Mese: Mag 2015

Diventare consapevoli di quello che abbiamo

ALBERO FOGLIOLINA

La mente umana, per sua natura e strutturazione può essere considerata come un potente strumento predisposto a garantire la sopravvivenza dell’intero sistema “essere umano” non solo a livello biologico, ma anche e soprattutto a livello psichico ed emozionale, e si è pertanto specializzata a fronteggiare le carenze e le minacce ambientali.

Per fare questo ha sviluppato una particolare sensibilità basata sulla capacità di immaginazione e di previsione dei pericoli, non solo reali, ma anche delle insidie potenziali. Questa facoltà però ha instaurato nella mente umana una deformazione cognitiva che la rende particolarmente sensibile alle minacce temute tanto che, a volte, essere prendono il sopravvento rispetto alla realtà oggettiva e così portiamo in secondo piano e svalutiamo quello che è comunque presente e abbondante nella nostra esperienza reale.

In altre parole si sviluppa in noi quella che definiamo “percezione di scarsità”, particolarmente attenta e focalizzata su quello che manca rispetto a quello che invece è presente, il cui effetto negativo è che spendiamo molto più tempo ed energia psichica nel vagheggiare su “come vorremmo che fosse”, piuttosto che nel fare l’esperienza piena e abbondante di “tutto ciò che realmente è” nella vita qui e ora.

Questa deformazione si può riscontrare in modo evidente nella cosiddetta “civiltà dei consumi”, dove la percezione di scarsità è utilizzata dal marketing come leva motivazionale per stimolare acquisti sempre più compulsivi. Siamo subissati di spot pubblicitari più o meno espliciti che, sollecitando la nostra percezione di scarsità, continuano a ricordarci che cosa ci manca e di che cosa avremmo bisogno per essere veramente felici.

In altre parole, la comunicazione pubblicitaria insinua continuamente che: “Tu non vai bene così come sei… e solo se comperi il mio prodotto sarai adeguato, soddisfatto e felice”. Questi metodi di persuasione trovano terreno fertile e amplificazione nel nostro mondo emozionale interiore, quando siamo focalizzati su ciò che “immaginiamo ci manchi per essere felici”, piuttosto che attenti ad apprezzare quello che la vita ci offre in questo momento.

A causa della percezione di scarsità può capitare paradossalmente che emerga addirittura  in noi il pensiero di volerci separare dal nostro partner semplicemente per il fatto che non ci accompagna al fare la spesa. In quel momento la percezione di scarsità è così potente da farci sembrare la nostra relazione totalmente insoddisfacente. Questo capita perché a venir riattivata è una nostra vecchia ferita emozionale e la nostra attenzione viene totalmente attratta e assorbita dalla parte dolorante, che vuol essere difesa e protetta. Di fatto, in questo caso, la donna dell’esempio non sta soffrendo per il fatto oggettivo di trovarsi a spingere da sola l carrello del supermercato, ma per la riapertura della sua ferita emozionale dell’indifferenza e dell’abbandono.

Emanciparci dalla ristretta visione della percezione di scarsità ci consentirà di orientarci in modo chiaro e consapevole verso quella che definiremo “coscienza di abbondanza”.

“Coscienza di abbondanza” significa essere in grado di accorgersi di quanto già c’è, di quanto è già presente e disponibile nell’esperienza del momento presente  per essere vissuto completamente, senza rimanere intrappolati dalle immagini vincolanti del passato o inibiti dalle proiezioni ansiogene per il timore di un futuro incerto.

Il passaggio dalla percezione di scarsità alla coscienza di abbondanza non è soltanto un processo di ristrutturazione cognitiva, ma anche e soprattutto uno spostamento dal livello limitato della mente a quello più aperto e libero dell’intelligenza del cuore. Il modo migliore per vivere pienamente la realtà presente in tutta la sua interezza è quello di sviluppare la nostra capacità di riconoscere il “valore” di quello che esiste nel momento presente godendo del bello che c’è ….…..

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liberamente tratto da:

Vignali,Muraro,Mantovani

I quattro passi

Ed. Il Punto d’incontro

Vita!

FIORE TRA I SASSI 3

Io vivo di te, vita!

Vivo l’allegria delle fortune inaspettate.

Vivo la contentezza delle piccole gioie.

Vivo l’amarezza degli schiaffi della sorte.

Vivo la delusione delle aspettative fallite.

Vivo il rimorso delle occasioni perdute.

Vivo l’odore della tristezza.

Vivo la rabbia delle frustrazioni che mi sbarrano la strada.

Vivo la paura che si insinua nella mia mente.

Vivo le battaglie tra il mio cuore e i miei pensieri.

Vivo la nostalgia dei ricordi.

Questo sei tu Vita!

Io voglio vivere tutte le tue emozioni….

Voglio essere riso quando rido,

voglio essere pianto quando piango,

voglio essere rabbia quando mi arrabbio,

voglio essere tristezza quando sono triste,

voglio essere disperazione quando sono disperata.

A quel punto la vita mi abbracciò teneramente e mi disse ….

Grazie!

Grazie perché accogli i miei lati più belli; ma grazie perché accogli anche i miei lati più brutti.

Grazie perché riesci a capirmi e grazie perché non mi giudichi.

Ma soprattutto grazie perché riesci a prendermi per quella che sono … in tutta la mia totalità, in tutta la mia interezza …..

“Se della vita si vive appieno solo il suo bello essa diventa meno bella … Se invece si vive appieno anche il suo bruto, essa diventa più bella ….” O.Falworth

Il bambino “emozionale”

bambino emozionale

“ il vero nettare della vita è dentro di te. Proprio in questo momento puoi ritornare in te, guardare dentro di te. Non c’è bisogno né di preghiere né di adorazioni. Tutto ciò che serve è un viaggio silenzioso verso il tuo essere. E quando trovi il tuo proprio centro, hai trovato il centro dell’intera esistenza.” Osho

Ieri durante una sessione con una cliente abbiamo lavorato sulla “paura” , il terrore paralizzante che ci annienta sovrastandoci e impedendo ogni movimento. Quel sentirsi piccoli e indifesi in balia degli eventi. Quel sentirsi traditi e calpestati senza più alcuna fiducia da dare , nemmeno a se stessi. Emozione che come un torrente impetuoso ci investe e travolge , facendo emergere la parte più fragile, e piccola di noi. E’ lo stato mentale del “bambino emozionale”  che  prende il sopravvento facendoci identificare totalmente con l’emozione che proviamo, senza la capacità di distanziarcene per esplorarla. Che fare dunque?

