La paura del rifiuto e i suoi slittamenti

paura del rifiuto 2

“Il rifiuto ci turba, l’approvazione ci confonde.”  Nicolás Gómez Dávila

Riflessioni sparse dopo una sessione di Counseling ……

Il bisogno di legami, di appartenenza e di accettazione, è probabilmente uno tra i più importanti per l’essere umano. Forse è un retaggio del nostro passato genetico di primati privi di difese, quando solo unendoci potevamo far fronte ai predatori: essere rifiutati, in questo caso, significava essere condannati.

Di qui l’importanza del legame per la nostra autostima; la necessità di saperlo suscitare e assaporare. E anche la diffidenza che occorre nutrire quando questo bisogno di legame e la relativa capacità di individuare un rifiuto non funzionano più regolarmente,facendo di noi persone ipersensibili a qualsiasi forma di allontanamento.

Quando si lavora sulla propria autostima è essenziale riflettere a fondo sul problema del rifiuto, delle conseguenze che ha su di noi e del modo in cui noi stessi contribuiamo a tali conseguenze attraverso l’eccesso di sensibilità. Quindi è importare prestare attenzione non più soltanto al rifiuto, ma anche al nostro sistema di rilevazione del rifiuto che, se non funziona bene, può farci soffrire molto e metterci in situazioni destinate al fallimento. Infatti sentirsi rifiutati non significa sempre che lo si è veramente. Se in passato siamo stati spesso vittime di autentiche esperienze di rifiuto, a quel punto ereditiamo un sistema di rilevamento del rifiuto che è diventato ipersensibile, anche se l’ambiente che ci circonda al momento ora è più accogliente.

Si tratta di una sorta di allarme guasto. Questo sistema di allarme ci è stato tramandato dall’evoluzione: poiché eravamo animali sociali e potevamo vivere solo al’interno di gruppi solidali, la nostra sopravvivenza dipendeva dalla nostra capacità di mantenere il nostro posto nel gruppo. Ritrovarsi soli equivaleva ad una condanna a morte. Ma quel che si giustifica in una situazione di pericolo oggettivo può sfuggire alla nostra volontà nelle situazioni in cui sappiamo che, in teoria, non esiste un pericolo così grande.

Il timore del giudizio negativo da parte degli altri è di fatto legato alle sue possibili conseguenze negative: essere giudicati, se il giudizio è negativo, equivale a rischiare di essere rifiutati.

Visto che , di solito, se non ci stimiamo, ci giudichiamo negativamente, allora ci immaginiamo che il giudizio altrui sarà impietoso e severo quanto lo è il nostro. A quel punto ci allontaniamo da quello che riteniamo sia un pericolo e, in questo modo, inconsciamente confermiamo la possibilità di tale pericolo. Tale ipersensibilità al giudizio altro non è che la parte emersa della paura del rifiuto.

Tutto allora diventa difficile, perché l’autostima fa fatica a stabilire una differenza tra l’essere realmente rifiutati e pensare di esserlo. Nel dubbio , è più propensa a dar credito all’intuizione: “Se mi senti rifiutato o non amato, è perché lo sono.”

Questo genere di distorsione del ragionamento si riscontra nelle persone in preda ad una forte attivazione emozionale: dal momento che ci sentiamo a disagioin difficoltà, siamo convinti di essere in difficoltà. E che tutti ci vedano  che siamo in difficoltà. Non consideriamo più le nostre emozioni come un avvertimento della possibilità di un problema, ma come una certezza della sua realtà e della sua gravità.

La forza di tale convinzione comporta una modificazione del nostro comportamento che andrà nella direzione di quel che temiamo. Occorre pertanto fare molta attenzione a questa tendenza a leggere il pensiero ed auto intossicarsi con le erronee convinzioni del ragionamento emozionale. Uno sguardo, un sorriso, un silenzio, una parola sussurrata all’orecchio di qualcuno mentre stiamo parlando, rischiano di essere interpretati in modo erroneo sotto l’effetto della nostra difficoltà.

Occorre quindi stare attenti alla proiezione dei propri processi mentali: dal momento che dubitiamo di noi e del fatto di essere accettati socialmente, ci sorvegliamo; e pensiamo che gli altri facciano altrettanto; allora abbiamo la sensazione sgradevole, e spesso sbagliata, di essere al centro della loro attenzione.

Ecco quindi alcune strategie per affrontare la paura del rifiuto:

