossano una cintura con i pesi durante le immersioni. Quei pesi servono a trattenerli sul fondo, aiutandoli a muoversi e a spostarsi come meglio credono. Ma noi, qui sulla terra, non abbiamo alcun bisogno di cinte pesanti che ci trattengono: possiamo respirare semplicemente aprendo la bocca o inspirando ossigeno con le narici, scegliendo ció in cui credere, anche se ritenuto improbabile dagli altri.

Perchè a volte, come ci insegna la storia, succede che qualcuno compia qualcosa di straordinario, ignorando che sia comunemente considerato impossibile: semplicemente non si è lasciato imbracare con credenze limitanti e ha realizzato il suo sogno!!

 

Quello che ci impedisce di accettare ciò che è

genitore che sgrida

 

Fin dal momento in cui apre gli occhi sul mondo che lo circonda, il bambino inizia ad essere condizionato. Entra in contatto con una realtà: l’ambiente. Con rapporti privilegiati: la famiglia. Con suoni, odori, colori, emozioni.

Fin dal momento in cui capisce le parole, memorizza ordini: “No così!”, “Attento che cadi!”, “Così va bene , continua”, “Cattivo!”, “Bravo!”.

Poco a poco il suo mondo prende forma; il bene e il male, il vero e il falso, il bello e il brutto, i valori importanti e quelli da rifiutare, quello che è desiderabile , quello che non lo è ….

Gli viene così comunicata la “realtà”, filtrata dalla percezione e dall’interpretazione di chi lo circonda. Talvolta il bambino si rende conto che qualcosa non va, che quanto vede e ascolta o prova non coincide davvero con ciò che gli viene descritto. Nella maggior parte dei casi, però, accetta l’interpretazione che gli viene trasmessa e non osa dire nulla.

Pertanto, crescendo questa persona si aspetterà che la realtà incontrata coincida con quella che gli è stata descritta. Quando poi si accorgerà che così non è, sceglierà forse di prendersela con la vita, con gli altri, con se stesso per aver “ricevuto” qualcosa di diverso da quanto si aspettava.

Molte sono le credenze errate, tanti i miti cui siamo legati e che ci impediscono di vivere bene.

Una di queste è la credenza secondo cui “i miei genitori avrebbero dovuto darmi quello che i genitori devono dare”: amore, stabilità, norme, valori, formazione e tante altre cose. Dal momento che, “da come la vedo io”, così non è stato, ho il diritto di comportarmi da vittima, di portare loro rancore, di rinunciare a comportarmi da essere umano responsabile.

Accettare quello che è significa tener conto di quello che i miei genitori hanno ricevuto, quello di cui loro stessi sono stati privati. Significa inoltre mettere in evidenza quello che mi hanno dato e magari anche quello che mi hanno permesso di superare a causa delle mancanze che avverto.

Questo mito è simile a quello che consiste nel non accettare le sofferenze o le frustrazioni della vita, con la scusa che devo essere felice, che le sventure a me non devono capitare!

Le grandi teorie psicologiche hanno tentato di identificare e dare un  nome a queste credenze errate che impediscono agli uomini di vedere la realtà. Eric Berne, fondatore dell’Analisi Transazionale, ha evidenziato cinque credenze errate che funzionano come lenti deformanti davanti alla realtà, producendo illusioni e sofferenza. Credenze instillate da quelle famose ingiunzioni verbali o non verbali a cui siamo sottoposti da bambini e che saranno poi la causa delle nostre decisioni di “copione”.

E’ necessario compiacere gli altri, indipendentemente da quanto avvertiamo. Sulla base di questa credenza numerose persone, soprattutto noi donne, immaginano che essendo “sempre disponibili”, ignorando i propri bisogni e le proprie sensazioni saranno amate e ricercate.

Vivere con questa convinzione significa negare la realtà, vuol dire attrarre a sé soprattutto individui egocentrici che vogliono essere serviti e accuditi.