Accogliere, accettare e com-prendere, osservando il nostro bambino “ferito” senza giudizio , senza allontanarlo ……

[…] Immaginate che un bambino entri nel vostra camera e vi chieda di uscire a giocare con lui. Comincia a fare i capricci. Voi vorreste che capisse che potrete giocare con  lui domani, che oggi non è proprio possibile. Ma “domani” non significa nulla per lui. Si mette a pestare i piedi: “No! Adesso!” dice. Finchè, pieno di rabbia scoppia a piangere.

Dentro di noi abbiamo una parte che è esattamente come quel bambino: non ha alcuna nozione del domani, non sopporta di aspettare né di venire contrariata, non sa posporre la gratificazione e il piacere a un altro momento perché non crede che ci sia “un altro momento”, non ha uno spazio dentro di sé dove contenere il dolore o la frustrazione. […]

[…] Possiamo chiamarlo “stato mentale del bambino ferito” o spazio interiore del “bambino emozionale”.

In questo stato di coscienza siamo incapaci di stare con ciò che c’è, di essere presenti e contenere l’esperienza, siamo spaventati, diffidenti e molto insicuri. E queste paure ci rendono impulsivi, reattivi e costantemente inquieti.

Quando ci troviamo in questa struttura mentale non siamo di solito consapevoli di niente altro in noi se non di questo spazio, ci identifichiamo totalmente col bambino emozionale, incapaci di vedere che non è ciò che siamo. Molti, a causa di ferite subite nell’infanzia, ferite profonde e non ancora guarite, sono sempre pieni di paura, vergogna e sfiducia, finendo con il crearsi un’identità basata su quel bambino emozionale. Ma quelle qualità sono parte della nostra natura, ci sono state instillate come risultato del condizionamento e delle esperienze su cui non avevamo controllo.

La mancanza di comprensione e di spazio per le paure, i bisogni e i comportamenti del bambino emozionale, crea infelicità nella nostra vita ed è causa di molti dei nostri problemi soprattutto relazionali.[…]

Quando penetriamo nello stato del bambino emozionale […] ci sono due aspetti. Il primo, ciò che è manifesto, è costituito dai comportamenti che condizionano la nostra vita:

  • Reazione e controllo
  • Aspettative e pretese
  • Compromesso
  • Assuefazione
  • Pensiero magico

Queste sono le cinque facciate che l’altro si trova davanti quando si relaziona con noi.

Dietro questi comportamenti c’è un’altra parte, più profonda, costituita dalle emozioni:

  • Paura e choc
  • Vergogna e insicurezza
  • Bisogno e vuoto
  • Angoscia
  • Sfiducia e rabbia

Quando siamo nello stato del bambino reagiamo in modo automatico agli eventi della vita. Le reazioni sono determinate dalla paura che se non reagiamo ci accadrà qualcosa di brutto o non riusciremo a ottenere ciò di cui abbiamo bisogno. Dallo stimolo passiamo automaticamente alla reazione, senza alcuna consapevolezza di cosa stia succedendo e perché. Reagiamo così velocemente e automaticamente perché sentiamo che è questione di vita o di morte.[…]

[…] Il bambino interiore ha delle aspettative, sugli altri e sulla vita. Si aspetta che i suoi bisogni saranno soddisfatti e che sarà liberato dalle paure che lo affliggono. E’ naturale che un bambino senta così, perché trovandosi in uno stato di impotenza e insicurezza cosa altro potrebbe sperare per sentirsi al sicuro? In certi casi sono state vissute talmente tante delusioni che le aspettative sono state seppellite sotto uno stato di rassegnazione, ma sono ancora lì .[…]

[…] Le paure sono ben radicate nella nostra mente e si basano su esperienze passate, alcune delle quali sono state dimenticate; inoltre, siccome il bambino è ferito, quando ne siamo dominati non ci sentiamo liberi o spontanei, ma pieni di vergogna, inadeguatezza, senso di inferiorità, tristezza, rabbia e sfiducia. Non ci sentiamo autosufficienti, al contrario ci sentiamo vuoti e aneliamo disperatamente che qualcuno colmi quel vuoto. Normalmente siamo molto identificati con lo stato mentale del bambino. Quando cattura la nostra coscienza sembra essere totalmente ciò che siamo. Essendo persi nelle nostre reazioni, subissati dalle aspettative o sopraffatti dall’insicurezza e dalla paura, ci è difficile immaginare che ciò accade solo perché il bambino emozionale dentro di noi ha preso il comando.[…]

[…] Quando incontriamo lo stato del bambino emozionale …… non lo reprimiamo, non lo mandiamo via. Ciò creerebbe solo difficoltà, perché lui andrà altrove a sfogarsi, o potrebbe ripiegarsi su se stesso, nascondendo il suo entusiasmo e le sue doti ….. Quello che faremo è cercare di capire il suo comportamento e ciò che nasconde: daremo dunque il nostro amore e la nostra attenzione al bambino emozionale, osservandolo senza giudizio. Questo non lo fa scomparire, ma non sarà più quella potente forza nascosta nella nostra vita che, senza che ne siamo consapevoli, guida i nostri comportamenti e le nostre emozioni ….. Quei comportamenti, reazioni, aspettative, assuefazioni e compensazioni, sono sintomi di profonde emozioni nascoste, ma praticando pazientemente l’”essere con” queste emozioni quando sorgono, anziché giudicarle, impariamo a riconoscere e a contenere le sensazioni di sfiducia, paura, vuoto e insicurezza che stanno dietro a questi comportamenti. […]

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Liberamente tratto da:

Krishnananda – “Uscire dalla paura” – Ed. Feltrinelli

Una storia …

SENTIERO

“Metà di ciò che dico è insensato,

ma lo dico perché l’altra metà possa raggiungerti…” (Gibran)

Non possiamo modificare il passato: possiamo invece modificare la valutazione del passato e le emozioni con cui accettiamo, neghiamo o dimentichiamo eventi ormai trascorsi……

Se dunque vogliamo procedere verso una vita ricca e diventare autonomi è necessario vivere l’attimo, traendo da esso tutto ciò che può renderci migliori e liberarci dal peso del passato, per guardare con fiducia al nostro futuro……

Due monaci erano in pellegrinaggio, avevano già camminato molte miglia evitando dove potevano la società; appartenevano ad un ordine particolare di monaci che proibiva di parlare o toccare donne. Non volendo offendere nessuno, si mantenevano fuori mano e vivevano lontani.