  • Conoscere a fondo le situazioni che danno l’avvio alla nostra ansia si valutazione. In genere esse sono tutte occasioni in cui ci troviamo in una situazione di osservazione, di competizione, di prestazione . Sapere che in momenti del genere tenderemo a sopravvalutare i giudizi rivolti a noi rappresenta una prima tappa. Quando ci troviamo in queste situazioni, tenderemo a sorvegliarci, a bistrattarci, a interessartci di più delle nostre manchevolezze anziché godere dei talenti degli altri, o ridere del loro desiderio di esibirli.
  • Ricordare che anche gli altri pensano soprattutto a se stessi. E sì, non siamo l’ombelico del mondo, come a volte le nostre difficoltà tendono a farci credere. “E se gli altri non ti stessero osservando e giudicando? Gli altri pensano a se stessi, come te …..”
  • Accettare la possibilità di essere giudicati. Piuttosto che voler evitare ad ogni costo questo giudizio, accettiamolo, poi consideriamo con calma come modificarlo, sempre nella visione di un sé globale e non focalizzato sui propri limiti e difetti. Accettare anche l’idea che effettivamente ci sono persone che ci giudicheranno dall’aspetto, la conversazione, le buone maniere o altri stupidi marcatori sociali. E’ vero, esistono. Ma è altrettanto vero che queste persone non sono la maggioranza. Perché quindi dedicare la maggior parte della nostra energia a proteggerci da persone che potrebbero essere critiche, con il risultato di impedirci di godere degli scambi con persone più accoglienti e interessanti?
  • Adottare comportamenti sociali che privilegiano l’azione, vale a dire andare verso la gente. E’ fondamentale non stare ad aspettare che ci vengano rivolti segnali di apertura, non aspettare che siano sempre gli altri a fare il primo passo. So che spesso ci si comporta in questo modo perché ci si dice, come in una specie di test: “Se le persone si avvicinano per parlarmi, vuol dire che ne hanno veramente voglia. Se invece sono io ad avvicinarmi, in qualche modo le costringo”. Così, è più forte la paura del rifiuto, più si sopravvaluta la visibilità dei segnali di apertura e più si aspetta che siano gli altri a percepirli e decodificarli, nella speranza che capiscano il nostro imbarazzo e facciano il primo passo … Ma questi segnali di apertura, che noi pensiamo chiari e manifesti, spesso sono invisibili all’altro. E siccome pensiamo di aver mostrato abbastanza, restiamo lì, speriamo e aspettiamo…..

Un suggerimento per concludere cerchiamo di essere più chiari!!! Bisogna scegliere tra due rischi: quello di un eventuale ed episodico rifiuto, o quello dei rimpianti e vi assicuro che il peso dei rimpianti a volte è molto più difficile da reggere a lungo termine che non quello di un rifiuto …..

Riflessioni sul libro “una base sicura” di John Bowlby

PICCOLO PRINCIPE VOLPE

Tutti noi, dalla nascita alla morte siamo al massimo della felicità
quando la nostra vita è organizzata come una serie di escursioni,
lunghe o brevi, dalla base sicura fornita dalle nostre figure di attaccamento”
John Bowlby

“Vieni a giocare con me “ dice il Piccolo Principe alla volpe”. Ed ecco che la volpe dice qualcosa di sorprendente: “Non posso giocare con te (…) non sono addomesticata”, ma il Piccolo Principe ne vuole sapere di più e chiede: “Che cosa vuol dire addomesticare?” e la volpe sapientemente risponde “vuol dire creare dei legami (…) io no sono che per te una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo ed io sarò per te unica al mondo”.

Ecco questo brano tratto dal Piccolo Principe, letto molti anni fa e riletto da poco, spiega molto bene tutto il senso del libro di Bowlby “Una Base Sicura”: l’attaccamento si sviluppa come una interazione tra un bambino unico ed i suoi genitori unici e uno degli aspetti più affascinanti del genere umano è proprio quello di creare legami unici. Anche il Piccolo Principe fa questa esperienza con la volpe, l’addomestica, creando un legame e poi essa gli svela un segreto “l’essenziale è invisibile agli occhi”.

I legami che gli esseri umani creano vanno al di là del puramente visibile, diventano pensieri, significati e schemi mentali. La necessità del cucciolo d’uomo di creare legami di attaccamento nasce dall’istinto di sopravvivenza, ci dice Bowlby, ma poi tale istinto si trasforma in qualcosa di ben più complesso e accade così, che la madre, il padre o il “caregiver” diventano unici e cominciano ad esistere nella nostra mente sotto forma di pensieri e modelli.

La tendenza alla formazione di forti legami con alcune persone è considerata normale e funzionale fin dai primi mesi di vita, per Bowlby, e il fatto che il bisogno iniziale sia quello della sicurezza, può aiutare a comprendere meglio il dolore e la sofferenza legate al senso di perdita emergenti anche nell’adulto abbandonato. Inoltre il riconoscere da subito quel legame con la figura di attaccamento privilegiato rispetto agli altri è la conferma che sin dai primi mesi di vita il nostro principale obiettivo è quello di assicurarci di non essere soli (“nessun uomo è un’ isola (..)” diceva un grande poeta…), e oltre al cibo per andare avanti nella vita abbiamo bisogno di garanzie e certezze che ci vengono assicurate solo se abbiamo la possibilità di sperimentare che quello che ci accade intorno ha una continuità.
Se la figura di attaccamento è percepita dal bambino “sufficientemente” vicina, sintonica, capace di risposte sensibili, quest’ultimo sente sicurezza, amore e fiducia in se stesso; se, al contrario, la figura di attaccamento non è percepita sufficientemente presente il bambino prova paura e senso di abbandono e se queste esperienze sono continuative e prolungate nel tempo, nel bambino possono emergere dei comportamenti sintomatici come ambivalenza, rabbia, diffidenza, difficoltà a fidarsi ed affidarsi.
L’affidabilità e le capacità di risposta dell’ambiente di sostegno formano il nucleo dei pattern di attaccamento emergenti mente il bambino comincia il processo di separazione/individuazione, sottoforma di conquista evolutiva, e tra madre e bambino si stabilisce un processo di interazione sentito come un reciproco conoscersi l’un l’altro.