Accettare la realtà,significa essere consapevoli che ciascuno è necessario si assuma la responsabilità della propria vita e che ogni essere umano possiede bisogni, sensazioni, desideri che non ha soltanto il diritto, ma anche il dovere di prendere in considerazione.

Bisogna essere perfetti, tutto quello che facciamo deve essere perfetto. Non è possibile commettere errori, bisogna onorare ogni impegno indipendentemente da quanto ci costa, occorre rispettare le scadenze e dare sempre il meglio con poco.

Anche in questo caso obbedire a queste credenze errate vuol dire vivere nell’illusione, crearsi un momento irreale, generare reazioni di stress che alimentano l’ipertensione, l’emicrania e le ulcere gastriche, per non parlare dei problemi interpersonali.

Accettare quello che è significa ammettere che essere “umani” equivale ad essere fallibili, avere limiti di tempo e di forza. Significa osare dire: “Mi sono sbagliata!” , “Non ce la farò per quella data ..”.

E’ necessario essere sempre forti, non mostrare le proprie debolezze, non chiedere nulla agli altri e cavarsela da soli. Gli esseri umani sono interdipendenti, hanno bisogno gli uni degli altri: “Nessun uomo è un’isola” scrive il poeta John Donne.

Essere forti significa accettare di essere quello che si è, con i propri punti di forza e le proprie debolezze, le proprie competenze e le proprie ignoranze. Forse, da piccoli le circostanze si sono rivelate faticose e non è stato possibile are affidamento su genitori adeguati. Una volta adulto, l’essere umano può scegliere. Può imparare a chiedere aiuto. Può anche imparare a vedere ed accettare ciò che è, anziché quello che erroneamente crede debbano essere le cose.

E’ necessario sbrigarci, non c’è tempo da perdere! Quanto stress inutile per chi ha maturato questa credenza. In realtà sono ben poche le situazioni che ci impongono di essere tesi e di spaccare il minuto. E’ quasi sempre possibile organizzarsi, pianificare in modo da avere tempo a sufficienza per raggiungere i propri obiettivi rimanendo rilassati. Accettare questo vuol dire accettare che ogni giornata sia fatta solo di ventiquattro ore e che il ritmo della vita non ci guadagna nulla ad essere frenetico.

E’ necessario compiere sforzi enormi per vivere in maniera decente.

Chi si nutre di questa convinzione si impegna assai più del necessario. Immagina un mondo fittizio che dovrebbe scaturire dai suoi sforzi. Accettando di vedere e di capire ciò che è, accettando la realtà diventa possibile valutare oggettivamente l’esito delle proprie fatiche e il modo in cui modificare le proprie strategie.

Accettare quello che è, allentare la presa sulle credenze errate e sui miti inutili rappresenta la maggior sfida della nostra esistenza …..

 

Sul “senso di colpa” e sul “dovere” …

senso di colpa2

I concetti di “senso di colpa” e di “dovere” generano ripetute e profonde sofferenze in noi, poiché intrappolano il nostro slancio vitale invece di promuoverlo. La difficoltà a prendere coscienza di cosa il senso di colpa e il dovere nascondono, nasce dal fatto che entrambi, sono animati dalle migliori intenzioni: “E’ mio dovere…”, “Dovrei …”.

Io stessa ho per lungo tempo funzionato nella colpa e nel dovere e conservo di quel periodo della mia vita l’impressione di una profonda divisione. Ogni persona poi che ho incontrato, nella mia professione di Counselor, affermava anch’essa di sentirsi divisa e lacerata.

Il senso di colpa non solo ci ostacola, ma ci blocca e ci consuma interiormente. Se non ce ne prendiamo cura, può trasformarsi in una palude, in un pantano dentro il quale la nostra vita sprofonda e rimane invischiata inesorabilmente.