Ci fu la stagione delle piogge e stavano attraversando una larga pianura, sperando che il fiume che dovevano attraversare non fosse impraticabile.

Da lontano videro che il fiume aveva rotto gli argini, ciononostante i due monaci speravano che il traghettatore sarebbe stato in grado di portarli al di là del fiume con la sua barca, ma avvicinandosi al punto di attracco non videro segno del traghettatore.

La barca sembrava fosse stata spazzata via dalla corrente e l’uomo del traghetto era restato a casa.

C’era invece una donna vestita con abiti eleganti ed un ombrello, che implorò i monaci di aiutarla a passare poiché aveva una cosa urgente da fare e il fiume, sebbene largo, non era profondo.

Il monaco giovane la ignorò e guardò lontano, il più vecchio non disse niente ma la portò sulle spalle fino all’altra riva.

Per la successiva ora di viaggio, attraverso fitti e intricati boschi, il monaco più giovane ignorò il più anziano condannando la sua azione, accusandolo di tradire l’ordine e le sue regole. Si chiedeva: come ha potuto? Cosa stava pensando? Cosa gli ha dato il diritto di farlo?

In maniera fortuita i monaci entrarono in una spianata, e il monaco anziano si fermò e guardò dritto negli occhi del più giovane, ci fu un lungo momento di silenzio.

Alla fine in tono dolce, con occhi lucidi e gentili, il monaco più vecchio, semplicemente disse:” Fratello mio, io ho messo giù quella donna un ‘ora fa. Tu la stai portando ancora”.

Giro girotondo, casca il mondo …..

girotondo

“Giro girotondo, casca il mondo, casca la terra … tutti giù per terra! …”. Questa filastrocca, che da bambini tante volte abbiamo recitato, riassume bene la vertigine che ci coglie quando, di fronte alla nostra vita, ci sentiamo disorientati e senza una chiara direzione, quando non comprendiamo più il senso di quello che stiamo facendo.

A volte ci prende il terrore di perdere il controllo, di cadere ed essere perduti.

Altre volte teniamo duro, mentre sentiamo lo stress salire, la rabbia per qualcosa che è accaduto, montare in noi.

Sentiamo la folla delle autoaccuse rivoltarsi contro:” Ma perché deve accadere a me? Ma cosa ci faccio qui? Ma perché non ho un’altra vita? Ma perché non sono diversa?”

In questi casi, quando temete più di tutto di crollare, provate … a cadere davvero!!

Si, non resistete (leggi QUI), non tentate di fare muro di fronte alla paure e alle ansie.

Fatevi sopraffare, dichiarate forfait, alzate bandiera bianca.

Cedete! Vedrete che, se non cercate di controllarle, le ansie, possono diventare, piano piano, una parte utile.

Non vi assaliranno di colpo per distruggervi, ma cercheranno uno spazio innocuo dove insegnarvi il valore profondo della fragilità ….

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Di seguito un utilissimo esercizio che faccio fare sovente durante i percorsi di crescita, un esercizio di rottura e smantellamento di ciò che è statico che apre alla possibilità di cambiamento.

  • Siediti a terra e allungati su un fianco, sostenendo con il braccio sinistro il tronco, su una superficie morbida: un tappeto, la moquette o un materassino posato a terra.
  • Lascia che la sensazione di panico ti invada, fino a provare la paura, per te ormai abituale, di non farcela a reggere.
  • A questo punto senza indugio, stacca il braccio da terra e crolla su un fianco. Di colpo, con un movimento netto. Puoi aiutarti stringendo e braccia intorno al tronco chiudendo gli occhi.
  • Rimani lì distesa per qualche istante. Ti accorgerai che la tensione si è del tutto allentata e che, senza una ragione, sgorgherà spontanea una risata …..

Come un disegno sulla sabbia

DISEGNARE SULLA SABBIA

Per capire in che modo si forma la nostra personalità dobbiamo guardare nel nostro passato e considerare come certi processi mentali uniti alle risposte che abbiamo ricevuto dall’ambiente e a fattori costituzionali innati l’abbiano via via forgiata. Finchè continueremo tuttavia a pensare che, siccome siamo adulti, la nostra personalità sia già del tutto definita, sarà veramente difficile riuscire a cambiarne certi aspetti.

È più giusto considerare la nostra personalità, e in particolare la parte che afferisce alla nostra identità, ossia alla concezione che ho di me stesso, non come una struttura rigida e definita, ma come un processo dinamico.

Se l’identità, quindi, è un processo dinamico, devono ovviamente esserci delle forze che via via sono in grado di costruirla, che le danno stabilità e che possono anche alterarla. Se vogliamo intraprendere un processo di cambiamento personale, è importante capire questo gioco di forze.

Per focalizzare meglio l’origine della nostra identità, cerchiamo nella memoria della nostra infanzia il ricordo di un’estate trascorsa al mare. Più di una volta ci sarà capitato di avvicinarci alla riva per fare un disegno sulla sabbia. Vi ricordate il dispiacere che provavamo quando un’onda più forte del previsto cancellava in un attimo la figura che avevamo disegnato ?

Qualcosa di simile accade nella costruzione della nostra identità , o, per meglio dire, nel modo in cui ci definiamo a descriviamo a noi stessi.

 Con il tempo creiamo qualcosa di simile alla figura disegnata sulla sabbia, che in questo caso sarebbe il nostro autoritratto. Ogni volta che diciamo ” io sono così” e ” io non sono così” aggiungiamo nuove sfumature al quadro, a quella figura fatta di sabbia. È facile quindi dedurre che tutti i nostri comportamenti e tutte le nostre azioni saranno in stretta relazione con il modo in cui vediamo noi stessi.

Per definire noi stessi prendiamo informazioni da fuori, e ovviamente dalle persone che ci stanno intorno,. Ogni volta che qualcuno usa nei nostri confronti il verbo “essere”, ci fornisce una parte dell’informazione che utilizzeremo per costruire il nostro autoritratto.