La volpe dice al Piccolo Principe: “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterò la mia felicità. Quando saranno le quattro, comincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità. Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore (…) ci vogliono i riti”. Ecco che il Piccolo Principe si guadagna la fiducia della volpe, andandola a trovare tutti i pomeriggi stabilendo un rito. Sembra che la volpe sappia come si crei un legame di attaccamento sicuro: la madre assicura sempre la sua presenza e il bambino si abitua a questo rito.

E’ proprio il ripetersi di questo modello di interazione che fa sì che il bambino cominci a crearsi delle aspettative. Si aspetta proprio che quella determinata persona appaia in quel determinato spazio e in quel determinato tempo, ed è il continuo verificarsi di tale rito che gli assicura che esiste lui, esiste l’altro, esiste la relazione.
Il legame di attaccamento che si stabilirà fornirà un modello per le relazioni future e per tale motivo le nostre relazioni risentiranno di quella matrice interattiva denso per noi di tanti significati.

Con un attaccamento sicuro il bambino immagazzinerà un modello operativo interno di persona sensibile, amorosa, affidabile, meritevole di amore e attenzione. Con un attaccamento insicuro il bambino vedrà il mondo come pericoloso, le persone da trattare con precauzione e senza potersi fidare troppo e si considererà poco meritevole di affetto, dando l’avvio a tutta quella serie di costruzioni mentali che lo porteranno a difendersi dietro cumuli di “certezze irrazionali” che andranno ad intaccare la fioritura del suo Sé.

Il legame di attaccamento non è limitato all’infanzia ma dura “dalla culla alla tomba” e tutto quello che veniva classificato, in maniera quasi dispregiativa e sicuramente patologica, con il termine “dipendenza” è in realtà un desiderio assolutamente legittimo di ogni essere umano di stare quanto più vicino possibile a chi si vuole bene, a chi in caso di bisogno può prendersi cura di noi.

Ricordo la frustrazione di quando mi veniva detto : “Comportati da bambina grande (avrò avuto circa otto anni), non fare la piagnona, dai l’esempio a tua sorella più piccola, mamma esce, tu ora vai a letto, con voi rimane la cameriera (che io detestavo e di cui avevo anche un po’ paura…) è notte…. Si deve dormire!…” In quei momenti il mio cuore si induriva ed il mio “rito” era quello di pizzicarmi forte il braccio cosicché non pensavo alla paura ma a quanto avrei sopportato il bruciore del pizzico, punendomi nello stesso tempo per non essere così buona  e bella da meritarmi le attenzioni di mamma.

Ora, questo fa solo parte di una serie di ricordi di episodi lontani che hanno però segnato dolorosamente la mia vita per oltre trenta anni e che mi hanno portata a pensare a mia madre come ad un mostro che aveva un potere immenso su di me finchè un giorno guardandola mi sono accorta che in realtà era solo una persona fragile che aveva cercato di cavarsela come poteva, anche lei vittima di poche carezze e sorrisi.

C’è sempre tempo per trovare “una base sicura”, chiedere protezione ed affidarsi non è un sintomo di debolezza ma riconoscere che facciamo parte di un Tutto e che questo Tutto è più delle singole parti……

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John Bowlby

Una Base sicura

Ed. Raffaello Cortina

Come si diventa dipendenti affettivi?

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I motivi per i quali una persona può finire nella rete  vischiosa della dipendenza affettiva sono moltissimi. Primo fra tutti quello legato al vissuto personale da ricercare negli affetti primari e nei vuoti, nelle carenze e nei traumi che si sono avuti in eredità.

In particolare nel rapporto instaurato durante l’infanzia con i genitori, se quest’ultimi hanno lasciato insoddisfatti i bisogni infantili costringendo i bambini i cui bisogni d’amore rimanevano inappagati ad adattarsi imparando a limitare i loro bisogni.  Questo processo di limitazione può portare al formarsi di pensieri del tipo: “I miei bisogni non hanno importanza” o “non sono degno di essere voluto bene”.Da adulti, questi “bambini non amati” dipendono dagli altri per quanto concerne il proprio benessere psico-fisico e la soluzione dei loro problemi. Vivono nella paura di essere rifiutati, scappano dal dolore, non hanno fiducia nelle loro capacità e si giudicano persone non degne d’amore. E da adulti, nelle relazioni d’amore che avranno, ripeteranno lo stesso identico schema, lo stesso copione, la stessa storia. Penseranno di non meritarsi un bel niente, annullandosi completamente e chiedendo continuamente conferme.

Inoltre quanto più i suddetti bisogni rimangono insoddisfatti all’interno del legame significativo infantile (quello madre-bambino), tanto più tale legame si rinnova immodificato nei confronti delle nuove figure di riferimento: il partner in questo caso. Allo stesso tempo più una relazione deve adempiere ad esigenze basilari di protezione e di sicurezza, tanto più forte è il legame che si sviluppa e tanto maggiori sono le minacce potenziali che possono provenire da qualsiasi situazione esterna che metta in discussione tale legame.