Il senso di colpa è una combinazione di diversi meccanismi disfunzionali tra cui:

  • Giudizio => su se stessi, sugli altri, sulla situazione o sulla vita: “Sono un egoista, dovrei …”
  • Credenze e pregiudizi => nei confronti di se stessi, degli altri, della situazione, della vita: “I miei figli non ce la faranno mai da soli . Devo …”
  • Pensiero binario => “per prendersi cura degli altri ci si deve scollegare da se stessi ..”
  • Linguaggio deresponsabilizzante => “Bisogna, è così! In veste di buona madre, buon capo, buona insegnante, ecc…., devo …”
  • Insicurezza affettiva => per mancanza di autostima e per dipendenza dallo sguardo degli altri: “Dovrei farlo, altrimenti cosa penseranno di me?”
  • Incapacità di accettare la nostra diversità e la nostra unicità => “Tutti gli altri fanno così. Non mi sembra giusto fare diversamente”.
  • Difficoltà a dire e accettare i “No” => “Quando dico sì, ma in realtà penso no, mi sento in colpa nei confronti di me stessa, perché non mi rispetto. Quando dico no, e lo penso, mi sento in colpa nei confronti dell’altro, perché non è gentile da parte mia …” “Quando l’altro mi dice no, mi sento in colpa verso di lui perché non avrei dovuto fargli la mia richiesta: l’ho disturbato, ce l’avrà con me … Mi sento in colpa anche nei miei confronti. Perché mi faccio sottomettere subito, senza nemmeno provare a continuare la discussione in modo deciso e sereno ..”

Contrariamente alle nostre credenze abituali il senso di colpa non è un sentimento, bensì un giudizio: non ci sentiamo colpevoli, ci giudichiamo colpevoli.

Secondo i nostri usi, le nostre tradizioni morali e il nostro sistema giudiziario, i colpevoli vanno messi in prigione. Così, la parte di noi che giudichiamo colpevole è agli arresti. Non stupisce, quindi, che la nostra vitalità sia ostacolata, immobilizzata. Siamo allo stesso tempo prigionieri e carcerieri della nostra colpa.

Ricordiamo, infatti, che ogni tipo di giudizio rinchiude, limita, blocca, e così facendo, impedisce di entrare in contatto con la realtà, che invece è sempre in movimento e in via di cambiamento.

In fondo, la colpa ci rinchiude e ci impedisce di essere veramente responsabili. Dicendoci “Mi sento in colpa per …” pensiamo di ascoltarci, mentre invece ci scolleghiamo da noi stessi. Se ci ricolleghiamo possiamo sentirci lacerati, divisi, delusi, in collera, a disagio nei confronti dei nostri bisogni di responsabilità, di attenzione, di rispetto, di solidarietà ..

Tuttavia un’analisi sincera delle emozioni e dei bisogni che coesistono, ci potrà aiutare a riconciliare i due lati di noi stessi che sono in conflitto.

Questa riconciliazione, a sua volta, stimolerà la dinamica della responsabilità, che ci permetterà di uscire dalla palude o dalla prigione.

Quando non seguiamo la nostra strada, soffriamo. Se non ascoltiamo la nostra sofferenza e non ce ne prendiamo cura, la vita ci lancia dei segnali sempre più forti per risvegliare la nostra coscienza, per sopperire alla nostra distrazione.

Immaginate di volere svegliare una persona che sta dormendo. Inizierete a sussurrargli qualche parola all’orecchio, poi, se ancora non si sveglia, parlerete ad alta voce. Se dorme ancora, la sfiorerete lievemente con la mano. Se rimane addormentata, la scuoterete vigorosamente. Se dopo tutto questo, dorme ancora, la tirerete giù dal letto gridando: “Svegliati!”.

Noi siamo la persona che dorme, e la vita ci invita al risveglio, alla coscienza, con dolcezza. Se non diamo ascolto alla dolcezza, la vita, non tarderà a svegliarci in qualsiasi altro modo …..