Ad esempio se qualcuno che per noi rappresenta una grande autorità dice:” perché ci provi se non ne sei capace!” il suo commento può modificare l’immagine di noi stessi che via via ci stiamo costruendo.

In realtà nessuno è veramente consapevole di quanto sia importante cosa mettiamo dopo il verbo “essere”,visto che è proprio a partire da questo verbo che costruiamo gran parte di quello che modella la nostra identità.

La cosa più logica sarebbe capire che il nostro autoritratto non è altroché una rappresentazione che ci siamo fatti di noi stessi, ma che noi, in realtà, siamo molto di più.

Tuttavia non ci rendiamo conto di quanto tendiamo a identificarci con questa immagine che abbiamo di noi, dal momento che ce la costruiamo nelle prime fasi della nostra vita.

Quando questo autoritratto sarà ben definito e la vita ci offrirà un’occasione sotto forma di sfida, allora consulteremo la nostra immagine come se si trattasse di uno specchio magico capace, a seconda di chi siamo, di rivelarci se saremo in grado o no di affrontare questa prova. Se lo specchio ci risponderà di no, saremo invasi da un senso di inadeguatezza e di incapacità che ci inibirà completamente.

Se un qualsiasi evento della vita, o semplicemente un’altra persona, cerca di cambiare l’immagine che ci siamo creati, noi cercheremo di opporci proprio come il bambini si oppone all’idea che l’onda del mare possa cancellare la figura che con grande fatica ha disegnato sulla sabbia.

D’altra parte noi siamo convinti di essere quell’immagine: non capiamo che si tratta solo di una rappresentazione e che in realtà noi siamo molto di più. È incredibile fino a che punto possiamo opporci al cambiamento. È facile capire come mai abbiamo così tanta paura del cambiamento: sappiamo che, se l’immagine cambia, non saremo più in grado di riconoscere noi stessi.

Come è possibile che l’essere umano, che pur si considera così intelligente, possa cadere in una simile trappola? Semplicemente perché è lui stesso a crearla, senza nemmeno rendersene conto.

Noi esseri umani ci costruiamo  una rappresentazione di noi stessi e ce la teniamo ben stretta, non vogliamo lasciare la presa. E per questo c’è una ragione profonda: se l’immagine con la quale ci eravamo identificati scompare, abbiamo la sensazione di morire, di scomparire anche noi.

In realtà non è vero che le persone non possano cambiare; e invece, senza nemmeno rendersene conto, si oppongono terribilmente al cambiamento.

È come se un bruco si opponesse all’idea di vedersi trasformare in farfalla. Immagino che, nel momento in cui il bruco entra in quello spazio scuro e indefinibile  che deve essere il bozzolo, sia unicamente la fiducia nell’intelligenza superiore della natura a indurlo a rimanere là dentro e farlo entrare nella sua fase di crisalide. Quando il bozzolo si aprirà, al posto del bruco uscirà una farfalla. Non è avvenuto soltanto un cambiamento, ma una vera e propria trasformazione. Anche se non lo sapeva la sua identità di bruco contemplava la possibilità di volare. Tuttavia solo dopo la trasformazione in farfalla questa possibilità è diventata una straordinaria realtà.

In modo analogo, se solo mettessimo a frutto il nostro potenziale,molte cose sarebbero possibili, ma di fatto non lo sono, poiché non appaiono sensate e ragionevoli dal punto di vista della nostra identità.

Eppure la possibilità di volare, che non è nè sensata nè ragionevole dal punto di vista del bruco, lo è perfettamente da quello della farfalla.

In altre parole, ogni identità possiedi un unico angolo di osservazione, e non potrà averne un altro a meno che non siamo disposti a trascendere la nostra stessa identità, a scoprire che nella vita non siamo esseri irrigiditi in un ruolo fisso e ben definito, ma siamo creature capaci di esprimere una creatività straordinaria.

È in questo che consiste la scoperta della nostra magia.

” Una cattiva abitudine arriva come un ospite, entra a far parte della famiglia e finisce per prenderne il controllo” Talmud

La sindrome di Peter Pan (III parte)

peter pan 1

Eccoci arrivati alla parte finale di questo breve viaggio all’interno della Sindrome di Peter Pan , quel particolare comportamento psicologico che si manifesta negli adulti ed è caratterizzato da un comportamento infantile ed un rifiuto di qualsiasi tipo di responsabilità.

L’ultima paura da analizzare è “la paura di entrare in una nuova fase”.

Ci sono nella vita certi momenti in cui è necessario assumere un ruolo diverso, cambiando contesto sociale, passando gradualmente da adolescenti ad adulti, da celibi o nubili a sposati, da marito o moglie a padre o madre e così via.

L’accesso ad una nuova fase avviene di solito grazie ad un processo per gradi, mediante tradizionali riti di passaggio che ci aiutano nella transizione verso il nuovo ruolo. Sono le cerimonie, come i fidanzamenti e i matrimoni, che rendono ufficiale il cambiamento: in questi casi viene dichiarato pubblicamente l’inizio della nuova fase.

Le mutate condizioni di vita contemplano nuovi doveri e responsabilità aggiuntive, ma soprattutto modificano la posizione della persona nella società.

Generalmente i genitori trovano molto difficile accettare che i figli mettano su famiglia e il drago proverbiale della suocera rientra esattamente in questa situazione.

Una donna riesce a fatica a compiere il mutamento da madre (e quindi numero uno nella vita del figlio) a suocera (e perciò numero due); tutti i difetti che le suocere vedono nelle nuore altro non sono che il loro modo di dire al figlio: “non avresti dovuto lasciarmi perché sono ancora io la numero uno”. La madre cioè si tiene aggrappata al vecchio ruolo e rifiuta di mollare la presa anche se la situazione è cambiata. Dal momento che il figlio è stato il punto focale della sua vita è comprensibile che il suo andar via di casa le provochi un turbamento emotivo, e tuttavia, prima o poi, la conversione di ruolo deve realizzarsi.

E’ il forte timore di dover abbandonare uno stile di vita familiare, con tutte le assicurazioni emotive connaturate, che spinge molte persone a resistere al cambiamento. La futura suocera teme di perdere il figlio e di non essere più indispensabile, Peter Pan ha paura di perdere la voglia di divertirsi e di intraprendere nuove avventure, cose che lui associa all’infanzia; entrambi si preoccupano perché si basano sul presupposto, pessimista, che con l’inizio del nuovo ciclo la vecchia fase dovrà essere completamente abbandonata: ma la realtà non è questa.