Tra le caratteristiche della storia familiare e personale condivise da chi è coinvolto in un problema di dipendenza affettiva ci sono:

  • la provenienza da una famiglia in cui sono stati trascurati, soprattutto nell’età evolutiva, i bisogni emotivi della persona;
  • una storia familiare caratterizzata da carenze di affetto autentico che tendono ad essere compensate attraverso una identificazione con il partner, un tentativo di salvare lui/lei che in realtà coincide con un tentativo interiore di salvare se stessi;
  • una tendenza a ri-attribuirsi nella propria vita di coppia, più o meno inconsapevolmente, un ruolo simile a quello vissuto con i genitori che si è tentato a lungo di cambiare affettivamente, in modo da poter riprovare a ottenere un cambiamento nelle risposte affettive pressoché inesistenti ricevute nella propria vita;
  • l’assenza nell’infanzia della possibilità di sperimentare una sensazione di sicurezza che genera, nel contesto della co-dipendenza, un bisogno di controllare in modo ossessivo la relazione e il partner, che viene nascosto dietro un’apparente tendenza all’aiuto dell’altro.

Da tutto ciò vediamo come il peso dell’infanzia sia fondamentale nel nostro vissuto sentimentale e nella scelta del partner. Tuttavia voglio sottolineare anche che, tendenzialmente una persona tenterà, in maniera del tutto inconsapevole, di trovare nell’amore e nelle relazioni affettive non solo qualcosa dell’antico amore originario provato per le figure genitoriali ma cercherà pure, di rimettere i conti a posto con quel passato lontano, se quel passato è stato fonte di sofferenza, se ha inferto ferite o causato vuoti.

Un esempio semplice. Nel caso di una donna che abbia avuto un padre distante e anaffettivo, l’innamorarsi di una figura simile, che presenti gli stessi tratti caratteriali e comportamentali, che induca la messa in scena dello stesso tipo di copione, donerà l’iillusione di colmare i vuoti patiti nell’infanzia, di riavere indietro quello che non si è ricevuto, quello per cui si sente di essere in pesante credito.

Molte delle donne coinvolte in dipendenze affettive hanno subito gravi abusi e maltrattamenti nella loro infanzia. Da adulte cercano il riscatto, pretendendo amore dal loro carnefice.

Ha ragione Hanif Kureishi quando dice:” Siamo molto precisi quando scegliamo le persone d’amare. Specialmente quando scegliamo quelle sbagliate”. Siamo precisi perché quella persona sbagliata è in realtà giusta, giustissima per realizzare l’antico copione cui ci “costringe” il nostro vissuto infantile.

….. e ancora ……

Slegarsi e legarsi nella danza …..

Danzare insieme

“Amare vuol dire cercare consciamente

quel che ci è mancato

e ritrovare, spesso inconsciamente,

quello che abbiamo già conosciuto”

(Oliver – 1980)

Come abbiamo visto in alcuni post precedenti, le nostre storie d’amore si modellano sulle relazioni affettive vissute da bambini. In altre parole, il modo in cui creiamo relazioni significative o ci innamoriamo da adulti riflette la storia del nostro primo attaccamento, delle nostre relazioni affettive infantili.

La dinamica dell’innamoramento, quindi, inizia precocemente e la sperimentiamo in modi diversi lungo i vari cicli della nostra esistenza.

Ciò che rimarrà intatto, dentro di noi, sarà l’esperienza di amore – sicuro, insicuro  – che abbiamo imparato da bambini.

Appena nati apriamo gli occhi al mondo e incontriamo un altro sguardo che ci rimarrà impresso per tutta la vita.

Per il resto della nostra vita continueremo a cercare qualcuno che incontri i nostri occhi e che i dia il senso dell’essere ri-conosciuti, amati e curati.

Persino dopo alcuni fallimenti nelle nostre relazioni, ci sentiamo solitamente desiderosi di cercare e riprovare in una nuova relazione.

Diciamo a noi stessi frasi del tipo: “Non è per me la coppia, continuerò a lavorare e rimanere da solo…”, ma poi, ad un certo punto, incontriamo un altro sguardo e rimaniamo, incantati, incatenati, legati.

Si nasce con la forte disponibilità a legarsi e slegarsi: due situazioni antitetiche. Da un lato c’è la possibilità di stare la mondo con l’altro e condividere i propri vissuti:l’amore, la passione, l’amicizia. Per contro, l’autonomia dall’altro, in certe fasi della vita, implica una liberazione dal legame, un arricchimento, un reinvestire su di sé le energie che in qualche modo erano legate all’altro.

Volendo fare una metafora, l’attaccamento agli altri è paragonabile ad una danza, a un movimento di tutta una vita nel cadenzare i passi insieme all’altro: mi avvicino, mi fondo con te, e poi mi allontano, mi separo.

Se veniamo da una relazione antica ambivalente o evitante, possiamo pensare, ad esempio, che il desiderio di differenziazione significhi che non siamo più innamorati, oppure che l’altro non è più innamorato di noi.

Molte coppie muoiono perché non realizzano che entrare in questa dinamica e cercare di uscirne è solamente l’inizio di un nuovo passo di danza……

Attaccamento e relazioni di coppia

COPPIA3

Quando ci si ritrova ripetutamente nelle stesse situazioni sul lavoro o nelle relazioni, bisogna guardarsi dentro e chiedersi:” quale è il mio contributo nel creare queste situazioni che si reiterano?”.