A proposito di focus

focus

“Accadono sempre le cose in cui crediamo veramente

ed è la nostra fedea rendere possibile

ciò in cui crediamo”. F.Lloyd Wright

 

Se vi è capitato di desiderare un’auto nuova, molto probabilmente, dal momento in cui avete deciso di focalizzarvi su quel pensiero, avete cominciato a vedere la “vostra” auto dappertutto: sui cartelloni pubblicitari, sui quotidiani, sulle riviste.

Questo fenomeno non avviene per caso, capita frequentemente, in diverse occasioni.

Le donne che attendono un bambino, una volta accertato il proprio stato, si accorgono improvvisamente che sull’autobus, in metropolitana, ovunque si spostino, ci sono molte più mamme in attesa di quanto lascerebbero credere le statistiche.

Non si tratta di una semplice coincidenza. Il fatto è che l’Universo comprende una moltitudine di segnali. Quei segnali, che ora ci sembra di cogliere la prima volta con tanta nitidezza, sono stati sempre presenti, nulla è cambiato in loro. L’unica cosa che è cambiata è il nostro “focus”. Adesso che la questione ci tocca da vicino, ecco che, improvvisamente, abbiamo polarizzato la nostra attenzione verso qualcosa di specifico e , come se fossimo diventati un potente magnete, incominciamo ad attrarre verso di noi proprio ciò su cui ci siamo concentrati.

Da tutto questo possiamo quindi imparare che è molto più efficace concentrarci su quello che desideriamo piuttosto che su quello che volgiamo evitare. Se guidiamo per una strada di montagna, sarà sicuramente meglio concentrarci sulla strada piuttosto che sul burrone. Detto così sembra ovvio,ma non è sempre così che vanno le cose.

La saggezza popolare è tutta racchiusa nel proverbio “Chi cerca trova”. Potendo scegliere, scelgo di cercare cose belle, così le troverò.

Abbiamo già visto in post precedenti l’importanza del dialogo interno nel trasformare le nostre credenze limitanti in convinzioni potenzianti le nostre risorse per raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati, la base di questo è costituito dalle immagini mentali.

“L’immaginazione è tutto. E’ l’anteprima della attrazioni che la vita ci riserva”. A,Einstein

Per concentrarci su qualcosa, normalmente utilizziamo la nostra fantasia attraverso immagini e parole. Queste ultime costituiscono quell’incessante chiacchiericcio della mente che abbiamo chiamato appunto “dialogo interno”.

I buddhisti paragonano la mente ad una scimmia chiassosa, che si lancia continuamente da un ramo (pensiero) all’altro, senza mai darsi tregua. Provate a fermare il corso dei vostri pensieri anche solo per qualche istante. Sembra quasi impossibile.

Il successo che, in Occidente, sta riscuotendo la meditazione orientale deriva per l’appunto dalle condizioni di stress in cui tipicamente viviamo. Lo stress è l’effetto, la causa è la “scimmia chiassosa” che è andata fuori controllo. Da qui l’esigenza di svuotare la mente per poi riempirla solo di quello che ci serve. E’ come se volessimo fare le grandi pulizie e riordinando la nostra casa. Il tipo di immagini e pensieri che scegliamo determina, infatti, ciò che alla fine otteniamo.

Eppure, la maggior parte di noi trova difficile scegliere su che cosa sia meglio focalizzarsi. Addirittura, a volte, crediamo di essere concentrati sul nostro obiettivo e di aver lavorato per ottenerlo, ma, alla fine, ci ritroviamo delusi. Perché???

Immaginiamo che i pensieri e le emozioni che attraversano il nostro cervello siano come i rami e le foglie di un albero. Le radici altro non sono che un groviglio di credenze e di fantasie. Molte di queste sono negative e si sono formate in seguito a ciò che gli altri, specialmente le persone per noi più importanti, ci hanno detto o fatto nel corso della vita.