Anche se muteranno alcuni aspetti, altri rimarranno invariati: Peter Pan lascerà il Paese Che Non C’è, ma il suo spirito di avventura lo indirizzerà verso luoghi capaci ugualmente di soddisfare il suo bisogno di libertà. Invece di perdere i vecchi amici, sarà capace di farsene dei nuovi. La suocera acquista una figlia e le rimane più tempo libero per sviluppare altri interessi, diventando così una donna più attraente.

Riassumendo la Sindrome di Peter Pan è un trauma che blocca lo sviluppo emozionale del bambino.

In altri termini, la persona colpita cresce normalmente, la sua intelligenza si sviluppa ma il suo cuore resta bloccato nell’infanzia, come Peter Pan che vive immerso in un mondo meraviglioso, lontano dai problemi dei grandi. Ed è proprio così che  questa sindrome appare all’inizio dell’età adulta.

L’origine della sindrome è da ricercarsi  nella più tenera infanzia,  che  rappresenta il periodo durante  il  quale  ogni  individuo  costruisce  il  proprio  equilibrio  emotivo.  Di  solito  è  l’amore trasmesso  dai  genitori  che  permette  lo  sviluppo  di  questa  armonia.   Quindi  all’origine  della sindrome potrebbe  esserci una  carenza affettiva: chi durante  l’infanzia,  è  stato  poco  amato, crescendo può sviluppare un malessere. Una  volta  diventato  adulto,  l’individuo  che  ha  vissuto  questo  trauma  durante  l’infanzia,  avrà difficoltà a gestire i propri sentimenti. Si tratta dunque, di una paura cronica che le persone  estranee alle emozioni degli adulti vivono quotidianamente e che spesso genera  tensioni con gli altri. La minima osservazione diventa un ostacolo enorme da superare.

Vi è quindi una sorta di  rifiuto di calarsi nel mondo con le limitazioni che questo comporta. Egli è un essere perfetto che vive in un suo mondo ideale: è vivace, curioso, brillante;ed  ha un’inestinguibile sete di novità,  di esperienze. Inoltre  è egocentrico, impaziente, “al di là del bene e del male”,  incapace di fare i conti con la realtà ma è anche  ottimista, impulsivo, incostante. Vive in un mondo che non esiste, l’Isola che non c’è, e non ha nessuna intenzione di abbandonarla, anzi, essa rappresenta per lui l’unica realtà possibile.

Nel suo mondo egli è il padrone assoluto e tutto esiste unicamente per lui, in funzione dei suoi desideri e dei suoi umori. L’unica cosa che conta è stare bene, ed essere felici ma soprattutto  non avere bisogno di nulla e di nessuno. Egli è perfetto in se è una sorta di “ Dio”  a cui tutto è dovuto e davanti a cui il mondo s’inchina ammirato.

Le piccole banalità quotidiane, le fastidiose difficoltà della vita gli scivolano addosso.

Il “Puer Aeternus” non ha dolori o affanni, quindi non li può riconoscere nell’altro: una battuta, uno scherzo, ed ecco che se ne va, pronto per un nuovo gioco.  Tutto gli è permesso, senza alcun limite, tempo, spazio e possibilità sono concetti non compresi. Se vuole qualcosa, lo vuole subito, e non contempla la possibilità di non essere esaudito, anzi, non contempla nemmeno il dover chiedere per ottenere.

Egli usa l’intelligenza, ed è estremamente attento al mondo esterno: ma l’attenzione può venire distorta,  nel  tentativo  di  difendersi  da  ciò  che  può  essere  spiacevole.  Attenzione  non necessariamente vuol dire consapevolezza, anzi: qui è spesso un attenzione selettiva che elimina alcuni aspetti di realtà, e porta quindi ad una percezione distorta dell’esperienza.

Il rifiuto della banalità è evidentemente un modo per confermare la propria unicità; la solitudine, l’individualismo e il non adattamento alle regole sociali sono tentativi di alimentare l’ideale di sé.

Talora  accade che il Puer si trasformi in quello che Hillman  chiama Senex (l’anziano),  che il sognatore si trovi ad affrontare la dura realtà, ed assuma un atteggiamento cinico, disilluso e meschino  rinnegando  come  stupidi  sogni  giovanili  la  propria  parte  fanciullesca. Evidentemente questa non è un’evoluzione, bensì il precipitare nella polarità opposta, il rifiutare la parte di sé spensierata in nome di un  amaro materialismo.

Certamente per evolvere, il Fanciullo dovrà affrontare il proprio aspetto ombra, quindi dovrà integrare quegli elementi di concretezza, senso pratico, che appartengono al Senex.

Ciò che davvero manca al nostro Peter Pan è la capacità di amare. Entrare nei rapporti significa esporsi al rischio di soffrire e la fuga dal dolore è quanto di più caratteristico del Puer. Nel suo mondo, naturalmente, il dolore non esiste. Questo però  implica mantenere la distanza, da una parte di sé innanzitutto, e poi dall’altro.

Nella lotta fra emozione e pensiero, quest’ultimo è il vincitore assoluto. Tuttavia, dare spazio all’emozione significa sperimentare la pienezza della vita. In questo senso, il Puer non vive, poiché non è connesso al cuore. La sua vita è nella testa, nelle idee e  nella fantasia. Il potere del sentimento è negato. Egli deve abbandonare l’egocentrismo e calarsi in quegli aspetti della realtà che cerca con tutto se stesso di evitare, una realtà fatta di sofferenza ma anche di profondo nutrimento.

Peter Pan può crescere solo aprendo gli occhi sull’altro. La sua evoluzione passa necessariamente per la scoperta del dolore dentro di sé, che aprirà le porte all’amore.

Egli deve imparare ad amare, innanzitutto se stesso, nella propria pienezza di essere umano, facendo  i  conti  con  i  limiti,  il  dolore,  la caducità.  Da  qui,  egli  potrà  vedere  l’altro  e  amarlo, riconoscere se stesso nell’altro.

La sindrome di Peter Pan (II parte)

isola che non c è

Occupiamoci ora della terza paura che sta alla radice del complesso del “puer aeternus”: la paura di dire di no.

Il compromesso rappresenta un ingrediente vitale della società in quanto rende possibile ad un grande numero di persone di vivere insieme ed interagire in maniera costruttiva.