La Teoria dell’Attaccamento, di cui ho parlato nei post precedenti, offre una spiegazione semplice. Il modo in cui i nostri genitori ci hanno amato e la qualità della loro relazione con noi nella nostra infanzia sono diventati il modello delle successive relazioni sentimentali.

Da bambine, infatti dipendiamo da chi si occupa di noi per darci amore, cure e sopravvivenza. Questo legame permette di sentirci felici e complete. I bisogni non soddisfatti, invece, portano paura e dolore. E, nella nostra ignoranza e ingenuità infantile, non abbiamo nessuna idea di come rimediare al sentimento di insicurezza. Come risposta, allora, adottiamo meccanismi di gestione primitivi, che vanno dal piangere per ottenere attenzione, al ritirarci o al negare persino di avere certi bisogni.

Durante l’infanzia chi si occupa di noi ci insegna ad adattarci alla società. Noi, osservatrici e malleabili, apprendiamo cosa fare per ricevere amore e accettazione.

Impariamo a reprimere e a non rispettare quelle parti che la società trova inaccettabile non degne di amore. Tutte noi siamo state ferite durante l’infanzia, chi più chi meno, e alcune parti della nostra vera natura sono state soppresse nella nostra mente inconscia.

Il legame emotivo che abbiamo avuto con chi si è occupato di noi è un modello per la qualità delle nostre relazioni sentimentali successive: l’abilità di aprirsi agli altri, gestire lo stress, di sviluppare l’autostima, di allevare i bambini e così via.

Il tipo di attaccamento che abbiamo vissuto ha un notevole impatto che dura tutta la vita: diventiamo adulte, abbiamo un lavoro e delle responsabilità e ci sono ancora alcune parti che sono rimaste bambine e devono crescere.

Per vivere una vita piena dobbiamo sviluppare noi stesse, con amore e non spinte dalla paura e dall’ansia.

Ci sono tre stili di attaccamento: sicuro, insicuro evitante, insicuro ambivalente resistente. Ognuno di essi produce forme diverse di relazioni intime, modi diversi di impegnarsi, di individuarsi e di diventare se stessi nella relazione con l’altro.

Attaccamento sicuro => l’amore sicuro: le persone che lo hanno vissuto trovano relativamente facile avvicinarsi agli altri. Sono a loro agio quando si occupano di altri e anche quando altri si occupano di loro. Diventano adulti sicuri che non si preoccupano troppo né di essere abbandonati né temono di creare intimità con la persona che amano. La persona con attaccamento sicuro si orienterà verso persone per lo più sicure, che dimostrino palesemente i propri sentimenti, e con cui poter condividere in maniera comunicativa i momenti tristi e quelli felici della propria esistenza, in modo da confermare la propria percezione di persona degna di essere amata e curata.

Attaccamento insicuro evitante => l’amore freddo/distaccato: provano disagio nello stare vicino agli altri, hanno difficoltà a fidarsi e trovano difficile permettersi di dipendere da qualcun altro. Questi sfortunati individui, al contrario dei soggetti sicuri, non sviluppano la loro personalità a partire dalla sicurezza di una base sicura cui far riferimento: non godono, cioè, in alcun modo di sicurezza affettiva. Ne consegue la formazione di “…Un modello mentale del sé come di persona non degna di essere amata, che deve contare solo su di sé, e un modello mentale della madre come di persona cattiva dalla quale non aspettarsi alcunché” Essi si sentono nervosi quando qualcuno si avvicina troppo la loro vita sarà improntata tutta sul desiderio di conquista di un’autonomia e autosufficienza personale che escludano, in caso di necessità, il ricorso agli altri, considerati individui inaffidabili e su cui contar poco. Questa vera e propria strategia di vita, in realtà, non è altro che una misura di prevenzione contro il rischio di ulteriori delusioni, dovute ad esperienze di eventuali rifiuti.

Attaccamento insicuro ambivalente resistente => l’amore ossessivo: In campo amoroso,tale soggetto sarà più volte trascinato dal vortice della passione, pensando di aver trovato la persona giusta. In realtà, andrà incontro ad idealizzazioni eccessive di persone che presentano, al contrario, proprio quei tratti caratteriali che egli stesso odia. Solo successivamente, si renderà conto di aver commesso uno sbaglio nella scelta, e a quel punto, soffrirà irrimediabilmente. Abbiamo, inoltre, sostenuto che il bambino che sperimenta una relazione con una madre imprevedibile, sviluppa dei modelli del sé, come di una persona da amare in maniera discontinua, ad intermittenza. Da quanto scritto, ne consegue che, all’interno di una relazione amorosa adulta, quando a prevalere saranno i modelli positivi del sé, come persona degna di amore, allora penserà di essere amato profondamente e rispettato dal partner, ma quando prenderanno il sopravvento i modelli negativi del sé, come persona vulnerabile e non degna di amore, allora sarà facilmente trascinato nel tunnel della gelosia più estrema, dando vita ad una relazione ossessiva, possessiva.

Vediamo ora dove siamo arrivate nella terra dell’attaccamento, prendetevi tutto il tempo necessario, non c’è fretta, e provate a rispondere a queste domande….. siate sincere e forse imparerete qualcosa di più su voi stesse … un passo in più nel cammino per ri-trovarsi ….