Queste storie, queste convinzioni si sono intrecciate fra loro, in modo da formare una sorta di sceneggiatura, che ha finito per determinare il modo in cui ora noi pensiamo ed agiamo. Il più delle volte non siamo nemmeno consapevoli di queste rappresentazioni mentali. Ciononostante, ci siamo così identificati in questa o quella rappresentazione da limitare le nostre potenzialità: “ormai sono fatto così e non c’è nulla da fare” è un’affermazione rivelatrice.

Oppure, a volte, potremmo affermare, in perfetta buona fede: “Ho provato a cambiare, ma non c’è verso. Con me non funziona”. In realtà spesso, pensiamo di migliorare, semplicemente potando i rami. Tuttavia, se non arriviamo a scalzare le radici, saremo sempre prigionieri della nostra vecchia storia.

Per questa ragione, è importante acquisire la piena consapevolezza del proprio dialogo interno, ed è ancora più importante convincersi che non dobbiamo necessariamente credere ai messaggi che noi stessi generiamo, anzi, possiamo ascoltarli e metterli in dubbio ogni volta che lo desideriamo.

La focalizzazione più efficace implica l’uso di immagini mentali e di un dialogo interno orientato verso ciò che desideriamo. L’ideale sarebbe sentirsi da subito “come se” l’obiettivo fosse già raggiunto. Questo non significa dare per scontato un successo senza impegno, anzi vuol dire esattamente il contrario. L’agire trova la propria motivazione nel sentirsi così vicini alla meta che vogliamo raggiungere. Se, viceversa, non riesco ad immaginare la fine del tunnel, non so dove sto andando, o addirittura penso che il successo sorrida a tutti meno che a me, è estremamente probabile che si avveri il mio progetto fallimentare.

Come sempre, per focalizzarsi efficacemente su qualcosa, occorre prima aprirsi, sospendere il giudizio e ascoltare. La difficoltà che incontriamo nel perseguire i nostri obiettivi deriva proprio dal fatto che siamo noi i primi a non credere di poterli raggiungere.

Ora per mettere un po’ in pratica quello che ho detto,se ti va, prova a fare questo esercizio.

  • Immagina di andare ad un colloquio di lavoro o ad una riunione importante e di essere un po’ nervosa. Quale stato emotivo potrebbe esserti utile?
  • Ora dì come vorresti sentirti, usando un linguaggio positivo (ad esempio: “Vorrei sentirmi sicura”.)
  • Adesso pensa ad una situazione in cui ti sei sentita così (o immagina come potrebbe essere).
  • Osserva tutte le sensazioni che avevi in quell’occasione (o che ti piacerebbe provare).
  • Ora utilizza la tecnica del “come se”, portando tutte quelle sensazioni positive nella situazione difficile che dovrai affrontare.

Se hai voglia di confrontarti mi puoi scrivere gabriella.costa.damore@gmail.com ed io sarò felice di risponderti.

E’ il momento di scegliere

rosa dei venti

Gli eventi sono solo eventi; è il modo in cui li percepiamo e reagiamo ad essi che stabilisce la loro importanza e il loro esito nella nostra vita.

Quello che determina il modo in cui reagiamo agli avvenimenti è la nostra personale filosofia e questa dipende da noi.

Possiamo definire “filosofia” come un insieme di credenze, comportamenti o idee che guidano l’individuo lungo le strade della vita, oppure come lo studio dei principi e delle leggi che regolano l’universo. In quest’ultima accezione essa si pone domande e riflette sul mondo e sull’uomo, indaga sul senso dell’essere e dell’esistenza umana e si prefigge inoltre il tentativo di studiare e definire la natura, le possibilità e i limiti della conoscenza.