Fare compromessi significa negoziare affinchè si possa ottenere almeno parzialmente quello che si vuole. I problemi sorgono quando ci compromettiamo in situazioni inaccettabili, quando la parola “compromesso” diventa un eufemismo per l’incapacità di dire di “NO”.

Se non riusciamo assolutamente a dire di No, non stiamo prendendo sul serio i nostri bisogni, o noi stessi, e gli altri se ne accorgeranno e ci tratteranno di conseguenza.

Si tratta, quindi, come negli altri casi, di un atteggiamento di autonegazione indice di crescita interrotta.

All’inizio, il mondo di un bambino si limita ai familiari più stretti, genitori, fratelli o sorelle; essi sono tutto quello che ha, e il suo obiettivo principale è quello di essere amato e accettato. Farà, quindi, di tutto per ottenere il loro amore, giungerà perfino a rinnegare i propri sentimenti di odio e di rabbia se l’amore dovuto gli appare difficile da ottenere. Il bambino non può permettersi di mostrare quei sentimenti negativi perché in quel caso i genitori gli vorranno meno bene; di qui, quindi, la sua disponibilità a tollerare ogni scortesia e ingiustizia nella speranza che un giorno la sua pazienza sia ricompensata.

Ma se il tempo passa e la situazione non cambia, la rabbia si accumula e, nel caso non venga mai esternata, essa troverà sfogo interiore provocando frustrazione e, in ultima analisi, depressione.

Da adulto, questo bambino sarà una persona incapace a riconoscere i propri bisogni, e anche se si troverà in una posizione in cui gli sarà possibile soddisfare le sue necessità, non saprà farlo perché non ha mai imparato a rispettare se stesso.

La ferma convinzione che esprimere la propria rabbia sia un errore porta alla frustrazione e all’abito mentale per cui ci si accontenta di quello che si ottiene, con la conseguenza che perfino una piccola quantità di affetto ci sembrerà meglio di niente.

Eccoci alla “paura dell’autorità”.

Peter Pan si rifugia nel suo “Paese Che Non C’è” per sfuggire ad un mondo dominato dalle mamme e dalle tate in cui i bambini devono obbligatoriamente seguire le regole stabilite dagli adulti. Ribellandosi al mondo dei grandi, raduna un gruppo di ragazzi e ne diviene il capo, diventando lui stesso la figura che incarna l’autorità dettando le regole.

Grazie al suo carattere onirico, nel Paese Che Non C’è tutto si svolge senza intoppi, e nessuno del gruppo si ribella mai all’autorità di Peter : è il numero uno naturale perché solo lui possiede poteri magici e quindi non deve temere critiche e opposizioni; il suo talento e le sue capacità lo collocano su di un piano superiore e lo pongono per diritto naturale nella posizione di eroe del suo mondo.

Ma questo è proprio il modo in cui un bambino considera i suoi genitori: creature divine dotate di conoscenze infinite, innumerevoli abilità e poteri magici. Ciò è ben comprensibile se pensiamo che un bambino non ha in pratica nessuna conoscenza, abilità o potere proprio e deve perciò avvertire un senso di meraviglia nei confronti dei grandi e delle loro capacità. Quando si è piccoli l’autorità dei genitori viene di solito accettata di buon grado; tuttavia, l’illusione dell’onniscienza e dell’onnipotenza degli adulti si scontrerà un giorno con la realtà. Per Peter Pan, però, questo processo non avviene mai.

Crescendo, i bambini imparano molte cose e cominciano ad aggiustare il tiro sulle capacità dei grandi, perdendo la loro ammirazione per i genitori; questo processo può risultare doloroso per entrambe le parti e i ragazzi finiscono per non essere più disposti ad accettare l’autorità senza discutere. Inoltre sono bravissimi a rilevare i comportamenti contraddittori e incoerenti dei genitori e li fanno subito notare con grande imbarazzo dei grandi.

Punire costantemente i figli perché ci hanno criticato non aiuta comunque a salvarci la faccia, anzi, suscita solo rabbia. Più sono rigide le regole imposte e più sarà la delusione dei figli quando si accorgeranno che anche i genitori le violano e più aspramente li giudicheranno. Se non ci sono margini di accomodamento per circostanze straordinarie , il mondo viene diviso in giusto e sbagliato, in bianco e nero, in bene e in male, e quando l’ordine viene sconvolto si verificano conseguenze spiacevoli.

La maniera di porsi di fronte all’autorità da parte di una persona riflette la maniera in cui i genitori si sono serviti con quella stessa persona della loro posizione di figure dotate di autorità.

Un’avversione generalizzata per l’autorità è indice di un arresto nella crescita personale ad un certo momento dell’infanzia o dell’adolescenza. Se non riponiamo fiducia in noi stessi, avremo la sensazione di non saper controllare quello che ci accade, sentendoci in balia di tutti quelli che stanno sopra  di noi.

Anche se quando diventati adulti riusciamo a riconoscere i difetti dei superiori, seguiteremo tuttavia a temere la loro disapprovazione; malgrado, quindi, le nostre paure e il desiderio di sfuggire di fronte all’autorità, questo non sarà mai possibile nella realtà perché ovunque andiamo, qualunque professione facciamo, qualsiasi vita possiamo condurre, ci troveremo sempre, prima o poi, a dover fare i conti con persone che occupano una posizione superiore alla nostra.

E dato che la nostra stima personale sarà ad un livello minimo, automaticamente promuoveremo la maggioranza delle altre persone ad un grado di autorità superiore e visto che non proveremo rispetto per noi stessi, gli altri ci tratteranno in maniera irrispettosa il che rafforzerà il nostro senso di inferiorità ….. eccoci quindi intrappolati nel circolo vizioso senza via d’uscita …..

Ci ritroviamo nel prossimo post con l’ultima paura e le considerazioni finali ……

La sindrome di Peter Pan (I parte)

PETER PAN

Varie mail mi hanno sollecitato a scrivere questo post per illustrare quella che è una delle sindromi “molto gettonate” ai nostri giorni: “il complesso di Peter Pan”, il “puer aeternus” che non vuole crescere, che è rimasto fermo alla propria infanzia dove tutto è bello, tutto è possibile. Incapace di fare i conti con la realtà, rifiuta di calarsi nel mondo, con le limitazioni che questo comporta. Pur non costituendo   una malattia mentale la sindrome di Peter Pan è un modo di funzionamento della psiche che, per quanto si possa vivere “bene”, rischia di condurre alla depressione o di creare seri problemi di relazione con gli altri.