  • Pensa alle persone che ti hanno accudito o influenzato quando eri bambina. Chi sono? ….
  • Scegline cinque o sei e pensa alle tue interazioni con loro. Scrivi i loro tratti positivi e quelli negativi. Cosa ti piaceva quando stavi con loro? … Cosa non ti piaceva? …
  • Infine per ogni persona, indica qualcosa che avresti voluto ma non hai mai avuto. Non esitare a mostrare la tua rabbia, le tue ferite, il tuo dispiacere.
  • Quali somiglianze noti tra queste e il tuo partner attuale? …
  • Quali tratti hanno in comune? …

Sull’attaccamento …. (3° parte)

mamma e bambino 2

Klimt – particolare di “le tre età” –

Oggi parliamo di Modelli Operativi Interni.

Il Modello Operativo Interno (IWM= Internal Working Models o in italiano M.O.I.)) e’ un concetto chiave della teoria di Bowlby. Nel corso della crescita e dell’interazione continua con il proprio ambiente,il bambino si costruisce delle rappresentazioni interne complementari che comprendono il Se’ e le figure di attaccamento, rappresentazioni che scaturiscono dai modelli relazionali tra il bambino e le figure di attaccamento. Questi “assunti di base” formano dei modelli relativamente fissi che il bambino usa per predire il mondo e mettersi in relazione con esso; un bambino con un attaccamento sicuro avra’ un Modello Operativo Interno di una persona che si prende cura di lui, sensibile, amorosa, affidabile e di un Se’ che e’ meritevole di amore e attenzione e questo andra’ ad influire su tutte le altre relazioni, al contrario, un bambino dall’attaccamento insicuro puo’ vedere il mondo come un posto pericoloso nel quale le altre persone devono essere trattate con grande precauzione e si considerera’ come incapace e non meritevole di amore.

Il concetto di Modello Operativo Interno e’ importante per spiegare il perscorso nello sviluppo della personalita’ che per Bowlby, a differenza delle teorie psicoanalitiche tradizionali, non e’ il passaggio attraverso una serie di stadi bensi’ e’ l’avere davanti una serie di possibili percorsi e “quello su cui si procedera’ verra’ determinato in ogni istante dall’interazione dell’individuo, come’e’ in quel momento, con l’ambiente in cui gli capita di essere”

I Modelli Operativi Interni consentono, quindi, all’individuo di valutare e analizzare le diverse alternative della realtà, scegliersi quella ritenuta migliore, reagire alle situazioni future prima che queste si presentino, utilizzare la conoscenza degli avvenimenti passati per affrontare quelli presenti, scegliendo un’azione ottimale in relazione agli eventi stessi.

Per valutare i Modelli Operativi Interni dell’adulto fu messa a punto da Mary Main una procedura chiamata Adult Attachment Interview. un’ intervista semi-strutturata, con domande dirette, relative alle relazioni del genitore durante l’infanzia con la figura di attaccamento e sull’influenza esercitata da queste prime relazioni sul suo successivo sviluppo, e si è rilevato che:

Genitore del bambino sicuro.

Classificato come  stile Sicuro tende a dare valore alle esigenze di cure e attenzioni del figlio; nell’intervista i suoi resoconti sono di una infanzia sicura descritta in maniera coerente e costante .Il suo  modello di Sé e dell’Altro è positivo.Ha un basso esitamento, bassa ansia. Alta coerenza, alta fiducia in se stesso, approccio positivo con gli altri, alta intimità nelle relazioni. Le sue relazioni di coppia sono caratterizzate da intimità, rispetto, apertura emotiva ed i conflitti con il partner si risolvono in maniera costruttiva.

Genitore del bambino evitante.

Classificato come stile Distanziante tende a svalutare i bisogni di cura e attenzione del figlio, durante l’intervista fornisce racconti brevi e incompleti, sostenendo di avere pochi ricordi e tendendo ad idealizzare il passato con espressioni del tipo:”ho avuto una infanzia perfetta”.

Modello di Sé positivo, dell’Altro negativo. Il modello positivo dell’individuo distanziante lo porta ad avere alta fiducia in se stesso senza interessarsi del giudizio degli altri. Il modello negativo che ha dell’altro lo porta a dare l’impressione di non apprezzare molto le altre persone, talvolta, cinico o eccessivamente critico. Svaluta l’importanza delle relazioni e sottolinea l’importanza dell’indipendenza, della libertà e dell’affermazione. Le sue relazioni di coppia sono caratterizzate dalla mancanza dell’intimità, tendendo a non mostrare affetto nelle relazioni. Preferisce evitare i conflitti e si sente rapidamente intrappolato o annoiato dalla relazione.

Genitore del bambino insicuro-ansioso-ambivalente.

Classificato come stile Preoccupato tende a manifestare una certa conflittualità rispetto ai bisogni di cura e attenzione del figlio, nell’intervista fanno racconti inconstanti e caotici nei quali appaiono ancora molto coinvolti in conflitti e difficolta’ passate contro le quali stanno ancora lottando .