La nostra personale filosofia è ciò che crediamo sia vero del mondo in cui viviamo. E’ essenziale che viviamo secondo una filosofia personale che ci faccia da guida, una Stella Polare che ci aiuterà a superare i momenti difficili; una filosofia che ci darà forza, pazienza e resistenza; una filosofia che metterà in evidenza i momenti belli per trasformarli in momenti eccezionali; una filosofia che cambierà le sensazioni negative in sensazioni di gioia portandoci un sorriso. E quel sorriso sarà molto di più di una maschera da indossare con coraggio di fronte alle difficoltà; sarà il sorriso di chi sa che il mistero dell’avversità si sbroglierà presto, rivelando un “perfetto “ lieto fine che andrà a nostro vantaggio.

Immaginate di aver subito un’esperienza dolorosa che vi ha portato a scoprire una verità che è stata una benedizione per la vostra vita da quel momento in poi. Maledireste ancora quell’”incidente” o lo definireste “buona sorte”?

Di solito ogni avvenimento ci dà due scelte. Solo con la consapevolezza intesa come parte fondamentale della nostra filosofia, saremo in grado di affrontare la vita con scioltezza, sicurezza e successo.

Solo con questa filosofia potremo raggiungere una felicità profonda e duratura. Sarà questa convinzione che ci farà vedere il lato positivo di fatti apparentemente negativi e ci darà quelle capacità intuitive per guardare agli avvenimenti futuri con ottimismo.

Seguire questa filosofia che ,cambiando totalmente la prospettiva, ci mostra come alla fine tutto torna a nostro vantaggio, vuol dire vivere un “qui e ora” molto più piacevole e intensifica la visione di un futuro più luminoso.

Tenendo a mente le conseguenze delle nostre reazioni, saremo noi a creare quei risultati che fanno al felicità.

Inoltre creando una nostra filosofia personale che sia in linea con il concetto che “tutto quello che mi accade è la cosa migliore che poteva capitarmi e che nulla accade per caso” ci salveremo dal cadere nella trappola del sentirci vittime designate .

“ Il mondo è pieno di cose magiche che aspettano

pazientemente che il nostro ingegno si affini”

Bertrand Russel

A proposito di certezze … credenze e convinzioni

CREDENZE

“Niente è più pericoloso di un’idea quando è l’unica che si ha” E.Chartier

Abbiamo credenze su ogni aspetto della nostra vita: alimentazione, amore, salute, divertimento, lavoro, amicizia. Su noi stessi, sulle nostre capacità , sul nostro valore. La stessa autostima è la più rilevante delle credenze: incide su tutto.

Le convinzioni sono il nostro modo di interpretare la realtà, ma non la realtà stessa! Moltissime persone scambiano le proprie convinzioni per la verità assoluta, esse invece sono personalissime mappe che servono ad ognuno di noi per interpretare il territorio ossia la realtà.

Una convinzione è quello che riteniamo essere vero, perché abbiamo avuto una o più esperienze (o anni della stessa esperienza) che ci hanno portato a credere una determinata cosa e nel fare questo molto spesso dimentichiamo che si tratta solo di interpretazioni, troppe volte inconsapevoli, delle nostre esperienze personali.

Ci sono molti modi per parlare delle credenze. Uno dei più noti è la “profezia autoavverantesi”: più sei convinta di qualcosa più quella cosa tende a realizzarsi. Le aspettative, le convinzioni, portano ad agire di conseguenza, rafforzando la credenza originaria e rilevando ciò che ci si aspetta di cogliere nel bene o nel male.

Quando l’aspettativa che viene trasmessa riguarda una particolare abilità che si possiede e questa è positiva, ciò può fare aumentare la nostra autoefficacia e autostima o al contrario- nel caso in cui l’aspettativa sia negativa – può condannarci ad una scarsa opinione di noi e ad una conseguente bassa efficacia.

Se credi di non avere molte speranze nel fare qualcosa, quanto impegno ci metterai? Poco , discreto o pari allo zero? Quanta energia, se non credi di farcela? Quanto tempo potrai dedicare a fare qualcosa che sei convinta  già di non riuscire a fare?