Il nome deriva dal titolo del libro scritto da James Matthew Barrie “Peter Pan, o il ragazzo che non voleva crescere” in cui il protagonista è un ragazzo invincibile dotato di poteri magici che porta i bambini Wendy, John e Michael nel “Paese Che Non C’E’”, paese a cui gli adulti non possono accedere.

Le vicende che si susseguono sono un alternarsi di sogno e di incubo: i bambini devono far fronte a situazioni diverse, dalla lotta coi pirati al superamento di varie prove, ma nonostante feroci battaglie non viene mai sparso del sangue, il bene trionfa sul male e ogni vicenda ha un lieto fine.

Il Paese Che Non C’E’ è un mondo lontano dalla realtà, dove i piccoli non sono tenuti ad obbedire ai genitori, e che per Peter Pan costituisce l’unica realtà esistente. Peter Pan, negando che la vita vera sia una grande avventura, non riconosce niente altro al di fuori del suo regno e questo è il motivo per cui, alla fine, respinge l’offerta della madre di Wendy di andare a vivere nella loro famiglia.

A seconda dell’infanzia che abbiamo avuto ci siamo formati un’idea di quello che vuol dire essere adulti. Se siamo cresciuti in un ambiente in cui i grandi erano persone sensibili che si godevano la vita e che sembravano padroneggiare gli eventi, diventare adulti era per noi una cosa da attendere con impazienza.

Se, invece, i grandi ci apparivano depressi e senza più entusiasmo, o sempre di cattivo umore, la prospettiva della maturità ci doveva apparire abbastanza scoraggiante.

Il fatto che i bambini abbiano una conoscenza limitata delle possibilità offerte dalla vita restringe la loro visione del mondo, rendendoli così incapaci di scorgere le opportunità esistenti da cui trarre il meglio, almeno finchè la loro visione rimarrà circoscritta. Essi vivono in un mondo piccolo dove l’ignoto e l’inspiegabile sono spaventosi ed evocano poteri mistici al di là del loro controllo. Solo quando affrontano e superano nuove situazioni e difficoltà, i bambini imparano a trarre dall’esperienza conoscenze aggiuntive utili ad allargare gli orizzonti del loro mondo.

Se però una persona viene esposta ad un eccesso di situazioni traumatiche, è possibile osservare il movimento opposto, cioè il distacco graduale dal mondo esterno con la delimitazione dei confini da non superare.

Invece di vivere le trasformazioni psicologiche naturali dell’adolescenza, le persone affette dalla sindrome di Peter Pan passano direttamente dall’infanzia all’età adulta senza passare per la fase adolescenziale. In altri termini, la persona colpita cresce normalmente, la sua intelligenza si sviluppa, ma il suo cuore resta bloccato nell’infanzia, come Peter Pan che vive immerso in un mondo meraviglioso, lontano dai problemi dei grandi…

Quali sono i principali sintomi??

Anche se gli adulti sono giunti all’età dei trent’anni o addirittura sono vicini ai quaranta, continuano a comportarsi come bambini. Normalmente queste persone sembrano essere sicure di se stesse ed addirittura mostrano una certa arroganza; ad ogni modo, questa è solo una corazza per nascondere le loro insicurezze e l’incapacità decisionale. Queste persone si nascondono dietro le scuse e le menzogne con l’obiettivo di nascondere la loro incapacità di crescere; parlano normalmente di progetti fantastici, affari incredibili, grandi avventure amorose…Queste fantasie (nella maggior parte dei casi impossibili da realizzarsi) permettono loro di sfuggire alle loro responsabilità e poter così dare la colpa agli altri delle cose negative che accadono loro.

  • Si sentono profondamente sedotti dalla giovinezza, fase che mantengono idealizzata tentando di negare la propria maturità.
  • Paura della solitudine.
  • Profonda insicurezza e bassa autostima.
  • Il loro atteggiamento si concentra nel ricevere, chiedere e criticare ma non si preoccupano di dare o fare. Questo fa sì che vivano concentrati in se stessi e nelle loro problematiche senza preoccuparsi troppo per ciò che succede alle persone intorno a loro.
  • Considerano che il compromesso sia un ostacolo alla loro libertà.
  • Non si prendono la responsabilità delle proprie azioni mentre gli altri devono farlo per loro.
  • Si sentono continuamente insoddisfatti di ciò che hanno ma non prendono nessuna iniziativa per risolvere la situazione. In parole povere potremmo dire che sono persone che vogliono tutto, ma non desiderano fare nulla per ottenerlo.

Vediamo ora le paure , perché di grandi PAURE si tratta, che stanno alla base di questa situazione di blocco:

  • La paura di esplorare il mondo al di fuori della propria realtà
  • La paura di prendersi la responsabilità delle proprie azioni
  • La paura di dire di “NO”
  • La paura dell’autorità
  • La paura di entrare in una nuova fase

Iniziamo ad esplorare il primo punto “la paura di esplorare il mondo al di fuori della propria realtà”.

Ognuno di noi costruisce la propria realtà e si forma un’immagine mentale di come funziona il mondo per sé e per gli altri, così che ogni immagine è unica . Comunicando con un’altra persona, impariamo a conoscere la sua realtà, scoprendo fino a che punto le due immagini si sovrappongono e in che misura differiscono.

Se percepiamo la realtà in maniera simile all’altro, è più probabile che stringiamo amicizia rispetto al caso in cui le nostre interpretazioni del mondo divergano ampiamente. Trovare un’altra persona che condivida il nostro atteggiamento nei confronti della vita è piacevole e confortante perché convalida e rafforza il nostro punto di vista, rassicurandoci nell’autostima. Più persone sono d’accordo con noi e meglio ci sentiamo, sempre più certi di essere dalla parte della ragione.

Di conseguenza tutto quello che è al di fuori della nostra realtà viene considerata una sgradevole e non desiderata intrusione da guardare con sospetto.

Più tempo si sta con quelli che la pensano come noi, e meno si ha la possibilità di allargare i propri orizzonti, e al contempo sarà più probabile farsi turbare da situazioni che escono dai confini della nostra realtà. Questo non significa che sia sbagliato o dannoso condividere le opinioni di molte persone, anzi, tutti noi abbiamo bisogno di sentirci accettati e appoggiati dagli altri. Il punto è che ogni tanto risulta importantissimo avventurarsi al di fuori del proprio contesto, altrimenti si rimane fossilizzati e si diventa inflessibili.