Modello di Sé negativo e dell’Altro positivo. Il modello negativo che l’individuo preoccupato ha di sé lo porta ad avere una bassa autostima tendente alla dipendenza del giudizio degli altri. Invece, il modello positivo che ha dell’altro lo porta alla continua ricerca di compagni e di attenzione. Necessita continuamente di intimità nelle relazioni tanto che la sua insaziabilità nella richiesta di attenzione tende a far allontanare gli altri. Le sue relazioni sentimentali sono costellate di passione, rabbia, gelosia e ossessività. Tende ad iniziare i conflitti con il partner rimandando, però, la rottura del legame.

Genitore del bambino disorganizzato

Classificato come stile Timoroso-Evitante appare concentrato su propri problemi di perdita non risolti  e per questo è disattento e poco empatico nei confronti del figlio, questa categoria di genitori e’ classificata a parte si riferisce specificatamente a persone che hanno subito eventi traumatici come violenze carnali che non sono state emotivamente risolte.

Modello di Sé negativo, dell’Altro negativo. Il modello negativo che l’individuo timoroso-evitante ha di se stesso lo porta ad avere bassa autostima e molte incertezze verso se stesso e verso gli altri. Il modello negativo che ha dell’altro lo porta ad evitare le richieste d’aiuto, evita i conflitti ed ha difficoltà a fidarsi degli altri. È difficile trovarlo coinvolto in una relazione sentimentale e quando vi si trova assume un ruolo passivo. In tali relazioni è dipendente ed insicuro. Tende ad autocolpevolizzarsi per i problemi di coppia ed ha difficoltà a comunicare apertamente e a mostrare i sentimenti al partner.

A domani con una riflessione su quanto l’Attaccamento influenzi le relazioni di coppia ….. se sei curioso seguimi! 🙂

Sull’attaccamento … (2° parte)

mamma e bambino

Bowlby riteneva che l’attaccamento si sviluppasse attraverso alcune fasi:

PRE-ATTACCAMENTO (0-3 MESI) processo di attaccamento e adattamento all’ambiente extra-uterino, maturazione delle competenze sensomotorie e relazionali e degli stati comportamentali, caratterizzato da:

interesse  per voci e volti

pianto – vocalizzi – suzione- sorriso

non c’e’ ancora distinzione tra le varie persone

ATTACCAMENTO IN FORMAZIONE (3-8 mesi) inizio del processo di individuazione-separazione, controllo posturale, inizio spostamento autonomo, manipolazione, caratterizzato da:

interesse e piacere piu’ accentuati nei confronti della madre o di persone familiari

non ci sono segni di protesta se la madre si allontana

 

ATTACCAMENTO VERO E PROPRIO (8 mesi-2,3 anni), indipendenza motoria, statica con sostegno, passaggi da una posizione all’altra, apprendimento del saper cadere, caratterizzato da:

con la locomozione i bambini usano la madre come base sicura per le proprie esplorazioni

sofferenza (ansia di separazione) se la madre si allontana

angoscia o paura dell’estraneo

 

FORMAZIONE DI UN RAPPORTO RECIPROCO (dai 3 anni in poi) caratterizzato da:

con lo sviluppo cognitivo messa in atto da parte del bambino di altri stratagemmi per mantenere la vicinanza (suppliche, broncio, lusinghe)

tolleranza crescente alle brevi separazioni

diminuizione della paura degli estranei, aumenta la disponibilita’ ad instaurare rapporti di attaccamento con altre figure.

 

Tra le ricerche più significative originatesi nel quadro teorico di riferimento della teoria dell’attaccamento merita una particolare attenzione quella svolta e analizzata da Mary Ainsworth, a cui si deve il termine “base sicura” la quale ideò nei tardi anni ’60 un valido strumento di indagine, la “Strange Situation”, che ha consentito di individuare alcuni stili di attaccamento che possono prendere forma a partire dai rapporti che i bambini sperimentano con le loro figure di attaccamento.

I bambini, di età compresa fra i dodici e i diciotto mesi, vengono accompagnati dalla madre (o dal padre, in pochi casi) in una stanza dove vengono affidati ad una persona sconosciuta. Si osservano le reazioni dei bambini quando la madre esce dalla stanza e quando, dopo pochi minuti, rientra nella stanza.

Tale ricerca ha individuato quattro modalità tipiche di risposta che sono ritenute tali da caratterizzare un basilare stile di attaccamento:

 Attaccamento sicuro: nutre fiducia nella disponibilità e nell’appoggio dell’adulto esprime i propri sentimenti, positivi e negativi accetta di farsi consolare dopo avere vissuto situazioni stressanti (es. dopo un’assenza del genitore)in assenza del genitore, è propenso ad individuare figure di accudimento sostitutive nella strange situation, è angosciato dalla separazione, cerca il conforto e la vicinanza della figura di attaccamento; al momento della riunione, si fa consolare da questa con successo ed in sua presenza riprende ad esplorare liberamente. L’emozione predominante è la gioia.