Dunque tendiamo a realizzare e confermare quello che pensiamo, crediamo, ci aspettiamo, perché partendo da quello che crediamo vero, ci comportiamo di conseguenza.

Le convinzioni sono così radicate in noi che ci guidano nell’interpretare il mondo, distorcendolo e modificandolo a nostro piacimento. E questo accade costantemente, ogni giorno per molte volte, a ognuno di noi: siamo convinti di qualcosa e puff, magicamente, quella cosa tende ad accadere.

Una delle mie convinzioni preferite è: “quel che non mi ammazza mi rende più forte”. Che tipo di comportamenti posso generare con questa certezza dentro di me, quando mi accade qualcosa di negativo? Apprendimento, fiducia, crescita. E se invece io credessi nella convinzione opposta? “Capitano tutte a me!”, Che comportamenti potrei produrre? Vittimismo, arrendevolezza, eccesso di prudenza.

Ricorda: tendiamo a realizzare quanto crediamo essere vero.

Credenze giuste, sbagliate, vere, false, assurde, perfette, valide erronee?? Nessuno di questi aggettivi va bene. Sai perché? Perché le credenze nascono da nostre personali interpretazioni delle esperienze.

Per “esperienza” intendo qualsiasi avvenimento di pochi secondi o molti anni che influenzi la nostra mappa cognitiva. Dunque non solo episodi vissuti in prima persona, ma anche trasmessici da altri, persino un film o un libro sono capaci di innestare riflessioni che portano alla creazione di certezze.

Ambiente, famiglia, scuola, amici, colleghi: tutte le esperienze che ci sono capitate contribuiscono a creare credenze. Un genitore troppo severo potrebbe averci convinto che nella vita “non farai mai abbastanza” o “qualsiasi cosa tu dica non farà la differenza”.

In altre parole, le esperienze ci fanno credere che qualcosa sia assolutamente vera perché l’abbiamo provata sulla nostra pelle, perché la vediamo ogni giorno, perché è successa alla nostra amica più cara. Dimentichiamo, però, che gli eventi subiscono costantemente la nostra personalissima interpretazione, che a sua volta dipende da altre credenze collegate. Interpretiamo, prestiamo attenzione, ricordiamo, distorciamo, cancelliamo continuamente ciò che succede a noi e agli altri.

Se quello che stimiamo essere vero dipende dal significato soggettivo che diamo alle situazioni, perché mai dovremmo formulare un giudizio sulla loro bontà, sulla loro verità? Come facciamo a valutare ciò i cui credono gli altri, se il metro di giudizio varia da persona a persona? Ecco perché non possiamo etichettare le convinzioni come vere, false, giuste, sbagliate. Esse sono il frutto del vissuto di ognuno di noi e poiché siamo tutti diversi e unici, non abbiamo propri gli strumenti per definirle e catalogare quello che crediamo, come buono o cattivo sempre, in modo definitivo.

Tu hai fatto alcune esperienze fino a ora e hai imparato determinate cose mettendo in atto i tuoi singolari filtri interpretativi, così come io ho fatto altre esperienze e ne ho tratto altre conclusioni. Che senso ha, quindi, giudicare le tue interpretazioni, considerandole vere oppure sbagliate? Nessuno , sarebbe bene invece considerare che effetti ha questa credenza sul tuo comportamento?

Questa è la domanda magica per capire se credi in qualcosa di più o meno utile al tuo benessere, alla tua felicità. E’ importante capire gli effetti che le convinzioni hanno sulle risorse di cui disponi.

Esse ci guidano nel comprendere quando accelerare e procedere spedita o quando è il momento di fermarci e tirare il freno a mano. Indicano cosa possiamo o non possiamo fare.

Possiamo distinguerle in “potenzianti” e “limitanti” …. ma questa è un’altra storia e se ti va di sentirla … seguimi ….

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