Passiamo ora al secondo punto: “la paura di prendersi la responsabilità delle proprie azioni”.

Nella vita noi tutti dobbiamo fare delle scelte, dalle decisioni quotidiane per il fine settimana o per l’acquisto di un nuovo vestito a quelle più impegnative come l’acquisto di una macchina, la scelta se mettere al mondo un figlio o della carriera professionale da intraprendere.

Da piccoli, ci sentiamo sollevati se i grandi prendono le decisioni per noi, anche se a volte le scelte degli adulti possono non piacerci, ci sentiamo sempre tutelati nella consapevolezza che, se qualcosa va storto, la colpa non sarà mai nostra perché le decisioni non le abbiamo prese noi.

Alcune persone non abbandonano mai questo abito mentale di addossare le responsabilità a qualcun altro; del resto, sentirsi dare la colpa per un errore o per una svista è un’esperienza spiacevole. Più piccola è la stima che si ha di se stessi e più alte sono le probabilità che si cerchi di negare l’errore o che qualcun altro faccia da capro espiatorio, invece di riconoscere la decisione sbagliata e prendersene la responsabilità.

Una famiglia in cui i genitori rimproverano aspramente il bambino per tutti gli errori che commette senza dargli la possibilità di spiegare le sue ragion i può portare, nella vita adulta, alla sua paura di farsi carico delle responsabilità, semplicemente perché a quell’età gli sarà ben radicata in mente l’idea che se qualcosa va storto ci saranno conseguenze spiacevoli.

Resta comunque il fatto che prima o poi è necessario renderci indipendenti dai genitori e cominciare ad assumere le decisioni e soprattutto la responsabilità delle nostre azioni…..

Per gli altri punti seguimi nel prossimo post ….

Conflitti … limiti … frustrazioni …

biglie 2

Molte persone odiano e temono i conflitti. Cosa non farebbero per evitare uno scontro: fuggire, scusarsi, capitolare al solo scopo di smussare le asperità. Sono convinte che i conflitti rappresentino un fiasco in un rapporto e che nella vita sociale occorre fare molte concessioni. Tuttavia è la vita stessa che regolarmente dimostra a questi individui come ciascun permesso fatto al solo scopo di evitare un conflitto alimenti l’astio. Tutte queste concessioni vengono poi immagazzinate e contabilizzate dall’inconscio e, prima o poi, il conflitto non risolto esplode con una violenza ed una aggressività direttamente proporzionale al tempo in cui è rimasto latente.

Non è possibile evitare sempre di dire no!

Ad un certo punto, bisognerà pur stabilire dei limiti.

Nel frattempo, se non diciamo di no agli altri, diciamo dei no a noi stessi, al rispetto verso la nostra persona, verso i nostri bisogni e i nostri desideri. E’ dunque un tradimento personale ciò che ci infliggiamo ogni volta che rifiutiamo lo scontro.

Nel momento in cui rifiutiamo di prendere in considerazione la possibilità di un confronto, permettiamo all’altro di occupare tutto lo spazio del rapporto. Conflitto non è necessariamente sinonimo di violenza e aggressività. Inoltre, i conflitti rappresentano una componente naturale della vita di gruppo e sono indispensabili per far rispettare l’individualità e lo spazio personale. Accettare questo fatto è il primo passo da compiere per non avvertire più quella sensazione di smacco ogniqualvolta si prospetta un conflitto. Occorre inoltre prendere coscienza del fatto che i limiti sono indispensabili. Una vita senza limiti è come un paesaggio immerso nella nebbia.

L’integrazione mentale dei limiti è indispensabile all’equilibrio psicologico di un essere umano, perché i limiti rassicurano, strutturano e costruiscono l’identità.

Abbiamo bisogno di avvertire il nostro territorio e i suoi confini, così da sapere fino a dove possiamo spingerci e dove è bene fermarsi.

Spesso i genitori storcono il naso all’idea di stabilire dei limiti per i figli, ma ciò e lo dico soprattutto da mamma penso sia sbagliato.

Infatti se il bambino va alla ricerca dei limiti dell’adulto è solamente per trovarli, proprio come potrebbe aver fisicamente bisogno di trovare un muro al quale appoggiarsi. Nella sua ricerca di limiti, il bambino si spinge sempre più lontano, fino a che non li trova.

I limiti interno sono quelli che definiscono il territorio mentale e che permettono alla persona di essere.

I limiti esterni sono quelli delle persone che ci circondano e dell’ambiente in cui viviamo.

La scoperta dei limiti esterni non avviene senza difficoltà. Di fatto, il neonato viene al mondo con l’illusione di onnipotenza. Crede che il mondo graviti attorno a lui.

Tuttavia, presto o tardi, in maniera brusca o progressiva, il bambino dovrà capire che alcune cose sfuggono al suo potere, accantonando così l’illusione di onnipotenza. Non è possibile avere tutto e subito. E’ indispensabile che egli lo capisca, così da poter distinguere tra sogno e realtà.

La sofferenza che deriva da questa scoperta si chiama frustrazione. Essa è quella dolorosissima sensazione di sentirsi impotenti nei confronti del proprio ambiente.

Ma se il bambino non impara a gestire questa frustrazione c’è il pericolo che possa diventare un adulto violento o compulsivo, poiché la frustrazione non controllata si trasforma in rabbia, violenza e compulsione.

Conoscere ciò sui cui abbiamo potere e ciò su cui non l’abbiamo per mette di incanalare l’energia in maniera costruttiva. Invece di sprecare le forza battendosi invano contro elementi incontrollabili, è più produttivo concentrare le proprie azioni su ciò che possiamo davvero modificare, allentando la presa sul resto.

Alcuni, che vivono con un costante ed eccessivo senso di controllo, cercano di governare tutti i parametri della propria vita. Come bambini che tentano di stringere nelle mani troppe biglie, queste persone hanno la sensazione che le cose sfuggano loro in continuazione e vivono dunque in un perenne stato d’ansia.

Al contrario, stringere in pugno solo le proprie biglie è rilassante e rassicurante, perché quelle biglie, le nostre, non ci sfuggiranno più…..

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