 Attaccamento insicuro evitante: nella strange situation mostra pochi segni di ansia; al momento della riunione accoglie senza enfasi il ritorno della figura di attaccamento, mantenendo l’attenzione sui giochi e sugli oggetti; ha ormai rinunciato all’aiuto e al sostegno delle figure parentali, avendo vissuto esperienze troppo frustranti per quanto riguarda la soddisfazione dei suoi bisogni affettivi ed emotivi,esibisce una precocissima autonomia, non fondata su un adeguato processo evolutivo,impara a dissimulare le sue emozioni, specie negative, tende a sviluppare un carattere apparentemente distaccato, indifferente alle grandi emozioni. Questo stile è il risultato di una figura che respinge costantemente il figlio ogni volta che le si avvicina per la ricerca di conforto o protezione. Le emozioni predominanti sono tristezza e dolore.

 Attaccamento insicuro ansioso ambivalente: nella strange situation, è angosciato dalla separazione, come il sicuro, ma nella fase di riunione si mostra ambivalente – a momenti intrusivo, a momenti inavvicinabile – non è facilmente confortabile, incapace di riprendere attivamente l’esplorazione, dominato da un senso di sfiducia circa l’affidabilità dei genitori, che lo rifiutano un po’, non in maniera così palese come nel bambino evitante. Il bambino non ha mai l’idea di quello che può veramente ottenere. L’unica scappatoia che gli resta, come strategia, è quella di tenersi aggrappato, ha bisogno di continue rassicurazioni; non riesce ad essere tranquillo e soddisfatto. L’emozione predominante è la colpa.

 Attaccamento insicuro disorganizzato: i bambini reagiscono in modo confuso o disorientato al momento della separazione ed esprimono desiderio, paura o repulsione in rapida successione o esprimono risposte di segno opposto simultaneamente, quando la madre ricompare.

…. E non è ancora finito. Nel prossimo post il funzionamento dei Modelli Operativi Interni. Se ti va, continua a seguirmi …:-)

Sull’Attaccamento

mamma e bambino 1

Prima di parlare su come l’Attaccamento e i successivi Modelli Operativi Interni influiscano nelle nostre scelte affettive e relazionali, un piccolo ripasso sulla “teoria dell’Attaccamento” …..

“Il bambino si costruisce un modello interno di se stesso

in base a come ci si è preso cura di lui.” (John Bowlby)

La Teoria dell’attaccamento è frutto della collaborazione tra John Bowlby e Mary Ainsworth. Nel tracciare le basi teoriche del suo pensiero, John Bowlby trasse spunto dall’etologia, dalla cibernetica, dalla psicologia dello sviluppo e dalla psicoanalisi. Egli, inoltre, rivoluzionò il modo di concepire sia il legame che si stabilisce fra la madre e il bambino, sia il suo disgregarsi in situazioni di separazione, deprivazione e perdita.

Se per Freud la figura materna era considerata soltanto come l’oggetto di investimento libidico e fonte di soddisfacimento dei bisogni primari del figlio, per Bowlby essa è soprattutto dispensatrice di cure e vissuti emotivi ed affettivi.

La figura materna diventa in questo modo nutrice di amore vitale su cui il piccolo fonda il proprio mondo interiore e la propria capacità di dare e di ricevere amore nel presente e nella vita futura.

Di conseguenza è facilmente comprensibile che separazioni ripetute prolungate generino sentimenti di angoscia, che a lungo andare possono minare la sicurezza interiore del bambino, sviluppando un’ansia anticipatrice del distacco e dell’abbandono e una fragilità emotiva determinata dall’instabilità della figura materna.

Bowlby ritiene che lo sviluppo del legame di attaccamento, cioè il bisogno di ricercare e mantenere la vicinanza con una figura specifica, sia una caratteristica genetica della specie umana, che ha origini, probabilmente, nelle società primitive dei cacciatori ed è legata alla difesa dai predatori e quindi alla sopravvivenza.

La caratteristica principe del comportamento di attaccamento e’ la forte emozione che genera, che a sua volta dipende dallo stato di relazione delle persone coinvolte. Se la relazione e’ buona c’e’ gioia e sicurezza, se e’ minacciata c’e’ angoscia, se e’ stata interrotta c’e’ dolore.

Il comportamento genitoriale, secondo Bowlby, ha forti radici biologiche: non e’ un  istinto, ne’ un prodotto dell’apprendimento, esso fa parte di quelli schemi comportamentali, come il comportamento sessuale o alimentare, che contribuiscono con le loro modalita’ alla sopravvivenza dell’individuo avendo ciascuno una propria distinta funzione biologica (protezione, nutrizione e riproduzione).

La caratteristica principale dell’essere genitore e’ quella di fornire una “base sicura” al proprio bambino ed in seguito adolescente, da cui possa partire per esplorare il mondo esterno ed a cui possa fare ritorno sapendo di essere il benvenuto e certo di essere nutrito,  confortato e rassicurato. Questo ruolo comporta la piena disponibilita’ del genitore che deve essere pronto ad incoraggiare e dare assistenza, ma intervenendo attivamente solo quando necessario o richiesto. Importante per fornire una base sicura e’ riconoscere che il comportamento di attaccamento fa parte della natura umana: esso caratterizza l’essere umano “dalla culla alla tomba”: non deve, pertanto, essere considerata una caratteristica esclusiva dell’infanzia di cui liberarsi crescendo,

La teoria dell’Attaccamento e’ nella sua essenza una teoria spaziale: quando sono vicino a chi amo mi sento bene, quando sono lontano sono ansioso, triste e solo.

…… segue nel prossimo post